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Bocca, Montanelli e il proto-troll

No, non parliamo ancora di Giorgio Bocca. Ho già dato, ampiamente. E hanno dato tutti. Chi benissimo, chi malissimo.
Voglio raccontarvi un’altra cosa. Ieri sera, 26 dicembre, a mezzanotte (quindi era il 27: va be’). RaiTre ha avuto l’ottima idea di riproporre il Match tra Giorgio Bocca e Indro Montanelli.
Match era un programma in cui si scontravano due “miti”, colleghi tra loro, ma di opposto orientamento. Sul cinema ci fu la singolar tenzone tra Mario Monicelli e Nanni Moretti (enormemente più convincente e simpatico il primo).
La sfida Bocca-Montanelli è del 1978. Il moderatore, fisso, era Alberto Arbasino.
Riguardata oggi, l’effetto di quella tivù è straniante. Non si sa se immalinconirsi per il tempo passato esaltarsi per il livello intellettuale che ti ritorna addosso. L’unica certezza è che, come tutti gli antitaliani, Bocca e Montanelli hanno ricevuto addosso una quantità industriale di sterco.
Consiglio a tutti di procurarsi quella registrazione. Qui ne trovate una parte. E’ meravigliosa.
Nessuno che si accavalla. Arbasino che cerca un po’ di polemica, ma senza motivo perché non ce n’è bisogno (e infatti Bocca lo rimbrotta). Montanelli – vestito in maniera (oggi) vezzosamente improbabile – che quasi teme Bocca: lo rispetta, parla di depressione, si stupisce della critica sul “turarsi il naso e votare Dc“. E Bocca, gelido, quasi feroce, che non cambia mai espressione ma incalza. Scardina. Scarnifica. E provoca.
Uno spettacolo incredibile. Perduto e non ripetibile.
C’era un’altra perla, in quella registrazione. Ogni tanto intervenivano dei giornalisti, degli opinionisti . Uno di questi era Sergio Saviane. Tra gli altri, quella sera c’era anche un movimentista di professione. Un pollo di allevamento del ’77, in servizio permanente e sulla cresta dell’onda. Enzo Modugno. Uno dei leader. Credo che poi sia approdato al Manifesto, non lo so. Non ne conosco il percorso successivo e, va da sé, mi auguro abbia avuto ogni fortuna. Di sicuro non ha cambiato il mondo, né dato particolare seguito a tutta quella sicumera.
Ecco: il gggiovane Enzo Modugno, rivisto oggi, appare emblematico. Saccente, supponente, pieno di parole “sempre più acculturate e sempre più disgustose“. Con la patetica e caricaturale convinzione di essere oltremodo superiore a Bocca (Montanelli non ne parliamo). La pretesa di parlare a nome dei ggggiovani. L’escamotage mellifluo di mettere in bocca al rivale parole mai dette (“Mi pare che lei abbia detto che i giovani vogliono la violenza“: ovviamente Bocca non lo aveva mai detto). Il look e la gestualità da fighetto, che lecca il gelato e si sporca la barba mentre parla di Engels. Una sorta di Pierluigi Diaco guevarista.
Quel gggiovane virgulto movimentista, oltre a esemplificare sin troppo chiaramente i motivi che portarono Giorgio Gaber a scrivere Quando è moda è moda, oggi farebbe probabilmente di professione il troll. Magari scriverebbe provocazioni e insulti sui blog (in forma anonima, perché nel frattempo è peggiorato anche il pollo di allevamento) e li dedicherebbe al “fascista” o “razzista” (assai presunti) di turno.
Il filmato ci mostra un fenomeno antropologico irrinunciabile: l’avvento del Proto-Troll, che si permetteva di zimbellare due giganti come Bocca e Montanelli. Che non erano intoccabili, certo. E che hanno sbagliato tanto (per fortuna). Ma bisognava saperli scovare, gli sbagli. Non affidarsi alla liturgia rancida, e agli slogan queruli, del compagno che recita la parte dell’okkupante.
Riguardatevi quel Match. E’ bellissimo. Oltre che un saggio, lucido e spietato, di ciò che eravamo e saremmo diventati.

