Archivio di luglio 2017

La progressiva scomparsa del numero 10

Schermata 2017-07-31 alle 15.33.53Dandoci una di quelle notizie dopo le quali non sei più lo stesso, il coerente Federico Bernardeschi ci ha fatto sapere di avere scelto la maglia numero “33” perché è religioso. Buono a sapersi, anche se la motivazione non è esattamente chiarissima. Se la scelta cabalistica dipende da motivi mistici, perché allora non scegliere il “3” come la trinità o il “12” come gli apostoli? Boh. La Storia se lo chiederà a lungo, Se cavesse potuto, Bernardeschi avrebbe scelto eccome la maglia numero “10”: quella più affascinante, quella (forse) per lui più naturale. E’ stata la Juventus a imporgli un’altra scelta, conscia di come quel numero sia più pesante degli altri. Lo patì pure Pogba, che dopo stagioni esaltanti fu premiato con la “10” ma, durante un derby, ci scarabocchiò sopra un “+5” per riprodurre il vecchio e amato “6”: “1+0+5” (anche se il primo “+” non c’era, quindi quel“10+5” teoricamente rimandava a uno strano “15”). Dopo Del Piero e Tevez, meglio evitare: ne sa qualcosa anche Dybala.
Bernardeschi è uno che, quando parla, non mente mai. Neanche troppo tempo fa, disse: “Sarebbe stato difficile andare alla Juventus dopo 11 anni di settore giovanile viola. Spero di diventare un simbolo con questi colori. Per me viene prima la Fiorentina, poi Bernardeschi”. E’ stato di parola, più o meno come Higuain e Bonucci. Chi si stupisce di quanto un calciatore sia banderuola è però fuori tempo: il calciatore è un professionista mercenario che, come tale, va dove gli pare. Nessun problema. Basterebbe solo parlare di meno. E’ invece significativa questa penuria di “10” veri. La Juventus non ce l’ha, ma non è certo la sola. Dopo l’addio di Francesco Totti, alla Roma passeranno anni e forse decenni prima che uno abbia il coraggio di indossare quella maglia. Anche il Milan era orfano del “10”. I numeri rossoneri ritirati sono il “6”, in onore di Franco Baresi, e il “3”, pensando a Paolo Maldini. Ora toccherà al nuovo arrivato Calhanoglu, ma l’unico numero che ha fatto litigare (Bonucci e Kessie) è stato il “19”. Sono lontani i tempi di Gullit, Savicevic, Boban e Rui Costa. Quest’ultimo diede il meglio di sé con la Fiorentina, società dalla nobilissima tradizione di fantasisti. Infatti Bernardeschi era stato visto come erede di Giancarlo Antognoni, lui sì fedele fino alla fine: a qualsiasi costo (e furono tanti). Erano “10” viola anche Roberto Baggio, che Bernardeschi sogna di emulare, e appunto Rui Costa. Il Napoli, dopo Maradona, ha ritirato quel numero nel 2000. In Ungheria lo ha fatto anche la Honved: dopo Puskas, nessuno mai. Tornando in Italia, non ci saranno più “10” nell’Empoli: l’ultimo è stato Tavano. All’Inter lo scorso anno il numero “10” era Jovetic, anche lui ex Fiorentina. Poi però è andato al Siviglia a gennaio e, una volta tornato (per ora) all’Inter, ha scelto la maglia numero 8. Pare che quest’anno la indosserà Joao Mario.
Qualche altro numero 10, in serie A, ci sarà: Papu Gomez nell’Atalanta, Felipe Anderson nella Lazio, Ljajic nel Torino, Ciciretti nel Benevento, Destro nel Bologna, Joao Pedro nel Cagliari, Matri nel Sassuolo, Floccari nella Spal, De Paul nell’Udinese, Cerci nel Verona. Di questi, i “veri” 10 non sono molti: di sicuro Papu Gomez e Ljajic, probabilmente anche De Paul. Calhanoglu dovrà dimostrarlo. Joao Mario è al limite. Cerci e Felipe Anderson sono “troppo” esterni per essere ritenuti “10” classici. A oggi, almeno in Italia, la maglia numero “10” è concepita in due modi. In alcuni casi va a punte vere e proprie (Destro, Matri, Floccari), a conferma di come per tanti sia diventato un numero come tanti. Più spesso è percepito – all’opposto – come numero troppo pesante, e infatti le prime tre classificate della scorsa stagione (Juve, Roma, Napoli) non hanno numeri “10”. Meglio evitare: per non alimentare aspettative, per non fare figuracce. Per mettere in partenza il silenziatore alla fantasia. (Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2017)

