Archivio di dicembre 2016

La domanda resta: ma Panariello è bravo?

schermata-2016-12-30-alle-10-09-52Due sere fa RaiUno ha trasmesso Panariello sotto l’albero rewind. Era il best of dello spettacolo proposto il 22 e 23 dicembre 2015 in prima serata, ancora su RaiUno. Modigliani Forum di Livorno. Involontariamente Wikipedia non ne dà una descrizione, ma una (perfida) recensione: “Classico varietà vecchio stampo con gag, personaggi, monologhi, canzoni, ospiti e balletti”. Gli ascolti, ottimi nel 2015 (share del 26.29%), sono stati buoni anche per la replica/antologia di questo Natale: 17.88% e 3 milioni e 727mila spettatori. Tanti. Come tanti erano gli ospiti: Maria De Filippi e Oriella Dorella, Massimiliano Allegri e Matt Dillon, Emma e Alessandra Amoroso, Volo e Negramaro. Eccetera. In quell’eccetera ci sono due amici con cui Panariello ha cominciato, Carlo Conti e Leonardo Pieraccioni. Nato a Firenze nel 1960, Panariello ha fatto la gavetta vera e alcune sue maschere sono entrate nell’immaginario collettivo: su tutte la sua versione, più vera del vero, di Renato Zero. Proprio vedendolo imitare Zero a Vibo Valentia nel 1986, Conti lo volle in quel Succo d’arancia dove debuttò anche Pieraccioni. Da ciò nacquero prima Vernice fresca e Aria fresca. Teleregione Toscana, Canale 10, Videomusic, Telemontecarlo e Rai. Panariello, di quella squadra, è stato uno dei più fortunati. Era davvero una bella fucina di talenti toscani: Ceccherini e Paci, Andrea Cambi (forse il più bravo e certo il più tormentato e sfortunato, morto nel 2009), Niki Giustini, Cristiano Militello, Graziano Salvadori. Oltre ovviamente a Conti, Pieraccioni e Panariello. Onnipresente da quasi trent’anni, Panariello è attore, regista, comico e showman. Tutto questo non ci aiuta però a rispondere alla domanda delle domande: sì, d’accordo, ma Panariello è bravo? E soprattutto fa (davvero) ridere qualcuno? Evidentemente sì, a giudicare dalla carriera quasi sempre di successo e dai numeri che ottiene a teatro e in tivù. Lui stesso si è più volte lamentato – con garbo, perché è una persona educata e corretta – di non godere dei favori della critica. Non ha torto: quando presentò Sanremo lo massacrarono, ma su quel palco si è visto tanto (ma tanto) di peggio. Resta però quella domanda: Panariello è bravo o no? Negli spot che fa – e ne fa tanti – è bravissimo a trarre il peggio da se stesso. La battuta “Siamo elfi? Facciamoci un selfie”, meriterebbe da sola dodici ergastoli. Molti suoi monologhi sono così prevedibili che li anticipi dodici ore prima. Alcune macchiette sembrano poi voler dar ragione a tutti i costi allo Stanis La Rochelle di Boris, quando sosteneva (ironicamente?) che il problema in Italia erano i troppi toscani famosi. Panariello si rifà ai varietà del passato, è conscio di non inventare niente e insegue dichiaratamente il nazionalpopolare. Forse però lo insegue troppo. La sua cifra è spesso una “simpatica banalità”: lo fa perché il suo talento non gli consente altro o perché, così facendo, vive meglio? Ai posteri, e ai Carlo Conti, l’ardua sentenza. (Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2016, rubrica Identikit)

 

