Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
febbraio: 2016
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Buona fortuna, Luttazzi (prima però esci dall’Overlook Hotel)

IMG_1910Nella sua ultima elucubrazione con se stesso, a cavallo tra il Marchese del Grillo e una pippa mentale senza orgasmo, Daniele Luttazzi ci regala una certezza: allo stato attuale, ogni speranza di ritrovare il bel Luttazzi perduto è pia illusione. Peccato. Amena anche la critica – citando il tweet di un suo fan, e qui la notizia è che la citazione c’è stata appieno – secondo cui avrei partorito una replica “ad hominem”. Ed è una critica amena perché, a una mia riflessione su un tema generale (la scomparsa della satira in tivù), Luttazzi ha replicato con uno strale in cui al 90% parlava di me, al 5% ripeteva le mie stesse cose sulla satira e al 5% insisteva sugli asini che volano (“querelle plagio”). Appunto: replica “ad hominem”. Solo che lui può e gli altri no: siam sempre lì. Grazie a quell’attacco personale contro di me, peraltro, Luttazzi è subito diventato l’aedo dei renziani, che per un satirico notoriamente anti-sistema non è male. Carina anche la battuta “Studia i jokes“, che sembra uno scambio tra Stanis e Martellone in Boris.
Come nelle sue appassionate “interviste” post plagio, quando si dava ragione da solo in un tripudio di joke e ruoli attanziali, Daniele ieri è ripartito con la litania tardo-nerd dello “studiate prima di criticarmi, ignoranti”. E’ la sua versione adulta di “specchio riflesso”, che usa quando è stato colpito nel vivo e non ha argomenti. Oltretutto continua a soffrire gravemente di citazionismo: Daniele, nei difetti, non cambia mai. Infatti è riuscito un’altra volta ad accusare velatamente altri di copiarlo (pensateci: lui che accusa altri di copiare lui. Come se non gli fosse bastato Bonolis). 
Schermata 2016-02-02 a 19.12.35Luttazzi ama l’America – come abbiamo poi appreso ampiamente – e anche per questo usa spesso termini inglesi. Conoscerà quindi benissimo il significato della parola “overanalyze“. E’ il termine con cui gli americani disinnescano in un colpo solo ogni ridondanza stucchevole o ricerca prolissa di spiegazione. “Overanalyze“: e la storia finisce lì. Ecco: Luttazzi è in piena sbornia da overanalyze. Più lo implorano di tornare lucido e uscire dall’Overlook Hotel, più lui riparte col mix allucinato di mirror climbing e overanalyze. I joke, la semiotica, la rava e la fava. E’ sempre lì, dentro la puntata de Le iene, in bermuda sopra quella biciclettina, mentre sgambetta sui pedali inseguendo una fuga da se stesso. Come dentro il finale triste di un film muto. Farsene una ragione, chiedere scusa e ripartire, no?
Già che c’ero, mi sono aperto i link esiziali che il buon Daniele mi ha gentilmente segnalato, sempre con quella sua divertente convinzione secondo cui tra i due (a prescindere da chi sia l’altro) sia sempre lui quello che ha da insegnare. Sono link avvincenti, messi lì apposta per dissuaderti dal leggerli. Roba che le buonanime di Bill Hicks e George Carlin, o gli attuali Bill Burr e Louis Ck, insomma tutta quella gente che Luttazzi voleva o vorrebbe essere, ti inseguirebbero con la mazza chiodata se solo osassi propinarglieli.
Schermata 2016-02-04 a 12.06.23Un tale approccio stancamente iper-cerebrale e cupamente pensoso, peraltro, è del tutto antitetico a ciò che lo stand-up comedian o il satirico deve essere: ovvero diretto, secco e senza compromessi. E Luttazzi lo era, mannaggia (anzi cazzo). Ora invece parla di “transcreazione” e invita a leggere guazzabugli/papier che hanno sotto la didascalia: “Non ce la fai, eh? Sono troppo per te, questa è roba per eletti”. Siamo alla caricatura dell’intellettuale involuto, che per distinguersi dal Visconti che sbircia Sanremo (cit) si stordisce di articolesse per sognarsi più arguto. Yeowwwnnnn.
Ciao Daniele: io mi fermo qui, che siamo andati avanti anche troppo e stiamo un po’ rompendo le palle a tutti. Ti lascio la battuta finale, di cui – da buon insicuro cronico – sei da sempre gelosissimo. Ci risentiamo quando esci da A Beautiful Mind – salutami William Parcher – e dal diversamente favoloso mondo di Luttazzì. Nel frattempo, se ce la fai, studia di meno e vivi di più. Non volerti così male: non te lo meriti. Buona fortuna.

Luttazzi e il problema di essere Luttazzi (Caro Daniele, frigna di meno e torna a teatro. Se ce la fai)

Schermata 2016-02-02 a 19.12.35Ringrazio Daniele Luttazzi per l’attenzione. Nella sua replica al Fatto Quotidiano di ieri si guarda bene dal rispondere nel merito del mio articolo (“la scomparsa della satira dalla tivù”), preferendo dilungarsi sull’analisi logica del testo dell’estensore. Evidentemente, in questi anni clandestini, dev’essersi autoconvinto di somigliare al Sapegno. Il suo è un testo contorto e confuso, spesso fuori fuoco, ma è comunque un passo avanti: negli ultimi sei anni Luttazzi o non rispondeva o si intervistava da solo, scegliendo il giornalista – io ovviamente ero bandito – e imponendo di farsi mandare il testo prima di pubblicarlo. Per poi riscriverlo daccapo, quasi come Berlusconi o Renzi. Ops.
Il mio articolo di sabato, peraltro benevolo nei suoi confronti, come immaginavo lo ha stanato. Ho provato a togliere dalla sua risposta le parti rancorose, poco lucide e tromboneggianti. Solo che, se le toglievo, non restava niente. Così le ho lasciate. E’ la prima volta che vengo usato come un predellino da satirici un po’ in disgrazia, ma tutto sommato non è male. Pensavo peggio. Prendo poi atto di essere la sua nuova ossessione, anche se lo preferivo quando andava in fissa per Martina Colombari spalmata di Nutella a Barracuda. In questa replica mi dilungherò più che sul cartaceo. Altre considerazioni.
Daniele descrive il nostro rapporto tratteggiandomi come una sorta di stalker che “seguiva ogni mia data toscana”. Macché “ogni data”, lo andavo a vedere quando si esibiva nei dintorni di Arezzo: era Luttazzi, mica Roger Waters. Non ero un fan: eravamo amici. Lo siamo stati dal 2002, quando lo intervistai dopo l’editto bulgaro per Il Mucchio Selvaggio, fino all’ottobre del 2010. Se si esibiva in provincia di Arezzo, era ospite a casa nostra (al tempo ero sposato). Persona oltremodo garbata. Ci sentivamo spesso e fui io, per esempio, a informarlo della chiusura di Decameron su La7. Dicembre 2007. Scrivevo su La Stampa e mi aveva appena avvertito Gramellini. Era tarda sera, lo chiamai, il suo cellulare era spento. Mi richiamò poco dopo: era uscito dal cinema e non sapeva nulla. Ci rimase malissimo. Ho visto molte sue anteprime teatrali. Ci sentivamo regolarmente. Ricordo come fosse ora la sua emozione dopo l’ultima intervista televisiva da Enzo Biagi (“kitsch sentimentale” anche quello?). Gli scontri con Fabio Fazio. Gli attacchi continui che riceveva. Ricordo anche quando, più volte, mi battei perché alcune sue (belle) interviste censurate uscissero comunque. E spesso ci riuscivo. Lo aiutai tante volte in quegli anni, e così fece lui. Lo ricordo bene. La sua memoria, invece, col tempo ha perso colpi. Peccato.
Perché è finita? Perché, dopo Raiperunanotte (25 marzo 2010), comincia a circolare il video del plagio. Io, da amico, ci rimango di merda. Mi sentii preso in giro, come larga parte del suo pubblico. E io non amo essere preso in giro: men che meno da chi stimo e da chi si dice integerrimo. Poco dopo Le Iene lo va a beccare a Fregene. Lui, di fronte a Elena Di Cioccio, scappa in bicicletta (mamma mia) e straparla di diffamazione. Per Daniele fu una mattanza indicibile. Un disastro. In  confronto Di Pietro a Report ne uscì bene. Ne soffrii e gli mandai un messaggio. Mi chiamò subito, tutto entusiasta, dicendomi: “Hai visto come sono stato bravo e che figura le ho fatto fare?”. Rimasi allibito: secondo lui ne era uscito vincitore. Ebbi la sensazione che si stesse creando un mondo parallelo per immaginarsi ancora immacolato agli occhi del pubblico. Mi permisi di dirgli quello che ho sempre pensato, ovvero che restava un grande della satira ma che dalla vicenda ne era uscito male e doveva ammetterlo. Lui non gradì e chiuse la telefonata. Nei mesi successivi, attraverso molti articoli, ho più volte esortato Daniele a tornare in tivù o almeno a teatro. Da quel giorno mi ha però cancellato, reputando che non lo avessi “difeso” abbastanza. Pazienza. Poi, ieri, si è divertito ad attaccare, astiosamente e confusamente, una delle due o tre persone che ancora lo rivorrebbero a teatro (e in tivù) e non ne negano il talento. Chi lo capisce è bravo.
In quella telefonata gli dissi anche che mi ero separato. Daniele si raffreddò ancora di più. Evidentemente non è ancora riuscito a superare il trauma, se è vero che ieri ha cominciato il suo pezzo sul Fatto alludendo – con eleganza rara – alla mia vecchia casa e alla mia ex moglie (la “dolce Linda”). In termini di morale e apertura mentale, Luttazzi ha un concetto di amici e coppia paragonabile a quello di Nanni Moretti in Bianca. Però più talebano.
In uno dei suoi ultimi libri, Luttazzi mi ha pure messo nelle liste di proscrizione, tra i giornalisti a lui sgraditi. Daniele è sempre stato “più permaloso di una mina” (lo diceva di D’Alema), persino più di me, e se non lo incensi per rappresaglia invade la Polonia. E’ fatto così.
Schermata 2016-02-02 a 19.12.47Con prosa criptica, bolsa e sempre più involuta, Luttazzi critica sul Fatto la mia propensione al “kitsch sentimentale”. Ci sta, e “Mogol dei coccodrilli” non è male. Certe critiche fanno solo bene. Daniele arriva a sostenere che io non sia sincero nel raccontare a teatro figure che ho conosciuto e amato, e faccio finta di non averlo letto. Del resto è comprensibile, per un teatrante senza più teatro, provare astio per chi oggi frequenta con soddisfazione il teatro. Come è comprensibile, per chi generava appartenenza, provare ora nostalgia: ho molto rispetto delle ferite aperte altrui. Poi però, con consueta hybris, Daniele scrive che artisti come Gaber e De André “non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa”. Cioè: lo decide lui cosa sia lecito e cosa no. Cosa si possa fare e cosa no. Accidenti: quest’uomo ha un ego addirittura superiore al mio.
Luttazzi cita la sua prefazione al mio libercolo C’è tempo (2003). Credo che per quel libro avesse abbastanza ragione: la critica di “kitsch sentimentale” era pertinente. Fu peraltro la stessa critica che mi rivolse Gianni Mura, altro giornalista depennato dai “meritevoli” perché una volta aveva osato dargli un’insufficienza (ve l’ho detto che Daniele è permaloso come una mina). La cosa buffa è che Luttazzi si arroghi ora il merito (l’ennesimo) di avermi messo in guardia dal rischio di “kitsch sentimentale” con quella prefazione. Macché: era una prefazione così arzigogolata e autoriferita che la capì solo lui. Anzi: forse neanche lui.
Per Daniele i miei articoli sembrano necrologi e mirano a dimostrare che un artista un tempo grande ora non lo è più. Forse, chissà, si è sentito parte in causa. Parla anche di “decomposizione” che “solo io vedo”. Dipende: se alludiamo alla sua carriera, è vero il contrario. Ovvero che lui è l’unico a non vedere la “decomposizione”. Teatralmente e televisivamente, Luttazzi è fermo da sei anni: un tempo che poteva permettersi Kubrick, mica lui.
Semplificando, Luttazzi mi accusa di plagiare sempre me stesso. Be’, se anche fosse, sempre meglio che copiare gli altri. No, Daniele?

