Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
novembre: 2014
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Renziani o ingoianti?

IMG_6243Dico sul serio, per certi versi li invidio: alludo a quelli che, fino a ieri, si dicevano “diversi” e adesso plaudono financo lo yuppie speculatore che auspica “una limitazione del diritto dello sciopero”. La loro capacità di accettare tutto, ma proprio tutto, quasi mi affascina. Paiono concepire la politica come fosse calcio: non pensano, ma tifano. Più che “renziani” andrebbero spesso chiamati “ingoianti”: se Renzi gli dicesse che il futuro è riscrivere la Costituzione con Verdini (ops, sta accadendo) o magari reintrodurre la schiavitù, accetterebbero pure quello. Tutte vittime, si direbbe compiaciute, di questa sbornia tragicomica per un Panariello minore. Quando – per caso o per disgrazia – vi tornerà un po’ di amor proprio, fate un fischio: vedere gli ex berlusconiani provare orgasmi mosci per Renzi è normale, perché dal padre scaltro si è solo passati al figlio mezzo bischero; ma osservare le garrule metamorfosi renziane di chi fino a ieri giurava di voler migliorare questo paese sul serio, e oggi si è ridotto a celebrare la prima Boschi che passa neanche fosse Nilde Jotti, be’ un po’ di tristezza la mette.

M5S, i talkshow, la speranza e l’asilo Mariuccia

grillo1Ieri ero a pranzo in Romangia da un vignaiolo sardo che stimo molto, Alessandro Dettori. Abbiamo parlato (poco, per fortuna) anche di politica. Mi ha chiesto come vedessi oggi il Movimento 5 Stelle. Gli ho risposto che, pur non avendo i sondaggi davanti, lo ritengo ancora il movimento politico più forte in Italia tra gli under 40-45. Stamani ho letto Marco Travaglio e ho sorriso nel leggere la stessa riflessione. Del resto ci eravamo confrontati anche su questo, lo scorso weekend a Cagliari e Sassari. Ospiti di un Juventus Fan Club di Sassari per Juve-Roma (le espressioni del romanista Antonio Padellaro durante i disastri di Rocchi resteranno indelebili), avevamo anche parlato della imminente tre giorni al Circo Massimo. Scrive oggi Travaglio, e so di replicare qui gran parte dei suoi concetti, che ieri “un sondaggista molto in voga” gli ha chiesto in aeroporto: “Ma secondo lei lo sa che il M5S è ancora il primo partito fra gli italiani sino a 45-50, e sopra quella soglia crolla, regalando a Pd e Forza Italia tutto il resto del paese più vecchio d’Europa?”. E’ uno pizzadei tanti paradossi di Renzi: finge di incarnare il “nuovo”, ma deve il suo successo anzitutto al “vecchio”, inteso tanto come elettorato quanto come programma. Ma il paradosso è anche grillino: che senso ha non andare più nei talkshow (nei tg ci vanno ancora, ma non se ne accorge nessuno) se si deve conquistare proprio l’elettorato over 50 che guarda anzitutto i talkshow? Insistere su Rete e agorà è rispettabile ma si configura come “Sindrome Luttazzi”: convincere i già convinti, riempire i teatri e le piazze di gente che già ti vota. E dunque non conquistare mezzo voto in più, ma al massimo consolidare quelli già in serbatoio. Qual è la logica di uscire pressoché del tutto dal piccolo schermo, se la tivù – ben usata, quindi sì ai Di Maio e no ai Giarrusso – è la maniera più efficace per attrarre chi per ora ti ritiene disfattista e inutile? Il paradosso di una tale strategia tafazziana va di pari passo con il masochismo ciclico della lotta tra faide: perché estromettere Pizzarotti dal Circo Massimo? E perché replicare (come ha fatto Pizzarotti) con una guerra ai vertici? Grillo e Casaleggio dovranno lasciare spazio ad altri, ma il Movimento non pare ancora pronto a tale staffetta (e dunque Pizzarotti, che ha le sue ragioni, rischia di forzare i tempi e fare il gioco involontario tanto dei renziani quanto dei martiri di professione). Io aspetto sempre il giorno in cui il Movimento 5 Stelle capirà che è l’unica opposizione al Partito Unico e, conseguentemente, agirà con efficacia e intelligenza. Milioni di italiani guardano a M5S come sola alternativa e nutrono fiducia in loro, vuoi per meriti effettivi e vuoi per demeriti altrui: se ne sono accorti o no? La fuga dai talkshow è una puttanata totale e della lotta tra pizzarottiani e talebani non ce ne frega una beata minchia: datevi una svegliata, individuate un portavoce (Di Maio) che dia battaglia anche in tivù al Partito Unico, usate il Circo Massimo come luogo per ripartire con slancio (non per frignare, gridare al complotto e regolare conti interni). E finitela una volta per tutte con questo masochismo da asilo Mariuccia.

Elogio breve del dubbio

gaberIeri sera, a Servizio Pubblico, Sallusti ha detto a Travaglio: Vorrei che tu dicessi ‘De Magistris dimettiti'”. E Travaglio: “É già in pagina”. Lungi dallo stupirmi, l’ho trovato un momento emblematico del paese Italia: un paese di tifosi. Perché, oggi, Travaglio non dovrebbe dire e scrivere (a torto o a ragione) che De Magistris deve dimettersi? La risposta di Sallusti, ma pure degli integralisti renziani e grillini, è semplice: “Perché ha creduto in De Magistris”. Dunque, secondo Sallusti, Travaglio dovrebbe difenderlo a prescindere. Ecco: è la cosa che intellettualmente mi mette più tristezza. Quella che più avverto distante. Uno dei tanti aspetti che mi piacciono del “Fatto Quotidiano“, che è poi anche uno di quelli che più mi piacevano di Pasolini e di Gaber, è quello di non avere chiese. Non fare sconti, non essere mai tifosi. Per Sallusti è ovvio difendere sempre Berlusconi, anche e soprattutto quando è indifendibile. E così, per gli ultrà renziani. E così per quelli grillini. Come se parlassimo non di politica e di idee, ma di squadre di calcio (a margine: io non riesco a essere veramente fazioso neanche nel calcio). Chiedo scusa, ma se è questo l’approccio che cercate, avete sbagliato giornale e giornalista. Il fatto – per esempio – che mi senta vicino a molte battaglie dei 5 Stelle non significa che mi piaccia tutto dei 5 Stelle. E se qualche (molti) talebano si arrabbia, pazienza. Ciò che rende libero un uomo è proprio il mettersi costantemente in discussione e non rinunciare mai al dubbio. Io forse spaccherò troppo il capello in quattro, ma in giro vedo sin troppe persone che “si divoran tutto senza protestare/ gli si potrebbe dare in premio/ un bel barattolo di merda/ per duemila lire” (cit).

