Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
maggio: 2016
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Giachetti e gli altri: i disastri web dei politici

303Schermata 2016-04-30 a 19.43.34Salvateli da loro stessi. Beppe Sala che si ritrae crocifisso in palestra, con t-shirt gialla catarifrangente. Valeria Valente che, indossando occhiali del Pleistocene, risponde a domande spuntate col carisma guizzante di una mietibatti. Bertolaso che “parla di futuro” con “nonno Arsenio”, 109 anni, e poi ti stupisci se persino Berlusconi l’ha scaricato. Gianni Lettieri che si definisce “Cuore da scugnizzo e testa da imprenditore” su Instagram, forte di 983 followers (ne ha di più il macellaio di Ciggiano) e un look a metà tra Tom Cruise in Mission Impossible e Tom Hanks in Forrest Gump. E ancora: Virginia Raggi, che scambia il profilo fake di Alfio Marchini per quello vero e si sforza di sorridere nel servire cacio e pepe ai suoi sostenitori, ma è palesemente sgomenta di fronte al parlamentare M5S Baroni, agghindato come un canarino querulo con parannanza. E poi Roberto Giachetti, che cucina la pasta senza sale e si riprende al contrario. Perché si vogliono così male? Si candidano a governare grandi città, e credono che la Rete li aiuti a sembrare più vicini alla (ggg)gente, ma l’effetto è spesso quello di tanti Tafazzi lanciati a bomba contro il ridicolo.
Schermata 2016-04-30 a 19.45.36Nu cafè con Valeria. E’ il nome dell’appassionante rubrica con cui Valeria Valente, candidata del Pd a Napoli dopo aver vinto (ahahah) le Primarie (ahahah), arringa le masse. E’ la sua versione di #matteorisponde, però senza De Luca ed è un miracolo quando i like superano quota 100. La Valente affronta la diretta web con la sicurezza di Valdir Peres ai Mondiali dell’82. Affascina non tanto l’eloquio, invero tristanzuolo, ma gli occhiali (già desueti ai tempi dell’Adelchi) e quegli orecchini sobri da 78 chili l’uno. Particolarmente sontuoso il video di due settimane fa, che comincia con la Valente che fa footing a passo di bruco infortunato. La colonna sonora è The Passenger di Iggy Pop. Arrivano poi le immagini di lei che abbraccia Renzi e si siede con lui e un altro. L’altro è Stefano Graziano, di lì a poco accusato di concorso esterno per associazione mafiosa. Vamos. (Dopo aver saputo di essere stato usato dalla Valente, pare che Iggy Pop abbia ricominciato a drogarsi di brutto. Come ai bei tempi).
Schermata 2016-04-30 a 19.44.39Il superuomo Lettieri. Il candidato a Napoli del centrodestra punta tutto sul “mens sana in corpore sano”, un must del Partito della Nazione (Sala in palestra, Valente che corre, etc). Dritto nella leggenda il contributo di Televomero, che ha raccolto 240 like in cinque giorni: un plebiscito. Creano dipendenza anche “A Napoli più che AUTOBUS si parla di REBUS” e “Gianni in diretta su Facebook” (3200 visualizzazioni in due settimane). Lettieri dà però il meglio di sé su Instagram. La foto-profilo lo mostra sudaticcio mentre fa footing: si vola alti. Ogni tanto il superuomo Lettieri si concede ai fan. In uno scatto è accompagnato da due ragazze, che più che abbracciarlo lo scortano, e tiene le mani come se avesse le manette: un messaggio beneaugurante, o forse un flashforward.
Schermata 2016-04-30 a 19.46.46L’allegro Giachetti. Il povero Giachetti sembra sempre più Ingroia nell’imitazione di Crozza: “non c’ho voglia”.
Lo vedi che prova a caricarsi, ma proprio non ce la fa. Se non altro ride sempre, anche quando non c’è motivo: avrà imparato ai tempi delle lotte radicali, chi lo sa. I suoi video sono spesso girati da una videocamera posizionata su Ganimede, uno dei satelliti di Giove: per questo Giachetti è quasi sempre piccolissimo e la sua voce ha l’effetto riverbero della Ibanez di Joe Satriani. Per darsi un po’ di brio, l’altro giorno l’allegro Jack si è ripreso mentre cucinava. Titolo: “Antidoto contro abbrutimento da campagna elettorale”. E già qui capisci quanto si stia rompendo le palle da solo. Solo che l’allegro Jack ha piazzato il telefono al contrario, e ci ha messo appena tre minuti per accorgersene. Poi ci ha riprovato, impiegando un altro minuto per capire che la diretta era cominciata: tipo tecnologico, questo Giachetti. Quindi ha provato a cucinare delle zucchine, ma l’operazione ha richiesto 32 minuti, nel corso dei quali l’allegro Jack ha canticchiato “La fettucciiiiina”, aperto 712 parentesi e regalato 1476 subordinate. Poi, l’agnizione: al minuto 28, grazie alla lisergica “fidanzata dell’amico Dino”, si è accorto di non avere messo il sale nell’acqua. L’ha presa bene, ma se governa come cucina, non è che a Roma sian messi tanto bene. (Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2016)

