Archivio di febbraio 2017

Pan del Diavolo: Supereroi

Schermata 2017-02-22 alle 11.55.22Quando fatichi a etichettare un artista, vuol dire quasi sempre che  non difetta certo in talento e fantasia. E’ il caso del Pan del Diavolo, due palermitano composto da Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo. Hanno esordito nel 2009 con un ep omonimo di quattro brani, in cui apparivano già come sono adesso: folli, geniali e oltremodo originali. I testi sembrano provenire da Marte, pieni come sono di controsensi, parole per nulla musicali (che però grazie a loro lo divengono) e accostamenti spericolati. A tutto questo fa da contraltare un impianto sonoro che poggia pressoché unicamente sulle chitarre di Bartolo, che in questo nuovissimo Supereroi raggiungono la piena maturità. Lo si può definire folk rock, ma non basta. Supereroi, senza contare l’ep d’esordio, è il quarto disco dopo Sono all’osso (2010), Piombo, polvere e carbone (2012) e FolkRockaBoom (2014). Se c’è una pur minima giustizia nel mondo della musica, Supereroi sancirà il passaggio di questa sciroccatissima e talentuosissima band dalla nicchia di lusso alla fama definitiva. Non tanto perché il successo sia di per sé necessario, ma perché ogni tanto qualche barlume di meritocrazia da queste parti aiuterebbe. Attivissimi dal vivo, dove il carisma e la voce deliberatamente urlata di Alosi esplodono al meglio, il Pandel Diavolo ha più volte sfiorato il Premio Tenco e collezionato lusinghiere recensioni. Tra queste non sono mai mancate quelle di Piero Pelù. E proprio Pelù è accanto al duo in alcuni brani (non tutti: quattro) di Supereroi. Li si nota subito, perché è evidente il tentativo di ingentilire – senza snaturare – le sonorità della band. E’ ciò che accade in Tornare da te, Supereroi, Aquila solitaria e Qui e adesso. Si avverte – come ha notato la rivista Blow Up – una sottrazione della matrice folk tipica del gruppo, e conseguentemente di certe atmosfere roots, a tutto vantaggio di una più immediata (ma mai banalmente commerciale) dimensione rock elettro-acustica. Le fiammate diavolesche, però, ci sono anche qui. Eccome. Sempre in fuga, Strisce e Messico si possono già mettere accanto ai brani migliori del Pan del Diavolo (Pertanto, Coltiverò l’ortica, Università, Africa, eccetera). L’apice dell’opera coincide con L’amore che porti, semplicemente splendida e sin d’ora una delle migliori canzoni del2017. Supereroi colpisce subito e cresce sempre più, di ascolto in ascolto. E anche questo è un bel segno. Un gran bel segno. Il duo presenterà Supereroi il 20 febbraio a Milano e il 22 a Bologna, sempre Feltrinelli e sempre ore 18. Poi il tour, che scatterà il 10 marzo ancora da Milano (Serraglio). Andate a vederli: solo così potrete godere appieno della stravagante bravura di chi, parafrasando le parole che aprono proprio il disco, attraversa tutte le città e non si è mai fermato in nessuna, “come ladri di notte a caccia nel silenzio”. La musica italiana sarà forse in crisi, o comunque non al massimo della forma, ma certe eccezioni esistono. E paiono talora dimostrare addirittura il contrario. Di queste eccezioni, il Pan del Diavolo è faro e vanto. Talento vero, di quello pazzo e deflagrante, allergico ai vincoli e alle mode. Ad averne, di musica così. (Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2017)

