Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
marzo: 2017
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Elogio di George Harrison, genio autentico

Schermata 2017-02-03 alle 11.48.27Stretto nella morsa tra John Lennon e Paul McCartney, quel gran genio anomalo e spesso accecante di George Harrison non è forse conosciuto appieno. Non come dovrebbe, almeno. Una buona e anzi ottima maniera di innamorarsi di lui è l’uscita – il 24 febbraio – di The Vinyl Collection. Il cofanetto includerà tutti i 12 album in studio con le grafiche originali, oltre a Live In Japan e a 2 picture disc 12’’ di ‘When We Was Fab’ e ‘Got My Mind Set On You’. Tutti gli album sono stampati in vinile 180gr e racchiusi in un box rigido con copertina lenticolare in edizione limitata. Sia le rimasterizzazioni che il taglio dei vinili sono stati realizzati nei Capital Studios. Per l’occasione verrà ristampata anche la biografia I Me Mine. Uscì una prima volta nel 1980, frutto della conversazione di Harrison con Derek Taylor, amico e addetto stampa dei Beatles. La nuova versione del libro è estesa, raccontando l’intera carriera di Harrison anche attraverso le note a 141 canzoni. I testi scritti a mano sono riprodotti a colori e nelle 632 pagine compaiono non poche foto inedite. Il progetto è stato fortemente voluto dalla famiglia Harrison e c’è pure, per chi vuole, un giradischi griffato Harrison in soli 2500 esemplari. Per quanto con Spotify sia diventato tutto relativo, anzitutto l’acquisto di dischi (e cofanetti), The Vinyl Collection è un gioiello vero. Compiti per casa: guardate, e se lo avete già fatto rifatelo, il film che Martin Scorsese ha dedicato a George Harrison. Si intitola Living in a material world ed è uno dei documentari più belli che siano mai stati concepiti. Emerge nitidamente la figura problematica di un uomo costantemente sfibrato tra l’anelito alla pace (all’ascetismo, al misticismo, alla trascendenza) e la concretezza brutale del “mondo militare” (i soldi, il successo, i tradimenti, gli scazzi coi Beatles e non solo coi Beatles). Harrison è morto troppo presto, ma ha vissuto mille vite. Genio garbato della chitarra. Musicista sopraffino, songwriter sottovalutato. Antesignano dei concerti per beneficenza, produttore di film (anche i “sacrileghi” Monty Python). Appassionato di Formula 1. E molto altro. Smise di fare concerti dopo un tour sfortunato nei Settanta (laringite cronaca e dipendenze varie). Poi ci ripensò e si imbarcò nella tournée in Giappone, da cui nacque il doppio live portentoso del 1992. Lo convinse Eric Clapton, amico e fratello, che si innamorò della moglie dell’amico fino a conquistarla: la Pattie Boyd che ha ispirato Something, LaylaWonderful Tonight. La carriera solista di Harrison comincia con un prodigio triplo: All Things Must Pass, pieno di tutte quelle cose sommamente mirabili che Lennon e McCartney non gli permettevano di pubblicare. Un disco di una bellezza fuori scala, che strazia e ammalia, con una delle canzoni più intense di tutti i tempi (Isn’t it a pity). Harrison non avrebbe più raggiunto quella vetta, che era e resta il miglior album solista di un ex Beatle, ma avrebbe comunque ritrovato più volte il guizzo (Cloud Nine, i Traveling Wilburys). Senza farla troppo lunga, George Harrison è stato uno dei più grandi, affascinanti e atipici geni del ventesimo secolo. Una meraviglia. (Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017)

I migliori di noi (un’autopresentazione)

gioiaIl settimanale Gioia mi ha chiesto di presentare il mio libro “I migliori di noi”, che grazie a voi sta continuando a fiammeggiare e che presenterò qua e là fino a settembre (tutte le date qui). L’ho fatto con queste parole, che mi piace pubblicare anche qui.