Ignobel: il peggio (sportivo) del 2016

schermata-2016-12-28-alle-11-19-09Tuffi sbagliati, rincorse assurde, cucchiai presunti e motori praticamente spenti. Ecco una miscellanea del 2016 sportivo. Al suo peggio.
Pellè. Convinto di avere nel cognome soltanto una “l” e non due, agli Europei in Francia tradisce una natura da tronista tronfio – altro che “attaccante operaio” – e fa lo sborone con Neuer. Che è un po’ come se Alessandro Siani dicesse “suca” a Matthew McCounaughey. Ovviamente poi il rigore lo sbaglia, partorendo un obbrobrio inverecondo. Dopo le critiche, vola in Cina pagato clamorosamente a peso d’oro. Il nuovo ct Ventura lo convoca ancora. Il satanasso Pellè, però, si picca oltremodo quando osano sostituirlo. E a quel punto lo sfanculano più o meno tutti. L’auspicio di molti è che, grazie a Belotti e non solo lui, Pellé cominci finalmente a vedere la Nazionale solo in tivù. 1+
Zaza. La sua nomination può stupire, perché Zaza ha pur sempre segnato (con deviazione) il gol decisivo contro il Napoli nella sfida per lo scudetto 2015/16. E quindi, nella lista degli Ignobel, non dovrebbe starci. Rischia però di essere per sempre associato a Pellè “grazie” alla rincorsa surreale con cui si è approcciato al rigore contro la Germania ad Euro 2016. Più che una preparazione al tiro, il suo è sembrato un astruso rito apotropaico a metà strada tra la corsa sul posto, il ballo di San Vito e un omaggio alla mossa pelvica di Gianluca Vacchi. Dopo tale impresa, Zaza è fuggito in Premier League. Per poco, però: al West Ham sono bastati quattro mesi per capire che è il caso di restituirlo alla svelta alla Juve. 5-
schermata-2016-12-28-alle-11-19-49Ferrari
. Hamilton e Rosberg hanno ballato da soli, e quando non lo erano si sono intravisti giusto un Ricciardo e – più ancora – il genialoide folle Verstappen. E le Ferrari? Tristi solitarie y final. Quasi sempre nelle retrovie: anonime come un singolo di Biagio Antonacci. Il simpatico Marchionne ha ammesso l’ennesima stagione deludente, promettendo che tutto cambierà. Per la cronaca, lo aveva detto anche un anno fa. 4 (alla Ferrari; 3 a Marchionne; 2 ai pullover di Marchionne).
Montolivo. Spiace infierire su un giocatore che si infortuna sempre non appena pare tornare in forma, ma vale per lui la perfida definizione coniata da Corrado Orrico: “una giovane promessa”. Un’eterna giovane promessa. Peccato che il tempo passi e Riccardo non sbocci mai del tutto. Sempre a metà del guado, né pippa né campione, per nulla amato dai tifosi della squadra di cui (chissà perché) è capitano. Ovvero il Milan. Che – vedi tu il destino – è sbocciato in contemporanea alla sua rottura, trovandosi in casa un pari ruolo (Locatelli) più giovane e per ora più decisivo. Poco fortunato, Montolivo, ma pure troppo incompiuto. Buona fortuna. 5
Pogba. Per carità: è forte. Ma forse non così forte come dicevano. Deludente agli Europei, al momento i soldi con cui il Manchester United lo ha strapagato non sembrano essere stati spesi benissimo. E la Juve se la ride, perché l’operazione di mercato resta un capolavoro. 5+
