Archivio di settembre 2017

Roger Waters a New York: una recensione

Schermata 2017-09-12 alle 12.49.04E’ parso quasi commuoversi, Roger Waters, alla fine della prima data newyorckese di “Us+them”. Barclays Center di Brooklyn, 11 settembre. Non un giorno qualsiasi, men che meno qui a New York. Lui, uno degli artisti più smisuratamente spigolosi e ancor più smisuratamente geniali delle galassie, a fine concerto lo dice. I 18mila – sold out o giù di lì – non smettono di applaudire e lui, tra una pausa emozionata e l’altra, dedica la serata a tutte le vittime innocenti della guerra. E’ in giro da Waters praticamente ogni sera, Stati Uniti e Canada (forse Italia nella seconda metà del 2018 o 2019), ed è ormai un compiaciuto animale da palcoscenico. Con i Pink Floyd, che ha fondato con Syd Barrett e poi guidato/dominato fino a The Final Cut del 1983, non lo era. Non così, almeno. Nella fase psichedelica saliva sul palco, urlava belluinamente in Careful With That Axe, Eugene e non nascondeva i demoni con cui combatte dalla nascita (ora perdendo e ora no). Dopo il successo di Dark Side Of The Moon, l’alienazione prende il sopravvento, al punto da portarlo a sputare a un provocatore idiota a Montreal nel ’77 e a scrivere poi The Wall. Una volta solista, patisce il fatto che i Pink Floyd restanti riempiano gli stadi mentre lui, pur avendo accanto Eric Clapton, no. Così, con i live smette. Per poi ricominciare a fine Novanta, anni dopo quel capolavoro che era e resta Amused To Death. Da allora Waters ha regalato spettacoli straordinari per resa sonora e visiva: uno dei suoi marchi. E’ stato così per l’In The Flesh Tour, è stato così per The Wall . E’ così anche per Us+Them. Parte quasi in sordina, con interpretazioni “normali” di Breathe, Time e The Great Gig In The Sky (in cui le due coriste dei Lucius, che lo accompagnano, non convincono). Molto meglio One Of These Days, unico recupero da Meddle, e una strepitosa Welcome To The Machine. La parte dedicata all’ultimo disco, Is This The Life We Really Want?, trova il suo apice con Deja Vu. Durante Picture That ha problemi al microfono. Due tecnici entrano tardivamente, lui li caccia via: probabilmente, a fine primo tempo, sono stati scotennati con giustezza. Ottima una Wish You Were dolentemente country, poi mini suite da The Wall con The Happiest Days Of Our Lives e Another Brick In The Wall Part 2 e 3. E qui Roger gioca in casa. Se la prima parte è buona, la seconda è monumentale. Si apre con un gigantesco schermo che cala dall’alto e squarcia in due il Barclays Center, riproducendo le ciminiere di Animals. Con le suite di Dogs e Pigs (quest’ultima dedicata interamente a Trump), si vola verso vette quasi imbarazzanti per noi umani. Money convince meno, poi però c’è Us and Them e si piange. Inesorabilmente, com’è giusto che sia, perché quando Richard Wright lo voleva tu lo facevi. Small The Roses convince più live che su album. Quindi l’apoteosi finale di Brain Damage ed Eclipse. Il bis è il trittico Vera, Bring The Boys Back Home (entrambe acustiche) e Comfortably Numb. Si vola. Waters scende dal palco e saluta le prime file. Ha sempre la maglietta nera aderente, jeans scuri e gambe infinite da fenicottero. Sorride e pare addirittura felice: qualcosa di inaudito per lui. Dice che in questo tour avverte “un grande amore” e senz’altro pensa al padre morto ad Anzio, perché ogni cosa che fa è per lui. Magari pensa pure a David Gilmour, secondo cui Roger è uno che si arrende solo quando muore. Quando glielo riferimmo, durante l’intervista per Il Fatto, inizialmente se la prese. Poi capì che non era una critica, ma un complimento. E a quel punto disse che sì, lui è davvero uno che si arrende solo quando muore. Il pane della sua vita è la sfida: rendere possibile l’impossibile. Lo era il live di The Wall, lo sono anche queste due ore di Us+Them. Alla prossima, Roger, se vorrai che una prossima ci sia. (Il Fatto Quotidiano, 13 settembre 2017)