La voce immortale di Jeff Buckley

jeff4Fa un gran male, e produce al tempo stesso un’incredibile bellezza, “You and I” di Jeff Buckley. E’ uscito poco più di un mese fa ed è il nuovo disco di un artista quasi sempre postumo. Vita troppo breve, talento troppo enorme: un mix che va di pari passo con la puntuale sottovalutazione di artisti purissimi. “Jeff Buckley era una goccia di pura in un oceano di rumore”. L’ha detto Bono, ed era (è) vero. Il suo unico album in studio uscito in vita, Grace, è di fine 1994. Di dischi belli ne esistono tanti, di album capaci di metterti così a nudo no. Grace, come l’Unplugged degli Alice in Chains o le American Recordingsdi Johnny Cash, è uno di questi. Non puoi ascoltalo tutti i giorni, perché ogni volta che lo ascolti piangi. E non puoi piangere per sempre, anche se forse sarebbe giusto.
You and I” raccoglie due brani di Jeff e otto cover: Bob Dylan, Smiths, Led Zeppelin, Sly & Family Stone. Le tracce furono registrate nel febbraio 1993 allo Shelter Island Sound Studio di Steve Addabbo. Buckley, dall’anno precedente, si esibiva in un piccolo café irlandese di New York chiamato Sin-é. Ce lo aveva portato un amico, Glen Hansard, all’apice della fama per il suo ruolo in The Commitments. Molti discografici provarono a metterlo sotto contratto. Per forza: voci così, intatte e dotatissime al punto da rischiare ogni volta il virtuosismo in eccesso, non le incontri quasi mai. Buckley scelse la Columbia nell’ottobre del ’92 e, due anni dopo, uscì Grace. Nel mezzo ci furono le “Addobbo Sessions” e dunque “You and I”. Jeff non sapeva ancora cosa fare della sua carriera, se non sfuggire alla solita parabola da rocker “alternativo”, così la Columbia gli disse di fare quello che voleva in sala di registrazione: per sbloccarlo.
jeff1Jeff Buckley era nato il 17 novembre 1966 ad Anaheim, sud della California. Figlio di Tim, talento come lui, morto giovane (a 28 anni: overdose) come lui. Jeff non andò al suo funerale: come disse la madre, abbandonata da Tim, “non erano stati invitati”. Aveva nove anni e lo chiamavano “Scottie”. Il 26 aprile 1991 partecipò a un concerto-tributo alla memoria del padre, nella chiesa di St. Ann di Brooklyn. Cantò «I Never Asked To Be Your Mountain», dedicato da Tim proprio a lui e alla moglie. Alla fine gli si ruppe una corda della chitarra e concluse a cappella. «Quel giorno fu il congedo. Non era la mia vita. Però mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non sarei mai più stato in grado di dirgli qualcosa». Andy Wallace, produttore di Nevermind dei Nirvana, vide in Buckley l’altra faccia della medaglia Kurt Cobain: “l’altro un demonio, lui un angelo. Ma provenivano dalla stessa zona”. Dopo l’uscita di Grace, David Bowie disse: “Se fossi su un’isola deserta vorrei solo questo disco con me». Bob Dylan arrivò a dire: «È il più grande di questo decennio». E poi Thom Yorke: «Il coraggio di cantare in falsetto mi venne sentendo Jeff Buckley. Era di un altro mondo». Alcuni suoi live, come ha ricordato Piero Negri Scaglione su La Stampa, entrarono nella leggenda: per esempio “So Real” a Rotterdam. La sua versione diHallelujah di Leonard Cohen, da sola, vale mille carriere. La madre Mary Guibert ha scritto nelle note di “You and I”: “Le registrazioni che abbiamo sono le vere reliquie di Jeff (..) Chiudete gli occhi, alzate il volume o mettete il vostro auricolare. Siete solo voi, lui e i ragazzi della sala di registrazione. Godetevela”. Tutto vero, anche se il godimento che ne deriva non fa che accentuare quel senso di lutto che non potrà mai essere istinto.
jeff3Quattro anni dopo le “Addabbo Sessions” e neanche tre dopo Grace, Jeff Buckley muore nel modo più assurdo possibile. Non aveva neanche 31 anni. Era immerso nelle registrazioni del secondo album, uscito postumo nel 1998 col titolo Sketches for My Sweetheart the Drunk. Alle 21.30 del 29 maggio 1997, Keith Foti telefona alla compagna di Jeff, Joan Wasser. “Joan… Jeff è andato a nuotare nel fiume”. “Alle 10 di sera? Passamelo!”. “Joan, non so come dirtelo…Jeff è sparito, sott’acqua”. Foti è il roadie di Jeff. Fa il parrucchiere, ma scrive anche canzoni e dà una mano a Gene Bowen, tour manager di Buckley. Di Jeff si sono dette molte cose: che amasse la vita e le donne (assai corrisposto), ma che soffrisse anche di disturbo bipolare e psicosi maniaco-depressiva. In quel 1997, chi lo incontra, lo trova più emaciato e magro del solito. Le sue ultime ore sono state raccontate da molti: tra i tanti, vale la pena leggere Riccardo Bertoncelli, Giulio Casale ed Ezio Guaitamacchi. Bowen, quel 29 maggio, va a prendere i musicisti all’aeroporto di Memphis. “Ci rivediamo tra un’ora in studio”, dice Bowen a Jeff e Foti. Buckley indossa jeans neri, stivali Dr. Martens e t-shirt bianca con maniche nere e scritta “Altamont”. Dalla casa di Jeff a Memphis allo studio in Young Avenue sono dieci minuti, ma si perdono. Vagano senza meta per un’ora. Jeff butta lì: “Hai fame? Se non ce l’hai, a me jeff2andrebbe di andare al fiume”. Keith accetta: gli piace l’idea di provare, voce e chitarra, la nuova canzone sulla spiaggia. Si fermano nei pressi di Front Street, lungo la riva del Wolf River, un affluente del Mississippi. Jeff conosce il posto. La riva è piena di detriti e pezzi di vetro: per questo entra in acqua vestito. Keith gli dice di non allontanarsi troppo, Jeff non lo ascolta e canticchia nuotando “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin. Sono le 9 di sera, ma a Memphis fa caldo: 27 gradi. Jeff ora galleggia, disteso sul dorso. Keith lo mette in guardia: “Jeff, attento. C’è un rimorchiatore”. Poi si gira per recuperare lo stereo portatile e salvarlo dalle onde che arrivano fino a riva. Quando torna a guardare l’amico, Jeff non c’è più. Risucchiato dal fiume: dal gorgo. Gli stivali lo hanno fatto andare giù ancora più velocemente. Quasi una settimana dopo, il 4 giugno, un passeggero della American Queen – battello a vapore che trasporta i turisti – vede un corpo che galleggia. Bowen riconosce il corpo dal piercing dorato nell’ombelico. L’esame autoptico rivelerà totale assenza di droghe nel sangue e un livello di alcol minimo, pari a un bicchiere di vino. Jeffrey Scott Buckley se ne va così: come uno scherzo, come un errore. Come un’apparizione troppo fugace e troppo bella. (Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2016)