George Harrison, il più grande da solo

harrison“Fu come andare in bagno e liberarsi interamente dopo anni di costipazione”. Così George Harrison amava spiegare la nascita di All Things Must Pass, il suo triplo album del 1970. Ritenuto erroneamente “il terzo Beatle” e fatalmente oscurato da Lennon e McCartney, Harrison aprì ogni rubinetto artistico possibile. Ne nacque un album saturo di intuizioni, irripetibile e indimenticabile. E’ appena uscito George Harrison: The Apple Years 1968-75, box con i suoi primi sei album da solista, un dvd e un libro realizzato dal figlio Dhani. Il cofanetto aiuta a comprendere le sfaccettature di una figura inquieta e complessa, diviso tra le tentazioni della vita materiale e l’anelito a una spiritualità totalizzante. Quando i Beatles frequentarono il Maharishi Mahesh Yogi, per gli altri fu poco più che una sbornia mistica: per George no, per lui fu Rivelazione. La sua storia è stata raccontata da Martin Scorsese nel magistrale docufilm Living In A Material World. Harrison scelse con cura ogni particolare di All Things Must Pass. Anche la copertina: lui è adagiato in una sedia, nel mega-parco della villa di Friar Park; sotto, quattro gnomi da giardino a terra. Gli gnomi erano i Beatles. Lennon commentò inizialmente il disco con toni sprezzanti, un po’ per la copertina e un po’ perché “in quel periodo George tramutava in oro tutto quello che toccava”. Ne era geloso. Tra i sei album riproposti dal cofanetto c’è anche Wonderwall music (1968), colonna sonora dell’omonimo film di Joe Massott. La musica indiana compariva già allora. Era stato Harrison, del resto, a inserire tre anni prima il sitar in Norwegian Wood: l’esordio di quello “strano” strumento, scoperto grazie al maestro Ravi Shankar, nella musica occidentale. Il secondo lavoro di Harrison, Electric Sound, è un delirio che contiene suoni ricavati da un sintetizzatore Moog IIIP: “Non ho mai imparato veramente a usarlo, registravo qualsiasi suono uscisse mentre giocherellavo con i pomelli. Indizi di avanguardia”. I Chemical Brothers, negli Anni Novanta, lo hanno rivalutato. Dopo All Things Must Pass sarebbero arrivati altre tre album in studio: Living in A Material World (discreto), Dark Horses (fragile e ulteriormente indebolito da una tournèe sciagurata, con Harrison senza voce e mediamente strafatto) e Extra texture (Read alla bout it). Quest’ultimo fu imposto dalla Apple, che esigeva una sesta opera: harrison 2Harrison eseguì, con navigata sciatteria. Più o meno la stessa cosa che accadde nel 1982 con Gone Troppo. Il titolo, più o meno, vuol dire “Andar fuori di testa ai Tropici”. Ad Harrison faceva così schifo che si rifiutò persino di promuoverlo. Dalla seconda metà dei Settanta, l’uomo fu molto solitario e spesso extra-musicale: frequentava il mondo della Formula 1, produceva film. Amava i Monty Python e, quando vide che nessuno voleva produrre il teoricamente blasfemo Brian di Nazareth, lo fece lui. A conferma di come il suo essere profondamente credente non contemplasse un approccio bigotto. Anche in My Sweet Lord giocò con la religione: “Se avessi messo subito il ritornello “Hare Krishna”, il pubblico sarebbe scappato. Invece all’inizio ripeto “Alleluja”, così loro hanno il tempo di tranquillizzarsi. Poi, quando arriva “Hare Krishna”, cominciano a canticchiarlo senza neanche rendersene conto”. Il brano fu accusato di plagio, per una somiglianza sfacciata con He’s so Fine delle Chiffons; quella polemica, unita a truffe e vicissitudini fiscali che vanificarono parte dei proventi benefici del Concert for Bangla Desh, accelerarono la disillusione. Le sue ultime epifanie musicali avvennero a cavallo tra Ottanta e Novanta, con Cloud Nine, il supergruppo dei Traveling Wilburys (Dylan-Orbison-Petty-Harrison) e una tournée in Giappone con Eric Clapton. L’amico di sempre; quello che stava per sostituirlo nella fase finale dei Beatles; quello che sul palco del concerto per il Bangladesh si reggeva in piedi a fatica; quello che si innamorò della sua prima moglie Pattie Boyd, ispiratrice di Something, Layla e Wonderful Tonight. Nulla, però, fu mai più musicalmente bello come in All Things Must Pass. Harrison cominciò a lavorarci con i Beatles ancora attivi: ogni tanto proponeva brani propri, venendo quasi sempre respinto con perdite. Tra i pochi brani da lui scritti, e dalla diarchia Lennon-McCartney accettati, Something, Here Comes The Sun e While My Guitar Gently Weeps. A volte volava a Woodstock e scriveva con Bob Dylan: a lui dedicherà I’d have you anytime, esortandolo ad “aprirsi” agli amici. In Waw-wah ironizza sul desiderio di McCartney di imporre tutto, harrison 3anche il suono delle (sue) chitarre. Harrison aveva così tanta voglia di liberarsi da incidere un terzo album fatto di jam sessions che testimoniassero l’eccellenza dei musicisti coinvolti: Clapton, Billy Preston, Ringo Starr, Klaus Voorman, Derek & The Dominos, un giovane Phil Collins e (pare) un non accreditato Richard Wright dei Pink Floyd. Del disco esistono svariati bootleg e versioni, oltre a tracce scartate e poi riapparse altrove. Tutto, in All Things Must Pass, ammalia. A partire da Isn’t it a pity, un po’ canzone contro la guerra e un po’ riflessione sulla fine dei Beatles: “Non è un peccato?/ Non è una vergogna/ Come ci spezziamo l’un l’altro i cuori?”. Inizialmente Harrison pensò di cederla a Frank Sinatra, poi per fortuna cambiò idea. Il disco non sarebbe mai nato senza Phil Spector, immaginifico inventore del “Muro del suono”. Fu lui a postprodurre Let It Be, opera “postuma” e contrastata dei Beatles: McCartney odiò quei suoni troppo carichi, poi però dal vivo eseguiva The Long And Winding Road esattamente come l’aveva pensata Spector, con tanto di cori e violini. Quattro anni dopo All Things Must Pass, Spector ebbe un incidente d’auto che lo sfigurò e rese probabilmente pazzo. E’ in carcere dal 2009 per l’omicidio volontario della modella americana Lana Clarkson, il 3 febbraio 2003. Non potrà uscirne prima del 2028. Si è sempre proclamato innocente, oggi sembra uno spettro e forse ha il Parkinson. Harrison è morto il 29 novembre 2001 nella villa di Ringo Starr a Los Angeles. Aveva 58 anni. Malato da tempo, la sua scomparsa fu accelerata dall’aggressione subita (nel 1999) da un pazzo che entrò di notte nella sua villa di Londra e lo accoltellò più volte al torace: lo salvò la seconda moglie Olivia, che colpì l’aggressore con un attizzatoio. Le sue ceneri sono state sparse nel Gange, il fiume sacro indiano. Olivia giura che, quando il marito spirò, la stanza fu come irradiata dalla luce. (Il Fatto Quotidiano, 26 settembre 2014)