Quando va tutto male e non hai colpe: storia breve di Valdir Peres

FullSizeRender (13)Povero Valdir Peres, il portiere stroncato da una tripletta irripetibile e da un paese che tende sempre a sovradimensionare il calcio. E’ morto ieri a 66 anni per un infarto. Forse il suo cuore non ha potuto reggere alla grandine di ferocia piovutagli addosso in 35 anni vissuti da reietto. Di lui, dopo il 5 luglio 1982, si sa poco. Un finale di carriera decoroso, qualche esperienza da allenatore. Poche interviste. Una vita da sopravvissuto: da mai perdonato. Ieri Calciomercato.com titolava: “Addio a Valdir Peres, il portiere più odiato dai brasiliani”. Ma non è esatto: a Valdir Peres, vero nome Waldir Peres de Arruda, è stato negato anche il diritto di primeggiare nell’odio generato. E’ stato riserva anche in questo: il secondo portiere nella formazione dei brasiliani più detestati. Impossibile raggiungere Moacyr Barbosa, ritenuto colpevole della finale mondiale buttata via nel 1950. In casa, contro l’Uruguay. Valdir Peres non è stato “il più odiato” perché nella sua esistenza non c’era alcun anelito a primeggiare e perché fu “solo” uno dei protagonisti di una sconfitta non in una finale, ma “in uno strano interregno tra girone eliminatorio e semifinale. Spagna 82. Stadio Sarrià di Barcellona: lo hanno demolito vent’anni fa, come fu demolita la carriera di Valdir Peres. Per i brasiliani fu la Tragedia del Sarrià, per noi un capolavoro inspiegabile. Quel Brasile era mirabile, ma era come la grappa: testa e coda non erano certo paragonabili a una quantità di talento smisurata. Soprattutto a centrocampo. Era il “futbol bailado” di Telè Santana, poi progressivamente abbandonato proprio per colpa di quella sconfitta. Era il Schermata 2017-07-25 alle 11.35.24Brasile di Zico, di Falcao, di Socrates, di Eder, di Junior, di Cerezo. Aveva vinto tutte le partite precedenti e con l’Italia sarebbe stato sufficiente un pareggio, ma non era squadra da calcoli. La Seleçao pagò anche quell’approccio, tanto meravigliosamente estetizzante quanto concretamente scellerato. La testa era Serginho, centravanti per nulla all’altezza dei compagni. La coda era il portiere, cioè Valdir Peres, spelacchiato come la sua nemesi fortunata Taffarel, che dodici anni dopo si sarebbe vendicato eccome con l’Italia. Secondo portiere ai Mondiali del 1974 e 1978 dietro Leao, promosso con merito nell’82. Aveva 31 anni e ne dimostrava 89. Era la sua grande occasione e andò tutto male. Malissimo. Già alla partita inaugurale, contro l’Unione Sovietica, esordì con una papera marchiana. Socrates ed Eder ribaltarono il risultato. Il Brasile rullò tutti gli avversari successivi fino all’Italia. La stampa carioca scrisse che era il Brasile più bello di sempre, che Valdir Peres aveva i riflessi di una scamorza ma che quel Brasile poteva comunque fare a meno anche del portiere. Poi arrivò la tripletta di Paolo Rossi, fino a quel giorno disastroso, e tutte le colpe caddero su Valdir Peres. Anche se, di colpe specifiche, quel 5 luglio 1982 ne ebbe poche. Da allora non è più stato convocato in Nazionale. Non era un portiere straordinario, ma neanche un bidone. Negli anni Settanta, con il San Paolo, aveva vinto tutto. Quattro campionati paulisti, una Copa do Brasil, un titolo nazionale. Nel 1975, primo portiere a riuscirci, vinse il Pallone d’oro brasiliano (Bola de ouro). Nel 1978 fu protagonista nella finale del Brasileirao, forse il suo capolavoro. Tutto cancellato o quasi, come i colpi di coda post-Sarrià. Per esempio la vittoria del “Pernambucano” 1990 a 39 anni. Poco prima di smettere, anche se in realtà aveva smesso da tempo: lo avevano fatto smettere gli altri. Pablito. Il suo paese. Il destino. E altri demoni. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 25 luglio 2017)