Gabbani un genio? In tempo di ciechi, beato l’occhio solo

Schermata 2017-02-21 alle 15.52.10La smisurata eco del grande nulla musicale, lasciato dall’ultima edizione del Festival di Sanremo, non è ancora cessata appieno. Tra i pochi a essersi guadagnati uno strapuntino di attenzione c’è certo Francesco Gabbani. Un anno fa ha vinto Sanremo Giovani tra le Nuove Proposte con Amen, quest’anno ha trionfato tra i “Campioni” con Occidentali’s Karma. Subito è scattato il dibattito: Gabbani è un genio, un paraculo di talento o un sopravvalutato? Detto che potrebbero essere pertinenti tutte e tre le definizioni, chi lo ritiene indiscutibilmente “genio” ha ascoltato al massimo il live delle Vibrazioni e la jam session tra Giusy Ferreri e Bianca Atzei (che peraltro non ha mai avuto luogo, o almeno questa è la speranza di chi scrive). Gabbani è nato a Carrara nel 1982. Ha avuto un discreto successo con la sua prima band, i Trikobalto, che una volta hanno aperto il concerto degli Stereophonics. Dal 2011 si è messo in proprio. Ha scritto testi per Celentano, per Renga e per Fausto Brizzi (la colonna sonora di Poveri ma ricchi). Occidentali’s Karma sta avendo molta fortuna. Nella sola giornata del 14 febbraio le visualizzazioni del video ufficiale hanno superato la soglia dei 20 milioni. La  piattaforma VEVO ha garantito che il record di “views” in un solo giorno per un video italiano (4.353.802) è tutto suo. Basta per dire che Gabbani è un genio? No, ma del resto lui non ha mai ambito a esserlo. Nella vita, come diceva John Holmes, basterebbe avere misura. Gabbani ha un talento per i tormentoni (lo era anche Amen) e pure per la paraculaggine. Anche nelle interviste ha sempre la faccia di chi, a scuola, prima ti chiedeva di passargli il compito e poi ti faceva “suca” con entrambe le braccia se a essere in difficoltà eri tu. Stefano Mannucci ha ricordato sul Fatto come il successo di Gabbani sia passato attraverso una clamorosa sliding door: proprio un anno fa all’Ariston, venne eliminato nella sfida con la cantante Miele e poi ripescato – dopo insurrezione della sala stampa – perché c’era stato un problema tecnico. La votazione fu ripetuta, passò Gabbani e tutto cambiò. Un’altra firma di questo giornale sommamente criminoso, Selvaggia Lucarelli, nella sua pagina Facebook ha ricordato tra le altre cose come la trovata del gorilla non sia proprio inedita e ricordi un video dell’artista e designer Lorenzo Palmeri. Pure lui, nel 2015, aveva avuto l’idea del gorilla. Palmeri lavorava nello stesso studio milanese, con lo stesso fonico e lo stesso produttore di Gabbani, che dunque poteva quantomeno citare per educazione Palmeri accanto ai 487 riferimenti piovuti in questi giorni: da Splenger a Kant, da Buddha a Kubrick, da De André (che poi era Brassens) a Battiato. E poi Eraclito, e poi Darwin, fino ad arrivare a La scimmia nuda di Desmond Morris: un libro che ora citano tutti, anche se ovviamente non l’ha letto nessuno. Pippo Baudo dice che Occidentali’s Karma, canzone riuscita e piacevolmente accattivante (voto 6+/6.5), durerà tre mesi. Forse ha ragione e forse no. La verità, come spesso capita, sta probabilmente nel mezzo. Gabbani è bravino ed è vero che il suo brano ricorda la prodigiosa Magic Shop, ma dire per questo che è “il nuovo Battiato” sarebbe come asserire che Gabbiadini è il nuovo Van Basten solo perché entrambi sono centravanti. Molto semplicemente, come recita un antico adagio, “in tempo di ciechi beato chi aveva un occhio”. Nei Sessanta e Settanta, di un Gabbani, forse neanche ce ne saremmo accorti. Adesso sì. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 19 febbraio 2017)

Bono è forse invecchiato male, The Joshua Tree proprio no

Schermata 2017-02-19 alle 11.07.17Gli U2 saranno allo Stadio Olimpico di Roma il 15 e 16 luglio. Riproporranno uno dei dischi più belli di sempre: The Joshua Tree. Quell’album così perfetto compie 30 anni. Bono ha raccontato di avere riascoltato il disco e di averlo trovato incredibilmente attuale. Così, con i compagni, ha deciso di riproporlo interamente. Comprese quelle canzoni che, nei vari tour, non ha certo riproposto costantemente. Una di queste canzoni, per nulla “minori” anche se non proprio famosissime, è la struggente One Tree Hill. Non ha la notorietà delle definitive Where The Streets Have No Name o With Or Without You, eppure per certi versi è la più importante dell’opera. One Tree Hill è una collina che si trova in Nuova Zelanda, Auckland, Cornwall Park. Un luogo sacro per il popolo Maori. Un tempo era un vulcano. Bono la scoprì nel 1984. Era appena arrivato in Nuova Zelanda ed era la sua prima volta. Gli U2 erano nel vortice del tour di The Unforgettable Fire. Bono arrivò di notte e, per colpa del jet lag, non riuscì a dormire. Chiese così di visitare la zona. Uno di quelli che lo accompagnarono, quella notte, fu Greg Carroll. Un ragazzo maori di poco più di 20 anni. Un roadie, uno di quei tuttofare senza i quali molte band non sarebbero durate più di tre mesi. Il legame tra Bono (e in generale tutti gli U2) e Carroll fu tale che il ragazzo lì seguì in Irlanda e in tutto il mondo. E’ Carroll, per esempio, l’uomo che restituisce il microfono a Bono dopo che il cantante si è gettato tra la folla durante il Live Aid. Il 3 luglio 1986, a Dublino, Carroll fu investito e ucciso da un’auto. Era notte e stava piovendo. Carroll stava riportando una moto di Bono nella sua villa. Il cantante era appena atterrato a Dallas con Willie Nelson. Non appena seppe la notizia, tornò indietro a Dublino. Poi, con la moglie e la band, riportò il corpo di Carroll in Nuova Zelanda. Al funerale cantò Knockin’ on Heaven’s Door e Let It Be. A Carroll, Bono dedicò di getto One Tree Hill, che confluì in The Joshua Tree. E’ la nona traccia delle undici complessive. Ne fu tratto anche un singolo, pubblicato solo in Nuova Zelanda. Il disco uscì il 9 marzo 1987. Nel disco venne inserita la versione con il primo cantato, perché Bono non credeva di poter replicare una seconda volta quella emozione. Dal vivo l’ha sempre eseguita poco, reputandola una canzone troppo intima. A Carroll non è dedicata solo quella traccia, ma tutto The Joshua Tree. L’album ha venduto più di 25 milioni di copie. Inizialmente doveva intitolarsi The Two Americas, oppure The Desert Songs. Il “deserto” torna anche nella celebre foto di copertina, scattata da Anton Corbijn lungo la Route 190 in California: “La scelta del deserto mi sembrò naturale in un anno che ancora oggi ricordo come molto difficile per me. Ero in crisi con mia moglie e morì un carissimo amico”. L’amico era Greg Carroll. “Recentemente l’ho riascoltato dopo quasi 30 anni”, dice oggi Bono. “E’ come un’opera. Tante emozioni che sono stranamente attuali: l’amore, la perdita, i sogni spezzati, la ricerca dell’oblio, la polarizzazione”. Riproporre oggi The Joshua Tree può apparire nostalgico o tradire una mancanza di ispirazione. Oppure entrambe le cose. Lo stesso Bono è cambiato oltremodo, tra accuse di evasione fiscale, esondazioni mistiche, ecumenismi retorici e infatuazioni per i primi Renzi che passano. Pazienza: i miti invecchiano, e spesso invecchiano male, ma certi capolavori restano. (Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2017, rubrica Identikit)