Piero Ciampi, il poeta dimenticato

ciampi 2Tra pochi giorni compirebbe 80 anni, un’età che ha fatto di tutto per non raggiungere. Riuscendoci. Ha bevuto una vita intera, “come un irlandese”, per avere le “carte in regola” e una cirrosi che suggellasse l’ultima uscita di scena. Invece se l’è portato via un cancro alla gola, a neanche 46 anni e a conferma che “Il corpo/ è un sublime/atroce/ porco”. Piero Ciampi era nato a Livorno nel 1934, in uno dei quartieri più antichi (il Pontino) di una città complicata: “Sono arrabbiato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunista. Livorno è un’isola, è la città più difficile per tutti, anche per me. Perchè a Livorno c’è tutta la contraddizione di questo mondo: ci sono gli americani, c’è il più grande Monte di Pietà che si possa immaginare, io ne so qualcosa. C’è anche una delle più numerose comunità ebraiche in Italia. A Livorno sono nati il partito socialista e quello comunista. Ecco, io sono il Robinson Crusoe di questa isola che poi è un mondo”. Sottovalutato e per nulla compreso (a volte neanche da se stesso), ha creduto nella canzone d’autore italiana prima di chiunque altro. Probabilmente troppo prima. Ha speso quasi tutto il suo tempo a sperperare se stesso, in un nichilismo ostinato che ha lasciato perle, aneddoti e rimpianti. Come ha scritto Simone Coacci su Ondarock.it, “Piero Ciampi è un avanzo di “bohéme”, ha sbagliato secolo. Un anarchico di Bianciardi. Un clochard, un capocomico senza compagnia, il demone che si nasconde sul fondo dell’ennesima bottiglia. È la mina vagante che fa saltare in aria lo iato apparente che c’è fra mercato e ideologia”. Durante il periodo militare, a Pesaro, conobbe il compositore Gian Franco Reverberi. Recluta ribelle, si scazzottava coi “nonni”, declamava poesie inventate sul momento e scriveva lettere d’amore alla figlia del comandante “degne di Cyrano de Bergerac”. Visse per un po’ a Parigi, frequentando Céline e imbattendosi in Brassens. Scriveva i testi sopra i tovagliolini da cocktail, viveva di espedienti e somigliava a Felix Lèclerc. I parigini lo chiamarono “Piero Litalianò”. Fu il nome d’arte del suo primo album, voluto da Reverberi e notato da nessuno. I versi lambivano Vian e Becaud, la discografia milanese gli consigliava di cantare alla Modugno: un mix irrisolto, che rese ancora più criptico quel talento da nomade irrequieto, che aveva imparato a suonare il contrabbasso da autodidatta e fondato la prima band con i fratelli Paolo e Roberto. Tutti morti – come lui – prima del padre Umberto, venditore di pelli. A Livorno lo ricordano ancora, alto (1.86), sempre spettinato e mai sobrio. Lo si incontrava spesso, come ricorda Riccardo Venturi su Bielle.org, all’Osteria dei Terrazzini, meglio conosciuta come Enoteca Mannari. Da ragazzino si guadagnava da vivere come impiegato alla Razzaguti Oli: il suo primo lavoro e forse anche l’unico. In pochi hanno creduto in lui e quei pochi, a volte, un po’ se ne sono pentiti. Gino Paoli lo ritiene tuttora “il più poeta di tutti, l’artista vero, egoista e folle come tutti gli artisti veri”. A fine anni Sessanta propose Ciampi alla RCA, spacciandolo come un fenomeno prolifico e affidabile. La casa discografica si fidò e concesse a Ciampi ciampiun anticipo impensabile. Lui lo prese e spese tutto subito. Quando tornò per chiederne ancora, la RCA maledì Paoli e retrocesse Ciampi a una sottoetichetta marginale: si chiamava “Amico” e avrebbe pubblicato i suoi album migliori, “Piero Ciampi” (1971) e “Io e te abbiamo perso la bussola” (1973). Entrambi scritti con il musicista Gianni Marchetti, dotato e sottovalutato pure lui, autore di colonne sonore per film surreali (“I vigliacchi non pregano”, “Muori lentamente… te la godi di più”). In un mondo neanche troppo ideale, oggi la coppia Ciampi-Marchetti figurerebbe accanto ad altre giustamente celebrate come Mogol-Battisti o De André-Pagani. Gli estimatori di Ciampi erano sparuti ma noti. Ezio Vendrame interruppe letteralmente una partita (del Padova) quando lo vide sugli spalti: voleva salutarlo come meritava un Artista. Ornella Vanoni desiderava a tutti i costi un album scritto da lui, ma Ciampi si rese irreperibile e perse anche quel treno. Aznavour si innamorò della sua “Tu no” e lo portò in Rai a “Senza rete”. Prima di entrare, Ciampi si inchiodò e disse che non se ne faceva nulla. Odiava la tivù. Paolo Villaggio, che avrebbe fatto lo stesso anni dopo con De André alla Bussola di Viareggio, lo spinse sul palco. Fu una delle sue esibizioni migliori: era molto ubriaco, era quasi stonato, era Ciampi. Dalida lo interpretava, Radio Capodistria lo trasmetteva, De André lo amava (Guccini no). Ciampi piaceva ai suoi simili e dunque ai poeti. A Roma frequentava Alfonso Gatto, si confrontava con Alberto Bevilacqua e giocava a scacchi con Carmelo Bene. Alberto Moravia abitava davanti a Ciampi. Moravia aveva un merlo, che ispirò il brano omonimo di Ciampi. Nella finzione, il cantante minacciava di mangiarsi il merlo. Nella realtà, Moravia strozzò il merlo sul serio, in uno dei non sporadici eccessi di ira. Tra i pochi a sopravvalutare Ciampi, troneggia la Domenica del Corriere: “Questo giovanotto si chiama Piero Litaliano e il suo nome, fra qualche mese, sarà sulla bocca di tutti: sono già pronti i dischi, i manifesti e gli slogan pubblicitari. [...] Fra sei mesi, un anno al massimo, Piero Litaliano sarà popolare come Mina. [...] è il cantante nuovo costruito scientificamente per il 1962”. Nel 1976 partecipò a una registrazione televisiva Rai con Renzo Zenobi e Nada, che tre anni prima aveva inciso un disco con testi di Ciampi (“Ho scoperto che esisto anch’io”). La Rai non l’ha mai trasmessa e poco è cambiato con “Piero Ciampi, no!”: reputandolo troppo avvinazzato e dunque sconveniente, lo speciale fu mandato in onda in clandestinità (il 3 agosto alle 13). Nel 1976 si esibì al Premio Tenco. Rifiutò le telecamere. Entrò in scena barcollando e in ritardo, troppo preso dalle discussioni etiliche con il patron della rassegna Amilcare Rambaldi. Lo fischiarono. Lui: “Taci tu, parla quando te lo dico io perchè, scusami, se tu vuoi parlare
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vieni qua: io rischio, te no!”. Altri fischi. Lui: “Dè, ma te perchè ‘un ti ‘ompri un sassofono?”. E via così. Poi però solo applausi. Con il pubblico litigava di continuo. A Firenze, nel 1975, abbandonò il palco senza neanche terminare il primo brano: “Sono il cantante più pagato d’Italia, 300mila lire per mezza canzone”. Si prese a cazzotti con Califano, reo di non avergli offerto da bere, e mandò a quel paese Silvan perché le sue magie erano scontate. Negli Anni Sessanta scompariva spesso. Lo avvistavano in Spagna, Irlanda, Inghilterra, Svezia e Giappone. Ha avuto molte compagne, ne ha amate davvero due: “Erano belle, bionde, alte, snelle. Ma per lui non esistono più”. La prima, Moira, irlandese, scappò dopo neanche un anno di matrimonio e si portò via il figlio. La seconda, Gabriella, romana, resistè otto mesi. Da Gabriella ha avuto l’altra figlia, Mira, citata nella relativamente celebre “Il vino”. Frequentò, poco e suo malgrado, anche la musica commerciale. Gaetano Pulvirenti, fondatore della Karim, a metà anni Sessanta gli affidò la direzione della Ariel. Doveva scrivere brani orecchiabili per autori di successo. Portò Gigliola Cinquetti al quarto posto a Sanremo, poi la Ariel fallì. Dissipatore instancabile di se stesso, ha lasciato canzoni indelebili, un’idea di arte romanticamente guerreggiante (“Non si combatte con le armi ma col cuore”), continue fughe in avanti e un rosario di vaffanculo. Il più noto è quello di Adius, che parte come una canzone quasi canonica d’amore per poi esplodere in uno sfogo liberatorio: “Mi vuoi stare vicina? Noooo? Ma vaffanculo. Ma vaffanculo. Sono quarant’anni che ti voglio dire…ma vaffanculo. Ma vaffanculo te e tutti i tuoi cari. Ma vaffanculo. Ma come? Ma sono secoli che ti amo, cinquemila anni, e tu mi dici di no? Ma vaffanculo. Sai che cosa ti dico? Vaffanculo. Te, gli intellettuali e i pirati. Vaffanculo. Vaffanculo. Non ho altro da dirti. Sai che bel vaffanculo ti porti nella tomba?”. Sapeva di essere bravo (“Ha tutte le carte in regola/ Per essere un artista/ Ha un carattere melanconico/ Beve come un irlandese/ Se incontra un disperato/ Non gli chiede spiegazioni”) e gridava minacce smargiasse alle donne e alla vita (“Dai, dai, coricati, vai che ti sganghero! Te lo faccio vedere chi sono io!”). Ha vissuto poco e sempre contromano, non conoscendo altre strade se non quella meno facile da percorrere (Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2014).