Mourinho. Sono lontani i tempi del triplete e delle vittorie ovunque e comunque. Il presente è la tristezza di Manchester, città diversamente bellissima, e un campionato poco più che anonimo – nonostante una rosa faraonica – e staccatissimo dal Chelsea di Conte. Non si può essere Special One per sempre. 4+
Castrogiovanni. Pilone della nazionale di rugby, il tassellone Martin dice al suo club (il Racing92) che ha bisogno di un permesso di tre giorni perché deve andare a trovare un parente malato. Glielo danno e lui salta per questo la semifinale di Champions Cup a Nottingham. In realtà Castrogiovanni non vuole perdersi il party organizzato a Las Vegas per festeggiare la vittoria del Paris Saint Germain nella Coppa di Lega francese. Ci sono anche Ibrahimovic e Verratti. Bello. Solo che lo scoprono come una Moretti qualsiasi e la sua foto, allegramente imbenzinato e a torso nudo, fa il giro del mondo. Licenziato in tronco. Vamos. 3
schermata-2016-12-28-alle-11-20-15
Mancini. Calciatore assai estroso, come allenatore ha vinto senza mai convincere appieno. L’Inter lo richiama per ricominciare a spezzare le reni al mondo. Lui si ritrova addirittura primo, sebbene il gioco sciorinato dalla sua squadra sia saturo di una bruttezza accecante. Il girone di ritorno è un’agonia. D’estate resta all’Inter ma si lamenta un giorno sì e l’altro pure, fino a quando lo allontanano (c’mon De Boer) un attimo prima che la stagione cominci. Più che un tecnico, l’ultimo Mancini è parso l’uomo che sussurrava all’anticalcio. 4.5
Zacharov. Le Olimpiadi possono essere straordinarie o straordinariamente crudeli. Prendete Il’ja Zacharov. Arriva a Rio ed è il campione in carica. Gara maschile di tuffi del trampolino 3 metri. Semifinali. Per lui una formalità o giù di lì. E invece il povero Zacharov sbaglia tutto. I giudici gli danno 0 netto, niente finale e niente possibilità di difendere il titolo ottenuto nel 2012 a Londra. Quattro anni di allenamenti buttati nel cesso – anzi, nella vasca – per un erroraccio che non commetterebbe mai più. La vita è proprio carogna. 0 (al tuffo)
Ranocchia. Okay, questa era troppo facile. Scusate. Passiamo al punto successivo.
Zamparini. Pare che nel 2016 abbia avuto otto allenatori diversi, ma nessuno è in grado di tenere il conto esatto. Di sicuro Zamparini, che forse il meglio lo dà come opinionista populista da Formigli, pare ispirarsi al mitico Borlotti, il presidente della Longobarda che voleva andare a tutti i costi in serie B. E stavolta potrebbe riuscirci, nonostante come talent scout (Nestorovski) il suo Palermo resti oggettivamente strepitoso. 4
schermata-2016-12-28-alle-11-22-04
(I capelli di) Messi. Campione col Barcellona e genio inespresso con l’Argentina, ha sbagliato un rigore decisivo nella finale di Copa America. E Maradona lo ha crivellato, una volta di più.  Si è anche ritirato dalla nazionale, anche se era pure quella una sua finta. La vera colpa di Messi è però un’altra: a luglio è diventato biondo. Nel corso di un’intervista all’imprescindibile programma argentino Polemica en el Bar, ha spiegato così il gesto: “Volevo ripartire da zero”. Ecco: se per ripartire da zero hai bisogno di farti i capelli alla Malgioglio, allora qualche problema ce l’hai. 1-
(Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2016. Grazie a Matteo Corfiati e Duccio Fumero)

