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Un disco da maneggiare con cautela: The Final Cut dei Pink Floyd (anzi di Roger Waters)

final cutPerché parlo di The Final Cut dopo Animals e Wish You Were? Ci sono dischi dei Pink Floyd più famosi e riusciti, certo, ma da una settimana l’agognato “taglio finale” del Mirabile Nevrastenico ha (ri)cominciato a stregarmi. Perché? Boh, che ne so.
The Final Cut è uno dei dischi più divisivi e sottovalutati della storia del rock. I gilmouriani, in questa lotta idiota tra “fan di David” e “adepti del Messia Livido Roger”, lo odiano perché ormai Waters aveva preso il sopravvento. E in generale lo si conosce poco. E’ un peccato: non è un album perfetto, ma è ricco di intuizioni, vanta non poche meraviglie e mostra tutti i demoni di Roger. E’ qui, persino più del solito, che un artista tanto geniale quanto ferito mette a nudo ogni suo incubo e cicatrice. Ascoltando questo disco – lasciatevelo dire da chi lo sta facendo ininterrottamente da giorni – è come se si toccassero con mano tutti i fantasmi di Waters: la sua follia, la sua paranoia, il suo dolore. E’ un ascolto claustrofobico, quello che vi (ri)attende. Ma è un ascolto necessario, vuoi perché il “peggior” Waters (ma peggiore de che, poi?) è comunque divino e vuoi perché c’è una qualità letteraria enorme. Ogni brano nasconde variazioni, cambi di registro, rivoli inattesi. E’ uthe final 4n calvario in musica: un bel calvario, giusto e coraggioso. Tanto politicamente (poche opere sono così infarcite di nomi e cognomi) quanto umanamente (a ogni canzone viene voglia di abbracciare Roger e dirgli: “Dai, ti voglio bene, non fare così).
I Pink Floyd non esistono più. Divisi durante Animals, esplosi durante The Wall. Cito a memoria Nick Mason, per farvi capire il clima: “Quando Roger se n’è andato, ci siamo sentiti come l’Unione Sovietica dopo la morte di Stalin“. Waters ha allontanato definitivamente Richard Wright, adducendo problemi matrimoniali e di cocaina (che il tastierista ha sempre negato). E’ l’unica cosa che non perdono a Roger: Richard non andava toccato. Lo scontro era già stato totale durante The Wall, al punto che Wright durante il tour fu relegato a “turnista” (curiosamente fu anche l’unico dei quattro a essere pagato, perché in quanto “turnista” doveva essere la band – che si svenò durante il tour di The Wall – a pagare i musicisti). Waters sostituisce Wright con Andy Brown e Michael Kamen. E sostituire un Pink è durissima. Negli anni immediatamente successivi, per sopperire alla mancanza di Gilmour, Waters dovrà infatti sparare altissimo e cercare prima Eric Clapton (The Pros And Cons of Hitch-Hiking) e poi Jeff Beck (Amused To Death: ascoltatevi la sua chitarra in What God Wants e godete selvaggiamente).final cut 2The Final Cut nasce ex novo, anche se qualche brano è in realtà uno “scarto” da The Wall. Il titolo iniziale era Spare Bricks, “Mattoni avanzati”. Waters aveva già scritto The Pros And Cons, che secondo Mason era superiore a The Wall (parliamone). Come ultimo capitolo dei Pink, Roger preferì però scrivere questo ennesimo concept album, stavolta dedicato al “requiem per il sogno del dopoguerra“. Un sogno, va da sé, ucciso anzitutto da “Maggie”. Cioè l’odiata Thatcher. E’ a tutti gli effetti, o quasi, il primo album solista di Waters e non l’ultimo dei Pink. Le atmosfere sono radicalmente cambiate, proseguendo lo stile di The Wall e anticipando quel capolavoro totale che sarà Amused To Death. Nel retrocopertina, non a caso, c’è scritto: “di Roger Waters, eseguito dai Pink Floyd“. Gilmour e Mason hanno un ruolo marginale, al di là di due o tre assoli celestiali di David di cui parlerò tra poco. La copertina è una delle più brutte nella storia dell’uomo e anche questo non ha aiutato. Il Divino Roger, che qui scopre l’olofono (microfono particolarissimo), esacerba quel suo cantato contronatura, fatto di parole scandite e/o sussurrate – che paiono giungere direttamente dall’Ade – e urla dilaniate non riproducibili da nessuno, se non dalla sua Ugola Folle.
roger 1Al disco non fece seguito alcun tour. Curiosamente gli unici che volevano intraprenderlo erano Gilmour e Mason: fu il Dux Waters a dire no, prima di andare in causa con la band (perse lui). L’album uscì il 21 marzo 1983. Dodici tracce, tredici nella edizione del 2004. Tanto per infondere ulteriore allegria, è pieno di suoni inquietanti, schegge fosche e bombe. Tante bombe. Waters, forse il pacifista più incazzato del mondo dopo Gandhi (che però l’incazzatura la celava benissimo), si scaglia contro l’assurdità della guerra delle Falkland, immagina di ricoverare i grandi (stronzi) della Terra in un ospizio che ha il nome del padre morto ad Aprilia e tocca apici celestiali quando pronuncia sadicamente “glitterati” (“gli-de-rad-di”). E’ qui che si nota, persino più del solito, quella sua maniera di pronunciare le parole sollevando il labbro superiore ai lati (“The Final Caaaaat“), che lo porta a esibire una smorfia giustamente luciferina. Più che cantare, sentenzia. Più che suonare, ci regala un de profundis allucinato eppure lucidissimo. Analizziamo i brani.