La bellezza e le quattro vite di Roger Federer

Schermata 2017-07-18 alle 10.39.28Il campione che ha vinto tutto e ancora non gli basta, ha vissuto almeno quattro vite. La prima, da iconoclasta spensierato e fenomenale, che spaccava racchette, si tingeva i capelli come Mirko di Kiss Me Licia e poteva forse accontentarsi di vivere una carriera da Fognini molto più forte. Non si è accontentato. Giunse quindi la seconda vita, quella della dittatura livida e garbatamente efferata. Sangue ovunque degli avversari, ridotti a meri e spesso pavidi vassalli. Fu il tempo della dittatura algida: Federer, da potenziale Gilles Villeneuve, divenne un Prost che non sbagliava (quasi) mai. Un Michael Schumacher pressoché infallibile. Un talento inaudito, un genio totale, un fenomeno forse senza pari. Poiché però gli avversari non c’erano, o se c’erano marcavano quasi sempre visita, se eri uno spettatore neutrale – e non un fan di strettissima osservanza – qualche sbadiglio veniva. Come quando ascolti un disco dove non c’è una nota fuori posto o come quando guardi una donna bellissima, che ti appare così perfetta da risultare per contrasto fredda. Troppo fredda. Ecco allora che, con mite inesorabilità, giunse la terza vita. Rafael Nadal costrinse Federer a scoprire una cosa che neanche concepiva, al punto da piangere infantilmente quando capitava: la sconfitta. Spesso Roger ci perdeva per motivi poco tecnici e molto freudiani, quasi che Rafa – prim’ancora che tennista – fosse kryptonite iberica ideata a sua misura. Così, pur continuando a vincere, Federer non fu più dittatore. Gli storici, sul pianeta Terra come su Plutone, chiameranno quella fase “autunno del patriarca”. Sembrava il tramonto. sembrava. Quando nessuno ne avrebbe probabilmente avvertito il bisogno, il più che trentenne Federer ha deciso di migliorarsi ancora. Di non arrendersi. Di concepire, almeno, un ultimo colpo di coda epocale. Contro il tempo, contro gli infortuni: forse perfino contro la logica. Prima ha chiesto aiuto a Stefan Edberg, e solo per questo meriterebbe peana eterni. Poi si è affidato a Ivan Ljubicic, che da giocatore umiliava con sadismo sordo alla pietà. Nel mezzo Schermata 2017-07-18 alle 10.39.14c’è stato il suo annus horribilis: il 2016. Tutto è andato male. Capolinea? Non esattamente: di là dal tunnel, la quarta vita. Il presente. L’epifania. L’ottavo Wimbledon (ennesimo record) vinto due giorni fa è apparso addirittura normale: l’epica c’era, c’è e ci sarà, ma quando vinci triturando tutto e non lasciando neanche un set ai rivali, come aveva peraltro fatto il mese prima Nadal (un altro “ritornante” miracoloso) a Parigi, lo strapotere è tale che non viene quasi neanche voglia di esultare. Infatti, mentre il mondo esondava già di enfasi e retorica, lui ha reagito con umanissima incredulità. Se l’Australian Open di gennaio è stata impresa, il Wimbledon di domenica è stata “solo” constatazione di una natura agonisticamente divina. Nel bruttissimo tempo in cui Djokovic e peggio ancora Murray sembravano i più vincenti, rivedere Federer sul tetto di uno o più Slam non appariva un’ipotesi percorribile. Anche per chi scrive: che bello, a volte, sbagliare. Roger Federer ha vinto tutto: 19 Slam, 6 Tour Finals, 93 tornei, una Coppa Davis, due medaglie alle Olimpiadi (oro in doppio e argento in singolare). Non gli manca nulla, se non la fame di se stesso e dell’arte che ama. Su questo gli storici si divideranno, ma delle sue quattro vite le più belle ci sembrano – senza dubbio alcuno – la prima e l’ultima. Prima la follia non ancora irreggimentata, poi questa maturità che trasuda oltremodo incanto. Onore a te, Campione.
(Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 18 luglio 2017)