Slowhand emoziona ancora

Schermata 2017-09-12 alle 12.07.57Qualche mese fa, un uomo viene fotografato all’aeroporto di Los Angeles. E’ su una sedia a rotelle. Ha un cappuccio sopra il viso, pare voglia nascondersi. Lo trasporta la compagna, con lui c’è anche la figlia. Le foto fanno il giro del mondo. Quell’uomo, anche se non sembra, è Eric Clapton. Ha 72 anni e ha abbandonato i concerti nel 2015, festeggiando il traguardo impensabile dei 70. “Impensabile”, perché pochi come lui hanno abusato di tutto: alcol, droghe, nichilismo. Un miracolo che sia arrivato fino a questi giorni, mentre i tanti amici e colleghi – da Jimi Hendrix a Duane Allman, passando per Stevie Ray Vaughan che morì dopo un concerto con lui prendendo proprio l’elicottero che avrebbe dovuto prendere Clapton – sono anzitempo caduti come militi al fronte. Clapton, lo dirà lui stesso di lì a poco, soffre da anni di una malattia neurodegenerativa che porta lentamente alla perdita della sensibilità di braccia e gambe. Nessuno, in quel momento, avrebbe immaginato che quell’uomo sarebbe tornato sul palco. E invece. Di colpo gli torna la voglia di suonare. Decide, con la scusa dei 50 anni di carriera, di esibirsi due volte al Madison Square Garden, poi due a Los Angeles e quindi chiudere nella sua Royal Albert Hall di Londra. Il successo è tale che, a settembre, deve aggiungere altre date newyorchesi al Madison Square Garden. Sette e otto settembre. Noi c’eravamo l’8. L’ultima volta di “God” a New York, forse. “God” fu come lo chiamarono quando lo sentirono suonare nel ‘66 con John Mayall. E avevano ragione. Poi l’hanno chiamato “Slowhand”. Nel mezzo, alla fine dei Sessanta, ha trasformato in oro tutto quel che ha toccato. Con i Cream, i Blind Faith, i Derek and The Dominos, Delaney & Bonney. L’era irripetibile dei supergruppi. I Beatles lo vogliono con sé, lui dice no ma suona nella While My Guitar Gently Weeps scritta dall’amico George Harrison, che seguirà poi nel Concert for Bangladesh (ancora al Madison Square Garden). Quel giorno è drogato fino al midollo e neanche sa dov’è: una delle sue tante morti anticipate. Poi la carriera solista, i tanti dischi belli e quelli brutti. Il live perfetto di Just One Night. I molti amori, su tutti Pattie Boyd, ex di Harrison e musa di Something, Layla e Wonderful Tonight (mica niente). Prende I Shot The Sheriff di Bob Marley e la trasforma, prende Cocaine di J.J. Cale e le ridona vita. Suona con Roger Waters appena uscito dai Pink Floyd, fa concerti di beneficenza con Mark Knopfler. Si veste da fighetto negli Ottanta, poi perde un figlio e piange davanti al mondo regalandoci uno dei concerti acustici più belli di sempre. Il prossimo weekend, al festival di Toronto, verrà presentato “Life in 12 Bars”, il primo documentario su di lui. Venerdì, sul palco, Eric era accompagnato basso, due tastiere, batteria e due coriste. Senz’altro è malato, perché le foto le abbiamo visto tutti, ma a vederlo non sembrava proprio. Alcuni brani, su tutti I shot The sheriff, White Room e Crossroads, sono risultati pazzeschi. Come spesso gli capita, è stato più coinvolgente nei brani “veloci” (Key To The Highway, Cocaine, Sunshine Of Your Love) che non nelle ballatone (Wonderful Tonight). Sedici brani, di cui cinque acustici. Due ore di concerto. Alla fine, per una riuscitissima Before You Accuse Me, sono saliti sul palco anche Jimmie Vaughan (fratello dell’immortale Stevie Ray) e Gary Clark Jr (nato ad Austin come Stevie Ray). Madison Square Garden pieno, organizzazione magistrale. Niente fila all’entrata, niente fila all’uscita. Ed eravamo 20mila. Più che un concerto, è stato una riapparizione inaudita: grande Slowhand, è stato un piacere. Una volta di più. (Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2017)

 

