Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
settembre: 2014
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“Mai barattare la propria libertà” (Intervista)

Schermata 09-2456920 alle 18.00.29Giornalista e scrittore italiano di successo, che si caratterizza per il fatto che parla e scrive senza peli sulla lingua! Andrea Scanzi, fin dai suoi primissimi articoli “scritti per il giornalino universitario”, aveva la capacità come da lui stesso viene raccontato di “creare al contempo esaltazione e incazzature”. Ciò che salta subito all’occhio leggendo i suoi pezzi è il fatto che scrive quello che pensa, anche se questo vuol dire colpire i vertici del potere! Abbiamo intervistato Andrea Scanzi che si è dimostrato disponibile nel rispondere alle domande da noi poste, riguardanti la sua carriera.

La tua carriera giornalistica inizia nel 1997, che ricordo hai di quel periodo?
“Avevo 23 anni e frequentavo la Facoltà di Lettere ad Arezzo. Una vita fa, anzi molte vite fa. Nel frattempo c’è stato un matrimonio, un divorzio, tanti traslochi e tante donne. Soprattutto una, che molto mi ha dato e insegnato. Se mi guardo indietro non solo non mi riconosco, ma neanche mi ricordo granché. Ma l’inizio da giornalista sì che me lo ricordo. Scrivevo nel giornalino dell’Università e in una fanzine musicale. Si chiamava Zonedombra e la curava uno dei miei migliori amici, Gianluca Gori. Ogni articolo che scrivevo creava al contempo esaltazione e incazzature: evidentemente avevo già il dono naturale di non restare indifferente. Gianluca mi consigliò di spedire qualche articolo in giro. Era appena uscito Urban Hymns dei Verve. Lo recensii in mezzora e spedii il pezzo al direttore del Mucchio Selvaggio. Non avevo mai comprato Il Mucchio fino a quel giorno, lo scelsi su consiglio di Gianluca. Il direttore Max Stefani, il giorno dopo, mi scrisse chiedendomi di collaborare con lui. Ho cominciato così”.

Abbiamo visto la tua firma per Il Manifesto, L’Espresso, La Stampa per citarne alcuni. Ci puoi spiegare qual è il segreto di un così tale successo?
“Non so se ci sia un “segreto” e non so se si possa usare nel mio caso la parola “successo”. Ho sempre scritto quello che pensavo. Un po’ mi ha aiutato una naturale predisposizione a scrivere e un po’ la voglia di conoscere tutto. Ero il classico bambino che ripeteva sicuro: “Da grande voglio fare lo scrittore”. Ho avuto persone che hanno creduto in me in momenti decisivi, su tutti Edmondo Berselli. Un fratello maggiore che mi manca, ogni giorno. Dopo Il Mucchio e alcuni mesi a Rigore, un “settimanale di calcio e cultura” in cui mi firmavo “Andrea Rui Scanzi” in onore di Rui Costa, la prima svolta fu Il Manifesto nel 2002: scrivevo di sport, perché i direttori mi ritenevano troppo poco “de sinistra” per scrivere di politica e cultura. Nel 2005 passai alla Stampa, sempre come collaboratore (sono stato precario fino al primo aprile 2012), per volere dell’appena arrivato Giulio Anselmi. Nell’aprile del 2009 Marco Travaglio mi chiese di scrivere per Il Fatto Quotidiano, che ancora non era neanche nato. Non me la sentii e presi tempo: non me lo perdonerò mai. Nel frattempo alla Stampa era arrivato Mario Calabresi: mi dirottò a scrivere di moto per non farmi parlare di politica. Nel 2011 sono tornati alla carica Padellaro e Travaglio: ho accettato, con due anni di ritardo. Da allora la mia vita ha cominciato a girare vorticosamente. Una bella giostra”.

rionero8Ti occupi di tutto, dalla politica allo sport, ma dici che sembra essere un difetto, per quale motivo?
“Non è un difetto per me, ma per chi ha il mito della specializzazione. In Italia si ha questa idea insensata secondo cui una persona debba occuparsi sempre e solo dello stesso argomento. Mi annoierei tremendamente, e credo anzi che una delle mie forze – ammesso che ne abbia qualcuna – sia proprio la contaminazione. Ciò che gli altri chiamano “tuttologia” è per me curiosità culturale. E’ vero: parlo di musica, di sport, di politica, di vino. Parlo e scrivo di un sacco di cose. Se però me lo fanno fare, è perché evidentemente ho un pubblico che mi segue e reputa competente”.

Il tuo amore per la scrittura ti ha portato a scrivere dei libri, a quale sei più legato e per quale motivo?
“Voglio bene a ognuno dei miei libri, ma quello più caro è sempre il prossimo. E il prossimo sarà il mio primo romanzo, in uscita a marzo 2015 per Rizzoli. Il più personale è “I cani lo sanno”; il più venduto è “Non è tempo per noi”, che verrà ristampato e aggiornato a novembre nella collana Bur Bestsellers Rizzoli; e il più sorprendente rimane “Elogio dell’invecchiamento”: l’ho scritto quasi per scherzo, ma ha avuto molta fortuna ed è ancora uno dei libri più amati dagli appassionati di vino. Tra i miei primissimi libri, credo che quelli dedicati a Gilles Villeneuve e Marco Van Basten fossero ispirati. E l’autobiografia di Roberto Baggio, tradotta in tutto il mondo, coincise con il mio primo lavoro: anno 2001, testi di Enrico Mattesini e miei”.

Spesso ti si vede a La7 come opinionista e parliamoci chiaro non ti fai mettere i piedi in testa da nessuno: questa sicurezza da dove proviene, solo dalla conoscenza?
“La tivù mi diverte, non l’ho mai demonizzata e la frequento con piacere. Amo anche contesti più leggeri, al G Day di Geppi Cucciari mi divertivo molto e mi diverto anche adesso a Tikitaka. La politica, dopo un po’, mi rompe le palle. Soprattutto in questo periodo. Spesso mi dicono: “In tivù non ridi mai”. Per forza che non rido: tu rideresti se avessi davanti certi politici? Se mi inviti con Michele Serra mi diverto, se mi inviti con la Picierno no. Ma non sono un “polemista” di mestiere. Ho avuto una buona scuola, questo sì. In casa mia, fin da quando ero adolescente, ho frequentato una palestra dialettica assai impegnativa: la mia famiglia. Quando impari a gestire il confronto con una “mastina” come mia madre, e quando hai la fortuna di avere maestri come lei, e mio padre, e i miei zii, e gli amici, e alcune ex compagne, a quel punto non temi nulla. Ha aiutato molto anche il teatro: da tre anni faccio 40-50 date a stagione. Ogni sera devi convincere e ammaliare, o anche solo non annoiare, spettatori paganti che sono usciti di casa per vederti e ascoltarti: una sfida dura e meravigliosa. Nulla è più formativo del teatro. Se non ti fa paura il teatro, figurati se ti fanno paura la Santanché e la Boschi. Aggiungici una supponenza naturale, un’autostima incurabile, un’affabulazione spero non sgradevole e un carattere da toscanaccio spigoloso. Non capirò mai i colleghi che vanno in tivù a fare le belle statuine o gli zerbini: non ci riuscirei mai. Per fortuna”.