Schermata 2016-02-02 a 19.15.55Daniele è intimamente terrorizzato da tutto ciò che è “sentimentale”. Lo ritiene proprio un morbo purulento. A ciò contrappone una apparente scorza dura da “vero satiro”, che scherza sulla morte e invita a non usare la cannuccia per succhiare i liquidi da una bara (ah ah ah). Gioca al satiro cinico e freddo. Appunto: gioca. E’ una posa. Una delle (sue) tante.
Chiuso nel bunker, Daniele ha forse perso qualche passaggio legato all’attualità. Parlando di Benigni, sostiene che solo io ritenga che il referendum “sfasci la Costituzione”. Gli consiglio, tra i tanti, la lettura di Zagrebelsky e Pace. Appena più rilevanti, come costituzionalisti, di tal Daniele Fabbri.
Nella parte più stimolante della sua sbrodolata astiosa, Daniele cerca di smontare l’impalcatura dei miei articoli. Lo ringrazio del volenteroso tentativo. Purtroppo Luttazzi finge di non sapere che sono proprio i suoi pezzi a seguire sempre le stesse rotaie. Funzionano così: Daniele parte con uno zuccherino dedicato al personaggio che sta per demolire. Segue una parte in cui ci spiega che “lui sa”. Parte poi il citazionismo diffuso, per farci sapere che lui legge tanto (avendo del resto molto tempo libero). Arriva quindi il momento della masturbatio, durante la quale Daniele affastella frasi oscurissime come fosse Antani (“aspetti ridicoli che sono eufemizzati dal gusto camp”: ehhhhhh???). Poi, immancabile, il finale sarcastico. Non cambia ricetta dal ’91 e questo lo porta a continue reiterazioni di se stesso: il suo articolo di una settimana fa su Grillo, per esempio, è identico a quello (splendido) che scrisse sempre su Grillo a settembre 2007 dopo il primo V-Day.
Per dimostrare la forza del suo (strepitoso) monologo a Raiperunanotte, Daniele elenca i numeri delle tante visualizzazioni su Youtube. Libero di farlo, ma se i numeri valgono allora Matano che scorreggia è Dio. Non è che la Rete può coincidere con la qualità solo quando conviene a Luttazzi. Altrimenti potrei rispondere che il mio pezzo su Benigni è stato uno dei più condivisi sul sito del Fatto e “quindi” è inattaccabile.
Sulla satira Daniele ha sempre avuto le idee chiarissime: la satira, in Italia, è solo lui. Crozza? “Umpf, lui fa sfottò”. Sabina? “Naaaa”. Corrado? “Bravino, però pigro”. Benigni? “Proprio no”. Per essere tollerato da Luttazzi, devi accettare i due SPL (Sacri Postulati Luttazzici). Uno: lui è l’unico satirico in Italia. Due: la querelle plagio non esiste. Buonanotte, Daniele.
Daniele mi chiede se abbia letto i suoi ultimi due libri: sì, purtroppo li ho letti.
Daniele mi accusa di “propaganda grillina”. Attenzione: il suo problema non è che io faccia “propaganda”, cosa ovviamente falsa nonché diffamatoria, ma che (nella sua testa) la faccia a Grillo. Se la facessi a Luttazzi, invece, gli piacerebbe da pazzi. Oltretutto Daniele prende a pretesto una frase innocua che nulla c’entra con la propaganda (“Grillo si è fatto megafono di una protesta trasversalmente condivisa”). Se i 5 Stelle sono arrivati al 30% o giù di lì, e se i 5 Stelle li ha fondati Grillo, la “propaganda è trasversalmente condivisa”. Mero dato di fatto. Che poi Luttazzi abbia altre idee o si sia vantato in passato di avere ispirato coi suoi scritti il Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando (stica), attiene alle perversioni e alle parafilie.

