Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
ottobre: 2017
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Elogio ulteriore del pupillino cherubino Shapovalov

Schermata 2017-08-12 alle 03.34.38Sono le ore 3.12 italiane e Denis Shapolavov ha appena battuto Mannarino, qualificandosi con ciò – poco più che 18enne – al Masters 1000 di Canada. Ho visto la partita in diretta, preferendola alla finale di canasta con Tony Binarelli e la Madia, e questo (lo capite ben) dice già molto. I suoi connazionali canadesi stentano a crederci: hanno da tempo Raonic nei top ten e pure Pospisil ha fatto qui semi, ma Shapovalov è proprio un’altra cosa. Molto più forte del secondo, molto più divertente del primo (ci vuol poco: anche una mietibatti è più divertente di Raonic). Al primo turno il pupillino cherubino Denis ha salvato quattro match point a Dutro Silva e ora si ritrova in semifinale dopo avere battuto – sempre in rimonta – Del Potro, Nadal e Mannarino: il tennis è proprio strano.
Il match con Mannarino è stato forse il più difficile. Era il primo in cui Denis aveva qualcosa da perdere, partendo “quasi” da favorito. Il francese a inizio torneo lo sovrastava di 101 posizioni (42 a 143), ma alla vigilia l’entusiasmo era tale che l’underdog sembrasse il transalpino: errore, perché Mannarino attraversa un ottimo momento di forma. Shapovalov ha cominciato malissimo, andando sotto 0-4 e annullando più volte lo 0-5 con un game chilometrico al servizio. Ha poi perso il set 2-6, ma quell’1-5 è stato fondamentale perché lo ha  se non altro ridestato un po’. Nel secondo set, sul 3-2 Denis senza break, altro momento chiave: breve interruzione per pioggia. Nei dieci minuti e poco più di pausa Mannarino si è un po’ smarrito. E l’altro – il Pupillino Cherubino – è salito di tono. Di tono e di entusiasmo. Vinto il secondo set 6-3, Shapovalov ha vissuto il terzo momento chiave: andato avanti di un break sul 2-1, con il servizio e 30-30 ha sbagliato una volée (una delle tante) in maniera indecente. Controbreak, 2-2, e poi 3-2 Mannarino. Un giocatore meno solido mentalmente – Fognini, Dimitrov, Kyrgios, eccetera – si sarebbe spento: lui no. Ha servito ancora meglio. Ha spazzato le linee. Ha breakkato ancora Mannarino (vagamente menomato e sicuramente frustrato) al nono gioco. E ha chiuso c6-4. Apoteosi. Stasera verrà macellato, vilipeso e spolpato – sangue ovunque – in semifinale dal dittatore in pectore del tennis futuro, il segaligno ariano-sovietico Zverev (mentre scrivo deve ancora giocare con il plumbeo sudafricano Anderson), ma chi se ne frega: il Pupillino Cherubino avrà ogni tanto il tempo e il modo di rifarsi, nelle 378 sfide che lo vedranno d’ora in poi opposto al kaiser 20enne.
Shapovalov sa già essere esaltante. Ci saranno next gen che vinceranno più di lui, lo so bene, ma tra i giovani (diciamo dai classi ’95 in poi) come spettacolo è secondo solo al miglior Kyrgios (e “miglior Kyrgios” è ormai spesso un ossimoro, porca miseria).
Note dolenti del Pupillino Cherubino: il servizio è migliorabile, la percentuale di prime è bassa e i doppi falli (anche nei momenti chiave) sono troppi. Denis è poi davvero surreale a rete: ci va quando deve, d’accordo, ma lì si fa prendere dal terrore e a quel punto sembra un Nardella qualsiasi. Note sommamente gaudiose del Pupillino Cherubino: tutto il resto. La sua capacità di variare ritmo è incredibile, come pure i cambi di direzione. Sublime il suo feticismo per i lungolinea. Un maglio garbatamente efferato il dritto. Un incanto inesausto il rovescio a una mano: nel terzo servizio, sotto 3-4, ha fatto un passante incrociato pazzesco di rovescio, in scivolata e schiena alla rete. Paz-ze-sco). Vi è poi in lui una grande forza mentale, nonché una istrionica propensione a caricarsi con il pubblico e una dimensione gladiatoria iridescente. Anche le sue esultanze hanno un che del primo Nadal: gioiamo tutti.
Con questo risultato, Shapovalov entrerà lunedì nei primi 70: prima del torneo era 143. La crisi – spero non definitiva – del pupillo pazzo Kyrgios mi aveva gettato nello sconforto: non credo che saprei farmi bastare i Thiem, i Donaldson e i Kachanov (che mi piacicchiano, sì, ma i cortei li faccio per altri). Fortuna che c’è Shapovalov, il Pupillino Cherubino che ne perderà tante, e sarà lunatico il giusto, ma quando entrerà in modalità “sicumera crassa” porterà in dono lo spettacolo vero. Sia dunque Lode: per ora media, si spera un giorno inesausta.

Elogio di Shapovalov (e riflessione sui next gen)