Quando non sai cosa dire: ciao, Emiliano

emilQuesta è una delle cose più difficili che abbia mai scritto. C’è una parte di me che si sente quasi imbarazzata nel farlo, o addirittura non autorizzata. Conoscevo bene Emiliano Liuzzi, ma non bene – non continuativamente – come altri. Non lavorando fisso in redazione, non lo vedevo e frequentavo con l’assiduità di Marco, di Alessandro, di Peter, di Ferruccio, di Stefano. Neanche ho mai cantato con lui al karaoke, in quelli che soprattutto negli ultimi mesi erano diventati veri e propri happening del giovedì.
La verità è che mi girano i coglioni. Mi girano profondamente i coglioni. E’ così da mercoledì mattina. Non si può morire a 46 anni. Non è giusto, non si fa. Non si può. E poi, io come tutti, non avevamo mai associato la morte a Emiliano. Mai. Troppo solare, troppo vitale, troppo cazzone. La notizia l’ho saputa tardi, a Ginevra, dopo una data teatrale. Avevamo fatto tardi e mi ero alzato dopo le 11. Mi scrive un messaggio Silvia Truzzi mercoledì mattina, e per una volta non è un messaggio allegro: “Quando puoi chiama, devo dirti una cosa“. Ho subito pensato a qualcosa di brutto, ma mai di così brutto. Non era possibile: non è possibile. Non riesco a farmene una ragione. E se non ci riesco io, figuriamoci chi lo vedeva ogni giorno.
emil2Quando un amico se ne va, per giunta così presto, accadono due cose. La prima è che si è travolti da un senso di solitudine, perché nulla riempie e svuota come l’amicizia. Non oso pensare a chi, a Roma, dovrà lentamente abituarsi a quell’assenza. A quella figura così lunga e dinoccolata, fumettistica, la sigaretta sulle labbra tipo Jigen e gli occhi azzurrissimi. Il Fatto è una famiglia, che litiga e si vuole bene come tutte le famiglie, e in tanti – Travaglio, Gomez, Caselli, Lilllo, Sansa, eccetera – lo hanno raccontato benissimo. Io non posso aggiungere nulla. E neanche voglio. Ma c’è – appunto – la seconda cosa che accade quando un amico se ne va. Ed è l’affiorare di tutti i ricordi. Ricordi che fanno anche ridere.
All’inizio, quando Emiliano aveva cominciato ad andare in tivù assiduamente e io pure, intendo più o meno nel 2012/13, in redazione ci prendevano in giro – anzi: per il culo – perché eravamo interscambiabili. Fungevamo nei talkshow da “grillologi”. Eravamo quelli che nei dibattiti dovevano “spiegare i 5 Stelle” senza per forza sostenere che Grillo fosse Goebbels e Casaleggio Himmler. Ovviamente i detrattori, e ne avevamo tanti, ci chiamavano “grillini”. In redazione la presa per il culo derivava dal fatto che, se Emiliano andava in tivù, gli dicevano che lo avevano chiamato perché io avevo detto no: come sostituto, come riserva. E a me dicevano lo stesso. Ne ridevamo spesso.
Ricordo che una volta, una sola, lo chiamai incazzato perché mi aveva aggiunto di sana pianta quattro righe per un pezzo sul Fatto del lunedì. Gli dissi: “Emiliano, che cazzo hai fatto? Io neanche le penso quelle così lì, porca puttana“. Lui mi smontò subito, con quella sua parlata buona e strascicata, con quel suo modo di ammettere subito l’errore e quella maniera – tutta sua, rara e splendida – di farti capire immediatamente che in fondo stavamo parlando solo di un “pezzetto”. Cioè di cazzate. Così, dopo neanche trenta secondi, mi disinnescai e passammo subito a cazzeggiare di donne, politici improponibili e musica. Una delle tante passioni che avevamo in comune. Eravamo interscambiabili anche in questo: “Chi lo fa il ricordo di Jannacci, Liuzzi o Scanzi?“; “E Lou Reed? E David Bowie? Senti Emil o Andreuccio” (è Marco che mi chiama ogni tanto “Andreuccio”: quel maledetto).
emil3I ricordi affiorano, e prima o poi arriva l’ultimo. Giovedì scorso. Giovedì 31 marzo. Alla sera sarei stato a Otto e mezzo. Vado in redazione, mi metto nel mio anfratto a scrivere e poi vado a prendere un tè alla macchinetta. Ovviamente lo trovo. Nei miei ricordi Emiliano vive sempre davanti alla macchinetta del caffè. Non so quando diavolo scrivesse (e lo faceva di continuo, e bene): era sempre lì, davanti alla macchinetta, a telefonare a chissà chi. Gran parlatore, attaccava e non finiva più. Almeno mezzora. Anche quel giovedì. Ho una ritrosia atavica per chi parla tanto, ma Emiliano non mi annoiava mai. Passava con naturalezza dai suoi aneddoti prodigiosi su Mediaset (“Non ci andare dalla D’Urso, dai“, “Ma sì, ora vediamo“: e ci andava ancora) alla politica: sferzante anzitutto coi renziani, ma benvoluto pure dai renziani. Mi raccontò di nuovo le telefonate chilometriche che gli faceva Berlusconi ogni tanto, distrutto dal non contare più niente (“Umanamente non riesci a volergli male, con me e mio padre è stato sempre affettuosissimo“). Mi chiese se avessi finalmente telefonato al “Freddo”, che aveva intervistato da poco (intervista pazzesca: una delle tante, come quella a Ellade Bandini) e che gli aveva confidato di stimarmi (sì, la vita sa stupirti). Mi invitò ai suoi karaoke del giovedì, raccontandomi quanto fossero bravi gli ospiti famosi che ogni tanto comparivano, da Panariello alla Parietti, dai parlamentari insospettabili alla redazione stessa del Fatto, con Travaglio che si esaltava (ovviamente) con Renato Zero. A un certo punto comparve Alessandro Ferrucci. Anche Ferrucci, nei miei ricordi, è un altro che vive davanti alla macchinetta. Amico fraterno di Emiliano e persona di bellezza totale. “Maestro” (il bischero mi chiama così), “questo qua riesce a innamorarsi sempre ogni volta“. “Questo qua” era Emiliano. Ed era vero: mai cinico, sempre sinceramente appassionato e curioso. Un viveur sui generis e autoironico, o così (anche così) l’ho sempre visto. Un cronista vero, un padre buono e un uomo divertito. Emiliano ha vissuto la vita senza sprecare neanche un attimo, cavalcandola con passione e piacere, e chissà come faceva a essere astemio. “Ah, quindi sei come Dylan Dog allora, che si innamora ogni mese“. Credo sia stata l’ultima cosa che gli ho detto, ed è una delle cose che ti fanno male di ciò che è “ultimo”: non sapere che lo sia. O forse no, forse non è stata l’ultima. Forse mi ha fatto una battuta delle sue sui politici che avremmo affrontato nelle ore e giorni successivi: “Li distruggiamo“.
Sì, Emiliano. Li distruggiamo. Ma tu di più, e tu col sorriso.