“Una delle cose che più mi affascina, da sempre, è l’amicizia. Non solo l’amicizia in sé: anche la sua narrazione. Pensate a True Detective: cos’è, quella serie, se non una maniera straordinaria di raccontare un’amicizia? Ripenso anche a Bruce Springsteen e a una sua vecchia canzone tratta da Nebraska, Highway Patrolman, che ha ispirato il primo film da regista di Sean Penn. Non l’ho capito subito, ma mi sono presto reso conto che alla base del mio nuovo libro ci fosse la voglia di raccontare un’amicizia decennale, parzialmente inspiegabile come spesso sono le amicizie, tra due persone assai diverse. Cos’è che, negli anni, ci tiene legati a persone che spesso non sopportiamo, e i cui comportamenti reputiamo talora inaccettabili, ma che ciò nonostante – o forse proprio per questo – reputiamo irrinunciabili? Pensate alla vostra migliore amica, al vostro migliore amico. Una persona per voi fondamentale. Di colpo quella persona – quel punto cardinale – scompare. Vi lascia soli. Così, di punto in bianco. Per poi riapparire, venticinque anni dopo, quando nel frattempo non fai più l’università, ma ti sei sposato. Hai avuto un figlio. Sei invecchiato. E certo cambiato, non saprei dirvi se in meglio o in peggio. Come reagiremmo? E come reagireste, se questo nuovo incontro arrivasse nel momento più difficile della vostra vita, proprio quando state aspettando l’esito di un esame decisivo? E’ questa la scintilla da cui sono partito: due anime perse, forse salve e certo diversissime, che si ritrovano. Cercano di riprendersi le misure. E scoprono che un’amicizia vera non muore mai. “I migliori di noi” è nato così. Un elogio dell’amicizia, tra bicchieri di vino, ironia (tanta), disillusione (un po’), vino e buona musica. Tutto questo, però, non sarebbe bastato. Serviva altro. Anzitutto due cani. Sarà che li amo, e sarà che i miei libri del cuore contemplano sempre almeno un cane (pensate a Saramago, per esempio). Non conosco il motivo, ma non riesco davvero a concepire un libro senza cani. Che volete farci, sono fatto così. I cani sono fumetti perfetti: i migliori attori non protagonisti del mondo. Sono decisivi senza chiedertelo, fanno sorridere e sono così naturalmente incredibili da apparire credibili in ogni cosa che fanno. Così, in questa storia blues di amore e amicizia, con uomini fragili e donne prodigiose, ci sono due cani. Uno molto saggio e uno molto bischero. Un po’ come i loro padroni, forse. L’altra componente era il contesto. Quando scrivi un romanzo può capitare di scervellarti per anni cercando il luogo giusto, salvo poi trovarlo nella realtà che vivi tutti i giorni. Izzo non poteva avere che Marsiglia, Vazquez Montalban non poteva avere che Barcellona. Ognuno ha la sua Macondo. La mia, nel mio infinito piccolo, è Arezzo. Una città in sé letteraria, anche se spesso se ne dimentica, con quel centro storico che pare disegnato da un pittore tanto talentuoso quanto sbadato. Così sbadato da non accorgersi neanche di quanto sia bravo. Buona lettura.”

(Gioia, 12 gennaio 2017)

Matteo Fabris Orfini, l’idolo di noi tutti

 

orfini
Egli ci ha parlato. “Dieci giorni per un accordo sulla legge elettorale e voto a giugno oppure subito al voto”. Oppure: “I riservisti aiutano gli avversari. Chi ha avuto occasione per cambiare il paese faccia autocritica”. Ma anche: “La legislatura è finita il 4 dicembre ed è stato deciso dagli italiani. Non dobbiamo però aver paura del loro giudizio e del loro voto”. Fino al definitivo: “Il mondo è rotondo e, a forza di spostarti a sinistra, ti ritrovi a destra come Trump”. Così parlò lo sfavillante, e sin dagli albori rutilante, Matteo Orfini. Uomo ossimorico, da sempre definito “giovane” (ora turco, ora dalemiano, ora renziano) senza mai esser stato giovane. Nato nel 1974, anche se a guardarlo avresti detto prima, Orfini è uno statista straordinario. La sua biografia è piena di aneddoti ammantati di leggenda. Per esempio quella volta che fece un provino come Fabris nel remake di Compagni di scuola, ma non lo presero. Oppure – ma sarà vero? – quando lo scartarono nelle selezioni finali dello spot di Amica Chips, scegliendo comunque un attore a lui somigliante. Di sicuro non attengono alla leggenda, bensì alla Storia, altre istantanee che vedono Orfini protagonista. Su tutte la foto, che trasuda genio e bellezza, in cui lo si vede ingobbito di fronte alla playstation, mentre svolge il ruolo di punching-ball del Gran Capo Renzi. In quelle stesse ore il Pd stava perdendo una delle tante elezioni che ha perso e il ligio Orfini, che fino al giorno prima aveva trattato Renzi come una sorta di usurpatore berlusconiano, cominciava la via Crucis del probo servitore di partito disposto a tutto – ma proprio a tutto – pur di avere un posto. Un ruolo. Una ragione di vita. Era l’inizio di una nuova carriera: quella dell’”amico debole”, e non troppo affascinante, figura di cui da sempre si circondano quelli (o quelle) convinti di esser fighi. Tra una pausa e l’altra, Orfini soleva twittare consigli tattici agli allenatori del Milan, che purtroppo (per il Milan) venivano spesso ascoltati. Nel frattempo le imprese orfiniche si succedevano: su tutte la portentosa rinascita del Pd romano, che il Commissario Orfini prima redime e poi salva. Era così che il Matteo debole (cioè: più debole di quell’altro) si guadagnava il ruolo di Presidente di partito, da lui interpretato con la stessa libertà intellettuale che vantava Bondi con Silvio. Dopo la Waterloo capitolina, Orfini scompariva per alcuni mesi, con vivo scorno dei tanti talkshow affezionatisi a quell’eloquio mesto, quel carisma diversamente efficace e quel capino dolentemente pennuto. Il rovescio referendario lo affliggeva ulteriormente, ma Orfini era ben lungi dall’arrendersi. Anzi. Ritrovava pigolo, e financo brio, in contemporanea degli attacchi di D’Alema: il vecchio maestro. L’uomo di cui, forse per affetto antico, imita ancora voce e pause. Ed eccolo, il vero capolavoro politico di Fabris Orfini: far quasi rimpiangere chi lo ha preceduto. Compreso D’Alema. Bravo Matteo: quello debole, ma pure quell’altro.
(Il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2017)

