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Alessandro Siani e la banalità del successo

alessandro-sianiAlessandro Siani è il re del botteghino col suo Mister Felicità, e già solo in questa notizia qualcuno potrebbe riscontrare prove inconfutabili del declino inesorabile dell’umanità. Perfino Gigi D’Alessio, suo amico, raccontò qualche anno fa a questo giornale: “Prevedo sempre facilmente che battute farà, per noi napoletani è facile”. Non solo per i napoletani: probabilmente nulla, in natura, è più prevedibile di una battuta di Siani, a parte forse le cazzate della Picierno. L’originalità non lo ha mai intaccato e il primo a non dolersene sembra lui, che si bea pasciuto di una banalità orgogliosamente inseguita e facilmente raggiunta. Prima però che l’impeto iconoclasta ci travolga, occorre ricordare come il comico (comico?) 42enne sia una persona garbata e – si presume – conscia dei propri limiti. Quando qualche blasfemo lo accosta a Massimo Troisi, lui smorza giustamente tutto sul nascere: «Massimo è Dio e io sono un semplice chierichetto». All’anagrafe Alessandro Esposito, ha cambiato il cognome come omaggio a Giancarlo Siani, il giornalista assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985. Gran bel gesto. Viene da una lunga gavetta, spesa sui palchi “minori” e più ancora in tivù. Telegaribaldi, Pirati, il doppiaggio in napoletano di Jeeg Robot, lo spettacolo teatrale Fiesta, Bulldozer su RaiDue, Domenica In. Qualche premio, quindi il cinema e il trionfo definitivo con il riuscito Benvenuti al sud. Mister Felicità ha incassato più di 7 milioni in una settimana e Napoli lo ha appena scelto come gran cerimoniere per ricordare il trentennale del primo scudetto con Maradona, accanto al grande Diego. Tutto, da tempo, gira per lui nel verso giusto. Ieri Checco Zalone, l’altro ieri i cinepanettoni e oggi Siani: per qualcuno sarà un miglioramento, per altri l’Armageddon. Un passo indietro: 17 febbraio 2012, Festival di Sanremo. Sul palco dove hanno toccato vette comiche rare Grillo e Benigni, arriva lui. E fa un monologo debolissimo. Venti minuti strazianti, in cui Siani alterna accenni a caso sullo spread e freddure vagamente impegnate sulle pensioni, per poi chiudere con una melassa tremebonda sull’unità d’Italia. Quei venti minuti non sono solo la prova che Siani non deve toccare l’attualità neanche da lontano. Quei venti minuti sono – ancor più – la prova di come Siani non abbia minimamente testi. E neanche li cerchi. Dotato di una discreta mimica e di una faccia che si adatta con media efficacia agli stilemi della commedia leggera senza pretese, Siani trae forza dalla pochezza della contemporaneità (ai tempi dei Giancattivi o della Smorfia se lo sarebbero filato in pochi) e dalla consolidata banalità delle sue gag. Doppi sensi vetusti, giochi di parole da asilo nido, equivoci all’acqua di rose e buoni sentimenti a profusione. Nulla di nuovo, nulla di male. Si ha però una sensazione strana e straniante, osservando il successo di Siani. Quasi che chiedessero a Biagio Antonacci di sostituire Robert Plant nella reunion dei Led Zeppelin. (Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2017. Rubrica Identikit)

3 Commenti a “Alessandro Siani e la banalità del successo”

  • Nancy:

    Egregio Scanzi,

    mi ritrovo di nuovo qui perché attirata dall’argomento e perché il Suo articolo continua nello svolgimento del tema trattato anche per Panariello.

    Siani, ahimé deve esistere per far fare la differenza e far distinguere i “chi ha rubato i soldi del Berice” dai suoni cacofonici dell’intrattenitore partenopeo. Mi sono chiesta: Troisi si sarebbe mai arrogato il diritto di prendersi gioco di un bambino grasso come fece Siani a Sanremo? A quanto mi risulta non lo ha mai fatto e non sento che ne bramava.

    “Benigni ’94 lo ha fatto con Ferrara” direbbe un qualsiasi avventore che è anche in tutti noi. E qui che è giustamente il nucleo di tutto: non si conosce il vero significato e significante dell’atto e/o della parola, ma si mette soltanto i discussione l’atto e non più il contenuto (che è la stessa cosa); inoltre, lo si critica in modo pusillanime, ma nell’espressione risulta baldansoso e con prosopopea di chi detenie il valore del giusto.

    Se Ferrara è una persona che scrive bene nella forma, odia tutto il suo passato di puro e sputa su tutte quelle persone pure, ebbene, tramite l’ (il fu) arguto stile di Benigni, mi identifico in platea risuonando in modo liberatorio con qualcosa che, in tutt’altro stile, avrei detto a Ferrara. Questa fu la Satira.

    Ora ci si ritrova in un enorme stadio di finti allenatori che sanno sempre tutto come deve andare, di giocatori-checche che si permettono di tutto, di donne capovolte con l’idea di eiaculare (ahimé) con un unico obiettivo: fare il TIFO. Malattia estinta e tornata sotto mentite spoglie.

    Siani è tra loro. Ed intrattiene giocando sulle tifoserie.

    Rinominare la lingua, il parlato, la linguistica e la semantica di sé: credo che questa sia la cura. Come?
    Negli anni 60 la RAI aveva preso l’incarico di alfabetizzare noi tutti, potrebbe essere un’idea a rifare il processo di alfabetizzazione. Una volta vi era la coscienza di classe, ora deve esserci la coscienza e la consapevolezza di sé. Ergo, gli addetti della RAI devono “muoversi” in tal senso, senza dire, ma dare.

    Dobbiamo diventare padroni della nostra epistemologia.

    Grazie per questo spazio.
    Se non Le dispiace Le proporrei una domanda: ma Sorrentino è un artista?

  • Clesippo Geganio:

    l’unico punto a favore di questi attori comici è che producono lavoro nel settore cinematografico e nell’indotto, quindi ricchezza, per il resto stendiamo un velo pietoso.

  • […] Scanzi ha scritto sul suo sito un articolo dedicato ad Alessandro Siani (potete leggerlo qui http://www.andreascanzi.it/?p=4682). Lo ha fatto con il suo consueto stile sferzante e tagliente e vi posso assicurare che in alcuni […]

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