Schermata 2016-02-02 a 19.17.45Luttazzi detesta Grillo. Lo odia così tanto che, pur di andargli contro, sarebbe persino disposto a dar ragione a Benigni (ops). Quando ci frequentavamo, mi raccontava come Grillo gli avesse rubato (giuro: non sto scherzando) una battuta su Papa Giovanni Paolo II e Parkinson. Battuta bruttina, peraltro. Di contro Grillo lo ha sempre visto come “quello lì che parla veloce e legge dal leggio”. Si detestano, ma mica è colpa mia.
Ops” è una citazione. Anzi, no: una “caccia al tesoro”. Ops.
Nel 5% di articolo in cui non si esercita nell’arte povera di togliersi nervosamente i sassolini dai mocassini, Luttazzi scrive cose molto sensate sulla satira in Italia: le stesse cose che avevo scritto io tre giorni prima. Lui però fa finta che sia tutta farina del suo sacco: dev’essere proprio un’inclinazione atavica, la sua.
Sulla querelle plagio, Luttazzi propone sempre la solita ricetta tripartita. Fase uno: “il plagio non esiste” (ovvero: creazione di un mondo immaginario, che lo illude di essere innocente). Fase due: la supercazzola (ovvero: infarcire articoli e “interviste” di tapioche prematurate, tipo i lisergici “ruoli attanziali” che ormai fanno giurisprudenza quando si parla di “epic fail”). Fase tre: “Mi hanno voluto colpire perché ero diventato scomodo”. Che è verissimo, ma non sposta di una virgola l’evidenza del video in cui troppe battute combaciavano.
Schermata 2016-02-03 a 13.56.09Per alcune di quelle battute, a sua volta, Luttazzi lamentava la “copiatura” da parte di Bonolis e altri colleghi. Una volta era il cervello di Keith Richards che smetteva di funzionare se non si drogava, quell’altra la mosca (o era una falena?) che scorreggiava. Sfortunatamente si era dimenticato di dirci, o non ci aveva detto abbastanza, che alcune battute le aveva allegramente attinte da altri durante i suoi continui viaggi a New York. Sperando che nessuno se ne accorgesse o che magari qualcuno bombardasse Youtube. Chi vuole farsi un’idea può andare a (ri)vedere i video, sempre ammesso che la Krassner Entertainment (di Luttazzi) ne abbia lasciato in giro qualcuno.
Luttazzi ha ragione quando se la prende con il “mandante” del video, ma resta il contenuto del video. E il contenuto è sconfortante. Come gli dissi dopo la gogna a Le Iene, avrebbe dovuto chiedere scusa e ripartire. Invece si è messo a fare mirror climbing. Uno spettacolo avvilente: la “caccia al tesoro”, la semiotica, l’estrapolazione, “il testo è solo uno dei tre elementi che caratterizza la battuta come joke”. Daniele: ma de che? Uno strazio, e il bello (va be’) è che lui sembra crederci. Per una sorta di contrappasso brutale, Luttazzi pare diventato come il Berlusconi di Montanelli, così bravo nell’esser bugiardo da credere ormai alle proprie bugie. In questi sei anni si è fatto male ogni giorno di più, obnubilato da una presunzione smisurata e sorda a qualsivoglia consiglio amichevole. Ha perso tempo e forse smalto: le sue sporadiche battutine su Twitter sembrano scarti di Lercio (“Basta polemiche: Bruno Vespa è incensurato come Vittorino Casamonica”; tutto qui, Daniele?). E pure la sua articolessa a me dedicata non strappa un sorriso neanche per sbaglio. Uhm.
– Luttazzi ha preso (e perso tempo) anche per paura: avendo avuto il merito di crescere un pubblico tanto attento quanto esigente, larga parte di quello stesso pubblico non può perdonarlo, perché si è sentita tradita dalla persona che meno di tutti poteva permetterselo. Se oggi Luttazzi è uno degli artisti più in difficoltà di Italia, e se ogni volta che lo citi nove persone su dieci rispondono (ingiustamente) “ah sì, quello che copiava”, non è (solo) colpa di censura, potere e media: è anche colpa di alcuni suoi errori. Ed è un peccato vero, perché il talento c’era (c’è?) e le battute interamente e sicuramente sue erano tante. Spesso strepitose. Luttazzi è stato appartenenza vera: appartenenza preziosa. Per questo la ferita collettiva è stata così grande. E ora, anche se mai lo ammetterà, Daniele ha paura che quel pubblico non ci sia più. Anzi: ne ha terrore. Non è solo censura: sta zitto per paura. Per rancore. Per senso di colpa.
Caro Daniele, smettila di frignare. Scegli ossessioni migliori del sottoscritto. Ritrova la tua lucidità antica. Sii meno noioso. E – se ce la fai – muoviti a tornare a teatro: ce n’è un gran bisogno. (Il Fatto Quotidiano, Extended Version, 3 febbraio 2016)

Che fine ha fatto la satira in tivù? E’ scomparsa (a parte Crozza)

Schermata 2016-01-31 a 10.16.18Che fine ha fatto la satira in tivù? E’ scomparsa, tranne Maurizio Crozza e poco altro. Pochissimo altro. E’ una scomparsa pesante, perché la satira – se ispirata e ben fatta – aiuta a tenere alta l’asticella dell’indignazione. Permette di restare vigili. Induce a porsi domande e ti porta a non accettare supinamente tutto quel che decide (cioè impone) il Potere.
Forse perché costantemente stimolata da governanti imbarazzanti, in Italia la satira ha sempre avuto grandi esponenti. Senza andare troppo indietro nel tempo, basta pensare al dualismo Benigni-Grillo negli anni Ottanta. Il primo, iconoclasta e sboccatissimo, ieri era incendiario e oggi pompiere. Ieri voleva bene a Berlinguer e oggi a Renzi. Ieri prendeva in giro “Woytilaccio” e oggi è più papista di Ferrara. Ieri (anzi l’altroieri) celebrava “la Costituzione più bella del mondo” e oggi vota sì al referendum che ne sancirà lo sfascio. L’altro, cioè Grillo, che nell’86 si vedeva cacciato dalla Rai per una battuta su Craxi, ha battuto per anni i palazzetti all’insegna di una inedita “satira economico-ecologico-politica”, decisiva per il suo approdo in politica. Un approdo di successo, che sancisce però un cortocircuito pericoloso per un satirico. Lo scriveva già bene Daniele Luttazzi ai tempi del primo V-Day. Due giorni fa è tornato sull’argomento: “Dal momento in cui il comico decide di compiere questo passo, la sua satira diventa, inevitabilmente, propaganda (..) Grillo adesso vorrebbe tornare quello di prima, dice che si fa da parte. Troppo tardi. Ed è falso: ha forse rinunciato alla proprietà del marchio Movimento 5 Stelle? Ci rinunci, dunque, e potremo giudicare fino a che punto è credibile la sua satira contro Casaleggio, Fico, Di Battista e Di Maio”.
Luttazzi è un altro nome decisivo: pochi hanno saputo scudisciare il berlusconismo come lui. Cacciato dalla Rai per aver osato intervistare Marco Travaglio a Satyricon nel 2001 su RaiDue, vittima dell’editto di Sofia con Santoro e Biagi, Luttazzi è stato negli anni Duemila una vera e propria appartenenza. Altro aspetto fondamentale: laddove la politica abdicava al suo ruolo, deludeva costantemente e si allontanava dagli elettori, milioni di persone si affezionavano a chi aveva il coraggio di opporsi. Era già accaduto a Paolo Rossi con Su la testa! su RaiTre, al tempo della caduta di Craxi, e sarebbe accaduto ancora di più negli anni successivi. Non solo a Luttazzi: fratelli Guzzanti, Crozza. Il satirico si sostituiva al politico, perché il politico a sua volta era evaporato in una nuvola di niente. E a quel punto c’era chi si fermava prima di diventare politico (Luttazzi, Corrado Guzzanti), chi restava a metà (Sabina Guzzanti) e chi si faceva megafono di una protesta trasversalmente condivisa (Grillo). Una situazione anomala e scivolosissima, che ha visto negli anni smarrirsi lo stesso Luttazzi, tornato in tivù con il monologo strepitoso a Raiperunanotte (25 marzo 2010) e poi inciampato nella querelle plagio e in un ostinato mutismo rancoroso che fa male tanto a lui quanto a noi.
FullSizeRender (3)E poi? E poi è stato il nulla. Soprattutto in tivù. Per una serie di motivi. Per una nuova generazione con un talento inferiore. Per il ruolo meno dominante (ma ancora maggioritario) della tivù nella veicolazione dell’informazione e dell’indignazione, anzitutto nelle nuove generazioni. Quelle generazioni che, oggi, ridono di più con Maccio Capatonda (o magari si accontentano di Frankie Matano). Ha inciso molto anche l’effetto Zelig, oggi in crisi ma comunque decisivo nel far passare il messaggio che in tivù la comicità che più funziona è quella meno divisiva. Censura (e autocensura) restano poi attivissime, oggi come e più di ieri. C’è però anche – soprattutto? – un altro motivo: con Berlusconi al potere, fare satira era facile. Certo, servivano comunque talento e coraggio, ma Berlusconi incarnava pienamente il “nemico”. Se lo attaccavi, il tuo pubblico naturale lo accontentavi quasi sempre. Oggi no: oggi è più complicato. Ora che al potere c’è un uomo che fa le stesse cose e ha un’idea analoga di satira e giornalismo (l’ennesimo caso Giannini-Ballarò ne è prova), ma che appartiene al Pd, il satirico “di sinistra” si trova davanti una situazione imbarazzante: per fare veramente satira, dovrebbe recidere una volta per tutte il cordone ombelicale con quel che resta del vecchio PCI (cioè niente) e trattare il renzismo per quel che merita. Ma non ce la fa. Non ce la fanno, salvo i soliti casi sparuti. E il risultato è questo gigantesco vuoto. Una iattura autentica, perché servirebbero come il pane voci ispirate e urticanti a più livelli, dalla satira politica allo sberleffo feroce (per esempio) contro tutti questi teo-con sulle barricate per le unioni civili. Luttazzi ripete da anni che “la satira è un punto di vista e un po’ di memoria”. Ecco: qua di punti di vista ce ne son sempre meno, e la memoria è sempre più sbiadita. La situazione ideale per una “dittatura garbata”, gentile nei modi e spietata negli intenti. (Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2016)