Federer, la rinascita e il crepuscolo

FullSizeRender (6)Viene da sorridere, guardando al raggiungimento della finale degli Australian Open da parte di Roger Federer (36 anni ad agosto). E viene da sorridere non solo perché è una bella notizia per il tennis, ma anche per i tanti che lo avevano dato insensatamente per finito. E già che c’erano avevano dato per finito pure Nadal, che magari lo affronterà in finale (Dimitrov permettendo). Neanche troppo dispiaciuti per disturbare la grancassa della retorica, scriviamo qui che la finale di Federer non è una sorpresa. Prima di tutto perché se sta bene è ancora il più forte, e poi perché – saltati Murray e Djokovic – tutto è diventato discesa. Ha strapazzato Berdych, che ha battuto 17 volte su 23. Wawrinka è un ottimo tennista, ma è anche un bullo mediamente odioso e troppo urlante con tutti tranne che con lui: non appena lo incrocia, torna l’eterno secondo elvetico. Infatti, con Roger, ha perso 19 volte su 22. Nishikori poteva sgambettarlo, ma è arrivato scarico al quinto set, forse intimorito dall’aria di favola che già aleggiava. La stessa che spinse Sampras a vincere gli US Open nel 2002 quando nessuno se lo aspettava più: solo che Pete aveva 31 anni, mica 35 e mezzo. Il capolavoro di Federer risiede nella sua voglia inesausta di migliorarsi, nel suo essersi allenato lontano da tutti dopo l’operazione di metà 2016. E’ un campione sublime, appesantito da due soli “difetti”: l’essere troppo superiore agli altri, al punto da avere a lungo trasformato il tennis in un soliloquio algido-narciso; e alcuni suoi petulanti tifosi (anzi ultrà), convinti che il tennis non esistesse prima di lui né esisterà dopo di lui. Figurarsi: è uno sport sopravvissuto al ritiro di McEnroe e alle badilate esteticamente empie di Courier, quindi nulla deve temere. Federer non raggiungeva una finale Slam dagli Us Open 2015 e non vince uno Slam dal 2012. Ha conquistato 17 Slam e 6 Atp Finals. La sua carriera può dividersi in tre fasi. Quella iniziale, divertente e addirittura iconoclasta, quando spaccava racchette e si pettinava come Malgioglio col codino. Adorabile genio scapigliato. A tale fase è subentrata l’era della perfezione inseguita e ostentata, ovvero la Dittatura Buonista di Re Frigidaire, in cui (soprattutto dal 2004 al 2007) giocava e vinceva da solo. I suoi erano più vassalli che rivali: Roddick, Hewitt, Gonzalez, Ferrer, Baghdatis, Ljubicic. I tornei erano una rottura di palle sovrumana, non per colpa sua ma perché il tennis pareva una Champions League in cui il Barcellona giocava contro il Ciggiano o il Bitritto (con tutto il rispetto, s’intende). L’avvento di Nadal, e chi scrive non è esattamente un fan smodato del suo gioco podistico-randellatorio, è stata in questo senso una benedizione: Rafa è stato la kryptonite di Federer, che stava pericolosamente divenendo un cyborg. Nel 2009, proprio in finale a Melbourne, Roger arrivò addirittura a frignare dopo la sconfitta: scena puerile e bambinesca, tipica di chi ormai non concepiva neanche più l’idea di perdere. Nadal lo ha battuto 23 volte su 34, dimostrando a tutti (cioè ai vassalli: alla plebe, ai servi, ai liberti) che anche Federer era umano. Tale agnizione ci conduce alla terza fase: quella attuale del Federer Re Lear, prossimo ad abdicare ma alfine vivo. Anzi vivissimo. Nel 2013 percorre le stazioni del calvario alla schiena, nel 2014 ritorna bellissimo – lo allena il divino Edberg – e vince la Davis. Nel 2015 sfiora Wimbledon e Us Open, nel 2016 il fisico pare cedere. Poi torna ed è più bello che mai: proprio perché più umano. Se trova Nadal domenica parte col 51% di chance, se becca Dimitrov (definito da sempre “il Federer bulgaro” per lo stile, non certo per la costanza e le vittorie) parte da un eloquente 5-0 negli scontri diretti. Le rinascite di Federer e Nadal, unite alla finale tutta Williams nel torneo femminile, dicono che non è ancora tempo per il ricambio: e questa non è una bella notizia. Lo è invece questa dimostrazione crepuscolare di abnegazione e bellezza: il mix che ha reso Federer prossimo all’immortalità agonistica. (Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2017)