Claudio Amendola, c’era bisogno di quello spot?

schermata-2016-12-20-alle-13-31-04Prima di ogni partita importante, ma in generale prima di ogni partita, arriva lui. Non è un calciatore, ma un attore. Bravo attore, e pure bravo regista. Interpreta uno spot in cui parla da un maxischermo futuristico, tipo Strange Daysdella Bigelow, e dice cose roboanti. Tipo: “Posso girare il mondo (pausa) in un solo pomeriggio”. Ancora pausa. “Vedo ogni cartellino (pausa) ogni singolo gol”. Lo spot prosegue, accompagnato da paesaggi mozzafiato e da una colonna sonora vagamente ansiogena: “Nel momento esatto in cui accade, io vedo tutto”. Wow. Gran finale: “Io sono membro del più grande gruppo di scommesse sportive online al mondo” (e se ne vanta pure). “Io sono membro…”. E qui lui dice il nome del gruppo di scommesse. Lui è Claudio Amendola, figlio del grande Ferruccio e famoso da quando aveva 18 anni. Ha interpretato bei film, il suo esordio da regista era un gioiellino (La mossa del pinguino) e quando andò a presentarlo a Le invasioni barbariche da Daria Bignardi fu bravissimo. Legato da più di vent’anni a Francesca Neri, la cui esistenza dimostra anche agli agnostici che Dio non necessariamente ci odia (anche se dovrebbe), Amendola non è avaro di apparizioni televisive: I Cesaroni, opinionista al Grande Fratello e pure intervistatore di Miss Italia propense alle gaffe. A chi lo critica di far tutto per soldi, l’artista risponde giustamente nell’unico modo possibile: è vero, ed è così per quasi tutti. A Vanity Fair, nell’ottobre 2015, disse: «Io faccio quasi tutto per soldi. E sarebbe sbagliato non farlo. Perché se non li danno a me, i soldi li danno a un altro, mica vanno in beneficenza. Guadagno tanto, da tanti anni, e sono abituato a guadagnare tanto. Non mi vergogno di parlarne schermata-2016-12-20-alle-13-30-45perché pago tutte le tasse che devo pagare». Quanto ha ragione: questo “dovere”, ipocrita e falsissimo, di esser poveri per essere credibili è una delle tante menate di moda ieri a sinistra e oggi nei social. Tutti froci col culo degli altri, direbbe un epigono qualsiasi del Monnezza; magari suo figlio, interpretato anni fa proprio da Claudio Amendola. Fare spot non è certo un reato, come non lo è disquisire di reality. Ci sarebbe solo un piccolo aspetto, odiosamente moralista e forse ormai anacronistico: è “giusto” che un attore – più o meno impegnato, ma comunque amato e quindi seguito da migliaia di persone che si fidano di lui – esorti allegramente a scommettere, per quanto nel rispetto delle regole vigenti? Sarà che molti di noi hanno conosciuto persone rovinate dalle scommesse, e magari per questo le ritiene una dipendenza pericolosissima, nonché qualcosa di spesso legato – non in questo caso, per carità – ad ambienti assai poco raccomandabili. Sarà per questo, e sarà perché quando Amendola vuole è uno dei pochi artisti ad avere il coraggio delle proprie idee e delle proprio azioni, ma vederlo nella veste dello scommettitore compiaciuto, che pare cercar proseliti con aria da guru ieratico, un po’ di rabbia la mette. Rabbia, sì. E pure un po’ di malinconia. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 20 dicembre 2016)

Lode a Mark Knopfler, Il Genio Atarassico

schermata-2016-12-18-alle-10-53-49Di Mark Knopfler, entità ultraterrena che da decenni signoreggia e soverchia, mi ha sempre affascinato quella sua tranquillità da impiegato del catasto a cui è caduto addosso un talento smisurato. Egli è il Genio Atarassico, che tutto sa e tutto può. Ha sempre la faccia, e la prossemica, di uno che passa di lì per caso e non sa di essere quello che è. Tutta la sua carriera poggia su una dialettica costante tra il minimalismo dei gesti, e dei fronzoli, e l’enormità del genio. E’ uno degli artisti che amo di più, lo ascolto di continuo e tutto in lui è grazia. Grazia pura. Tra le canzoni della vita, almeno per me, ci sarà sempre Telegraph Road. La sua versione perfetta è contenuta nel (pazzesco) live Alchemy, tratto dal tour del 1983. Mark e i Dire Straits erano palesemente benedetti dagli dèi: dèi buoni, e anche questo è vieppiù strano. In Telegraph Road, Mark mette le palle sul tavolo, sciorinando un testo pazzesco e una partitura musicale accecante, ma lo fa pur sempre con grazia: con quell’aria da “va be’, non facciamola tanto lunga e suoniamo”. Ascoltate il finale di quel brano: tu sei lì che hai voglia di invadere la Polonia e hai un’energia addosso che ne basterebbe la metà. E lui? Lui niente: suona con tranquillità benedetta, sorridendo serafico come se fosse al bar e guardandosi attorno stupito dal gran casino attorno a lui. Ascoltate, guardate e godete: gli ultimi 5 minuti di Telegraph Road in Alchemy sono la prova che Dio esiste. E non sempre ci odia.
 