Raimo, la sinistra anacronistico-velleitaria e la boria di sentirsi migliori

Schermata 2017-09-05 alle 11.39.30Christian Raimo è membro di nicchia di quella “sinistra ideale” non si sa quanto esistente e – quel che è certo – non meno di nicchia. Scrittore, traduttore, insegnante. Nato a Roma 42 anni fa. A volte stimolante, più spesso tronfio e palloso. Ospite pochi giorni fa a Dalla vostra parte, ha esaltato per sette secondi gli internauti convinti che Minniti sia Mengele. A un certo punto ha mostrato un cartellone, sentendosi Bob Dylan o mal che vada Silvestri a Sanremo, esortando Belpietro a mandare in onda qualche altro servizio “sui negri cattivi”. Poi, ostentando l’accento romanesco, ha detto che si divertiva di più a cena e ha salutato anzitempo tutti (e “tutti”, ciò nonostante, sono sopravvissuti). Lo sketch, preparatissimo, ha funzionato anche se Raimo non è mai granché sciolto in tivù. Si dilunga, balbetta, non sa dove guardare. Politicamente Raimo è un Casarini che non ce l’ha fatta, mediaticamente un Piero Ricca che non ce l’ha fatta, letterariamente un Lagioia che non ce l’ha fatta. Anche per questo, forse, appare sempre rancoroso. Non lo aiuta poi quell’espressione perenne da “io ho letto il Capitale e voi no”. Ogni volta che apre bocca te lo immagini che riflette – risolvendoli – sui problemi del mondo, sorseggiando BioCola con altri professionisti qualsiasi dell’alternativismo effimero. Senz’altro, a fine Settanta, Raimo avrebbe fischiato il Gaber di Polli di allevamento, trattando già che c’era Pasolini come un “compagno che sbaglia” e gridando “reazionario” a Sordi. Non è un caso che, su Facebook, faccia a gara con Diego Fusaro su chi tra i due sia più marxista (povero Marx), per poi ricordare che Montanelli nel 1947 scrisse “Il buonuomo Mussolini” e per questo non possa essere eletto a maestro. Quelli come Raimo sono sempre esistiti. Barba d’ordinanza, stempiati perché i capelli si son presto rotti i coglioni di sentir sempre parlare di proletariato. Si vestono pure allo stesso modo da cinquant’anni, eskimo (forse) a parte. Hipster iper-politicizzati, encomiabili nel rendere la sinistra ridicola, indigesta e invotabile. Massimalisti per moda, senza mai dubbi, tolleranti finché gli dai ragione e pronti a dirti che gli Stones non varranno mai un Lolli perché non abbastanza ideologici. Dopo la puntata da Belpietro, presa a esempio da Civati neanche avesse appena visto il martirio di Matteotti o Gobetti, Raimo ha ricevuto attacchi belluini in Rete: ha tutta la nostra solidarietà. Viviamo tempi beceri e tremendi. Raimo è peraltro il primo a sapere che, se la “sinistra” e gli “intellettuali” devono dire “brutti!” in tivù a Belpietro e Sallusti per sentirsi vivi, sono ampiamente alla canna del gas. Trasudando quella comica e al contempo insopportabile autoconvinzione d’esser superiore agli altri, ha poi scritto: “Sta a noi di sinistra, semplicemente democratici, antifascisti, pensanti, fare argine a questo. Come scriveva in una delle ultime interviste prima di morire Roberto Bolaño, alla domanda su quali fossero le cose che lo annoiavano di più. “Il discorso vuoto della sinistra, il discorso vuoto della destra lo do per scontato”. Capito? Lo decide Raimo chi sono i buoni e i cattivi. La sinistra (la sua) ha ragione e chi è di destra è un cretino. Lui – autoproclamatosi novello partigiano – salverà il mondo e chi non è di sinistra come lui, oltre a non capire nulla, è razzista e fascista. Beato lui: è sempre dalla parte del giusto e mai del torto, con buona pace di Brecht. Felici per le sue certezze, vorremmo giusto chiedergli: se n’è reso conto, il post-morettiano Raimo, che i M5S sono nati e proliferano grazie al fallimento totale di gente come lui? Se n’è reso conto, il guevarista comodo Raimo, che lui e i suoi idoli hanno meno pubblico di Scaramacai e che per avere un minimo di riscontro devono elemosinare uno strapuntino a Rete4? Se n’è reso conto, il fieramente anacronistico Raimo, che l’unica cosa riuscita alla sinistra italiana negli ultimi 30 anni è stato deludere, che non se ne può più dei Bertinottini snobettini e che lui sta al partigiano Johnny come Cicchitto a Jimi Hendrix? Per dirla con quel vecchio film di Paolo Virzì: “La verità è che non ce state più a capì un cazzo ma non da adesso, da mo’”. Quando te ne renderai conto, subcomandante Raimo, facci un fischio. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 5 settembre 2017. Extended Version)