trioSai che al giorno d’oggi è un lusso poter parlare e scrivere liberamente senza correre il rischio di subire ripercussioni lavorative in cui puoi scordarti di vedere pubblicato un tuo pezzo: tu puoi permetterti libertà perché ti sei fatto un nome?
“Scrivevo e dicevo le stesse cose anche quando “non mi ero fatto un nome”, solo che adesso ho un pubblico molto più ampio. Non concepisco l’idea di dire e scrivere cose che non penso. O mi garantiscono la libertà, o per me non c’è futuro. Allo stato attuale, l’unica oasi effettiva che conosca nel giornalismo cartaceo è Il Fatto Quotidiano. In tivù è diverso: se funzioni e fai ascolti, ti chiamano eccome. Anche se sei scomodo. In questo sono molto più “laici” e meritocratici i berlusconiani dei radical chic sinistrorsi. Esiste una censura, ma più ancora un’autocensura. Soprattutto in Italia. C’è poi una mancanza di talento imbarazzante: quando fai zapping e ti imbatti in giornalisti esilissimi, non è che lo fanno per pavidità. Spesso sono proprio così”.

Fai tranquillamente le pulci al governo, chiamando le cose con il proprio nome, ma questo ti attira tante antipatie. Ti è mai capitato di subire delle minacce per quel che scrivi e dici?
“Le antipatie vanno benissimo, sono spesso intollerabile e mi sopporto a fatica anch’io. Minacce online di continuo, anche sulla mia pagina Facebook o su Twitter. Da renziani, da berlusconiani, da grillini: se voglio, so restare indigesto a tutti. Poi capitano altre cose. Per esempio saltano dei contratti, soprattutto a teatro. Se fossi renziano, invece di 40-50 date a stagione ne farei 150. E frequenterei molti più salotti televisivi à la page. Che dire? Preferisco essere libero”.

Ci parli del tuo tour Gaber se fosse Gaber, da dove è nata l’idea di questo spettacolo?
“Uno dei regali più belli che la vita mi abbia fatto. La Fondazione Gaber mi chiese di ideare una lezione teatrale per una data a Voghera nel febbraio 2011. Doveva essere un evento isolato e ne è nata una tournèe che ha superato le 120 repliche e che ogni tanto riprendo. Ho poi scritto un altro spettacolo, Le Cattive Strade, prodotto da Promomusic e tuttora in tour. E’ dedicato a Fabrizio De André e con me c’è Giulio Casale. Mi sono laureato su Gaber e De André nel 2000: con questi spettacoli è come se avessi chiuso il cerchio. Il teatro mi piace. Tantissimo. Marco (Travaglio, NdA) fa spettacoli perché è l’unica maniera di raccontare storie lunghe che in tivù non trovano spazio, ma non ne ha il mito. Per lui il teatro è “solo” un mezzo espressivo. Io, al contrario, avverto proprio la sacralità della dimensione teatrale. Insieme al sesso, al vino, alla musica e alla conoscenza, è l’adrenalina a cui non posso rinunciare”.

cattiveTrovi similitudini tra te e Gaber?
“Gaber è un gigante e io un pizzettaro. Non scherziamo. Se c’è una similitudine, è solo nell’approccio iconoclasta e urticante. Nell’avvertire l’urgenza di provocare costruttivamente il lettore e lo spettatore per costringerli a una reazione, a una riflessione, a uno scatto. In questo, sì, Gaber e Sandro Luporini mi hanno influenzato enormemente”.

Parliamo di politica, cosa ne pensi del governo Renzi?
“Un mix di incompetenza e arroganza raro. Renzi è lo “sfigato” che non invitavano alle feste delle medie. Forse è uscito dalla canzone Tapparella di Elio. E adesso si vendica, col sorriso sulle labbra ma efferatamente, quasi come il giudice di De André. Renzi è un restauratore, un berluschino circondato da yesmen deboli e vestali improponibili. L’Italia, allo stato attuale, è vittima di una sbornia per un Panariello minore. Auguri”.

A parer tuo se ci fosse il M5S al governo potrebbe far meglio di quello attuale?
“Bravi a fare opposizione, bravissimi a farsi male da soli. Persino un criceto ripetente farebbe meglio di una Boschi o una Madia, ma i 5 Stelle al governo del paese non andranno mai. E dunque non ha senso porsi una domanda simile”.

Vuoi dare un consiglio a coloro che vogliono intraprendere la carriera giornalistica?
“Mai stato un granché a dare consigli. La carriera giornalistica era già difficilissima quando avevo 20 anni, figuriamoci adesso con Internet e la crisi. Non ci sono consigli o strade maestre. E’ ciò che volete fare? E’ davvero il vostro sogno? Provateci. Non demordete. E non macchiatevi del reato peggiore: barattare la vostra libertà”. (Desirè Sara Serventi, Notizie Nazionali)

Fedez: “populista hooligan, diversamente rapper”

Fedez
Va ascoltato con attenzione “Pop-hoolista”, il nuovo concept album (20 brani) di Fedez in uscita il 30 settembre. Un’opera coraggiosa e ambiziosa, in cui un artista fa nomi e cognomi e si scaglia – senza ipocrisie e con ispirazione – contro un potere tragicomico e una società prossima al rincoglionimento. Ironie e scudisciate, lettere a Barbara D’Urso (“Cara Barbara eccomi qua (..)/ Il pomeriggio alle tre/ Ho occhi solo per te/ Voto la Santanchè (..)/ La tv spazzatura C’inquina/ Barbara d’Urso, tombola”) e cazzotti al clero (“A noi le ostie a voi le ostriche, la vostra eucarestia è la nostra carestia. aspiranti don Verzè con la faccia come il culto, ipocrisia incastonata in collane e anelli d’oro pesante, più che bulli di quartiere, bulli di Cartier“), stilettate e bastonate a personaggi famosi poco graditi (“Il mio paese chiama Facchinetti figlio d’arte/ Come andare da Mcdonald e dire vado al ristorante”), duetti (Elisa, Malika Ayane, Noemi, Francesca Michielin, J-Ax) e stereotipi scorticati, giochi di parole e una riflessione insistita su un paese “dove la gente non arriva a fine mese ma si preoccupa che la batteria dello Iphone arrivi a fine giornata”. Un paese in cui “l’italiano batte la mani quando il suo l’aereo atterra/ Ma non batte ciglio quando il paese affonda/ L’italiano fa casino durante il minuto di silenzio/ Ma poi sta in silenzio per anni quando dovrebbe far casino/ L’italiano per protestare in piazza aspetta che sia il sole/ Il bollettino meteo guiderà la rivoluzione”.