(Non c’entra niente, ma Knopfler secondo me è Travaglio con la fascia antisudore. Del resto si chiamano entrambi Marco)

“Con il no, l’Italia ha voluto alzare la testa”

schermata-2016-12-13-alle-18-15-29Il balletto postato in Facebook in cui Andrea Scanzi festeggia la vittoria del no è diventato virale. La stessa performance ci sarà in Il sogno di un’Italia. 1984/2004 vent’anni senza andare mai a tempo, che martedì 13 e mercoledì 14 dicembre aprirà la stagione di prosa del Ponchielli?
“Non mi sarei mai aspettato tanto clamore. Comunque c’è un momento in cui sono sullo sfondo e ballo, mentre Giulio Casale canta Viva l’Italia”.
Nessun aggiornamento rispetto al recente esito del referendum?
“Io e Giulio abbiamo definito con precisione il periodo di tempo che prendiamo in esame per evitare sconfinamenti nella cronaca. Ma sul finale, quando riprendo la citazione di Mario Monicelli sulla speranza come trappola, la vittoria del no potrebbe starci”.
In che senso?
“Il fatto di sperare in un futuro migliore, in una soluzione possibile che non dipenda da noi ha da sempre caratterizzato il nostro paese. Con il no gli italiani sembrano aver alzato la testa”.
Il suo spettacolo è dedicato alla sua generazione, la stessa del rottamatore Matteo Renzi… Una bella disfatta per i quarantenni.
“Ma Matteo Renzi non è mai stato un rottamatore, è l’esatto contrario”.
Eppure si è presentato così.
“Da toscano come lui, posso dire che Renzi è quello che si potrebbe definire un bulletto di provincia. Si è presentato come l’anti casta, il rinnovatore, e alla fine si è rivelato una sorta di Gattopardo 2.0. Si è circondato di persone vecchie, non anagraficamente, ma nel pensiero. Gli italiani l’hanno capito e hanno votato no. Eppure Matteo Renzi un primato ce l’ha”.
Quale?
“E’ riuscito in tre anni a bruciarsi tutta la simpatia che aveva suscitato. Silvio Berlusconi ci ha impiegato vent’anni”.
Eppure considera il suo 40 per cento di sì un successo personale.
“Un’altra miopia, quel 40 per cento non è unitario come crede, è frutto di più voci e diverse posizioni. Ne’ più ne’ meno come il 60 per cento del no”.
Renzi è il frutto del ventennio di cui parla in Il sogno di un’Italia?
“Renzi è l’ultimo tassello di un processo iniziato vent’anni fa e precisamente nel 1984 con la morte di Berlinguer, quando si smise di dire noi per cominciare a fare una politica con protagonista l’Io. Basti pensare a Craxi prima e poi a Berlusconi…”.
Anni dell’edonismo reganiano prima, poi tangentopoli e la nascita della seconda Repubblica…
“E la strage di Capaci, l’attentato a Paolo Borsellino. Mi ricordo che dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, Antonino Caponnetto cominciò un tour nelle scuole italiane. Venne anche ad Arezzo. Quell’incontro fu folgorante, io e i miei compagni uscimmo con la convinzione di poter cambiare il mondo e poi alla nostra prima votazione ci trovammo Berlusconi. Da qui la discesa, abbiamo assistito e sopportato di tutto, il decadimento della politica”.
Perché nessuno ha reagito?
“Il popolo italiano è l’unico a non aver mai fatto una vera rivoluzione… Mugugniamo, ci lamentiamo ma poi buttiamo giù tutto, sopportiamo l’insopportabile. Se penso al decennio 1994/2004, lasciando stare il G8 che fa storia sé, l’unico moto di protesta furono i girotondi… ma con che effetto?”
Per questo legge il no di domenica come un alzare la testa?
“Chi ha detto no sono stati anzitutto gli under 35. Il sì ha pescato fra gli over sessanta… Questo dovrebbe far pensare”.
Che cosa vuole suscitare con Il sogno di un’Italia?
“Un po’ di indignazione e una comune presa di coscienza del nostro folle sopportar tutto”.

