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Un disco da amare ora e sempre: Wish You Were Here dei Pink Floyd

IMG_2202I Pink Floyd sono sul tetto del mondo, ma non sono felici. Anzi, non lo sono proprio perché sul tetto del mondo. Secondo una delle molte regole aureo-ferali del Divino Roger Waters, “Il successo non ti rende felice, ma ti allontana dalla società“. E il successo di Dark Side Of The Moon, l’album precedente, è stato enorme. E’ il 1975 e la band sta lavorando al nono album nello studio 3 di Abbey Road. L’album si chiamerà Wish You Were Here, ma è molto lontano dal nascere. I Pink Floyd ipotizzano anche di sciogliersi. Si sentono lontani dall’entusiasmo degli esordi e anche il tour del 1974, in cui hanno anticipato tre brani inediti, è stato faticosissimo. Waters avverte già quel totale distacco dal pubblico che esploderà con l’episodio dello sputo a Montreal ’77.
4_Pink-Floyd-Wish-You-Were-Here-1975_copertina-del-disco-dettaglioL’ingegnere del suono non è più Alan Parsons ma Brian Humpries, che ha già lavorato con i Pink Floyd per la colonna sonora di More e che li ha definitivamente conquistati quando, durante un concerto dell’agosto ’74, durante l’intervallo è andato dalla band e ha detto: “Il vostro suono è davvero orrendo”. I tre brani inediti eseguiti nel tour del 1974 sono Shine On You Crazy Diamond (inizialmente solo Shine On), Raving And Drooling (diventerà Sheep) e Gotta Be Crazy (versione embrionale di Dogs). Il secondo e terzo brano confluiranno
nel successivo Animals. Il tour ha responsi di critica contrastanti e raccoglie una stroncatura ferocissima da NME, firmata da due giornalisti nostalgici di Syd Barrett. I Pink Floyd ne soffriranno molto, perché quei giornalisti (Nick Kent e Pete Erskine) hanno ragione: la band è stanca.
Le prime sedute di registrazione sono disastrose e l’idea di continuare il tour tra una sessione e l’altra non aiuta. La band non crea nulla, Nick Mason si lamenta del suo matrimonio che va a rotoli, David Gilmour gioca a squash e Dio Roger, il più meticoloso e pazzo, soffre più di tutti perché “se io sto in studio sono lì per lavorare e non per perdere tempo“. L’empasse viene superata con l’ennesima intuizione mirabile del serial killer dei propri demoni, ovvero sempre Waters: dividere la suite di Shine On You Crazy Diamond in due parti e accantonare gli altri due brani. Tutti intuiscono che è la strada giusta, tranne Gilmour. Ne nascono scontri monumentali, che vedranno (ovviamente) vincente il bassista appena scappato da Cro Magnon (sempre Waters). Il Sommo Roger capisce che Shine non può essere usata come le suite Atom Heart Mother e Echoes, che coprivano da sole rispettivamente lato A e lato B dei precedenti lavori: devono essere spezzate in due. Nel mezzo, via i brani scritti nel ’74: servono tre nuove creazioni. Waters avverte che anche questo disco deve essere un concept. Se Dark Side parlava di vita e di morte, il nuovo lavoro parlerà anzitutto di Syd Barrett. Ma non solo di Syd Barrett: i temi saranno quelli dell’assenza e della voracità carnivora dell’industria discografica. Di fatto Waters, per superare la crisi di una band “assente” e stritolata dai discografici, scrive un concept su quegli stessi temi, in una sorta di – ennesima – catarsi artistica. Nascono così Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track.
wpid-fe82f09f0ffa54e6be936c70f42c3c70.1000x740x1Individuato il tema dell’assenza, il grafico Storm Thorgerson – lo stesso di Dark Side – può studiare copertina e packaging. Entra nella squadra pure Gerald Scarfe, scoperto da Mason con un’animazione in cui Mickey Mouse diventava un topo strafatto. La cosa (ovviamente) esalta Waters e Scarfe sarà il genio delle animazioni di The Wall, tipo i martelli che marciano o i fiori che si divorano tra loro. Secondo Gilmour, Thorgenson era bravissimo a trovare scenari lontanissimi per poi farci una vacanza con la scusa del lavoro (e coi soldi della band). Storm trova Lake Mono, che servirà come set per lo scatto del nuotatore che non increspa l’acqua. Nel retrocopertina c’è il “Floyd Salesman” che vende l’anima nel deserto (quello di Yuma). Per sottolineare il tema dell’assenza e dell'”esserci e non esserci”, il disco viene venduto