“Reputescion, i talk e il narcisismo” (TvBlog)

Schermata 09-2456923 alle 10.27.09(TvBlog, Lord Lucas). Dopo il successo di pubblico e di critica ottenuto nelle passate edizioni, che hanno visto avvicendarsi ospiti di spicco del mondo della politica, della cultura, della società e dello spettacolo tra i quali Walter Veltroni, Renzo Arbore e Carlo Verdone, domani lunedì 22 settembre alle ore 22.00 prende avvio su La3 (Canale 163 di Sky, canale 134 del Digitale) la quarta stagione di Reputescion – Quanto vali su web?. Alla conduzione, tutti i lunedì per 14 puntate (la doppia collocazione del giovedì è stata annullata, per la troppa concorrenza sui social di X Factor e Santoro), ritroveremo Andrea Scanzi. L’opinionista più forbito dei talk show ha deciso di raccontare a TvBlog qualche anticipazione sulle nuove puntate (da cui capirete che non è proprio un grande amico di Giovanni Floris, oltre che di Daria Bignardi). E di svelarci, una volta per tutte, il segreto della sua doppia anima televisiva.

Alla vigilia del ritorno, cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime interviste di Reputescion? Ti va di dirci in anteprima qualche ospite?

“Nella prima puntata di domani avremo Luigi Bisignani (il noto faccendiere, ex giornalista dell’Ansa autore del bestseller Il Direttore, ndr), che ha accettato di venire in televisione per la prima volta in tivù dopo l’avviso di garanzia per il caso Eni. Alla seconda puntata ci sarà Carlo Cracco, che si è aperto molto di più e ha ammesso molto candidamente di essersi trovato male dalla Bignardi. Poi Pizzarotti parlerà anche dello scontro che ha avuto con Grillo. Ancora, avrò un artista poco vicino a me per gusti musicali e politici ma con cui c’è stima reciproca, penso che verrà fuori un’intervista interessante: Gigi D’Alessio. E infine Fedez, sempre più in auge con X Factor. Gli altri ospiti non te li dico, perché devo ancora cercarli. Ma ne approfitto di TvBlog per fare un appello”.

Prego.

“Tramite TvBlog nomino Renzi, la Boschi e Jovanotti, li vorrei subito. Se vengono a Reputescion per loro è più facile, essendo il padrone di casa non posso essere particolarmente incalzante. Rischierebbero pochissimo. Renzi me l’aveva promesso prima di diventare premier, ho ancora il suo sms. E’ sparito, forse per lui sono diventato troppo cattivo. Con la Boschi siamo concittadini ma non c’è un gran rapporto. Con Jovanotti non siamo soltanto concittadini, ma uno abita proprio a pochi km dall’altro, entrambi a Cortona. Li vorrei perché a me piace avere degli ospiti molto distanti da me. Io ho canali televisivi in cui non sono molto amato (dal resto dell’intervista sembra si riferisca a Rai3, ndr) e in cui non mi inviterebbero mai. Io non sono così. Quando ho un programma mio tendo a chiamare quelli che sono distanti”.


Tipo Massimo Giannini? Con lui siete vicini o distanti? Lo intervisteresti per farcelo conoscere meglio, dopo il suo debutto sfocato a Ballarò?

“La mia risposta non vuole essere paracula, ma non ho visto né la prima di Floris né di Giannini, perché martedì non ero davanti alla tv. Ho sfiorato una volta sola Giannini in uno studio televisivo, non lo conosco personalmente. Lo leggo, lo stimo, abbiamo sicuramente una posizione diversa sul Governo Renzi, al momento non ho cose particolari da dire, se non che credo lui sia stato molto furbo a non fare una rivoluzione. Ballarò è un programma che funziona in quanto Ballarò. Quando tu hai un prodotto che funziona, secondo me, l’intelligenza è proprio quella di toccarlo il meno possibile. Mi dicono, poi, che martedì riporterà in televisione Paolo Rossi per la copertina, è una bella scelta. Io non ci sono mai stato a Ballarò nell’era Floris, se andassi da Giannini sarei ben felice e penso che mi divertirei”.

Siamo contenti di aver fatto da tramite anche in questo, chissà. Sempre a proposito di “distanze”, Reputescion è evidentemente l’unico programma che sa raccontare il web in televisione. Ma va in onda in un canale piccolo e lontano, come La3. Considerata l’alta risonanza e le sue grandi potenzialità, è pronto al grande salto verso lidi più visibili?

“E’ una domanda che mi pongono in tanti. Reputescion si può fare solo su La3, in quanto è un format prodotto da Showlab che ha un rapporto privilegiato col canale. Trovo sia giusto così, perché questo canale, piccolo ma gestito in maniera molto professionale, ha avuto il grandissimo merito di credere in questo progetto. E io sono gratissimo a loro per avermi dato fiducia, affidandomi il primo programma tutto mio. E’ chiaro che questa trasmissione, per quanto nata sottotraccia, è stata notata anche da altre reti. Qualcosa non dico di identico, ma di simile in futuro potrebbe nascere altrove. Dei contatti li ho avuti, ma non entro nel dettaglio perché sarebbe scorretto”.

Quindi non aspiri a condurre un programma di approfondimento politico?

“In realtà no. O comunque non è il mio primo desiderio. Se mai dovessi continuare a fare il conduttore mi vedo molto più adatto a fare una cosa come Che tempo che fa o Le invasioni barbariche, rispetto a In onda, Matrix o Piazza pulita. Detta in altri termini, mi sento molto più a agio come ospite se devo partecipare a un talk politico, perché non sono Telese o Formigli o Sottile. E lo dico con profonda stima per loro, che sanno essere neutrali e distaccati. Io nella politica credo di rendere di più se faccio l’ospite, come Travaglio, perché è il mio ruolo. Invece, quando ho l’opportunità di fare un faccia a faccia, insomma un’intervista a un personaggio che ha cose da dire, credo non mi venga malissimo. Perciò spero di farlo un giorno anche su reti grandi”.


Cos’è che funziona di più a Reputescion, allora? La luce del dentista ha il raro potere di far aprire le fauci dell’ospite, anziché dischiuderle…

“Ricordo delle parole di Maurizio Costanzo nella Strategia della tartaruga, di cui ho curato la prefazione. Il suo ricordo più bello era legato a Marcello Mastroianni a Bontà sua: lui era sua ospite, ma non si apriva. Costanzo percepiva la fatica, è un dramma in televisione non far breccia nell’ospite. A un certo punto, per una domanda che non reputava fondamentale, sentì come la zip che si apriva e Mastroianni che era pronto ad aprirgli l’anima perché cominciava a fidarsi. Secondo me Reputescion, nel suo infinito piccolo, fa sì che quella zip dell’anima si apra e lasci intravedere anche solo qualcosa dell’intimità di un personaggio”.

Quale tuo ospite credi si sia aperto di più con te?

“Ce ne sono tanti. Renzo Arbore era molto a suo agio, Rossella Brescia mi ha detto cose che altrove non aveva mai detto. Idem Luca Telese. Persino degli artisti che magari erano appena stati dalla Bignardi, come Maccio Capatonda, a Reputescion si sono aperti di più. Con Verdone si è creata un’empatia tale, che ha raccontato soltanto a me la scena inedita della Grande bellezza. Ho avuto anche Busi, che per la prima volta è ritornato sulle polemiche sulle sue affermazioni in merito alla pedofilia. E Ovadia, e Fossati, e Finardi, e Vauro. E tanti altri. Evidentemente Reputescion è un’oasi salva. Merito dell’autore, della rete, spero un po’ anche mio”.

In effetti lo Scanzi conduttore è molto diverso dall’attaccabrighe dei talk show. Volevi proprio far conoscere questo tuo lato, più disponibile all’ascolto e attento alla sensibilità di chi hai di fronte?

“Mi faceva piacere che venisse fuori, ma non perché fosse studiato a livello professionale della serie ‘adesso voglio dimostrare che so anche stare calmo’. Io sono diventato famoso perché attacco la destra e la sinistra, perché ho raccontato in tv i 5 Stelle prima di altri, ma in fondo vengo dalle interviste. Anche quelle sportive, il che spiega perché vado a TikiTaka ogni tanto lasciando in molti perplessi. Il mio primo libro era la prima autobiografia vera su Roberto Baggio, nel 2001. Ma io, già da quando ho iniziato a fare il giornalista, la prima cosa che facevo erano le interviste: a Fossati, a Luttazzi, a Grillo. Ne ho fatta una di dieci pagine a Gaber. Però poi la televisione ti cristallizza per fare di te un personaggio, allora Scanzi è quello che ha litigato con la Santanchè, funziona, fa ascolti, diventa il polemista. Per carità, ci sono insulti peggiori e va benissimo, ma sono più sfaccettato di quello che va litigare in televisione. Sono anche quello che si vede a Reputescion. Io mi diverto molto più a intervistare Verdone, che ad andare in televisione con Pina Picierno”.


