Archivio di marzo 2017

De Luca, il braccio petrarchesco del renzismo

Schermata 2017-03-28 alle 12.01.03E’ insopportabile questo atteggiamento di sufficienza, e addirittura diffidenza, nei confronti di un galantuomo come Vincenzo De Luca. Egli, al contrario, è un punto di riferimento per tutti noi. Nel suo cuore c’è grazia, nel suo sguardo c’è odor di santità (e nel suo duodeno preferiamo non sapere cosa alberghi). De Luca, oltre ad avere inventato Salerno e anzi la Campania tutta, incarna appieno l’idea di rottamazione renziana: qualcosa di non solo inedito ed efficiente, ma anche – soprattutto – di moralmente intonso ed esteticamente aggraziato. Ogni suo gesto trasuda talento e bellezza. Eppure i detrattori, in servizio permanente come vili gufi che sanno solo odiare, amano criticarlo. Gli piace proprio punzecchiarlo per ogni cosa che dice o fa. Inventano dicerie sulla sua storia penale e fanno sempre brutti commenti sul suo lessico. D’accordo, non tutti amano esprimersi sopra le righe, ma questo non è un problema suo bensì di questi tempi intrisi di buonismo posticcio e politically correct a casaccio. La verità è che Vincenzo De Luca regna, signoreggia e soverchia: andrebbe preso a esempio, come infatti Renzi ha fatto e fa. E se lo fa Renzi, uno che come noto non sbaglia mai, dovremmo farlo tutti. Se De Luca elogia il clientelismo, è inutile essere garantisti: lui ha ragione di default. Se De Luca sogna di trovarsi di notte Travaglio da solo per farne quel che lui vuole, non ha senso attaccarlo: ognuno ha i suoi gusti e le sue perversioni, come dimostrano peraltro quei due o tre che ancora votano Alfano. In questa mania odiosa di scorgere ovunque tracce di sessismo, fa poi specie la tendenza della stampa italiana nello stigmatizzare ogni afflato sinceramente femminista di De Luca. La sua storia è satura di sonetti petrarcheschi dedicati a Muse senza le quali non saprebbe vivere. Su tutte la Bindi, a cui De Luca ha dedicato terzine mirabili. Per esempio: “Bindi infame, da uccidere”. Parole che trasudano quell’amore che ha reso Erode caro ai bimbi di tutto il mondo. Mansueto e mai caricaturale, De Luca ha davvero una buona parola per tutti. Per il “consumatore abusivo d’ossigeno” Peter Gomez, per il trio grillino Di Battista/Di Maio/Fico che andrebbe ammazzato. Oppure per Emiliano, per chi ha votato “no” il 4 dicembre e più in generale per tutti coloro che osano nutrire dubbi sul suo fascino accecante. De Luca ha di recente tratteggiato con letizia e candore anche l’empia grillina Valeria Ciarambino. Ascoltiamolo, perché ascoltarlo ci fa bene: “Una signora che disturba anche quando sta a cento metri di distanza. Una chiattona”. Che levità, che lirismo. Fanno bene i renzini a difenderlo, minimizzandone ogni volta gli spigoli e minacciando al contempo di invadere la Polonia se solo un 5 Stelle asserisce che la Boschi non è Rosa Luxemburg. Con quelle parole, De Luca voleva solo esprimere tutta la sua stima nei confronti della criminosa Ciarambino. E di questo dovremmo ringraziarlo, una volta di più. Certo, verrebbe voglia di notare come un figuro meno affascinante di Orfini appena sveglio, carismatico quanto un’acciuga morta e involontariamente comico (persino) più di Renzi faccia un po’ tenerezza quando critica le fattezze altrui, ma sarebbe una notazione assai pedante. Sia dunque lode a De Luca, il braccio verbalmente violento del renzismo. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2017, rubrica Identikit)

