Archive del 1 agosto 2017

Elogio ragionato di Fognini, e pazienza per chi lo odia

Schermata 2017-08-01 alle 10.22.40Quando capita di parlare di tennis, e non capita poi spesso, si sente chiedere: “Perché non è più nato un campione dopo Panatta?”. Dopo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti, l’Italia non ha più avuto top ten. Mentre il tennis femminile toccava apici imprevedibili con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, quello maschile non dava granché segno di sé. Dopo Barazzutti, non sono stati molti i tennisti con un livello potenziale da top ten. Forse Paolo Canè, però troppo incostante e capitato in un momento storico dal livello medio elevatissimo. Di sicuro Camporese, fortissimo sul veloce nel biennio 1991-92 ma un po’ pigro e ancor più sfortunato. Gaudenzi e Furlan, entrambi top 20, hanno tratto il massimo dalle loro carriere. E così anche Seppi, encomiabile mediano della racchetta. Non ci sono campioni all’orizzonte, solo onesti e volitivi professionisti. L’unico che, se volesse, potrebbe intrufolarsi tra i top ten è Fabio Fognini. Ci è andato vicino nel 2014, quando era 13 (miglior risultato italiano dai tempi di Barazzutti) ma poi sbagliò tutto nei mesi successivi, nonostante tabelloni non impossibili. Forse è stata l’ultima occasione e forse no. Dopo un appannamento nel 2015 e inizio 2016, coinciso peraltro con la clamorosa vittoria in doppio (con Bolelli) degli Australian Open, Fognini sta avendo il merito – complice il nuovo allenatore Davin – di tornare ad alti livelli. Ha trent’anni, l’età giusta per i tennisti italiani che maturano quasi sempre più tardi degli altri. La paternità sembra avergli dato un barlume di serenità. L’unica parziale lacuna tecnica è il servizio: buono, non buonissimo (e questo, spesso, fa la differenza in negativo). Domenica ha vinto a Gstaad il suo quinto torneo (tutti sulla terra rossa). Come Barazzutti. All’attivo ha anche otto finali perse. Come Barazzutti. Uomo dalle grandi imprese e dalle rovinose franate. Ciclicamente protagonista di sclerate furibonde, è per questo detestato dai feticisti del politicamente corretto. Eppure Fognini non ha mai voluto essere un “esempio”: gioca per se stesso, si comporta giustamente come gli pare e se sbaglia è lui il primo a pagarne le conseguenze. Ieri è risalito alle 25esima posizione. Potrebbe salire ancora. Quest’anno ha dimostrato di essere competitivo anche sul veloce (semifinale a Miami). Ha più volte battuto Nadal, che lo soffre oltremodo. Vale anche per Murray, che Fognini ha divelto in Davis (la sua partita perfetta) e che poteva battere tanto alle Olimpiadi quanto allo scorso Wimbledon. Purtroppo gli basta quasi sempre uno scambio “sgradito” per spegnersi. Chi lo conosce sa che, in privato, ha ben poco di maledetto: è solo uno che, quando gioca, concepisce l’agone come un proscenio sublime ma pure uno sfogatoio putribondo. Quattro anni fa, opposto al monocorde iberico Montanes, Fognini si inventò una partita assurda. Roland Garros, ottavi di finale. Quinto set. Sul 6-7 15-30 e servizio, accusò prima un crampo e poi un mezzo stiramento. Continuò. Giocò da fermo o quasi: solo errori e vincenti. Si fece chiamare cinque falli di piede, salvò tre match point, vinse non si  sa come 11-9. Il giorno dopo neanche scese in campo e si ritirò: quella propaggine epica aveva peggiorato l’infortunio. Infatti fu costretto a fermarsi per un mese. Fognini è così: un incosciente scapestrato da tutto o niente, che prima ami e un attimo dopo detesti. La sua carriera è piena di partite oscene e capolavori veri. C’è chi lo odia: liberi di farlo. Se però vi capita di vederlo giocare in tivù, fermatevi a guardarlo: di sicuro, nel bene e nel male, non vi annoierete. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 1 agosto 2017)

Steve Rogers ha suonato l’ultima volta

Schermata 2017-08-01 alle 10.19.52Non è esagerato affermare che, senza di lui, Vasco non sarebbe stato fino in fondo Vasco. Guido Elmi, storico produttore di Rossi, è morto ieri a 69 anni. Negli ultimi mesi appariva molto “stanco”. Così lo hanno ricordato tanto Vasco quanto Red Ronnie. Entrambi lo conoscevano molto bene e – del resto – Elmi non aveva mai neanche ipotizzato l’idea di invecchiare. Superati i quaranta e poi addirittura i cinquanta, raccontava agli amici di sentirsi smarrito perché alle prese con uno scenario non contemplabile negli Ottanta. Ha cominciato a produrre Vasco dal quarto disco, Siamo solo noi (1981), e poi in studio c’è sempre stato a parte Liberi liberi, quando lui e la Steve Rogers Band ruppero momentaneamente col Blasco. Steve Rogers era il suo soprannome: così, a inizio carriera, firmava le prime produzioni. In realtà Elmi c’era anche nel precedente Colpa d’Alfredo. Anno 1980: Elmi chitarra e percussioni, Maurizio Solieri chitarre, Massimo Riva al tempo solo ai cori, Gaetano Curreri tastiere. La Steve Rogers Band cominciò a seguire Rossi proprio dal Colpa d’Alfredo tour. Furono loro ad accompagnarlo a Domenica In. Vasco cantò Sensazioni forti, canzone che teorizza il diritto di “godere” a qualsiasi costo. Qualcuno non la prese bene. Nantas Salvalaggio, su Oggi, definì tra le altre cose Vasco “ebete, cattivo e drogato”. Il cantante, che da quell’evento trasse più che altro pubblicità, si vendicò citando Salvalaggio in Vado al massimo: “Meglio rischiare che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”. Così ieri Vasco su Facebook: “Guido se ne è andato improvvisamente… era molto stanco. Io sono molto triste. Una consolazione è che ha fatto in tempo a partecipare, vivere e vedere la grande festa di Modena Park ! Wiva Guido!”. Elmi era una miniera di aneddoti, un professionista vero e un sopravvissuto consapevole. Il giro armonico di Brava Giulia è suo e pure quello di Bollicine. In qualche album di Vasco lo trovi a suonare cembalo e conga. Ha prodotto anche Alberto Fortis, Skiantos, Marco Conidi (l’opposto di Vasco) e Massimo Riva, anche lui Steve Rogers Band e anche lui amico fraterno di Rossi, scomparso a 36 anni nel 1999. Elmi, nato e morto a Bologna, ha vissuto per un po’ nello stesso pianerottolo di Lucio Dalla. A metà degli Ottanta, vittima degli eccessi, rischiò di andarsene e scomparve qualche mese per ritrovare se stesso. Insisteva spesso su questo suo essersi salvato, chissà come e chissà perché. Era davvero incredulo: la vecchiaia non l’aveva proprio mai contemplata. Era un re delle scalette e conservava da qualche parte la ricetta infallibile per il concerto perfetto: per questo, in tanti, gli chiedevano ancora consigli. Due anni fa ha inciso quasi di nascosto l’unico disco col nome vero: un lascito, un testamento. E’ un bel disco, assai più dalle parti di Cohen che di Vasco. Prima di cantare, ogni volta, si fumava venti Malrboro rosse per avere la voce roca al punto giusto. Così per ogni brano. Fino alla fine. (Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2017)