dentro una busta nera asettica: scelta commercialmente suicida, infatti la Columbia si opporrà, ma vincerà la band. E sarà un successo enorme. L’unica eccezione è un adesivo attaccato alla busta nera: le due mani robotiche che si stringono. La celebre foto di copertina venne scattata negli studi Warner di Los Angeles. Furono scritturati due stuntman e a uno dei due fu dato (veramente) fuoco. Attorno alla scena c’erano molti uomini armati di estintore. L’uomo che prende (veramente) fuoco si chiama Ronnie Rondell. Il vento cominciò a soffiare in maniera inattesa e Rondell si sentì bruciare volto e baffi. Si gettò a terra e lo spensero, poi lui mandò tutti a quel paese. E scappò. Per fortuna lo scatto definitivo era già stato fatto.
81piRfL0j+L._SL1500_Il disco uscì il 15 settembre 1975. Nonostante l’esito commerciale del disco (inizialmente sottovalutato da parte della critica), i Pink Floyd non intrapresero alcun tour per promuoverlo: torneranno a suonare dal vivo solo nel 1977, dopo l’uscita di Animals. Secondo Gilmour e Richard Wright, qui in stato di grazia, Wish You Were Here è l’album perfetto dei Pink Floyd. Analizziamo i brani.
Shine On You Crazy Diamond (Parti I-V). I primi otto minuti e 40 secondi strumentali, azzardo enorme per l’epoca (ma i Pink Floyd ci erano abituati), sono una delle prove che Dio esiste e ogni tanto si diverte a illuminare persino una specie stupida come quella umana. Il brano è interamente dedicato a Syd Barrett, che di fatto fondò la band ma che già nel 1968 fu costretto a lasciare per un mix di sindromi sparse (morbo di Asperger? Schizofrenia? Epilessia?) e overdose da acidi che minarono un quadro clinico già borderline. Wright ricorda come, a fine 67, un venerdì Syd non si presentò per una intervista a Radio One della BBC. I produttori lo cercarono per giorni. Quando lo trovarono – domenica – non era più lui: “Era come se qualcuno gli avesse spento il cervello. Clac“. Seguendo come sempre una maniera di pensare tutta sua, Waters si convinse che le prime quattro note accennate da Gilmour nel 161740051-69432f88-5e0c-45e9-a7e9-51299a4557ef1974 durante un momento di prova, parlassero di Barrett. E da quelle quattro note alla chitarra – dan-dan-dan-daaaan – partì per scrivere uno dei suoi testi migliori. Lo stesso Gilmour, mai prodigo di complimenti nei confronti di Waters, ha detto: “Quei versi strabilianti lo descrivono in maniera straordinaria. Syd era davvero così“. Gilmour suonò la chitarra nello studio 1 di Abbey Road, solitamente adibito alla musica classica, per dare una dimensione più sinfonica alla suite. Nella suite compaiono anche due coriste americane di colore, già presenti nel tour di Dark Side. Le coriste sono Carlena Williams e Venetta Fields e creano un contrasto mirabile tra il suono “britannico” della band e le atmosfere Motown . Waters, in particolare, chiese di allungare l'”uuuuuuh” durante il brano. Il sassofono è di Dick Parry. L’introduzione deve molto a un vecchio progetto abortito dalla band, quello degli “oggetti della casa” (Household Objects). All’inizio viene infatti usato il cosiddetto “nastro dei bicchieri”: bicchieri da vino vennero riempiti con liquidi differenti e suonati dalla band con un dito bagnato sui bordi degli stessi.  Tale effetto verrà ripetuto negli anni a venire da Gilmour e Wright dal vivo, per esempio nel notevole Live in Gdansk (2006). A questo brano è legato uno dei momenti più commoventi della storia della musica. E’ il 5 giugno 1975 e la band sta terminando il missaggio proprio di Shine On. Entra in studio un personaggio strano, obeso e senza sopracciglia. syd_barrett_abbey_road_1975Ha in mano due buste della spesa e si aggira tra gli strumenti. Nessuno lo riconosce. Poi Gilmour guarda meglio e dice a Mason: “Non lo riconosci?”. “No”. David fa una pausa, abbasso lo sguardo e poi dice: “E’ Syd”. Non lo vedono da anni. Waters scoppia a piangere. Gli chiedono come abbia fatto a ingrassare così tanto. Syd: “Be’, in frigorifero ho molta carne di maiale e mangio tante costolette“. Barrett dirà anche: “Se volete, posso suonare la chitarra“. Allora gli fanno sentire il brano, che parla proprio di lui. Syd lo ascolta e dice solo: “Be’, suona un po’ vecchia“. Poi se ne va, dopo aver festeggiato al bar il matrimonio di David. Molti anni dopo, Waters lo incontrerà per caso ai magazzini Harrod’s. Syd morirà a 60 anni nella sua casa di Cambridge. La foto che vedete fu scattata proprio quel 5 giugno 1975 ad Abbey Road.
