“Naturale raccontarlo” (due parole sul vino)

Schermata 2017-07-05 alle 09.13.28Dal corso Sommelier ai bestseller. Andrea Scanzi parla della sua idea di vino tra sport, musica, teatro e politica

Potrebbe essere la storia di un giovane come tanti altri. Si interessa di musica e di sport, ci tiene alla linea e alla salute. In famiglia beve solo acqua minerale ma quando inizia a frequentare qualche ristorante, con gli amici o la fidanzata, si avvicina al vino. Un mondo che lo affascina, di cui sente però di non conoscere abbastanza. “Avvertivo un senso di inferiorità nell’affidarmi ciecamente ai consigli del sommelier al ristorante”. Racconta, e così decide di iscriversi al primo livello AIS. È il 2005 e ha 31 anni. Ha già scritto le biografie di calciatori come Roberto Baggio e Marco Van Basten, si occupa di sport e musica su La Stampa. Solo dopo quel primo fatale incontro con il vino diventerà l’Andrea Scanzi che oggi conosciamo. Autore di due bestseller come Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, ma anche opinionista politico su Il Fatto Quotidiano, romanziere, protagonista di spettacoli teatrali di successo, ospite fisso della trasmissione televisiva di Lilli Gruber Otto e mezzo e non solo. Una personalità piena di passioni, con la rara dote di far diventare ogni cosa un racconto interessante. Un sorta di Re Mida della narrazione.
Andrea, cos’è successo dopo quel primo corso Ais?
Ho completato il percorso. Nel 2006 ero Sommelier. Delegazione di Arezzo. Ho frequentato il corso per degustatore ufficiale e sono diventato relatore, preparando la lezione sulla mia terra, la Toscana. Poi un giorno ero a pranzo con Edmondo Berselli e un dirigente della Mondadori. Edmondo gli disse: questo ragazzo è diventato Sommelier, perché non gli facciamo scrivere un libro da “cretino bene informato”, come ha fatto la Clerici con le ricette? Erano gli anni in cui il TG5 proponeva quotidianamente le degustazioni nella rubrica Gusto e Antonio Albanese le prendeva in giro con la sua caricatura.
Schermata 2017-07-05 alle 09.13.46È nato così Elogio dell’invecchiamento?
Si, ed è uscito nel settembre del 2007. Era il tentativo di raccontare dieci zone del mondo enologico italiano di eccellenza. Accanto ad ogni capitolo c’era una parte più ludica dove spiegavo come diventare sommelier in 10 mosse. Questa formula un po’ didattica e un po’ innamorata del vino, un po’ seria e un po’ ironica fece sì che diventasse un piccolo grande caso editoriale e che ancora oggi sia uno dei libri di maggiore successo nel mondo del vino. Ogni giorno ricevo almeno una lettera di qualcuno che riferisce di essere diventato sommelier usando il mio libro come bignami.
Quindi c’è stato il secondo libro?
Si, tre anni più tardi ho pubblicato Il vino degli altri. Poi però la mia vita è cambiata tra il 2011 e il 2012 quando sono diventato un personaggio televisivo. Oggi di vino scrivo meno, però il mio interesse non è mutato. Viaggio molto e riesco a visitare molte cantine. Scrivo meno, ma studio di più.
Cosa ti ha dato il corso Sommelier?
Molto, è un percorso di studi serio con un vero esame alla fine. Conseguire il diploma però è un po’ come prendere la patente, poi bisogna imparare davvero a guidare. Per farlo serve tanto esercizio, bisogna viaggiare, fare ricerca e accumulare esperienze. Potrebbe sembrare un incitamento all’alcolismo, ma non vuole esserlo: bisogna bere molto.
Vedi qualche limite nel nostro mondo?
Di solito quello di essere un po’ chiuso in se stesso, di far fatica a considerare un vino che non rientri nei canoni della scheda di valutazione. A volte un sommelier si trova in difficoltà di fronte ad un vino naturale, ma il fatto che la vostra rivista ci dedichi questa attenzione è già un deciso passo avanti.
Com’è nato il tuo interesse per i vini naturali?
Devo molto ad Arnaldo Rossi, della Taverna Pane e Vino di Cortona, e Paolo Balsimini, oggi proprietario del Lievito madre di Arezzo. Mi hanno introdotto a questo mondo nel 2007. Sono molto orgoglioso del fatto che Elogio dell’invecchiamento sia stato il primo libro mainstream a parlare di vini naturali quando era un fenomeno ancora di nicchia. Dieci anni dopo mi piacciono ancora di più, anche perché è stata superata la posizione di certi talebani per cui il vino deve per forza puzzare per essere naturale. Oggi nove volte su dieci i vini naturali sono anche buoni.