E ti diverte anche la tv massmarket, visto che molti tuoi ospiti vengono dal daytime o dai reality…

“Un’altra cosa che mi distanzia da un certo tipo di giornalismo è che io non credo di essere un radical chic. Quando ho avuto ospite Selvaggia Lucarelli, una carissima amica, o Caterina Balivo, entrambe ritenute “nazionalpopolari”, mi sono divertito perché io sono anche pop e non lo considero un insulto. E’ appena uscita una mia recensione su Tale e quale sul Fatto Quotidiano, non è che uno vive soltanto di massimi sistemi”.

A me interesserebbe molto, invece, un tuo parere sulla situazione attuale a La7. Come vedi questa partenza difficile, tra Floris, il caso Gruber…

“Io La7 la vedo da ospite, non conosco i meccanismi. E’ una splendida rete. E’ innegabile che ha puntato totalmente sui talk show in un anno in cui il talk show è molto meno accattivante e me ne rendo conto anch’io quando lo frequento. Oggi mi diverto di più a TikiTaka, perché è una fase di stanca politica, di pensiero unico. Non è colpa de La7: è così e basta. Non si capisce bene chi stia da una parte e chi dall’altra. E’ difficile trovare il punto di differenza netto, nell’era berlusconiana chiamavi la Santanchè da una parte e uno di sinistra dall’altra e facevi il boom di ascolti. La7 ha puntato troppo su un metodo comunicativo che è un po’ in crisi. Trovo ci siano grandi professionisti a La7, per esempio ritengo che Tiziana Panella sia bravissima. Trovo sia stato molto bravo nella prima puntata Formigli, che ha avuto il coraggio di fare l’inviato all’estero e di non puntare solo sulla politica. Credo che la crisi di ascolti sia innegabile nel caso di Floris. Parlo della striscia preserale. Ricordo che facevo G’ Day con la Cucciari e ci chiusero che non arrivavamo al 3%, non arrivare neanche al 2 e chiamarsi Floris credo non sia positivo dal punto di vista quantitativo. Ho paura che al momento Renzi abbia massificato e uniformato troppo la comunicazione. Poi è ovvio che io esprimo tutta la mia vicinanza a Lilli Gruber, che tornerà più forte che mai e che sicuramente mi manca molto, perché io a Otto e mezzo mi diverto e spero che torni presto”.

L’intervista è finita, mi ritengo personalmente soddisfatto perché avere un giornalista forte nella dialettica come Scanzi significa sempre portarsi a casa più di un titolo. Poi, quando meno te l’aspetti, Scanzi ci tiene a farti aggiungere una cosa.

“Scusami, ci tengo a dire che Reputescion è un’idea di Fabio Migliorati, per non avere neanche 30 anni è un autore veramente bravo. Se riesci a citarlo mi fa piacere, è autore unico e son contento. I testi sono suoi e basta, ci lavora tanto”.

Ma da un egocentrico come ti dipingono uno non si aspetterebbe l’esaltazione di meriti altrui…

“Io gioco tantissimo sull’egocentrismo. Sono consapevole del fatto che mi piaccio, un po’ Narciso lo sono, mi piace se una donna mi fa i complimenti e godermi la bella vita. Ma c’è una cosa che può dire chiunque lavora con me, ovvero che ho un grandissimo senso della squadra. Ringrazio sempre chi fa le pagine del Fatto quotidiano, chi lavora con me a teatro. Anche quando giocavo a calcio preferivo fare l’assist che andare in rete”.

Giusto perché Scanzi sa spiazzarti sempre (TvBlog, Lord Lucas).

Ehi, 5 Stelle, ci siete?

_ZIF4827.JPGNon so voi, ma è da un po’ che mi chiedo: “Sì, okay, ma concretamente i 5 Stelle che stanno facendo?”. D’accordo, quasi tutta l’informazione gli rema contro. D’accordo, sono gli unici che fanno davvero politica sul territorio (vedi anche la marcia in Puglia contro il Tap). D’accordo, in Parlamento (spesso, quasi sempre) conducono battaglie giuste. E non è poca cosa. Poi però uno pensa a questa cappa opprimente calata dall’alto, con l’obbligo del Pensiero Unico Renziano (laddove “pensiero” è una parola grossa) e si chiede: oh, Grillo, puoi battere un colpo? Puoi far sapere non solo a chi passa 24 ore su 24 in Rete, ma anche al resto degli italiani cosa fanno i 5 Stelle? Di Sel non si ha quasi più traccia. La Lista Tsipras colleziona figuracce che ne basterebbero la metà. L’opposizione coincide con i 5 Stelle. E loro la fanno. Ma non lo sa quasi nessuno. E i risultati, per loro, elettoralmente sono impietosi. Basta leggere Pagnoncelli sul Corriere: il 57% degli intervistati non ritiene che coinvolga realmente i cittadini nelle decisioni, mentre il 54% pensa che faccia molte polemiche senza progetti concreti; oltre un milione di elettori del 2013 ha abbandonato M5S preferendo il Pd alle Europee; un elettore su 4, tra coloro che hanno votato M5S a febbraio 2013, si dichiara deluso; e tre elettori su 4, tra coloro che non li hanno votati, dicono che in Parlamento non fanno nulla (dunque il M5S non ha capacità attrattiva, al massimo consolida il 75% del suo bacino di un anno e mezzo fa).
Due giorni fa ho letto l’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto. Cito in particolare: “In Parlamento i 5 Stelle hanno assunto quasi sempre la posizione giusta, anche a costo di sfidare i vertici (vedi reato di clandestinità). E bene fanno ora a respingere il ricatto sul duo Violante-Bruno, offrendo i loro voti a candidati indipendenti per la Consulta. Ciò che manca dimaioperò è un progetto complessivo che risulti credibile e autorevole. Ma anche visibile. E qui non si scappa: le idee camminano sulle gambe degli uomini e questi devono farsi sentire. Affidare la comunicazione al blog di Grillo e alle sue uscite per metà azzeccate e per metà goliardiche, scombiccherate, estemporanee e cacofoniche (tipo quelle su immigrati e Tbc), per giunta alternate dai balletti “tv sì-tv no”, “vado da Vespa-mai più da Vespa”, è un errore madornale. In Parlamento si possono fare cose splendide, ma se poi la gente non le viene a sapere, strillare ai media di regime (sai che novità) non serve. Manca una figura credibile e autorevole che ogni sera enunci ai tg e ai giornali (i talk show visti finora sono i salotti del Nazareno) la posizione della prima e spesso unica forza di opposizione. Un portavoce eletto dagli eletti non snaturerebbe il movimento né lo trasformerebbe in partito. Che sia Di Maio o un altro, poco importa: purché ci sappia fare. Quando Renzi si atteggia a ultima spiaggia, fa ridere: morto un premier se ne fa sempre un altro. Ma, senza un’alternativa seria, l’altro sarà sempre uguale al predecessore. I 5 Stelle ci pensino, nei tre giorni al Circo Massimo. E ci pensi soprattutto Grillo che forse non se n’è accorto, ma è il capo dell’opposizione. Se non vuol farlo lui, lo faccia fare a qualcun altro”. Fatico a dargli torto. Anzi, condivido interamente. “Cittadine” e “cittadini” 5 Stelle, al di là delle meritorie agorà e della lodevolissima battaglia in Parlamento, potreste far sapere al mondo – non solo agli “iniziati” e ai “prescelti” – cosa diavolo state facendo? Così, giusto perché la stragrande maggioranza degli elettori non continui a credere alle bombe mediatiche di Renzi e della sua ghenga.

