Vasco Rossi, l’emozione, le critiche e la storia

Schermata 2017-07-11 alle 15.27.43Umberto Eco sosteneva che i social (tra le altre cose) avessero dato voce a troppi cretini. Certo, c’erano anche prima: solo che, senza social, al massimo deliravano al bar. Nessuno se li filava. Adesso, invece, tocca leggerli. Sono in servizio permanente e, per colpa loro, toccherà più prima che poi smettere coi social. Peccato. Dieci giorni fa erano tutti a straparlare di Modena Park: da una parte chi esaltava Vasco, dall’altra chi trattava lui e la sua enorme combriccola come una manica di decerebrati. Per carità: se c’è chi mette in discussione la bravura di Saramago o dei Pink Floyd, figurarsi Vasco. Giusto dar voce a tutti: del resto, da quando Rondolino ha scritto in prima pagina su L’Unità (quando ancora esistevano entrambi), vale tutto. Ci dovrebbe però essere un limite alla cazzata, anche se tale limite manderebbe in galera buona parte di questo paese. Chi vi scrive non ha mai avuto Vasco tra i punti cardinali musicali, preferendogli i Gaber, i Bruce e altre decine di artisti senza i quali l’esistenza sarebbe solo una nardellata tristissima. Da qui però a trattarlo come un rincoglionito ce ne passa. In primo luogo, se dopo quarant’anni è ancora lì che riempie gli stadi e porta più di 220mila persone (paganti) in piazza, Vasco ha vinto a prescindere. Vuol dire che ha intercettato qualcosa, e quel qualcosa è la contemporaneità. Mentre Plinio87 si titilla con l’ultima messa laica di Motta e Gervasa94 cinguetta che non esisterà altro Dio all’infuori di Justin Bieber, Vasco è ben dentro la Storia. In secondo luogo, andrebbe inseguito anche solo un minimo di lucidità. Un conto è criticare, un altro è demolire. Vasco ha sbagliato tanti dischi, soprattutto negli ultimi anni (decenni?). Spesso è ritenuto “intoccabile” da fedelissimi che renderebbero antipatico anche Papa Francesco. Non è Neil Young e neanche Bob Dylan (né ha mai detto di esserlo). In Rete girano sfottò esilaranti, come quello che raffigura la tastiera usata da Vasco per scrivere le sue canzoni: una tastiera fatta solo di “e”. Quel gran genio di Edmondo Berselli, vent’anni fa, ironizzava già sul Vasco che si muoveva sul palco imbolsito “come un tacchinone”. La sua ferocissima ufficio stampa se la prese, ma sbagliò (altrimenti non farebbe l’ufficio stampa): Eddy prendeva in giro bonariamente, ben conscio di quanto Vasco avesse saputo raccontare questo paese. Neanche lui sa come faccia, eppure lo fa. E’ sopravvissuto a se stesso, ai clippini, alle malattie. E’ arrivato a questo 2017 da sopravvissuto, fregandosene di rivalità idiote (paragonare lui a Ligabue è come accostare una Lamborghini a un triciclo bucato). C’è arrivato stanco, ma il suo popolo è sempre lì. Ed è un popolo che va ben oltre la moltitudine di Modena Park, se è vero – ed è vero – che milioni di persone lo hanno seguito in tivù. Vasco può piacere o non piacere: non è il più grande, non è infallibile, non è impeccabile. Ma è storia di questo paese. Con talento diverso e maniera tutta sua, ma non meno di Celentano. Di Battisti. Di De André (che guarda caso lo percepiva come suo erede). Mentre “il web” esondava di pippe mentali, Vasco se ne fregava – cosa in cui è bravissimo – e metteva in fila quella ventina (stiamo bassi) di brani immortali. Il Vasco migliore non scrive canzoni: scrive madeleine. Le ascolti e scorre la tua vita. La rivivi, ti commuovi, ti emozioni. C’è più genio in trenta secondi di Toffee che in tutta la carriera di un Vecchioni qualsiasi. E’ per questo che Vasco è così amato. E’ per questo che piace ancora. E’ per questo che suona, e risulta, così necessario. (Il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2017, rubrica Identikit)

“Naturale raccontarlo” (due parole sul vino)

Schermata 2017-07-05 alle 09.13.28Dal corso Sommelier ai bestseller. Andrea Scanzi parla della sua idea di vino tra sport, musica, teatro e politica