————

(Due anni e mezzo dopo questo articolo, nel luglio 2014, Enzo Modugno mi ha risposto. Pubblico qui la sua replica.

“Caro Scanzi,
mi avvertono solo ora dei suoi interventi. Capisco che la mia breve polemica con i suoi <due giganti> Bocca e Montanelli, in quella trasmissione, abbia potuto infastidirla. Ma non fino a scatenarle una così rovente indignazione. In realtà avevo solo ripreso un tema di Harold Innis, un canadese che ha influenzato McLuhan, sul ruolo dei professionisti dell’informazione, come cercherò di ricordare. E non avevo usato epiteti, come invece ha fatto lei con me. E pure stavo dall’altra parte. C’è quindi da chiedersi il perché del suo travolgente turbamento quarant’anni dopo: lesa maestà, sussulto di berlinguerismo, difesa della professione, o soltanto un singolare talento per le intemerate?
 Probabilmente nel ’77 lei non era ancora nato, ma dal tono dei suoi interventi è facile immaginare che sarebbe stato un fiero avversario di quel movimento, un giornalista che <incalza, scardina, scarnifica e provoca> – come lei dice di Bocca. È vero che allora poteva essere rischioso perché erano attivi nuclei armati clandestini che per molto meno avevano gambizzato Montanelli. Ne portava ancora i segni. Ma non c’è motivo di dubitare che lei avrebbe difeso le ragioni della borghesia illuminata come fecero Bocca e Montanelli, con lo stesso coraggio (invano “il manifesto” scriveva che quella borghesia era illuminata solo perché qualche altro pagava la bolletta della luce).
Per questo se si trattasse solo di un giornalista che <scarnifica e provoca>, figuriamoci, niente da dire. Ma le sue sortite, a chi ha memoria di quegli anni, appaiono inevitabilmente come un esercizio tardivo nello stile della stampa di allora, quando la repressione dei movimenti antagonisti degenerò in una vergognosa caccia alle streghe – altro che <mangiar gelati> – per uno scontro sociale che dal ’68 continuava a crescere nonostante secoli di galera e discriminazioni senza fine (ci mancava lei). Col paese sotto una crescente minaccia di golpe. Ma lei allora non era ancora nato e forse non si è reso ben conto delle circostanze in cui si tenne quella trasmissione e quindi delle assonanze dei suoi interventi con la peggiore stampa di allora.
Bocca invece, da quel giornalista che era, volle andare controcorrente e indagare le ragioni di quei movimenti. E forse quel dibattito televisivo gliene fornì l’occasione. A questo proposito, vista la sua sincera venerazione per Bocca, potrà interessarle un seguito a quel dibattito che lei non poteva conoscere. Infatti, finita la trasmissione, Bocca mi prende sottobraccio e mi dice: <Innis, vero?>. <Beh, si> gli rispondo, e comincia una conversazione che va avanti per un’ora. Ne avevo trascritto qualche punto. Durante la trasmissione gli avevo detto che non aveva capito – e per questo lei mi definisce saccente – che in un grande convegno del movimento del ’77 che si era tenuto poco prima a Bologna, con decine di migliaia di partecipanti, si era verificato uno di quei momenti alti di democrazia diretta che Harold Innis appunto, aveva descritto trent’anni prima. Dice Innis, attaccando addirittura il First Amendment della Costituzione americana, che la libertà di stampa toglie al popolo il diritto di informarsi parlando da individuo a individuo (un diritto, come lei sa, che si rivendica anche oggi, ora anche dal Movimento 5 Stelle), e lo sostituisce col diritto a essere informato dai professionisti dell’informazione. In quella grande manifestazione a Bologna – in una città blindata, con i carri armati in periferia – si era contestato proprio questo: rifiutati i media ufficiali, in decine di assemblee in tutta la città il movimento aveva sperimentato il diritto a un reciproco scambio di informazioni.
Certo, non poteva durare. Perché un movimento rifiuta le strutture che potrebbero renderlo stabile: ed è proprio questa la sua forza, qualunque potere non riesce a controllarlo perché si presenta come un <mare insondabile> che nasconde gruppi spontanei (lei aveva immaginato che io fossi un leader, ma come vede non potevo esserlo e non lo ero).
Con Bocca parlammo di questo e della possibilità di un golpe, che considerava più probabile con la presenza di lotte sociali. Era un monito inaccettabile per il movimento: smettetela o finiremo tutti nello stesso stadio. Noi pensavamo invece che un forte movimento antagonista avrebbe contribuito a dissuadere i golpisti (e ci piace pensare che sia andata veramente così).
Ma parlammo soprattutto delle ragioni della <révolte logique> che durava dal ’68 e che riguardava le trasformazioni del modo di produrre e i sacrifici di quegli strati sociali che – come accade anche oggi – ne sopportavano i costi: abbandonati dalla politica ufficiale, e in particolare dal PCI di Berlinguer (che a lei piace tanto), i “non garantiti” provvedevano all’autodifesa nei movimenti di lotta.
Bocca considerava questo abbandono un errore che doveva essere superato. Non so se avesse in mente altre considerazioni, ma sta di fatto che egli smise di seguire l’informazione mainstream che avversava il movimento – aveva appena attaccato le femministe a quel convegno di Bologna – e cominciò invece a spiegarsene le ragioni. Fu un buon risultato per tutti. Controlli pure gli articoli che scrisse in seguito.
La vedo spesso in TV. Non esageri però, Bocca ci andava poco.     
Enzo Modugno“.)        