Ivan Graziani, artista irregolare e geniale

Schermata 2017-02-07 alle 15.38.35Senza memoria non si va da nessuna parte, e la memoria è un muscolo che si atrofizza: se non la eserciti di continuo, smette di funzionare. Dimentica tutto, e noi con lei. Se capita con ciò che attiene alla Storia, e noi italiani dovremmo saperlo bene, finisci per commettere gli stessi errori del passato (che però non ricordi più). Se accade con l’Arte, smarrisci spesso la smisurata grandezza di chi ha regalato genio e bellezza. E’ il caso di Ivan Graziani. Manca da più di vent’anni: se n’è andato il Primo Gennaio 1997, sei anni prima di Giorgio Gaber e come molti altre voci italiane che ci hanno salutato anzitempo in quel mese. Come Tenco e come De André, che non per nulla scrisse cinquant’anni fa Preghiera in gennaio. Ivan Graziani, talento smisurato e anomalo, dimenticato (non da tutti) e sottovalutato (da troppi), è stato colui che per primo ha saputo coniugare in Italia rock e canzone d’autore. Due mondi alieni per la molta critica, e pure per troppi cantautori tromboni: ma non per Ivan. Lo si capisce bene anche da questo triplo cd appena uscito per la Sony, “Rock e Ballate per quattro stagioni”. Trentacinque brani prodigiosi, più la riproposizione dell’album postumo Per sempre Ivan (1999). Dentro è possibile ritrovare quella “voce da bambina depravata” (la definizione è dello stesso Ivan), quella scrittura così cinematografica e quella capacità di fotografare (anzitutto) donne e quotidianità. Cacciatore di dettagli per altri insignificanti ma per lui decisivi, Graziani era troppo poco “politico” per la critica fastidiosamente militante e troppo poco noioso per assurgere a “cantautore depositario del Verbo”. La sua cifra è l’unicità, perché nessuno è stato sommamente originale come lui. Nella città di nascita (Teramo). Nell’apprendistato Schermata 2017-02-07 alle 15.39.10(l’arte, il disegno, la scultura, il fumetto). Nei primi lavori (dischi strumentali, brani in inglese). Nel look, nella voce. Nell’uso della lingua. In tutto. Compreso quel desiderio ostinato di non essere etichettato mai, al punto da dire no – quando ancora non era nessuno – a Mina, Mogol, Pfm e chissà quanti altri. Chitarrista strepitoso (cercatevi su YouTube la versione live de Il topo nel formaggio), prima della carriera solista lo si trova in dischi di Venditti, De Gregori e soprattutto Battisti: Lucio era un amico autentico, che ne comprese appieno il talento. Talento che, ieri come oggi, seduce e ammalia in Olanda e PasquaLugano addioFuoco sulla collina (tra le canzoni più belle della musica italiana), Paolina e Signora bionda dei ciliegi. Generatore inesausto di riff irresistibili, la sua chitarra fiammeggia ancora in Motocross, Pigro, Monna Lisa, Il chitarrista e Taglia la testa al gallo. Sapeva anche esplorare il noir: il primo omicidio di Fango, il dramma della droga in Dada. Non è possibile trovare artisti a lui assimilabili, se non per certi versi Edoardo Bennato e Rino Gaetano. Tutti irregolari come lui e per questo sottovalutati. E’ il destino di pionieri e rivoluzionari: non tutti, anzi pochi, li capiscono immediatamente. Ivan Graziani ha dato il meglio di sé tra la seconda metà dei Settanta e i primi Ottanta. Gli riusciva tutto: album come Pigro e Agnese dolce Agneseerano e restano, semplicemente, perfetti. Negli Ottanta – decennio tremendo per molti cantautori – si è parzialmente smarrito, salvo poi ritrovarsi tornando alla sacra fonte del rock (Ivangarage). Pure nei Novanta, da Kryptonite a Maledette malelingue, il talento guizzava ancora. Alberto Radius, chitarrista di Battisti e Formula 3, di lui ha detto che è stato “l’unico chitarrista al contempo ritmico e virtuoso”. Analoghe le parole di Antonello Venditti: «Ivan riusciva a cantare sulla chitarra elettrica come nessuno in Italia sapeva fare». Ossessionato dall’idea di libertà totale e per questo in conflitto con i discografici, che riteneva quasi sempre dei gran rompicoglioni stupidi e ancor più dannosi, Graziani ha toccato i grandi temi del cantautorato italiano: l’ingiustizia, la diversità. La pigrizia (e la morte) mentale. La finta rivoluzione dei presunti ribelli, dietro cui si cela il conservatorismo peggiore. Lo ha fatto sempre a modo suo: un modo bellissimo. Ha cantato la provincia e la tradizione, il nuovo e il vecchio, l’amore e il sesso (tanto sesso). L’alto e il basso. Ha scritto, cantato e inventato brani definitivi. Divertenti, commoventi: immortali. Uno spettacolo. Per dirla in breve, Ivan Graziani è stato un genio. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2017)