Welcome To The Machine. Dominano i sintetizzatori e non c’è batteria (Mason suona timpani e piatto). La “machine” è quella dell’industria discografica, ma più in generale è la “macchina” della società che ti disumanizza e riduce a mero numero. Più che cantare, Gilmour urla. Il deliberato uso e abuso dell’elettronica contribuisce a conferire al brano un surplus di cupezza. “Benvenuto figliolo/ benvenuto alla macchina/ Cos’hai sognare?/ D’accordo, te l’abbiamo detto noi cosa sognare“. La qualità testuale di Waters ha ormai raggiunto livelli enormi.
Have A Cigar. Se volete fare arrabbiare il Messia Roger, intendo più di quanto non lo sia già lui col mondo, ditegli che il vostro brano preferito è questo. Curiosamente molti non sanno che qui non cantano né lui né Gilmour, ma un membro esterno alla band: Roy Harper (nella foto con Gilmour). Perché? Per una serie di motivi. Perché Harper stava registrando nello studio adiacente di Abbey Road (il 2). Perché Roy conosceva bene la band. Perché Roy era bravo. Ma più che altro harperperché David e Roger non riuscirono a cantarla. La voce di David, che peraltro non condivideva appieno la satira sferzante del testo e quindi neanche voleva cantarla, era troppo morbida. Quanto a Waters, molto semplicemente, la canzone era troppo alta e il suo registro vocale non è certo illimitato: Roger ha una voce unica, ma non è un virtuoso. Oltretutto Mahatma Roger era reduce dalla seconda parte del tour in Nordamerica (e poi Inghilterra) del 75 che lo aveva sfiancato, e la sua voce era stata ulteriormente sfibrata dalla registrazione di Shine On. Così Waters non ce la fece. Roy, che aveva molto tempo libero e bighellonava tra uno studio e l’altro, a un certo punto se ne uscì così: “Se volete la canto io“. Così fu: venne bene alla prima e fu un singolo vendutissimo. Per Roy fu anche frustrante, perché tutti erano convinti che a cantare fosse Roger. Waters, ancora oggi, reputa quella interpretazione troppo eccessiva e “caricaturale”. Al tempo seguiva le registrazioni con la solita faccia da indio nevrastenico e un basco scozzese tipo Sean Connery ne Gli Intoccabili. Roger dice ancora che “Io l’avrei fatta meno cinica quella canzone, Roy la canta con un tono di parodia che non apprezzo. Se avessi insistito, avrei fatto un lavoro migliore“. Non è vero: Have a cigar è perfetta così. Il brano sancisce un rapido cambio di scena rispetto ai brani precedenti: è quasi un brano blues, che elenca tutti i luoghi comuni del mondo della discografia. Compresa la frase: “La band è proprio fantastica, è davvero ciò che penso/ Ehi, a proposito, chi di voi è Pink?“. Era davvero la domanda che molti ponevano alla band, convinti che Pink fosse il nome di uno dei quattro. Have A Cigar di fatto non finisce e lascia spazio alla title track.
DORSI16F5_1167745F1_-kYn--683x458@Gazzetta-Web_mediagallery-articleWish You Were Here. Tutto ha inizio con suoni confusi: si è dentro una stanza e qualcuno ascolta una radio. A un certo punto un uomo si siede, suona la chitarra e canta sopra la traccia ascoltata alla radio. La radio è l’autoradio (quella vera) di Gilmour, che smanetta fino a imbattersi nella quarta sinfonia di Čajkovskij e poi nella canzone “giusta”. Ovvero Wish You Were Here. Una delle tracce più famose della band. Si crede che anche questa sia dedicata a Syd Barrett, ma non è così. O non soltanto. Il brano, più che altro, parla della naturale dicotomia di Waters – e di noi tutti? -, stretti come siamo tra ribellione e conformismo, redenzione e castigo, salvezza e condanna: “Così pensi di distinguere/ il paradiso dall’inferno?“. Il colpo di tosse è sempre di Gilmour. Alla fine si avverte appena un violino. E’ quello di Stephane Grappelli, che poi non fu accreditato perché Waters si vergognava di menzionare un jazzista così autorevole per qualche secondo di musica che neanche si sentiva. Con la versione Immersion Box di Wish You Were Here è uscita la traccia con il violino di Grappelli in primo piano. La sto ascoltando. E sto godendo.