27 Commenti a “Bocca, Montanelli e il proto-troll”

  • Alessandro:

    Caro Andrea,

    anche se non lo sai ti seguo in silenzio, quando il tempo (troppo poco me lo permette), un po’ sul Fatto, un po’ qui, un po’ là… Senza mai fare un commento, ti seguo nell’ombra.
    Tu non eri uno dei miei redattori preferiti, ai tempi del nostro “divertissement” con Giampiero e Pasquale, ma sarebbe ingiusto non riconoscerti un po’ talento.
    Ora però, incuriosito dal tuo post, ho riguardato il “match” e non ho potuto esimermi dal salutare con tutto il mio affetto e la mia stima (anche di aretino, esule, a Milano!) i tuoi commenti su Modugno.
    Il calcio è un gioco maschio e ogni tanto, come faceva Pasquale Bruno, bisogna anche tirare qualche botta… E Modugno se le era meritate!

    Vai “Rui”!
    Con affetto,
    A.

  • elena:

    quello che salta all’occhio in questo match di “giganti” è il livello di civiltà della conduzione – del pubblico che non applaude mai – e dei partecipanti……
    cose dell’altro mondo … anzi di un altro mondo…

  • Luca Lopardo:

    “Una parte delle sue velleità, che Bocca descriveva come parole al vento oggi si è potuta rivelare con internet, ed effettivamente anche se non è vero che ognuno ‘ha il suo giornale’, è comunque vero che c’è la possibilità di comunicare e scambiarsi idee, informazioni e cultura in toto molto più facilmente. Siamo su un blog no?
    Di certo anche all’epoca l’esigenza si sentiva ed anche se lo diceva uno che si atteggia da fighetto, torto non ne aveva.”

    E’ verissimo, Pini, soprattutto sul fatto che ci si scambia cultura. E che cultura. Il sogno di Modugno si é realizzato, e l’Universo ne ha tratto beneficio. Viviamo nel migliore dei mondi possibili, anche grazie a questo sogno fantastico targato Polli d’allevamento. 🙂

  • Fabio Pini:

    Dibattito interessante però…francamente non me la sento proprio di dare addosso al ‘giovane 78ino’.
    Troppo comodo fare leva sul tono arrogante (ma non sgarbato) e sulle pretese utopistiche o peggio schernirlo perchè ‘non ha cambiato il mondo’: mi interessa ciò che dice, a prescindere dalla sua storia personale, i suoi inciuci.
    Una parte delle sue velleità, che Bocca descriveva come parole al vento oggi si è potuta rivelare con internet, ed effettivamente anche se non è vero che ognuno ‘ha il suo giornale’, è comunque vero che c’è la possibilità di comunicare e scambiarsi idee, informazioni e cultura in toto molto più facilmente. Siamo su un blog no?
    Di certo anche all’epoca l’esigenza si sentiva ed anche se lo diceva uno che si atteggia da fighetto, torto non ne aveva.
    Idem quando parla di rivoluzione: si può essere o meno d’accordo sull’ideale socialista, ma è vero che come per qualunque altra rivendicazione politica, che senza un’impegno dal nulla ed all’inizio sempre utopista, non si potrà mai ottener nulla. Bocca citava le basi americane sul suolo italiano ed il Cile, e ben faceva Modugno a parlargli di ricatto perchè di tale si trattava: lo stesso PCI ne assaggerà lo scotto, non riuscendo mai ad arrivare al governo a differenza del più ‘presentabile’ (poi si è visto) PSI . Ma la forza dei movimenti popolari non è mai da sottovalutare se fa leva su esigenze reali (e quelli del ’77 qui erano carenti), altrimenti oggi non conosceremmo i Mandela, Havel e tanti altri.

  • Luca Lopardo:

    Quando Bocca lo irride sui “40.000 giornali – ognuno deve avere un suo giornale!” signoreggia, soverchia, blasta e vivifica (cit.). Dio mio. Tutto quello che gli esseri davvero pensanti avrebbero voluto dire, Bocca lo diceva.
    Che squarcio salvifico: paghiamo dazio per un passato troppo opulento. Bocca e Montanelli, Gaber e Pasolini, Battiato e De André. Tutti assieme, cosí, non li ha mai avuti nessun popolo e nessun altro ne riavrá. Noi in primis.

    P.S. Gunny, quando alludi allo scontro Monicelli – Moretti (che non ho mai visto) mi fai sovvenire il dibattito di Sogni d’oro: Mughini al posto di Arbasino, e un Moretti ugualmente antipatico, e compiaciutamente traballante.

    • Paolo:

      Non sono d’accordo. Va notato che quando Bocca canzona i 40.000 giornali, dimostra di non aver la lungimiranza che forse quei ggiovani avevano. Come nota Pini, tra i commenti, la tecnologia ha permesso il fiorire di un numero non dissimile di blog e giornali online. In secondo luogo, pur trattandosi di personaggi memorabili e forse di geni, sostenere che nessun popolo mai ha avuto e avrà “Bocca e Montanelli, Gaber e Pasolini, Battiato e De André” allo stesso tempo, è sinceramente imbarazzante, per il nazionalismo che rivela.

  • massi:

    Ho visto il dibattito per caso, davvero bello. Ho gradito anche l’articolo sulle reazioni in morte di Bocca. Condivido integralmente.
    Prendersela con Modugno mi sembra pero’ ingeneroso. I suoi interventi erano sicuramente fuori tono. Ma con Diaco non c’entra nulla. Modugno e’ uno studioso, un critico dell’economia politica. Insomma uno che ha studiato…

    • admin:

      Ho specificato che la mia critica è al Modugno gggiovane. Non so cosa faccia adesso e gli ho augurato ogni fortuna. Di sicuro, in quei pochi minuti, ha incarnato – per boria, supponenza e linguaggio pseudo-colto – la caricatura più esplicita (e insopportabile) del pollo di allevamento di pasoliniana e gaberiana memoria. Alludevo al Modugno di quel dibattito, di quei minuti, di quel ’78. Solo quello. E in quel momento sembrava – iperbole – un Diaco guevarista.

  • Antonella:

    Ma questo Modugno quanti anni aveva allora? Perchè dal filmato e dalle sfumature grigie tra i riccioloni rivoluzionari non mi sembrava tanto gggiovane…..in Italia d’altronde i gggiovani sono sempre stati rappresentati da quarantenni con l’aggravante di essere nati vecchi…. le sue parole le sento da tanti infoiati dei vari movimenti attuali che si sentono superiori al mondo perchè hanno scoperto la verità assoluta che posseggono solo loro….infarcita di slogan vecchi triti e ritriti….. peccato non riuscire a trovare tutta la puntata…mi sarebbe piaciuto vedere la prima parte dove Bocca e Montanelli discutevano ….. e poi mi è piaciuto Bocca quando ricordando la Castellina che diceva che ognuno doveva farsi un giornale diceva che erano fesserie…. lui ultimamente diceva che il mestiere del giornalista vero stava scomparendo perchè tutto si sentivano autorizzati a scrivere…. la rete credo che in questo abbia impoverito un pò il mestiere….ha dato sicuramente spazio a molti ragazzi che forse mai avrebbero avuto l’occasione di poter scrivere ma adesso credo che ci sia un fenomeno per cui anche chi ha una pagina Fb si sente giornalista perchè pubblica “verità assolute” che magari sono delle stronzate megagalattiche solo perchè si trovano in rete…. non sapendo che il lavoro di giornalista parte dalla ricerca della notizia e dalla verifica anche delle virgole….credo che Bocca in quanto vecchio cronista si sentisse completamente fuori dal mondo e non vi si riconosceva più….e il fenomeno troll con questi mezzi si è accentuato ancora di più perchè il trolll ti dice che lui è “informato” solo perchè appunto si fa il giro dei blog senza nessuno criterio, prendendo tutto come verità della rete indiscutibili!

  • Alberto:

    Modugno: berlusconiano ante litteram.

  • Flor:

    visto anch’io lunedì: magic moments. due giganti, nei modi oltre che nei contenuti. autorevoli, appassionati, autentici.

  • Carolina:

    Guardando il video ho fatto caso alla totale assenza di applausi del pubblico. Quel silenzio immobile di sottofondo l’ho trovato stupendo, scomparsa l’attesa di glorificazione della frase a effetto, inevitabile una maggiore attenzione alle parole e al loro senso preciso (o impreciso, nel caso del “diaco guevarista”, grande scanzi!).

  • Alan:

    Il giornalista Modugno (marziano) mi sembra il tipico 78ino blabla tutto fumo e tutto utopico. TI PI CO

  • Giuseppe:

    Tra le tante cose dette io aggiungerei un’altra cosa che ho notato nel video e mi ha fatto riflettere (la pippa mentale della mezzanotte tanto per capirci). Un aspetto di quella trasmissione che all’inizio mi ha lasciato interdetto ma che andando avanti con il video mi ha intrigato sempre di più. Cioè il tono schietto, viscerale, ma mai volgare di tutta la conversazione. È stata come una coltellata all’odierno buonismo televisivo che scade poi regolarmente nella rissa imbecille. Una sorta di gelatina che a forza di trovartela davanti agli occhi ti atrofizza il cervello. Sì ok, erano altri tempi, altra televisione. Una trasmissione totalmente improponibile e impensabile oggi. Ma quel pezzo di antiquariato è stato come uno schiaffo. Di quelli che ti fanno svegliare di soprassalto.

  • Simone:

    Mi sembrava di star dentro ad un pezzo di storia importante, al contrario di oggi. Mi sembrava un momento in cui si “facevano” le idee.
    Menomale che ho beccato n tempo il tuo post su FB, godendomi quindi la trasmissione.

  • Francesco:

    Ricordo bene una puntata del programma “L’una italiana”, di Claudio Ferretti e Umberto Broccoli, che andò in onda su Rai3 all’ora di pranzo fino a dieci anni fa. Una bella trasmissione, nel suo complesso, arguta, garbata, ben curata. Un giorno, in studio, c’era Diaco, che ad un certo punto si mise a barrire contro Bocca, reo di aver scritto un libro sulla new economy, “argomento di cui non conosce nulla. Basta con questi vecchi tromboni che parlano di cose che non sanno!”. E giù con altre manganellate. Anni dopo, ritrovo Diaco da Enzo Biagi, mentre racconta la sua esperienza di tossicodipendente. Ah, ecco, pensai, ora è tutto chiaro.