Potrebbe essere la storia di un giovane come tanti altri. Si interessa di musica e di sport, ci tiene alla linea e alla salute. In famiglia beve solo acqua minerale ma quando inizia a frequentare qualche ristorante, con gli amici o la fidanzata, si avvicina al vino. Un mondo che lo affascina, di cui sente però di non conoscere abbastanza. “Avvertivo un senso di inferiorità nell’affidarmi ciecamente ai consigli del sommelier al ristorante”. Racconta, e così decide di iscriversi al primo livello AIS. È il 2005 e ha 31 anni. Ha già scritto le biografie di calciatori come Roberto Baggio e Marco Van Basten, si occupa di sport e musica su La Stampa. Solo dopo quel primo fatale incontro con il vino diventerà l’Andrea Scanzi che oggi conosciamo. Autore di due bestseller come Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, ma anche opinionista politico su Il Fatto Quotidiano, romanziere, protagonista di spettacoli teatrali di successo, ospite fisso della trasmissione televisiva di Lilli Gruber Otto e mezzo e non solo. Una personalità piena di passioni, con la rara dote di far diventare ogni cosa un racconto interessante. Un sorta di Re Mida della narrazione.
Andrea, cos’è successo dopo quel primo corso Ais?
Ho completato il percorso. Nel 2006 ero Sommelier. Delegazione di Arezzo. Ho frequentato il corso per degustatore ufficiale e sono diventato relatore, preparando la lezione sulla mia terra, la Toscana. Poi un giorno ero a pranzo con Edmondo Berselli e un dirigente della Mondadori. Edmondo gli disse: questo ragazzo è diventato Sommelier, perché non gli facciamo scrivere un libro da “cretino bene informato”, come ha fatto la Clerici con le ricette? Erano gli anni in cui il TG5 proponeva quotidianamente le degustazioni nella rubrica Gusto e Antonio Albanese le prendeva in giro con la sua caricatura.
Schermata 2017-07-05 alle 09.13.46È nato così Elogio dell’invecchiamento?
Si, ed è uscito nel settembre del 2007. Era il tentativo di raccontare dieci zone del mondo enologico italiano di eccellenza. Accanto ad ogni capitolo c’era una parte più ludica dove spiegavo come diventare sommelier in 10 mosse. Questa formula un po’ didattica e un po’ innamorata del vino, un po’ seria e un po’ ironica fece sì che diventasse un piccolo grande caso editoriale e che ancora oggi sia uno dei libri di maggiore successo nel mondo del vino. Ogni giorno ricevo almeno una lettera di qualcuno che riferisce di essere diventato sommelier usando il mio libro come bignami.
Quindi c’è stato il secondo libro?
Si, tre anni più tardi ho pubblicato Il vino degli altri. Poi però la mia vita è cambiata tra il 2011 e il 2012 quando sono diventato un personaggio televisivo. Oggi di vino scrivo meno, però il mio interesse non è mutato. Viaggio molto e riesco a visitare molte cantine. Scrivo meno, ma studio di più.
Cosa ti ha dato il corso Sommelier?
Molto, è un percorso di studi serio con un vero esame alla fine. Conseguire il diploma però è un po’ come prendere la patente, poi bisogna imparare davvero a guidare. Per farlo serve tanto esercizio, bisogna viaggiare, fare ricerca e accumulare esperienze. Potrebbe sembrare un incitamento all’alcolismo, ma non vuole esserlo: bisogna bere molto.
Vedi qualche limite nel nostro mondo?
Di solito quello di essere un po’ chiuso in se stesso, di far fatica a considerare un vino che non rientri nei canoni della scheda di valutazione. A volte un sommelier si trova in difficoltà di fronte ad un vino naturale, ma il fatto che la vostra rivista ci dedichi questa attenzione è già un deciso passo avanti.
Com’è nato il tuo interesse per i vini naturali?
Devo molto ad Arnaldo Rossi, della Taverna Pane e Vino di Cortona, e Paolo Balsimini, oggi proprietario del Lievito madre di Arezzo. Mi hanno introdotto a questo mondo nel 2007. Sono molto orgoglioso del fatto che Elogio dell’invecchiamento sia stato il primo libro mainstream a parlare di vini naturali quando era un fenomeno ancora di nicchia. Dieci anni dopo mi piacciono ancora di più, anche perché è stata superata la posizione di certi talebani per cui il vino deve per forza puzzare per essere naturale. Oggi nove volte su dieci i vini naturali sono anche buoni.
Qual è la tua definizione di vino naturale?
È il vino che rispetta la tradizione, la storia, il territorio e la salute. Un vino che rifiuta totalmente la sofistificazione e che rimette al centro la salute di chi lo beve.
Un aspetto a cui tieni molto quello della salute, è così?
Sono vegetariano per scelta etica, non fumo e cerco di curare il mio corpo. È molto importante pensare alla salute, anche quando ci avviciniamo al vino.
C’è un rischio moda per i vini naturali?
Sicuramente. Il rischio è che qualcuno salga sul treno senza averne le capacità. I produttori di vini naturali devono rendersi conto che il vino in primo luogo deve essere buono, non si può far passare un difetto per un tratto distintivo. Ricordo i tempi in cui scrivevo di musica per la rivista Mucchio Selvaggio: bastava che un gruppo vendesse pochi dischi per essere considerato di valore. Non è così.
Qual è stato il primo incontro con un vignaiolo che ti ha colpito?
Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba. Una persona vera, sempre coerente con se stessa, una persona che rispetta profondamente la terra e rappresenta quello che il vignaiolo dovrebbe essere. I suoi vini gli assomigliano: si svelano lentamente.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.00E quello che ti ha lasciato di più il segno?
A rischio di non essere originalissimo, direi Josko Gravner. L’ho incontro più volte nella sua cantina. È una persona che mi ha colpito moltissimo: un visionario, uno che cerca costantemente le rivoluzioni. I suoi vini possono piacere o non piacere, ma è certamente un uomo di grande profondità culturale.
Tra i tuoi interessi oggi c’è la politica, facciamo il gioco di abbinare ogni persona ad un vino. Cominciamo dal presidente del consiglio.
Gentiloni è un Muller Thurgau, un vino che non capisci mai esattamente cos’è.
Matteo Renzi?
Un merlot. Un vino piacione, che trovi un po’ dappertutto.
Matteo Salvini?
Un Prosecco industriale, buono per fare lo spritz.
Silvio Berlusconi?
Un supertuscan. Uno di quei vini che promettono molto, ma quando stappi scopri che ormai sono in fase decandente.
Pierluigi Bersani?
Gutturnio. Un vino schietto, che magari non ordineresti, però sai che è genuino.
Beppe Grillo?
Un Sagrantino in gioventù. Un vino dal tannino tagliente.
E Andrea Scanzi che vino si sente?
Un Sangiovese della mia terra, un vino che cerca di essere vero.
E come deve essere un vino per piacere ad Andrea Scanzi?
Deve essere soprattutto bevibile. Amo le bottiglie glu-glu, quelle che finisci. Non sopporto i vini di cui non vai oltre il primo calice. Mi piacciono il Verdicchio, il Timorasso, il Fiano di Avellino, i Riesling della Mosella, gli Champagne, alcuni vini emiliani rifermentati in bottiglia, il Pinot Nero, il Nerello Mascarese, certi Barbaresco e Barolo.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.11Mai pensato di diventare vignaiolo e fartelo?
No. Sono molto imbranato nelle cose pratiche. Meglio lasciarlo fare a chi ne è capace.
Musica, teatro, sport, politica, vino. A quale passione non potresti mai rinunciare?
Alla scrittura. Le accomuna e unisce tutte. Credo di essere bravo a raccontare tutti questi mondi, attraverso la parola scritta e parlata. Non potrei vivere senza raccontare.
È per questo che sei arrivato al vino?
Sì. Avevo già scritto le biografie di molti sportivi, ma mi sono accorto che non tutti hanno grandi storie alle spalle. Ho scoperto allora che nel vino si nascondono tante storie e cerco di raccontarle.
Vino e letteratura, che legame c’è?
Strettissimo. Quando racconti un vino stai facendo letteratura, quando parli di un vignaiolo stai facendo letteratura. Non c’è niente di più interessante oggi del vino. Molto più della politica, della musica o dello sport. (Di Michele Bertuzzo, per Sommelier Veneto)