Un evento da gustare: Live at Pompeii dei Pink Floyd

live at1E’ uno dei concerti più famosi nella storia della musica, ma non fu neanche un concerto. E i brani eseguiti dal vivo, in quel luogo così ricco di storia, furono appena tre. Neanche eseguiti di fila, bensì prima suonati e subito dopo meticolosamente controllati dalla band con le cuffie: se non erano perfetti, assolutamente perfetti, andavano rifatti.
Si torna a parlare di Live At Pompeii dei Pink Floyd perché il chitarrista (e co-leader) del gruppo David Gilmour tornerà a Pompei il 7 e 8 luglio. Live At Pompeii uscì nel 1974, quando i Pink Floyd erano all’apice della notorietà dopo il successo di Dark Side Of The Moon. Racconta però un momento molto diverso del gruppo, fotografato dopo Meddle e prima che la fama esplodesse appieno. L’idea fu del regista Adrian Maben, che provò inizialmente a convincere Gilmour a scrivere musiche che si integrassero con immagini pittoriche. Gilmour declinò. Mesi dopo, nell’estate del 1971, Maben fu colpito dall’immagine dell’Anfiteatro Romano di Pompei al crepuscolo. Era lì con la fidanzata, per vacanza e perché lì credeva di aveva smarrito il passaporto giorni prima. live at2Ebbe così l’idea di far suonare i Pink Floyd in quella location. Però senza pubblico. Grazie all’amicizia con un professore dell’Università di Napoli, Maben ottenne l’autorizzazione dalla Soprintendenza locale per sei giorni di riprese chiuse al pubblico. I Pink Floyd si impuntarono su due aspetti: i brani andavano eseguiti rigorosamente live e, per questo, occorreva trasportare via camion tutta la strumentazione, per garantire una qualità sonora equiparabile ai lavori in studio. Arrivata a Pompei, la troupe di Maben si rese conto che non c’era corrente sufficiente. Si decise quindi di prenderla direttamente dal Municipio: un lunghissimo cavo percorse tutte le strade di Pompei, dal Municipio all’Anfiteatro. I giorni di lavorazione si ridussero da sei a quattro, dal 4 al 7 ottobre 1971. Di fatto Maben ottenne due sequenze forti: i quattro Pink Floyd che si arrampicano tra i vapori delle solfatare di Pozzuoli; e (solo) tre brani eseguiti dal vivo. Peraltro neanche integrali: Echoes e One Of These Days, tratti da Meddle, il loro disco più elegante e delicato, dove si sente particolarmente il tocco della coppia Gilmour-Wright; e A Saucerful of secrets, title track dell’album del 1968, all’interno del quale il diamante pazzo Syd Barrett non c’era già più (se non nella traccia Jugband Blues). Di Echoes, però, a Pompei il gruppo eseguì la prima metà e il finale. Mancava la parte centrale. E non mancava solo quella. Il girato di Maben, per quanto qualitativamente alto, non era sufficiente per confezionare un film vero e proprio. In più il regista aveva terminato il budget, e ciò lo costrinse a ultimare il montaggio della prima versione live at4(pre-Dark Side) a casa sua. Non fu l’unica sfiga che si abbatté su Maben. Molte bobine andarono distrutte, ed è anche per questo che in One Of These Days le immagini non staccano quasi mai da Nick Mason: era una delle poche sequenze del brano non andate perdute.
Per rimpolpare il materiale, Maben convinse il gruppo a girare altre immagini in uno studio cinematografico francese, l’Europasonor di Parigi, dal 13 al 20 dicembre del 1971. Maben cercò di ricostruire l’ambientazione di Pompei usando immagini di repertorio della Soprintendenza, oltre alle sequenze di Pozzuoli proiettate alle spalle della band. I Pink Floyd, a Parigi, suonarono Set the Controls for the Heart of the SunCareful with That Axe, Eugene e la sezione centrale di Echoes. E’ opinione comune che le versioni di Echoes e A Saucerful of Secrets contenute in Live At Pompeii siano le migliori di sempre. Indimenticabile anche il Waters – qui fisicamente prossimo a un allucinatissimo uomo di Cro Magnon – che suona il gong in Set The Controls for the Heart of the Sun. Merita poi un capitolo a parteCareful with that Axe, Eugene. Canzone dalle mille vite, contiene uno degli urli più famosi e inquietanti di sempre. L’urlo belluino di Waters, con titolo diverso, confluì anche in Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. La versione perfetta resta quella di Ummagumma: per Live at Pompeii Waters optò per una variante più “parlata” (si fa per dire: borbottata). Nessuno ha mai capito con chi ce l’avessero in quel brano: forse con un serial killer dei Sessanta (Eugene Craft), forse con il chitarrista dei Grateful Dead (Jerry Garcia) a cui mancavano due dita perché il fratello gliele aveva tranciate (appunto) con un’ascia. Bah: comprendere le meccaniche divine di Roger Waters è impossibile, ed è del resto una delle sue molteplici qualità.
live at3Poiché sommamente insondabili, i Pink Floyd vollero anche eseguire a Parigi un divertissement contenuto in Meddle, ovvero Seamus, sorta di blues in cui a cantare (cioè ululare) è un cane di nome Seamus. Solo che, per il film, la canzone diventò Mademoiselle Nobs. Nobs era un levriero russo femmina, di proprietà di un’amica circense di Maben. Nel brano, fatto più unico che raro, Gilmour suona l’armonica. Era abbastanza? Non ancora. Dopo il montaggio casalingo, Maben si rese conto di avere sì e no un’ora di film. Un po’ poco. La sfortuna continuò tormentarlo, perché la prima del film, prevista il 25 novembre 1972 al Rainbow Theatre di Londra, saltò per “motivi burocratici”. Nel frattempo era arrivato il 1973 e i Pink Floyd stavano ultimando Dark Side Of The Moon negli studi di Abbey Road. Maben rimpolpò così Live At Pompeii con un mini-documentario a Abbey Road. Era il gennaio 1973 e l’album non era certo terminato. I quattro musicisti “recitarono” per Maben, suonando le loro parti sulle basi non ancora definitive: nessuna di quelle incisioni sarebbe poi finita suDark Side Of The Moon. Maben raccolse poi qualche dichiarazione del gruppo, assieme ad alcune riprese della loro colazione in studio. La versione definitiva salì a 80 minuti: contiene, tra le altre cose, frammenti in studio di Us And Them e Brain Damage. Un’ulteriore versione, la Director’s Cut, è stata licenziata nel 2003. Live At Pompeii uscì nell’agosto 1974. I Pink Floyd erano molto più famosi di tre anni prima, quando l’opera prese corpo, ma questo non aiutò inizialmente il povero Maben: il suo film raccontava un gruppo che non esisteva più. O non più in quel modo. (Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2016)