Roma Termini evacuata, tra fucili finti e Intercity masochisti

Schermata 2016-01-27 a 17.02.11E’ una sensazione di gioia inattesa, quella che ti pervade quando stai viaggiando su un treno italiano in orario. Ed è lì, quando credi che il pericolo sia scampato, che il destino ti frega. Lunedì 25 gennaio, Intercity 595 Trenitalia. Parte da Trieste alle 13.02 e arriva (arriverebbe) a Roma Termini alle 20.36. Ad Arezzo dovrebbe giungere alle 18.26 per ripartire alle 18.28. Ha solo sei minuti di ritardo. E’ andata bene: di solito sono tra i quindici e i trenta. Un ritardo costante, che il viaggiatore accetta con stoica rassegnazione.
Il treno arriva a Orte con “soli” dieci minuti di ritardo. E’ l’ultima sosta prima di Roma Termini, il traguardo è vicino e il peggio sembra passato. Sembra. Il treno non riparte. Cinque minuti. Va be’, pensi: la solita Trenitalia. Dieci minuti. Va be’, imprechi: la solita Trenitalia. Venti minuti. Ecco, pensi: ora Trenitalia esagera. Una voce femminile, dagli altoparlanti, informa che la sosta dipende da “un problema tecnico alla stazione di Roma Termini. Ripartiremo usando la linea vecchia. Ritardo previsto: sessanta minuti. Ci scusiamo per il disagio”. Non occorre essere Sherlock Holmes per capire che qualcosa non torni. Ci sarebbe arrivato anche Gasparri. Oddio, Gasparri forse no. Oltretutto la voce femminile aveva un tono tipo “Moriremo tutti, pazienza”. La voce ha anche aggiunto che, per ulteriori informazioni, si può parlare con il capotreno alla carrozza 3. Sono da poco passate le ore 20 e controllo Twitter. Tutti parlano della stazione Termini evacuata. Pare ci sia un uomo armato e inseguito da mezzo mondo. Ah. Sono nella carrozza 2. Spengo l’iPod con Animals (e la cosa mi fa male, perché stava giusto passando Pigs). In fondo alla carrozza c’è un mesto conciliabolo. C’è il capotreno, c’è una sua collega. Il capotreno, garbato e un po’ attempato, insiste coi “problemi tecnici”. Gli faccio presente che è un po’ un eufemismo definire così un rischio attentato. Lui, gentile ma forse sceso da Plutone: “E lei come lo sa?”. Gli svelo una cosa incredibile: hanno inventato Internet. La rivelazione lo sconvolge oltremodo. Segue ulteriore conciliabolo. “Perché avete parlato di problemi tecnici?”. “Per non agitare i passeggeri. Abbiamo eseguito gli ordini”. Il capotreno, dopo questa citazione involontaria di Priebke, riprende a parlare con la collega. Nel frattempo Repubblica posta la foto del tizio col fucile. Twitter esplode di cinguettii idioti, a conferma di come i social network logorino chi ce li ha. C’è un allarme che andrebbe spiegato in diretta, ma tutti cazzeggiano. Va be’. Mi pare ovvio non arrivare fino a Termini, descritta in quel momento come il set di un saloon postmoderno, ma fermarsi prima a Tiburtina. Facile, no? No. “Non è previsto”. Ho capito che non è previsto, ma l’alternativa è consegnarsi al martirio e tra i miei miti non c’è ancora San Bartolomeo. “Lei non sa quanto sia complicato fermarsi in una stazione”. Sarà anche complicato, ma pure farsi ammazzare mica è bello. “E poi serve un’autorizzazione”. Appunto, la chieda. Seguono telefonate del capotreno a varie entità superiori, che rimpallano una tale responsabilità immane ad altre entità superiori. “Se poi cadete mentre scendete e vi fate male a una caviglia, la responsabilità è mia”. Invece, se moriamo tutti a Termini, gli danno un encomio. Postumo. Ecco poi il responso: “Andiamo a Termini, anche se è tutto bloccato e dovremo attendere un’altra mezzora”. Perfetto: non solo moriremo, ma pure in ritardo. E Tiburtina? “Non abbiamo l’autorizzazione e l’autorizzazione è importante”. Importantissima: meglio morire in regola che salvarsi sporcando il protocollo. “Però, se il treno si ferma un attimo a Tiburtina e io sono costretto a scendere, non posso impedirvi di scendere”. Ah, buono a sapersi. Potremmo dunque scendere di soppiatto, oppure lanciarci dal finestrino. Figo. Nel frattempo Twitter continua a dare il peggio di sé. Forse il fucile era finto, forse il traffico è ripreso. Forse, forse, forse. Il capotreno, garbato e compassato, discute di banche e politica interna con la collega: non sia mai che, prima del trapasso, l’Intercity 595 non abbia appieno sviscerato l’annosa tematica del bail in. Ogni tanto si girano e chiedono a me aggiornamenti: cioè, lo chiedono loro a me. Mica il contrario. Devono essere degli obiettori di coscienza del web. La torre di controllo conferma: niente Tiburtina, o Termini o morte. Termini. Con cinquanta minuti di ritardo, però vivi. Che – di questi tempi – è sempre meglio che niente.
(Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2016)

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Repubblica brinda al suo Club

ScalfariLa festa per i 40 anni di Repubblica comincia con un video che garantisce: “Non abbiamo cambiato carattere”. Forse una excusatio non petita, forse (purtroppo) una tesi non più sostenibile dopo la deriva iper-renziana. Repubblica si celebra e lo fa con gusto e sfarzo, all’Auditorium di Roma, in una maratona che parte poco prima delle 20.30 e termina attorno all’una di notte. La sala tiene 1200 posti, per nulla esauriti. I due presentatori, Ernesto Assante e Gino Castaldo, commettono poi l’errore di invitare i presenti ad allontanarsi dopo l’intervento di De Benedetti e dei tre direttori (Scalfari, Mauro, Calabresi): “Sarà una maratona, se volete uscite e fate un break”. Molti li prendono troppo alla lettera, sfilano via e non rientrano più, stazionando al piano terra tra prosecchi tristi e scaglie sparute di grana. “Mangiamo alla faccia dell’Ingegnere”, scherza qualcuno, ma più che un buffet pare un omaggio tardivo all’austerity. Chi se n’è andato dopo la parte giornalistica della serata, ha sbagliato. Si è perso Mark Hanna Super Band, Alex Britti, Luca Barbarossa, Di Battista (Stefano, non Alessandro). Tornatore, Telesforo, Arbore. De Gregori, Proietti, Venditti, Saviano. Eccetera. Una lista infinita, ora arricchita e ora indebolita da messaggi video. Tipo Jovanotti, che – in concerto a Dusseldorf – ha mandato una clip mediamente sconfortante. Passaggio forte: “Assante e Castaldo compiono 40 anni? Ah no, li compie Repubblica. Eh eh eh”. Eh eh eh. La serata è stata troppo lunga, ma piacevole. Con almeno due apici: l’intervento di Eugenio Scalfari, salutato con due standing ovation, e il monologo di Fiorello. Pochi, in sala, gli ospiti politici: Boldrini, Zingaretti, Tronca, Gabrielli. E’ stato letto anche il messaggio di auguri del Presidente della Repubblica Mattarella. Renzi non c’era e non è mai stato evocato da Ingegnere e tre direttori. Forse perché non era il caso, forse per non rispondere alla domanda che più inquieta: con l’arrivo di Calabresi, Repubblica diventerà (ancora più) renziana? Si vedrà. In platea Augias, Giannini, Zucconi, Damilano, Linus e Gruber.  A un certo punto è partito il video live di “Heroes”, tributo naturale a David Bowie. Un po’ festa e un po’ celebrazione, pubblico non giovanissimo e neanche caldissimo (ma affettuoso sì). L’intervento di Carlo De Benedetti, pubblicato ieri su Repubblica, ha ricordato la scommessa iniziale del 14 gennaio 1976: Scalfari ci credeva molto, l’Ingegnere per niente. Ascoltare di fila Scalfari, Mauro e Calabresi ha involontariamente dato la sensazione di un giornalismo col tempo indebolitosi, anzitutto nei riferimenti culturali e nei fondamenti intellettuali. 220px-Ezio_Mauro_Valeria_Defilippis_10
Calabresi ha avuto il merito di provare a muoversi in punta di piedi, conscio dell’impresa enorme – e degli scetticismi – che lo attendono. E’ perfino entrato prima che lo presentassero, per evitare forse l’imbarazzo di un applauso fatalmente meno intenso dei precedenti. Ha detto quel che Calabresi dice sempre: che il giornalismo “è davvero il mestiere più bello del mondo”, che “sono cambiati i mezzi di distribuzione ma non il dna del giornalista”, che “ho fatto il giornalista perché sono curioso del mondo”. Sulla permanenza di Scalfari, convinto a restare perché “l’atmosfera di Repubblica” contempla necessariamente il suo pezzo domenicale “anche se il direttore non lo condivide”, ha accettato il parallelismo nonno/nipote. Scalfari: “Più che papà ormai sono nonno. Anche di Mario. E i nonni vogliono bene ai nipoti, sì, però quando sbagliano glielo dicono”. Calabresi: “I nonni ti sgridano, poi però ti viziano”. Castaldo ha provato a scongelare la piemontesità di Ezio Mauro, ma è stato respinto con perdite: “I piemontesi hanno un difetto: la testa dura. Ma hanno anche un pregio: la testa dura”. E alla domanda di Assante sul fatto che i giornalisti di Repubblica si sentano intimamente superiori agli altri, ha risposto così: “La differenza di Repubblica è quella di sentirsi club (pronunciato “cluuub”) dei nostri antenati. Siamo un giornale senza correnti e questo è un miracolo, perché sappiamo che la cosa comune vale più dei singoli. Sappiamo che sopra di noi c’è un tetto chiamato Repubblica”. Una sintesi che dà l’idea di un’appartenenza che spesso sfocia nel sentirsi parte di una Chiesa laica, tanto illuminata quanto dunque superiore. Della serata di ieri resteranno soprattutto due cose. La prima è Fiorello, che ha sbertucciato anche Renzi: “Nel ’76 aveva un anno e già si arrabbiò perché Repubblica non pubblicò la notizia del suo compleanno”. Fiorello ha poi genialmente insistito sullo snobismo di Repubblica. In questo modo, di colpo, ha ravvivato la serata e soffiato via la polvere dell’autoreferenzialità. “Mi hanno chiamato, ma si vergognavano di mettermi tra gli ospiti accanto a De Gregori. A Repubblica piace solo la nicchia, io in tivù facevo il 53% e quindi facevo cacare. Sono stato a visitare la villa dell’Ingegnere a Dogliani: non è lei ad avere la vista sul Cervino, è il Monte Cervino che guarda la villa. Nel ’76, quando siete nati, io leggevo E-Iacula e Zora La Vampira, però grazie a voi scoprii che Repubblica si scrive con due ‘b’. Comunque la serata ha poco ritmo, siete venuti per divertirvi e dietro le quinte la gente si sta sentendo male. Ve lo giuro. I pompieri ci sono solo per Venditti. Gli chiedono di smettere di fumare, e lui: ‘Nun me rompete er cazzo!’. La situazione è davvero drammatica”. Se Fiorello è stato travolgente, Scalfari ha mostrato un candore insospettabile. Autoironico, abile nel giocare con i presentatori, sobriamente commosso nel ricordare i tempi andati. Esilarante (sì, esilarante) nello svelare alcuni dialoghi con Papa Francesco. Tenero (sì, tenero) nel citare l’esergo (anzi “exergo”) di Proust. E malinconicamente crepuscolare nel dimostrare in pochi minuti come certi maestri, ora condivisibili e ora per niente, incarnano un giornalismo la cui eleganza – e spesso bellezza – non ha forse figliato quanto era lecito sperare.
(Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2016)
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Di Battista: “Il sindaco di Quarto giurava, ma il ricatto c’era”