Valentino Rossi, rinascite e cadute di un Campione

Schermata 2017-09-04 alle 21.13.16L’errore più grave, quando si parla di un pilota motociclistico, è portare avanti un ragionamento che abbia al centro di tutto la razionalità. Trattarli, cioè, da persone “normali”. Non lo sono, altrimenti non farebbero quel che fanno: rischiare la vita. Ogni giorno, minuto, secondo. Ecco perché sostenere che “Rossi è stato stupido a rischiare un Mondiale per un giretto in enduro”, è un parlar di nulla senza neanche accorgersene. Se Valentino Rossi fosse razionale, e tra l’altro è uno dei più razionali tra i suoi colleghi, non sarebbe Valentino Rossi. L’incidente di due giorni fa è accaduto durante un’uscita normale con l’enduro e i piloti, tra un gran premio e l’altro, non vivono certo in teche di vetro. Fa già fatica un motociclista della domenica a stare fermo una settimana, aspettando il weekend per sfogarsi. Figuriamoci un centauro di professione. Tutti i piloti fanno come Rossi, nella vita “reale”. Che è poi, pure quella, una vita irreale. Vita pazza. Vita spericolata, costantemente spericolata. Corrono in moto, sia essa da strada o da cross o da enduro, perché è la cosa che amano di più. Perché è il loro modo di allenarsi. E perché è la cosa che gli riesce meglio: se gliela togli magari non si infortunano, però dentro implodono. Valentino Rossi, 38 anni, è stato operato ieri. L’intervento è riuscito. Frattura scomposta, ma non esposta, di tibia e perone. Per una persona normale sarebbe un infortunio grave e di tornare in moto non se ne parlerebbe per mesi. Forse per anni. E forse anzi la chiuderemmo lì. Non per Rossi, non per i centauri. Corrono pieni di viti e placche, imbottiti di antinfiammatori e con una soglia del dolore fuoriscala. A Rossi accadde una cosa analoga nel 2010. Prove del Mugello. Anni duri. In quel caso la frattura fu anche esposta: l’osso spuntò fuori dalla gamba. Restò fermo 40 giorni e saltò due gran premi. Ora accadrà probabilmente la stessa cosa. Salterà di sicuro Misano Adriatico (10 settembre) e probabilmente Aragon (24). Rientrerà a Motegi il 15 ottobre, trittico Giappone-Australia-Malesia, per poi chiudere il 12 novembre a Valencia. Alla fine del Mondiale mancano 6 gran premi e con uno o due “0” in pagella il titolo volerà via per forza di cose e aritmetica. Oltretutto Rossi ha chance, sì, ma è pur sempre quarto dietro Dovizioso, Marquez e Vinales. E’ staccato di 26 punti da Dovizioso. Ogni vincitore di gran premio ne prende 25, il secondo 20, il terzo 16. Rossi non sarebbe stato il favorito neanche senza infortunio. Non vince dal 25 giugno (Assen) e negli ultimi gran premi è stato sistematicamente battuto da Marquez e, più ancora, Dovizioso. Colui che, fino a pochi mesi fa, non riusciva a sconfiggerlo quasi mai. Forse è anche questo un segnale: laddove Rossi fallì, ovvero con la Ducati, DesmoDovi sta trovando quella luccicanza lungamente attesa. Valentino ha vinto 9 mondiali, in ogni categoria, e il fatto che sia ancora così competitivo a 38 anni ribadisce la sua grandezza. Sta percorrendo il viale del tramonto con garbo e cipiglio. Si è rialzato tante volte e lo farà anche in questa occasione. Ma non basterà a conquistare il decimo mondiale. L’occasione perfetta capitò nel 2015, ma andò come andò, tra biscotti iberici e ghiribizzi del fato. Un campione a fine carriera diventa sempre più simpatico: la prossimità con l’oblio agonistico lo rende ancor più prezioso. Per Valentino saranno giorni difficili. Non si arrenderà. Perderà, probabilmente. Ma non smarrirà un’oncia di quel che è: non c’è gloria senza caduta, sia essa metaforica o con un enduro. (Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2017)