Cosa resterà di Ligabue?

Schermata 2017-02-07 alle 13.46.07Luciano Ligabue ha dovuto rinviare le cinque date previste a Roma. Ha un edema alle corde vocali. Gli auguriamo di rimettersi presto. Il 57enne cantante di Correggio sta comunque vivendo un bel periodo. Con gli amici ha pure ricostruito il vecchio bar della compagnia in una villa, dove trascorre i venerdì sera in campagna. E proprio il venerdì compare nel titolo del terzo singolo tratto dall’ultimo disco Made in Italy(l’undicesimo in studio): E’ venerdì, non mi rompete i coglioni. Nelle intenzioni, e forse nei fatti, Made in Italy è «una dichiarazione d’amore frustrata verso questo Paese raccontata attraverso la storia di un personaggio». Il personaggio si chiama Riko. Il disco è di fatto un concept album, come si usava soprattutto a cavallo tra Sessanta e Settanta. Per fortuna dei fan, ma anche di Ligabue, Made in Italy è molto meno brutto del primo singolo G come giungla, tra le cose meno ispirate di una carriera ormai trentennale. La canzone rientra nella galassia delle “quasi invettive” care (purtroppo) all’artista, un uomo che forse per esistenzialismo (?) e forse per calcolo dice spesso tutto e niente: anche nelle presunte “invettive”, terrorizzato verosimilmente di perdere fan mettendosi troppo in gioco. Sarà anche per questo che, quando ha insensatamente cercato di reinterpretare la totemica Qualcuno era comunista, è inciampato nella cover più terrificante degli ultimi 117 anni. Del resto, da un punto di vista di coraggio e iconoclastia (per non parlare poi del talento), Ligabue sta a Giorgio Gaber come Bianca Atzei a Janis Joplin. Ligabue ha significato molto per i quarantenni di oggi e significa tanto anche per i più giovani. Il suo successo dura da decenni, segno che ha saputo parlare a più generazioni: onore a lui. La critica lo accosta da sempre a Vasco Rossi, che una volta lo definì “una goccia di talento in un mare di presunzione”. Lui, ogni volta, ripete che giocano due sport diversi. Ha ragione. L’accostamento che preferisce è quello con Lucio Battisti, solo che i punti di contatto risiedono unicamente nella capacità di entrambi di incidere nell’immaginario collettivo. Per il resto, Battisti era un genio e Liga un mediano. Battisti inventava musica, creava nuovi mondi, generava canzoni oltremodo longeve. Già: la longevità. Lucio, Vasco, Liga. Se riascoltiamo oggi Innocenti evasioni, ci emozioniamo ancora. Se riascoltiamo oggi Ridere di te, ci emozioniamo ancora. Quanto di tutto questo accade con Ligabue? La sua produzione è andata artisticamente calando (crollando?) da Buon compleanno Elvis in poi, e parliamo ormai del 1995. Pure i primi dischi, riascoltati oggi, suonano però più vecchi che vintage. Paradossalmente uno di quelli che sta meglio è Sopravvissuti e sopravviventi, clamorosamente sottovalutato nel 1993. Parafrasando Raf: cosa resterà di questo Ligabue? Domanda lecita, che però non va fatta in presenza del diretto interessato, più permaloso di una mina (questa è di Daniele Luttazzi) e aduso a concedere interviste solo a chi lo ritiene l’erede di Mick Jagger. Cosa resterà, musicalmente, di Ligabue? Gli artisti (veri) possono invecchiare, ma la loro arte no. Chissà: magari, del Liga, resterà più che altro Radiofreccia. Il suo primo, splendido film. Ed è certo curioso che di un celebratissimo cantante torni anzitutto alla memoria un film. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio, rubrica Identikit)