Quanto ci mancherà, l’umanità autentica di Gianmaria Testa

testa2E’ difficile scrivere della morte di Gianmaria Testa. Ed è difficile non solo per il dolore, fatalmente enorme di fronte a una scomparsa così anticipata. E’ difficile anche perché, in quell’equilibrismo faticoso che tocca inseguire per non essere retorici quando si racconta la storia di chi non c’è più e vorresti ci fossi ancora, non essere troppo sentimentali è dura. Non è che Testa lo si racconti ora garbato e dotato, disponibile e semplice perché non ci sia più: lo si racconta così perché era così. E bastava poco per capirlo: lo capivi subito. In tanti lo eternano già come “il cantautore degli ultimi”, immagine che ricorda quella con cui ancora adesso si cristallizza Fabrizio De André, uno dei suoi maestri, morto pure lui troppo presto: neanche 59 anni Faber, neanche 58 Gianmaria. Nato a Cavallermaggiore il 17 ottobre 1958, “da quella parte sbagliata del Tanaro dove non si fa il Barolo ma l’Arneis”. Morto ieri mattina ad Alba, la città in cui abitava da tempo e il luogo per sempre di Beppe Fenoglio. Nel settembre scorso, per la maratona dedicata allo scrittore albese, c’era tanta gente. Chi per ascoltare, chi per leggere qualcosa dell’uomo che si fece Johnny e si fece Milton. C’era Giorgio Conte, fratello di quel Paolo a cui Testa veniva accostato spesso, un po’ a ragione e un po’ no, e non si è mai capito quanto a Gianmaria facesse poi piacere quell’accostamento costante. C’era la moglie Paola Farinetti, sorella di Oscar, compagna premurosa e manager protettiva, che gli è stata accanto fino alla fine. Testa, alla maratona fenogliana, non c’era. Era stanco. Stanco della malattia. Ma ci aveva provato. Ci ha sempre provato: fino all’ultimo. La lezione alla Scuola Holden di Torino a fine luglio, gli incontri pubblici, i concerti sognati. Aveva scoperto per caso la malattia, allarmato da qualche sintomo e stimolato a farsi visitare anche da Paolo Rossi, uno dei tanti amici artisti con cui ha collaborato. Erri De Luca, nella testa1prefazione della biografia-testamento in uscita il 19 aprile prossimo per Einaudi (Da questa parte del mare), ha scritto: “Ciao socio, compare, fratello che non mi è capitato in famiglia e che ho cercato intorno, grazie di accomunarmi al libro della tua vita”. E ieri: “Non ci abbracceremo più, ma lo abbiamo fatto 1000 volte. Il mio braccio ha lo stampo della tua spalla”. In una intervista prodigiosa e dolente del maggio scorso, Testa si era raccontato all’amico Michele Serra su Repubblica: “Ho un tumore, l’ho scoperto ai primi di gennaio. Non è operabile. Ho fatto cinque cicli di chemioterapia, il tumore si è molto ridotto. Ma i medici mi hanno detto che nei prossimi mesi devo annullare ogni altro impegno che non sia curarmi. Avere cura di me. Ed è quello che sto facendo”. Poi: “Sei costretto a convivere con un corpo estraneo, non sei più solo, sei in due. Ma si può reagire, si può guarire, e soprattutto si può rimanere pensanti. È così che cerco di fare io (..) Mi mancano i concerti, mi manca moltissimo suonare e cantare. Lo faccio piano, da solo. Di notte, così non do fastidio. Penso molto alla musica e alle canzoni, ci penso continuamente. È come se mi rendessi conto solo adesso che erano parte integrante del mio vivere”. Infine: “Io sono tranquillo. Torno. Se il tempo è galantuomo, guarisco e torno”. Gianmaria Testa lascia molte canzoni, ora in studio e ora live. Gemme scoperte subito in Francia (era di casa all’Olympia), in Germania e pure a New York. L’Italia, invece, deve ancora apprezzarlo appieno, appesantita da quella pigrizia atavica che l’ha portata spesso a definirlo distrattamente “cantautore ferroviere”. Essenziale in musica e in vita, arricchito da un’empatia sincera verso gli ultimi che fece scattare un’amicizia definitiva con il grande Jean-Claude Izzo. Semplice come solo può esserlo un uomo di Langa che ama il vino, i partigiani e la malora. Cantante senza fronzoli e paroliere ispirato, dal vivo dava il meglio di sé. Ha scritto anche libri per bambini, intrisi di tenerezza intatta. Il primo disco è del 1995, l’ultimo (un doppio live: e che live) del 2013. Bello muovercisi dentro, perché dove cogli cogli bene. Testa era sempre se stesso: cantautore classico. Elegante e militante. Coi suoi personaggi sbandati e dimenticati (ma non da lui), in cerca di un’appartenenza autentica e di una collettività che restituisse dignità a una vita spesso carogna. Non si arrendeva, Gianmaria: inseguiva il guizzo. Lo scatto. Il riscatto. E noi con lui. (Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2016)