Schermata 2017-08-11 alle 09.25.09Sia lode: è forte quanto speravo. Denis Shapovalov ha battuto qualche ora fa Nadal, 7-6 al terzo, negli ottavi di finale del Masters 1000 di Montreal. Essendo canadese, giocava più o meno in casa. E’ nato nel 1999 ed è il più giovane dei “next gen”. Già così è dentro i 100, a poco più di 18 anni, e stasera non è certo chiuso con Mannarino. Potrebbe trovare in semifinale Alexander Zverev, più “vecchio” di due anni e già top ten e fortissimo, sicuro numero 1 al mondo (come Thiem?) nel prossimo futuro: la sfida Zverev-Shapovalov si ripeterà spesso. Un anno fa, dopo la vittoria di Djokovic al Roland Garros, scrissi che l’auspicato (da me) ricambio generazionale sarebbe stato rallentato dalla dittatura livida, efferata e sanguinosa del Dittatore serbo. Sbagliai, con mia somma gioia, perché da allora il feroce robottino ha cominciato a perdere con agio. Non sbagliai però sul rallentamento del ricambio generazionale, limitato prima da Murray (bleah) e poi dalla rinascita di Federer e Nadal. Ora è lecito credere che, dal 2018, gli Slam non saranno più cosa dei soliti quattro, con qualche eccezione (Wawrinka, Cilic). Molti ventenni stanno arrivando, o sono arrivati. Quest’anno (a Milano) ci sarà persino la prima edizione del Masters Next Gen, i migliori otto tennisti dell’anno nati dal 1996 in poi, con regole assurde: set a 4, niente vantaggi, etc. All’interno di questa galassia, il mio preferito è Kyrgios, classe (tanta) 95, ma profondamente scellerato, stupido, nichilista e con un fisico fragilissimo (anche perché male allenato). Se bastassero talento e spettacolo sarebbe il nuovo Fenomeno, ma non bastano. Zverev è un pennellone segaligno nato vincente: non fa impazzire mai, non lo detesti mai. Sta lì, a metà del guado. Vincerà tantissimo. Altri cavallini su cui puntare con sicurezza, e limito il raggio dai classe ’95 in poi togliendo quindi il già affermato Thiem, sono Kachanov (notevole randellatore), Medvedev, Rublev, Cheung. Da valutare nel tempo gli americani Tiafoe, Fritz, Opelka (Isner 2 La Vendetta) e Paul. Più sicuro il futuro dell’altro statunitense Donaldson. Kokkinakis è pazzo quasi quanto Kyrgios, ma darà segno di sé (gli australiani hanno anche Santillan). Il croato Coric è forte, ma anche molto altalenante. Non mi dispiace il norvegese Casper Ruud. Diventerà molto forte l’austriaco Ofner, che però è davvero brutto. Conosco poco, per ora almeno, Escobedo, Bublik, Tsitsipas e Halys. Gli italiani possono sperare in Berrettini. Tenetevi stretto Shapovalov. E’ l’altro mio preferito con Kyrgios. I pallosi del politicamente corretto lo massacrarono perché, per disgrazia, un anno fa dopo un errore colpì con rabbia la pallina e quella andò a beccare proprio in un occhio il povero giudice di sedia. Shapovalov venne giustamente squalificato, ma fu un umanissimo (per quanto odioso) scatto di rabbia. Nato a Tel Aviv da genitori russi, nazionalità canadese. Ha vinto Wimbledon juniores un anno fa e, in doppio sempre juniores, gli Us Open 2015 (e finalista a Wimbledon 2016). Come insegnano i casi Nargiso e Quinzi, far bene a Wimbledon nei juniores non è di per sé indice di fenomeno assoluto: lui, però, è bravo sul serio. Come lineamenti è uguale a Danny Rayburn da giovane, il protagonista della serie tivù Bloodline. A livello tennistico è splendidamente anacronistico, con quel rovescio a una mano così fuori tempo per un diciottenne. Mancino, ottimo servizio. Gran dritto, rovescio sontuoso con movimento aperto e “teatrale”, alla Gasquet o Youzhny (più che alla Wawrinka). Alto, magro, senza punti deboli evidenti. Non disdegna il gioco a rete, dove se la cava ma può – e deve – migliorare. Capello lungo, gioca quasi sempre con il cappello girato all’ingiù. Nella notte ha battuto un Nadal che, se fosse arrivato in semi, sarebbe tornato 1 al mondo: il maiorchino non gli ha regalato nulla. Nel terzo set il giovane canadese sembrava spacciato. Ha annullato sei palle break (mi pare) e nel tiebreak finale è andato subito sotto 0-3: pareva spacciato, invece l’ha girata con grande bravura. Attenzione: nel turno precedente aveva battuto Del Potro, che su queste superfici è particolarmente temibile anche se non al top. Shapovalov poteva uscire al primo turno, quando ha annullato addirittura quattro match point a Dutra Silva. Con Mannarino – in stato inspiegabile di grazia – è favorito, sempre che regga di testa. Domani invece, con Zverev, partirebbe in svantaggio. Ma è una sfida che, come detto, avremo modo di vedere più volte. Non perdetelo di vista: è forte, temo non quanto l’ariano-sovietico Zverev ma è forte, e pure (quel che più conta?) divertente.