Qual è la tua definizione di vino naturale?
È il vino che rispetta la tradizione, la storia, il territorio e la salute. Un vino che rifiuta totalmente la sofistificazione e che rimette al centro la salute di chi lo beve.
Un aspetto a cui tieni molto quello della salute, è così?
Sono vegetariano per scelta etica, non fumo e cerco di curare il mio corpo. È molto importante pensare alla salute, anche quando ci avviciniamo al vino.
C’è un rischio moda per i vini naturali?
Sicuramente. Il rischio è che qualcuno salga sul treno senza averne le capacità. I produttori di vini naturali devono rendersi conto che il vino in primo luogo deve essere buono, non si può far passare un difetto per un tratto distintivo. Ricordo i tempi in cui scrivevo di musica per la rivista Mucchio Selvaggio: bastava che un gruppo vendesse pochi dischi per essere considerato di valore. Non è così.
Qual è stato il primo incontro con un vignaiolo che ti ha colpito?
Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba. Una persona vera, sempre coerente con se stessa, una persona che rispetta profondamente la terra e rappresenta quello che il vignaiolo dovrebbe essere. I suoi vini gli assomigliano: si svelano lentamente.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.00E quello che ti ha lasciato di più il segno?
A rischio di non essere originalissimo, direi Josko Gravner. L’ho incontro più volte nella sua cantina. È una persona che mi ha colpito moltissimo: un visionario, uno che cerca costantemente le rivoluzioni. I suoi vini possono piacere o non piacere, ma è certamente un uomo di grande profondità culturale.
Tra i tuoi interessi oggi c’è la politica, facciamo il gioco di abbinare ogni persona ad un vino. Cominciamo dal presidente del consiglio.
Gentiloni è un Muller Thurgau, un vino che non capisci mai esattamente cos’è.
Matteo Renzi?
Un merlot. Un vino piacione, che trovi un po’ dappertutto.
Matteo Salvini?
Un Prosecco industriale, buono per fare lo spritz.
Silvio Berlusconi?
Un supertuscan. Uno di quei vini che promettono molto, ma quando stappi scopri che ormai sono in fase decandente.
Pierluigi Bersani?
Gutturnio. Un vino schietto, che magari non ordineresti, però sai che è genuino.
Beppe Grillo?
Un Sagrantino in gioventù. Un vino dal tannino tagliente.
E Andrea Scanzi che vino si sente?
Un Sangiovese della mia terra, un vino che cerca di essere vero.
E come deve essere un vino per piacere ad Andrea Scanzi?
Deve essere soprattutto bevibile. Amo le bottiglie glu-glu, quelle che finisci. Non sopporto i vini di cui non vai oltre il primo calice. Mi piacciono il Verdicchio, il Timorasso, il Fiano di Avellino, i Riesling della Mosella, gli Champagne, alcuni vini emiliani rifermentati in bottiglia, il Pinot Nero, il Nerello Mascarese, certi Barbaresco e Barolo.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.11Mai pensato di diventare vignaiolo e fartelo?
No. Sono molto imbranato nelle cose pratiche. Meglio lasciarlo fare a chi ne è capace.
Musica, teatro, sport, politica, vino. A quale passione non potresti mai rinunciare?
Alla scrittura. Le accomuna e unisce tutte. Credo di essere bravo a raccontare tutti questi mondi, attraverso la parola scritta e parlata. Non potrei vivere senza raccontare.
È per questo che sei arrivato al vino?
Sì. Avevo già scritto le biografie di molti sportivi, ma mi sono accorto che non tutti hanno grandi storie alle spalle. Ho scoperto allora che nel vino si nascondono tante storie e cerco di raccontarle.
Vino e letteratura, che legame c’è?
Strettissimo. Quando racconti un vino stai facendo letteratura, quando parli di un vignaiolo stai facendo letteratura. Non c’è niente di più interessante oggi del vino. Molto più della politica, della musica o dello sport. (Di Michele Bertuzzo, per Sommelier Veneto)

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