Non ci conosciamo, eppure giudichiamo e addirittura tifiamo (a proposito dell’omicidio di Vasto)

Schermata 2017-02-05 alle 19.30.23L’omicidio di Vasto mi ha colpito molto, come immagino molti di voi. Tutti ne stanno parlando da giorni: tivù, giornali, social. E molti stanno dando il peggio: anzitutto i social, che sono ormai quasi sempre una cloaca a cielo aperto. Persino di fronte alla morte si ragiona per tifo: da una parte quelli che “ha fatto bene ad ammazzarlo” e dall’altra i luogocomunisti buonisti, che hanno sempre una parola buona per tutto (soprattutto se la vita è quella degli altri e non la loro). Ho letto belle riflessioni. Per esempio Matteo Grandi. Selvaggia Lucarelli, stamani sul Fatto, sottolinea come negli omicidi stradali è naturale immedesimarsi in Fabio, che ha perso la moglie investita mentre passava col verde (e l’auto col rosso). Mentre non ci viene naturale immedesimarsi con Italo, l’investitore, che spesso (non sempre) esce distrutto dalla vicenda. Dico “spesso”, e “non sempre”, perché mi è capitato di conoscere famiglie che hanno vissuto il dramma di Fabio, e ciò che li devastava non era “solo” la morte, e nemmeno la sua assurdità, ma l’indifferenza che pareva trapelare dall’omicida. E’ possibile perdonare chi ha ammazzato una persona a noi cara? Mi è venuto sempre in mente Fabio Salvatore. Attore e scrittore, è un caro amico. Dieci anni fa, nel 2007, suo padre è stato investito e ucciso da tre ragazzi ubriachi. Lui e sua madre hanno perdonato. Non so come abbiano fatto. Nel frattempo lo Stato ha fatto qualcosa per punire l’omicidio colposo, ma dieci anni dopo sono ancora in attesa di giustizia. Giusto ieri, Fabio scriveva: “Il dolore ti mangia il cuore e l’anima. Ti annienta. Ti toglie ogni cosa. (..) Lui ha scelto di ammazzare chi ha ammazzato. Nessuno può giudicare. Nessuno può additare. Ma tutti possiamo impegnarci a cambiare questo stato che non da giustizia. Io sono al punto di partenza. Come nove anni fa. Mio padre è ancora un numero di procedura penale. Il 28 febbraio ci sarà l’ennesima udienza dopo tre anni di silenzio ! Molti scelgono di farsi giustizia, io ho solo chiesto giustizia. Nessuno osi giudicare chi vive il dolore !!! Mio padre è stato ammazzato sulla strada. Il suo corpo si è perso nel sangue. Oggi si chiamano omicidi stradali. Ma nulla cambia. Perché in questo stato non c’è pena. Non c’è giustizia. Non c’è certezza della pena”. Oggi, a Domenica In, a parlare di omicidio stradale in rappresentanza dello Stato c’erano Gasparri e Picierno. Non è una battuta: c’erano proprio loro. Roba da vergognarsi in eterno. Fabio, che dopo l’omicidio ha lasciato la pistola davanti alla lapide della moglie Roberta come a dire “Adesso è finito tutto”, dice che Italo non ha mai chiesto scuso. Che se n’è fregato. Che lo ha addirittura provocato e sfidato. La famiglia di Italo afferma il contrario: era distrutto, non riusciva a più a vivere e tutti lo avevano abbandonato. Italo aveva 21 anni, era incensurato e faceva 62 km/h in una strada con limite a 50. Non era ubriaco. Forse stava guardando whatsapp, come facciamo a vent’anni e purtroppo non solo a vent’anni. Quante volte lo abbiamo fatto anche noi, e abbiamo avuto solo il culo di non investire nessuno mentre smanettavamo come deficienti sullo smartphone? Lo Stato non poteva punirlo più di così, perché la legislatura è questa. In tutto questo, ed è ciò che mi atterrisce, mi chiedo: io, al posto di Fabio, cosa avrei fatto? E voi cosa avreste fatto? Noi, che giudichiamo sui social dall’alto del pulpito di questo cazzo: noi, se fossimo stati coinvolti direttamente, come avremmo reagito? Se non avessimo avuto l’aiuto e il supporto necessari a elaborare un lutto probabilmente mai elaborabile, e se fossimo stati calati in una comunità che “chiedeva giustizia?, cosa avremmo fatto? La verità, almeno per me, è che non ho risposte. Sono obiettore di coscienza, pacifista e non ho mai preso in mano un’arma. Eppure non so, non lo so per niente, come reagirei se una persona mi togliesse un affetto caro. Non lo so. Farei bella figura, qui, a dire che “avrei perdonato”, ma non lo so se ci sarei riuscito. Non lo so per niente. Una parte di me, pur sapendo che ha sbagliato e pur avendo ben chiaro i pericoli del “branco” assetato di sangue, capisce il comportamento di Fabio. Sì: non lo condivide, ma lo capisce. Ci sono momenti, nella vita, in cui sai benissimo che non devi fare una cosa, perché sai che è sbagliata, eppure ti sembra l’unica soluzione.Basta una parola sbagliata, uno sguardo equivoco e poi è già troppo tardi. La vendetta è uno dei sentimenti più drammaticamente umani che esistano. Ed ecco cosa mi fa male: che tutti noi giudichiamo o peggio tifiamo, dimenticando che l’unica certezza è che – in quel maledetto incidente – sono morti non in uno ma in tre. Ecco cosa mi spaventa: che non ci conosciamo mai abbastanza, eppure pretendiamo addirittura di giudicare gli altri.