Elogio di Tomas Milian

Schermata 2017-03-24 alle 12.58.26Ogni tanto, in qualche film dei Novanta, capitava di imbattersi in Tomas Milian. Così, quasi a tradimento. Non era mai l’attore protagonista, eppure a un certo punto compariva. I registi erano importanti: Sydney Pollack, Oliver Stone, Steven Soderbergh, Steven Spielberg. Riconoscerlo non era facile, non tanto perché fosse invecchiato male ma perché appariva diverso – troppo diverso – dall’immagine che gli si era sedimentata addosso (e attorno) sul finire dei Settanta. Quella del Monnezza, ma pure di Nico Gilardi (che tanti confondono ancora). Chissà se Tomas Milian, nato a L’Avana il 3 marzo 1933 e morto mercoledì a Miami, convivesse davvero bene – come diceva e tutto sommato sembrava – con quella strana carriera, lunga e gloriosa, fatta di parti “importanti” con registi “impegnati”. E poi esplosa quando nessuno se l’aspettava più, nella maniera meno prevedibile possibile. Tomas Milian, vero nome Tomás Quintín Rodríguez Milián, esule cubano dal passato tremendo e i demoni in servizio permanente, pareva convivere bene con quel ghiribizzo del destino perché – è lecito supporre – si intendeva di ghiribizzi e destini. E perché conosceva bene quanto fosse difficile essere Er Monnezza. Era qualcosa che richiedeva talento, incoscienza e camaleontismo: far ridere crogiolandosi nell’apparente trogolo – ché poi trogolo non era – del vernacolo spinto, del turpiloquio disinvolto. Della battutaccia che doveva essere sempre peggiore della precedente. C’era la rima caciarona: «E chi è il cane di Mustafà?»; «Quello che lo stà a pià ‘nder culo e dice che stà a scopà!». C’era la risata da Google Maps trucido: “Ecco, appena l’hai trovata te ce fai benedì, poi piji la via p’annà affanculo che tanto ‘a strada ‘a sai…”. E c’era pure l’accenno esistenzialista: “Vòi scommette che er giorno in cui la merda diventa oro, noi poveracci nasciamo senza er culo?”. La critica arricciava il nasino, il pubblico rideva di gusto e chiedeva il bis. Che arrivava, finché non c’era proprio più nulla da spremere. Nel frattempo Tomas Milian era ormai “solo” il Monnezza (e Nico Girardi). Sempre in coabitazione con Ferruccio Amendola, perché quei ruoli potevano funzionare solo con quella voce. Milian partecipava alla sceneggiatura, aggiungeva dialoghi all’impronta e usava come bussola Quinto Gambi, l’amico pesciarolo di Tor Marancia che faceva pure la controfigura nelle scene d’azione.  Milian ha più volte detto che gli sarebbe piaciuto farsi seppellire a Roma. La città che più gli ha voluto bene. La stessa che, nel 2014, lo aveva riaccolto come un imperatore stanco conferendogli il Marc’Aurelio. Nel frattempo era potuto ritornare a Cuba, dopo averla lasciata nel 1956. Milian ha vissuto mille vite. Esistenze, esperienze. Traumi, suicidi. Passioni, fallimenti. Figlio di un generale del dittatore Machado, severo e violento, che si tolse la vita nel 1945 davanti agli occhi del figlio. Tomas aveva 12 anni. Si trasferì negli Stati Uniti, prima Miami e poi New York. L’accademia, i teatri di Broadway, le prime serie televisive. L’Actors’ Studio, il metodo Strasberg. La stima di Jean Cocteau. Nel 1959 ha cinque dollari in tasca e non si sa come arriva in Italia, partecipando al Festival di Spoleto con una pantomima di Franco Zeffirelli. In Italia capisce che può vivere di recitazione. Recita per Bolognini, Visconti, Lizzani. In quegli anni Er Monnezza non è neanche un’ipotesi: è un’eresia. Poi Sollima, Corbucci, Lizzani. Quindi un film di Fulci, derubricato oggi a “cult horror”: Non si sevizia un Paperino. La sevizia è la cifra di un film in cui Milian dà il meglio (perché era bravo, molto bravo) e il peggio (perché la sceneggiatura lo esigeva). Anno 1974, titolo Milano odia: la polizia non può sparare. La regia è di Umberto Lenzi, con cui Milian creerà di lì a poco il Monnezza. E sarà proprio il Monnezza, di cui Milian prolungherà l’esistenza scegliendo per La banda del trucido un altro regista (Massi), a rovinare il rapporto tra i due. Ma siamo già oltre, quando il genere declina in parodia. Prima, in Milano odia: la polizia non può sparare e Roma a mano armata (dove Milian è l’inquietante Gobbo), c’è solo violenza. Milian, nella prima pellicola, incarna Giulio Sacchi. Uno dei cattivi più sadici, psicopatici e respingenti nella storia del cinema italiano. La sua è una prova prodigiosa e portentosa, dopo la quale – chissà, forse per una strana nemesi o magari per cercare una catarsi a tutta quella violenza – il poliziottesco diviene monnezzismo. Milian – anche discreto cantante – non si libera più di quella fama e di quel peso, e non bastano le parti in JFK, Amistad o Traffic per invertire la rotta. Che, peraltro, l’attore non aveva la fregola di invertire. Il resto sono nostalgie, risse, sbornie. Dipendenze. Rivelazioni sulla sua sessualità (era bisessuale), ruoli quelli sì improbabili (testimone di nozze al matrimonio di Eva Henger). E poi una costante: aver vissuto una vita forse non sua, non del tutto almeno, ed essercisi comunque trovato benissimo. (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2017)