“Mai barattare la propria libertà” (Intervista)

Schermata 09-2456920 alle 18.00.29Giornalista e scrittore italiano di successo, che si caratterizza per il fatto che parla e scrive senza peli sulla lingua! Andrea Scanzi, fin dai suoi primissimi articoli “scritti per il giornalino universitario”, aveva la capacità come da lui stesso viene raccontato di “creare al contempo esaltazione e incazzature”. Ciò che salta subito all’occhio leggendo i suoi pezzi è il fatto che scrive quello che pensa, anche se questo vuol dire colpire i vertici del potere! Abbiamo intervistato Andrea Scanzi che si è dimostrato disponibile nel rispondere alle domande da noi poste, riguardanti la sua carriera.

La tua carriera giornalistica inizia nel 1997, che ricordo hai di quel periodo?
“Avevo 23 anni e frequentavo la Facoltà di Lettere ad Arezzo. Una vita fa, anzi molte vite fa. Nel frattempo c’è stato un matrimonio, un divorzio, tanti traslochi e tante donne. Soprattutto una, che molto mi ha dato e insegnato. Se mi guardo indietro non solo non mi riconosco, ma neanche mi ricordo granché. Ma l’inizio da giornalista sì che me lo ricordo. Scrivevo nel giornalino dell’Università e in una fanzine musicale. Si chiamava Zonedombra e la curava uno dei miei migliori amici, Gianluca Gori. Ogni articolo che scrivevo creava al contempo esaltazione e incazzature: evidentemente avevo già il dono naturale di non restare indifferente. Gianluca mi consigliò di spedire qualche articolo in giro. Era appena uscito Urban Hymns dei Verve. Lo recensii in mezzora e spedii il pezzo al direttore del Mucchio Selvaggio. Non avevo mai comprato Il Mucchio fino a quel giorno, lo scelsi su consiglio di Gianluca. Il direttore Max Stefani, il giorno dopo, mi scrisse chiedendomi di collaborare con lui. Ho cominciato così”.

Abbiamo visto la tua firma per Il Manifesto, L’Espresso, La Stampa per citarne alcuni. Ci puoi spiegare qual è il segreto di un così tale successo?
“Non so se ci sia un “segreto” e non so se si possa usare nel mio caso la parola “successo”. Ho sempre scritto quello che pensavo. Un po’ mi ha aiutato una naturale predisposizione a scrivere e un po’ la voglia di conoscere tutto. Ero il classico bambino che ripeteva sicuro: “Da grande voglio fare lo scrittore”. Ho avuto persone che hanno creduto in me in momenti decisivi, su tutti Edmondo Berselli. Un fratello maggiore che mi manca, ogni giorno. Dopo Il Mucchio e alcuni mesi a Rigore, un “settimanale di calcio e cultura” in cui mi firmavo “Andrea Rui Scanzi” in onore di Rui Costa, la prima svolta fu Il Manifesto nel 2002: scrivevo di sport, perché i direttori mi ritenevano troppo poco “de sinistra” per scrivere di politica e cultura. Nel 2005 passai alla Stampa, sempre come collaboratore (sono stato precario fino al primo aprile 2012), per volere dell’appena arrivato Giulio Anselmi. Nell’aprile del 2009 Marco Travaglio mi chiese di scrivere per Il Fatto Quotidiano, che ancora non era neanche nato. Non me la sentii e presi tempo: non me lo perdonerò mai. Nel frattempo alla Stampa era arrivato Mario Calabresi: mi dirottò a scrivere di moto per non farmi parlare di politica. Nel 2011 sono tornati alla carica Padellaro e Travaglio: ho accettato, con due anni di ritardo. Da allora la mia vita ha cominciato a girare vorticosamente. Una bella giostra”.

rionero8Ti occupi di tutto, dalla politica allo sport, ma dici che sembra essere un difetto, per quale motivo?
“Non è un difetto per me, ma per chi ha il mito della specializzazione. In Italia si ha questa idea insensata secondo cui una persona debba occuparsi sempre e solo dello stesso argomento. Mi annoierei tremendamente, e credo anzi che una delle mie forze – ammesso che ne abbia qualcuna – sia proprio la contaminazione. Ciò che gli altri chiamano “tuttologia” è per me curiosità culturale. E’ vero: parlo di musica, di sport, di politica, di vino. Parlo e scrivo di un sacco di cose. Se però me lo fanno fare, è perché evidentemente ho un pubblico che mi segue e reputa competente”.

Il tuo amore per la scrittura ti ha portato a scrivere dei libri, a quale sei più legato e per quale motivo?
“Voglio bene a ognuno dei miei libri, ma quello più caro è sempre il prossimo. E il prossimo sarà il mio primo romanzo, in uscita a marzo 2015 per Rizzoli. Il più personale è “I cani lo sanno”; il più venduto è “Non è tempo per noi”, che verrà ristampato e aggiornato a novembre nella collana Bur Bestsellers Rizzoli; e il più sorprendente rimane “Elogio dell’invecchiamento”: l’ho scritto quasi per scherzo, ma ha avuto molta fortuna ed è ancora uno dei libri più amati dagli appassionati di vino. Tra i miei primissimi libri, credo che quelli dedicati a Gilles Villeneuve e Marco Van Basten fossero ispirati. E l’autobiografia di Roberto Baggio, tradotta in tutto il mondo, coincise con il mio primo lavoro: anno 2001, testi di Enrico Mattesini e miei”.

Spesso ti si vede a La7 come opinionista e parliamoci chiaro non ti fai mettere i piedi in testa da nessuno: questa sicurezza da dove proviene, solo dalla conoscenza?
“La tivù mi diverte, non l’ho mai demonizzata e la frequento con piacere. Amo anche contesti più leggeri, al G Day di Geppi Cucciari mi divertivo molto e mi diverto anche adesso a Tikitaka. La politica, dopo un po’, mi rompe le palle. Soprattutto in questo periodo. Spesso mi dicono: “In tivù non ridi mai”. Per forza che non rido: tu rideresti se avessi davanti certi politici? Se mi inviti con Michele Serra mi diverto, se mi inviti con la Picierno no. Ma non sono un “polemista” di mestiere. Ho avuto una buona scuola, questo sì. In casa mia, fin da quando ero adolescente, ho frequentato una palestra dialettica assai impegnativa: la mia famiglia. Quando impari a gestire il confronto con una “mastina” come mia madre, e quando hai la fortuna di avere maestri come lei, e mio padre, e i miei zii, e gli amici, e alcune ex compagne, a quel punto non temi nulla. Ha aiutato molto anche il teatro: da tre anni faccio 40-50 date a stagione. Ogni sera devi convincere e ammaliare, o anche solo non annoiare, spettatori paganti che sono usciti di casa per vederti e ascoltarti: una sfida dura e meravigliosa. Nulla è più formativo del teatro. Se non ti fa paura il teatro, figurati se ti fanno paura la Santanché e la Boschi. Aggiungici una supponenza naturale, un’autostima incurabile, un’affabulazione spero non sgradevole e un carattere da toscanaccio spigoloso. Non capirò mai i colleghi che vanno in tivù a fare le belle statuine o gli zerbini: non ci riuscirei mai. Per fortuna”.

trioSai che al giorno d’oggi è un lusso poter parlare e scrivere liberamente senza correre il rischio di subire ripercussioni lavorative in cui puoi scordarti di vedere pubblicato un tuo pezzo: tu puoi permetterti libertà perché ti sei fatto un nome?
“Scrivevo e dicevo le stesse cose anche quando “non mi ero fatto un nome”, solo che adesso ho un pubblico molto più ampio. Non concepisco l’idea di dire e scrivere cose che non penso. O mi garantiscono la libertà, o per me non c’è futuro. Allo stato attuale, l’unica oasi effettiva che conosca nel giornalismo cartaceo è Il Fatto Quotidiano. In tivù è diverso: se funzioni e fai ascolti, ti chiamano eccome. Anche se sei scomodo. In questo sono molto più “laici” e meritocratici i berlusconiani dei radical chic sinistrorsi. Esiste una censura, ma più ancora un’autocensura. Soprattutto in Italia. C’è poi una mancanza di talento imbarazzante: quando fai zapping e ti imbatti in giornalisti esilissimi, non è che lo fanno per pavidità. Spesso sono proprio così”.