The Post War Dream. Si parte con una gran gioia di vivere. Un bell’organo da funerale, poi le prime parole: “Dimmi la verità, dimmi perché Gesù fu crocifisso?/ E’ per questo che papà è morto?/ Era per te, ero io?“. Torna il tema della morte del padre, che qui domina molto più che in The Wall. E torna quel senso di colpa per la sua morte, esplicitato da Roger in un passaggio esiziale del film Roger Waters – The Wall del 2015. Il momento in cui Waters scandisce “What have we done/ Maggie, what have we done“, e poi fa la pausa prima di sillabare “to En-gland“, è una delle cose più solenni che abbia mai ascoltato: io amo quest’uomo.
roger 2Your Possible Pasts. Alcune frasi del ritornello vengono lette nel film The Wall di Alan Parker da quel citrullo querulo di Bob Geldof. La canzone racconta una volta di più l’impossibilità dei soldati di rifarsi una vita, dopo i demoni della guerra. La voce di Waters saltella dagli Inferi alla Morte come un po’ in tutto l’album, dando l’abbrivio a un assolo notevole di Gilmour: uno dei pochi momenti in cui ci si accorge che, nel disco, c’è anche David.
One Of The Few. Scartato da The Wall, comincia con un ticchettio e vede protagonista l’insegnante odioso di The Happiest Days Of Our Lives, che qui però è meno carogna e appare come un reduce della Seconda Guerra Mondiale. Il titolo è una citazione da Winston Churchill. Per motivi ignoti, da ragazzo era una delle canzoni che amavo di più. E questo spiega forse molte cose.
When The Tigers Broke Free. Nella versione del 1983 non c’era, mentre compariva – diviso in due parti – nel film di Alan Parker. Interamente dedicato a Eric Fletcher Waters, padre di Roger morto ad Aprilia nel 1944 dopo lo sbarco ad Anzio. Talvolta è scritto con la “y” in “Tygers“. Il titolo fa riferimento a un carro armato tedesco usato nella Seconda Guerra Mondiale, il Tiger I. E’ l’unico brano in cui compare Wright, alle tastiere e pure come seconda voce. Si racconta come il padre di Roger morì in “un miserabile mattino nell’oscuro ’44” e nessuno si salvò dei Fucilieri Reali della Compagnia C. Nell’ennesimo parossismo autobiografico, Waters ricorda anche la lettera che Sua Maestà inviò alla madre per dirle che il marito era morto (“Era, ricordo, a forma di pergamena“). La chiusura è straziante: “La maggior parte di loro morti/ il resto morenti/ ed è così che l’Alto Comando/ portò via mio padre da me“. I demoni di Waters hanno raggiunto il grado 3000 della Scala Richter.
roger 3The Hero’s Return. Tutti in piedi: è un brano pazzesco, nel testo (come tutto l’album) e nella costruzione musicale. Era il lato B di Not Now John, dove peraltro è presente una versione più lunga. Anche qui si comincia con una citazione cristologica (“Gesù Gesù, ma che cos’è tutto questo provare/ a far filare dritti questi poveri ingrati?“). Doveva far parte di The Wall col titolo di Teacher Teacher. L’eroe torna dalla guerra e ricorda le feste che lo accolsero, ma ora tutto è lontano e l’unica cosa che gli rimane sono le parole del’artigliere (gunner) morente. Voglio segnalarvi il cantato del Divino in questo passaggio: “Sweetheart sweetheart, are you fast asleep“. Qui Roger fa una pausa e, con tratto gutturale e anzi cavernicolo, aggiunge: “Good“. Ecco: qui scivoli nell’abisso e fai “ciao ciao” a Caronte, mentre Waters è chissà dove in giro con la sua ascia rubata a Eugene. E non sta per niente careful nell’usarla.
roger 4The Gunner’s Dream. Ci siamo: scopriamo le ultime parole dell’artigliere morente. E’ una delle canzoni più intense del disco e ogni tanto Waters l’ha ripresa dal vivo. Il brano è introdotto da una esplosione, poi a metà canzone suonano le campane a morto (alè, allegria). Prima di morire, l’artigliere si congeda dalla famiglia e dal mondo con un sogno. Che è poi il sogno di Waters. La prima parte, al piano, è particolarmente toccante. L’artigliere immagina un mondo “dove i vecchi eroi passeggiano tranquillamente“, dove si possono esprimere dubbi e paure “a voce alta” e dove – soprattutto – “nessuno uccide più i bambini”. Sontuoso il sassofono di Rafael Ravenscroft, encomiabile l’apporto della National Phylarmonic Orchestra. Se non vi commuovete, avete un problema grave al condotto lacrimale.