Members of the psychedelic pop group Pink Floyd. From left to right, Roger Waters, Nick Mason, Syd Barrett and Rick Wright. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Members of the psychedelic pop group Pink Floyd. From left to right, Roger Waters, Nick Mason, Syd Barrett and Rick Wright. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Shine On You Crazy Diamond (Parti VI-IV). Rischia di essere la parte meno considerata, ma in realtà per molti versi è la più commovente. E’ il trionfo di Richard Wright. Il suo capolavoro: forse addirittura più di Echoes, di The Great Gig In The Sky, di Summer ’68. Un tripudio di organo Hammond, pianoforte a coda e poi la milizia ispiratissima di sintetizzatori. Come ha detto l’ingegnere del suono Humphries, se Wright avesse suonato altri venti minuti avremmo oggi un’opera sinfonica di 40 minuti firmata Wright. E magari la metteremmo accanto a picchi inauditi tipo il The Koln Concert di Jarrett. Ci sono tanti modi per capire se una persona davanti a voi è sensibile o no: ecco, se quello davanti a voi non si commuove di fronte alla parte IX di Shine On, allora diffidate di lui. E’ qui che Wright, improvvisando, lascia che la suite si tramuti in una struggente  citazione finale di See Emily Play. E See Emily Play era stato il primo singolo della band. Scritto dall’ormai assente Syd. Quando Syd era già diamante, ma non ancora pazzo: “Hai raggiunto il segreto troppo presto, hai chiesto l’impossibile“.
Buona meraviglia.

