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L’attimo fuggito di Robin Williams

robin 2Il Professor Keating ha perso l’attimo. Non lo ha più colto e ha tolto il disturbo. Robin Williams è stato trovato morto ieri alle 12 locali nella sua casa di Tiburon, California, Contea di Marin. Aveva da poco compiuto 63 anni. Asfissia, verosimilmente. Suicidio, probabilmente. Soffriva di una grave forma di depressione e nel mese scorso era stato, per un breve periodo, in un centro di recupero per alcolizzati nel Minnesota. Non era la prima volta. Parafrasando Peter Pan, uno dei suoi molti personaggi, “aveva perso il pensiero felice”. La terza moglie, la graphic designer Susan Schneider, ha detto: “Ho perso mio marito e il mio miglior amico, mentre il mondo ha perso un grande attore. Vi prego di ricordare Robin per la sua brillante carriera e per il suo sorriso, non per il modo in cui è morto”.  Uno dei primi tweet di cordoglio è stato quello di Barack Obama. La seconda figlia di Williams, Zelda, gli ha dedicato una poesia di Antonie de Saint Exupery. Proprio a Zelda, per il suo 25esimo compleanno, Williams aveva dedicato il suo ultimo tweet tre settimane fa: “Hai un quarto di secolo ma per me sarai sempre la mia bambina”. Lascia altri due figli, Zachary di 31 e Cody di 22. Una delle sue interpretazioni più ispirate coincise con un film di Terry Gilliam, La leggenda del Re pescatore.  Era il 1991 e Williams interpretava un professore di storia medioevale che aveva perso il senno. Accanto a lui c’era Jeff Bridges. Al tempo, tra i due, il più famoso era Williams. Bridges, nonostante gli Starman e i Tucker, era percepito come un attore bravo ma un po’ di nicchia. Se qualcuno avesse dovuto scommettere sulla longevità dei due, non avrebbe scommesso su Jeff. E avrebbe sbagliato. Il futuro, per Bridges, sarebbe stato ricco di premi e grandi Lebowski. Quello di Williams, nonostante altri picchi e un’attività instancabile, non sarebbe stato egualmente felice. Proprio Gilliam, ieri, ha scritto: “Robin Williams, il più incredibilmente divertente, brillante, profondo e sensibile miracolo di testa e spirito, ha lasciato questo pianeta. Era un gigante di cuore, un amico irresistibile e un regalo incommensurabile degli dèi. Adesso quei bastardi se lo sono ripresi indietro. Che si fottano!”. La pensano così anche milioni di spettatori. Compresi quelli che, di Williams, non vedevano più una pellicola da anni e ultimamente lo avevano intercettato giusto negli spot per Sky.
Il desiderio della moglie è sacrosanto: ricordarlo per le opere e non per l’epilogo. Eppure, della scomparsa, non fa male solo l’andarsene anzitempo quanto – e soprattutto – la cesura nettissima tra la percezione che si desiderava avere di lui e la realtà della sua quotidianità più intima. Robin Williams ha incarnato per decenni il bene che trionfa sul male, il sogno e la fantasia, il lieto fine e la speranza che non muore, l’adulto che resta bambino e il giullare che induce il mondo a sorridere perché è solo così che in fondo si può sopravvivere. Più che interpretare Patch Adams, lui era Patch Adams. Ora si ha la conferma che Williams, dotato di un talento non comune che troppa critica ha finto di non vedere, si è imposto di ridere non perché ne avesse voglia ma perché avvertiva che ne avesse bisogno il mondo. Ha detto: “Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita fosse rimanere soli. Non lo è. La peggior cosa è stare con persone che ti fanno sentire solo”. E filmsolo doveva sentirsi spesso, nonostante fama e ricchezza. La sua morte fa male anzitutto a chi oggi veleggia sui quarant’anni, perché a cavallo tra Ottanta e Novanta sembrava impossibile che un film di successo non ne contemplasse la presenza. La sua e quella di Kevin Costner, un altro che pareva durare in eterno e oggi invece pubblicizza il tonno. Good morning Vietnam, L’attimo fuggente, Risvegli, La leggenda del Re pescatore, Hook, Mrs. Doubtfire. Tutti girati in pochi anni, tra il 1987 e il 1993. I suoi anni d’oro, anche se il pubblico televisivo lo conosceva già per il “na-no na-no” di Mork & Mindy. Avrebbe girato molti altri film, restando pericolosamente ancorato al personaggio dell’eterno immaturo folgorato sulla via della fantasia. L’Oscar, come spesso capita, arrivò più come risarcimento che per la qualità effettiva della parte da non protagonista in Will Hunting. Qua e là osò ruoli da cattivo, come in Insomnia di Christopher Nolan, ma l’apice della fama era lontano. Per il vasto pubblico sarebbe rimasto sempre quello di “Oh capitano mio capitano”. Il professore dei sogni. Sullo sfondo, le tante cicatrici. La droga negli Ottanta, consumata anche con John Belushi, che fu uno degli ultimi a vedere prima della morte. I tre matrimoni, le crisi. L’aiuto dato all’amico Christopher Reeve, l’attore di Superman rimasto tetraplegico dopo un incidente a cavallo. La ricaduta nell’alcolismo e le cure nel 2006. L’operazione alla valvola aortica nel 2009. Nel settembre scorso, Williams era tornato al David Letterman Show. Sembrava allegro: sembrava, appunto. Sin troppo su di giri. Pareva un uomo che si imponeva di ridere, per reiterare l’illusione. Presentava la serie tivù The Crazy Ones, la storia di un uomo “con alle spalle tre matrimoni e tanti problemi con alcol e droga, insomma uno come me”. Parlò di Mrs Doubtfire; “Un personaggio non facile. All’inizio sembravo la Thatcher, avrei spaventato a morte i bambini: ‘Filate a nanna, bambini, o vi bombardo il lettino!’. Una volta sono entrato in un sexyshop vestito da Mrs Doubtfire. Faccio al commesso: ‘Mi scusi, quel vibratore a due teste lì, quello lì, ne avete uno che non abbia tutte quelle vene? E avete per caso dei lubrificanti aromatizzati?’”. Poi accennò ai suoi monologhi: saggi di talento puro, soprattutto a fine anni Settanta e lungo tutti gli Ottanta. Novanta minuti di stand-up comedy, esilarante e coraggiosa, trasmessa dalla HBO e in parte eternata nel dvd Live On Broadway del 2002. Stimolato da Letterman, quella sera di settembre ammise: “I monologhi comici? E’ meno costoso che andare in analisi. Per me era un modo di raccontare la mia vita. Evito di parlare troppo della mia vita personale, ma durante quegli spettacoli ho toccato temi interessanti: mi riferisco alle ricadute con l’alcol e al fatto che ho scelto una clinica per alcolisti nella regione dei vini. Nel caso avessi cambiato idea”. Il suo ultimo monologo si intitolava Armi di autodistruzione, altro esempio di una concezione generosa quanto nichilista dell’arte: esibire in chiave ironica le proprie ferite per far ridere gli altri, continuando a ripetere che esiste un buongiorno anche per il Vietnam. Che i comatosi possono risvegliarsi. E che il carpe diem, forse, non è solo una citazione di Orazio. (Il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2014).