Paranoid Eyes. Canzone straordinaria. Waters tratteggia la condizione frustrante di chi torna dalla guerra ed è costretto a mascherarsi da uomo “normale”, trincerandosi dietro “occhi paranoici” e poi “pietrificati“. Il crescendo è poderoso, il pianoforte di Michael Kamen ti avvolge e c’è simbiosi rara tra voce, apertura centrale di chitarra (roba pazzesca) e i soliti rumori angosciati di fondo – bambini che schiamazzano, marce militari, musiche marziali. E cosa resta? Quasi nulla: “Ora sei perso nella nebbia/ d’una rammollita mezz’età alcolizzata/ Alla fine il miraggio si è rivelato esser lontano miglia/ E tu ti nascondi/ Dietro miti occhi castani“. Dategli subito il Nobel. Su-bi-to.
roger 5Get Your Filthy Hands Off My Desert. Si può raccontare quella idiozia totale chiamata Guerra delle Falkland in neanche un minuto? Sì, se ci si chiama Waters e si dà del tu al Genio da quando si è nati. E quindi (dopo un’altra bomba introduttiva): “Breznev s’è preso l’Afghanistan/ Begin s’è preso Beirut/ Galtieri ha preso la bandiera Inglese/ E Maggie un giorno durante il pranzo/ Ha preso un incrociatore con tutte e due le mani/ Per farsela restituire, a quanto pare“. (Per la cronaca: da ragazzo ero in fissa con la strofa “Galtieri took the Union Jack“, che ripetevo anche e soprattutto quando non c’entrava una mazza. E pure questo spiega tante cose).
The Fletcher Memorial Home. In uno dei suoi momenti più ispirati di pacifismo, Waters immagina che i potenti della Terra vengano ricoverati in una casa di riposo che ha il nome del padre, dove possano restare eterni bambini – bambini idioti, ovviamente – e giocare alla guerra. Sfilano tutti i mostri dell’epoca: da Reagan a Haig, dalla Thatcher a Begin. Fino al fantasma di McCarthy e ai ricordi di Nixon. E poi un gruppo stupido di “ricchi (“glitterati“) latinoamericani imballa-carni”. Qualcuno, sullo sfondo, chiede in italiano “scusi dov’è il bar?“. Così Waters: “Portate tutti i vostri infanti troppo cresciuti/ Via da qualche parte/ E costruitegli una casa/ Un posticino tutto per loro/ La Fletcher Memorial/ Casa per tiranni incurabili e re”. E lì fateli giocare alla guerra: “boom boom, bang bang“. Di pregio l’assolo di Gilmour, che ricorda quello (titanico) di Comfortably Numb.
Southampton Dock. Waters tiene molto a questo piccolo brano: l’ha ripreso anche nel live In The Flesh del 2000. La canzone precedente si è chiuso con la “soluzione finale da applicare“. Qui si racconta di una donna nel molo di Southampton, “nocche bianche” e “quieta disperazione“. Chitarra morbida e cambio di passo col piano, quindi – ancora – il “final cut”: “Nel fondo dei nostri cuori/ Sentimmo il taglio finale“.
roger 6The Final Cut. Sì, ma che cos’è esattamente questo “taglio finale“? Waters, tanto per cambiare, parla soprattutto con se stesso e col suo desiderio di tagliare radicalmente col passato. E per passato intende non tanto i Pink Floyd, quanto i sensi di colpa per la morte del padre: “Non ho mai avuto la forza di dare il taglio finale“. La canzone che dà il titolo al disco, impreziosita da un assolo totale di David, è un altro apice lunare. Sogni e realtà, paure e fantasie: uno dei migliori affreschi esistenziali di Waters. Idolo.
Not Now John. Se qualcuno aveva bisogno della prova che Waters e Gilmour non avevano più nulla in comune, eccola qua. Un brano incasinato e sguaiato, l’unico in cui canta (male) David. Fu usato come singolo e vendette pure: mah. Non c’entra niente col disco, è la brutta copia di Young Lust. E’ come una scoria poco ispirata di un passato non più ripetibile. Tutto ha una fine: perfino i Pink Floyd. Cazzo.
Two Suns In The Sunset. Non poteva esserci finale più efficace. E ovviamente è un finale apocalittico. Canzone incredibile, che Roger chiama spesso “Two suns” e basta. Ti stropiccia, ti stordisce, ti straccia. Soprattutto ti straccia. L’avrò ascoltata mille volte, e ogni volta quel sassofono tenore di Ravenscroft mi trafigge neanche fossi un San Sebastiano postmoderno. I due soli al tramonto evocano una nuova esplosione nucleare. Ormai è tutto rovesciato e “il sole è ad est“: “Nel mio retrovisore il sole tramonta/ Annegando dietro i ponti della strada/ E penso a tutte le belle cose/ Che abbiamo lasciato incompiute/ E avverto delle premonizioni/ Sospetti confermati/ Dell’olocausto in arrivo“. Un bambino grida “Papà! Papà“, i freni si bloccano e scivoli con Waters contro l’autotreno: “Anche se il giorno è ormai finito/ Due soli nel tramonto/ Forse la razza umana è alla fine“. Il sogno dell’artigliere è evaporato per sempre. E in fondo non siamo che polvere: “E mentre il parabrezza si scioglie/ Le mie lacrime evaporano/ Lasciando solo carbone da difendere/ Alla fine capisco/ Quello che in pochi sentono:/ Carbone e diamanti/ Nemico e amico/ Tutti siamo uguali/ Alla fine“.
Buon ascolto. E fate incubi belli, ché anche quelli servono.