Perché questo titolo?
“E’ riferito tanto a populista quanto a hooligan del rap. Volevo rimarcare il mio essere diversamente rapper, affrontando tematiche politiche e sociali con leggerezza. Ormai in Italia sono ‘populisti’ tutti coloro che non accettano ciò che impone la maggioranza. Ricordo una frase di Casaleggio: ‘Sono fiero di essere populista’. Anch’io”.
“Diversamente rapper”: un’autodefinizione che usa spesso.
“Il rap italiano è una subcultura che usa canoni estetici e stilistici imposti: da palestra del libero pensiero è diventata un Rotary Club. Pur facendo la gavetta e partendo dai centri sociali, non ho mai seguito le regole. Quindi passo per pecora nera, anche solo perché oso avere influenze pop”.
Ieri Berlusconi, oggi Renzi.
“Con il passare del tempo sono diventato più realista e più rassegnato. L’Italia resta una penisola che non c’è. Da ragazzino volevo cambiare il mondo, a 25 anni so che non è possibile. Mi limito a scattare delle istantanee. Ho perso le speranze anch’io”.
La definiranno grillino.
“E’ già successo e accadrà. In Italia abbiamo bisogno di etichettare e “grillino” è diventato un epiteto negativo a prescindere. Io condivido alcune cose dei 5 Stelle e altre no, li ho votati ma non sono un integralista. Di sicuro rappresentano la scelta migliore, sia perché sono veramente nuovi e sia perché sono l’unica scelta che abbiamo”.
I rapper di oggi sono i cantautori di ieri?
“Senza dubbio. Il rap non innova, ma rinnova. Prende tutto quello che c’è, anche il teatro canzone di Gaber, e lo rinnova. Nei dischi precedenti ricevevo la base e ci scrivevo di getto i testi, in Pop-hoolista ho fatto il contrario. Per i monologhi, che sostituiscono il classico “bridge” e ti permettono un sunto della situazione senza dover rispettare la rima, ho lavorato con Matteo Grandi. L’ho conosciuto su Twitter e mi è piaciuta la sua ironia. Siamo diventati amici, è diventato il mio psicologo artistico e sarà uno dei miei autori a X Factor”.

Fedex-articolo-20140911La chiameranno “venduto”. E non sarà la prima volta.
“Ho vissuto abbastanza male il mio imborghesimento artistico. L’underground non ti odia quando ti inizi a vendere, ma quando ti iniziano a comprare. Negli Stati Uniti è molto diverso, lì l’obiettivo è fare più soldi di tutti. In Italia no, il successo lo devi tenere nascosto”.
Le riesce?
“Sì e no. E’ un lavoro e lo devi fare, altrimenti ti scrivi i pezzi in cameretta e te ne rimani lì. Voglio allargare il mio pubblico. X Factor è una scatola mainstream, ma io sono molto diverso. Parto come l’anello debole, sono un rapper e vengo percepito dal grande pubblico come un teen-idol: un pupazzone di Walt Disney. Mi sono messo in gioco e so che, non appena indovinerò un congiuntivo, il pubblico si stupirà, farà “uoooh!” e penserà che forse che non sono un narcotrafficante ignorante pieno di tatuaggi. E’ una sfida che mi stimola molto”.
In Pop-hoolista se la prende con il potere, ma anche con la pigrizia mentale degli italiani. Chi ha più colpe?
“Gli italiani. Viviamo in democrazia e siamo noi a scegliere i governanti. Nel momento in cui la popolazione si dimentica del potere che ha, i risultati sono disastrosi come accade in Italia”.
Che effetto fa dialogare in tivù con un intellettuale contemporaneo come Giovanardi?
“Nessun rapper, da noi, si è mai esposto come me. Neanche sentivo troppo vicino il tema, perché non consumo cannabis. Potevo perderci la faccia. Volevo fare un confronto e ho trovato uno che lanciava slogan e inseguiva la caciara. Giovanardi si è però dimenticato che io sono un rapper e nella caciara sono molto più bravo di lui”.
Le ha dedicato anche dei versi in rima, peraltro indimenticabili.
“Prima di conoscerlo ad Anno Uno non sapevo se c’era o ci faceva. In realtà Giovanardi è davvero convinto di quello che dice. Ci crede proprio. Ha un’idea – sbagliatissima – e la difende. Di quella puntata mi hanno colpito ancora di più molti giovani tra il pubblico. C’era anche qualcuno di Casa Pound. Sembravano rimasti agli anni Cinquanta”.
Perché ha deciso di dare l’anteprima al Fatto?
“Siete stati il primo giornale autofinanziato, senza inquinamenti partitici. Una delle prime forme di giornalismo vero. Sono molto orgoglioso di essere dentro le vostre pagine: so che suona come una enorme leccata di culo, ma è quello che penso”.
(Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2014)

 