 

Due parole (positive perlopiù) su Mannarino

Schermata 2017-01-24 alle 16.42.02Nell’estate 2009 l’allora trentenne e non troppo noto Alessandro Mannarino gravitò al Festival Gaber. Lo vinse. La sua fu una delle esibizioni più convincenti. Perché fu (era, è) bravo e perché fece un set di soli tre/quattro brani. Quest’ultima notazione, solo in apparenza cattiva, sintetizza la qualità e il rischio della poetica mannariana: poteva – può – reggere alla distanza? Il suo, già allora, era una ruspante centrifuga di maledettismo stornellatorio, Bukowski a fiumi, autobiografismo dichiarato, massicce dosi popolane e un immaginario a metà strada tra Stefano Rosso (con cui condivide la romanità ostentata) e Vinicio Capossela (con cui condivide approccio e immaginario). Ora che è appena uscito il suo quarto disco, Apriti cielo, e ora che Mannarino fa sold out senza con ciò aver smarrito quell’aria (un po’ vera e un po’ studiata) “alternativa”, si può asserire che aveva ragione lui. Il post-cantautorato degli Anni Zero, conscio di non poter ripetere i fasti di Gaber e De André, vive di meteore, artisti che meriterebbero di più e altri di cui la storia non si ricorderà granché. Vasco Brondi ha scritto Piromani, e per questo non verrà dimenticato, ma chissà se concederà un bis così convincente. Il Pan del Diavolo è talento puro, e sarebbe ora che lo scoprissero in tanti. Quanto invece ai Nobraino, Dente e Motta, sarà divertente soppesarne nel tempo il reale peso artistico (laddove tale peso esista). Mannarino ce l’ha fatta, perché ha talento e perché ha saputo creare una comunità (dote, pure questa, assai caposseliana). Chi lo ascolta, e chi lo va a vedere, si sente parte di un gruppo: una sorta di élite a rovescio, spettinata e forse rivoluzionaria, che se ne sbatte delle mode (o così dice) e che reputa inni generazionali brani come Me so’ mbriacato e Bar della rabbia. Mannarino ha saputo trafiggere i ventenni a cavallo di Anni Zero e Dieci come – prima di lui – hanno fatto Vasco e Ligabue (e Capossela: ancora lui). Mannarino sta per certi versi al cantautorato come Fedez al rap: entrambi ormai pop, ma per vie molto traverse e – soprattutto – senza che si dimentichi la loro identità certo ostinata e verosimilmente contraria. La fortuna di Mannarino dipende anche da alcuni amici (il regista Massimiliano Bruno), vetrine radio (Fiorello) e tivù (Dandini). Artista che sa “usare” l’informazione, disseminando le interviste promozionali di slogan esistenzial-ribelli che fanno tanto figo, non ignora che la smargiassata alimenti la fama. La rissa nel 2014 sul lungomare di Ostia, per cui è stato condannato; le bizze da rockstar; le camere non sempre uscite illese dal suo passaggio. Magari è vero e magari no, ma anche l’aneddotica attiene al mondo mannariniano. Un mondo di ribelli, di sconfitti. Di fiammate liriche, di poesie musicate: di vertigini in equilibrio labile, sempre più malinconiche e sempre meno goliardiche. Apriti cielo non è un capolavoro, ma un buon disco sì. A tratti molto buono. E di questi tempi – tempi di cui Mannarino è cantore e cartina al tornasole – non è poco. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 24 gennaio 2017)