31 Commenti a “Un disco da maneggiare con cautela: The Final Cut dei Pink Floyd (anzi di Roger Waters)”

  • Diego:

    Dopo anno che non risentivo questo disco, rieccomi a riascoltarlo scoprendo sempre nuove emozioni ad ogni ascolto, ed andare a cercare una recensione e la prima che trovo è questa che mi trova totalmente d’accordo. Grande opera di Waters sempre attuale e sempre graffiante. Poi sono di parte perché senza di lui per me i Floyd non sono più esistiti mentre adoro the pros, radio kaos, amused e is this. Tutti dischi che ad ogni ascolto mi fanno scoprire emozioni nuove e molti brividi. Lunga vita a Roger

  • DAVIDE RIPARBELLI:

    Una delle più belle recensioni che abbia mai letto nella mia vita. Conosco A. Scanzi soprattutto come giornalista ed opinionista, bravo, acuto e spesso divisivo, con un pizzico di presunzione che lo tiene lontano da ogni banalità. Particolarità/qualità che lo rendono sicuramente interessante ma quel che scrive su questo lp di non facile approccio trasuda di una tale cultura musicale, sensibilità, sapere e visione (quasi un terzo occhio) che mi ha sorpreso, colpito e poi stregato. Pagina aggiunta ai “preferiti”. Grazie e complimenti.

  • Antonio:

    Compratevi un buon impianto steteo, mettetelo in un bel salone di fronte ad un comodo divano, accendetelo verso mezzanotte – l’una, quando tutti i rumori tacciono, chiudete gli occhi e….enjoy the trip!!!
    Penso che questo disco sia un capolavoro assoluto al di là dei contenuti tematici ricorrenti. È proprio l’impasto di musica ‘ effetti sonori, suoni spaziali, sussurri e tutto quello che si potrebbe inserire in un disco che fa la differenza!!
    Se mi chiedessero di portare un solo disco nell’aldila’ sarei indeciso tra questo ed Amused.