Alessandro Di Battista parla per la prima volta con un quotidiano dopo il caso Quarto. “In breve: vinciamo le elezioni quasi senza avversari. Molte liste non si presentano, a causa di un nostro ricorso. La parte inquinata del tessuto locale cerca nuovi referenti e secondo l’accusa individua De Robbio, che a Quarto risulta il più votato e chiede per questo incarichi prestigiosi – su tutti la Presidenza del Consiglio Comunale – al sindaco Capuozzo. Lei però non si fida e lo defila”.
Quindi De Robbio era già un personaggio equivoco.
Era “attenzionato”, ma solo per alcuni suoi comportamenti politici. Quando la Capuozzo viene interrogata dal pm Woodcock, decidiamo che De Robbio va espulso subito.
Con il sindaco siete stati più lenti.
Rosa giurava di non avere ricevuto ricatti ma pressioni politiche. Inizialmente le abbiamo creduto. Poi, intercettazione dopo intercettazione, il ricatto ci è parso evidente. Cinque giorni fa le abbiamo chiesto di dimettersi, non lo ha fatto e ieri è stata espulsa. Non ha colpe, ma il M5S deve sempre essere al di sopra di ogni sospetto e non accettare neanche mezzo voto inquinato.
Avete impiegato troppo tempo, lasciando campo aperto al Pd e all’attacco mediatico. Vi siete messi all’angolo da soli.
Il Pd ci ha messo un anno per Roma Capitale, noi una settimana. Dovevamo leggere bene le carte e la parte lesa siamo noi. In sei anni abbiamo avuto un solo caso di infiltrazione, peraltro in una realtà piccola e già sciolta per camorra. E abbiamo respinto quella infiltrazione, grazie al sindaco e – senza dubbio – ai magistrati e alle intercettazioni. Invitiamo anzi i giornali a pubblicare tutte le intercettazioni, mentre il Pd le vieta o le brucia come con Napolitano. Di Maio e Fico stanno perfino pubblicando gli screenshot con il sindaco: una limpidità mai vista.
Perché il sindaco vi ha mentito?
Forse per restare sindaco, forse per paura. Sono ambienti difficili. Ma ha respinto le pressioni, come ha ammesso Cantone.
Di Maio e Fico non erano d’accordo sulla espulsione.
Falso. Il Direttorio ha valutato e, anche se con sfumature diverse, era d’accordo. La questione alla fine era chiara: se al posto del M5S ci fosse stato un sindaco del Pd nella stessa occasione, avremmo chiesto le dimissioni? Sì. Infatti io le chiesi fin dall’inizio a Marino.
Torna il problema di sempre: non potete affidarvi solo al web per la selezione.
Il deputato Bonafede ha appena depositato alla Camera una proposta di legge che chiede a Prefettura e Direzione Distrettuale Antimafia di controllare le liste dei candidati. Il Pd la voterà? Ne dubito. Il problema c’è, più cresciamo e più siamo appetibili, ma in Italia la certezza di essere salvi al 100% dalle infiltrazioni non ci sarà mai. Lo stesso De Robbio era un Ufficiale della Guardia Costiera Pluridecorato: come facevi a scoprirlo prima?
Prima Gela, ora Quarto: quando governate, vi impantanate spesso.
Preferiamo essere coerenti che attaccarci alle poltrone. Anche in questo siamo opposti al Pd. Tornare al voto a Gela e Quarto non è indolore, ma era la scelta migliore per i cittadini.
Il Direttorio non è accettato da tutti: voi contate più degli altri.
L’idea di Grillo e Casaleggio, un anno fa, è stata approvata dalla maggioranza degli iscritti online. Serviva un comitato di coordinamento per gestire una crescita sempre più rapida.”Direttorio” è una parola orrenda, ma ammetto che non ce n’è ancora venuta una migliore. Beppe sta per tornare a fare spettacoli, ha tolto il nome dal simbolo, ha bisogno di tornare definitivamente libero e può farlo solo sul palco, ma rimarrà sempre legato al Movimento. Come Gianroberto.
E’ stato decisivo il parere di Saviano?
E’ stato decisivo il Direttorio, che ha deciso autonomamente e senza richieste di Grillo e Casaleggio. Su Saviano, il Pd è ridicolo: se attacca De Luca è inaccettabile, se attacca noi torna un intellettuale. La verità è che il Pd ha esagerato e calcolato male i toni.
In che senso?
Quarto è stato l’assist perfetto per distogliere l’attenzione dai sondaggi che davano Di Maio più popolare di Renzi, dallo scandalo Banche, dalla vergogna delle “riforme” costituzionali. Paragonare noi al Pd e Quarto a Mafia Capitale è di una disonestà intellettuale senza pari. La Picierno ha manifestato per chiedere le dimissioni della Capuozzo. Benissimo: la invitiamo a fare con noi lo stesso, quando – sede per sede – chiederemo di dimettersi agli 87 indagati che il Pd ha collezionato in un anno, tra sindaci e consiglieri vari. Se vuole, può venire anche Orfini.
Il Pd è ancora il primo partito.
Un anno e mezzo fa abbiamo sottovalutato Renzi, ma ora lui sta facendo lo stesso errore: sottovaluta noi e dà per scontato il “sì” al referendum. Invece il “no” può vincere: basta far capire ai cittadini che, se vincerà il “sì”, i valori primari della Costituzione salteranno, i criminali la faranno franca grazie all’impunità e scatterà un accentramento che renderà il cittadino irrilevante.
Dovrete combattere fianco a fianco con Bersani e magari pure Brunetta.
Non mi interessa, saranno i cittadini a capire chi difende la Costituzione e chi agisce per interesse personale o strategie politiche. Di sicuro Renzi sappia bene una cosa: con noi la politica dei due forni se la scorda, non lo aiuteremo neanche mezza volta. Lui può contare su Alfano e Verdini: non su di noi.
Pare quasi rimpiangere la convergenza sulla Consulta.
Al contrario: abbiamo evitato l’elezione di Violante o del legale di Verdini, facendo eleggere persone degne o se non altro molto meno discutibili di altre. Valuteremo di volta in volta, anche sulle unioni civili, ma niente aiuti o appoggi. Non scherziamo.
Renzi ha detto che la Capuozzo non doveva dimettersi.
Lo ha detto anche De Luca. Per forza: prima hanno esagerato con la foga, poi si sono resi conto che se chiedono le dimissioni a ogni indagato restano in tre. Il Pd non può permettersi onestà e questione morale. La nostra controffensiva sarà durissima: l’ipocrisia Pd è il grande male italiano. Questo deve essere chiaro.
Peggio di Salvini?
Lui neanche lo nomino, non potrei mai votarlo. E poi, dopo il caso Etruria-Boschi, siamo quasi tornati al bipolarismo. Di fatto esistiamo solo noi e il Pd. Noi e loro. Due realtà inconciliabili.
Soddisfatto del suo intervento contro la Boschi sulla questione sfiducia?
La Boschi è arrivata in Aula nervosa, stressata, tesissima. Anche la Leopolda era stata un disastro. Però ha indovinato il discorso giusto, retorico e perfetto per i cittadini che non vanno mai a fondo. A quel punto o rispondevo con un discorso tecnico o con un intervento improvvisato e senza copione sulla politica nazionale: non solo sulle banche. Lo rifarei: è stato chiaro, mai come quella volta, che esistiamo noi e loro.
La Boschi e la Madia, mentre lei parlava, ridacchiavano.
Sul momento non me ne sono accorto. Con la Boschi non ho contatti diretti da prima che facesse il Ministro. Al tempo capitava di parlarci alla Camera ed era sempre d’accordo con noi: su Letta, sul no al finanziamento pubblico, sul chiudere i rubinetti ai soldi pubblici per l’editoria. Poi è un po’ cambiata. Come Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2016, versione estesa rispetto al cartaceo)