Pisapia, l’eterno uomo del quasi

Schermata 2017-07-04 alle 16.40.25C’è Pisapia, all’anagrafe Giuliano, e c’è Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo. In due non ne fanno uno, o almeno così sembra. Un po’ si somigliano, anzitutto nel collezionare i quasi. Quasi di sinistra, quasi di rottura, quasi alternativi a Renzi. Quasi di opposizione, quasi arrabbiati, quasi ribelli (parecchio quasi). Entrambi odiano il carisma, essendo in ciò pienamente ricambiati. Come noto, una delle ultime frasi scritte da Salinger prima di andarsene fu questa: “Uscendo di casa ho visto un frassino. Mi è parso anonimo, poi però ho visto Pisapia e Orlando in tivù e mi è venuta voglia di rivalutare il frassino”. Pisapia è da un po’ sulle prime pagine, e già questo ci fa capire uno dei motivi della crisi dell’editoria: disquisire di ciò che interessa solo all’editoria, in un continuo trip da metalinguaggio solipsistico (l’ultima frase non vuol dire nulla, ma dà l’illusione di essere arguta. Come gli interventi di Philippe Daverio). Conoscete una persona – non cento: una – che non vede l’ora di votare Pisapia? No. Eppure se ne parla come se, dalle scelte di questo novello Berlinguer, dipendessero le sorti della sinistra italiana. Di più: del paese intero. Di più: dell’intera galassia. Prima che l’iconoclastia ci travolga, com’è poi tipico del Fatto, vanno qui ribaditi due concetti importanti. Uno: Pisapia è una brava persona. Due: Pisapia è stato un buon sindaco. Non è poco: magari, nella sinistra italiana, ci fossero stati più Pisapia e meno Genny Migliore. Da qui però a farne il nuovo Subcomandante Marcos, ce ne passa. Anche perché lo stesso Pisapia, arrogandosi una forza perlopiù immaginaria, prim’ancora di “ricostruire il centrosinistra” ha posto dei veti. Niente Fratoianni, perché lui non vuole; niente Civati, perché lui non vuole; niente Falcone-Montanari, perché lui non vuole. Già così si evince che l’idea di Pisapia, peraltro assai confusa, non è tanto quella di un nuovo centrosinistra ma di un vecchio centro, si presume più accettabile di quello di Renzi (ci vuol poco) e di Alfano (va be’, Alfano). L’uomo non manca di testimonial importanti, da Claudio Amendola a Sabrina Ferilli. Non si capisce però dove voglia andare. E qui torniamo a quel suo collezionar “quasi”. Se umanamente è un galantuomo, politicamente Pisapia chi è? A che gioco gioca? Da che parte sta? Sinora è stato (inconsapevolmente?) uno specchietto per le allodole al servizio di Renzi. Un abbindolatore di delusi di sinistra comprensibilmente schifati dal renzismo, che Pisapia porta a sé con l’illusione di “essere di sinistra”. Per poi però consegnarne i voti a Renzi. In questo senso, Pisapia è a tutt’oggi un fiancheggiatore del renzismo: se è questa la sua idea politica, il suo più che un progetto nazionale è una iattura biblica. Anche a Milano, con quella lista-civetta cara ai Lerner e Vecchioni, non ha fatto che condurre alla vittoria Sala. Cioè un berlusconiano. Cioè Renzi. Tomaso Montanari rimprovera a Pisapia – tra le mille cose – di avere votato sì al referendum del 4 dicembre. E’ però solo una delle tante criticità, anzi ambiguità, di Pisapia. Mentre tutta la stampa di quasi-sinistra ne parla, e con ciò spera (per esempio Scalfari) che assurga a decisiva stampella dell’Allegra Combriccola dei Lotti&Picierno, Pisapia continua a dire tutto e il suo esatto contrario. Prende tempo, tergiversa, cincischia. Se Veltroni era l’uomo del “ma anche”, lui è quello del “quasi”. Quasi renziano, quasi orlandiano, quasi prodiano. Quasi tutto. Quasi niente. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 4 luglio 2017)