Vasco Rossi, l’emozione, le critiche e la storia

Schermata 2017-07-11 alle 15.27.43Umberto Eco sosteneva che i social (tra le altre cose) avessero dato voce a troppi cretini. Certo, c’erano anche prima: solo che, senza social, al massimo deliravano al bar. Nessuno se li filava. Adesso, invece, tocca leggerli. Sono in servizio permanente e, per colpa loro, toccherà più prima che poi smettere coi social. Peccato. Dieci giorni fa erano tutti a straparlare di Modena Park: da una parte chi esaltava Vasco, dall’altra chi trattava lui e la sua enorme combriccola come una manica di decerebrati. Per carità: se c’è chi mette in discussione la bravura di Saramago o dei Pink Floyd, figurarsi Vasco. Giusto dar voce a tutti: del resto, da quando Rondolino ha scritto in prima pagina su L’Unità (quando ancora esistevano entrambi), vale tutto. Ci dovrebbe però essere un limite alla cazzata, anche se tale limite manderebbe in galera buona parte di questo paese. Chi vi scrive non ha mai avuto Vasco tra i punti cardinali musicali, preferendogli i Gaber, i Bruce e altre decine di artisti senza i quali l’esistenza sarebbe solo una nardellata tristissima. Da qui però a trattarlo come un rincoglionito ce ne passa. In primo luogo, se dopo quarant’anni è ancora lì che riempie gli stadi e porta più di 220mila persone (paganti) in piazza, Vasco ha vinto a prescindere. Vuol dire che ha intercettato qualcosa, e quel qualcosa è la contemporaneità. Mentre Plinio87 si titilla con l’ultima messa laica di Motta e Gervasa94 cinguetta che non esisterà altro Dio all’infuori di Justin Bieber, Vasco è ben dentro la Storia. In secondo luogo, andrebbe inseguito anche solo un minimo di lucidità. Un conto è criticare, un altro è demolire. Vasco ha sbagliato tanti dischi, soprattutto negli ultimi anni (decenni?). Spesso è ritenuto “intoccabile” da fedelissimi che renderebbero antipatico anche Papa Francesco. Non è Neil Young e neanche Bob Dylan (né ha mai detto di esserlo). In Rete girano sfottò esilaranti, come quello che raffigura la tastiera usata da Vasco per scrivere le sue canzoni: una tastiera fatta solo di “e”. Quel gran genio di Edmondo Berselli, vent’anni fa, ironizzava già sul Vasco che si muoveva sul palco imbolsito “come un tacchinone”. La sua ferocissima ufficio stampa se la prese, ma sbagliò (altrimenti non farebbe l’ufficio stampa): Eddy prendeva in giro bonariamente, ben conscio di quanto Vasco avesse saputo raccontare questo paese. Neanche lui sa come faccia, eppure lo fa. E’ sopravvissuto a se stesso, ai clippini, alle malattie. E’ arrivato a questo 2017 da sopravvissuto, fregandosene di rivalità idiote (paragonare lui a Ligabue è come accostare una Lamborghini a un triciclo bucato). C’è arrivato stanco, ma il suo popolo è sempre lì. Ed è un popolo che va ben oltre la moltitudine di Modena Park, se è vero – ed è vero – che milioni di persone lo hanno seguito in tivù. Vasco può piacere o non piacere: non è il più grande, non è infallibile, non è impeccabile. Ma è storia di questo paese. Con talento diverso e maniera tutta sua, ma non meno di Celentano. Di Battisti. Di De André (che guarda caso lo percepiva come suo erede). Mentre “il web” esondava di pippe mentali, Vasco se ne fregava – cosa in cui è bravissimo – e metteva in fila quella ventina (stiamo bassi) di brani immortali. Il Vasco migliore non scrive canzoni: scrive madeleine. Le ascolti e scorre la tua vita. La rivivi, ti commuovi, ti emozioni. C’è più genio in trenta secondi di Toffee che in tutta la carriera di un Vecchioni qualsiasi. E’ per questo che Vasco è così amato. E’ per questo che piace ancora. E’ per questo che suona, e risulta, così necessario. (Il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2017, rubrica Identikit)

“Naturale raccontarlo” (due parole sul vino)

Schermata 2017-07-05 alle 09.13.28Dal corso Sommelier ai bestseller. Andrea Scanzi parla della sua idea di vino tra sport, musica, teatro e politica