I tortellini di Sara Errani

Schermata 2017-08-07 alle 20.02.51Sara Errani, esempio encomiabile di abnegazione in grado di issarsi a numero 5 del ranking nonostante il fisico minuto, il servizio improponibile e il gioco soporifero, è stata squalificata ieri per due mesi: doping. Il 16 febbraio scorso, un suo campione di urina è risultato contenere letrozolo, “un inibitore dell’aromatasi incluso nella sezione S4 (stimolatori ormonali e metabolici) della lista 2017 delle sostanze proibite dalla Wada”. Così si è espressa la Federazione Internazionale di Tennis. La Errani è stata avvertita il 18 aprile e ha prontamente ammesso di aver commesso la violazione delle norme antidoping. La Federazione Italiana Tennis si è schierata dalla sua parte. La Errani dovrà anche rinunciare ai punti (e ai soldi) ottenuti dal 16 febbraio al 7 giugno 2017, data della sua successiva prova negativa. Poco male: quest’anno ha vinto poco e nulla, infatti era uscita dalle prime 100 salvo rientrarci giusto ieri (98). Sara Errani ha 30 anni. Nel tennis maschile sono tanti gli over 30 che ottengono risultati impensabili, ma in quello femminile no. Ricordava ieri Ubaldo Scanagatta, che con la tennista si è scornato spesso per via di caratteri non proprio accomodanti: “N.5 del mondo, finale e semifinale a Parigi, semifinale e quarti all’US Open, quarti in Australia, 9 tornei vinti, 10 finali in singolare, 5 trionfi Slam in doppio al fianco di Roberta Vinci e n.1 mondiale di specialità nella quale ha vinto 25 tornei (..) Da un bel po’ Sara è entrata in crisi, una crisi sempre più pesante di risultati e di fiducia, se si pensa che aveva chiuso il 2013 a n.7, il 2014 a n.15, il 2015 a n.20, il 2016 a n.50”. In quella cloaca neuronale che sono sempre più i social, ieri la Errani era accusata di essere juventina e “quindi” dopata: un sillogismo granitico. Altri ricordavano una sua intervista di due anni fa, in cui chiedeva la squalifica a vita per chi si macchiava di doping. E c’è stato chi ha ricordato una sua ipotetica “collaborazione” con Luis Garcia del Moral, il medico spagnolo implicato nello scandalo doping riguardante Lance Armstrong e non solo: in realtà la Errani andò da lui a Valencia per un consulto cardiaco, cosa non certo vietata. La squalifica è leggera perché la Errani è incensurata e perché si è creduto al dolo involontario. Come per il “bacio alla cocaina” di Gasquet. Il farmaco assunto dalla Errani viene usato da chi è in menopausa e ha avuto tumori al seno: non certo il suo caso. E allora perché era nelle sue urine? Colpa dei tortellini. In attesa di parlare domani, la Errani ha scritto su Twitter: “Colpa di un medicinale che mia madre assume dal 2012: l’unica ipotesi è una contaminazione del cibo. Sono molto arrabbiata, ma so di non aver fatto niente di male”. Ed ecco quindi la tesa difensiva, a cui ha creduto la Itf: la Errani avrebbe assunto il letrozolo in maniera accidentale, mangiando i tortellini in brodo che le aveva cucinato mamma Fulvia, che assume dal 2005 un farmaco antitumorale (il Femara) contenente letrozolo. Il farmaco sarebbe finito accidentalmente sul piano di lavoro durante la preparazione del pasto, contaminando il cibo e “dopando” involontariamente la figlia. La congrega degli “squalificati a loro insaputa”, a cui si è iscritta da ieri la Errani, vanta affiliati illustri. Mutu disse di aver preso coca per migliorare le prestazioni sessuali, Peruzzi che «il Lipopill ce l’ha dato mia madre (a lui e a Carnevale) per smaltire una cena troppo generosa cucinata da lei dopo la gara con il Benfica». Bucchi e Monaco diedero la colpa a “un’abbondante grigliata di carne di cinghiale”, Fernando Couto allo shampoo e Davids allo sciroppo. Leggendario il caso Borriello, punito con soli tre mesi grazie alle parole dell’allora fidanzata Belen Rodriguez: «Dopo un rapporto sessuale non protetto, Marco s’è preso la mia stessa infezione vaginale e gli ho consigliato di usare la crema al cortisone che il mio medico mi aveva prescritto». Per la Errani il danno agonistico è minimo, ma mediaticamente ne esce maluccio. Auguri. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 8 agosto 2017)

Elogio ragionato di Fognini, e pazienza per chi lo odia

Schermata 2017-08-01 alle 10.22.40Quando capita di parlare di tennis, e non capita poi spesso, si sente chiedere: “Perché non è più nato un campione dopo Panatta?”. Dopo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti, l’Italia non ha più avuto top ten. Mentre il tennis femminile toccava apici imprevedibili con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, quello maschile non dava granché segno di sé. Dopo Barazzutti, non sono stati molti i tennisti con un livello potenziale da top ten. Forse Paolo Canè, però troppo incostante e capitato in un momento storico dal livello medio elevatissimo. Di sicuro Camporese, fortissimo sul veloce nel biennio 1991-92 ma un po’ pigro e ancor più sfortunato. Gaudenzi e Furlan, entrambi top 20, hanno tratto il massimo dalle loro carriere. E così anche Seppi, encomiabile mediano della racchetta. Non ci sono campioni all’orizzonte, solo onesti e volitivi professionisti. L’unico che, se volesse, potrebbe intrufolarsi tra i top ten è Fabio Fognini. Ci è andato vicino nel 2014, quando era 13 (miglior risultato italiano dai tempi di Barazzutti) ma poi sbagliò tutto nei mesi successivi, nonostante tabelloni non impossibili. Forse è stata l’ultima occasione e forse no. Dopo un appannamento nel 2015 e inizio 2016, coinciso peraltro con la clamorosa vittoria in doppio (con Bolelli) degli Australian Open, Fognini sta avendo il merito – complice il nuovo allenatore Davin – di tornare ad alti livelli. Ha trent’anni, l’età giusta per i tennisti italiani che maturano quasi sempre più tardi degli altri. La paternità sembra avergli dato un barlume di serenità. L’unica parziale lacuna tecnica è il servizio: buono, non buonissimo (e questo, spesso, fa la differenza in negativo). Domenica ha vinto a Gstaad il suo quinto torneo (tutti sulla terra rossa). Come Barazzutti. All’attivo ha anche otto finali perse. Come Barazzutti. Uomo dalle grandi imprese e dalle rovinose franate. Ciclicamente protagonista di sclerate furibonde, è per questo detestato dai feticisti del politicamente corretto. Eppure Fognini non ha mai voluto essere un “esempio”: gioca per se stesso, si comporta giustamente come gli pare e se sbaglia è lui il primo a pagarne le conseguenze. Ieri è risalito alle 25esima posizione. Potrebbe salire ancora. Quest’anno ha dimostrato di essere competitivo anche sul veloce (semifinale a Miami). Ha più volte battuto Nadal, che lo soffre oltremodo. Vale anche per Murray, che Fognini ha divelto in Davis (la sua partita perfetta) e che poteva battere tanto alle Olimpiadi quanto allo scorso Wimbledon. Purtroppo gli basta quasi sempre uno scambio “sgradito” per spegnersi. Chi lo conosce sa che, in privato, ha ben poco di maledetto: è solo uno che, quando gioca, concepisce l’agone come un proscenio sublime ma pure uno sfogatoio putribondo. Quattro anni fa, opposto al monocorde iberico Montanes, Fognini si inventò una partita assurda. Roland Garros, ottavi di finale. Quinto set. Sul 6-7 15-30 e servizio, accusò prima un crampo e poi un mezzo stiramento. Continuò. Giocò da fermo o quasi: solo errori e vincenti. Si fece chiamare cinque falli di piede, salvò tre match point, vinse non si  sa come 11-9. Il giorno dopo neanche scese in campo e si ritirò: quella propaggine epica aveva peggiorato l’infortunio. Infatti fu costretto a fermarsi per un mese. Fognini è così: un incosciente scapestrato da tutto o niente, che prima ami e un attimo dopo detesti. La sua carriera è piena di partite oscene e capolavori veri. C’è chi lo odia: liberi di farlo. Se però vi capita di vederlo giocare in tivù, fermatevi a guardarlo: di sicuro, nel bene e nel male, non vi annoierete. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 1 agosto 2017)