Fai tranquillamente le pulci al governo, chiamando le cose con il proprio nome, ma questo ti attira tante antipatie. Ti è mai capitato di subire delle minacce per quel che scrivi e dici?
“Le antipatie vanno benissimo, sono spesso intollerabile e mi sopporto a fatica anch’io. Minacce online di continuo, anche sulla mia pagina Facebook o su Twitter. Da renziani, da berlusconiani, da grillini: se voglio, so restare indigesto a tutti. Poi capitano altre cose. Per esempio saltano dei contratti, soprattutto a teatro. Se fossi renziano, invece di 40-50 date a stagione ne farei 150. E frequenterei molti più salotti televisivi à la page. Che dire? Preferisco essere libero”.

Ci parli del tuo tour Gaber se fosse Gaber, da dove è nata l’idea di questo spettacolo?
“Uno dei regali più belli che la vita mi abbia fatto. La Fondazione Gaber mi chiese di ideare una lezione teatrale per una data a Voghera nel febbraio 2011. Doveva essere un evento isolato e ne è nata una tournèe che ha superato le 120 repliche e che ogni tanto riprendo. Ho poi scritto un altro spettacolo, Le Cattive Strade, prodotto da Promomusic e tuttora in tour. E’ dedicato a Fabrizio De André e con me c’è Giulio Casale. Mi sono laureato su Gaber e De André nel 2000: con questi spettacoli è come se avessi chiuso il cerchio. Il teatro mi piace. Tantissimo. Marco (Travaglio, NdA) fa spettacoli perché è l’unica maniera di raccontare storie lunghe che in tivù non trovano spazio, ma non ne ha il mito. Per lui il teatro è “solo” un mezzo espressivo. Io, al contrario, avverto proprio la sacralità della dimensione teatrale. Insieme al sesso, al vino, alla musica e alla conoscenza, è l’adrenalina a cui non posso rinunciare”.

cattiveTrovi similitudini tra te e Gaber?
“Gaber è un gigante e io un pizzettaro. Non scherziamo. Se c’è una similitudine, è solo nell’approccio iconoclasta e urticante. Nell’avvertire l’urgenza di provocare costruttivamente il lettore e lo spettatore per costringerli a una reazione, a una riflessione, a uno scatto. In questo, sì, Gaber e Sandro Luporini mi hanno influenzato enormemente”.

Parliamo di politica, cosa ne pensi del governo Renzi?
“Un mix di incompetenza e arroganza raro. Renzi è lo “sfigato” che non invitavano alle feste delle medie. Forse è uscito dalla canzone Tapparella di Elio. E adesso si vendica, col sorriso sulle labbra ma efferatamente, quasi come il giudice di De André. Renzi è un restauratore, un berluschino circondato da yesmen deboli e vestali improponibili. L’Italia, allo stato attuale, è vittima di una sbornia per un Panariello minore. Auguri”.

A parer tuo se ci fosse il M5S al governo potrebbe far meglio di quello attuale?
“Bravi a fare opposizione, bravissimi a farsi male da soli. Persino un criceto ripetente farebbe meglio di una Boschi o una Madia, ma i 5 Stelle al governo del paese non andranno mai. E dunque non ha senso porsi una domanda simile”.

Vuoi dare un consiglio a coloro che vogliono intraprendere la carriera giornalistica?
“Mai stato un granché a dare consigli. La carriera giornalistica era già difficilissima quando avevo 20 anni, figuriamoci adesso con Internet e la crisi. Non ci sono consigli o strade maestre. E’ ciò che volete fare? E’ davvero il vostro sogno? Provateci. Non demordete. E non macchiatevi del reato peggiore: barattare la vostra libertà”. (Desirè Sara Serventi, Notizie Nazionali)

Fedez: “populista hooligan, diversamente rapper”

Fedez
Va ascoltato con attenzione “Pop-hoolista”, il nuovo concept album (20 brani) di Fedez in uscita il 30 settembre. Un’opera coraggiosa e ambiziosa, in cui un artista fa nomi e cognomi e si scaglia – senza ipocrisie e con ispirazione – contro un potere tragicomico e una società prossima al rincoglionimento. Ironie e scudisciate, lettere a Barbara D’Urso (“Cara Barbara eccomi qua (..)/ Il pomeriggio alle tre/ Ho occhi solo per te/ Voto la Santanchè (..)/ La tv spazzatura C’inquina/ Barbara d’Urso, tombola”) e cazzotti al clero (“A noi le ostie a voi le ostriche, la vostra eucarestia è la nostra carestia. aspiranti don Verzè con la faccia come il culto, ipocrisia incastonata in collane e anelli d’oro pesante, più che bulli di quartiere, bulli di Cartier“), stilettate e bastonate a personaggi famosi poco graditi (“Il mio paese chiama Facchinetti figlio d’arte/ Come andare da Mcdonald e dire vado al ristorante”), duetti (Elisa, Malika Ayane, Noemi, Francesca Michielin, J-Ax) e stereotipi scorticati, giochi di parole e una riflessione insistita su un paese “dove la gente non arriva a fine mese ma si preoccupa che la batteria dello Iphone arrivi a fine giornata”. Un paese in cui “l’italiano batte la mani quando il suo l’aereo atterra/ Ma non batte ciglio quando il paese affonda/ L’italiano fa casino durante il minuto di silenzio/ Ma poi sta in silenzio per anni quando dovrebbe far casino/ L’italiano per protestare in piazza aspetta che sia il sole/ Il bollettino meteo guiderà la rivoluzione”.

Perché questo titolo?
“E’ riferito tanto a populista quanto a hooligan del rap. Volevo rimarcare il mio essere diversamente rapper, affrontando tematiche politiche e sociali con leggerezza. Ormai in Italia sono ‘populisti’ tutti coloro che non accettano ciò che impone la maggioranza. Ricordo una frase di Casaleggio: ‘Sono fiero di essere populista’. Anch’io”.
“Diversamente rapper”: un’autodefinizione che usa spesso.
“Il rap italiano è una subcultura che usa canoni estetici e stilistici imposti: da palestra del libero pensiero è diventata un Rotary Club. Pur facendo la gavetta e partendo dai centri sociali, non ho mai seguito le regole. Quindi passo per pecora nera, anche solo perché oso avere influenze pop”.
Ieri Berlusconi, oggi Renzi.
“Con il passare del tempo sono diventato più realista e più rassegnato. L’Italia resta una penisola che non c’è. Da ragazzino volevo cambiare il mondo, a 25 anni so che non è possibile. Mi limito a scattare delle istantanee. Ho perso le speranze anch’io”.
La definiranno grillino.
“E’ già successo e accadrà. In Italia abbiamo bisogno di etichettare e “grillino” è diventato un epiteto negativo a prescindere. Io condivido alcune cose dei 5 Stelle e altre no, li ho votati ma non sono un integralista. Di sicuro rappresentano la scelta migliore, sia perché sono veramente nuovi e sia perché sono l’unica scelta che abbiamo”.
I rapper di oggi sono i cantautori di ieri?
“Senza dubbio. Il rap non innova, ma rinnova. Prende tutto quello che c’è, anche il teatro canzone di Gaber, e lo rinnova. Nei dischi precedenti ricevevo la base e ci scrivevo di getto i testi, in Pop-hoolista ho fatto il contrario. Per i monologhi, che sostituiscono il classico “bridge” e ti permettono un sunto della situazione senza dover rispettare la rima, ho lavorato con Matteo Grandi. L’ho conosciuto su Twitter e mi è piaciuta la sua ironia. Siamo diventati amici, è diventato il mio psicologo artistico e sarà uno dei miei autori a X Factor”.