  • Tor:

    Io ricordo Curzi che si portava dietro ‘sto pischello come Battiato con Sgalambro o Benigni con Cerami, e il bambinello che era contemporaneamente rifondarolo e pidiessino e retino orlandiano (parlo, fai conto, del ’92-93. Poi dalla maggiore età – sua – mi sono perso. Un po’ come quando il Micheleserra d’antan, su un titolo di Cuore del tipo “Nuovo nome per il Pci: chiamiamolo Mario si inventava un finto intervento di Marta Marzotto che diceva “Mario si chiamavano il mio terzo, settimo, undicesimo e ventiseiesimo fidanzato. Poi ho fatto la prima comunione”). Se il buon Diaco campasse altre cento vite non passerebbe mai alla storia per aver sderenato Vigevano, ma partirebbe con un attacco all’insegna dell’io oppure, più verosimilmente, direbbe quanto è stata grande l’ospitalità di Tizio, Caio e Sempronio, à la Carlo Rosella. Praticamente un redazionale di pubblicità. Ecco cosa distingue i vecchi ignoranti incazzosi alla Bocca dai cosiddetti opinionisti del terzo millennio…

  • Achille:

    Prima si trattava di giovane promessa.Il Diaco ormai giovane vecchissimo fu utilizzato da Costanzo quando era in maniera conclamata personaggio tronfio e ignorante.

  • Tor:

    Mai letto Il Mucchio. Temo tu abbia ragione, per quanto me lo ricordo come pischelletto manco sedicenne trasportato quasi un su un carro da processione del santo patrono da Curzi come fosse un novello Gramsci. Ma non voglio parlare di chi ce l’ha più lunga, la memoria.
    Volevo solo ricordare che ci sono due episodi memorabili nella storia della stampa italiana del dopoguerra: la titolazione “Di sicuro c’è solo che è morto” dell’Europeo al pezzo di Besozzi sulla morte di Salvatore Giuliano; e quell’attacco di Bocca sul Giorno quando parla di Vigevano: “Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi. Se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una”. Se il metro fosse quello dei fascistelli – ops, polli – di allevamento, è sorprendente come l’operosa comunità vigevanese non sia insorta contro la celebrazione del reazionario della Provincia Granda, dandogli del fascista, razzista, antivigevanese prevenuto, invidioso.

  • Vescia:

    mi permetto una riflessione. Innanzitutto è magnifico vedere come le persone si ascoltino fra loro. E poi, quanto siano estremamente moderni e attuali i giudizi di Bocca, soprattutto visti nel constesto storico che da li a pochi anni si sarebbe realizzato, ossia il culmine della tensione con l’omicidio Moro e la strage di Bologna, e la successiva euforia degli anni 80, con Craxi e tutto il resto. Fra l’incredulità e lo sprezzo del gggiovane Modugno, che denigra le critiche di Bocca (che saranno poi tutte puntualmente realizzate), portando avanti le sue istanze “proto rivoluzionarie” che oggi risultano non solo ridicole, ma insopportabili, tanta la miopia di cui sono cariche. Se avessero ascoltato qualcuno dei padri, quelli del 77, invece di rinnegare tutto e chiudersi in un mondo a parte che si è rivelato solo un binario morto, chissà se oggi la sinistra sarebbe a questo punto. Per concludere, magnifica la risposta che da Montanelli al prete riguardo l’indipendenza del suo giornale che vive di “collette”, permettendogli di essere “fieramente indipendenti”. Che guarda un pò, è il principale motivo di orgoglio dello stesso Fatto. Spero di riuscire a trovare tutta la puntata da qualche parte. (scusate il prolisso commento)

  • Ale:

    E di Max Stèfani. Per la precisione.

  • Tor:

    Se non mi si svitano le spalle smetto di applaudire tra un paio d’anni. @Achille: Diaco non è un crimine di Costanzo, ma di Sandro Curzi. Per la precisione.

  • Alessandro:

    Andrea, ho visto la trasmissione e tu esprimi perfettamente il senso di sconforto. Credo nell’errore, ci credo fortissimamente cosi’ come non credo negli illuminati 24 ore su 24. Ecco i due erano questo. “No more heroes” ma persone. Di un livello superiore. Si va avanti….ma che fatica…

  • Achille:

    “Una sorta di Pierluigi Diaco guevarista”. Diaco è inarrivabile e tornando a Costanzo un altro dei suoi errori.

  • Marco:

    “Una sorta di Pierluigi Diaco guevarista”, è bella.

  • Cava:

    La cosa che mi stupisce di più è che Bocca non l’abbia mandato a stendere dopo due secondi.. evidentemente erano altri tempi anche nei modi e nelle reazioni alle provocazioni. Altri tempi.

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