(La Provincia di Cremona, Nicola Arrigoni)

Crudelia Morani, la rondolina tatuata

schermata-2016-12-13-alle-09-38-22Eccola, è lei: Alessia Morani, la Rondolina tatuata. Matteo Renzi l’ha scelta a fine 2013 come “responsabile giustizia all’interno dell’ufficio di segreteria del partito”. E anche solo questo basterebbe per non votare mai Renzi, neanche se fosse l’unica alternativa a Steve Dickart in arte Mefisto. La sua pagina Wikipedia è sostanzialmente vuota, e in questo forse le somiglia. Le sue gaffe sono tali dal renderla una Bondi renzina, con l’unica differenza che il poeta Sandro (ovviamente renzino pure lui) non era dotato di crine, laddove invece Alessia si propone a noi con un fiero fascio altero di capelli spaghettati. Crudelia Renzon 2.0, Alessia Morani è una Picierno più incazzosa. Ambiziosa a caso e sempre accigliata, nonché schifata dal grillismo, Crudelia Morani soffre verosimilmente la sua condizione di renzina di terza fila. Fa parte dell’arredo dei programmi mattutini, ma non la ritengono degna delle prime serate. In passato è accaduto, ma venne dialetticamente zimbellata con agio atarassico da Massimo Cacciari. E quindi addio. Poiché al Fatto siamo house organ della Lombardi (di cui la Morani è variante mora), citiamo il più sobrio Espresso: “L’avevano fatta sparire dalle tv a fine agosto, dopo l’ennesima gaffe di fronte a un gruppo di terremotati. E invece adesso, complice forse l’avvicinarsi del referendum, Alessia Morani, 40 anni, renziana di marmoreo entusiasmo, avvocatessa del montefeltrino e vicepresidente dei deputati Pd, vive una nuova primavera catodico digitale, con la solita baldanza anche di fronte a un indice di avversione sul web (da parte dell’area grillina soprattutto) giunto a livelli massimi”. Forse è stata un’idea del mitologico Jim Messina, ma per il referendum la Morani è stata scongelata. E i risultati si sono visti. Quando c’è da sbagliarne una, la Morani signoreggia. Inciampa sui terremotati, straparla di aggressioni grilline, insulta chi non ha lavoro (“evidentemente chi è a reddito zero non è che nella vita precedente abbia combinato granché”) e giganteggiasui pensionati: “Esiste uno strumento che conosciamo poco, e che è fatto apposta per gli anziani proprietari di casa che percepiscono pensioni basse e che si chiama prestito vitalizio ipotecario”. Traduzione brutale: Pensionati, siete poveri e vi attardate a morire? Ipotecate la casa e non rompete le scatole. Si vola. Dopo le gaffe, la Morani è solita metttere la toppa peggiore del buco nella sua pagina Facebook, che vanta peraltro meno fan di Tabacci. Ancora l’Espresso: “Mentre nelle sacre stanze del Pd qualcuno si metteva le mani nei capelli, Morani ha continuato imperterrita a difendere la sua uscita, anche su Facebook e gli altri social network. Somigliando in questo caso le sue argomentazioni a quelle del berlusconiano Niccolò Ghedini, del resto avvocato pure lui, che ha sempre avuto la sublime capacità di confermare, entro la quinta riga, la notizia che tentava in prima riga di smentire”. Rondolina tatuata, Ghedini 2.0 e Bondi spaghettata: son soddisfazioni, Crudelia Morani. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 13 dicembre 2016)