18 Commenti a “L’attimo fuggito di Robin Williams”

  • Un grande attore sui generis, che aveva da tempo capito la brevità e le difficoltà di vivere con spensieratezza, superandole con la forza della risata che dava a tutti i suoi personaggi da lui interpretati, ma che probabilmente hanno continuato a vivere per troppo tempo dentro di lui, distruggendolo!

  • mauro:

    L allegria la felicità l amore non sono per tutti.
    L amarezza l emotività portano l uomo ad una strada diversa.
    Oscar wild, picasso, freddy mercury, nikola tesla e chissà quanti altri.
    Più si scende in profondità nelle emozioni e più si finisce per trovarsi fuori luogo in un mondo che predica pace ma vive di guerra, chiede unità ma insegna l individualità, cerca equilibrio ma non rispetta le diversità.
    Chiunque sceglie di essere buono finisce con le amarezze che lui ha portato fuori.

    Robin piacere di averti servito e sono certo ci incontreremo in una dimensione dove l anima vive d amore e non c e bisogno di nascondere chi siamo veramente.

  • tina rizzo:

    perché ci meravigliamo????? non era dolore infinito quell’attimo fuggente?????

  • Ella:

    perche’ questo grande geniale uomo buono, ha deciso di morire ? ognuno dice la sua sia essa la droga l’alcool l’oppressione dei debiti o ancora la depressione e chi piu’ ne ha piu’ ne metta,ma come recita un ottimo proverbio indiano non è dato a nessuno di noi giudicare:
    “Ogni volta che vuoi giudicare qualcuno, cammina prima per tre lune nei suoi mocassini.”
    forse adesso avra’ fatto pace con le sue ossessioni o qualsiasi altra cosa lo lacerasse,sarò melensa ma mi piace immaginare,anche a costo di commettere eresia, che sia entrato in paradiso preso in braccio dai suoi angeli ognuno dei quali ha il volto di tutti i personaggi da lui magistralmente interpretati.
    Ella

  • Susana Curia Turina:

    Querido Robin, qué soledad para la alegría….qué tristeza para la sonrisa….No entiendo aún tu decisión, aunque la respeto, porque nadie puede ponerse en los zapatos del otro. Cumplimos años el mismo día, 21 de julio. Tal vez por eso comparto el concepto de la soledad. A veces, uno se siente solo aunque esté acompañado. Necesitamos de la caricia, de la palabra, de la comprensión. Mi mamá era depresiva y siempre traté de ayudarla y comprenderla. Lamento que nadie se haya dado cuenta, que solo pedías amor. Te voy a recordar en “La Sociedad de los Poetas Muertos”, en donde nos hiciste comprender que vale la pena no renunciar a nuestros sueños….Lamento que tus sueños hayan muerto contigo. Te querré y oro por tu alma hermosa, noble, buena. Susana Curia

  • Ariel:

    “Ci sono due tipi di comici: quelli tristi e quelli sempre allegri. Quelli sempre allegri alla fine si uccidono.” (Daniele Luttazzi, 1997)

  • flò:

    E’ bellissimo l’aritcolo e fà male al cuore ricordare, nelle citazioni di Scanzi, il sorriso di Robin che oggi percepiamo con un retrogusto di amarezza. La sua ironia ed il suo malinconico sguardo rimangono con noi mentre il suo spirito stà facendo ritorno alla base per prepararsi ad un’altra avventura. Arrivederci Robin mi manchi già

  • mario romeo:

    Il mondo secondo Garp

  • Gianluca Russo:

    Quando rifletto su vicende dall’epilogo drammatico come questa, non posso fare a meno di chiedermi se qualcuno intorno a me non stia segnalando, in modo fugace o timido o appena percettibile, il suo disagio. Non posso fare a meno di chiedermi se qualcuno non stia invocando aiuto, non posso fare a meno di sentirmi responsabile, perché una delle mie più grandi paure è quella di trascurare il dolore psicologico altrui. La depressione è così funesta, e io la conosco bene poiché combatto contro di essa da una vita… Dobbiamo stare attenti, sensibilizzarci…

    • Giuseppina Regonelli:

      Nell’esaminare il problema, ritrovo una mia teoria che ho constatato di suicidi anche di grandi scrittori. Nel partecipare profondamente alla interpretazione dei film o alla stesura dei libri. Al momento di tornare alla quotidianità, l’attore o lo scrittore, non riescono ad uscirne o ad accettarsi come sia realmente la propria vita o la propria – magari modesta – personalità. In una maniera talmente grave da portarli alle estreme conseguenze. C’è sempre un indizio di vulnerabilità da parte del personaggio vittima di una situazione più grande di lui. Il rifugio nell’alcol è la prova – che il grande attore – non accetta (anche se erroneamente) di essere un piccolo e comune uomo, come lui si vede, confrontandosi con i propri personaggi.

  • “La vera storia di Mork e Mindy”, film TV fin troppo bistrattato, racconta Robin Williams molto meglio dei coccodrilli televisivi e giornalistici.
    Un uomo difficile e complesso, come tutti i grandi comici, e non sprecherei altro sul genio e la sregolatezza, il luogocomunismo impera già oltremisura.
    Ieri sera su Canale 5 hanno dato il pessimo “Capitan Uncino” di Spielberg, veramente un brutto film. Speriamo in meglio nei prossimi giorni; a me piace tanto “l’uomo bicentenario”. Letti con attenzione, in tutti i suoi film (L’Attimo Fuggente, Patch Adams, Risvegli e tanti altri) l’eroe è meraviglioso, ma esce sempre sconfitto, “strutturalmente” sconfitto: Cristo è una gran cosa, ma tocca poi ammazzarlo. RW ci ha raccontato bene le possibilità dell’umano, ma anche che alla fine si sceglie sempre Barabba, e mi sa che lui lo capiva troppo bene. Speriamo di riuscire a fare a meno degli eroi morti, in futuro, ma non la vedo tanto bene.

    • Rossella:

      Mi piace molto il tuo commento, hai colto nel segno scrivendo delle cose molto intelligenti. I film di Robin Williams, anche quelli prettamente comici, hanno un retrogusto davvero molto amaro, che avvertivo anche quando ero piccola e di vita ne capivo ben poco. Nonostante i ruoli da lui interpretati incarnino il bene, la fantasia, il coraggio, non è mai lui ad uscirne vincitore, esempio fra tutti Mrs Doubt Fire, dall’epilogo per nulla scontato. E’ come se alla fine della pellicola i suoi personaggi ne uscissero sempre un po’ “ammaccati”, sempre un po’ più soli, scontrandosi con una realtà che pur apprezzandoti sul momento, ti accantona poi.
      E questa è un po’ la parabola della sua vita.

      Ps Secondo me Hook non è un brutto film ed è più complesso di come appaia!

      Ciao!