La simpatia contagiosa della coerentissima Anna Finocchiaro

Schermata 2017-03-21 alle 12.42.00C’è davvero una grazia inaudita in ogni gesto, e azione, di Anna Finocchiaro. Proprio la grazia, da sempre, è la cifra di questa simpatica senatrice – e quasi madre costituente – in forza al Partito Democratico. La grazia e l’eleganza. Nata a Modica nel 1955, laureata in giurisprudenza, funzionario della Banca d’Italia nella filiale di Savona. Pretore a Leonforte e sostituto procuratore nel tribunale di Catania, quindi nel 1987 deputata PCI. Da allora è stata torcida politica inesausta, in un parossismo di leggenda continua. Candidature al Quirinale puntualmente disattese, trionfi inversi alle Regionali contro Lombardo, carinerie sulle “bidelle”, rispetto assoluto della base che osa protestare (“Ma cosa vogliono questi?): idolo assoluto. Celebre per la voce da imitatrice di Camilleri e per le tante prese di posizione coraggiose, su tutte andare all’Ikea con la scorta, Donna Anna è ora Ministro dei Rapporti con il Parlamento. Ha ereditato tale ruolo dalla totemica Maria Elena Boschi, con cui inizialmente non pareva legare. Non amava troppo neanche Renzi, che la attaccò dopo la storia dell’Ikea. Sempre garbata e mai sopra le righe, Donna Anna rispose così al futuro ducetto goffo di Rignano: “Miserabile”. Poi, con quella coerenza granitica che spesso alberga nel Pd, si reinventò mediamente entusiasta del capolavoro Boschi-Verdini. Negli opuscoli atti a celebrare la beltade di tale riforma, la Finocchiaro era pure chiamata “Angela” (l’avevano scambiata con l’attrice), ma Donna Anna non si era per questo crucciata: non più del solito, almeno. Come premio a tale fedeltà renzista, e a tali trionfi referendari, le hanno regalato un ministero. Da allora, fiutando l’apparente mal parata di Renzi, Donna Anna ha cominciato a guardarsi attorno. Da qui l’appoggio alla candidatura di Andrea Orlando. Proprio nel tentativo di magnificarne le gesta, Donna Anna era l’altro giorno a Reggio Emilia. L’eversivo David Marceddu, sul sito del Fatto, ha testimoniato tale epifania. Il bieco giornalista ha pure provato a chiedere a Donna Anna perché fosse assente durante la votazione che ha salvato Minzolini, ma ella (con leggiadria consueta) non ha alfine risposto. In compenso ha esaltato le compagne e i compagni reggiani. Uno di loro, a un certo punto, si è alzato e ha dichiarato che i suoi figli votano 5 Stelle e lui non riesce proprio a farli smettere. Lo ha detto con sgomento assoluto, roba che se avesse avuto figli eroinomani o peggio serial killer sarebbe stato parecchio più sereno. Donna Anna, con grazia atavica e per nulla trasfigurata, ha risposto dispensando saggezza e democrazia. Ascoltiamola: “Loro (i grillini, NdA) l’idea del paese non ce l’hanno, campano col mal di pancia del paese e non possono fare altro che insufflare (?) insoddisfazione”. Qui Donna Anna ha cominciato a gesticolare a caso, esibendo uno sguardo vieppiù posseduto e spostando pure il tono di voce in modalità “Lucifero on”. Ascoltiamola ancora: “(Insufflano) odio, cattiveria, divisione perché questa è la cosa che li tiene in pieeeeediiii!!!” (ovazione delle 16 persone presenti, età media 214 anni). Qui Donna Anna ha ripreso fiato, non prima però del colpo di grazia: “Non esistono politicamente!”. E ancora: “Sono incapaci di governare. Ma Roma qualcuno lo (?) sta guardando o no? Un partito che è l’emblema della antidemocraticità” (praticamente Grillo è Goebbels e Di Battista Himmler), “dell’opportunismo, dell’ipocrisia, della bugia elevata a sistema”. A fine arringa, Donna Anna pareva fiera e convinta d’esser stata convincente. Non sapeva che, da allora, i figli di quel padre addolorato son lì che guardano in loop il video. Ridendo di gusto. E ancor più convinti di votare 5 Stelle. (Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2017, rubrica Identikit)