Potrebbe essere la storia di un giovane come tanti altri. Si interessa di musica e di sport, ci tiene alla linea e alla salute. In famiglia beve solo acqua minerale ma quando inizia a frequentare qualche ristorante, con gli amici o la fidanzata, si avvicina al vino. Un mondo che lo affascina, di cui sente però di non conoscere abbastanza. “Avvertivo un senso di inferiorità nell’affidarmi ciecamente ai consigli del sommelier al ristorante”. Racconta, e così decide di iscriversi al primo livello AIS. È il 2005 e ha 31 anni. Ha già scritto le biografie di calciatori come Roberto Baggio e Marco Van Basten, si occupa di sport e musica su La Stampa. Solo dopo quel primo fatale incontro con il vino diventerà l’Andrea Scanzi che oggi conosciamo. Autore di due bestseller come Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, ma anche opinionista politico su Il Fatto Quotidiano, romanziere, protagonista di spettacoli teatrali di successo, ospite fisso della trasmissione televisiva di Lilli Gruber Otto e mezzo e non solo. Una personalità piena di passioni, con la rara dote di far diventare ogni cosa un racconto interessante. Un sorta di Re Mida della narrazione.
Andrea, cos’è successo dopo quel primo corso Ais?
Ho completato il percorso. Nel 2006 ero Sommelier. Delegazione di Arezzo. Ho frequentato il corso per degustatore ufficiale e sono diventato relatore, preparando la lezione sulla mia terra, la Toscana. Poi un giorno ero a pranzo con Edmondo Berselli e un dirigente della Mondadori. Edmondo gli disse: questo ragazzo è diventato Sommelier, perché non gli facciamo scrivere un libro da “cretino bene informato”, come ha fatto la Clerici con le ricette? Erano gli anni in cui il TG5 proponeva quotidianamente le degustazioni nella rubrica Gusto e Antonio Albanese le prendeva in giro con la sua caricatura.
Schermata 2017-07-05 alle 09.13.46È nato così Elogio dell’invecchiamento?
Si, ed è uscito nel settembre del 2007. Era il tentativo di raccontare dieci zone del mondo enologico italiano di eccellenza. Accanto ad ogni capitolo c’era una parte più ludica dove spiegavo come diventare sommelier in 10 mosse. Questa formula un po’ didattica e un po’ innamorata del vino, un po’ seria e un po’ ironica fece sì che diventasse un piccolo grande caso editoriale e che ancora oggi sia uno dei libri di maggiore successo nel mondo del vino. Ogni giorno ricevo almeno una lettera di qualcuno che riferisce di essere diventato sommelier usando il mio libro come bignami.
Quindi c’è stato il secondo libro?
Si, tre anni più tardi ho pubblicato Il vino degli altri. Poi però la mia vita è cambiata tra il 2011 e il 2012 quando sono diventato un personaggio televisivo. Oggi di vino scrivo meno, però il mio interesse non è mutato. Viaggio molto e riesco a visitare molte cantine. Scrivo meno, ma studio di più.
Cosa ti ha dato il corso Sommelier?
Molto, è un percorso di studi serio con un vero esame alla fine. Conseguire il diploma però è un po’ come prendere la patente, poi bisogna imparare davvero a guidare. Per farlo serve tanto esercizio, bisogna viaggiare, fare ricerca e accumulare esperienze. Potrebbe sembrare un incitamento all’alcolismo, ma non vuole esserlo: bisogna bere molto.
Vedi qualche limite nel nostro mondo?
Di solito quello di essere un po’ chiuso in se stesso, di far fatica a considerare un vino che non rientri nei canoni della scheda di valutazione. A volte un sommelier si trova in difficoltà di fronte ad un vino naturale, ma il fatto che la vostra rivista ci dedichi questa attenzione è già un deciso passo avanti.
Com’è nato il tuo interesse per i vini naturali?
Devo molto ad Arnaldo Rossi, della Taverna Pane e Vino di Cortona, e Paolo Balsimini, oggi proprietario del Lievito madre di Arezzo. Mi hanno introdotto a questo mondo nel 2007. Sono molto orgoglioso del fatto che Elogio dell’invecchiamento sia stato il primo libro mainstream a parlare di vini naturali quando era un fenomeno ancora di nicchia. Dieci anni dopo mi piacciono ancora di più, anche perché è stata superata la posizione di certi talebani per cui il vino deve per forza puzzare per essere naturale. Oggi nove volte su dieci i vini naturali sono anche buoni.
Qual è la tua definizione di vino naturale?
È il vino che rispetta la tradizione, la storia, il territorio e la salute. Un vino che rifiuta totalmente la sofistificazione e che rimette al centro la salute di chi lo beve.
Un aspetto a cui tieni molto quello della salute, è così?
Sono vegetariano per scelta etica, non fumo e cerco di curare il mio corpo. È molto importante pensare alla salute, anche quando ci avviciniamo al vino.
C’è un rischio moda per i vini naturali?
Sicuramente. Il rischio è che qualcuno salga sul treno senza averne le capacità. I produttori di vini naturali devono rendersi conto che il vino in primo luogo deve essere buono, non si può far passare un difetto per un tratto distintivo. Ricordo i tempi in cui scrivevo di musica per la rivista Mucchio Selvaggio: bastava che un gruppo vendesse pochi dischi per essere considerato di valore. Non è così.
Qual è stato il primo incontro con un vignaiolo che ti ha colpito?
Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba. Una persona vera, sempre coerente con se stessa, una persona che rispetta profondamente la terra e rappresenta quello che il vignaiolo dovrebbe essere. I suoi vini gli assomigliano: si svelano lentamente.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.00E quello che ti ha lasciato di più il segno?
A rischio di non essere originalissimo, direi Josko Gravner. L’ho incontro più volte nella sua cantina. È una persona che mi ha colpito moltissimo: un visionario, uno che cerca costantemente le rivoluzioni. I suoi vini possono piacere o non piacere, ma è certamente un uomo di grande profondità culturale.
Tra i tuoi interessi oggi c’è la politica, facciamo il gioco di abbinare ogni persona ad un vino. Cominciamo dal presidente del consiglio.
Gentiloni è un Muller Thurgau, un vino che non capisci mai esattamente cos’è.
Matteo Renzi?
Un merlot. Un vino piacione, che trovi un po’ dappertutto.
Matteo Salvini?
Un Prosecco industriale, buono per fare lo spritz.
Silvio Berlusconi?
Un supertuscan. Uno di quei vini che promettono molto, ma quando stappi scopri che ormai sono in fase decandente.
Pierluigi Bersani?
Gutturnio. Un vino schietto, che magari non ordineresti, però sai che è genuino.
Beppe Grillo?
Un Sagrantino in gioventù. Un vino dal tannino tagliente.
E Andrea Scanzi che vino si sente?
Un Sangiovese della mia terra, un vino che cerca di essere vero.
E come deve essere un vino per piacere ad Andrea Scanzi?
Deve essere soprattutto bevibile. Amo le bottiglie glu-glu, quelle che finisci. Non sopporto i vini di cui non vai oltre il primo calice. Mi piacciono il Verdicchio, il Timorasso, il Fiano di Avellino, i Riesling della Mosella, gli Champagne, alcuni vini emiliani rifermentati in bottiglia, il Pinot Nero, il Nerello Mascarese, certi Barbaresco e Barolo.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.11Mai pensato di diventare vignaiolo e fartelo?
No. Sono molto imbranato nelle cose pratiche. Meglio lasciarlo fare a chi ne è capace.
Musica, teatro, sport, politica, vino. A quale passione non potresti mai rinunciare?
Alla scrittura. Le accomuna e unisce tutte. Credo di essere bravo a raccontare tutti questi mondi, attraverso la parola scritta e parlata. Non potrei vivere senza raccontare.
È per questo che sei arrivato al vino?
Sì. Avevo già scritto le biografie di molti sportivi, ma mi sono accorto che non tutti hanno grandi storie alle spalle. Ho scoperto allora che nel vino si nascondono tante storie e cerco di raccontarle.
Vino e letteratura, che legame c’è?
Strettissimo. Quando racconti un vino stai facendo letteratura, quando parli di un vignaiolo stai facendo letteratura. Non c’è niente di più interessante oggi del vino. Molto più della politica, della musica o dello sport. (Di Michele Bertuzzo, per Sommelier Veneto)