L’ultimo Volo del Duca

Bowie 2Teatrale fino alla fine, di quella teatralità che saccheggia l’arte alta per tramutarla in cultura popolare, David Bowie non ha fallito neanche la morte: è divenuta anch’essa spettacolo. L’ultimo disco, uscito due giorni prima della morte. Il titolo, “Blackstar”, che da solo è un presagio. E l’ultimo singolo che lo ritrae come “Lazarus”, sul letto in ospedale con le bende e una strofa che dice tutto: “Guardate qui in alto, sono in paradiso”. E’ come se, a 69 anni – compiuti l’8 gennaio, il giorno d’uscita di Blackstar – e dopo 18 mesi di lotta contro il cancro, David Bowie avesse convinto la morte a piegarsi a questa sua ossessione per la sceneggiatura. Per una verità che è finzione, continua finzione, e viceversa. Ha scritto il critico Stefano Solventi: “È stata una vera e propria uscita di scena. Sulla falsariga di quell’equilibrio equivoco tra realtà e rappresentazione – spesso eccedendo la realtà, trasfigurandola, compenetrandola – che ne ha caratterizzato il linguaggio”. Duca Bianco e Camaleonte Coloratissimo, Bowie ha vissuto così tante identità da lasciare a ognuno un ricordo personale. Un singolo, un’istantanea. La ricchezza è tale che, sui social, ieri una delle canzoni più citate era anche uno dei brani meno rilevanti: “Under Pressure”, duetto stravenduto con i Queen all’interno di un decennio cacofonico – gli Ottanta – in cui perfino Bowie fu spesso più commerciale che ispirato. Le collaborazioni sono state un’altra delle sue costanti, e con esse la propensione ad azzardare. Possibilmente con gente posseduta dai demoni non meno di lui: Iggy Pop, Lou Reed. Due amici a cui probabilmente ha salvato la carriera (e sicuramente ha allungato la vita). C’è chi già adesso mette in fila la sua bulimia sessuale: le orge con Mick Jagger, le fughe con Liz Taylor, la storia con Susan Sarandon. Andy Warhol raccontò come Bowie avesse avuto almeno una storia con tutti i suoi collaboratori. E la prima moglie Angie creò un letto ricoperto di pelliccia a quattro metri di profondità: “The Pit”, “La fossa” (“Chiunque scopava con chiunque nella fossa”). Era uno dei molti lati famelici dell’irrequieto Bowie pre-secondo matrimonio, ancora con una modella, stavolta la somala Imam Mohamed Abdulmajid (sposata nel 1992). Nelle interviste diceva di essere “gay da sempre”, poi “bisessuale”. Quindi negava tutto: “Macché, scherzavo”.
bowie 3Un altro aspetto del suo camaleontismo: del suo non essere mai dove ci si aspettava che fosse, ribelle e al contempo modaiolo. Perfino testimonial di Louis Vitton. Tutto e il suo contrario, purché fosse possibile lasciare andare il talento. La creatività. Un genio enorme, con cui era difficile convivere (anzitutto per Bowie stesso). Anche negli ultimi anni, quando i toni si erano addolciti e la sua pareva la vita di un gigante dell’arte contemporanea fattosi col tempo quieto, realizzato e ormai eremitico. In Italia è venuto spesso, a volte lasciando feriti. Per esempio Adriano Celentano, che nel ’99 lo annoiò con domande – secondo lui – così banali che, quando gli chiesero come si fosse trovato col Molleggiato, Bowie rispose: “L’ho capito subito che era idiota”. Cantautore, polistrumenista, compositore, produttore e attore (anche la sua filmografia è schizofrenica: c’è Scorsese, ma pure “Il mio west” di Veronesi). Ha lasciato almeno dieci dischi straordinari, su tutti la Trilogia di Berlino, nata anche come reazione al troppo successo dell’alter ego Ziggy Stardust e alla tossicodipendenza. Non di rado creava tracce che a ogni ascolto guadagnavano in propensione epica (“Heroes”). Bowie ha lasciato anche massime straordinarie: “I miei pantaloni hanno cambiato il mondo”. Allergico alla normalità, per indole e per calcolo: «Non concepisco l’idea di uscire sul palco in jeans e avere un’aria il più normale possibile di fronte a diciottomila persone». Ieri ne hanno pianto tutti la scomparsa, resa nota l’11 gennaio (lo stesso giorno di Fabrizio De André) ma avvenuta la notte del 10 a New York: lo ha ricordato anche il Premier Cameron, che è cresciuto “con le sue canzoni” (e a guardarlo non sembrerebbe). Nato a Brixton, sud di Londra, ma cresciuto nel sobborgo di Bromley. Contesto agiato, noioso e dunque decisivo, come ha scritto Ian Buruma su Repubblica citando il romanziere J.H Ballard: «Posti molto più sinistri di quello che si immagina chi vive in città. La loro insulsaggine costringe l’immaginazione a esplorare terre nuove. Sei costretto a svegliarti al mattino pensando a un’azione deviante, solo per avere la sicurezza di essere libero». Condannato a spiazzare e reinventare, per non morire di noia e per scendere a patti artistici con la propria inquietudine, Bowie voleva essere “solo” un sassofonista. Magari di Little Richard. Per questo prese lezioni dal “più bravo di tutti”, Ronnie Ross, celebre anche per l’assolo di “Walk On The Walk Side”. Quando Ross lo sentì suonare, gli fece capire che non era la sua strada: una fortuna. Ha quotato se stesso in borsa, ha detto sciocchezze su Hitler, è stato beat e glam rock, soul e krautrock. Dissonante come i suoi occhi, l’uno diverso dall’altro (colpa di una rissa per amore a 20 anni). Buddhista, scandaloso, soprattutto extraterrestre. Affascinato tanto dall’occulto quanto dalla sperimentazione, sapeva bene che prima o poi avrebbe potuto scoprire quanta verità – o pure lì finzione – risiedesse in quelle sue parole: “Io sono seduto nella mia scatola di latta/ Molto al di sopra del mondo/ Il pianeta terra è blu/ E non c’è niente che io possa fare”.(Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2016)

Bowie

 