Fenomenologia di chi parla sempre al telefonino

smartphonite 1Chissà cosa farebbero gli italiani senza telefonino. Chissà. Magari, se solo qualcuno li privasse del loro amato smarthphone, sarebbero costretti a fare altro: sarebbero addirittura costretti a vivere. Vivere veramente. Non c’è luogo pubblico che non sia invaso da uomini e donne che urlano al telefonino i loro fatti privati. Bar, ristoranti, strade. Metro, tram, treno. Un’invasione di italiani che parlano sempre, e quasi sempre per non dire niente. Gigi Proietti, anni fa, ironizzava su questi dialoghi sincopati, dove nessuno riesce mai a terminare una frase perché l’altro ti ha puntualmente interrotto. Entrando in tackle sulla conversazione. Più recentemente Maccio Capatonda ha scherzato sulla smartphonite, il morbo che porta ormai quasi tutti noi a camminare a testa bassa per scrivere messaggi e whatsappare (eh?), col conseguente rischio di farsi investire o – ben che vada – schiantarsi contro un lampione. E’ un’invasione, un’epidemia, una pandemia. All’interno della quale si incontrano variegate tribù.
Enfatici. Hanno aneddoti continui, che ovviamente devono raccontare al telefono affinché tutto l’universo ne venga a conoscenza. Cominciano sempre così: “Non sai cosa mi è successo”. E poi partono. Ti immagini sbarchi sulla Luna o quinquiplette al Bernabeu, ma al massimo hanno incontrato una cugina di secondo grado a Euronics. E te lo devono proprio raccontare. Per forza. E non ci saranno sticazzi a salvarti.
Dubbiosi. Telefonano per chiedere consigli ad amiche e amici: “Che faccio allora, ci esco?”; “Gli scrivo?”; “Le telefono?”. Tutto molto bello, ma non bastava una mail?
Suonanti. Chissà, forse quando poi risponderanno alla chiamata e parleranno, si riveleranno tanti nuovi Schopenhauer. Il fatto però che abbiano come suoneria l’ultima di Lorenzo Fragola, o perfino Lisa dell’indimenticabile Stefano Sani, li rende a prescindere imperdonabili. (E comunque, quando parlano, non si rivelano mai Schopenhauer).
Camminanti. Parlano al telefono dalla mattina alla sera, ma temendo di non rompere abbastanza le palle con la loro voce pensano bene di camminare pure su e giù mentre lo fanno. Se per esempio sono in treno, percorrono 78 chilometri sul Frecciarossa Milano-Roma dalla carrozza 12 alla 1, e se provi a fargli lo sgambetto alla settima volta che li vedi passare loro ti evitano miracolosamente (hanno mille sensori, i Camminanti). Se invece sono al bar, fanno su e giù passandoti davanti mentre con una mano impugnano il telefonino e con l’altra zuppano un croissant immaginario sul caffè. Solo che il caffè è il tuo, e quando osi fargli presente che non avevi ordinato un caffè “macchiato con avambraccio altrui”, loro si offendono pure. ‘Sti maledetti.
proiettiCompulsivi. Odiano il silenzio e, dopo nove secondi in cui non sentono la loro voce, telefonano un’altra volta. Spesso alla stessa persona. La quale, comprensibilmente, quando si sente dire “Come stai?” un po’ si altera. Rispondendo non senza ragione: “Come nove secondi fa, e non essendo Usain Bolt non è che in così poco la mia vita cambi di molto”.
Esibizionisti. Telefonano non perché devono, ma perché vogliono farsi sentire da chi li circonda. Così, al telefono, straparlano di operazioni spericolate in Borsa, meeting di rilevanza planetaria e summit da cui dipende la sorte di Urano. Poi tornano a casa e, all’apice della loro giornata, scartavetrano un Grattaevinci con moneta da 5. Sperando nella svolta della vita.
Mammisti. Telefonano sempre a qualche familiare per sapere come stanno, se va tutto bene, se allora a pranzo per domenica è tutto a posto: “Sai, io e Gino avremmo pensato a una julienne di zucchine per cominciare, poi pasta al forno, il pollo che piace tanto al Gianni e quindi il mascarpone di mia figlia, che come lo fa lei non lo fa nessuno”. E tu sei lì che ascolti e, pur non fregandotene assolutamente nulla, ti scopri a pensare: “Scusa, eh, ma in un pranzo così tronfio e ipercalorico che minchia c’entra la julienne di zucchine?”. (Il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2016)