Pisapia, l’eterno uomo del quasi

Schermata 2017-07-04 alle 16.40.25C’è Pisapia, all’anagrafe Giuliano, e c’è Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo. In due non ne fanno uno, o almeno così sembra. Un po’ si somigliano, anzitutto nel collezionare i quasi. Quasi di sinistra, quasi di rottura, quasi alternativi a Renzi. Quasi di opposizione, quasi arrabbiati, quasi ribelli (parecchio quasi). Entrambi odiano il carisma, essendo in ciò pienamente ricambiati. Come noto, una delle ultime frasi scritte da Salinger prima di andarsene fu questa: “Uscendo di casa ho visto un frassino. Mi è parso anonimo, poi però ho visto Pisapia e Orlando in tivù e mi è venuta voglia di rivalutare il frassino”. Pisapia è da un po’ sulle prime pagine, e già questo ci fa capire uno dei motivi della crisi dell’editoria: disquisire di ciò che interessa solo all’editoria, in un continuo trip da metalinguaggio solipsistico (l’ultima frase non vuol dire nulla, ma dà l’illusione di essere arguta. Come gli interventi di Philippe Daverio). Conoscete una persona – non cento: una – che non vede l’ora di votare Pisapia? No. Eppure se ne parla come se, dalle scelte di questo novello Berlinguer, dipendessero le sorti della sinistra italiana. Di più: del paese intero. Di più: dell’intera galassia. Prima che l’iconoclastia ci travolga, com’è poi tipico del Fatto, vanno qui ribaditi due concetti importanti. Uno: Pisapia è una brava persona. Due: Pisapia è stato un buon sindaco. Non è poco: magari, nella sinistra italiana, ci fossero stati più Pisapia e meno Genny Migliore. Da qui però a farne il nuovo Subcomandante Marcos, ce ne passa. Anche perché lo stesso Pisapia, arrogandosi una forza perlopiù immaginaria, prim’ancora di “ricostruire il centrosinistra” ha posto dei veti. Niente Fratoianni, perché lui non vuole; niente Civati, perché lui non vuole; niente Falcone-Montanari, perché lui non vuole. Già così si evince che l’idea di Pisapia, peraltro assai confusa, non è tanto quella di un nuovo centrosinistra ma di un vecchio centro, si presume più accettabile di quello di Renzi (ci vuol poco) e di Alfano (va be’, Alfano). L’uomo non manca di testimonial importanti, da Claudio Amendola a Sabrina Ferilli. Non si capisce però dove voglia andare. E qui torniamo a quel suo collezionar “quasi”. Se umanamente è un galantuomo, politicamente Pisapia chi è? A che gioco gioca? Da che parte sta? Sinora è stato (inconsapevolmente?) uno specchietto per le allodole al servizio di Renzi. Un abbindolatore di delusi di sinistra comprensibilmente schifati dal renzismo, che Pisapia porta a sé con l’illusione di “essere di sinistra”. Per poi però consegnarne i voti a Renzi. In questo senso, Pisapia è a tutt’oggi un fiancheggiatore del renzismo: se è questa la sua idea politica, il suo più che un progetto nazionale è una iattura biblica. Anche a Milano, con quella lista-civetta cara ai Lerner e Vecchioni, non ha fatto che condurre alla vittoria Sala. Cioè un berlusconiano. Cioè Renzi. Tomaso Montanari rimprovera a Pisapia – tra le mille cose – di avere votato sì al referendum del 4 dicembre. E’ però solo una delle tante criticità, anzi ambiguità, di Pisapia. Mentre tutta la stampa di quasi-sinistra ne parla, e con ciò spera (per esempio Scalfari) che assurga a decisiva stampella dell’Allegra Combriccola dei Lotti&Picierno, Pisapia continua a dire tutto e il suo esatto contrario. Prende tempo, tergiversa, cincischia. Se Veltroni era l’uomo del “ma anche”, lui è quello del “quasi”. Quasi renziano, quasi orlandiano, quasi prodiano. Quasi tutto. Quasi niente. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 4 luglio 2017)

