Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Gufate Murray. E siate felici

murray3333_1757407aNon fidatevi dei maestrini della retorica, che vi ripetono da sempre come “tifare contro” sia una brutta cosa. Macché: è qualcosa di rilassante, liberatorio e divertente. Per giunta è una cosa innocua che non fa male a nessuno: quindi gufate, smodatamente e in libertà. Anche nel calcio: chi scrive è milanista, ma capisco benissimo chi gioisce quando il Milan perde. Funziona così e va bene così. Negli ultimi anni il Maligno sportivo si è palesato appieno nel tennis e risponde al nome di Andy Murray. Ogni epoca ha i suoi cattivi: negli Anni Ottanta tale ruolo era incarnato dal mefistofelico Ivan Lendl, chiaramente vomitato da qualche inferno e orrendamente aduso a spulciarsi le ciglia con le dita, tipo ominide di Neanderthal. Lendl è ora allenatore (part time) di Murray e non potrebbe essere altrimenti: chi si somiglia, si piglia. A inizio carriera Murray non pareva così antipatico: si reggeva a fatica in piedi, a volte dava addirittura di stomaco in campo perché fragilissimo. Metteva tenerezza, ma era un errore: con il tempo, Murray ha incarnato al meglio (cioè al peggio) il suo ruolo di Mefisto con racchetta. Nulla da dire sulle sue doti tecniche e ancor più tattico-atletiche: è un campione vero, che per anni ha sopportato il ruolo un po’ angusto di Ringo Starr, Beatle “debole” in mezzo ai satanassi Federer, Nadal e Djokovic. Scozzese quando perdeva e inglese quando vinceva per i sudditi di Sua Maestà, soleva raggiungere la finale Slam per poi puntualmente perderla. Quest’anno ha trovato la maturità piena e, tra Wimbledon e Us Open, è parso pressoché imbattibile. Ha vinto i Championships, ha vinto le Olimpiadi (spezzando crudelmente la favola di Del Potro). Poi, e lì si è goduto sportivamente parecchio, ha perso la testa nei quarti a New York. E Nishikori lo ha battuto in cinque set agli US Open. Alé. Il Bene ha quindi trionfato ancora sul Male, quando Del Potro lo ha sconfitto a Glasgow (casa sua) in Coppa Davis, al termine di un match incredibile. Perché Murray incarna il Maligno e perché le sue (ahinoi rare) sconfitte donano letizia? Principalmente perché è un pallettaro gigantesco, una sorta di Wilander belluino, che riprende tutto e sfianca l’avversario – sempre più bello di lui, e ci vuol poco – fino a sconfiggerlo. Poi perché, al suo angolo, ha una madre addirittura più hooligan e insopportabile di lui. Murray è poi respingente come nessuno nella prossemica: parla da solo, si arrabbia con l’arbitro, urla, si lamenta di tutto e – orrore – spalanca la bocca tipo sbadiglio in ipnosi tra un punto e l’altro. A ciò si aggiungano i denti da vampiro (aiuto) e quei “c’mon!” gridati sadicamente contro le sofferenze del rivale. Terribile: davvero terribile. Quando siete tristi, guardatevi una partita di Murray. Se sta vincendo facile, cambiate canale. Se rischia di perdere, restate lì e gufate. Gufate tantissimo. Se alla fine il Maligno perderà, ne trarrete subito beneficio. Il sole sorgerà ancora, la Terra resterà in asse. E ogni cosa vi sembrerà illuminata.

(Il Fatto Quotidiano, 26 settembre 2016)

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