Rolling Stones a Cuba: quando il rock non invecchia

richardsLa cosa ulteriormente incredibile del concerto dei Rolling Stones a Cuba è che, se anche togli la retorica, resta comunque tanto. Tantissimo. «Sappiamo che anni fa era difficile ascoltare la nostra musica a Cuba, ma siamo qui a suonare», ha detto Mick Jagger. Aggiungendo poi: «Penso che davvero i tempi stiano cambiando. Non è vero?». Forse sì e forse no. Di sicuro larga parte della comunicazione si è incentrata sulla portata “politica” del concerto, arrivato peraltro subito dopo la visita di Barack Obama. E’ un concerto che resterà nella storia, gratuito e regalato a 250mila persone (ma qualcuno dice 400mila) che fino a ieri quella musica neanche potevano ascoltarla: era vietata. Da qui i fiumi di retorica, per una volta giustificati, sulla Cuba che cambia e che diventa democratica. Sempre ammesso, va da sé, che la democrazia coincida poi con quella degli americani. Ma questo ci porterebbe lontano, e in fondo aveva già riassunto tutto in merito Giorgio Gaber con un monologo del ‘72 (L’America, appunto). Quello che rende tutto persino più straordinario non è solo la valenza storica e senz’altro liberatoria del concerto, quasi che fosse stato la versione contemporanea di ciò che fu il The Wall di Roger Waters (e amici: pure troppi) a Berlino dopo la caduta del Muro. A essere straordinaria è stata anche la qualità del concerto. Certo, gli Stones non si scoprono adesso. E neanche si scopre adesso la loro longevità. Eppure questa propensione all’infinito musicale non smette di stupire. Se Bob Dylan è impigliato da decenni in un Neverending Tourdalla resa artistica non sempre epocale, i Rolling Stones nell’infinito ci ballano e suonano ben dentro. Pete Townshend, che di rock si intendeva e intende, ripete ancora che canzoni come My Generation puoi scriverle solo a 20 anni. Il rock è iconoclastia e l’iconoclastia è dei giovani: giovani geniali e dotati, d’accordo, ma pur sempre giovani. Quasi tutti i gruppi nati con gli Stones, e parliamo ormai dell’annus domini 1962, non ci sono più. I Rolling Stones sembravano i meno adatti a durare. E invece. stones cubaKeith Richards, nella sua strepitosa autobiografia, non ha mancato di disseminare svariate mine anti-Jagger. Gliene ha dette di tutti i colori. Però son sempre lì: insieme, spesso controvoglia, ma insieme. Non solo Richards è sopravvissuto a se stesso, cioè alle droghe e alle cazzate a getto continuo: è scampato pure al proprio ego (e a quello di Mick). Anche a Cuba aveva quello sguardo da pazzo lunare che lo accompagna da sempre, assieme a quei riff con un tasso di genio fuori scala. Si dirà: eh, ma gli Stones non sono più quelli di una volta. Sai che rivelazione: nessuno al mondo poteva reggere i livelli inumani della tetralogia Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers (dove c’è pure Ry Cooder) e Exile On Main Street. Ci si chieda però adesso se, anzitutto dal vivo, i Rolling Stones non siano ancora trascinanti e prodigiosi. Anche a Cuba. Eccome se lo sono. Diciotto brani quasi tutti irrinunciabili, proposti in versioni torrenziali (come la finale Satisfaction): l’iniziale Jumping Jack Flash, Angie, Point It Black, Gimme Shelter, Start Me Up, Sympathy For The Devil, Brown Sugar, You Can’t Always Get Whay You Want. Non è che, a Cuba, gli Stones abbiano semplicemente presenziato da protagonisti al rendez-vous della Storia. No: hanno portato e suonato, una volta di più, una musica ancora oggi pazzesca. Che razza di satanassi. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2016)

Fenomenologia ironica dei tassisti

Roma 2006-07-05 Taxi fermi in occasione di una protesta del 2006 Mozione comunale su abbigliamento tassisti romani  (EIDON) - 136936: (Vincenzo Tersigni/EIDON) 2006-07-05 Roma -  - Mozione in Comune su abbigliamento tassisti romani - Taxi fermi durante una protesta del 2006

Roma 2006-07-05 Taxi fermi in occasione di una protesta del 2006 Mozione comunale su abbigliamento tassisti romani (EIDON) – 136936: (Vincenzo Tersigni/EIDON) 2006-07-05 Roma – – Mozione in Comune su abbigliamento tassisti romani – Taxi fermi durante una protesta del 2006

Pochi lavori sono stressanti e usuranti come quello del tassista. Ciò porta i diretti interessati a sviluppare anticorpi e rituali del tutto particolari. Il mondo dei tassisti è una galassia a sé: non appena si entra nel loro spazio mobile, si accetta implicitamente di partecipare a una giostra mai uguale a se stessa. E’ possibile riscontrare alcune tribù di tassisti. Per esempio queste.
Siberiani. Hanno i finestrini sempre spalancati. Soprattutto d’inverno. L’obiettivo dei Siberiani è quello di provvedere alla criogenizzazione del passeggero lungo l’arco del viaggio. Se parti da Porta Romana vivo, arrivi a Milano Centrale surgelato. Certo, si potrebbe chiedere al tassista di chiudere i finestrini, ma farlo pare maleducato. Meglio morire congelati. Però educatamente.
Afosi. Guai a usare l’aria condizionata d’estate. E’ assai preferibile tramutare il taxi in una sauna ambulante. La cosa misteriosa è che, mentre tu sudi come un dannato, il tassista non fa un plissè. Anche da ciò si evince che i tassisti non sono umani, ma supereroi con un carattere appena infiammabile.
Incazzosi. Costretto a vivere notte e dì in mezzo al traffico, il tassista ha spesso un carattere che lo rende un mix tra Sgarbi quando vede Cecchi Paone, Cacciari quando vede la Picierno e Luttwak quando vede Luttwak. Non c’è cosa che non indisponga sommamente il tassista: lui si incazza per tutto e con tutti. Con la macchina che lo precede, perché troppo lenta. Con i vigili, rei di essere vigili. Con la vecchietta che attraversa le strisce, colpevole di non accettare con misericordiosa rassegnazione l’idea oltremodo allettante di essere tranciata in due. Se l’incazzatura dei tassisti fosse monetizzabile, l’Italia sarebbe il paese più ricco d’Europa.
Telefonanti. I tassisti sono spesso al telefono. Hanno suonerie impensabili e, più che auricolari, usano protesi in titanio collegate direttamente con le trombe di Eustachio. Al telefono sono soliti raccontare la loro vita. Tu non vorresti, ma li ascolti. E scopri che hanno vite pazzesche: storie di sesso incredibili, vite costantemente a rischio, mille nemici pronti a fregarli. O millantano, o in confronto a loro Batman è Orfini.