  • Ignazio Peis:

    Andrea, devo ringraziarti di cuore! Una recensione fantastica, concordo anche su Not now Jhon, anche se il mio giudizio è meno duro del tuo, ma sinceramente é un pezzo (l’unico) che non mi convince del tutto. Per il resto un vero e proprio capolavoro dei Floyd, intenso e commovente più di qualsiasi altro album. Una perla.

  • Andrea leggo solo ora questo bellissimo commento doce si parla di poetica, musica e dell’artista. Cosa dire quel disco quando usci mi stregò ero appena diciottenne e sentii una passione così forte invadermi ed ubriacarmi come una “nebbia emotiva di giovane età”. Poteva un disco esprimere tutto questo? poteva Roger Waters avvolgerti e portarti nel labirinto e farti vedere una via d’uscita?. Io ci credetti e credo ancora oggi che un giorno risentirò ancora in un disco di canzoni quei respiri che alimentano i nostri incubi quotidiani e li trasformano in sogni.

  • Egle:

    Il più bel disco dei pink floid… Un dolore straziante

  • Maurizio:

    Ciao Andrea, complimenti per la recensione azzeccata.
    A mio avviso qui troviamo il massimo nella possibilità arrangiativa dei Floyd. Il passaggio incredibile orchestrato su The Fletcher Memorial è un assoluto esempio di come siano state quelle produzioni e a che livelli. Ancor oggi non riesco a credere che in sala d’incisione si riuscisse a creare simili ambientazioni audio visive. Inoltre tutto The Final Cut è stato passato attraverso missaggi olofonici. Con delle buone ma veramente buone cuffie il suono sembra provenire da direzioni diverse oltre alla stereofonia. Fantastico. Gilmour putroppo è parecchio imbavagliato, ma quando esce fuori scolpisce nell’eternità gli assoli.

  • Simone:

    Ciao Andrea.
    Ma pensi di tornare a Cagliari? Magari con uno spettacolo dedicato ai titanici Pink Floyd?
    Ho apprezzato moltissimo Le Cattive Strade, tu e Casale siete stati veramente magnifici.
    Sarebbe fantastico che tu ci facessi sognare ancora, a noi cinquantenni, che non aspettiamo altro che galleggiare ancora sul lato oscuro della luna.

  • Gian Luigi Soldi:

    Conegliano, 19 luglio 2006

    A Syd – Tra le infinite disgrazie di appartenere alla mia infausta generazione (quella dei cinquantenni, per intenderci) c’è una eccezione, una eccezione magnifica che coinvolge con orgoglio e che permette addirittura di rasentare paradossalmente la felicità. I figli dei genitori del dopoguerra hanno per decenni raccolto soprattutto umiliazioni, anche perché, almeno apparentemente, possedevano una embrionale ma discreta “coscienza del sé”. Questo fece si che si ribellassero – a volte anche in maniera violenta ed irrazionale – alla marea di regole obbligatoriamente prestabilite dalla convivenza sociale e che erano ritenute assolutamente castranti ed obsolete. Il tumulto interiore che albergava in soggetti alla ricerca di se stessi – mescolati senz’altro anche a legioni di debosciati -, era aumentato da una emarginazione progressiva imposta da imbonitori di ogni ordine e grado che mai avrebbero lasciato spazi ai cosiddetti capelloni, tossici e così via.. Il risultato è stato il caos, ossia la totale disintegrazione di una generazione annientata dalla droga e da un corollario culturale che ha avuto il suo apice nella “psichedelia”. E in questo fermento vitale, in mezzo a questo magma detestato da sempre dal perbenismo borghese, è nata una stella sulla Terra che brilla e brillerà indelebilmente nel firmamento che ci contiene.. Questa stella oggi è universalmente riconosciuta e porta un nome pulito e amato da tutte le generazioni che hanno seguito la sua nascita. Il suo nome è: Pink Floyd. In ogni angolo del pianeta questo nome ricorda suoni e luci che hanno umanamente sorpassato il valore del tempo, esattamente come i grandi autori della musica del passato. Da quarant’anni con una impeccabilità ed un equilibrio sempre crescenti, quattro gentleman inglesi sono entrati nelle anime di tutti: ricchi e poveri,uomini d’ogni colore e in tutti i continenti… ed addirittura la loro musica ha fatto da colonna sonora per lo sbarco del primo uomo sulla luna nel luglio del 1969. Oggi purtroppo il Loro creatore, che è un poco il simbolo e la sintesi delle generazioni descritte, il Diamante Pazzo Syd Barrett, ci ha lasciato per sempre, ma ciò che ha seminato è un raggio di luce immenso che ci riscatta e che può senz’altro far rabbrividire tutti i potenti della terra: lo scorso anno infatti, nella notte a cavallo tra il 2 e il 3 luglio, quando i quattro discepoli del mito hanno suonato tutti insieme per la prima volta dopo oltre vent’anni a Londra, il mondo intero s’è fermato a guardarli e ha pianto..

