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Scanzi, Gaber: quelli che vanno oltre

gaber arezzoAmmiro Andrea Scanzi.
Andrea Scanzi ammira Giorgio Gaber.
Io conosco poco Giorgio Gaber.
Il classico syllogismus interruptus.
La tappa carpinetana dello spettacolo Gaber se fosse Gaber ha aggiunto dei tasselli al mosaico.
Scanzi lo conoscevamo già.
In un dizionario illustrato la sua foto comparirebbe dinanzi al termine onestà intellettuale.
Inviso alle cariatidi di giornalisti (beh, quasi) cerchiobottisti che popolano il pianeta Informazione Italia e che vedono scalfire lo status quo, è divenuto famoso (per sua stessa ammissione) per certi corpo a corpo con serve e lacchè del Pregiudicato (per la cronaca, era ora che qualcuno aprisse il libro), ma Scanzi è (per fortuna) molto altro. Nato per scrivere (era il suo sogno), si sta rivelando un comunicatore a tutto tondo (le emozioni che dà il teatro asserisce siano impareggiabili).
Il suo stile caustico, urticante e mai banale è l’antidoto all’anestesia iniettata a questo Paese. Eclettico (in Italia pare un difetto), ironico, qualcuno lo dipinge come saccente: al suo posto lo saremmo molto di più. Cerca di superare il manicheismo, nonostante la sua scibile sarebbe giustificata a rincorrerlo.
Potenzialmente è un Pasolini 2.0.
Poteva limitarsi, il giornalista del Fatto, a celebrare l’agiografia del Signor G.
Avrebbe potuto.
Ma non l’ha fatto.
Ha raccontato le pieghe e le sfaccettature di Giorgio Gaber, perchè solo lì si assapora quello originale, quello autentico e non la versione edulcorata ed ecumenica che il mainstream ci ha voluto somministare (da postumo).
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E raccontandoci Gaber come se fosse davvero Gaber, lo scrittore di Cortona si è messo simbolicamente a nudo rivelando perchè Scanzi è Scanzi.
Un parallelo, fatto di osmosi, ammirazione ed amor proprio.
Integerrimi più che integralisti, tengono entrambi tanto alla forma quanto al contenuto.
Per loro l’intellettuale deve andare oltre, mettersi e mettere tutto in discussione, al proferire certezze prediligono seminare dubbi (da raccogliere), la provocazione al posto della predica.
“Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane” (cit.).
Un intellettuale non deve essere catalogato, sarebbe un ossimoro, di più, la sua stessa fine.
Tutti e due sono spontaneamente refrattari al concetto di appartenenza, avere qualcuno dentro a cui dare in usufrutto l’anima, le idee.
I quasi 10 minuti di Qualcuno era comunista sono il riassunto di un’epoca.
Gaber – come anche Pasolini – era odiato trasversalmente, segno della sua indipendenza (Quando è moda è moda è di una durezza disarmante, Se fossi Dio forse ancora di più).
Scanzi è (già) sulla stessa via.
Ancora, li accomuna il rigetto dei toni melliflui, sono degli eretici delmenopeggio e del politicamente corretto.
Cercano una libertà che non sia preconfezionata, standardizzata, non una libertà “come la intendono gli americani” (Gaber docet). Perché al centro di tutto ci sono gli uomini, ovvero gli alberi del Signor G.
Se Gaber fosse Gaber, apprezzerebbe Scanzi? Si, crediamo. Si esce dallo spettacolo con la voglia di migliorarsi, di andare oltre.
Obiettivo centrato, Andrea. (Davide Del Rio)

2 Commenti a “Scanzi, Gaber: quelli che vanno oltre”

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