Renzi, Grillo, Salvini, D’Alema eccetera: chi è più in forma? (Se la politica fosse Formula 1)

idoloSe si votasse domani, e l’ipotesi sembra sempre meno concreta, chi si presenterebbe più in forma? Immaginate la politica italiana come se fosse una gara di Formula 1. Ci sono le qualifiche, poi le prove e quindi la gara. Ognuno insegue il tempo migliore. Chi lo trova e chi no. Soprattutto no. Ecco i “tempi” dei piloti principali.
Prima fila
Renzi
. E’ al minimo storico, e tenendo conto che non è mai stato Adenauer siamo a livelli rasoterra. Anzi meno. A Rimini si è presentato bollito, rancoroso e sempre più intriso di quelle battutine stantie da Panariello grullo. Ai suoi dice che “ormai è un tiro al piccione e il piccione sono io”, piagnucolando livido come il bimbo bizzoso che è. Ormai lo zimbella chiunque, persino il primo Francesco Boccia che passa. Vive un golgota lento e parrebbe indicibile. Ciò, tocca ammetterlo, dona gioia. Dalle Europee 2014 non ne indovina mezza. Se non è ancora morto politicamente dopo il treno in faccia del 4 dicembre (Festa Nazionale della Torcida Inesausta), è solo perché gode ancora del voto degli “abitudinari”. Quelli alla Zucconi, secondo cui “voto Renzi perché voto PCI dal ‘64” (sì, buonanotte Zucconi). Attenzione però a darlo per finito: guida (ancora) il partito più potente e in Italia tutto è possibile. Anzitutto l’Apocalisse. (Se Renzi fosse un pilota di Formula 1 sarebbe Jean Alesi. Che parlava tanto. Ma tanto. E poi non vinceva mai)
Schermata 2017-02-03 alle 11.52.40Grillo. Chi lo capisce è bravo. Se la ride pensando a chi, sin dal primo VDay del 2007, lo riteneva “un fenomeno passeggero come l’Uomo Qualunque” (come no). Il M5S, sotto il 30%, non va. E’ in salute e l’Itatroiaium – quel che resta dell’obbrobrioso Italicum – gli regala il ruolo di opposizione forte: il 40% da solo è quasi impossibile, ma il proporzionale garantisce una presenza massiccia senza troppe responsabilità. Il massimo. Al tempo stesso, il lento calvario della Raggi di sicuro non rafforza il M5S. Grillo mantiene poi posizioni equivoche su Trump, alimentando gli umori belluini di quella parte di elettorato destrorso che conosce la politica (e la democrazia) come Di Maio la storia del Cile (e del Venezuela). I 5 Stelle sono così: ci trovi gente splendida, tipo Morra o Appendino, ma ci becchi pure i Sibilia e le Lombardi. Tutto e niente. (Se Grillo fosse una Formula 1, prima farebbe la pole position e poi manderebbe affanculo il cronometro)
Seconda fila
Salvini. Delira a raffica e sa di delirare. Ieri ha persino difeso i nativi d’America indossando la t-shirt di Trump, che è come andare all’asilo con la maglia di Erode. Si adatta al contesto: se parla con Cruciani vomita slogan idioti, se va dalla Gruber si improvvisa statista (moon boot a parte). Sa usare la tivù, conosce la piazza e – al netto dei limiti strutturali – ha il merito di avere cavalcato sin dall’inizio battaglie meritorie: le pensioni, le banche, gli esodati. Tutte battaglie un tempo di sinistra, se solo la sinistra in Italia non coincidesse con Renzi. Cioè col centrodestra. (Se Salvini fosse una Formula 1 arriverebbe sempre dietro a Hamilton. E darebbe la colpa al colore della pelle).
Meloni. Una delle più preparate nel centrodestra. Irricevibile quando parla di famiglia e “tradizione”, neanche ambisse al ruolo tremebondo di Adinolfi magra, è assai più efficace su economia e lavoro. Di meglio, a destra, non pare esserci. Anche lei, come l’amico e sodale Salvini, è camaleontica: da Del Debbio parla alla pancia, mentre a Otto e metro fa l’anti-establishment pensosa. (Se Meloni fosse una Formula 1, metterebbe come minimo l’olio di ricino nel serbatoio di Alfano)
Terza fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.53.34D’Alema. Ci voleva Renzi per fargli dire qualcosa di sinistra (per quegli strani scherzi del fato, nel frattempo è Nanni Moretti ad aver smesso di dire qualcosa di sinistra. Vedi tu che sfiga). Il clima referendario gli ha ridato una forma Slam che neanche Federer a Melbourne. Sempre adorabilmente saccente e borioso, è delizioso quando infierisce – con sadismo indomito – su niente. Cioè sul renzismo. Vecchio satanasso di un Conte Max. (Se D’Alema fosse una Formula 1, non sarebbe mai una Ferrari. Troppo rossa. Troppo volgare)
Berlusconi. Se ne sta zitto. Lascia litigare gli altri. E si prepara come sempre a passare all’incasso, con un proporzionale che lo può rendere il vecchio ago della bilancia: bentornata Prima Repubblica, anche se ti ricordavamo meno brutta di così. (Se Silvio fosse una Formula 1, sarebbe una safety car che entra nel circuito a casaccio. Dettando regole tutte sue)
Quarta fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.54.15Emiliano/Rossi/Bersani eccetera
. Appunto: siete in troppi. Impeccabili – nonché godibilissimi – quando spargono sale sulle ferite renziane, non si è ancora capito cosa vogliano fare. Il Congresso? L’Internazionale? L’Ulivo 2 La Vendetta? O forse il Nuovo Sol dell’Avvenire? Boh.  Spiegatecelo, ragazzi: non tutti hanno i superneuroni della Picierno. (Se fossero una Formula 1, sbaglierebbero partenza)
Civati/Fassina. Hanno avuto il coraggio di uscire. E si sono pure sbattuti molto (soprattutto il primo) per il “no”. Bravi. Hanno però il demerito, e il masochismo, di consegnarsi ogni volta all’irrilevanza politica. (Se fossero una Formula 1, la tivù non li inquadrerebbe mai)
Ultima fila (ma proprio ultima, eh)
Alfano
. Non esiste: Alfano non esiste. Mettetevelo in testa: Alfano non esiste. E’ solo una categoria hegeliana dello spirito. (Se Alfano fosse una Formula 1, uscirebbe di pista durante il warm up. E non se ne accorgerebbe nessuno. Neanche lui)

Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017

Elogio di George Harrison, genio autentico

Schermata 2017-02-03 alle 11.48.27Stretto nella morsa tra John Lennon e Paul McCartney, quel gran genio anomalo e spesso accecante di George Harrison non è forse conosciuto appieno. Non come dovrebbe, almeno. Una buona e anzi ottima maniera di innamorarsi di lui è l’uscita – il 24 febbraio – di The Vinyl Collection. Il cofanetto includerà tutti i 12 album in studio con le grafiche originali, oltre a Live In Japan e a 2 picture disc 12’’ di ‘When We Was Fab’ e ‘Got My Mind Set On You’. Tutti gli album sono stampati in vinile 180gr e racchiusi in un box rigido con copertina lenticolare in edizione limitata. Sia le rimasterizzazioni che il taglio dei vinili sono stati realizzati nei Capital Studios. Per l’occasione verrà ristampata anche la biografia I Me Mine. Uscì una prima volta nel 1980, frutto della conversazione di Harrison con Derek Taylor, amico e addetto stampa dei Beatles. La nuova versione del libro è estesa, raccontando l’intera carriera di Harrison anche attraverso le note a 141 canzoni. I testi scritti a mano sono riprodotti a colori e nelle 632 pagine compaiono non poche foto inedite. Il progetto è stato fortemente voluto dalla famiglia Harrison e c’è pure, per chi vuole, un giradischi griffato Harrison in soli 2500 esemplari. Per quanto con Spotify sia diventato tutto relativo, anzitutto l’acquisto di dischi (e cofanetti), The Vinyl Collection è un gioiello vero. Compiti per casa: guardate, e se lo avete già fatto rifatelo, il film che Martin Scorsese ha dedicato a George Harrison. Si intitola Living in a material world ed è uno dei documentari più belli che siano mai stati concepiti. Emerge nitidamente la figura problematica di un uomo costantemente sfibrato tra l’anelito alla pace (all’ascetismo, al misticismo, alla trascendenza) e la concretezza brutale del “mondo militare” (i soldi, il successo, i tradimenti, gli scazzi coi Beatles e non solo coi Beatles). Harrison è morto troppo presto, ma ha vissuto mille vite. Genio garbato della chitarra. Musicista sopraffino, songwriter sottovalutato. Antesignano dei concerti per beneficenza, produttore di film (anche i “sacrileghi” Monty Python). Appassionato di Formula 1. E molto altro. Smise di fare concerti dopo un tour sfortunato nei Settanta (laringite cronaca e dipendenze varie). Poi ci ripensò e si imbarcò nella tournée in Giappone, da cui nacque il doppio live portentoso del 1992. Lo convinse Eric Clapton, amico e fratello, che si innamorò della moglie dell’amico fino a conquistarla: la Pattie Boyd che ha ispirato Something, LaylaWonderful Tonight. La carriera solista di Harrison comincia con un prodigio triplo: All Things Must Pass, pieno di tutte quelle cose sommamente mirabili che Lennon e McCartney non gli permettevano di pubblicare. Un disco di una bellezza fuori scala, che strazia e ammalia, con una delle canzoni più intense di tutti i tempi (Isn’t it a pity). Harrison non avrebbe più raggiunto quella vetta, che era e resta il miglior album solista di un ex Beatle, ma avrebbe comunque ritrovato più volte il guizzo (Cloud Nine, i Traveling Wilburys). Senza farla troppo lunga, George Harrison è stato uno dei più grandi, affascinanti e atipici geni del ventesimo secolo. Una meraviglia. (Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017)