De André, l’anima salva che ci manca

faber2A più di 15 anni dalla sua scomparsa, Fabrizio De André continua a essere il cantautore italiano più amato. La celebrazione talora acritica che ha caratterizzato molti tributi, volti a levigare ogni suo spigolo fino a tramutarlo in una sorta di santino, probabilmente lo infastidirebbe. De André non ha mai voluto piacere a tutti. Andandosene anzitempo si è consegnato al mito e ha lasciato un’assenza non colmabile. Perché manca così tanto? Perché aveva un talento non comune, certo. Perché aveva una voce unica, certo. C’è però almeno un altro motivo. I cantautori – quelli più ispirati, quelli meno modaioli – sono state figure artistiche assai atipiche. Non riuscivano ad appartenere, non politicamente almeno, ritrovandosi quasi sempre cani sciolti e anarcoidi. E’ il caso di De André come di Gaber. Al tempo stesso, entrambi – pur non riuscendo ad appartenere – generavano appartenenza. Li si andava a vedere consapevoli che non sarebbe mai stato soltanto un concerto. Sopra quel palco, più che un artista, lo spettatore avrebbe trovato un fratello maggiore, capace di dirti – e dirtelo bene – quello che gli altri non dicevano. Solo De André sapeva metterti in guardia così bene dalla maggioranza, quella che coltiva tranquilla “l’orribile varietà delle proprie superbie (..) come una malattia”. E solo De André rivelava che spesso i diamanti si trovano dove nessuno mai li cercherebbe, in quel “letame” che è poi l’humus – più subìto che scelto – dei “servi disobbedienti alla legge del branco”. Ovvero le “anime salve”, coloro che sapranno consegnare “alla morte una goccia di splendore”. Ecco perché De André manca così tanto: perché era appartenenza e perché con lui la solitudine era più tollerabile, o addirittura invidiabile. Ricordarlo, senza retorica e con rispettosa gratitudine, è anche una maniera per lenire quell’assenza. Giulio Casale ed io lo facciamo da quasi un anno con “Le cattive strade”, spettacolo che domenica (ore 21.30) chiuderà la festa del Fatto alla Versiliana. Sarà la 43esima replica, delle 90 da qui a giugno, e sarà ovviamente particolare.
Il tema del “diverso”, dell’emarginato è centrale in De André. L’artista genovese intuisce, apprendendolo anzitutto da Brassens, che la via maestra è quella “cattiva”, battuta da coloro che hanno lambito la morte (i condannati, i drogati) e inseguito la pietà per restare in qualche modo salvi. Poiché non esistono poteri buoni, la salvezza coincide spesso con una inseguita emarginazione che tenga al riparo l’anima e permetta che qualche raggio di sole arrivi a scaldarti, oltrepassando quelle nuvole – citazione da Aristofane – che sono poi un’altra rappresentazione del potere opprimente. I salvi di De André sono Geordie, sono Piero, sono Princesa. In un paese e fatalmente tendente all’ipocrisia, questa insistita vicinanza agli ultimi – e questo smisurato rigore morale – sono un approccio rivoluzionario. E la rivoluzione è un altro elemento della longevità del messaggio deandreiano, ormai un classico e dunque faber3reinterpretabile come chiedono – e anzi esigono – i classici. Era rivoluzionario parlare di Sessantotto riprendendo non il maggio francese (che sarebbe arrivato dopo in De André) ma i Vangeli Apocrifi, applicando a quel presente ribelle l’ossimoro della laicità cristiana. Gli dicevano: “Che c’entra la Buona Novella? Perché parli di Gesù mentre noi siamo sopra le barricate?”. E lui: “Perché nessuno è stato più anarchico e rivoluzionario di Gesù”. Ancor più il Gesù “umanizzato” dei Vangeli non autorizzati. In De André era rivoluzionario anche l’approccio con il mercato: negli ultimi anni incise un album ogni sei anni. Un tempo lentissimo e kubrickiano, per nulla commerciale, che non poteva non assecondare: De André incideva dischi solo quando aveva qualcosa da dire. Terrorizzato dai concerti, a cui si avvicinò soltanto nel 1975, De André è stato rivoluzionario anche in un aspetto che molti volutamente dimenticano: quello musicale. Spesso la canzone d’autore italiana ha buoni testi ma musiche non all’altezza. De Andrè era il primo a sapere che quella “balbuzie musicale” dovesse essere superato, perché per quanto nitide le sue parole sarebbero comunque evaporate – in una nuvola rossa, va da sé – senza vestiti sonori all’altezza. Per questo, sin dall’inizio e più ancora dalla seconda metà dei Settanta dopo la tournèe con la Pfm, accanto a De André c’è sempre qualcuno. I fratelli Reverberi, Mannerini, Giuseppe Bentivoglio, New Trolls, Piovani, De Gregori, Bubola, Pfm, Pagani, Fossati. In quegli Anni Ottanta che videro impantanarsi molti colleghi, lui – depositario della lingua italiana in musica – rinunciò all’italiano per cantare in dialetto genovese. Se il mondo era cambiato, e se già si intuivano i prodromi di quella “pace terrificante” che avrebbe portato alla “domenica delle salme”, occorreva cambiare lo strumento della narrazione e inseguire un nuovo (o vecchio) esperanto. De Gregori ha sostenuto, non senza una certa rudezza, che De André è stato “un grande organizzatore del lavoro altrui”. E’ vero:  da solo, Faber ha scritto poche canzoni. Ma non è un limite. Al contrario: conscio tanto della sua forza quanto delle sue lacune, si è sempre fatto accompagnare da compagni di viaggio – che spesso hanno toccato il loro apice con lui accanto – proprio per raggiungere quell’idea altissima di arte che aveva. Chiedersi se sia stato o no un poeta è capzioso: musica e cantautorato sono sport diversi. Di sicuro è stato artista rigoroso, intellettuale inquieto e uomo libero. Anima salva, ieri come oggi. (Il Fatto Quotidiano, 5 settembre 2014)

A tu per tu con Andrea Scanzi e Giulio Casale

Grazie per le nominations ai #Mia14

rionero8Macchianera Italian Awards sono i premi più importanti che assegna la Rete. Una sorta di Oscar del web. Quest’anno, grazie ai vostri voti, ho ricevuto due nominations, una come “Miglior Personaggio” e una come “Cattivo più temibile“. Due nominations anche per Il Fatto Quotidiano, che ha già vinto quattro volte i Macchianera Awards nelle precedenti edizioni. Una nomination anche per Natangelo e Vauro, entrambi vignettisti del Fatto. Ha ricevuto una nomination anche Reputescion, il mio programma su La3 scritto da Fabio Migliorati (“Trasmissione tv più social”). Tenendo conto del peso degli altri candidati (Papa Francesco, Renzi, Grillo, Fiorello, Pif, eccetera) il mio risultato sarà quello de Il colore viola agli Oscar ’86, ma è comunque bello e stupefacente esserci. Dunque vi ringrazio, come feci e faccio ancora per la candidatura nel 2012 e la vittoria nel 2013 ai Tweet Awards come Miglior Giornalista
La premiazione dei Macchianera Awards 2014 (#MIA14) avrà luogo il 13 settembre al Teatro Novelli di Rimini, ore 21, all’interno della Festa della Rete (ex BlogFest). Si può votare fino a giovedì 11 settembre: per farlo basta compilare la scheda sottostante, dando almeno 10 preferenze (sulle 35 categorie complessive). Grazie ancora di tutto.

P.S. Lo so, le assenze di Pina Picierno e Stefano Menichini nella categoria “Miglior Personaggio” e di Europa in quella di “Miglior sito di informazione” sono oltremodo incresciose.

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Carlo Verdone: “Il mondo? E’ coattissimo (e un po’ mi fa schifo)”

