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Archive del 20 Febbraio 2020

In morte di Flavio Bucci


Torno a parlare di Flavio Bucci. La sua scomparsa mi ha colpito molto, come immagino tanti tra voi.
Non pochi articoli – anzi quasi tutti – hanno sottolineato il suo genio e, più ancora, la sua sregolatezza. In quel “più ancora” non c’è in me alcun afflato moralista (figurarsi), quanto casomai il dispiacere che troppi si siano soffermati pressoché unicamente sul suo essere maudit. Quasi che il resto, il Genio, fosse una suppellettile. Bucci, come ha ripetuto anche nelle sue ultime interviste, ha spesso quasi tutto quel che aveva in donne, alcol e droga. Infatti è morto povero, praticamente solo e temo da tanti dimenticato. Ha fatto tantissimo, poteva fare ancora di più. Cosa che vale, in ogni campo, per tutti i genio & sregolatezza. E’ stato per certi versi il George Best del teatro e cinema italiani, solo che Best era bellissimo e, come diceva lui, “se fossi nato brutto oggi nessuno neanche saprebbe chi sia mai stato Pelè”. Bucci era piuttosto un Iggy Pop: un dannato, un reietto, un condannato in partenza. Baciato da una supernova monumentale di talento, arrivata chissà perché e per come addosso proprio a lui.
Ho letto, per esempio in un pezzo sul sito di Repubblica, che Bucci è stato definito un “grande caratterista”. Il “caratterista” è un ruolo nobilissimo e sacro del cinema, ma definire Bucci “caratterista” è come definire Duane Allman un “grande turnista” (con tutto il rispetto sacro per i turnisti). Bastava vederlo a teatro nel Diario di un pazzo di Gogol, la cosa di cui andava più fiero, per trasecolare abbacinati. Bucci è stato un attore immenso: a teatro, al cinema. E nella vita: la sua, la nostra. Ed ecco il punto: perché la sua scomparsa ci ha colpito così tanto? Io, una risposta, ce l’ho. Flavio Bucci è stato uno degli attori che più mi ha fatto PAURA. E quindi MALE. Mi accadde da bambino e poi da ragazzo. E forse solo adesso lo metto a fuoco appieno. Il suo Ligabue era devastante, perché ti entrava dentro. E ti dilaniava. Non riuscivo neanche a guardarlo, perché la sua follia era la mia. La nostra. Il suo Fra’ Bastiano era insostenibile, perché la sua pazzia (pazzia?) ti smascherava ogni pavidità. Quel discorso, che ieri era su tante bacheche, non fa ridere: ci ricorda che siamo troppo spesso un popolo di pecoroni e vigliacchi. Quando moriva, tra le risate del cazzo dei popolani, ieri come oggi, chiudevo gli occhi: per non vedere la testa rotolare, per immaginare che alla fine era scappato. Persino nel Divo, dove interpretava l’anello debole di quell’andreottismo nato e morto vomitevole, ti “infastidiva” come nessuno, perché mostrava la viltà del potente pavido che cade in disgrazia (“Che te serve, Fra’?” cit). Flavio Bucci non recitava: ERA il personaggio. Come Carmelo Bene, a cui mi è sempre venuto di associarlo. Bucci, il personaggio, te lo sbatteva in faccia. Ti sputava proprio addosso ogni purulenza dell’esistenza. Flavio Bucci aveva la dote e la condanna di inghiottirci nel suo vortice di dolore merda e morte, che è poi in neanche troppo estrema sintesi la vita.
Due giorni fa abbiamo perso uno dei più grandi artisti italiani: forse, un giorno, ce ne renderemo conto appieno.

P.S. Che l’umanità sia senza speranza lo capisci anche solo dal fatto che il 90% neanche sappia chi sia mai stato Duane Allmann.