Elogio di Roger Waters, un genio che non esiste

Schermata 2015-12-16 a 08.20.12Ha sempre girato tutto attorno allo stesso trauma, allo stesso sogno, allo stesso incubo. Nessuno come Roger Waters, tra i geni del Novecento, ha inseguito così ostinatamente le proprie paure, sfidando e talora ostentando le paranoie più ossessive. La sua vita è rimasta impigliata nella morte del padre Eric Fletcher, un pacifista iscritto al Partito Comunista che si arruolò per combattere il nazismo e morì nel 1944 – e con lui tutta la compagnia «Z» dei Royal Fusiliers di cui faceva parte – nei dintorni di Aprilia. Lasciando una moglie e un figlio di neanche un anno. Il figlio, poco più di vent’anni dopo, avrebbe co-fondato i Pink Floyd. «Mio padre era un pacifista ed era convinto che arruolarsi fosse l’unico modo liberare il mondo dalle atrocità della dittatura. Ha perso la vita per i suoi ideali di libertà e giustizia. Il suo sacrificio, e quello di tutti i suoi commilitoni hanno reso questo Paese e l’Europa un luogo sicuro. E ora tocca a noi vigilare perché quello che è stato non ritorni».
Roger, in fondo, ha cantato sempre la stessa canzone. Declinata in vari modi e quasi sempre mirabili, ma pur sempre la stessa canzone. Da ragazzo avrò visto “The Wall”, il film di Alan Parker con Bob Geldof, almeno cinquanta volte. L’ho amato persino troppo. C’ero rimasto proprio dentro, come immagino molti di voi. Waters è invecchiato molto meglio di quanto tutti credessero. Lui stesso sarebbe stato il primo a non aver puntato nulla, ai tempi di Animals, sul suo futuro. E invece. In The Flesh è un live irrinunciabile. Amused to Death, oggi, è persino più enorme di ieri. E la chitarra di Jeff Beck è semplicemente accecante.
Ho visto il film “Roger Waters The Wall”, sparandomelo a tutto volume col mio bel valvolare Magnat, e non poteva esserci chiusura migliore del cerchio. Chissà che aveva in testa, il lunatic in the grass Roger, dopo quel famoso sputo a Montreal nel ’77 che lo portò all’alienazione e lo indusse a scrivere compulsivamente. Un folle totale, Roger, sin da quando fondò i Pink Floyd con il crazy diamond Syd Barrett o quando batteva il gong (quel gong) coi capelli e le fattezze da scimmia a Pompei. Lui e il suo cantato urlato, i suoi messaggi cifrati al contrario (persino contro Kubrick), le sue esplosioni belliche. Nel ’78 si presentò alla band, che già ormai lo odiava, con due concept album scritti di getto e pure una terza idea embrionale per un altro disco. La terza idea sarebbe divenuta The Final Cut, i concept erano The Wall e The Pros And Cons of Hitch-Hiking. Richard Wright, il mai troppo lodato tastierista oggi volato via, gli disse più o meno “Fanculo, mi hai rotto le palle” (e Roger rispose analogamente). David Gilmour prese tempo di malavoglia e co-scrisse Comfortably Numb, che nessuno canterà mai bene come lui (forse giusto solo Eddie Vedder). Nick Mason, il batterista, puntò su The Pros And Cons perché – davvero – gli piaceva di più. Ma il produttore disse che no, “scegliamo The Wall, è proprio un altro mondo”. E infatti: opera magniloquente e a tratti barocca, ma empatica ed eterna come poche altre, in grado di colpire al cuore le generazioni di ieri come oggi. The Wall ha una forza che proprio non invecchia, che ipnotizza, che mesmerizza. Waters non ha mai smesso di cantarla perché, semplicemente, ha capito prima di altri di avere scritto qualcosa che sta ai nostri tempi come la Sinfonia n. 3 di Beethoven a inizio Ottocento. Tra sei secoli la suoneranno ancora.
Il film è enorme e fa un male enorme. Vedere Pink/Roger 35 anni dopo è straniante, un po’ come la saga di Star Wars. Però più triste: molto più triste. E’ di un bello che fa proprio male. I watersiani piangeranno senza speranza e sarà giusto piangere. E’ davvero come un cerchio che si chiude. Visivamente è qualcosa che non esiste. Ci sono continue sequenze indelebili: Waters che duetta con il se stesso giovane (e molto più pazzo) in Mother, la coda – che ho sempre trovato incredibilmente malinconica – di Is there anybody out there?, la delicatezza plumbea di Nobody Home, l’apocalisse di Run Like Hell. E poi quella Bentley. E quel cappotto marziale nero (domani lo compro: subito). E quel sogno ricorrente di uccidere suo padre (la colpa che lo scuote da sempre). E la visita al nonno, caduto pure lui in guerra. E quello sguardo, così schizofrenico e così dolce. E quel carisma. E quelle lacrime che mai si sono vergognate di scendere. E poi – e soprattutto – quei bicchieri della staffa, parlando in inglese davanti a un barista francese che non comprende che quell’uomo sta rivelando il segreto di una vita: e a quel punto, noi, spettatori da sempre, scopriamo – finalmente? – la fine di Eric Fletcher. Quasi come nell’ultima puntata di The Shield o Breaking Bad. E tutto si svela. Eric Fletcher che sbarca a Salerno a inizio ’44, i tedeschi a Montecassino, gli angloamericani – mandati al macello – che cercano di fare un “testa di ponte” ad Anzio. E vengono annientati: nessun sopravvissuto, come ha cantato Waters in When The Tigers Broke Free. E qui Roger, dopo aver rivelato tutto questo al bancone del bar, si ubriaca. China la testa. E noi con lui.
Nessuno, negli ultimi cinquant’anni di musica, ha scritto e cantato dei vaffanculo così belli contro la guerra come Roger Waters. Nessuno è stato così megalomane, coerente e platealmente geniale come lui.
Roger Waters è uno dei pochi motivi evidenti per essere felici di vivere in questi tempi sbandati e quasi sempre di merda. Sei un grande, “Pink”. Lo sei sempre stato.

Nel 1975 il rock ha cominciato a correre sulle note del Boss

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Sul finire dei Settanta, Bruce Springsteen produceva a getto continuo. Tanto, tantissimo. Pure troppo. La E Street Band, durante le registrazioni di “The River”, quasi non ne poteva più: ogni giorno un brano nuovo, a volte persino due. Springsteen era mosso da un demone che lo rendeva incredibilmente, e strepitosamente, prolifico. Si deve a quella esplosione di creatività la mole di brani inediti che, dal cofanetto “Tracks” di 17 anni fa a oggi, inondano piacevolmente i milioni di estimatori dell’artista. C’era stata l’appendice della raccolta “The Essential Bruce Springsteen”, e poi nel 2010 il cofanetto di “Darkness on The Edge of Town” (1978) con il doppio “The Promise”, che conteneva outtake che chiunque altro non solo non avrebbe “scartato” dal disco definitivo ma avrebbe pure usato come singoli. Singoli forti.
Ora tocca a “The Ties That Bind”, cofanetto celebrativo di “The River” (1980). E’ perfetto come regalo di Natale, a patto però che il destinatario meriti una gemma così sfaccettata. Quattro cd, 52 brani e tre dvd con oltre quattro ore di immagini inedite. Se – come scrivono i professionisti del mugugno – Bruce Springsteen sta “raschiando il barile”, è quantomeno assodato che un barile così bello (e così capiente) non lo si vedeva da tempo.
Perché, soprattutto nel biennio 1979-80, Springsteen scriveva così tanto e quasi sempre bene? Fu come un rompersi delle dighe: un aprire definitivamente i rubinetti della continua epifania artistica. Un po’ come George Harrison, che una volta uscito dai Beatles si liberò di ogni costrizione e regalò (a se stesso anzitutto) “All Things Must Pass”. Quella di Springsteen è una meraviglia quasi inspiegabile e non certo eterna, in qualche modo conclusa – e sublimata – dal minimalismo indimenticabile di “Nebraska”, opera che strazia ieri come oggi, incisa di getto e spartanamente, con la sedia che scricchiola e un’armonica che scava dentro, tra il “Johnny 99” condannato a morte e l’urlo che chiude l’indelebile “State Trooper”. Evidentemente, dopo una seconda metà dei Settanta così fiammeggiante e prima di consegnarsi (pure troppo in certi casi) all’edonismo appiccicoso degli Ottanta, Springsteen avvertì il bisogno di quella cerniera acustica così povera. Così perfetta. E la dimensione minimale, più dolore e meno grandeur, lo avrebbe salvato anche nei Novanta. Basta pensare alla meraviglia dolorosa di “The Ghost of Tom Joad”, secondo tassello di una trilogia in sottrazione conclusa (bene) con “Devils And Dust”.