Grazie di tutto, Daniel Day-Lewis

Schermata 2017-07-03 alle 14.04.55Daniel Day-Lewis non ha sbagliato un film. Non gli è mai riuscito, non se l’è mai concesso. Ora che ha avvertito il rischio di uno smottamento qualitativo, ha fatto l’unica cosa possibile. La più difficile. Oltrepassata la boa di 60 anni, ha deciso di smettere. Pochi per chiunque, ma ancor meno per uno dei più grandi attori di sempre. Ha vinto tre Oscar e avrebbe potuto vincerne almeno altrettanti. C’è una continua inquietudine in ogni suo gesto. Gli aneddoti sulla sua meticolosità si sprecano. Di recente li ha ricordati anche Tom Leonard, in un pezzo prodigioso per il Daily Mail. Quando girava Il mio piede sinistro e interpretava Christy Brown, pretendeva di muoversi sulla sedia a rotelle. Al ristorante dovevano imboccarlo. Quando ordinava risultava incomprensibile, perché usava solo una parte della bocca. Come se fosse davvero Christy Brown: e magari lo era, anzi probabilmente. Così anche per Lincoln. Al suo fianco c’era Sally Field. Interpretava sua moglie. Lui, fuori dal set, continuava a parlare con la voce stridula del presidente e le scriveva messaggi in stile arcaico. Pretendendo che anche lei rispondesse come una vera donna vittoriana. Affittò pure una vecchia casa senza riscaldamento: era pieno inverno. L’aneddotica che ruota attorno al suo iper-camaleontismo, che è poi quel che lo ha reso il gigante che è stato (e a questo punto va usato per forza il passato), l’ha raccolta parzialmente proprio Tom Leonard: “Per L’ultimo dei Mohicani visse sei mesi nella giungla, imparando a scuoiare gli animali, usare l’ascia dei pellerossa e il fucile a pietra focaia. Per Nel nome del padre insistette a studiare masochismo. Si fece chiudere per due notti in cella, senza dormire, per prepararsi all’interrogatorio con poliziotti veri. Chiunque passasse davanti a quelle sbarre, era invitato ad insultarlo”. Eccetera. Potrebbero apparire esagerazioni, e volendo essere razionali – quasi sempre uno sport noiosissimo – lo sono. Ma i geni seguono leggi proprie. Se non lo facessero, non sarebbero geni. Se Daniel non lo avesse fatto, non ci saremmo innamorati ogni volta di Michelle Pfeiffer. Proprio come capita a lui ne L’età dell’innocenza. Il regista era Scorsese. Ancora per lui, in Gangs Of New York, imparò a fare il macellaio: per farsi salire la rabbia, ascoltava Eminem. Il gossip ha cercato molto e trovato poco. I colleghi dicono di non sapere nulla di lui. Menomale. Nessuno lo conosce e forse neanche esiste: esistono i suoi personaggi. Caso estremo di immedesimazione attoriale, a costo di rinunciare alla vita. Al quotidiano. Alla normalità. Quella normalità che, a cavallo tra Novanta e Duemila, lo portò una prima volta a ritirarsi. Disse di voler imparare un mestiere da artigiano vero. Si nascose qualche tempo in una bottega di Firenze, come un garzone qualsiasi, per imparare l’arte del ciabattino. Pare fosse bravo anche lì. Quasi trent’anni fa si ritirò anche dal teatro. Stava interpretando Amleto. Svenne sul palco perché aveva visto il fantasma del padre. Così, smise. Da ragazzo lo bullizzavano perché ebreo, così diventò cattivo come i bulli che lo vessavano: anzi di più. Quando il padre morì, aveva 15 anni. L’anno successivo, si rimpinzò di farmaci. Ebbe un’overdose e finì sotto trattamento psichiatrico. Gli attori, e in generale gli artisti, tendono a buttarsi via. Non smettono mai quando dovrebbero. Capita anche agli sportivi. Sono in pochi a fermarsi all’apice: per non sporcare una carriera preziosa, per concedersi addirittura il lusso di vivere. Accadde a Brel. Sta accadendo a Fossati. Accadrà a Day-Lewis. Grazie di tutto, Fenomeno. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 27 giugno 2017)

Basta con la musica alta nei bar o al ristorante

Schermata 2017-07-03 alle 14.02.08Le bruttezze che caratterizzano questo mondo sono infinite. All’interno di cotanta galassia degli orrori, grandi o piccoli che siano ma pur sempre orrori, c’è l’abitudine colpevole e sommamente empia di tenere alta la musica nei locali. Qualsiasi locale, ma – quel che è peggio – anzitutto bar e ristoranti. Un vero e proprio abominio culturale. La dimostrazione che ogni giornale o programma televisivo dovrebbero avere una rubrica dal titolo: “Meritiamo l’estinzione, please alieni bombardateci”. La musica alta, oltre a essere una cafonata e costringerti a urlare per farti sentire dalla persona che hai davanti, è la dimostrazione che è passato ormai un messaggio tremendo: la musica intesa come tappabuchi. Mero sottofondo, elemento di contorno e arredo, quasi che non fosse un assolo di Jimi Hendrix ma un elemento di tappezzeria. Al contrario, almeno per chi ha un minimo di comprendonio e si vuol bene, la musica è una scelta attiva: sono io che decido se, cosa e quando ascoltare qualcuno. Non certo il barista o il ristoratore. Tale prassi, che meriterebbe con agio qualche anno di galera o – se proprio pretendete un atto inutile di misericordia – un bel ciclo di lavori forzati nonché socialmente utili, si riscontra anche in certi negozi di vestiti. Dà fastidio anche lì, per carità, ma se decidi di vestirti in certi posti il minimo che ti meriti è Fabio Rovazzi a tutto volume. Il peggio però è quando sei al bar o al ristorante. Una musica garbata in sottofondo e a basso volume andrebbe bene, anche se quasi sempre a tavola è meglio il silenzio. Macché: brutta musica, messa a caso e pure ad alto volume. Spesso la scelta è totalmente avulsa dal contesto. Magari sei in un ristorante che ha pure pretese ambiziose, se sei fortunato cucinano bene e la carta dei vini è discreta. Sembra funzionare tutto. Poi però arriva l’armageddon: ti piazzano lì un Despacito a tutto volume e a tradimento, che non c’entra nulla e che si abbinerebbe bene giusto a un 4 salti in padella – scongelato male – di cardi morti al ginseng cucinati da chef Nardella in persona. E’ tutto profondamente volgare, privo di logica e rispetto. La musica è usata come il parmigiano sulla frittura di paranza. E il parmigiano è pure di pessima qualità. Andrebbe organizzato un comitato di resistenza musicale contro tutti i locali che ti costringono a urlare per mangiare, a evitare gli altoparlanti neanche fossero mine antiuomo e a sperare che il proprietario ami i Led Zeppelin e non Giusy Ferreri (quasi sempre è il contrario, perché siamo nati per soffrire e ci riesce da Dio). Un gran bel boicottaggio, da allargare magari a chi tiene accesa la tivù mentre mangi (lì il codice penale dovrebbe prevedere direttamente l’ergastolo). Occorrerebbe fare come a San Francisco, dove ci sono guide che segnalano il grado di rumorosità dei locali. Occorrerebbe restare umani, come diceva una gran bella persona, in ogni gesto della nostra vita. Restare umani. O anche solo un po’ meno deficienti. (Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2017)