Andrea Romano campione del mondo e Pallone d’oro

Schermata 2017-03-07 alle 16.30.52Da mesi gli ascolti di La7, al mattino o nel primo pomeriggio, registrano effetti schizofrenici. Lo share sale e poi scende di colpo, per poi risalire apparentemente senza logica alcuna. Dopo lunghi e ponderati studi, si è dato a tale fenomeno il nome di “Effetto Andrea Romano”. Funziona così: uno è lì che guarda L’aria che tira, oppure Coffee break o magari Tagadà. Inquadrano qualcuno e lo spettatore si ferma. Poi inquadrano Andrea Romano. E lo spettatore scappa. Ogni giorno così. E’ lo stesso coi Rondolino o con le Meli, ma con Romano forse di più. Il nostro eroe non ha doti evidenti, o se le ha le nasconde benissimo. Scrive malino, parla pallosamente. Oltremodo respingente, ha un eloquio involuto e bolso. Trasuda supponenza e purtroppo per lui non può permettersela. Fisicamente, e pure come timbro di voce, ha un che di Filippo Timi. Però peggio. Parecchio peggio. “Politico” senza che la politica ne avesse poi così bisogno, Romano ha un fiuto raro nel non beccarne mezza. Quando scriveva su La Stampa, dieci anni fa o giù di lì, puntava su D’Alema e diceva al contempo che Grillo (dopo il VDay) si sarebbe sgonfiato subito. Ci ha preso in pieno, come sempre. Dopo aver girato qualche anno a Nardella, cioè a vuoto, ha cominciato a dirci che l’unica salvezza del pianeta Terra si chiamava Monti. Poi, quando Monti nel 2013 ha giganteggiato con la sua Sciolta Civica, si è reinventato renziano. Assieme a Genny Migliore incarna il trasformista iper-governativo, perennemente in tivù a dirci che Renzi è Dio, Carbone Gobetti e la Boschi la Madonna. Romano è un po’ assurto a Ghedini di Matteo: son soddisfazioni. Più va in tivù e più porta voti agli altri, come quasi tutti i renziani, ma tanto loro non se ne accorgono mica. Prima del referendum, Romano ci diceva che con la vittoria del “no” saremmo morti tutti. L’Apocalisse sarebbe scesa sul Pianeta Terra e tutto sarebbe stato tragedia. La riforma Boschi-Verdini la conosceva pochino, infatti con Fedriga raccattò una figuraccia epocale, ma lui pontificava comunque. I risultati, ancora una volta, si sono rivelati straordinari: quel che Romano politicamente tocca, muore. O quantomeno agonizza. E’ così anche in questi giorni, quando pascola di studio in studio per difendere Renzi, sia esso Matteo o il di lui leggendario padre Tiziano, sul caso Consip. Un caso che, ovviamente, conosce più che altro per sentito dire. Epica l’ennesima figura da Gozi nei giorni scorsi con il noto criminale Marco Lillo, in forza come sapete a questo empissimo giornale. In evidente difficoltà, che è poi spesso il suo status naturale, Romano ha ricordato a Lillo di essere un giornalista anche lui. E tutto il mondo ha riso come un sol uomo (L’Unità ha riso di meno: Romano si sta adoperando per affossare pure quella). Si potrebbe dire che, a furia di cantonate e sconfitte, lo sfavillante Romano diventerà un giorno umile. E magari capirà di avere forse sbagliato “lavoro”. Macché. Ogni giorno tromboneggia con voce rugginosa e aria sicura, senza contenuti e senza pubblico, come se tre mesi fa (vamos) non fosse stato sfanculato pure lui da 19 milioni di persone. Per lui, e per i renziani, in fondo non è successo nulla. Ed è questo uno dei tanti problemi dei renziani: continuare a sentirsi Marchesi del Grillo, quando al massimo sono Pretoriani del Renzi. Cioè di nessuno. (Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2017, rubrica Identikit)