    Gian Luigi Soldi

  • Morandi Gianni:

    Piccola divagazione ;vorrei chiedere ad Andrea (Scanzi) cosa ne pensa della canzone “it s a miracle” dal capolavoro “Amused to death”..a mio modesto avviso l ‘apice creativo di Roger..un capolavoro nel capolavoro…”it’s a miracle”.Grazie per la risposta se leggera’ questo post.

  • luca:

    quando nel 1983 acquistai questo vinile, restai folgorato dalla bellezza cristallina di questa grande opera. mi sono sempre chiesto del perchè questo album non sia mai stato adeguatamente celebrato alla stregua di opere “maggiori” di questa band. la stupenda recensione compensa in parte questa mancanza e rende omaggio ad un disco che io considero formidabile.

  • gabriele franzoni:

    la tua liquidazione di “not now john” proprio non mi convince.pezzo grandioso sotto tutti i punti di vista e l’accostamento con “young lust” proprio non mi torna.comunque recensione valida.

  • Guido Tosatto:

    Una presentazione bella, intensa, vera. Parole che raggiungono l’anima. Ho letto ciò che provo ascoltando il disco, anche quelle sensazioni che non mi ero reso conto di provare. Grazie

  • Mauro:

    I fully agree: a masterpiece in the history of rock. Thank you, Andy, for describing it so well.

  • Andrea:

    Tutto condivisibile, da sottolineare come anche Mason si è rotto e non suona la batteria in “Two suns in the sunset”, mentre Gilmour a un certo punto, sbattendo la porta, ha detto che se serviva un chitarrista l’avrebbero potuto chiamare

  • Michele Germano:

    Complimenti Scanzi, un affresco davvero di pregio! Nel tuo articolo mi trovo a condividere tante cose e a scoprirne molte altre, e di queste ultime (spesso emozionanti) ti ringrazio. Ho solo un rammarico: la tua lapide, ben poco sepolcrale, su Not now John… A me è sempre piaciuta tanto…! Adoro perdermi in questo “brano incasinato e sguaiato”, dove candidi coretti femminili si integrano ed alternano alla voce (leggermente e sublimamente “alcolizzata” – ci sta, chiede pure dov’è il bar!) di un David che mi emoziona sempre…!
    Chapeau: a Roger per il capolavoro, a David per gli assoli, a te per questa bella cornice critica!

  • Michele Germano:

    Complimenti Scanzi, un affresco davvero di pregio! Nel tuo articolo mi trovo a condividere tante cose e a scoprirne molte altre, e di queste ultime (spesso emozionanti) ti ringrazio. Ho solo un rammarico: la tua lapide, ben poco sepolcrale, su Not now John… A me è sempre piaciuta, tanto…! Adoro perdermi in questo “brano incasinato e sguaiato”, dove candidi coretti femminili si integrano ed alternano alla voce (invero leggermente, ma secondo me sublimamente, “alcolizzata”) di un David che mi emoziona sempre…!
    Chapeau!

  • MORANDI GIANNI:

    Assolutamente d’accordo:disco epocale e fortemente sottovaluto ,ingiustamente etichettato come “gli scarti” di the wall..un capolavoro di testi ,musica suoni e atmosfere,Roger ai massimi livelli,si puo’ considerare a tutti gli effetti il primo album solista di Waters ,degnamente replicato con Pros and Cons,leggermente sottotono con Radio Kaos e sfociato nell’altro capolavoro Amused to death..questi tre album acquistano vigore,musicalmente parlando, nelle versioni live di “in the flesh”.