Fenomenologia del Salvini televisivo

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Tutti noi, almeno una volta nella vita, vorremmo essere Matteo Salvini. Anche solo per partecipare alla gara di rutti annuale con Borghezio e Calderoli. Come noto, Salvini è quasi sempre in tivù. Giustamente: sa usare il mezzo, fa buoni ascolti e, a differenza di tanti politici (su tutti i renziani), non pone veti sulla presenza di questo o quel giornalista. In più è mediamente simpatico: certo, lo è fuori onda, ma talora pure in onda. Ha poi quell’aria trasognata da “Davvero c’è qualcuno che crede alle boiate che dico?”, che effettivamente lo aiuta. A ciò si aggiungano alcune battaglie meritorie (esodati) e un mero dato di fatto: Salvini è tra i pochi leghisti a poter andare in tivù. Gli altri, tranne Fedriga e Borghi, combinano disastri. Si pensi alle recenti performance di Centinaio e Candiani a Tagadà. Per essere Salvini non bisogna però essere bravi politici, bensì imparare il copione ferreo che il leader leghista interpreta ogni volta. Più che un politico, Salvini è infatti un format. Per essere come lui, occorre rispettare vari mantra e liturgie. Queste.
1) “La moltiplicazione dei ‘Detto questo’”. Salvini ripete “Detto questo” continuamente. Rientra nella sua maniera di cominciare ogni discorso fingendo di dare ragione all’interlocutore: esaurita tale finzione, spara il sempiterno “Detto questo” e sciorina le solite mitragliate propagandistiche. Secondo l’Università del Michigan, ci sono più “detto questo” nell’eloquio di Salvini che voltafaccia nella vita di Andrea Romano.
2) “Adattarsi al contesto”. Salvini è in questo bravissimo. Se va dalla Gruber fa il bimbo compito, che si è tolto le calosce sporche di fango e cammina per casa con le pattine per non sporcare. Se invece va da Porro a Belpietro, parcheggia la mucca fuori dallo studio. Si scozza il pacco con aria virile. E adotta un lessico fieramente trucido.
3) “Dar ragione per finta”. E’ una tattica usata anche dai pochi renziani preparati (ossimoro). Tipo Richetti. Se Salvini ascolta un giornalista poco accomodante, dice: “Sono d’accordo”. E’ la sua maniera di sembrare democratico. Ovviamente, in cuor suo, sogna di passargli sopra con la ruspa. Modulando il Va’ pensiero con le ascelle, come quel tale alla Corrida.
4) “Look identitario”. Salvini è uomo del popolo e si veste come tale. Se è stato in montagna indossa i moon boot, se è stato al mare viene in infradito, se è stato a Ciggiano indossa la t-shirt “Ciggiano libera!”. E’ fatto così.
5) “Ridere a caso”. Ogni tanto Salvini accenna dei risolini. Lo fa quando qualcuno ha fatto una battuta, ma anche quando non capisce quello che stanno dicendo. E allora ridacchia per vedere l’effetto che fa, come gli stranieri quando chiedono a un londinese le indicazioni stradali. E non ci capiscono una mazza.
6). “Hasta tablet siempre”. Salvini compulsa sempre il tablet: serve per dare al pubblico l’illusione che si stia documentando su argomenti decisivi. In realtà sta solo cercando di capire se Donnarumma ha firmato o no col Real Madrid.
7) “Bello questo servizio, ma…”. Ogni volta che ha appena visto un servizio in cui si perorano tesi a lui avverse, Salvini fa i complimenti alla trasmissione. Poi però aggiunge: “Ma”. A quel punto cambia totalmente argomento. E del servizio non si ricorda più nessuno.
8) “Autocritica apparente”. Prima o poi, ancor più se in contesti per lui “radical chic”, Salvini butterà lì uno dei suoi tanti classici: “Abbiamo sbagliato? Certo”. Serve a sembrare autocritico. Detto questo (cit), riparte come nulla fosse alla conquista dell’Eritrea.
9) “Numeri ad minchiam”. Come quasi tutti i politici, Salvini ama snocciolare cifre e dati d’effetto. Ovviamente non c’entrano quasi mai nulla col dibattito. Le sue fonti sono però granitiche: Dragonero, Nonciclopedia e Silver Surfer.
10) “Auguri”. Per ingraziarsi il pubblico, Salvini fa sempre gli auguri a qualcuno. Per esempio: “Auguri agli studenti che domani avranno gli esami di Stato. Godetevela, è un tempo della vita che non tornerà”. Da ciò si evince che il modello Salvini è munito anche della funzione “Leopardi esistenzialista mode on”.
10 e lode) “Stamani sono stato a…”. La vita di Salvini è frenetica. Ogni giorno va da qualche parte (tranne a Bruxelles). Ci va e te lo dice. Gli chiedono cosa pensi della legge elettorale, di Farinetti al Quirinale o dello Ius Soli. E lui: “Prima di tutto vorrei salutare l’Associazione Carpentieri Albini di Pontenure che ho visitato stamani. Mi hanno insegnato tanto”. Ogni volta cita luoghi lisergici: la Confraternita dello Zolfino Arzillo, la Polisportiva Polenta Taragna Federalista, la Comunità del Frassino Scampato a Badoglio. A volte esistono e a volte no, ma non importa: la realtà è sopravvalutata. E nessuno lo sa come Salvini.
(Essendo un furbacchione, Salvini apprezzerà – o fingerà di apprezzare – anche questo articolo)
(Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2017)