verdone1 “Non è l’estate a essere coatta, ma il mondo”. Carlo Verdone è nella sua casa di campagna alle porte di Roma. Pochi, come lui, hanno raccontato la coatteria. La stessa che, oggi, pare caratterizzare ministre in spiagga, ragazzi nudi in Spagna e Renzi che si fa la doccia gelata.
E’ l’estate dei coatti?
“Da anni assistiamo a un’Europa trasformata in palcoscenico di esibizionismo e volgarità. Grande volgarità. L’Italia, in questa classifica, è sicuramente tra le meglio piazzate”.
E’ così anche nei suoi film. Fin dagli esordi.
“Quella di Viaggi di nozze o Grande grosso e Verdone era una coatteria diversa. Raccontavo una sorta di estetica del non pensiero, un vuoto pneumatico totale che nelle mie pellicole riguardava gli Ivano e le Jessica, ma che oggi colpisce tutti. Politica compresa. Mi torna in mente una frase di Alberto Sordi, poco prima di ammalarsi”.
Quale?
“Eravamo a cena al ristorante. Mi disse: “Carlo, faticherai molto”. Gli chiesi perché. Al tavolo accanto c’era una coppia di americane piene di tatuaggi, i culi di fuori come enormi lavatrici, una coi capelli blu e l’altra viola. Terribili. Sordi aggiunse: “Lo vedi? Nessuno le ha notate, ormai la gente alla volgarità neanche fa più caso. Sarà un problema per te”.
Aveva ragione?
“Alberto è stato spesso un anticipatore e gli è capitato anche quella volta. Ciò che nei miei film era un’anomalia, oggi è diventata norma. La coatteria non fa più notizia e nessuno si scandalizza più. Mai come in quest’estate provo orrore, e terrore, ad aprire i quotidiani”.
Perché?
“Si passa da notizie frivole, come i ragazzi italiani che vanno in giro a Barcellona con gli uccelli e i culi di fuori, alla lista di omicidi giornalieri di donne e bambini. Uno sterminio continuo che mi terrorizza. Siamo ampiamente oltre coatteria e volgarità”.
Ha visto le immagini di James Foley?
“Se fossi stato il direttore di un giornale o Tg, avrei fatto vedere il fotogramma della sua esecuzione una volta e poi mai più. Invece, nonostante i divieti di Google e Amazon, foto e video sono ovunque. Ci stiamo anestetizzando alla violenza, alla perfidia, alla cattiveria. Neanche nelle peggiori cronache medioevali si ritrova una tale bassezza. E’ l’era del voyeurismo coatto. L’immagine stessa è intimamente coatta”.
verdone2E’ coatto anche l’Ice Bucket Challenge?
“Lo ammetto, l’ho appena fatto anch’io. Mi avevano nominato Lele Propizio e Paola Cortellesi. Sono salito in costume su un trampolino, mi sono rovesciato un secchio d’acqua in testa e mi sono buttato in piscina. Ho nominato Giovanni Veronesi, Marco Giallini e Micaela Ramazzotti. Sono scene ridicole e un po’ stupide, ma innocue. Se non altro servono a parlare di una malattia, la Sla, che l’80% delle persone neanche conosce. La vera coatteria è un’altra”.
Per esempio?
“Leggo la cronaca di Roma e vedo la tomba allagata di Augusto: un’immagine coattissima, che testimonia da sola il degrado di questa epoca. L’altro giorno, attraversando il viale di una città del centro Italia, ho visto buste con la spazzatura, carte e cartoni sparsi ovunque. Cani e gatti che mangiavano per strada. La differenziata si fa così? Altra immagine coatta. Come le valigie”.
Le valigie?
“I passeggeri che, in aeroporto, urlano perché i bagagli non arrivano. Qualcuno, addirittura, prova a entrare con la testa dentro il buco da cui escono tutte quelle valigie ammassate e precipitate da chissà dove. Un’immagine coattissima, che dà il polso di un mondo alla deriva”.
Sta descrivendo uno scenario irrimediabilmente compromesso.
“Vorrei essere più ottimista, lo so che da me la gente si aspetta che io la faccia ridere, ma non ce la faccio. I miei coatti avevano qualcosa in grado di salvarli: una loro dolcezza, una loro malinconia. Se poi salgo di livello e penso alla coatteria “alta” di Pasolini, c’era sempre un’anima. Ecco: io quell’anima non la vedo più. E’ una società sprofondata dentro la pornografia e livellata verso il basso, che non si stanca mai di scendere ancora più giù”.
Lei come sopravvive?
“Mi isolo in campagna, mi rifugio in biblioteca e provo a riflettere su cose più serie. Poi torno in questo mondo, ma mi accorgo che non ne faccio quasi più parte. Lo dico chiaramente e con dolore: spesso questo mondo mi fa schifo e, quando mi trovo costretto a raccontarlo, mi turo il naso e mi chiedo come sia stato possibile arrivare a una tale mancanza di educazione. A un tale schifo. Ormai è coatto pure il clima”.
Il clima?
“Penso alle bombe d’acqua. Dieci giorni fa ce n’è stata una incredibile a Roma. Mai vista prima. Un enorme scroscio d’acqua e poi, subito dopo, un sole tenerissimo che spunta. Vedi in giro uomini e donne che sembrano vestiti con lo stesso maglione, poi ti avvicini e scopri che non sono maglioni ma chilometri di tatuaggi. E’ una coatteria indistinta, una volgarità trasversale che uniforma tutto e di cui nessuno si scandalizza più”.
Cosa potrebbe salvarci?
“I sacerdoti del bello. Coloro che inseguono, e magari insegnano, non solo la bellezza estetica ma anche quella filosofica, morale e virtuosa. Chissà se prima o poi torneranno”.
(Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2014)

