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Roma Termini evacuata, tra fucili finti e Intercity masochisti

Schermata 2016-01-27 a 17.02.11E’ una sensazione di gioia inattesa, quella che ti pervade quando stai viaggiando su un treno italiano in orario. Ed è lì, quando credi che il pericolo sia scampato, che il destino ti frega. Lunedì 25 gennaio, Intercity 595 Trenitalia. Parte da Trieste alle 13.02 e arriva (arriverebbe) a Roma Termini alle 20.36. Ad Arezzo dovrebbe giungere alle 18.26 per ripartire alle 18.28. Ha solo sei minuti di ritardo. E’ andata bene: di solito sono tra i quindici e i trenta. Un ritardo costante, che il viaggiatore accetta con stoica rassegnazione.
Il treno arriva a Orte con “soli” dieci minuti di ritardo. E’ l’ultima sosta prima di Roma Termini, il traguardo è vicino e il peggio sembra passato. Sembra. Il treno non riparte. Cinque minuti. Va be’, pensi: la solita Trenitalia. Dieci minuti. Va be’, imprechi: la solita Trenitalia. Venti minuti. Ecco, pensi: ora Trenitalia esagera. Una voce femminile, dagli altoparlanti, informa che la sosta dipende da “un problema tecnico alla stazione di Roma Termini. Ripartiremo usando la linea vecchia. Ritardo previsto: sessanta minuti. Ci scusiamo per il disagio”. Non occorre essere Sherlock Holmes per capire che qualcosa non torni. Ci sarebbe arrivato anche Gasparri. Oddio, Gasparri forse no. Oltretutto la voce femminile aveva un tono tipo “Moriremo tutti, pazienza”. La voce ha anche aggiunto che, per ulteriori informazioni, si può parlare con il capotreno alla carrozza 3. Sono da poco passate le ore 20 e controllo Twitter. Tutti parlano della stazione Termini evacuata. Pare ci sia un uomo armato e inseguito da mezzo mondo. Ah. Sono nella carrozza 2. Spengo l’iPod con Animals (e la cosa mi fa male, perché stava giusto passando Pigs). In fondo alla carrozza c’è un mesto conciliabolo. C’è il capotreno, c’è una sua collega. Il capotreno, garbato e un po’ attempato, insiste coi “problemi tecnici”. Gli faccio presente che è un po’ un eufemismo definire così un rischio attentato. Lui, gentile ma forse sceso da Plutone: “E lei come lo sa?”. Gli svelo una cosa incredibile: hanno inventato Internet. La rivelazione lo sconvolge oltremodo. Segue ulteriore conciliabolo. “Perché avete parlato di problemi tecnici?”. “Per non agitare i passeggeri. Abbiamo eseguito gli ordini”. Il capotreno, dopo questa citazione involontaria di Priebke, riprende a parlare con la collega. Nel frattempo Repubblica posta la foto del tizio col fucile. Twitter esplode di cinguettii idioti, a conferma di come i social network logorino chi ce li ha. C’è un allarme che andrebbe spiegato in diretta, ma tutti cazzeggiano. Va be’. Mi pare ovvio non arrivare fino a Termini, descritta in quel momento come il set di un saloon postmoderno, ma fermarsi prima a Tiburtina. Facile, no? No. “Non è previsto”. Ho capito che non è previsto, ma l’alternativa è consegnarsi al martirio e tra i miei miti non c’è ancora San Bartolomeo. “Lei non sa quanto sia complicato fermarsi in una stazione”. Sarà anche complicato, ma pure farsi ammazzare mica è bello. “E poi serve un’autorizzazione”. Appunto, la chieda. Seguono telefonate del capotreno a varie entità superiori, che rimpallano una tale responsabilità immane ad altre entità superiori. “Se poi cadete mentre scendete e vi fate male a una caviglia, la responsabilità è mia”. Invece, se moriamo tutti a Termini, gli danno un encomio. Postumo. Ecco poi il responso: “Andiamo a Termini, anche se è tutto bloccato e dovremo attendere un’altra mezzora”. Perfetto: non solo moriremo, ma pure in ritardo. E Tiburtina? “Non abbiamo l’autorizzazione e l’autorizzazione è importante”. Importantissima: meglio morire in regola che salvarsi sporcando il protocollo. “Però, se il treno si ferma un attimo a Tiburtina e io sono costretto a scendere, non posso impedirvi di scendere”. Ah, buono a sapersi. Potremmo dunque scendere di soppiatto, oppure lanciarci dal finestrino. Figo. Nel frattempo Twitter continua a dare il peggio di sé. Forse il fucile era finto, forse il traffico è ripreso. Forse, forse, forse. Il capotreno, garbato e compassato, discute di banche e politica interna con la collega: non sia mai che, prima del trapasso, l’Intercity 595 non abbia appieno sviscerato l’annosa tematica del bail in. Ogni tanto si girano e chiedono a me aggiornamenti: cioè, lo chiedono loro a me. Mica il contrario. Devono essere degli obiettori di coscienza del web. La torre di controllo conferma: niente Tiburtina, o Termini o morte. Termini. Con cinquanta minuti di ritardo, però vivi. Che – di questi tempi – è sempre meglio che niente.
(Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2016)

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2 Commenti a “Roma Termini evacuata, tra fucili finti e Intercity masochisti”

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