Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
Dicembre: 2019
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Articoli marcati con tag ‘Alberto Bertoli’

Non è colpa mia se la musica di “ieri” è molto meglio di quella di oggi

pink-floydI social network hanno creato, tra le altre e non sempre negative cose, disastri inauditi. Uno di questi è che ti tocca leggere commenti di persone con cui non hai niente in comune. Tra queste persone ci sono coloro che, se lodi i Rolling Stones o i Pink Floyd, replicano queruli: “Che palle questa musica vecchia, perché non parli di artisti nuovi?”. A tale domanda, di per sé involontariamente idiota, si potrebbe rispondere nella maniera più facile: “Perché parlo di quello che mi pare”. Lapalissiano. Facciamo però finta, adesso, di essere persone educate e timorate di Facebook. Prendiamo in esame la critica nascosta tra le pieghe di tali post piccati: “Parlare sempre della musica di ieri vuol dire implicitamente negare che oggi ci sia musica di qualità”. E’ vero? Sì e no. No, perché ci sono artisti – più o meno nuovi – molto bravi. E magari non li conoscete. Qualche nome: Il Pan del Diavolo, Sergio Marazzi, Luigi Mariano, Filippo Graziani, Alberto Bertoli. Eccetera (sì, eccetera). Dire che il cantautorato è morto, o che nulla c’è più da ascoltare, è una gran sciocchezza. Al tempo stesso, pensate all’ultimo gruppo che secondo voi resterà nella memoria. Non stiamo qui alludendo a chi ha appena indovinato un buon disco: alludiamo a chi durerà davvero nel tempo. I nomi, fatalmente, si assottiglieranno: Radiohead, Wilco, Sigur Ros. Tutta gente nuova, ma non nuovissima. Certo, potreste qui sparare Eddie Vedder, che anche solo per il duetto con Roger Waters in Comfortably Numb o per la colonna sonora di Into The Wild, meriterebbe dodici Nobel, ma mica parliamo di uno nuovo: Vedder e i Pearl Jam c’erano già quando per Kurt Cobain citare Neil Young non era l’anticamera del suicidio ma un approccio artistico. Vale lo stesso in Italia. Nulla di personale contro Motta, ma negli anni Settanta se ne sarebbero probabilmente accorti in pochi. Invece adesso si grida al miracolo, perché lo dice il Club Tenco e forse perché non pare esserci nulla di meglio. Idem per Calcutta, col rischio che tra pochi anni di loro non resterà poi molto più di quel che è rimasto di Vasco Brondi (bravo, ma oggi lo ascoltate ancora?). C’è, in giro e nella critica di settore, un gran bisogno di fare le nozze coi fichi (e coi talenti) secchi. Non è passatismo: è la mera realtà dei rolling-stonesfatti. Diceva Goethe: “La vita è troppo breve per bere vini mediocri”. Nulla di più vero, e vale anche per la musica. Come pure per la letteratura. Non si capisce perché io debba perdere tempo a farmi piacere per forza un cantante “giovane”, se posso godere come un riccio con Darkness On The Edge Of Town di Springsteen, Alchemy dei Dire Straits, Graceland di Paul Simon o Sodi Peter Gabriel. Si è qui volutamente citato opere tra Settanta e Ottanta, perché se avessimo preso l’interregno tra Sessanta e Settanta sarebbe stato troppo facile: basta la tetralogia dei Led Zeppelin, o uno Sticky Fingers degli Stones, per uccidere qualsiasi teorico paragone col presente. C’è più talento in una nota qualsiasi di Obscured By Clouds, disco “minore” per antonomasia dei Pink Floyd, che in tutta la discografia di qualsiasi artista di oggi. Ci sono contemporaneità che alimentano talenti e altri no, così come ci sono tempi in cui Pelè ha una “elle” sola e altri che ne hanno due. Per questo e per mille altri motivi, se a fine 2016 un assolo di Jimi Hendrix, Duane Allman, Eric Clapton, Jeff Beck, Ry Cooder o Stevie Ray Vaughan ci emoziona più di qualsiasi gorgheggio odierno, non rompete troppo le scatole: ognuno ha la contemporaneità che si merita, ma nella musica – per fortuna – le fughe all’indietro sono consentite. Più ancora: caldamente consigliate. (Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2016)