Stefano Torre, esempio di coraggio e bellezza

Schermata 2017-06-20 alle 13.12.28Stefano Torre ha 52 anni e si candida provocatoriamente come sindaco a Piacenza. Per avere un po’ di spazio mediatico si fa persino intervistare da Cruciani, che reputa impossibile una sua performance superiore a 500 voti. Infatti ne prende 1800, toccando un clamoroso 4.28%. Non viene eletto per una settantina di voti: Piacenza ha perso una grande chance. Il suo programma elettorale, che fa il verso alla propensione bugiarda dei politici di professione, trasuda leggenda. Abolizione della morte. Creazione in pieno centro di un vulcano, che serva come attrazione turistica ma pure come pista da sci e smaltimento dei rifiuti. Risoluzione del traffico rendendo navigabile il centro storico. Costruzione di un muro per evitare che quei rompicoglioni di Pontenure arrivino e rovinino la razza piacentina. Viagra gratuito per chi ha più di 45 anni. Sostituzione dell’acquedotto con un vinodotto. E via così. Il battage mediatico, che Torre riesce a generare grazie anche alla tuba tipo Rino Gaetano a Sanremo e ad alcune apparizioni televisivi particolarmente efficaci, ne agevola l’exploit elettorale. Sarebbe già abbastanza, ma è qui che qualcuno capisce che quel Torre lì non è solo autoironico e genialoide: c’è di più. Molto di più. Quel signore nasconde qualcosa: una storia tremenda e bellissima. La raccoglie, per il portale Sportello Quotidiano, il giornalista Thomas Trenchi. Torre è “un uomo bionico”. E’ lui a definirsi così, ma l’ironia è solo apparente. Soffre di una malattia rarissima, si chiama Distonia DYT11. Porta alla perdita progressiva del controllo dei movimenti. Torre ne avverte i sintomi a otto anni: neanche riesce a tenere in mano la biro. Al tempo la medicina non contempla malattie di questo tipo e scambiano tutto per bizze da bambino irrequieto. Lo “curano” a ceffoni e punizioni. Gli anni passano e la malattia peggiora: Torre non cammina più in avanti, ma solo all’indietro oppure corre. A vent’anni lo portano in un centro all’avanguardia che sta studiando la sua malattia. Solo che i medici non si accorgono che Stefano è affetto proprio da quella distonia lì. Nel frattempo Torre diventa mancino perché la mano destra non la controlla più: per imparare a usare la sinistra si dà alla scherma e all’inizio prende un sacco di botte. A 47 anni, stremato, fa un altro controllo: un medico della mutua, al suo primo giorno di lavoro, ci mette cinque minuti a capire di cosa soffra Torre. Gli propongono l’inserimento nel cervello di due elettrodi in profondità, collegati a due computer installati nel petto. Torre ha due figli e ci mette due anni per operarsi. Ha paura: i rischi sono alti. Ormai però usa solo tre dita ed è obbligato a vivere con il braccio schiacciato dietro la schiena e le gambe incrociate. Lo operano una prima volta: da sveglio, perché devi essere vigile. Cinque ore a trapanarti il cranio con le viti, mentre i medici fanno battute. Solo che sbagliano e gli viene un ictus. Ci riprovano una settimana dopo e funziona, ma gli effetti cominciano a vedersi dopo tre mesi. “Oggi”, scrive Trenchi, “Torre vive con due computer a pile piantati nel petto che rischiano di scaricarsi ogni quattro o cinque anni e ogni tanto perde il controllo delle gambe, ma non si lamenta, anzi, è finalmente realizzato”. Ha pure scoperto di avere un altro talento, oltre allo sconfinato coraggio: “la faccia di bronzo. Non so se avrei potuto fare una campagna così forte e stravagante, senza essere passato attraverso una simile storia personale». (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 20 giugno 2017)