Steve Rogers ha suonato l’ultima volta

Schermata 2017-08-01 alle 10.19.52Non è esagerato affermare che, senza di lui, Vasco non sarebbe stato fino in fondo Vasco. Guido Elmi, storico produttore di Rossi, è morto ieri a 69 anni. Negli ultimi mesi appariva molto “stanco”. Così lo hanno ricordato tanto Vasco quanto Red Ronnie. Entrambi lo conoscevano molto bene e – del resto – Elmi non aveva mai neanche ipotizzato l’idea di invecchiare. Superati i quaranta e poi addirittura i cinquanta, raccontava agli amici di sentirsi smarrito perché alle prese con uno scenario non contemplabile negli Ottanta. Ha cominciato a produrre Vasco dal quarto disco, Siamo solo noi (1981), e poi in studio c’è sempre stato a parte Liberi liberi, quando lui e la Steve Rogers Band ruppero momentaneamente col Blasco. Steve Rogers era il suo soprannome: così, a inizio carriera, firmava le prime produzioni. In realtà Elmi c’era anche nel precedente Colpa d’Alfredo. Anno 1980: Elmi chitarra e percussioni, Maurizio Solieri chitarre, Massimo Riva al tempo solo ai cori, Gaetano Curreri tastiere. La Steve Rogers Band cominciò a seguire Rossi proprio dal Colpa d’Alfredo tour. Furono loro ad accompagnarlo a Domenica In. Vasco cantò Sensazioni forti, canzone che teorizza il diritto di “godere” a qualsiasi costo. Qualcuno non la prese bene. Nantas Salvalaggio, su Oggi, definì tra le altre cose Vasco “ebete, cattivo e drogato”. Il cantante, che da quell’evento trasse più che altro pubblicità, si vendicò citando Salvalaggio in Vado al massimo: “Meglio rischiare che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”. Così ieri Vasco su Facebook: “Guido se ne è andato improvvisamente… era molto stanco. Io sono molto triste. Una consolazione è che ha fatto in tempo a partecipare, vivere e vedere la grande festa di Modena Park ! Wiva Guido!”. Elmi era una miniera di aneddoti, un professionista vero e un sopravvissuto consapevole. Il giro armonico di Brava Giulia è suo e pure quello di Bollicine. In qualche album di Vasco lo trovi a suonare cembalo e conga. Ha prodotto anche Alberto Fortis, Skiantos, Marco Conidi (l’opposto di Vasco) e Massimo Riva, anche lui Steve Rogers Band e anche lui amico fraterno di Rossi, scomparso a 36 anni nel 1999. Elmi, nato e morto a Bologna, ha vissuto per un po’ nello stesso pianerottolo di Lucio Dalla. A metà degli Ottanta, vittima degli eccessi, rischiò di andarsene e scomparve qualche mese per ritrovare se stesso. Insisteva spesso su questo suo essersi salvato, chissà come e chissà perché. Era davvero incredulo: la vecchiaia non l’aveva proprio mai contemplata. Era un re delle scalette e conservava da qualche parte la ricetta infallibile per il concerto perfetto: per questo, in tanti, gli chiedevano ancora consigli. Due anni fa ha inciso quasi di nascosto l’unico disco col nome vero: un lascito, un testamento. E’ un bel disco, assai più dalle parti di Cohen che di Vasco. Prima di cantare, ogni volta, si fumava venti Malrboro rosse per avere la voce roca al punto giusto. Così per ogni brano. Fino alla fine. (Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2017)