Eppure Bertoli canta ancora

schermata-2016-10-18-alle-08-49-21 De Gregori era troppo ermetico, Baglioni proprio non gli andava giù e Vecchioni pure. Di Battisti non sopportava i testi di Mogol, e poi Lucio esagerava con le tonalità in minore. Proprio come Pino Daniele. Persino Mozart, un po’ per scherzo e no, per lui era uno che “ha fatto due pezzi e poi si è limitato a copiare se stesso”. Era difficile piacere a Pierangelo Bertoli. Edmondo Berselli si divertiva a raccontare che gli piacessero solo Beatles, Sinatra e se stesso. Leo Turrini, che di Berselli era amico e di Bertoli conterraneo, non si è divertito di meno nel raccogliere i ricordi di Marco Dieci, musicista sopraffino, per decenni chitarrista, pianista e soprattutto amico di Pierangelo. E’ un bel libro a partire dal titolo, “Eppure Angelo canta ancora”, quello che hanno firmato per Incontri Editrice. Contiene il cd “Del Volt”, documento inedito di un concerto tenuto nel 2000 al Teatro Carani di Sassuolo. Come spesso capita, il libro è nato per caso: da una chiacchierata che si è prolungata e che non poteva restare privata. Le cose che Dieci aveva da dire erano troppe, e troppo belle.
Mangiapreti come pochi, di sinistra come pochi, rigoroso come pochi. Bertoli era così. Anche per questo, forse, a quattordici anni dalla scomparsa è ricordato tanto. Sì. Però non abbastanza. Nella triste classifica dei cantautori in attesa di riscoperta definitiva, se la gioca al ballottaggio con Ivan Graziani. Benché fermamente agnostico, Bertoli aveva un’idea “sacra” del cantautore, in qualche modo paragonabile a quella di Fabrizio De André, uno dei pochi – non a caso – che diceva di stimare davvero. E’ Dieci, in questo libro-intervista, a ricordare la sua concezione di artista: “Per lui il cantautore, etichetta di moda all’epoca, o era davvero impegnato sulla carne viva della società o tale non era. Nella sua filosofia, il cantautore era l’antenna di una comunità. Aveva l’obbligo di percepire il cambiamento, anticipandolo. Poi l’interpretazione del mutamento era libera, ma o ti buttavi nella mischia o non gli interessavi”. Ovvio che, partendo da questa visione così rigida (e così utopica), di colleghi ne salvasse pochi. Attenzione però a immaginarlo altero: si concedeva parecchio, anzitutto agli artisti in cerca di gloria (o anche solo di una strada). Su tutti Ligabue. Non appena lo ascoltò, quando lo conoscevano solo a Correggio, si impuntò fino a quando non lo condusse al successo. Andò proprio in fissa, direbbe il Liga. Lo ha scoperto a tutti gli effetti lui. Si è parlato di una successiva ingratitudine di Ligabue, ma Dieci un po’ glissa e un po’ – soprattutto – ricorda come il rocker volesse cantare un brano proprio con Bertoli nel 2000: “Luciano aveva da poco perso il padre. Come tutti elaborava il lutto riflettendo sul senso della vita, lo scorrere del tempo, la malinconia che ci assale quando ci rendiamo conto di essere esposti a mutamenti che non possiamo contrastare. E stava preparando una canzone da incidere insieme a Bertoli. (..) Si sentirono al telefono e fu un dialogo molto intenso, sincero. Il brano si intitola Le cose cambiano, il progetto andò avanti ma poi Angelo si ammalò e non ci fu più il tempo. Comunque Le cose cambiano è stata poi incisa da Alberto, il figlio di Angelo”. Dieci racconta un sacco di cose, e chissà quante altre potrebbe raccontarne. Gli inizi a Milano, la militanza nella sinistra extraparlamentare, l’esperienza tutta sassolese di Roca Blues. L’autoritratto indelebile di “A muso duro“. La perfezione di “Eppure soffia”, che colpì sin dall’inizio Adriano Celentano. Il Molleggiato voleva cantarla, attratto anche dalla matrice ecologista ante litteram del brano, ma poi cambiò idea perché voleva essere il primo a farlo e non limitarsi a una cover. E invece Pierangelo l’aveva già incisa. Nel libro c’è anche Francesco Guccini, che volle Bertoli e i suoi musicisti come apripista per un concerto nel 1977. Ed ecco poi l’aneddoto prodigioso di Vasco, che aprì a sua volta un’esibizione di Bertoli: “Eravamo verso la fine degli anni Settanta e Rossi aveva ottenuto la prima notorietà con Albachiara. Noi eravamo in tour, dovevamo esibirci a Lido di Spina e il gruppo che cantava prima di noi era quello di Vasco”. Altri tempi, quando i cantautori erano percepiti come profeti. Poi il riflusso degli Ottanta. Tutto si fece più complicato. Bertoli capì subito che Il pescatore era una canzone molto forte, anche se il famoso duetto con Fiorella Mannoia avvenne a distanza: la seconda registrò la sua parte senza neanche incontrare Bertoli. Soltanto dopo sarebbero diventati amici. Per quelle strane curve del destino, Bertoli avrebbe trovato la consacrazione nazionale nel contesto a lui più distante, ovvero Sanremo. Eppure, e giustamente, Spunta la luna dal monte resta uno dei suoi brani più celebri.
Bertoli ha avuto molteplici intuizioni, non tutte così note e riconosciute. Ha per esempio puntato sulla forza del dialetto ben prima che De André ne intuisse la portata con Creuza de mà. E ha anche anticipato Tangentopoli con Italia d’oro, portata pure quella a Sanremo. Aveva poi una voce incredibile. Dieci ricorda: “Alfredo Cerruti, che era il manager della CGD quando Angelo incideva per loro, insisteva sempre: ma perché non canti brani d’amore? Tra l’altro Angelo sapeva farlo magnificamente, pensa a Per dirti t’amo, un classico del suo repertorio più antico. Lui commentò la richiesta così: certo che mi vogliono per pezzi sentimentali, in un paese dove è andato primo in classifica Alan Sorrenti con Tu sei l’unica donna per me, con quel suo timbro di voce!”. Bertoli ha scritto anche un inno della Juventus, rimasto però semiclandestino. Ne 1982 doveva volare a Nashville. Un’idea di Caterina Caselli, tra i primi a credere in lui: “La CGD aveva un contatto con gli ambienti di quella mitica città e Angelo era affascinato dalle suggestioni, era eccitato da una esperienza che avrebbe portato lui, cantante dell’Emilia profonda, alle radici del country, che tanto avevano influenzato straordinari artisti americani”. Non se ne fece nulla.
Marco Dieci, che ora suona spesso con Alberto, il figlio di Pierangelo, ripensa a fine libro a quella amicizia: “Angelo aveva una matrice molto sassolese, possedeva una schiettezza che talvolta sconfinava nella ruvidezza. Ma era sincero, non nascondeva nulla”. Dalle sue canzoni si capiva. Si capisce ancora. (Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2016)