Non sai come perdere? Assolda Jim Messina

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Un bel giorno, un uomo apparve al mondo per indicarci la via della vittoria. Il suo nome era Jim Messina. A prima vista, guardandolo, non è che sembrasse proprio un genio. Poi lo ascoltavi e ne avevi conferma. Nasce a Denver nel 1969. Gli inizi sono all’insegna di un talento inesausto nonché crasso. A 24 anni cura la rielezione del senatore democratico Dan Kemmis. Due anni dopo fa lo stesso con il senatore democratico Max Baucus. Dopo altri trionfi si palesa l’apoteosi: gestisce la campagna elettorale di Barack Obama e “cambia la comunicazione politica” (sic). Si ripete nel 2012. Nel frattempo, per due anni, è stato vice capo di gabinetto della Casa Bianca. E’ celebrato come il migliore spin doctor del mondo e nulla lo può fermare. Tranne se stesso. Renzi dice ai suoi pretoriani, pesci piccoli tipo Nicodemo o Sensi, di ispirarsi a Messina per lo storytelling baricco-farinettiano. Loro non solo lo fanno ma lo anticipano pure, perché sbagliano tutto ispirando quindi a Jim le linea guida della sua nuova carriera: quella di affossatore efferato. La prima vittima è Mariano Rajoy. Nel 2015 Messina ne cura la campagna elettorale. Rajoy vince, ma perde. Non ha la maggioranza assoluta e non può governare da solo. Rajoy pensa: “Va be’, è un caso”. E conferma Messina. Che, puntuale come una condanna, gli garantisce nel giugno 2016 un’analoga non-vittoria. La seconda vittima è David Cameron: “La Brexit è solo una formalità”, si dice. E se lo dice pure Beppe Severgnini. Infatti: il referendum è una Waterloo e Cameron viene zimbellato anche dalla serva. Tutti, a quel punto, avrebbero messo sotto contratto chiunque tranne Messina. Tutti tranne Renzi, ovviamente. Prima gli fa curare la campagna di alcune delle amministrazioni locali per le elezioni dell’estate 2016. I risultati si tingono di leggenda. Poi arriva l’epifania del 4 dicembre. Messina ha tre grandi idee. Uno: dire che se vince il no moriremo tutti. Due: dire a Renzi di togliere la bandiera dell’Unione Europea per fingersi Salvini. Tre: dire a Renzi&Boschi di non farsi vedere in giro mai, altrimenti vincerà il no. Sfortunatamente per Messina, ma fortunatamente per l’Italia, i due diversamente statisti toscani lo seguono solo nelle prime due indicazioni. E il 4 dicembre è una mattanza, peraltro al modico prezzo di 400mila euro. Cifra mai confermata, ma neanche mai smentita. Quindi, magari, a Jim hanno persino dato più soldi. Vamos. Messina è ormai incontenibile, infatti ha già ucciso anche la Clinton, riuscita nell’impresa apparentemente impossibile di perdere con quella caricatura vivente chiamata Trump. Manca la ciliegina sulla torta, ed ecco all’orizzonte l’ultimo caduto: la simpatica Theresa May, che si inventa le elezioni anticipate perché Cerasa e Andrea Romano le hanno garantito che contro Corbyn vincerebbe chiunque. Anche Gozi in ciabatte. Così la May scrittura l’unico uomo che può garantirle la gogna indicibile. Profetico il titolo del 26 aprile de Linkiesta: “Theresa May assolda Jim Messina, e tutti capiscono che non vuole più vincere. Il guru americano da anni non ne azzecca una. L’ultima sua avventura lo ha visto impegnato a fianco di Matteo Renzi sul fronte del Sì. Tutti sanno come è andata. È difficile perdere contro Corbyn, ma niente è impossibile”. La sintesi è persino benevola: la May vince ma non vince, non ha la maggioranza assoluta e per andare al governo sta elemosinando l’appoggio di Drupi, i Nobraino e il Ciggiano Calcio.
Da allora del prode Jim non si ha più traccia. Pare però che voglia riciclarsi come ufficio stampa di Alfano per condurlo al Quirinale: si sogna.
(Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2017, rubrica Identikit)

Emanuele detto Lele Fiano, idolo imperituro delle masse

FSchermata 2017-06-06 alle 11.11.21iano è quasi sempre un ottimo vino e quasi mai un buon politico. Emanuele Fiano è nato a Milano nel 1963. Architetto e politico, è deputato Pd e responsabile nazionale con delega alle Riforme. Figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz e unico superstite della sua famiglia. Gli amici lo chiamano “Lele”. All’attività di architetto ha via via affiancato quella di politico, che ha finito col soppiantare la prima. Combatte battaglie nobili per la comunità ebraica, promuovendo anche iniziative che riguardano la convivenza interculturale e il dialogo tra israeliani e palestinesi. Meno esaltante il suo percorso da statista italico. Si candida nel 1996 come deputato, ma non passa. Deve attendere dieci anni per entrare alla Camera. Lo fa con Prodi nel 2006, con Veltroni nel 2008 e con Bersani nel 2013. Inizialmente ha un ruolo di seconda o terza fila. Al massimo lo vedevi in quei talkshow di mezzanotte che spesso non guarda neanche chi li fa. Poi Renzi ci vede qualcosa, e prima o poi gli andrebbe chiesto cosa. Da allora Emanuele detto Lele ha il ruolo di megafono menopeggista renziano: presenza fissa in tivù, che sia mattina pomeriggio o sera, è sempre lì a dire quanto sia bello Nardella e come il Pianeta Terra imploderebbe se tutti noi non votassimo la Madia e non tenessimo in camera il poster della Morani vestita da Gozi. Mediamente abile nel divulgare il nulla e cioè il renzismo, Emanuele detto Lele è il meno indigesto all’interno della Trimurti renziana. Tenendo però conto che tale triade è composta da Genny Migliore e Andrea Romano, non è poi questo gran vanto: essere meno indigesti di loro sarebbe un po’ come esser più affascinanti di Orfini. Sai che conquista. Più che un politico, Emanuele detto Lele è una figurina televisiva. Dice sempre le stesse cose, ma proprio le stesse: in Rete esistono filmati che dimostrano come egli usi frasi precotte da adattare alla bisogna, con agio atarassico e sprezzo totale del ridicolo. Dotato di pensiero proprio, se ne priva volentieri in nome del Partito e del Capo. Come quando voleva candidarsi a sindaco di Milano, solo che poi Renzi gli disse “Beppe Sala Regna” e allora Emanuele detto Lele tornò a cuccia. Poiché del tutto inesperto in fatto di leggi elettorali, Renzi gli ha chiesto di farla in prima persona. I risultati si sono visti subito: dal modello tedesco si è passati alla variante fianesca, tra voti disgiunti negati, multicandidature (pare ora cancellate) e listini bloccati (ora ridimensionati, ma cancellati del tutto no). Un capolavoro. Persona garbata, ha il pregio di andare in tivù anche con giornalisti sgraditi: i renziani non lo fanno quasi mai. E’ però permalosissimo. Guai se gli dite che forse (ma forse, eh) si sta sbagliando. In tivù adotta la tecnica cara anche a Richetti, l’altro menopeggio-renziano più noto: il chiagnefottismo, o se preferite l’indoramento della pillola. Parte con una finta autocritica, aggiungendo complimenti finti alla controparte. Quindi, dopo il cappello introduttivo, sciorina la litania farinetto-picierniana: la solita zuppa del Renzi, insomma. Quando va in difficoltà, anche Emanuele detto Lele butta la palla in tribuna e cambia argomento. Un classico. Solo che, se glielo fai notare, si picca e reagisce come i bambini frignoni. Alla Gabbia abbandonò lo studio, salvo poi ripensarci comicamente. E da Formigli, mentre l’eversivo Lillo lo zimbellava sul caso Consip, ha piagnucolato chiedendo al conduttore di difenderlo. Emanuele detto Lele è così: sarebbe anche bravo, ma si vuol così poco bene da buttarsi via per il primo Bomba che passa. Peccato. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2017, rubrica Identikit)