Fedex-articolo-20140911La chiameranno “venduto”. E non sarà la prima volta.
“Ho vissuto abbastanza male il mio imborghesimento artistico. L’underground non ti odia quando ti inizi a vendere, ma quando ti iniziano a comprare. Negli Stati Uniti è molto diverso, lì l’obiettivo è fare più soldi di tutti. In Italia no, il successo lo devi tenere nascosto”.
Le riesce?
“Sì e no. E’ un lavoro e lo devi fare, altrimenti ti scrivi i pezzi in cameretta e te ne rimani lì. Voglio allargare il mio pubblico. X Factor è una scatola mainstream, ma io sono molto diverso. Parto come l’anello debole, sono un rapper e vengo percepito dal grande pubblico come un teen-idol: un pupazzone di Walt Disney. Mi sono messo in gioco e so che, non appena indovinerò un congiuntivo, il pubblico si stupirà, farà “uoooh!” e penserà che forse che non sono un narcotrafficante ignorante pieno di tatuaggi. E’ una sfida che mi stimola molto”.
In Pop-hoolista se la prende con il potere, ma anche con la pigrizia mentale degli italiani. Chi ha più colpe?
“Gli italiani. Viviamo in democrazia e siamo noi a scegliere i governanti. Nel momento in cui la popolazione si dimentica del potere che ha, i risultati sono disastrosi come accade in Italia”.
Che effetto fa dialogare in tivù con un intellettuale contemporaneo come Giovanardi?
“Nessun rapper, da noi, si è mai esposto come me. Neanche sentivo troppo vicino il tema, perché non consumo cannabis. Potevo perderci la faccia. Volevo fare un confronto e ho trovato uno che lanciava slogan e inseguiva la caciara. Giovanardi si è però dimenticato che io sono un rapper e nella caciara sono molto più bravo di lui”.
Le ha dedicato anche dei versi in rima, peraltro indimenticabili.
“Prima di conoscerlo ad Anno Uno non sapevo se c’era o ci faceva. In realtà Giovanardi è davvero convinto di quello che dice. Ci crede proprio. Ha un’idea – sbagliatissima – e la difende. Di quella puntata mi hanno colpito ancora di più molti giovani tra il pubblico. C’era anche qualcuno di Casa Pound. Sembravano rimasti agli anni Cinquanta”.
Perché ha deciso di dare l’anteprima al Fatto?
“Siete stati il primo giornale autofinanziato, senza inquinamenti partitici. Una delle prime forme di giornalismo vero. Sono molto orgoglioso di essere dentro le vostre pagine: so che suona come una enorme leccata di culo, ma è quello che penso”.
(Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2014)

 

De André, l’anima salva che ci manca

faber2A più di 15 anni dalla sua scomparsa, Fabrizio De André continua a essere il cantautore italiano più amato. La celebrazione talora acritica che ha caratterizzato molti tributi, volti a levigare ogni suo spigolo fino a tramutarlo in una sorta di santino, probabilmente lo infastidirebbe. De André non ha mai voluto piacere a tutti. Andandosene anzitempo si è consegnato al mito e ha lasciato un’assenza non colmabile. Perché manca così tanto? Perché aveva un talento non comune, certo. Perché aveva una voce unica, certo. C’è però almeno un altro motivo. I cantautori – quelli più ispirati, quelli meno modaioli – sono state figure artistiche assai atipiche. Non riuscivano ad appartenere, non politicamente almeno, ritrovandosi quasi sempre cani sciolti e anarcoidi. E’ il caso di De André come di Gaber. Al tempo stesso, entrambi – pur non riuscendo ad appartenere – generavano appartenenza. Li si andava a vedere consapevoli che non sarebbe mai stato soltanto un concerto. Sopra quel palco, più che un artista, lo spettatore avrebbe trovato un fratello maggiore, capace di dirti – e dirtelo bene – quello che gli altri non dicevano. Solo De André sapeva metterti in guardia così bene dalla maggioranza, quella che coltiva tranquilla “l’orribile varietà delle proprie superbie (..) come una malattia”. E solo De André rivelava che spesso i diamanti si trovano dove nessuno mai li cercherebbe, in quel “letame” che è poi l’humus – più subìto che scelto – dei “servi disobbedienti alla legge del branco”. Ovvero le “anime salve”, coloro che sapranno consegnare “alla morte una goccia di splendore”. Ecco perché De André manca così tanto: perché era appartenenza e perché con lui la solitudine era più tollerabile, o addirittura invidiabile. Ricordarlo, senza retorica e con rispettosa gratitudine, è anche una maniera per lenire quell’assenza. Giulio Casale ed io lo facciamo da quasi un anno con “Le cattive strade”, spettacolo che domenica (ore 21.30) chiuderà la festa del Fatto alla Versiliana. Sarà la 43esima replica, delle 90 da qui a giugno, e sarà ovviamente particolare.
Il tema del “diverso”, dell’emarginato è centrale in De André. L’artista genovese intuisce, apprendendolo anzitutto da Brassens, che la via maestra è quella “cattiva”, battuta da coloro che hanno lambito la morte (i condannati, i drogati) e inseguito la pietà per restare in qualche modo salvi. Poiché non esistono poteri buoni, la salvezza coincide spesso con una inseguita emarginazione che tenga al riparo l’anima e permetta che qualche raggio di sole arrivi a scaldarti, oltrepassando quelle nuvole – citazione da Aristofane – che sono poi un’altra rappresentazione del potere opprimente. I salvi di De André sono Geordie, sono Piero, sono Princesa. In un paese e fatalmente tendente all’ipocrisia, questa insistita vicinanza agli ultimi – e questo smisurato rigore morale – sono un approccio rivoluzionario. E la rivoluzione è un altro elemento della longevità del messaggio deandreiano, ormai un classico e dunque faber3reinterpretabile come chiedono – e anzi esigono – i classici. Era rivoluzionario parlare di Sessantotto riprendendo non il maggio francese (che sarebbe arrivato dopo in De André) ma i Vangeli Apocrifi, applicando a quel presente ribelle l’ossimoro della laicità cristiana. Gli dicevano: “Che c’entra la Buona Novella? Perché parli di Gesù mentre noi siamo sopra le barricate?”. E lui: “Perché nessuno è stato più anarchico e rivoluzionario di Gesù”. Ancor più il Gesù “umanizzato” dei Vangeli non autorizzati. In De André era rivoluzionario anche l’approccio con il mercato: negli ultimi anni incise un album ogni sei anni. Un tempo lentissimo e kubrickiano, per nulla commerciale, che non poteva non assecondare: De André incideva dischi solo quando aveva qualcosa da dire. Terrorizzato dai concerti, a cui si avvicinò soltanto nel 1975, De André è stato rivoluzionario anche in un aspetto che molti volutamente dimenticano: quello musicale. Spesso la canzone d’autore italiana ha buoni testi ma musiche non all’altezza. De Andrè era il primo a sapere che quella “balbuzie musicale” dovesse essere superato, perché per quanto nitide le sue parole sarebbero comunque evaporate – in una nuvola rossa, va da sé – senza vestiti sonori all’altezza. Per questo, sin dall’inizio e più ancora dalla seconda metà dei Settanta dopo la tournèe con la Pfm, accanto a De André c’è sempre qualcuno. I fratelli Reverberi, Mannerini, Giuseppe Bentivoglio, New Trolls, Piovani, De Gregori, Bubola, Pfm, Pagani, Fossati. In quegli Anni Ottanta che videro impantanarsi molti colleghi, lui – depositario della lingua italiana in musica – rinunciò all’italiano per cantare in dialetto genovese. Se il mondo era cambiato, e se già si intuivano i prodromi di quella “pace terrificante” che avrebbe portato alla “domenica delle salme”, occorreva cambiare lo strumento della narrazione e inseguire un nuovo (o vecchio) esperanto. De Gregori ha sostenuto, non senza una certa rudezza, che De André è stato “un grande organizzatore del lavoro altrui”. E’ vero:  da solo, Faber ha scritto poche canzoni. Ma non è un limite. Al contrario: conscio tanto della sua forza quanto delle sue lacune, si è sempre fatto accompagnare da compagni di viaggio – che spesso hanno toccato il loro apice con lui accanto – proprio per raggiungere quell’idea altissima di arte che aveva. Chiedersi se sia stato o no un poeta è capzioso: musica e cantautorato sono sport diversi. Di sicuro è stato artista rigoroso, intellettuale inquieto e uomo libero. Anima salva, ieri come oggi. (Il Fatto Quotidiano, 5 settembre 2014)