Marracash contro Fedez contro Gué Pequeno: scazzi ameni tra rapper

Schermata 2017-01-17 alle 12.56.34Tanto per cominciare: è tutto molto divertente. Poi: la norma dovrebbe essere questa, mica l’ipocrisia dilagante che vieta agli artisti di dire in pubblico quello che pensano davvero. Invece i rapper non hanno filtri e si sfanculano. Certo: l’eloquio non è oxfordiano e non stiamo parlando di Pasolini che scudiscia Calvino negli Scritti corsari, ma mille volte lo scazzo Fedez-Marrakesh-Guè Pequeno dei “lo penso ma non lo dico” cari a troppi divi (va be’) pop. La fredda cronaca: Marracash e Gué Pequeno, in un’intervista al Corriere della Sera, accusano Fedez e J-Ax di essere comunisti col rolex, che è poi il titolo del loro nuovo disco in uscita venerdì (al Fatto lo abbiamo ascoltato in anteprima e ne parleremo: è buono, a tratti molto buono). L’accusa: “Non sono rapportabili a noi. Basta guardare alle rime e agli artisti con cui collaborano per capire che sono una forma di pop che si maschera da rap. Fedez è una macchina da guerra del business, glielo riconosco, ma il mio fare musica ha altri obiettivi» (Marracash); «Non è un delitto fare soldi, ma io lo dico chiaramente. Non voglio essere un politico, un attivista sociale o altro. Se invece hai la psicosi che ti fa vivere per il clic, sui social finisci col dire tutto e il contrario di tutto, preghi per Aleppo, preghi per i terremotati quando in realtà preghi per i soldi» (Gué). Fedez, che si diverte parecchio a rispondere, posta un video su Instagram in cui usa quel lessico che ormai non scandalizza più nessuno tranne il “Duo Noia” Boldrini & Murgia: «Dev’essere frustrante fare le interviste ed essere costretti a pronunciare sempre il nostro nome perché se no non vi cagano». Ricorda che la prevendita del nuovo tour con J-Ax sta andando alla grande e allude a un Schermata 2017-01-17 alle 12.56.56incontro in cui Marracash abbassò lo sguardo per paura. Marracash replica: «A quanto pare al nano con la sindrome di Napoleone è partita la nave sui social, ha inventato un bel po’ di storie. Anzitutto come parli oh, sembri il Cummenda. In secondo luogo, tu mi hai visto e io ho abbassato lo sguardo… ma dove? Ti stai inventando una cazzata. Sei l’unico babbo della storia dell’umanità che va alle sfilate con il bodyguard. Al massimo io abbasso lo sguardo perché mi arrivi al cazzo». E alé: si vola. Spunta poi Gué Pequeno, che da Santo Domingo imita Fedez: «Abbiamo venduto 300 milioni di biglietti, faremo un tour su Marte, il nostro disco è il numero uno dei numeri uno, presto sarò presidente della Repubblica… Ma vai a cagare». Tutto molto divertente. Attendiamo la prossima puntata. C’è solo un paradosso, notato anche Renato Franco sul Corriere della Sera. I rapper coinvolti hanno ironizzato sui social che ormai prevalgono sul reale, ora in Vorrei ma non posto e ora in Insta Love, ma sono i primi a esserne (consapevoli) vittime. Li criticano, ma ancor più li sfruttano. Col rischio costante del cortocircuito. Al punto tale che, al posto delle scazzottate di una volta, ci si sportella sui social. Sperando solo di avere un like in più del rivale. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 17 gennaio 2017)