Claudia Fusani, renziana querula di seconda fila

Schermata 2017-05-30 alle 09.07.29Ognuno è folgorato sulla via che merita. Chi da Dark Side Of The Moon, chi dai tempi dilatati di C’era una volta in America. E chi dal fascino di Dario Nardella. E’ accaduto, o così parrebbe, alla fiorentina Claudia Fusani. Per chi non lo sapesse, e la lista è lunga perché non parliamo di Dacia Maraini ma di una che da anni scrive per un quotidiano che non compra nessuno (ma che paghiamo noi), Claudia Fusani è quella signora bionda che sta sempre su La7 a difendere Renzi in tivù. No: non stiamo parlando di quell’altra, la Meli, anche se confondersi è naturale. Entrambe bionde, più o meno coetanee, turbo-renziane e ancor più anti-grilline. La Fusani, come subito si intuisce, patisce già un problema: è derivativa. E’ salita sul carro del niente, cioè del renzismo, quando c’era già troppa gente. Quindi la notano in pochi. In più è così diversamente pungente da apparire sempre una Rondolino in diesis minore, o una Meli che non ce l’ha fatta a essere Meli: e questo, lo capite bene, è un destino terribile. Attenti, però: Lady Fusani non è sempre stata così. Un tempo ormai lontano era firma di punta di Repubblica e sapeva fare il suo lavoro. Certo, allora riteneva intoccabile D’Alema (oggi lo lapiderebbe) e insopportabile Berlusconi (oggi tutto sommato le piace), ma scriveva anche bei pezzi: sulla “cricca”, sulla P3, sulle papi girls. Sul G8, sulla liberazione di Clementina Cantoni. Poi arriva la storiaccia Abu Omar, che travolge i vertici del Sismi: il capo Nicolò Pollari, i due funzionari Marco Mancini e Gustavo Pignero. Il Sismi si era creato un giro di fonti giornalistiche per spiare (anche) le firme sgradite. La spia più famosa era Renato Farina. Ma non c’era solo Farina. Giornalettismo riassume così: “A fungere da informatori, oltre all’agente Betulla, sono stati, per un certo periodo, anche due giornalisti di Repubblica: ovvero, proprio Luca Fazzo e Claudia Fusani. Come si evince dalle intercettazioni i due hanno intrattenuto rapporti con Mancini – e fin qui nulla di male – ma gli hanno anche inviato via fax una serie di articoli della coppia Bonini-D’Avanzo che raccontavano le magagne del Sismi”. Ovviamente, quando la cosa si sa, gli spiati e Repubblica non ci rimangono bene. Fazzo viene licenziato in tronco, la Fusani (che “ammette tutto e spiega che ha agito in questa maniera per preservarsi la fonte Mancini”, ricorda Giornalettismo) viene relegata al sito della testata. Poi passa a L’Unità su invito della neo-direttrice Concita De Gregorio. Si reinventa pure (simpatica) critica letteraria per Marzullo. Poi, mentre il quotidiano fondato da Gramsci e ammazzato da Renzi agonizza, arriva la folgorazione sulla via della faina guizzante di Rignano. Da allora la Fusani funge da pretoriana querula di seconda fila: se la Meli è la Santanché di Renzi, la Fusani è la Biancofiore qualsiasi del primo Gozi che passa. Le siamo vicini. Ogni tanto però sa dare spettacolo anche lei. Giorni fa, a Coffee Break, ha ribadito che il caso Consip non esiste: se quel caso avesse riguardato la Raggi, avrebbe come minimo evocato l’intervento della Wehrmacht sulle note di Farinetti. Poi – e qui si è tinta davvero di leggenda – ha accusato il collega Francesco Verderami di avere una voce sgradevole. Ecco: la Fusani che attacca un altro perché ha l’ugola stridula è come Giovanardi che accusa la Lorenzin di essere bigotta. Oltre la logica, oltre il buon senso, oltre il ridicolo. Tutte cose di cui la Fusani, ultimamente, non pare tenere granché di conto. (Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2017, rubrica Identikit)