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Non ci conosciamo, eppure giudichiamo e addirittura tifiamo (a proposito dell’omicidio di Vasto)

Schermata 2017-02-05 alle 19.30.23L’omicidio di Vasto mi ha colpito molto, come immagino molti di voi. Tutti ne stanno parlando da giorni: tivù, giornali, social. E molti stanno dando il peggio: anzitutto i social, che sono ormai quasi sempre una cloaca a cielo aperto. Persino di fronte alla morte si ragiona per tifo: da una parte quelli che “ha fatto bene ad ammazzarlo” e dall’altra i luogocomunisti buonisti, che hanno sempre una parola buona per tutto (soprattutto se la vita è quella degli altri e non la loro). Ho letto belle riflessioni. Per esempio Matteo Grandi. Selvaggia Lucarelli, stamani sul Fatto, sottolinea come negli omicidi stradali è naturale immedesimarsi in Fabio, che ha perso la moglie investita mentre passava col verde (e l’auto col rosso). Mentre non ci viene naturale immedesimarsi con Italo, l’investitore, che spesso (non sempre) esce distrutto dalla vicenda. Dico “spesso”, e “non sempre”, perché mi è capitato di conoscere famiglie che hanno vissuto il dramma di Fabio, e ciò che li devastava non era “solo” la morte, e nemmeno la sua assurdità, ma l’indifferenza che pareva trapelare dall’omicida. E’ possibile perdonare chi ha ammazzato una persona a noi cara? Mi è venuto sempre in mente Fabio Salvatore. Attore e scrittore, è un caro amico. Dieci anni fa, nel 2007, suo padre è stato investito e ucciso da tre ragazzi ubriachi. Lui e sua madre hanno perdonato. Non so come abbiano fatto. Nel frattempo lo Stato ha fatto qualcosa per punire l’omicidio colposo, ma dieci anni dopo sono ancora in attesa di giustizia. Giusto ieri, Fabio scriveva: “Il dolore ti mangia il cuore e l’anima. Ti annienta. Ti toglie ogni cosa. (..) Lui ha scelto di ammazzare chi ha ammazzato. Nessuno può giudicare. Nessuno può additare. Ma tutti possiamo impegnarci a cambiare questo stato che non da giustizia. Io sono al punto di partenza. Come nove anni fa. Mio padre è ancora un numero di procedura penale. Il 28 febbraio ci sarà l’ennesima udienza dopo tre anni di silenzio ! Molti scelgono di farsi giustizia, io ho solo chiesto giustizia. Nessuno osi giudicare chi vive il dolore !!! Mio padre è stato ammazzato sulla strada. Il suo corpo si è perso nel sangue. Oggi si chiamano omicidi stradali. Ma nulla cambia. Perché in questo stato non c’è pena. Non c’è giustizia. Non c’è certezza della pena”. Oggi, a Domenica In, a parlare di omicidio stradale in rappresentanza dello Stato c’erano Gasparri e Picierno. Non è una battuta: c’erano proprio loro. Roba da vergognarsi in eterno. Fabio, che dopo l’omicidio ha lasciato la pistola davanti alla lapide della moglie Roberta come a dire “Adesso è finito tutto”, dice che Italo non ha mai chiesto scuso. Che se n’è fregato. Che lo ha addirittura provocato e sfidato. La famiglia di Italo afferma il contrario: era distrutto, non riusciva a più a vivere e tutti lo avevano abbandonato. Italo aveva 21 anni, era incensurato e faceva 62 km/h in una strada con limite a 50. Non era ubriaco. Forse stava guardando whatsapp, come facciamo a vent’anni e purtroppo non solo a vent’anni. Quante volte lo abbiamo fatto anche noi, e abbiamo avuto solo il culo di non investire nessuno mentre smanettavamo come deficienti sullo smartphone? Lo Stato non poteva punirlo più di così, perché la legislatura è questa. In tutto questo, ed è ciò che mi atterrisce, mi chiedo: io, al posto di Fabio, cosa avrei fatto? E voi cosa avreste fatto? Noi, che giudichiamo sui social dall’alto del pulpito di questo cazzo: noi, se fossimo stati coinvolti direttamente, come avremmo reagito? Se non avessimo avuto l’aiuto e il supporto necessari a elaborare un lutto probabilmente mai elaborabile, e se fossimo stati calati in una comunità che “chiedeva giustizia?, cosa avremmo fatto? La verità, almeno per me, è che non ho risposte. Sono obiettore di coscienza, pacifista e non ho mai preso in mano un’arma. Eppure non so, non lo so per niente, come reagirei se una persona mi togliesse un affetto caro. Non lo so. Farei bella figura, qui, a dire che “avrei perdonato”, ma non lo so se ci sarei riuscito. Non lo so per niente. Una parte di me, pur sapendo che ha sbagliato e pur avendo ben chiaro i pericoli del “branco” assetato di sangue, capisce il comportamento di Fabio. Sì: non lo condivide, ma lo capisce. Ci sono momenti, nella vita, in cui sai benissimo che non devi fare una cosa, perché sai che è sbagliata, eppure ti sembra l’unica soluzione.Basta una parola sbagliata, uno sguardo equivoco e poi è già troppo tardi. La vendetta è uno dei sentimenti più drammaticamente umani che esistano. Ed ecco cosa mi fa male: che tutti noi giudichiamo o peggio tifiamo, dimenticando che l’unica certezza è che – in quel maledetto incidente – sono morti non in uno ma in tre. Ecco cosa mi spaventa: che non ci conosciamo mai abbastanza, eppure pretendiamo addirittura di giudicare gli altri.