Alessandro Siani e la banalità del successo

alessandro-sianiAlessandro Siani è il re del botteghino col suo Mister Felicità, e già solo in questa notizia qualcuno potrebbe riscontrare prove inconfutabili del declino inesorabile dell’umanità. Perfino Gigi D’Alessio, suo amico, raccontò qualche anno fa a questo giornale: “Prevedo sempre facilmente che battute farà, per noi napoletani è facile”. Non solo per i napoletani: probabilmente nulla, in natura, è più prevedibile di una battuta di Siani, a parte forse le cazzate della Picierno. L’originalità non lo ha mai intaccato e il primo a non dolersene sembra lui, che si bea pasciuto di una banalità orgogliosamente inseguita e facilmente raggiunta. Prima però che l’impeto iconoclasta ci travolga, occorre ricordare come il comico (comico?) 42enne sia una persona garbata e – si presume – conscia dei propri limiti. Quando qualche blasfemo lo accosta a Massimo Troisi, lui smorza giustamente tutto sul nascere: «Massimo è Dio e io sono un semplice chierichetto». All’anagrafe Alessandro Esposito, ha cambiato il cognome come omaggio a Giancarlo Siani, il giornalista assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985. Gran bel gesto. Viene da una lunga gavetta, spesa sui palchi “minori” e più ancora in tivù. Telegaribaldi, Pirati, il doppiaggio in napoletano di Jeeg Robot, lo spettacolo teatrale Fiesta, Bulldozer su RaiDue, Domenica In. Qualche premio, quindi il cinema e il trionfo definitivo con il riuscito Benvenuti al sud. Mister Felicità ha incassato più di 7 milioni in una settimana e Napoli lo ha appena scelto come gran cerimoniere per ricordare il trentennale del primo scudetto con Maradona, accanto al grande Diego. Tutto, da tempo, gira per lui nel verso giusto. Ieri Checco Zalone, l’altro ieri i cinepanettoni e oggi Siani: per qualcuno sarà un miglioramento, per altri l’Armageddon. Un passo indietro: 17 febbraio 2012, Festival di Sanremo. Sul palco dove hanno toccato vette comiche rare Grillo e Benigni, arriva lui. E fa un monologo debolissimo. Venti minuti strazianti, in cui Siani alterna accenni a caso sullo spread e freddure vagamente impegnate sulle pensioni, per poi chiudere con una melassa tremebonda sull’unità d’Italia. Quei venti minuti non sono solo la prova che Siani non deve toccare l’attualità neanche da lontano. Quei venti minuti sono – ancor più – la prova di come Siani non abbia minimamente testi. E neanche li cerchi. Dotato di una discreta mimica e di una faccia che si adatta con media efficacia agli stilemi della commedia leggera senza pretese, Siani trae forza dalla pochezza della contemporaneità (ai tempi dei Giancattivi o della Smorfia se lo sarebbero filato in pochi) e dalla consolidata banalità delle sue gag. Doppi sensi vetusti, giochi di parole da asilo nido, equivoci all’acqua di rose e buoni sentimenti a profusione. Nulla di nuovo, nulla di male. Si ha però una sensazione strana e straniante, osservando il successo di Siani. Quasi che chiedessero a Biagio Antonacci di sostituire Robert Plant nella reunion dei Led Zeppelin. (Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2017. Rubrica Identikit)