10 Commenti a “Un disco da amare ora e sempre: Wish You Were Here dei Pink Floyd”

  • Mario Lauretti:

    Sono contento che Scanzi, che ho sempre seguito soltanto a livello enologico, sia un floydiano. Mi permetto di consigliargli, se mai leggerà queste righe, l’ascolto di colui che canta HAVE A CIGAR. Roy Harper è a mio parere uno dei più grandi cantautori che ci siano mai stati in circolazione, apprezzatissimo in patria ma praticamente sconosciuto da noi. Ma probabilmente lo conosceva già e allora come non detto.

  • Caro Andrea mi fa piacere che senti le mie stesse emozioni e sicuramente anche di milioni di intenditori. E un disco senza tempo dove solitudine e assenza ci coinvolge anche ai giorni nostri ,wish were here e un sinbolo dei nostri tempi an he se ideato piu di 41 anni fa.

  • Luca:

    Andrea, apprezzo tantissimo i tuoi articoli sui Pink, ma sei troppo sbilanciato verso Waters.
    Wish you were here è un album soprattutto di David e Richard!
    Diciamo la verità: i Pink sono un amalgama artistico e umano unico e irripetibile, non si può estrapolare un solo genio o comunque dare più importanza ad un membro più che ad un altro. Al massimo si può dire che dal punto di vista compositivo si sono distinti maggiormente Waters e Gilmour, a pari merito direi, per non scontentare nessuno. Richard ha dato il suo contributo compositivo fondamentale in diversi brani che sono fra i più belli della band. Mason ha caratterizzato più che altro il periodo psichedelico con i suoi tamburi e il suo stile unico, ma il contributo compositivo è abbastanza ridotto.

    Per quanto riguarda i lyrics e il lato poetico nessuno mette in dubbio il talento di Waters; ma scrivere testi è cosa ben diversa dal comporre musica. La musica è una questione anche di sound e di tecnica.

    Non dimentichiamo che il sound è l’elemento vincente dei Pink; togli il sound, ovvero la ricercatezza sonora, e togli il 50% del fascino musicale della band! Richard è un elemento fondamentale che ha caratterizzato fortemente il sound della band; ma gran parte del merito va soprattutto dalla chitarra di Gilmour. Il gusto musicale e la perizia tecnica di Gilmour sono evidenti in tutta la sua carriera, anche con i “nuovi” Pink e con i suoi album solisti, compreso l’ultimo. Credo che i Pink capitanati da Gilmour abbiano per lo meno mantenuto il sound, il gusto di certe atmosfere e che comunque abbiano giovato di una certa ispirazione residua di Gilmour non disprezzabile (High Hopes è un bel pezzo); ovviamente sono mancati l’impegno, la paranoia, la cupezza e la riflessione watersiana.

    Ma diciamo la verità: gli album solisti di Waters non sono nulla di che dal punto di vista compositivo e del sound; si apprezzano come al solito l’impegno, il messaggio, la visione, ma la musica resta in secondo piano e delude. Dal punto di vista strettamente musicale Gilmour ha fatto di meglio da solo, vedi anche l’ultimo album. Questo dimostra che dal punto di vista strettamente sonoro e tecnico Gilmour fosse l’elemento centrale del gruppo. Lo si vede anche in The Wall; Waters deve ringraziare Gilmour per aver contribuito all’album con le azzeccate scelte sonore e con la composizione di alcuni brani fra i più belli, come Comfortably Numb. The Final Cut, che è un The Wall registrato senza Gilmour e Wright, è di gran lunga inferiore dal punto di vista musicale e guarda caso ricorda i successivi dischi solisti di Waters!

    In definitiva capisco l’apprezzamento di Waters per il suo contributo “ideologico”, poetico, oltre che per l’ispirazione di diverse composizioni; però attenzione che l’arte dei Pink Floyd è qualcosa di più complesso, innanzitutto sul piano sonoro e tecnico. E Waters sul piano del sound, sul piano tecnico, non è molto dotato. Gilmour si.
    A livello compositivo li metterei alla pari. Waters primeggia sul piano “poetico”.
    In definitiva i Pink sono un amalgama unico di personalità ed estri artistici molto differenti e complementari, o addirittura contrastanti.