Dramma Gazza, talento triste in caduta libera

article-2278258-178DC43E000005DC-399_306x423Poco più di un anno fa, dopo l’ennesima ricaduta nell’alcolismo e un ricovero d’urgenza pagato dagli ex compagni come Gary Lineker perché nel frattempo i soldi li aveva quasi finiti tutti, Paul Gascoigne detto “Gazza” incontrò a Londra un gruppo di fans. Li rassicurò: “Voglio tornare alla realtà, a differenza di George Best voglio guarire”. Forse non era sincero e forse si era sopravvalutato un’altra volta. Due sere fa è stato trovato ubriaco davanti alla sua porta di casa a Sandbanks, località costiera nel Dorset affacciata sul canale della Manica, con una bottiglia di vodka in mano. Aveva appena chiamato un amico: “Sto a pezzi, aiutatemi”. Nelle foto, scattate mentre lo conducono in ospedale, appare trasfigurato e consumato. L’amico ha confermato: “Paul ha ricominciato a bere. Il padrone di casa gli ha ordinato di lasciare la casa entro dieci giorni perché i vicini si sono lamentati per i rumori. Questo ha aumentato il suo disagio”. Poche ore prima era circolata la notizia secondo cui, dieci anni dopo il ritiro, Gascoigne sarebbe tornato in campo a 47 anni con l’Abbey Windows FC, una squadra amatoriale di quarta divisione. Avrebbe potuto esordire a settembrecontro il Rentech Repairs, un’azienda di riparazioni, o contro l’ARC Cleaning, una ditta di pulizie. L’invito era arrivato da Chris Foster, tassista e presidente dell’Abbey: “Gli ho promesso che, ogni volta che viene a giocare, lo passo a prelevare a casa gratis”. Probabilmente non se ne farà di nulla. Talento tanto vero quanto autodistruttivo, Gascoigne ha colorato la sua genialità di una guasconeria ostentata. Ha sempre fatto più notizia per le stranezze che per le giocate, e a volte sembrava lui stesso il primo a volerlo. Quasi che, finché poteva godere della ribalta calcistica, il nichilismo fosse tutto sommato controllabile.
Poteva vincere tutto e ha vinto poco, poteva fare quasi ogni cosa e ne ha fatte poche. Eppure, soprattutto negli anni spesi con Newcastle, Tottenham, Lazio (1992-95) e Rangers, sembrava felice. Una felicità esagerata e urlata. Giornate da fenomeno si alternavano a prestazioni smisuratamente apatiche, complice un grave infortunio patito durante l’ultima partita con il Tottenham che ne condizionò il rendimento in Italia. Prima dell’esclusione dai convocati per i Mondiali ’98, che non ha mai metabolizzato appieno, appariva in qualche modo spensierato. Molto e forse pure troppo. Gigi Corino ha raccontato che per lui era normale “farti la cacca sui calzini e poi metterteli a posto come nuovi”, Casiraghi ricorda ancora quella volta che sfruttò una serie di gallerie sulla A1 per sedersi accanto a Zoff nel pullman della Lazio e spogliarsi totalmente mentre l’allenatore dormiva. Quando Zoff si svegliò, biascicò solo: “Gazza, ma che cazzooooo fai?”. Zoff ha più volte garantito di non avere mai conosciuto “un pazzo come lui”, ma lo ha sempre detto senza astio, confermando come la follia di Gascoigne – finché ha potuto giocare, e sapeva giocare splendidamente – avesse un’inclinazione più buffa che maledetta. Più ludica che fastidiosa. Più cazzara che antipatica. Dopo il ritiro quella follia è esplosa nel dolore. Nella violenza. Nella malattia. Ulcere perforanti, crisi cardio-respiratorie, coma, aggressioni a ex moglie e tifosi, camere d’albergo distrutte, voci che lo davano affetto da Sla, ricoveri coatti, bancarotta. Da almeno otto anni, Gazza non smette mai di ferirsi.
Uno dei gol più belli lo concesse a Euro ‘96 contro la Scozia. Si disputavano in Inghilterra e aveva il paese ai suoi piedi, ma anche allora avvertì il bisogno di sporcare il protocollo. Pochi giorni prima erano circolate le foto di lui, sdraiato sul tavolo di un pub, mentre gli amici gli versavano addosso la tequila. Dopo il gol, simulò la stessa scena sdraiandosi a terra e chiedendo ai compagni di schizzargli in faccia l’acqua delle borracce. Amava così tanto Paul-Gascoigne_29Roberto Baggio che una volta si presentò con un codino posticcio. Era bruttissimo e dopo tre giorni lo buttò. Non amava i giornalisti e alle domande rispondeva a volte con un rutto, ma con la Gialappa’s ha scherzato spesso. In Scozia, dopo un’ammonizione, all’arbitro cadde il cartellino dalle mani. Lui lo raccolse da terra e, prima di restituirlo, ammonì a sua volta il direttore di gara. Durante i Mondiali di Italia ’90, a bordo del Boeing che trasportava la nazionale inglese, chiese al pilota di farlo entrare in cabina. Il pilota acconsentì e, già che c’era, gli mostrò il bottone per virare la rotta. Gazza lo premette e il Boeing andò tre miglia fuori rotta: “Dovevate vedere la faccia del pilota”, disse ridendo ai compagni. Appena arrivato in Italia si buttò nella vasca delle aragoste di un ristorante romano per far capire al cameriere quale volesse mangiare. Prima di una Inghilterra-Norvegia, gli chiesero se volesse dire qualcosa ai rivali. Lui: “Sì. Fanculo Norvegia!”. Ne nacque quasi una crisi diplomatica. Si faceva accompagnare da un amico non meno pazzo, Jimmy “Cinquepance” Gardner, che conosceva come lui la realtà di Gateshead in cui è nato nel ’67: birra, pub, sussidio di disoccupazione, amici e sbronze. Prima che l’alcol lo travolgesse, Gascoigne sapeva essere un battutista sublime. Durante un allenamento con il Tottenham, un compagno calciò la palla oltre il campo. Paul promise: “Mister, la cerco io”. Scavalcò la rete e scomparve. Ventiquattro ore dopo, rientrando dallo stesso punto e con la palla sotto il braccio, disse come niente fosse: “Ehi, ragazzi, l’ho ritrovata!”. In bocca al lupo, Gazza.

 (Il Fatto Quotidiano, 23 agosto 2014. Extended version) 