La progressiva scomparsa del numero 10

Schermata 2017-07-31 alle 15.33.53Dandoci una di quelle notizie dopo le quali non sei più lo stesso, il coerente Federico Bernardeschi ci ha fatto sapere di avere scelto la maglia numero “33” perché è religioso. Buono a sapersi, anche se la motivazione non è esattamente chiarissima. Se la scelta cabalistica dipende da motivi mistici, perché allora non scegliere il “3” come la trinità o il “12” come gli apostoli? Boh. La Storia se lo chiederà a lungo, Se cavesse potuto, Bernardeschi avrebbe scelto eccome la maglia numero “10”: quella più affascinante, quella (forse) per lui più naturale. E’ stata la Juventus a imporgli un’altra scelta, conscia di come quel numero sia più pesante degli altri. Lo patì pure Pogba, che dopo stagioni esaltanti fu premiato con la “10” ma, durante un derby, ci scarabocchiò sopra un “+5” per riprodurre il vecchio e amato “6”: “1+0+5” (anche se il primo “+” non c’era, quindi quel“10+5” teoricamente rimandava a uno strano “15”). Dopo Del Piero e Tevez, meglio evitare: ne sa qualcosa anche Dybala.
Bernardeschi è uno che, quando parla, non mente mai. Neanche troppo tempo fa, disse: “Sarebbe stato difficile andare alla Juventus dopo 11 anni di settore giovanile viola. Spero di diventare un simbolo con questi colori. Per me viene prima la Fiorentina, poi Bernardeschi”. E’ stato di parola, più o meno come Higuain e Bonucci. Chi si stupisce di quanto un calciatore sia banderuola è però fuori tempo: il calciatore è un professionista mercenario che, come tale, va dove gli pare. Nessun problema. Basterebbe solo parlare di meno. E’ invece significativa questa penuria di “10” veri. La Juventus non ce l’ha, ma non è certo la sola. Dopo l’addio di Francesco Totti, alla Roma passeranno anni e forse decenni prima che uno abbia il coraggio di indossare quella maglia. Anche il Milan era orfano del “10”. I numeri rossoneri ritirati sono il “6”, in onore di Franco Baresi, e il “3”, pensando a Paolo Maldini. Ora toccherà al nuovo arrivato Calhanoglu, ma l’unico numero che ha fatto litigare (Bonucci e Kessie) è stato il “19”. Sono lontani i tempi di Gullit, Savicevic, Boban e Rui Costa. Quest’ultimo diede il meglio di sé con la Fiorentina, società dalla nobilissima tradizione di fantasisti. Infatti Bernardeschi era stato visto come erede di Giancarlo Antognoni, lui sì fedele fino alla fine: a qualsiasi costo (e furono tanti). Erano “10” viola anche Roberto Baggio, che Bernardeschi sogna di emulare, e appunto Rui Costa. Il Napoli, dopo Maradona, ha ritirato quel numero nel 2000. In Ungheria lo ha fatto anche la Honved: dopo Puskas, nessuno mai. Tornando in Italia, non ci saranno più “10” nell’Empoli: l’ultimo è stato Tavano. All’Inter lo scorso anno il numero “10” era Jovetic, anche lui ex Fiorentina. Poi però è andato al Siviglia a gennaio e, una volta tornato (per ora) all’Inter, ha scelto la maglia numero 8. Pare che quest’anno la indosserà Joao Mario.
Qualche altro numero 10, in serie A, ci sarà: Papu Gomez nell’Atalanta, Felipe Anderson nella Lazio, Ljajic nel Torino, Ciciretti nel Benevento, Destro nel Bologna, Joao Pedro nel Cagliari, Matri nel Sassuolo, Floccari nella Spal, De Paul nell’Udinese, Cerci nel Verona. Di questi, i “veri” 10 non sono molti: di sicuro Papu Gomez e Ljajic, probabilmente anche De Paul. Calhanoglu dovrà dimostrarlo. Joao Mario è al limite. Cerci e Felipe Anderson sono “troppo” esterni per essere ritenuti “10” classici. A oggi, almeno in Italia, la maglia numero “10” è concepita in due modi. In alcuni casi va a punte vere e proprie (Destro, Matri, Floccari), a conferma di come per tanti sia diventato un numero come tanti. Più spesso è percepito – all’opposto – come numero troppo pesante, e infatti le prime tre classificate della scorsa stagione (Juve, Roma, Napoli) non hanno numeri “10”. Meglio evitare: per non alimentare aspettative, per non fare figuracce. Per mettere in partenza il silenziatore alla fantasia. (Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2017)

Quando va tutto male e non hai colpe: storia breve di Valdir Peres

FullSizeRender (13)Povero Valdir Peres, il portiere stroncato da una tripletta irripetibile e da un paese che tende sempre a sovradimensionare il calcio. E’ morto ieri a 66 anni per un infarto. Forse il suo cuore non ha potuto reggere alla grandine di ferocia piovutagli addosso in 35 anni vissuti da reietto. Di lui, dopo il 5 luglio 1982, si sa poco. Un finale di carriera decoroso, qualche esperienza da allenatore. Poche interviste. Una vita da sopravvissuto: da mai perdonato. Ieri Calciomercato.com titolava: “Addio a Valdir Peres, il portiere più odiato dai brasiliani”. Ma non è esatto: a Valdir Peres, vero nome Waldir Peres de Arruda, è stato negato anche il diritto di primeggiare nell’odio generato. E’ stato riserva anche in questo: il secondo portiere nella formazione dei brasiliani più detestati. Impossibile raggiungere Moacyr Barbosa, ritenuto colpevole della finale mondiale buttata via nel 1950. In casa, contro l’Uruguay. Valdir Peres non è stato “il più odiato” perché nella sua esistenza non c’era alcun anelito a primeggiare e perché fu “solo” uno dei protagonisti di una sconfitta non in una finale, ma “in uno strano interregno tra girone eliminatorio e semifinale. Spagna 82. Stadio Sarrià di Barcellona: lo hanno demolito vent’anni fa, come fu demolita la carriera di Valdir Peres. Per i brasiliani fu la Tragedia del Sarrià, per noi un capolavoro inspiegabile. Quel Brasile era mirabile, ma era come la grappa: testa e coda non erano certo paragonabili a una quantità di talento smisurata. Soprattutto a centrocampo. Era il “futbol bailado” di Telè Santana, poi progressivamente abbandonato proprio per colpa di quella sconfitta. Era il Schermata 2017-07-25 alle 11.35.24Brasile di Zico, di Falcao, di Socrates, di Eder, di Junior, di Cerezo. Aveva vinto tutte le partite precedenti e con l’Italia sarebbe stato sufficiente un pareggio, ma non era squadra da calcoli. La Seleçao pagò anche quell’approccio, tanto meravigliosamente estetizzante quanto concretamente scellerato. La testa era Serginho, centravanti per nulla all’altezza dei compagni. La coda era il portiere, cioè Valdir Peres, spelacchiato come la sua nemesi fortunata Taffarel, che dodici anni dopo si sarebbe vendicato eccome con l’Italia. Secondo portiere ai Mondiali del 1974 e 1978 dietro Leao, promosso con merito nell’82. Aveva 31 anni e ne dimostrava 89. Era la sua grande occasione e andò tutto male. Malissimo. Già alla partita inaugurale, contro l’Unione Sovietica, esordì con una papera marchiana. Socrates ed Eder ribaltarono il risultato. Il Brasile rullò tutti gli avversari successivi fino all’Italia. La stampa carioca scrisse che era il Brasile più bello di sempre, che Valdir Peres aveva i riflessi di una scamorza ma che quel Brasile poteva comunque fare a meno anche del portiere. Poi arrivò la tripletta di Paolo Rossi, fino a quel giorno disastroso, e tutte le colpe caddero su Valdir Peres. Anche se, di colpe specifiche, quel 5 luglio 1982 ne ebbe poche. Da allora non è più stato convocato in Nazionale. Non era un portiere straordinario, ma neanche un bidone. Negli anni Settanta, con il San Paolo, aveva vinto tutto. Quattro campionati paulisti, una Copa do Brasil, un titolo nazionale. Nel 1975, primo portiere a riuscirci, vinse il Pallone d’oro brasiliano (Bola de ouro). Nel 1978 fu protagonista nella finale del Brasileirao, forse il suo capolavoro. Tutto cancellato o quasi, come i colpi di coda post-Sarrià. Per esempio la vittoria del “Pernambucano” 1990 a 39 anni. Poco prima di smettere, anche se in realtà aveva smesso da tempo: lo avevano fatto smettere gli altri. Pablito. Il suo paese. Il destino. E altri demoni. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 25 luglio 2017)