  • Gian Luigi Soldi:

    Conegliano, 22 agosto 2006

    Immagini sommate a suoni metafisici e surreali sono – forse da sempre – doni naturali che la natura ha scelto di offrire parsimoniosamente ad anime gentili e/o sofferenti: un poco come essenze magiche ed impalpabili che scendono su pochi privilegiati i quali riescono così a saziare l’anima superando in parte il convulso transito che il Caso ci impone. A volte i detentori di questi doni, che sono assorbiti da smisurati giochi mentali incontrollati e in divenire, possono diventare molti di più: questo perché possedendo le chiavi dei Grandi Cancelli dei Sensi scelgono di offrire a piene mani queste immagini e questi suoni come fossero una colata lavica che può e deve ad ogni costo incunearsi in altri esseri per farli finalmente uscire dalle dimensioni incolori in cui sono quasi permanentemente calati. Questi cesellatori di sensazioni dimostrano di possedere qualcosa di simile ad una non certo fatua missione da compiere, una ricerca della mente che diventa simbiosi progressiva col corpo e coi mezzi generati dall’uomo e a cui, per fortuna, non possono ne vogliono esimersi: a volte la nostra anima può realmente fondersi e crescere smisuratamente con le sensazioni da Loro generate…. Dalla notte dei tempi ci si sforza di spaziare oltre alla caducità dell’essere, cerchiamo di proiettarci nell’infinito spazio e oltre le leggi del tempo…ma se non con la mente, purtroppo, non possiamo sfuggire realmente a ciò che ci contiene. Ogni Era ha generato portatori di gioia e dolore, come pure ogni Era ha avuto i Suoi esaltatori dello Spirito anche se non sempre purtroppo scevri dai condizionamenti dei potenti del tempo in cui agivano… Personalmente credo che questo Spirito nulla sarebbe se non vivesse in simbiosi con la Natura e con la Ragione e proprio per questo gli strumenti della ricerca umana, sempre più complessi, possono e devono crescere esponenzialmente affinché tutto alla fine diventi così: “Quadri di una esposizione”, ossia tasselli continui d’anime che evolvono ! Ho visto dieci volte, fino ad oggi, coloro che reputo abbiano contribuito a formare senza ombra di dubbio una buona parte dell’ossatura della mia esistenza ! Mai avrei pensato che quando ebbi ancora giovanissimo in mano “la copertina con la mucca” la mia vita sarebbe stata progressivamente assorbita da quei suoni che s’erano fatti immediatamente immagine.. Come una fede – che non ho invece mai avuto -, la dolcezza dei visi contenuti nella “copertina con l’orecchio” hanno contribuito a farmi salire le infinite scale a spirale che ho scoperto ergersi dentro di me .. e mi hanno accompagnato per anni, anni, anni.. poi decenni.. poi un quarto di secolo.. poi un terzo di secolo: i Pink Floyd sono a titolo pieno patrimonio della mia vita come quello di altre cento, mille e mille e ancora mille vite… Il Loro pacato invecchiare, perfino la Loro storica spaccatura – fonte di autentica sofferenza per chi li segue in questo incredibile cosiddetto 2006 dove le anime più convulse del Gruppo agiscono su fronti distinti – ha acquisito un travaglio che ne aumenta il fascino: vorremmo in tanti, quasi sicuramente centinaia di milioni di persone, rivederli insieme raccogliere quello scettro virtuale quale simbolo morale e laico su tutto il marcio del mondo che non abbiamo strumenti per riuscire ad abortire. Roger con il Suo essere rigido e segaligno in scena dimostra una struggente insofferenza per tutte le ingiustizie di cui fino da bambino è stato vittima diretta: la Sua lotta disumana non subirà, è certo, l’oblio del tempo. David mette il Suo cuore dentro le dita che sanno poi trasformare il suono in miele e volo d’aquila. Richard e Nick che sembrano l’ombra dei giganti sono invece l’equilibrio, la pacatezza, l’essenza stessa e il reale collante dei Pink Floyd: essi quindi – tutti e quattro – sono un tutt’uno inscindibile, la quintessenza di un armonia che si pone doverosamente come mediatrice e sintesi su tutte le tragedie del ventesimo secolo. Oscar Wilde nella Sua prefazione al Ritratto di Dorian Gray asserisce che tutta l’arte è assolutamente inutile, ma in questa Era, oggi, l’arte può invece contribuire ad occultare la vergognosa immagine di una politica asservita esclusivamente al Potere e non invece all’Umanità! I Pink Floyd – è un mio fervente auspicio – acquisiranno nel tempo il ruolo di ambasciatori di pace poiché sono portatori tangibili di un messaggio autenticamente universale. In quarant’anni hanno dimostrato una coerenza ed una impeccabilità – se si escludono una parte dei Loro rapporti interpersonali su cui nessuno ha il diritto di interferire – che probabilmente ha pochi precedenti nella Storia dell’Arte: è già riservato a Loro un posto vicino ai geni della musica dei secoli passati, ne sono certo.. Essi inoltre hanno acquisito un valore morale che supera i concetti generazionali. E questo è essere geni !! Quest’estate, durante il mio girovagare per l’Italia alla ricerca del Loro incatenante messaggio sonoro, ho visto solo cose serene che non scorderò mai… Una su tutte: una splendida ragazzina sapeva a memoria tutte le parole e seguiva in perfetto sincrono il canto di Ruggero Acque a Verona… L’ho poi rivista a Venezia aspettare smaniosa lo zio David portando in se la gioia di quei suoni e dei Suoi quattordici anni… I suoi genitori mi hanno detto: a casa nostra si mangiano pane e Pink Floyd … Non mi vergogno di dire che ho pianto.