L’attimo fuggito di Robin Williams

robin 2Il Professor Keating ha perso l’attimo. Non lo ha più colto e ha tolto il disturbo. Robin Williams è stato trovato morto ieri alle 12 locali nella sua casa di Tiburon, California, Contea di Marin. Aveva da poco compiuto 63 anni. Asfissia, verosimilmente. Suicidio, probabilmente. Soffriva di una grave forma di depressione e nel mese scorso era stato, per un breve periodo, in un centro di recupero per alcolizzati nel Minnesota. Non era la prima volta. Parafrasando Peter Pan, uno dei suoi molti personaggi, “aveva perso il pensiero felice”. La terza moglie, la graphic designer Susan Schneider, ha detto: “Ho perso mio marito e il mio miglior amico, mentre il mondo ha perso un grande attore. Vi prego di ricordare Robin per la sua brillante carriera e per il suo sorriso, non per il modo in cui è morto”.  Uno dei primi tweet di cordoglio è stato quello di Barack Obama. La seconda figlia di Williams, Zelda, gli ha dedicato una poesia di Antonie de Saint Exupery. Proprio a Zelda, per il suo 25esimo compleanno, Williams aveva dedicato il suo ultimo tweet tre settimane fa: “Hai un quarto di secolo ma per me sarai sempre la mia bambina”. Lascia altri due figli, Zachary di 31 e Cody di 22. Una delle sue interpretazioni più ispirate coincise con un film di Terry Gilliam, La leggenda del Re pescatore.  Era il 1991 e Williams interpretava un professore di storia medioevale che aveva perso il senno. Accanto a lui c’era Jeff Bridges. Al tempo, tra i due, il più famoso era Williams. Bridges, nonostante gli Starman e i Tucker, era percepito come un attore bravo ma un po’ di nicchia. Se qualcuno avesse dovuto scommettere sulla longevità dei due, non avrebbe scommesso su Jeff. E avrebbe sbagliato. Il futuro, per Bridges, sarebbe stato ricco di premi e grandi Lebowski. Quello di Williams, nonostante altri picchi e un’attività instancabile, non sarebbe stato egualmente felice. Proprio Gilliam, ieri, ha scritto: “Robin Williams, il più incredibilmente divertente, brillante, profondo e sensibile miracolo di testa e spirito, ha lasciato questo pianeta. Era un gigante di cuore, un amico irresistibile e un regalo incommensurabile degli dèi. Adesso quei bastardi se lo sono ripresi indietro. Che si fottano!”. La pensano così anche milioni di spettatori. Compresi quelli che, di Williams, non vedevano più una pellicola da anni e ultimamente lo avevano intercettato giusto negli spot per Sky.
Il desiderio della moglie è sacrosanto: ricordarlo per le opere e non per l’epilogo. Eppure, della scomparsa, non fa male solo l’andarsene anzitempo quanto – e soprattutto – la cesura nettissima tra la percezione che si desiderava avere di lui e la realtà della sua quotidianità più intima. Robin Williams ha incarnato per decenni il bene che trionfa sul male, il sogno e la fantasia, il lieto fine e la speranza che non muore, l’adulto che resta bambino e il giullare che induce il mondo a sorridere perché è solo così che in fondo si può sopravvivere. Più che interpretare Patch Adams, lui era Patch Adams. Ora si ha la conferma che Williams, dotato di un talento non comune che troppa critica ha finto di non vedere, si è imposto di ridere non perché ne avesse voglia ma perché avvertiva che ne avesse bisogno il mondo. Ha detto: “Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita fosse rimanere soli. Non lo è. La peggior cosa è stare con persone che ti fanno sentire solo”. E filmsolo doveva sentirsi spesso, nonostante fama e ricchezza. La sua morte fa male anzitutto a chi oggi veleggia sui quarant’anni, perché a cavallo tra Ottanta e Novanta sembrava impossibile che un film di successo non ne contemplasse la presenza. La sua e quella di Kevin Costner, un altro che pareva durare in eterno e oggi invece pubblicizza il tonno. Good morning Vietnam, L’attimo fuggente, Risvegli, La leggenda del Re pescatore, Hook, Mrs. Doubtfire. Tutti girati in pochi anni, tra il 1987 e il 1993. I suoi anni d’oro, anche se il pubblico televisivo lo conosceva già per il “na-no na-no” di Mork & Mindy. Avrebbe girato molti altri film, restando pericolosamente ancorato al personaggio dell’eterno immaturo folgorato sulla via della fantasia. L’Oscar, come spesso capita, arrivò più come risarcimento che per la qualità effettiva della parte da non protagonista in Will Hunting. Qua e là osò ruoli da cattivo, come in Insomnia di Christopher Nolan, ma l’apice della fama era lontano. Per il vasto pubblico sarebbe rimasto sempre quello di “Oh capitano mio capitano”. Il professore dei sogni. Sullo sfondo, le tante cicatrici. La droga negli Ottanta, consumata anche con John Belushi, che fu uno degli ultimi a vedere prima della morte. I tre matrimoni, le crisi. L’aiuto dato all’amico Christopher Reeve, l’attore di Superman rimasto tetraplegico dopo un incidente a cavallo. La ricaduta nell’alcolismo e le cure nel 2006. L’operazione alla valvola aortica nel 2009. Nel settembre scorso, Williams era tornato al David Letterman Show. Sembrava allegro: sembrava, appunto. Sin troppo su di giri. Pareva un uomo che si imponeva di ridere, per reiterare l’illusione. Presentava la serie tivù The Crazy Ones, la storia di un uomo “con alle spalle tre matrimoni e tanti problemi con alcol e droga, insomma uno come me”. Parlò di Mrs Doubtfire; “Un personaggio non facile. All’inizio sembravo la Thatcher, avrei spaventato a morte i bambini: ‘Filate a nanna, bambini, o vi bombardo il lettino!’. Una volta sono entrato in un sexyshop vestito da Mrs Doubtfire. Faccio al commesso: ‘Mi scusi, quel vibratore a due teste lì, quello lì, ne avete uno che non abbia tutte quelle vene? E avete per caso dei lubrificanti aromatizzati?’”. Poi accennò ai suoi monologhi: saggi di talento puro, soprattutto a fine anni Settanta e lungo tutti gli Ottanta. Novanta minuti di stand-up comedy, esilarante e coraggiosa, trasmessa dalla HBO e in parte eternata nel dvd Live On Broadway del 2002. Stimolato da Letterman, quella sera di settembre ammise: “I monologhi comici? E’ meno costoso che andare in analisi. Per me era un modo di raccontare la mia vita. Evito di parlare troppo della mia vita personale, ma durante quegli spettacoli ho toccato temi interessanti: mi riferisco alle ricadute con l’alcol e al fatto che ho scelto una clinica per alcolisti nella regione dei vini. Nel caso avessi cambiato idea”. Il suo ultimo monologo si intitolava Armi di autodistruzione, altro esempio di una concezione generosa quanto nichilista dell’arte: esibire in chiave ironica le proprie ferite per far ridere gli altri, continuando a ripetere che esiste un buongiorno anche per il Vietnam. Che i comatosi possono risvegliarsi. E che il carpe diem, forse, non è solo una citazione di Orazio. (Il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2014).