  • Valerio Bianconi:

    Grazie, Andrea, per questo bel epitaffio, della cui qualità non dubitavo e che attendevo da ieri.

    Sono nato alla fine degli anni Ottanta ma, nonostante ciò, i films di Robin Williams hanno costituito una pietra angolare della mia infanzia. Sapere della Sua morte mi ha gettato nello sconforto più totale.

    In molti ricordano, a ragione l’attimo fuggente. Io, personalmente, ricorderò sempre il Robin Williams Peter Pan. Uno dei primi films che io abbia mai visto.
    Nel tuo bellissimo spettacolo su Gaber affermi che nei suoi spettacoli, nonostante critiche taglienti, non mancava mai l’intenzione del volo.
    Ebbene, ieri sera rivedendo dopo tanti anni “Hook”, ho potuto riassaporare la dipendenza dalla fantasia, la meraviglia della scoperta, il vanto naif nell’ingenuità. Tutte condizioni imprescindibili a cogliere il pensiero felice ed a spiccare quel volo che il nostro Peter Pan aveva dimenticato, tutto impegnato com’era nella quotidiana ed un po’ borghese lotta per la sopravvivenza.

    Ho un rapporto d’amore totale con questo film, forse non il migliore di Williams secondo la critica, ma quello che più richiama i momenti migliori della mia vita.
    Sì, Robin Williams mi ha insegnato l’amore per il volo ed il culto della spontaneità.

    Una spontaneità sincera e spassionata che ricorre in film quali Miss Doubtfire, L’attimo Fuggente (cambiate il punto di vista per avere una visuale dall’alto), L’Uomo dell’Anno (una sorta di Beppe Grillo meno arrogante e verbalmente violento). Come dimenticare poi “Jack”? “Make you life spectacular”, con la frase finale “when you see a shooting star”, sospesa lì, dopo l’ultima scena.

    Robin Williams ci ha reso fieri di alzare la testa al cielo, saturi di un sorridente orgoglio generato dal più sincero afflato di autenticità. Un’autenticità figlia dei nostri sentimenti primigeni che affondano le proprie radici nello stupore fantastico della nostra infanzia, allorquando, non ancora contaminati della cattiveria quotidiana, eravamo ancora in grado di chiudere gli occhi alla sera prima di addormentarci, e di spiccare il volo verso mete inesplorate e costruite attorno alla nostra fantasia.

    Una semplicità capace di renderci persone migliori anche nel momento del successo, come accade in Patch Adams. Studente modello ma capace di dare quel valore aggiunto alla Sua attività medica instaurando un rapporto orizzontale con quei bambini dai quali, di fatto, non aveva mai preso le distanze.

    Non voglio tessere le lodi del Robin Williams al di fuori del palcoscenico, sarebbe una evidente forzatura.
    Vorrei però ringraziarlo per avere,in qualche modo, guidato la mia infanzia ed avermi reso fiero, col suo sorriso buffo ma carico di amore e sincerità, di mostrare al mondo il bambino che c’è in me. Da Peter Pan, a Jack a Patch Adams, Williams ci ha insegnato che si può essere grandi persone appoggiandosi alle proprie radici infantili, senza vergognarsene ma, al contrario, edificando su di esse la nostra esistenza. Le basi del nostro volo…

  • Maria:

    Un articolo meraviglioso, che salda con delicatezza e rispetto la sostanza greve di una realtà onnipresente, con la voglia di leggerezza, incessante, prepotente e disperata.
    Grazie Andrea!

  • Grazie per queste parole Andrea. Le condivido appieno, come ti ho già scritto su Facebook.

  • Siamo spesso portati ad identificare l’uomo con il personaggio che interpreta, dimenticandoci che un attore é tanto più bravo quanto più riesce ad allontanarsi da se stesso per entrare nella testa di un altro. Così tutti noi abbiamo negli occhi i personaggi di Robin, ma non possiamo dire di avere conosciuto l’uomo, se non forse in qualche rara occasione e tanto meno possiamo essere in grado di giudicarlo.

    • Valerio Bianconi:

      Bravo Marco, sono d’accordo con te.
      Abbiamo conosciuto il Robin Williams allegro e scavezzacollo, bonariamente zuzzurellone nel trasmettere messaggi pregni di profondità. Ma in pochi, direi pochissimi, hanno conosciuto il vero Robin, persona probabilmente afflitta da molti dolori che non siamo stati in grado di scorgere e metabolizzare.
      Quello che colpisce è sapere che un personaggio come Lui, foriero di messaggi ispirati al sorriso ed alla gioia di vivere nel corso della Sua lunga carriera, abbia deciso di togliesi la vita.Pare quasi un paradosso, un ossimoro.
      Io non me ne capacito. Soffro in silenzio.

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