    Gian Luigi Soldi

  • Peppino:

    Scanzi sei il Roger Waters del giornalismo! Battuta a parte è davvero istruttivo leggerti. Sto “rileggendo” tutti i PF dall’origine per comprenderli meglio alla luce delle tue indicazioni.
    Grazie per i tuoi articoli

  • raffaele zallone:

    Andrea Scanzi, spesso non sono d’accordo con le tue tesi (quando ti vedo dalla Gruber), ma chissenefrega, questo articolo è sublime. Grazie, da un amante della musica

  • Mariano:

    Mmmhhh…dopo Animals ecco WYWH (tra le due vince la prima, l’ho riletta due volte, recensione bellissima)…che dire “Aspettando The Wall”…lì ti voglio.

    Anzi di più…una bella sorpresa (o sfida) sarebbe scrivere sull’altalenante rapporto professional-artistico-uman-schizzofrenico tra waters e gilmour. Bestemmierò ma secondo me l’uno non sarebbe MAI stato “tanto Mahatma” senza la chitarra dell’altro.

  • Massimo:

    Quanto ho amato questo album! A 18 anni scrissi anche una sceneggiatura ascoltandolo,perso nei suoi meandri.

  • Fabio:

    Finalmente qualcuno che si informa e si documenta prima di scrivere articoli di musica.
    Del resto, per quest’album era sufficiente riguardarsi il DVD che ne racconta la storia (ma altri non avrebbero fatto neppure questo) e uno sguardo a Wikipedia.
    Scanzi si rivela ‘fan’ autentico dei PF (rasenta persino l’idolatria quando si parla di zio Roger ma, da ‘fan’ io stesso, lo perdono facilmente) e dice semplicemente cose esatte, verificate. Unica condizione per dire “il c***o che ci pare” e nel contempo dire anche cose esatte è informarsi prima, e lui l’ha fatto senza dubbio.
    Più Pink Floyd, meno Luttazzi. Grazie, Andrea.

  • Barbara Messina:

    Scanzi farebbe amare i Pink Floyd anche a un sordo

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