Il nostro caro Battisti

luciobattisti_1_1354025771“Succede ancora, a dispetto di buona parte delle previsioni: i ragazzi, non necessariamente in spiaggia, continuano a canticchiare Lucio Battisti. Fischiettano e si innamorano con lui, un po’ perché è orecchiabile e un po’ perché non ci si può fermare ai Modà. La longevità di Battisti è solo in apparenza non spiegabile. Aiuta, nel tentativo di analisi, uno dei desideri di Ligabue, teoricamente più vicino di Battisti agli attuali quarantenni e trentenni (ma pure ai ventenni). Stremato dal paragone continuo con Vasco Rossi, e ben sapendo di entrarci pochissimo, Ligabue ha specificato fin dagli esordi di avere un altro paragone sognato: Battisti. Sperava, e spera, non tanto di essere il nuovo Battisti (è egocentrico ma non così tanto), quanto di stare ai più giovani come Lucio è stato ai ragazzi dei Sessanta e Settanta. Anche Ligabue si è rivelato più longevo di quanto fosse lecito supporre. Prendete un quarantenne qualsiasi e fategli ascoltare “Certe notti” o “Non è tempo per noi”: difficilmente rimarrà indifferente, anche se magari giura di odiare il “Liga”. Certe sue canzoni hanno folgorato, infilzato e condizionato intere generazioni. La stessa cosa capita per quelli che ai tempi di Buon compleanno Elvis (1995) erano appena nati, o neanche raggiungevano i 10 anni. Ligabue è in questo assimilabile a Battisti: nella traversalità di pubblico, nella durevolezza del successo, nel saper essere una colonna sonora esistenziale per chi lo ascolta. Ci sono punti di contatto anche in un approccio talora guascone e quasi “machista”, peraltro una delle accuse stantie che le noiosissime femministe rivolgevano alla premiata ditta Mogol-Battisti. Ed era allora, per vocazione e per provocazione, che i due insistevano. Ad esempio nel disco “Amore e non amore”, per metà suite ecologiche e per l’altra metà poker di brani che tratteggiavano donne mangiauomini, frivole e sin troppo (almeno per Mogol) emancipate: “Dio mio no”, esempio strepitoso di jam-session con Battisti direttore di taverna (più che di orchestra) circondato da Mussida, Di Cioccio, Radius e Baldan Bembo, è summa di giocosità e cazzeggio. Più di due decenni dopo, aggiungendoci tinte lievemente fosche, Ligabue riprenderà l’archetipo della femme fatale spietata nella cinematografica “Bambolina e barracuda”. L’amore è per Mogol-Battisti guerra e tradimento, perdono e castigo: “vento nel vento”, in un romanticismo spericolato che non teme rischi retorici (anzi). Ligabue aggiunge spezie di U2 e Springsteen, uno spicchio di Guccini tra la via Emilia e il rock e quella malinconia malmostosa che non si traduce mai in sintesi politica, bensì in un liberatorio “urlare contro il cielo”. Attenzione, però: la politica, o anche solo il mugugno civile, in Ligabue c’è. Quasi che l’amore, la casa in collina e la dimensione privata, non bastassero. Quasi che Ligabue, che si arrabbia a morte se lo definisci il Prodi del rock ma che ha talora fatto di tutto per esserlo, avvertisse che essere “solo” il nuovo Battisti non fosse sufficiente. Al contrario, ed è una delle caratteristiche specifiche che ne spiegano l’attualità, Battisti ha sempre e solo voluto essere il cantante della quotidianità amorosa. Neanche ha mai parlato spesso di amicizia, laddove invece Ligabue ne parla e bene, basti pensare a Radiofreccia. Le rare volte in cui Mogol lo costringeva a cantare strofe improbabili su campagna e inquinamento, lui accelerava il cantato come a volersi togliere anzitempo il dente. Le uniche volte in cui gli graziani-ivan-battisti-lucio_359x250_5d96f55ba5b049f1fae26b5fa3933757hanno dato un’etichetta politica, è accaduto per forzatura altrui: i militanti, i sinistrorsi, quelli che “Battisti è fascista”. Tutte falsità, tutte sciocchezze. Battisti si ascolta ancora perché ha ostinatamente messo in musica il più immutabile dei macrotemi: l’amore. E’ un De André che non ha mai smesso di cantare Marinella e amor perduti. Lo ha però fatto modernizzando come nessuno il gusto sanremese, che pure ha frequentato, attuando una rivoluzione tanto estrema quanto fieramente apolitica. Chi verrà dopo non solo non avrà minimamente il suo talento, ma ogni tanto avvertirà l’urgenza (personale o commerciale) di essere barricadero con qualche canzoncina di “protesta” vagamente indignata qua e là, stando bene attento a non fare nomi per non crearsi nemici. E’ il caso di Ligabue e pure di Jovanotti, un altro che quando vuole sa scrivere bene (d’amore, va da sé) ma che per una delle svariate tragedie minime post-contemporanee di questi anni è addirittura assurto a cantautore di riferimento per la sinistra (pardon per il renzismo). Battisti, no: lui è uno che canta il sentimento. Della politica non gliene frega niente e se ne vanta. E’ un Truffaut che, nel ’68, non si vergogna – né intende biascicare giustificazioni posticce – se alle barricate preferisce i baci rubati. Ci sono però altri due motivi che garantiscono a Battisti una eternità di cui, verosimilmente, lui per primo – schivo com’era – farebbe a meno. Il primo è la sua qualità di musicista prodigioso. Laddove chi è venuto dopo non ha apportato alcuna miglioria sonora, reiterando la stessa melodia per decenni, Battisti non è mai stato uguale a se stesso: quello che proponeva la medesima ricetta della casa, nella coppia, era casomai Mogol. Lucio, a ogni album, indossava vestiti nuovi. Nuovissimi. Così nuovi che la critica, di per sé fallace, ha sbagliato con lui come con pochi altri. Talento puro e atipico, Lucio Battisti è stato un solista suo malgrado: era felice solo se circondato da musicisti, detestava apparire e adorava la complicità triviale – celebri le sue barzellette sconcissime – con la band. I suoi brani non possono invecchiare perché, musicalmente, sono avanti di decenni: è il tempo che invecchia, mica lui. La svolta criptica con Pasquale Panella, che attende ancora una riscoperta definitiva, fu l’epilogo naturale di una vita da cercatore instancabile: Battisti non parlava di rivoluzione perché la rivoluzione era lui, e di sé non amava parlare. Il secondo motivo del suo fascino è da cercarsi nell’alone saturo di mistero. Nel suo anelito doloroso alla scomparsa. Nella fuga continua da se stesso, nello straziato smarcamento da una vita che gli aveva regalato troppo, quando lui – in fondo – si sarebbe accontentato di essere semplicemente il più grande sarto di musica leggera italiana. Chi ascolta oggi Battisti lo fa perché “I giardini di marzo” strappa via il cuore anche ai cinici. Perché è stato quel gran genio del nostro amico. Perché era uno, nessuno e centomila. E perché, in quanto assente in vita, non fatica a essere oltremodo presente nella scomparsa” (Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2014)

Pantani ammazzato? Non riesco a stupirmi

The-legendry-Marco-PantaniLeggo in giro tanto stupore, e pure un malcelato fastidio, per la riapertura del caso Marco Pantani. E’ lo stupore (finto?) di chi finora si è disinteressato alla sua vita, o ha vissuto su Marte, o crede alle favole (anzi agli insabbiamenti). La morte del Pirata è sempre stata piena di misteri, incongruenze, bugie e omissioni. Bastava leggersi “Vie et mort de Marco Pantani” (Grasset, 2007) e “Era mio figlio” (Mondadori, 2008). Nel mio piccolo l’ho sempre scritto anche io, per esempio qui. Ho amato Marco Pantani come molti della mia generazione, e non solo della mia. Gli ho voluto bene. Dopo la sua squalifica, come un fan inconsolabile, andai perfino a casa sua per lasciargli un biglietto di solidarietà: non l’ho mai fatto con nessun altro sportivo. La sua intervista straziante a Gianni Minà la ricordo come una coltellata. Ho sempre pensato che nessuno sportivo italiano, non tra quelli di cui sono stato contemporaneo almeno, abbia subito la gogna vergognosa del passaggio subitaneo da “eroe” a “colpevole”. Ha sbagliato, certo, ma non abbastanza da subire quella mitraglia ipocrita e indistinta. In quella cazzo di camera di Rimini non credo fosse solo. Paiono attestarlo troppe cose: la stanza era mezza distrutta, c’era sangue sul divano, c’erano resti di cibo cinese (che Pantani odiava: perché avrebbe dovuto ordinarlo?). Marco aveva chiamato due volte la reception parlando di due persone che lo molestavano (aneddoto catalogato come “semplici allucinazioni di un uomo ormai pazzo”). Fu trovato blindato nella sua camera, i mobili che ne bloccavano la porta, riverso a terra, il torso nudo, il Rolex fermo e qualche ferita sospetta (segni strani sul collo, come se fosse stato preso da dietro per immobilizzarlo, e un taglio sopra l’occhio). Vicino al suo corpo c’erano delle palline fatte con la mollica del pane, in cui sono state trovate tracce di cocaina. Nella camera non sono state trovate altre tracce di stupefacenti. Non esiste un verbale delle prime persone che sono entrate all’interno della camera, non è stato isolato il Dna delle troppe persone che entrarono nella stanza. Il cuore di Pantani venne trafugato dopo l’autopsia dal medico, che lo portò a casa senza motivo (“Temevo un furto”) e lo mise nel frigo senza dirlo inizialmente a nessuno. Perché il cadavere aveva i suoi boxer un po’ fuori dai jeans, come se lo avessero trascinato? Che senso aveva quel messaggio in codice accanto al cadavere (“Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata”)? Eccetera. E’ mia opinabilissima convinzione che Marco Pantani, ragazzo fragile e talento infinito, sia stato ammazzato due volte. La prima a Madonna di Campiglio 1999, la seconda il 14 febbraio 2004. Temo di non sbagliare. Spero (poco) in un briciolo di giustizia postuma. E conservo il dolore, perché ai fratelli maggiori non smetti di voler bene. E certe ferite non si cicatrizzano mai.