Chicco Testa, idolo di noi tutti

schermata-2016-12-06-alle-10-09-00La gogna indicibile di Renzi e renziani, spazzati via dal 60% di “no” alla loro obbrobriosa riforma, genera gioia su tutti noi. Non siate parchi: esultate smodatamente, ora con cortei e ora con vere e proprie torcide. Tale gioia diviene quasi parossistica se si pensa al dolore che sta devastando i pretoriani del Mister Bean di Rignano. Quando siete tristi, pensate alle sofferenze che stanno provando in queste ore Carbone, Serracchiani e Rondolino. Abbeveratevi con goduria ai loro patimenti e non abbiate pietà di loro, come loro non volevano averne nei confronti della Costituzione. Se poi Rondolino non vi basta, alzate la posta (anche perché abbassarla è impossibile) e pensate a Chicco Testa. Molti di voi non lo conosceranno: tranquilli, non vi perdete poi granché. Chicco Testa è la versione più anziana di Andrea Romano. Entrambi assai svolazzanti nella coerenza politica, condividono la tendenza a correre sempre in soccorso del vincitore. Ma condividono pure la capacità di trasformare – in un nanosecondo – quel vincente in perdente. Se Romano ha ammazzato in rapida sequenza D’Alema, Monti e ora Renzi, Chicco Testa vantava un’orgogliosa appartenenza alla sinistra ambientalista quando non radicale. Legambiente, PCI, PDS. Mica niente. Lo si vedeva, nel salotto poco buono ma divertente di Gianfranco Funari, e veniva oggettivamente da pensare: “Toh, mica è male questo qua”. Poi, come quasi tutti i leader “de sinistra”, l’ineffabile Testa si è rivelato appena deludente. Nonché vagamente contraddittorio, per esempio quando da ecologista si reinventò nuclearista fervente. Uomo pacato e mai sopra le righe, l’ex presidente dell’Enel minacciò in diretta il geologo Mario Tozzi con parole sature di misericordia e democrazia: “Ti spacco la faccia!”. Convertitosi al pensiero debolissimo del renzismo arrembante, da mesi l’indomito Testa ristagna in tivù. Soprattutto su La7. Sempre garbato e piacevole, ha definito Gianluigi Paragone “straccione” e si è fatto umiliare da Salvini come un Nardella qualsiasi. L’ameno bergamasco Testa, che si fa ancora chiamare Chicco sebbene non ne abbia più l’età, ha seguito lo spoglio del referendum su Twitter. Era convinto di vincere, ma la sconfitta l’ha comunque presa benissimo. All’apice del rispetto per gli avversari, nella notte ha infatti twittato: “Il sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna, Firenza (testuale, NdA) e il peggiore a Napoli, Bari e Cagliari. C’ e’ (testuale, NdA) altro da aggiungere?”. Di fronte alle accuse di razzismo, il sedicente tombeur de femmes Chicco Testa non ha cancellato il tweet. Ancora di razzismo venne accusato d’estate, quando affermò sobriamente: “I profughi di Capalbio? Non vengano a bighellonare”. Ieri mattina, più spennacchiato e accigliato del solito, il mitologico Testa era di nuovo su La7. Ha detto che Renzi in fondo ha vinto, perché ha preso il 40% dei voti e col 40% si vincono le elezioni. Poi, mentre Sallusti lo zimbellava, è arrivata l’ambulanza. (Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2016. Rubrica Identikit)

Shine On You Crazy Diamond (Part VI-IX)