La bellezza e le quattro vite di Roger Federer

Schermata 2017-07-18 alle 10.39.28Il campione che ha vinto tutto e ancora non gli basta, ha vissuto almeno quattro vite. La prima, da iconoclasta spensierato e fenomenale, che spaccava racchette, si tingeva i capelli come Mirko di Kiss Me Licia e poteva forse accontentarsi di vivere una carriera da Fognini molto più forte. Non si è accontentato. Giunse quindi la seconda vita, quella della dittatura livida e garbatamente efferata. Sangue ovunque degli avversari, ridotti a meri e spesso pavidi vassalli. Fu il tempo della dittatura algida: Federer, da potenziale Gilles Villeneuve, divenne un Prost che non sbagliava (quasi) mai. Un Michael Schumacher pressoché infallibile. Un talento inaudito, un genio totale, un fenomeno forse senza pari. Poiché però gli avversari non c’erano, o se c’erano marcavano quasi sempre visita, se eri uno spettatore neutrale – e non un fan di strettissima osservanza – qualche sbadiglio veniva. Come quando ascolti un disco dove non c’è una nota fuori posto o come quando guardi una donna bellissima, che ti appare così perfetta da risultare per contrasto fredda. Troppo fredda. Ecco allora che, con mite inesorabilità, giunse la terza vita. Rafael Nadal costrinse Federer a scoprire una cosa che neanche concepiva, al punto da piangere infantilmente quando capitava: la sconfitta. Spesso Roger ci perdeva per motivi poco tecnici e molto freudiani, quasi che Rafa – prim’ancora che tennista – fosse kryptonite iberica ideata a sua misura. Così, pur continuando a vincere, Federer non fu più dittatore. Gli storici, sul pianeta Terra come su Plutone, chiameranno quella fase “autunno del patriarca”. Sembrava il tramonto. sembrava. Quando nessuno ne avrebbe probabilmente avvertito il bisogno, il più che trentenne Federer ha deciso di migliorarsi ancora. Di non arrendersi. Di concepire, almeno, un ultimo colpo di coda epocale. Contro il tempo, contro gli infortuni: forse perfino contro la logica. Prima ha chiesto aiuto a Stefan Edberg, e solo per questo meriterebbe peana eterni. Poi si è affidato a Ivan Ljubicic, che da giocatore umiliava con sadismo sordo alla pietà. Nel mezzo Schermata 2017-07-18 alle 10.39.14c’è stato il suo annus horribilis: il 2016. Tutto è andato male. Capolinea? Non esattamente: di là dal tunnel, la quarta vita. Il presente. L’epifania. L’ottavo Wimbledon (ennesimo record) vinto due giorni fa è apparso addirittura normale: l’epica c’era, c’è e ci sarà, ma quando vinci triturando tutto e non lasciando neanche un set ai rivali, come aveva peraltro fatto il mese prima Nadal (un altro “ritornante” miracoloso) a Parigi, lo strapotere è tale che non viene quasi neanche voglia di esultare. Infatti, mentre il mondo esondava già di enfasi e retorica, lui ha reagito con umanissima incredulità. Se l’Australian Open di gennaio è stata impresa, il Wimbledon di domenica è stata “solo” constatazione di una natura agonisticamente divina. Nel bruttissimo tempo in cui Djokovic e peggio ancora Murray sembravano i più vincenti, rivedere Federer sul tetto di uno o più Slam non appariva un’ipotesi percorribile. Anche per chi scrive: che bello, a volte, sbagliare. Roger Federer ha vinto tutto: 19 Slam, 6 Tour Finals, 93 tornei, una Coppa Davis, due medaglie alle Olimpiadi (oro in doppio e argento in singolare). Non gli manca nulla, se non la fame di se stesso e dell’arte che ama. Su questo gli storici si divideranno, ma delle sue quattro vite le più belle ci sembrano – senza dubbio alcuno – la prima e l’ultima. Prima la follia non ancora irreggimentata, poi questa maturità che trasuda oltremodo incanto. Onore a te, Campione.
(Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 18 luglio 2017)