Ebbene sì, la playstation è divertente anche a 40 anni

fullsizerender-6Le donne lo sanno, come cantava Ligabue. Tra le molte cose che sanno, c’è la sostanziale deficienza del genere maschile. Essa si esplicita in varie forme, che vanno dal grado ameno a quello rondolinico. Assai prossima al grado ameno c’è quella che definiremo qui demenza “cazzara”. Comporta quasi solo cose positive – divertimento, relax, spensieratezza – e si esplicita in varie forme. Una di queste, e si chiede qui ancora perdono alle amatissime lettrici, è giocare alla Playstation. E giocarci non tanto a venti o trent’anni, ma a quaranta. O a cinquanta. O – insomma – a qualsiasi “anta” che volete. Molti, e più che altro me, inorridiranno: “Davvero non avete di meglio da fare, voi maschietti?” Certo che ce l’abbiamo, e peraltro lo facciamo (quasi tutti: Nardella probabilmente no), ma questo è un giornale timorato di Dio. E poi non è mai elegantissimo star lì a elencare le proprie performance amatorie: mica siamo Cruciani qualsiasi. Gli attacchi però proseguiranno: “Non potreste, al limite, guardare una serie tivù o andare al cinema”? Certo, e anche questo lo facciamo, però non è che uno può guardare tutta la vita solo Breaking Bad o The Affair. Anche perché prima o poi le serie finiscono, Heisenberg muore e – soprattutto – una serie come The Affair provoca la rottura del rapporto di coppia che stavi vivendo: non è che uno può soffrire tutta la vita, ragazze. Ed è anche per questo che, a coloro che stanno per accusarci di “disimpegno” perché a 40 e passa anni preferiamo Uncharted 4 al cicaleccio politico, ribadiamo che c’è davvero un limite al masochismo: farsi calpestare in tacco 12 da Rosario Dawson è normale e anzi incentivabile, guardare al mattino Chiccotesta (sì, tutto attaccato) o Andrea Romano no. Quella è perversione, per giunta delle peggiori. Non ignoriamo la critica peggiore: “Anche Renzi gioca alla Playstation”. Ebbene sì. E posta pure le foto mentre lo fa con qualche suo pretoriano spelacchiato, magari in una delle molti notti in cui prima delle elezioni hanno vinto di sicuro e poi puntualmente (stra)perdono. Ecco: Renzi che gioca alla Playstation è il piccolo specchio tragicomico di una generazione rimasta impigliata in quella eterna (quasi) giovinezza che li porta a reiterare, da quarantenni, le stesse cose che facevano a vent’anni. E’ la crisi di mezza età 2.0, però spensierata e tutto sommato piacevole. Non è tremendo che Renzi giochi alla Playstation: è tremendo che sia stato Presidente del Consiglio (e forse lo sarà ancora, sempre per quella storia del masochismo frainteso). Lo si dica, lo si gridi: giocare alla playstation è divertente: a qualsiasi età. E’ una stacco innocuo, che non fa danno alcuno, a meno che il maschio suddetto fullsizerender-7passi tutto il tempo davanti alla tivù, magari un 65 pollici 4K comprato proprio alla bisogna. Nel qual caso, amiche lettrici, qualora il vostro compagno non assolvesse appieno ai suoi ruoli eroici di compagno, amico e amante: punitelo, traditelo, lasciatelo. Farete benissimo e se lo sarà meritato. In caso contrario, lasciatelo rincoglionire al 20% con Fifa 2017, mentre è convinto di essere stato acquistato dal Barcellona o di avere appena fatto un gol in rovesciata a Buffon su assist del mirabile Suso. Lasciatelo armeggiare con quella cosa mediamente astrusa che una volta si chiamava joystick e ora DualShock. Lasciatelo nel suo comico brodo di giuggiole fatto di “R2”, tasto “quadrato” per tirare e “triangolo” per il passaggio filtrante: è una cosa grave, ma non seria. Fidatevi. (P.S. Questo articolo, che tutta la redazione maschile del Fatto Quotidiano voleva scrivere ma non ne aveva il coraggio, contiene forti tracce autobiografiche. Se ne sconsiglia l’uso a seriosi/e noiosi/e). – Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2017

L’umanità è senza speranza (il “caso Fox” e l’oroscopo cancellato)

foxIl 2017 si è aperto con una tragedia inaudita: è saltato l’oroscopo di Paolo Fox. La decisione, vieppiù empia, ha generato quella vibrante protesta che questo paese suole sfoggiare non per cose irrisorie, tipo democrazia a rischio o altri demoni, bensì per eventi di chiara rilevanza mondiale. Tipo Paolo Fox, bell’omino di età imprecisata coi capelli da Playmobil e il sorriso di chi ha appena fatto ambo alla tombola di Capodanno. I fatti. Il Primo Gennaio RaiDue decide di cancellare l’attesissimo oroscopo di Paolo Fox, per dare spazio a un fatto assai prescindibile: l’attentato a Istanbul. Milioni di italiani, uniti come un sol uomo, manifestano eroicamente il loro sacrosanto sdegno attraverso quella cosa a volte utile e sempre più spesso no chiamata “web”. Per la Rai è una delle tante polemiche di Capodanno. Un anno fa toccò alla mezzanotte lanciata in anticipo da RaiUno, che per bruciare la concorrenza Mediaset reinventò arditamente il concetto di Tempo. Ci fu pure la bestemmia che passò in sovrimpressione. Quest’anno c’è stato anche il caso dell’assessore lucano Nicola Benedetto, che si è fatto lo spot da solo nel Capodanno RaiUno finanziato dalla regione Basilicata. Fox, però, ha fatto molto più rumore dell’assessore. Giustamente: cosa sarà mai, rispetto al Futuro, il prosaico presente della politica italiana? Fox conosce il futuro. Per lui non è che realtà già consumata: una costellazione di eventi che noi dobbiamo ancora vivere, ma che Lui ha già vissuto. E dunque può raccontarceli. Anzi: “potrebbe”, perché RaiDue è stata così stupida da ritenere l’Isis più importante dell’Uomo che vede il Futuro (anche se spesso il futuro non vede lui). Le proteste sono diventate fieramente veementi di fronte alla scelta di cancellare del tutto “Mezzogiorno in famiglia”, all’interno del quale il Mitologico Fox si palesa, trasmettendo al termine dello speciale sulla Turchia una replica di Voyager. E in effetti mandare in onda Giacobbo è di per sé discutibile. Ancor più come replica. Lo “scandalo Fox” sembra uscito dal riuscitissimo discorso di capodanno di Natalino Balasso. Non sai cosa fare? Niente paura: fingiti rivoluzionario con l’iPhone 7 ed esprimi la prima rabbia inutile che pare andar di moda sui social. E’ la nuova moda: l’indignazione a caso. Per non dir peggio. (Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2017)