  • Pietro:

    Io l’ho ascoltato più volte e mi è piaciuto molto

  • Max:

    Chapeau.
    D’innanzi a tanto stupore (il suo) magnificamente esternato per uno dei capolavori della band più magnifica di sempre (Pink Floyd, ovvio, ovvissimo) mi inchino devoto…

  • Concordo assolutamente sul fatto che FINAL CUT sia davvero un GRANDISSIMO album ampliamente sottovalutato… Ottima recensione !!! Lunga vita a Water e a chi resta dei nostri amati “Pink”

  • Danilo Amatucci:

    Invece lei a me piace.
    Ma non la seguo, la incontro.
    E quando succede mi soffermo con piacere sul corso dei suoi pensieri e dei suoi interventi.
    Ora succede che la recensione di un disco come questo mi procuri una tale piacevole curiosità da leggerla senza badare a chi la scrive.
    Una volta consumato il desiderio, il retrogusto è davvero godibile.
    Quindi devo all’autore una minima attenzione.
    E la riconosco, e collego il suo nome alla sua immagine.
    Ma non è una sorpresa.
    Ricordo che lei si esprime troppo bene per non scrivere altrettanto.
    E ripeto l’esperienza televisiva, leggendo qua e la’….. di Gaber, di De Andrè.
    Tanto da pensare: “Oddio, quest’uomo di perseguita!”
    Spero che le siano estranee le gesta musicali di Fripp….
    Potrei diventare un suo fan!
    Complimenti!

  • Malserste:

    Per una stranissima coincidenza astrale avevo una musicassetta con the Piper da una parte e the final cut dall’altra… Quanto di più lontano. L’ho divorata. The final cut a suo modo è un disco che ben si presta a chi come me lo ascoltava in adolescenza, pieno delle paure e della necessità di uscire, morire e rinascere. Forse non è registrato bene, a mio avviso la parte di batteria non è limpida come in the wall. Un album che scava dentro ma che lascia un messaggio, più di the wall, rivolto più di tutti alla singola persona, meno alla società. Mi piace sempre.

  • Marco Lazzari:

    Bravo!
    Allora non ero il solo a mormorare tra me e me “Galtieri took the Union Jack”…
    Dopo Gaber e Faber, ora Roger?

    Marco

    P.s. fatti dare da Giulio il primo demotape degli Estra se non l’ha ancora fatto.

  • Valemorepaolo:

    Il disco che amo di più in assoluto, ascoltato centinaia di volte e ogni volta mi ha lasciato una cicatrice dentro. Mi sono commosso durante la lettura, grazie per avere condiviso questa passione comune.

  • Rocco:

    Ciao, tre precisazioni che, presumo, faranno piacere ai lettori:
    1) The Post War Dream è cantata sul tema della canzone “Sam Stone” di John Prine.
    2) Ero presente ad Aprilia il 18 Febbraio del 2014, Roger scrisse sulla corona di papaveri posata davanti alla stele che ricorda il padre le ultime parole di “Two suns in the sunset”: “Ashes and diamonds, foe and friend, we were all equal in the end.
    3) Mi fece effetto il “The end” posto alla fine dell’ultimo brano, come a sancire che la fine dei Pink Floyd poteva decretarla solo Roger, come l’ultimo cartello alla fine di un bellissimo film.

  • michele:

    Non so perché lei non mi era simpatico:-)..ma sarà ‘ la prima volta che leggo una recensione cosi intensa di The final cut e del brano The post war dream che io adoro!!!.,Grazie!

  • Daniele:

    E’ incredibile come riesca a scrivere, ma soprattutto trasmettere emozioni di questo livello. Soprattutto se si tratta di Canzoni. Questo di recensisre i dischi dei Pink Floyd, spero che diventi un appuntamento fisso ogni domenica.

  • A mio parere l’apporto di Gilmour e Mason non è marginale ma decisivo per i sottili equilibri di questo concept;)

  • Un capolavoro purtroppo poco noto o sottovalutato dai più, l’ho sempre adorato e tra poco avrò l’onore e l’onere di suonarlo e cantarlo tutto dal vivo immergendomi nei demoni di Roger…

  • Fabio Natucci:

    Incredibilmente di nuovo parla di un disco dei Pink Floyd esattamente come avrei voluto fare io se avessi saputo scrivere bene come lei…è mi commuovo ancora.

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