Vasco Rossi, l’emozione, le critiche e la storia

Schermata 2017-07-11 alle 15.27.43Umberto Eco sosteneva che i social (tra le altre cose) avessero dato voce a troppi cretini. Certo, c’erano anche prima: solo che, senza social, al massimo deliravano al bar. Nessuno se li filava. Adesso, invece, tocca leggerli. Sono in servizio permanente e, per colpa loro, toccherà più prima che poi smettere coi social. Peccato. Dieci giorni fa erano tutti a straparlare di Modena Park: da una parte chi esaltava Vasco, dall’altra chi trattava lui e la sua enorme combriccola come una manica di decerebrati. Per carità: se c’è chi mette in discussione la bravura di Saramago o dei Pink Floyd, figurarsi Vasco. Giusto dar voce a tutti: del resto, da quando Rondolino ha scritto in prima pagina su L’Unità (quando ancora esistevano entrambi), vale tutto. Ci dovrebbe però essere un limite alla cazzata, anche se tale limite manderebbe in galera buona parte di questo paese. Chi vi scrive non ha mai avuto Vasco tra i punti cardinali musicali, preferendogli i Gaber, i Bruce e altre decine di artisti senza i quali l’esistenza sarebbe solo una nardellata tristissima. Da qui però a trattarlo come un rincoglionito ce ne passa. In primo luogo, se dopo quarant’anni è ancora lì che riempie gli stadi e porta più di 220mila persone (paganti) in piazza, Vasco ha vinto a prescindere. Vuol dire che ha intercettato qualcosa, e quel qualcosa è la contemporaneità. Mentre Plinio87 si titilla con l’ultima messa laica di Motta e Gervasa94 cinguetta che non esisterà altro Dio all’infuori di Justin Bieber, Vasco è ben dentro la Storia. In secondo luogo, andrebbe inseguito anche solo un minimo di lucidità. Un conto è criticare, un altro è demolire. Vasco ha sbagliato tanti dischi, soprattutto negli ultimi anni (decenni?). Spesso è ritenuto “intoccabile” da fedelissimi che renderebbero antipatico anche Papa Francesco. Non è Neil Young e neanche Bob Dylan (né ha mai detto di esserlo). In Rete girano sfottò esilaranti, come quello che raffigura la tastiera usata da Vasco per scrivere le sue canzoni: una tastiera fatta solo di “e”. Quel gran genio di Edmondo Berselli, vent’anni fa, ironizzava già sul Vasco che si muoveva sul palco imbolsito “come un tacchinone”. La sua ferocissima ufficio stampa se la prese, ma sbagliò (altrimenti non farebbe l’ufficio stampa): Eddy prendeva in giro bonariamente, ben conscio di quanto Vasco avesse saputo raccontare questo paese. Neanche lui sa come faccia, eppure lo fa. E’ sopravvissuto a se stesso, ai clippini, alle malattie. E’ arrivato a questo 2017 da sopravvissuto, fregandosene di rivalità idiote (paragonare lui a Ligabue è come accostare una Lamborghini a un triciclo bucato). C’è arrivato stanco, ma il suo popolo è sempre lì. Ed è un popolo che va ben oltre la moltitudine di Modena Park, se è vero – ed è vero – che milioni di persone lo hanno seguito in tivù. Vasco può piacere o non piacere: non è il più grande, non è infallibile, non è impeccabile. Ma è storia di questo paese. Con talento diverso e maniera tutta sua, ma non meno di Celentano. Di Battisti. Di De André (che guarda caso lo percepiva come suo erede). Mentre “il web” esondava di pippe mentali, Vasco se ne fregava – cosa in cui è bravissimo – e metteva in fila quella ventina (stiamo bassi) di brani immortali. Il Vasco migliore non scrive canzoni: scrive madeleine. Le ascolti e scorre la tua vita. La rivivi, ti commuovi, ti emozioni. C’è più genio in trenta secondi di Toffee che in tutta la carriera di un Vecchioni qualsiasi. E’ per questo che Vasco è così amato. E’ per questo che piace ancora. E’ per questo che suona, e risulta, così necessario. (Il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2017, rubrica Identikit)

“Naturale raccontarlo” (due parole sul vino)

Schermata 2017-07-05 alle 09.13.28Dal corso Sommelier ai bestseller. Andrea Scanzi parla della sua idea di vino tra sport, musica, teatro e politica