Grazie di tutto, Daniel Day-Lewis

Schermata 2017-07-03 alle 14.04.55Daniel Day-Lewis non ha sbagliato un film. Non gli è mai riuscito, non se l’è mai concesso. Ora che ha avvertito il rischio di uno smottamento qualitativo, ha fatto l’unica cosa possibile. La più difficile. Oltrepassata la boa di 60 anni, ha deciso di smettere. Pochi per chiunque, ma ancor meno per uno dei più grandi attori di sempre. Ha vinto tre Oscar e avrebbe potuto vincerne almeno altrettanti. C’è una continua inquietudine in ogni suo gesto. Gli aneddoti sulla sua meticolosità si sprecano. Di recente li ha ricordati anche Tom Leonard, in un pezzo prodigioso per il Daily Mail. Quando girava Il mio piede sinistro e interpretava Christy Brown, pretendeva di muoversi sulla sedia a rotelle. Al ristorante dovevano imboccarlo. Quando ordinava risultava incomprensibile, perché usava solo una parte della bocca. Come se fosse davvero Christy Brown: e magari lo era, anzi probabilmente. Così anche per Lincoln. Al suo fianco c’era Sally Field. Interpretava sua moglie. Lui, fuori dal set, continuava a parlare con la voce stridula del presidente e le scriveva messaggi in stile arcaico. Pretendendo che anche lei rispondesse come una vera donna vittoriana. Affittò pure una vecchia casa senza riscaldamento: era pieno inverno. L’aneddotica che ruota attorno al suo iper-camaleontismo, che è poi quel che lo ha reso il gigante che è stato (e a questo punto va usato per forza il passato), l’ha raccolta parzialmente proprio Tom Leonard: “Per L’ultimo dei Mohicani visse sei mesi nella giungla, imparando a scuoiare gli animali, usare l’ascia dei pellerossa e il fucile a pietra focaia. Per Nel nome del padre insistette a studiare masochismo. Si fece chiudere per due notti in cella, senza dormire, per prepararsi all’interrogatorio con poliziotti veri. Chiunque passasse davanti a quelle sbarre, era invitato ad insultarlo”. Eccetera. Potrebbero apparire esagerazioni, e volendo essere razionali – quasi sempre uno sport noiosissimo – lo sono. Ma i geni seguono leggi proprie. Se non lo facessero, non sarebbero geni. Se Daniel non lo avesse fatto, non ci saremmo innamorati ogni volta di Michelle Pfeiffer. Proprio come capita a lui ne L’età dell’innocenza. Il regista era Scorsese. Ancora per lui, in Gangs Of New York, imparò a fare il macellaio: per farsi salire la rabbia, ascoltava Eminem. Il gossip ha cercato molto e trovato poco. I colleghi dicono di non sapere nulla di lui. Menomale. Nessuno lo conosce e forse neanche esiste: esistono i suoi personaggi. Caso estremo di immedesimazione attoriale, a costo di rinunciare alla vita. Al quotidiano. Alla normalità. Quella normalità che, a cavallo tra Novanta e Duemila, lo portò una prima volta a ritirarsi. Disse di voler imparare un mestiere da artigiano vero. Si nascose qualche tempo in una bottega di Firenze, come un garzone qualsiasi, per imparare l’arte del ciabattino. Pare fosse bravo anche lì. Quasi trent’anni fa si ritirò anche dal teatro. Stava interpretando Amleto. Svenne sul palco perché aveva visto il fantasma del padre. Così, smise. Da ragazzo lo bullizzavano perché ebreo, così diventò cattivo come i bulli che lo vessavano: anzi di più. Quando il padre morì, aveva 15 anni. L’anno successivo, si rimpinzò di farmaci. Ebbe un’overdose e finì sotto trattamento psichiatrico. Gli attori, e in generale gli artisti, tendono a buttarsi via. Non smettono mai quando dovrebbero. Capita anche agli sportivi. Sono in pochi a fermarsi all’apice: per non sporcare una carriera preziosa, per concedersi addirittura il lusso di vivere. Accadde a Brel. Sta accadendo a Fossati. Accadrà a Day-Lewis. Grazie di tutto, Fenomeno. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 27 giugno 2017)