I migliori di noi (un’autopresentazione)

gioiaIl settimanale Gioia mi ha chiesto di presentare il mio libro “I migliori di noi”, che grazie a voi sta continuando a fiammeggiare e che presenterò qua e là fino a settembre (tutte le date qui). L’ho fatto con queste parole, che mi piace pubblicare anche qui.

“Una delle cose che più mi affascina, da sempre, è l’amicizia. Non solo l’amicizia in sé: anche la sua narrazione. Pensate a True Detective: cos’è, quella serie, se non una maniera straordinaria di raccontare un’amicizia? Ripenso anche a Bruce Springsteen e a una sua vecchia canzone tratta da Nebraska, Highway Patrolman, che ha ispirato il primo film da regista di Sean Penn. Non l’ho capito subito, ma mi sono presto reso conto che alla base del mio nuovo libro ci fosse la voglia di raccontare un’amicizia decennale, parzialmente inspiegabile come spesso sono le amicizie, tra due persone assai diverse. Cos’è che, negli anni, ci tiene legati a persone che spesso non sopportiamo, e i cui comportamenti reputiamo talora inaccettabili, ma che ciò nonostante – o forse proprio per questo – reputiamo irrinunciabili? Pensate alla vostra migliore amica, al vostro migliore amico. Una persona per voi fondamentale. Di colpo quella persona – quel punto cardinale – scompare. Vi lascia soli. Così, di punto in bianco. Per poi riapparire, venticinque anni dopo, quando nel frattempo non fai più l’università, ma ti sei sposato. Hai avuto un figlio. Sei invecchiato. E certo cambiato, non saprei dirvi se in meglio o in peggio. Come reagiremmo? E come reagireste, se questo nuovo incontro arrivasse nel momento più difficile della vostra vita, proprio quando state aspettando l’esito di un esame decisivo? E’ questa la scintilla da cui sono partito: due anime perse, forse salve e certo diversissime, che si ritrovano. Cercano di riprendersi le misure. E scoprono che un’amicizia vera non muore mai. “I migliori di noi” è nato così. Un elogio dell’amicizia, tra bicchieri di vino, ironia (tanta), disillusione (un po’), vino e buona musica. Tutto questo, però, non sarebbe bastato. Serviva altro. Anzitutto due cani. Sarà che li amo, e sarà che i miei libri del cuore contemplano sempre almeno un cane (pensate a Saramago, per esempio). Non conosco il motivo, ma non riesco davvero a concepire un libro senza cani. Che volete farci, sono fatto così. I cani sono fumetti perfetti: i migliori attori non protagonisti del mondo. Sono decisivi senza chiedertelo, fanno sorridere e sono così naturalmente incredibili da apparire credibili in ogni cosa che fanno. Così, in questa storia blues di amore e amicizia, con uomini fragili e donne prodigiose, ci sono due cani. Uno molto saggio e uno molto bischero. Un po’ come i loro padroni, forse. L’altra componente era il contesto. Quando scrivi un romanzo può capitare di scervellarti per anni cercando il luogo giusto, salvo poi trovarlo nella realtà che vivi tutti i giorni. Izzo non poteva avere che Marsiglia, Vazquez Montalban non poteva avere che Barcellona. Ognuno ha la sua Macondo. La mia, nel mio infinito piccolo, è Arezzo. Una città in sé letteraria, anche se spesso se ne dimentica, con quel centro storico che pare disegnato da un pittore tanto talentuoso quanto sbadato. Così sbadato da non accorgersi neanche di quanto sia bravo. Buona lettura.”

(Gioia, 12 gennaio 2017)