Potrebbe essere la storia di un giovane come tanti altri. Si interessa di musica e di sport, ci tiene alla linea e alla salute. In famiglia beve solo acqua minerale ma quando inizia a frequentare qualche ristorante, con gli amici o la fidanzata, si avvicina al vino. Un mondo che lo affascina, di cui sente però di non conoscere abbastanza. “Avvertivo un senso di inferiorità nell’affidarmi ciecamente ai consigli del sommelier al ristorante”. Racconta, e così decide di iscriversi al primo livello AIS. È il 2005 e ha 31 anni. Ha già scritto le biografie di calciatori come Roberto Baggio e Marco Van Basten, si occupa di sport e musica su La Stampa. Solo dopo quel primo fatale incontro con il vino diventerà l’Andrea Scanzi che oggi conosciamo. Autore di due bestseller come Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, ma anche opinionista politico su Il Fatto Quotidiano, romanziere, protagonista di spettacoli teatrali di successo, ospite fisso della trasmissione televisiva di Lilli Gruber Otto e mezzo e non solo. Una personalità piena di passioni, con la rara dote di far diventare ogni cosa un racconto interessante. Un sorta di Re Mida della narrazione.
Andrea, cos’è successo dopo quel primo corso Ais?
Ho completato il percorso. Nel 2006 ero Sommelier. Delegazione di Arezzo. Ho frequentato il corso per degustatore ufficiale e sono diventato relatore, preparando la lezione sulla mia terra, la Toscana. Poi un giorno ero a pranzo con Edmondo Berselli e un dirigente della Mondadori. Edmondo gli disse: questo ragazzo è diventato Sommelier, perché non gli facciamo scrivere un libro da “cretino bene informato”, come ha fatto la Clerici con le ricette? Erano gli anni in cui il TG5 proponeva quotidianamente le degustazioni nella rubrica Gusto e Antonio Albanese le prendeva in giro con la sua caricatura.
Schermata 2017-07-05 alle 09.13.46È nato così Elogio dell’invecchiamento?
Si, ed è uscito nel settembre del 2007. Era il tentativo di raccontare dieci zone del mondo enologico italiano di eccellenza. Accanto ad ogni capitolo c’era una parte più ludica dove spiegavo come diventare sommelier in 10 mosse. Questa formula un po’ didattica e un po’ innamorata del vino, un po’ seria e un po’ ironica fece sì che diventasse un piccolo grande caso editoriale e che ancora oggi sia uno dei libri di maggiore successo nel mondo del vino. Ogni giorno ricevo almeno una lettera di qualcuno che riferisce di essere diventato sommelier usando il mio libro come bignami.
Quindi c’è stato il secondo libro?
Si, tre anni più tardi ho pubblicato Il vino degli altri. Poi però la mia vita è cambiata tra il 2011 e il 2012 quando sono diventato un personaggio televisivo. Oggi di vino scrivo meno, però il mio interesse non è mutato. Viaggio molto e riesco a visitare molte cantine. Scrivo meno, ma studio di più.
Cosa ti ha dato il corso Sommelier?
Molto, è un percorso di studi serio con un vero esame alla fine. Conseguire il diploma però è un po’ come prendere la patente, poi bisogna imparare davvero a guidare. Per farlo serve tanto esercizio, bisogna viaggiare, fare ricerca e accumulare esperienze. Potrebbe sembrare un incitamento all’alcolismo, ma non vuole esserlo: bisogna bere molto.
Vedi qualche limite nel nostro mondo?
Di solito quello di essere un po’ chiuso in se stesso, di far fatica a considerare un vino che non rientri nei canoni della scheda di valutazione. A volte un sommelier si trova in difficoltà di fronte ad un vino naturale, ma il fatto che la vostra rivista ci dedichi questa attenzione è già un deciso passo avanti.
Com’è nato il tuo interesse per i vini naturali?
Devo molto ad Arnaldo Rossi, della Taverna Pane e Vino di Cortona, e Paolo Balsimini, oggi proprietario del Lievito madre di Arezzo. Mi hanno introdotto a questo mondo nel 2007. Sono molto orgoglioso del fatto che Elogio dell’invecchiamento sia stato il primo libro mainstream a parlare di vini naturali quando era un fenomeno ancora di nicchia. Dieci anni dopo mi piacciono ancora di più, anche perché è stata superata la posizione di certi talebani per cui il vino deve per forza puzzare per essere naturale. Oggi nove volte su dieci i vini naturali sono anche buoni.
Qual è la tua definizione di vino naturale?
È il vino che rispetta la tradizione, la storia, il territorio e la salute. Un vino che rifiuta totalmente la sofistificazione e che rimette al centro la salute di chi lo beve.
Un aspetto a cui tieni molto quello della salute, è così?
Sono vegetariano per scelta etica, non fumo e cerco di curare il mio corpo. È molto importante pensare alla salute, anche quando ci avviciniamo al vino.
C’è un rischio moda per i vini naturali?
Sicuramente. Il rischio è che qualcuno salga sul treno senza averne le capacità. I produttori di vini naturali devono rendersi conto che il vino in primo luogo deve essere buono, non si può far passare un difetto per un tratto distintivo. Ricordo i tempi in cui scrivevo di musica per la rivista Mucchio Selvaggio: bastava che un gruppo vendesse pochi dischi per essere considerato di valore. Non è così.
Qual è stato il primo incontro con un vignaiolo che ti ha colpito?
Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba. Una persona vera, sempre coerente con se stessa, una persona che rispetta profondamente la terra e rappresenta quello che il vignaiolo dovrebbe essere. I suoi vini gli assomigliano: si svelano lentamente.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.00E quello che ti ha lasciato di più il segno?
A rischio di non essere originalissimo, direi Josko Gravner. L’ho incontro più volte nella sua cantina. È una persona che mi ha colpito moltissimo: un visionario, uno che cerca costantemente le rivoluzioni. I suoi vini possono piacere o non piacere, ma è certamente un uomo di grande profondità culturale.
Tra i tuoi interessi oggi c’è la politica, facciamo il gioco di abbinare ogni persona ad un vino. Cominciamo dal presidente del consiglio.
Gentiloni è un Muller Thurgau, un vino che non capisci mai esattamente cos’è.
Matteo Renzi?
Un merlot. Un vino piacione, che trovi un po’ dappertutto.
Matteo Salvini?
Un Prosecco industriale, buono per fare lo spritz.
Silvio Berlusconi?
Un supertuscan. Uno di quei vini che promettono molto, ma quando stappi scopri che ormai sono in fase decandente.
Pierluigi Bersani?
Gutturnio. Un vino schietto, che magari non ordineresti, però sai che è genuino.
Beppe Grillo?
Un Sagrantino in gioventù. Un vino dal tannino tagliente.
E Andrea Scanzi che vino si sente?
Un Sangiovese della mia terra, un vino che cerca di essere vero.
E come deve essere un vino per piacere ad Andrea Scanzi?
Deve essere soprattutto bevibile. Amo le bottiglie glu-glu, quelle che finisci. Non sopporto i vini di cui non vai oltre il primo calice. Mi piacciono il Verdicchio, il Timorasso, il Fiano di Avellino, i Riesling della Mosella, gli Champagne, alcuni vini emiliani rifermentati in bottiglia, il Pinot Nero, il Nerello Mascarese, certi Barbaresco e Barolo.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.11Mai pensato di diventare vignaiolo e fartelo?
No. Sono molto imbranato nelle cose pratiche. Meglio lasciarlo fare a chi ne è capace.
Musica, teatro, sport, politica, vino. A quale passione non potresti mai rinunciare?
Alla scrittura. Le accomuna e unisce tutte. Credo di essere bravo a raccontare tutti questi mondi, attraverso la parola scritta e parlata. Non potrei vivere senza raccontare.
È per questo che sei arrivato al vino?
Sì. Avevo già scritto le biografie di molti sportivi, ma mi sono accorto che non tutti hanno grandi storie alle spalle. Ho scoperto allora che nel vino si nascondono tante storie e cerco di raccontarle.
Vino e letteratura, che legame c’è?
Strettissimo. Quando racconti un vino stai facendo letteratura, quando parli di un vignaiolo stai facendo letteratura. Non c’è niente di più interessante oggi del vino. Molto più della politica, della musica o dello sport. (Di Michele Bertuzzo, per Sommelier Veneto)