Prima di “Nebraska” (1982), e anche prima di Darkness e The River, c’era stato il disco del cambio di passo: “la linea di demarcazione”, per dirla con Springsteen. Quella demarcazione si chiama “Born To Run” e ad agosto ha compiuto 40 anni. La casa in cui fu scritto, recentemente, è stata messa all’asta. Bruce aveva 26 anni e il fiato corto. I suoi primi dischi, “Greetings From Asbury Park” e “The Wild The Innocent and The E Street Shuffle”, erano piaciuti a qualche critico ma non avevano venduto quanto la Columbia avrebbe voluto. Capolinea: non ci sarebbe stato un quarto album, non con la stessa casa discografica almeno.Bruce-Springsteen
Era l’estate del ’74. Springsteen l’ha raccontata così nel libro Songs: “Quell’estate acquistai il mio primo ‘treno su gomme’ per duemila dollari. Si trattava di una Chevy del ’57, aveva carburatori doppi a quattro cilindri e fiamme arancioni dipinte sul cofano. Vivevo in una piccola casa a West Long Branch. Tenevo un registratore accanto al letto. Alla notte mi coricavo dopo aver messo su dischi di Roy Orbison, dei Ronettes, dei Beach Boys. All’inizio non avevo colto la profondità di quegli album, ora cominciavo ad apprezzarne la carica artistica”. Lo Springsteen di quell’estate deve liberarsi dei maestri, dei retaggi di Dylan, delle certezze adolescenziali. Deve trovare la sua strada: la sua poetica. Nulla sembra andare come vorrebbe. Si scontra con il primo manager Mike Appel, vede andarsene il pianista David Sancious, licenzia il batterista Vinnie Lopez (“Mad Dog”). Dopo molte audizioni, i due musicisti verranno sostituiti da Roy Bittan e Max Weimberg.
Come ha raccontato anche Chiara Di Clemente in un prezioso articolo su QN, Born to runnacque nell’America post-Vietnam e la sola title track richiese sei mesi di stesura e limatura. “Un giorno suonavo la chitarra seduto sul letto lavorando su alcune idee per future canzoni, quando mi vennero alla mente le parole ‘Born to run’. Nato per correre. All’inizio pensai si trattasse del titolo di un film o di una qualche scritta che avevo letto su una macchina che sfrecciava lungo il ‘Circuit’, ma non ero sicuro. La frase mi piacque perché mi fece pensare a una sceneggiatura cinematografica e mi sembrava si sarebbe adattata bene alla musica che avevo in testa (..) Lentamente, la paura che ero riuscito a tenere lontano da ‘Rosalita’ riuscì ad aprirsi un varco nella vita delle persone di ‘Born to run’. I temi fondamentali che avrei approfondito in seguito presero forma nelle canzoni inserite nel disco. Quello fu l’album in cui superai le mie concezioni adolescenziali dell’amore e della libertà”. Jon Landau, quello che su Rolling Stoneaveva scritto di aver visto il futuro del rock e quel futuro aveva il nome di Bruce, impose il cambio di studio di registrazione e di fatto sostituì Appel come manager. Una bella mossa, verosimilmente decisiva. Springsteen fece tesoro dell’insegnamento di Phil Spector e del suo “Muro del suono”, rileggendolo però a modo suo. I brani scelti per la tracklist furono otto, per quasi 40 minuti senza cali e sbavature. Ieri come oggi. Da “Thunder Road” a “Tenth Avenue Freeze Out”, da “She’s The One” a “Jungleland”. “Time” e “Newsweek” eternarono Springsteen, fu apoteosi e la Columbia non pensò più a rescindere il contratto. Tutto merito di quel disco. Di quell’esser nati per correre. E di quella copertina, con Bruce che ha la Fender Esquire del ’53 al collo e si appoggia al monumentale Clarence Clemmons. Il suo grande amico. Che non c’è più. Ma c’è: eccome se c’è.

Boss

 

Fenomenologia dei logorroici (come salvarsi dal bla bla)

Schermata 2015-12-08 a 12.34.31Senza quasi che il mondo se ne accorgesse, si è sparso ovunque un morbo. E’ una malattia che dilaga ormai ovunque, una pandemia a cui pochi resistono: la logorrea. Tutti parlano, soprattutto se hanno poco da dire, e parlano tanto. Troppo. Sempre. Salvarsi è impossibile. Breve antologia dei logorroici.
“Non puoi sapere cosa mi sia successo”. Quando ti parlano, cominciano spesso così: “Non puoi sapere cosa mi sia successo”. E già cominciano male: è ovvio che non sai cosa gli sia successo, altrimenti non te lo racconterebbe. Certo, ci sarebbe anche una variabile da calcolare, ovvero che magari all’interlocutore non è che interessi poi granché di quello che sta ascoltando. E’ però una variabile che il logorroico non contempla neanche. Altrimenti non sarebbe logorroico.
“Ciao, come sto?”. E’ la tipologia di logorroico che comincia il dialogo chiedendo qualcosa di te, ma solo per alimentare sull’interlocutore l’illusione che gli interessi non solo la sua vita. Ma pure la tua. La domanda iniziale è solo un pretesto: un mero pretesto. Per esempio. Il logorroico ti chiede: “A casa tutto bene?”. Tu sei lì che rispondi, o almeno ci provi, e hai pure voglia di sfogarti perché è un brutto periodo, ma il logorroico ti ha già interrotto: “Ah guardi, lei è fortunato, niente in confronto a quello che mi è successo ieri”. E a quel punto, considerato che gli avevi appena detto che un meteorite ti aveva polverizzato la casa, immagini che a lui sia accaduto di tutto: un attentato, un cataclisma. Poi lui prosegue. E te lo dice: “Non ci crederà: a Tullio è caduto un dentino. Non mi ha fatto dormire tutta la notte”. E lì ci rimani un po’ male. Soprattutto quando scopri che Tullio è il nuovo criceto fucsia del logorroico.
“E quindi, alla fine, succede che io”. Tipologia dei logorroici che, per raccontarti un fatto normalissimo, impiega tre ore. Tu vorresti dirgli “sì sì, ho capito”, perché sai benissimo dove andrà a parare (e poi ti sta raccontando che a pranzo la pasta era scotta, mica la trama dei Karamazov). Niente: lui/lei dovrà terminare l’appassionante narrazione della pasta. Scotta.

Schermata 2015-12-08 a 12.34.04No, niente. Volevo dire che”. Ogni loro racconto interminabile parte così: “No, niente”. Ecco: ma se è “No, niente”, perché diavolo me lo racconti?
“Ai miei tempi mica succedeva”. Il logorroico allude sempre ai suoi tempi, reputandoli migliori del presente. E’ un aspetto a cui tiene molto. La cosa curiosa è che magari il logorroico è 16 anni, e non si capisce a quali “suoi tempi” alluda, però lo dice con un tale trasporto che alla fine gli credi.
“Sai che mi ha lasciato?”. Il logorroico ha una vita sentimentale sfigatissima. Chissà come e chissà perché, è sempre stato lasciato da qualcuno. E te lo deve raccontare. Con prolusione inaudita di particolari. Tu, ascoltandoli, pensi che magari è stato lasciato/a perché una logorrea neanche così neanche Furio di Verdone, ma dirglielo pare brutto.
“Non ci crederà mai”. Tutto è iperbolico nel mondo dei logorroici. Se trovano la fila alla posta, è accaduto solo a loro: “Non ci crederà mai”. Tu in realtà ci credi, ma questo è proprio irrilevante.
“Non so se hai capito”. Tipico intercalare del logorroico, che è sempre intimamente convinto che l’interlocutore davanti a lui sia un po’ ebete. Esempio: “E quindi a cena abbiamo fatto la bistecca, non so se hai capito”. Tu vorresti rispondergli che hai capito benissimo, anche perché stiamo parlando di una bistecca e non della teoria di Lacan, ma tanto lui non ti ascolta mica.
“Questa me l’ha già detta”. Il logorroico è spesso ripetitivo. Conduce quasi sempre una vita normalissima, a cui suole aggiungere un’enfasi del tutto fuoriluogo. E questo lo porta a ripetersi spesso. A raccontare gli stessi aneddoti. Guai però a farglielo notare, perché il logorroico è permaloso. Permalosissimo. Così lo ascolti, per la millesima volta. Con lo stesso entusiasmo che avresti se ti avessero condannato a eseguire una detartrasi a Ferrara.
“Ha visto quello che è successo?”. E’ l’incipit con cui il logorroico affronta la cronaca. “Ha visto quel che è successo a Parigi?”; “Ha visto quello sciunami (sarebbe “tsunami”, ma il logorroico segue regole tutte sue) nelle Filippine?”. E’ irrilevante che tu abbia “visto” o no: in entrambi i casi, il logorroico te lo racconterà. A modo molto suo, peraltro.
Schermata 2015-12-08 a 12.34.21“Ti rendi conto?”. Altro intercalare assai frequente. “E quindi lui ha ordinato un caffè. Ti rendi conto?”. Tu ti rendi conto benissimo, e non ti sembra strano per nulla. Non solo: non te ne frega proprio niente. Però bisogna rendersi conto.
“Ce l’ho più lungo di te”. Il logorroico ha un’idea competitiva di comunicazione. Se gli dici che hai la febbre, lui ti dice che è in coma (però vigile: infatti ti parla). Lui ce l’ha più lungo, sempre più lungo di te.
“E’ successo anche a me”. E’ il logorroico-specchio. Ti è successa la cosa più assurda del mondo? Anche a lui. Ma proprio uguale. “Sai che mi sono salvato da un incidente aereo aggrappandomi in caduta a una liana di rododendro della tundra?”. E lui: “Accidenti, è successo anche a me ieri! Ed era proprio un rododendro della tundra, l’ho riconosciuto mentre cadevo perché l’avevo visto sul National Geographic mentre facevo Pilates!”.
“Ti dico: una cosa incredibile!”. E’ il logorroico ultra-iperbolico. Tutto è incredibile, nonché eccezionale. “Ti dico: una cosa incredibile!”. Sì, ma per esempio? “Non ho trovato neanche il parcheggio”. Una cosa davvero incredibile: James Cameron ci costruirà senz’altro il suo nuovo kolossal fantascientifico. (Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2015)