Gli errori più frequenti dei ristoratori

fullsizerender-6In Italia ci sono tanti ristoranti e molti tra questi sono meravigliosi. Essere italiani, anche se a guardare Nardella non sembrerebbe, è una gran fortuna. Al tempo stesso, la ristorazione nostrana si complica la vita da sola confondendo spesso il lusso con l’eccesso di zelo (o con la cafonaggine). Camerieri troppo ossequiosi, tivù fastidiosamente accese, carte dei vini aggiornate una volta ogni vent’anni e musica troppo alta (o troppo a caso). Ecco una lista, purtroppo parziale, degli errori commessi più frequentemente.
1. I camerieri pronti alle tue richieste sono uno spettacolo, e ci vuole un fisico parecchio bestiale per fare i camerieri. Quando però stazionano a un centimetro dal tavolo perché vogliono essere (troppo) scattanti, il risultato è assai controproducente. Ti senti controllato e spiato. Più che camerieri, paiono agenti segreti del KGB. E la guerra fredda sarebbe finita. O almeno così dice Orfeo al TG1.
2. Finiamola con questa prassi insopportabile della bottiglia di vino che non puoi servirti da solo, perché non appena ci provi arriva il cameriere e lo fa (solo) lui. In alcuni casi, addirittura, la bottiglia te la mettono proprio lontano perché devono essere (assolutamente) loro a svolgere tale (sacra) mansione. E sono pure convinti di farti un favore: che sia una cosa fighissima (infatti te la fanno pagare oro).  Allora, chiariamo: il vino è mio e me lo gestisco io. Punto.
3. Basta con i camerieri che, ispirandosi alla rapacità di Pippo Inzaghi in area di rigore, ti sfilano il piatto non appena hai terminato di mangiare. Anzi: spesso te lo sfilano prima che tu abbia terminato. Se aspetti un attimo, caro cameriere, non è che ti fanno una multa. Magari, prima di allontanarmi dal piatto, voglio fare la scarpetta (anche se dicono che non andrebbe fatta). Oppure ho solo voglia di fare due chiacchiere col sughetto residuo della parmigiana di melanzane, perché nel frattempo mi ci sono affezionato.
4. Il servizio deve essere veloce, d’accordo, ma non troppo veloce. Se un piatto mi arriva tre secondi dopo averlo ordinato, qualcosa non torna. Magari era già pronto da giorni. Magari era surgelato. E – in ogni caso – al ristorante si va anche per conversare e lasciare che il tempo scorra lento. E’ una cena, non la Q2 delle qualifiche del sabato in Formula 1.
fullsizerender-75. La musica non è un riempitivo e ogni nota ha un senso, a meno che non stiate ascoltando Biagio Antonacci. Se un ristorante ha la musica che accompagna i piatti, deve essere ben scelta: non puoi mangiare una tartare di tonno coi Modà sullo sfondo, o il tonno morirà un’altra volta. E poi la musica deve essere bassa: è un ristorante, non il privè di Briatore.
6. Quanto appena asserito, vale ancor più per la musica dal vivo. O fai ristorazione, o fai concerti(ni). Non puoi contemporaneamente mangiare e ascoltare musica live. E’ una cafonata, tanto per te quanto per chi suona.
7. Le carte dei vini vanno ossequiosamente aggiornate. E’ insopportabile ordinare un vino e sentirsi dire: “Ops, è finito”. Se è finito, lo si cancella. Se non è cancellato, quel vino ci deve essere. Per forza.
8. La tivù, al ristorante, non deve esserci. Mai. Okay quando il locale ha come priorità quella di far vedere le partite, tipo pub, ma nei ristoranti propriamente detti la tivù deve essere ben spenta. Se è accesa, chi sta con te la guarda. E se la guarda, tu parli da solo. E ti incazzi. Giustamente.
9. Gli osti simpatici sono sempre graditi. Ma c’è una differenza sottile tra essere simpatico ed esser logorroico. Non me ne frega nulla se ti hanno fatto la multa al mattino, se ti piace quel vino o se domani ti scade la rata del mutuo. Sono qui per cenare con Rosario Dawson, mica per ascoltare te. (Il Fatto Quotidiano, 2 gennaio 2017)