pink-floydDopo vari conciliaboli con me stesso, sono giunto alla conclusione che in questi giorni la musica che mi commuove di più è a seconda parte di Shine On You Crazy Diamond, assai meno nota della (strepitosa) prima. La parte in oggetto chiude Wish You Were Here e fu Dio Roger ad avere l’illuminazione di spezzare in due la suite, che inizialmente doveva occupare tutto un lato dell’album, come accaduto per Atom Heart Mother (lato A del disco omonimo) e Echoes (lato B di Meddle). Vado a descrivere la grandezza di questi 12 minuti e 27 secondi, riascoltandola con voi mentre godo oltremodo e al contempo mi commuovo.
La quiete prima della tempesta. La seconda parte di Shine On You Crazy Diamond vive di quattro fasi, come del resto testimoniato dalla band: parte VI, VII, VIII e IX. Si comincia con un vento che soffia, eco della appena conclusa Wish you Were Here (il brano, non il disco). Il clima è da “sta per accadere qualcosa”. Ogni tanto un basso scandisce il tempo, con la nettezza definitiva di chi sa benissimo che moriremo tutti. Una “slappata” non meno definitiva, paragonabile a un colpo di accetta di Iddio Waters, sancisce la chiamata alle armi: ci siamo, è il momento. Tutto sta per accadere. Tutto deve accadere, perché è Dio a volerlo. David si desta dal torpore, mentre Richard punteggia con grazia iridescente e Nick fa l’unica cosa che ha sempre saputo fare: lo sporco lavoro. davidSiamo catapultati in un nowhere, che è poi lo spazio nativo dei Pink Floyd, mai terreni e costantemente divini. Di quel divino che fa male, perché la Vita è dolore. E loro lo sanno. Cazzo se lo sanno.
Gilmour giganteggia come non esiste al mondo. Dal minuto due e mezzo David si libera del suo atavico fighettismo, mette finalmente le palle sul tavolo e dà del tu a qualsivoglia divinità esistita e/o immaginata, dicendo loro di spostarsi dal tavolo imbandito delle nuvole perché adesso esiste solo Lui. Nessuno, ora, può essere alla sua altezza. Quindi levatevi tutti dalle palle. E’ uno degli assolo più pazzeschi dell’universo. La sua chitarra urla, fiammeggia, ti strappa l’anima e ti travolge. Quando ne esci non sei più lo stesso. Inaudito. Semplicemente inaudito.
Adesso parlo io, fedeli. La suite si avviluppa e rallenta: è il momento del Verbo. State tutti zitti, giacché Egli parlerà. Roger, con quella voce da cavernicolo incazzato nero per non essere morto da piccolo, dispensa le sue consuete parole sature di morte e follia. Narra di Syd, ma narra (come sempre) più che altro di se stesso. Egli, sussurrando con l’angoscia senziente di chi tutto ha già visto e vissuto, ci dice: “Nobody knows where you are, how near or how far“. Il Gruppo, dopo averlo ascoltato in religioso silenzioso, rilancia: “Shine on you crazy diamond“. Carlena Williams e Venetta Fields ricamano sui cori. E’ la parola di Dio, che ci introduce all’agnizione definitiva. Preparatevi: sarà bellissimo, ma non sarà facile.
Il capolavoro di Richard. Wright è stato per i Pink Floyd ciò che George Harrison fu per i Beatles: il “terzo” di una band così straripante da far apparire quasi “marginali” due siffatti giganti. Wright, che ha sempre legato moltissimo con Gilmour e pochissimo con Dio, riteneva questo disco il migliore dei Pink richFloyd. Naturale: è quello dove il suo tocco si sente più. Questa parte finale è il suo capolavoro, assieme a Echoes, The Great Gig In The Sky e Us and Them (no, dico: ma di che brani stiamo parlando? Di che cazzo di brani stiamo parlando?). Brian Humphries, l’ingegnere del suono del disco, ha raccontato con commozione l’epifania di questa parte finale. Richard si sedette davanti agli strumenti, come un bimbo circondato dai suoi giocattoli preferiti, e improvvisò. Chi lo vide dal vivo ebbe la sensazione di un prodigio in divenire. Wright sarebbe potuto andare avanti per ore, come Keith Jarrett a Colonia. Del resto, dei quattro, era l’unico che conosceva davvero la musica, con un’impostazione “classica”. In questi minuti, molto semplicemente, Richard ci strappa l’anima. Inizialmente pare quasi divertirsi, saltellando tra organo, Minimoog, piano elettrico e acustico. L’atmosfera è jazzata e ricorda – per capirsi – certe colonne sonore poliziottesche di allora, tipo Starsky and Hutch. Poi, mentre sei lì che non sai dove Wright voglia portarti, lui –  a tradimento – prende il coltello e ce lo pianta nel cuore. Tutto rallenta e insegue una sospensione ipnotica. E’ qui che Richard varca (ancora) una nuova dimensione, ricamando arabeschi di malinconia insostenibile. Sarebbe già molto più di tanto, ma manca la lacrima finale. L’ulteriore tributo al diamante pazzo Barrett: la trama di See Emily Play. Uno dei primi singoli del gruppo, quando ancora Syd scintillava. In studio, ascoltando Richard dal vivo, tutti piansero. Proprio tutti. Anche io. Ogni volta.
Sia lode.