7 Commenti a “Non ci conosciamo, eppure giudichiamo e addirittura tifiamo (a proposito dell’omicidio di Vasto)”

  • Claudia:

    La società umana si è ammalata di protagonismo. In molti sentono il bisogno di farsi notare, di dimostrare qualcosa. Di rendere il proprio tempo interessante. E se l’occasione buona non arriva, va bene anche quella cattiva. Ogni mezzo è valido, dolore compreso.
    D’altronde è logico. Dopo il tempo della (sovra)esposizione attraverso i social, i selfie, viene il tempo della (sovra)azione. Non ci basta più essere eroi digitali, virtuali, bidimensionali. Dobbiamo necessariamente passare alla nostra realtà tridimensionale. Il guaio è che ci portiamo dietro un bagaglio “piatto” in cui tutto sembra lecito e passibile di prova all’insegna di un dubbio “sdoganatore” per il quale l’uccisione di un essere umano (e non un mostro, un alieno, un folle psicopatico incontrollabile) sembra, agghiacciantemente, comprensibile.
    Fabio Di Lello come molti suoi contemporanei probabilmente non vedeva l’ora di scatenarsi. E, sempre probabilmente, ha visto quello che voleva vedere ossia una provocazione laddove c’era solo una presunzione d’innocenza. D’Elisa forse pensava di avere qualche ragione che si riservava di esporre durante il processo.
    Ma non lo sapremo mai. E’ questa la vera tragedia.

    Un appunto.
    La vendetta si consuma a freddo e sostanzialmente nell’anonimato; talvolta neanche il bersaglio ne è consapevole. Nel caso in questione si tratta, lo ripeto, di protagonismo.

    Voglio concludere con un piccolo racconto del mio vissuto: qualche tempo fa un mio amico mi fece vedere un filmato sul suo telefonino. Erano le immagini postate su facebook da sua figlia durante la vaccinazione della nipotina di pochi mesi. La piccola piangeva disperata mentre la madre, che la consolava a parole, le teneva spietatamente il telefonino fisso sul viso per riprendere ogni singola lacrima. Sono stati secondi per me allucinanti. Ho guardato il mio amico sgomenta mentre lui seguiva le immagini con una risatina. Non posso e non voglio credere che fosse divertimento, più probabile nervosismo mal represso ma non ho avuto il coraggio di approfondire anche perché ciò avrebbe significato metterlo contro la figlia. Sono rimasta in silenzio e credo, spero che abbia capito.

  • Clesippo Geganio:

    per questi motivi la Giustizia dovrebbe essere celere e condannare a pena certa e commisurata, proprio per evitare che al danno irreparabile si aggiungano altri danni irreparabili come la giustizia fai da te del far west, ma una Giustizia che non deve funzionare a causa di quella politica infame che scientemente nei decenni passati ha danneggiato l’Istituzione con leggi e leggine per rallentare, cavillare, prescrivere, azzoppare il diritto inalienabile di giungere alla verità, quella verità che la politica dei governati non vuole che funzioni su di loro.

  • Ennio Nardecchia:

    Sono perfettamente d’accordo con la sua disamina,ma l’unica domanda che pongo
    e’ il motivo che ha indotto l’avvocato del d’Elisa nel mese di dicembre a scrivere sui giornali le questioni che riguardavano solo ed esclusivamente il processo,forse(dico io) risvegliando la voglia di vendetta del Di Lello.
    Grazie

  • Alessandro Pinarello:

    Analisi impeccabile, come sempre!

  • Giusy:

    Sono morti in 4. Roberta aspettava un bambino.

  • Luigi Scagliari i:

    Credo che tu abbia fatto centro.
    Per una situazione drammatica come questa o altre (per es. una malattia grave), non possiamo mai sapere quale sarà la nostra reazione, quali meccanismi si innescheranno per reazione alla tragedia.
    Chi è sicuro di come reagirebbe, è la persona da diffidare maggiormente.
    Credo che occorra sperare in tali frangenti di trovare qualcuno che ti aiuti, ad elaborare e superare certi momenti.
    Sì credo che occorra avere tanta speranza.

  • Rino:

    Scanzi, non lo so nemmeno io cosa farei se mi togliessero un affetto come hanno fatto a Fabio Di Lello ma oggi, ora che nella amata casetta i miei affetti sono tutti qui vicino a me, ho il dovere di pensare che la giustizia e soprattutto questa sociètà civile (e non primitiva) funzionino a dovere; questo sto ora insegnando ai miei figli; domani il caso, la sfiga chissà potrebbero farmi impazzire e forse tramutarmi in un vile assassino ma oggi educo perchè nessuno dovrà diventarlo (in nessun maledetto caso)

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