Basta con la musica alta nei bar o al ristorante

Schermata 2017-07-03 alle 14.02.08Le bruttezze che caratterizzano questo mondo sono infinite. All’interno di cotanta galassia degli orrori, grandi o piccoli che siano ma pur sempre orrori, c’è l’abitudine colpevole e sommamente empia di tenere alta la musica nei locali. Qualsiasi locale, ma – quel che è peggio – anzitutto bar e ristoranti. Un vero e proprio abominio culturale. La dimostrazione che ogni giornale o programma televisivo dovrebbero avere una rubrica dal titolo: “Meritiamo l’estinzione, please alieni bombardateci”. La musica alta, oltre a essere una cafonata e costringerti a urlare per farti sentire dalla persona che hai davanti, è la dimostrazione che è passato ormai un messaggio tremendo: la musica intesa come tappabuchi. Mero sottofondo, elemento di contorno e arredo, quasi che non fosse un assolo di Jimi Hendrix ma un elemento di tappezzeria. Al contrario, almeno per chi ha un minimo di comprendonio e si vuol bene, la musica è una scelta attiva: sono io che decido se, cosa e quando ascoltare qualcuno. Non certo il barista o il ristoratore. Tale prassi, che meriterebbe con agio qualche anno di galera o – se proprio pretendete un atto inutile di misericordia – un bel ciclo di lavori forzati nonché socialmente utili, si riscontra anche in certi negozi di vestiti. Dà fastidio anche lì, per carità, ma se decidi di vestirti in certi posti il minimo che ti meriti è Fabio Rovazzi a tutto volume. Il peggio però è quando sei al bar o al ristorante. Una musica garbata in sottofondo e a basso volume andrebbe bene, anche se quasi sempre a tavola è meglio il silenzio. Macché: brutta musica, messa a caso e pure ad alto volume. Spesso la scelta è totalmente avulsa dal contesto. Magari sei in un ristorante che ha pure pretese ambiziose, se sei fortunato cucinano bene e la carta dei vini è discreta. Sembra funzionare tutto. Poi però arriva l’armageddon: ti piazzano lì un Despacito a tutto volume e a tradimento, che non c’entra nulla e che si abbinerebbe bene giusto a un 4 salti in padella – scongelato male – di cardi morti al ginseng cucinati da chef Nardella in persona. E’ tutto profondamente volgare, privo di logica e rispetto. La musica è usata come il parmigiano sulla frittura di paranza. E il parmigiano è pure di pessima qualità. Andrebbe organizzato un comitato di resistenza musicale contro tutti i locali che ti costringono a urlare per mangiare, a evitare gli altoparlanti neanche fossero mine antiuomo e a sperare che il proprietario ami i Led Zeppelin e non Giusy Ferreri (quasi sempre è il contrario, perché siamo nati per soffrire e ci riesce da Dio). Un gran bel boicottaggio, da allargare magari a chi tiene accesa la tivù mentre mangi (lì il codice penale dovrebbe prevedere direttamente l’ergastolo). Occorrerebbe fare come a San Francisco, dove ci sono guide che segnalano il grado di rumorosità dei locali. Occorrerebbe restare umani, come diceva una gran bella persona, in ogni gesto della nostra vita. Restare umani. O anche solo un po’ meno deficienti. (Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2017)