Liberalizzazioni, proclamato lo sciopero nazionale dei tassisti. Nella foto: file di taxi a Linate..

Liberalizzazioni, proclamato lo sciopero nazionale dei tassisti. Nella foto: file di taxi a Linate..

Ciarlieri. I tassisti parlano tanto. Inutile dirgli che sei stanco: loro parleranno comunque, prendendo a pretesto qualsiasi cosa. Una notizia alla radio. Una frase innocua. O anche solo un tuo intercalare. Magari hai appena detto “Ehm”, e loro sono già lì che ti crivellano: “Certo, si fa presto a dire ‘Ehm’. Poi vi lamentate che il paese vada alla malora. Roba da matti!”. Ed è lì, non senza sgomento, che capisci che i problemi del mondo sono tutta colpa tua. Ehm.
Siglanti. Il tassista si arrabbia moltissimo se non hai memorizzato la sua sigla. “L’ha letta prima di salire?”. “Ehm, mi pare di sì. Verona 14?”. “No: Udine 7, cazzo!”. A quel punto ti vergogni di essere nato e di averlo offeso così tanto.
Statisti. I tassisti hanno sempre la soluzione per ogni cosa. La Roma va male? “Eh, se fossi io l’allenatore”. L’Isis ci attacca? “Saprei io come fare”. Renzi fa Renzi? “Mi dia una settimana e ci penso io”. E’ incredibile come questo paese non abbia ancora capito che, per ripartire, basterebbe eleggere un tassista come Presidente del Consiglio.
tassisti 3Arditi. Il tassista, spesso, non guida: decolla. Inventa strade che prima di lui non c’erano, prende rischi inauditi e riscrive ogni giorno le leggi dell’aerodinamica. Grazie agli Arditi si aprono spazi varco-temporali, si palesano stargate intergalattici e ci si sente come navigatori pavidi nel gran rally della vita. Messa così, peraltro, è una cosa quasi figa. A viverla tutti i giorni, un po’ meno.
Musici. Talora il tassista non ascolta la radio, ma musica scelta da lui. Magari quella musica la conosci e, per essere educato, glielo dici. “Ah, le piacciono i Pink Floyd”. Lui, glaciale: “Non sono i Pink Floyd, è David Gilmour”. Mannaggia. Provi a rimediare, accendi Shazam e scopri di nascosto il disco esatto. “Ma certo, il mitico Live in Gdańsk. C’era anche Rick Wright quel giorno”. Niente: il tassista se l’è presa e non risponde. Tenti l’ultima carta: “Gran chitarrista, Gilmour. Io però, se proprio dovessi scegliere, voterei Roger Waters. Un genio”. E’ la tragedia: il tassista inchioda, ti guarda con efferatezza sanguinaria e ti ordina di scendere. “Si vergogni”. Tu scendi. Ti vergogni. E torni a piedi in piena notte: in fondo, alla meta, mancavano solo sei chilometri. (Il Fatto Quotidiano, 27 marzo 2016)

Ode breve a Johan Cruyff

cruyffPer quegli strani meccanismi della memoria e della di lei cristallizzazione, una delle prime immagini che torna alla mente dei quarantenni o giù di lì quando pensano a Cruyff, coincide con i giorni che precedettero la finale di Coppa Campioni 1994. Johan Cruyff allenava il Barcellona e, secondo lui, aveva già vinto prima ancora di giocare. Rilasciò dichiarazioni teatralmente tronfie e si fece persino fotografare baciando la Coppa. In campo andò diversamente, il Milan ne fece scempio e in quel 4-0 si vide forse il miglior Savicevic di sempre. Cruyff era anche questo. Se non avevi fatto in tempo a vederlo, ti sentivi come quando ascolti un disco dei Led Zeppelin o dei Pink Floyd: vai a ritroso lungo la corrente della storia. Con la musica, e con il cinema, è più facile: Dark Side Of The Moon è bello come ieri, e così Taxi Driver. Con il calcio è più complicato: è un’arte anomala, che si basa soprattutto sulla passione del momento. E’ un’arte istantanea, che neanche si presta all’epica cinematografica a differenza di boxe o Formula 1. Johan Cruyff non potevi mica scoprirlo guardandone le gesta su Youtube. Potevi però intuirne – questo sì – la portata. L’enormità rivoluzionaria. Da calciatore, da allenatore, da dirigente. Non ci sarebbe il Barcellona di oggi senza Cruyff. Non ci sarebbe stato il Milan di Sacchi senza Cruyff. cruyff 3Già, il Milan. Che era di Capello, nel 1994, ma cambia poco. Milan in cui, stanco e un po’ sbiadito, Cruyff giocò pochi minuti nell’81 durante un Mundialito. Conviveva già con un fisico che cominciava a franare. Sembrava prossimo a vestire la maglia rossonera, poi non se ne fece nulla e tornò a giocare in Olanda, prima Ajax e quindi (col ruolo di libero) nel Feyenord. Trovò pure il tempo di giocare con i giovanissimi Rijkaard, Van Basten e Gullit. Era alla fine, ma vinse ancora. Nel ’94 non ci riuscì, ma in quella sua calcolata
supponenza c’era comunque la stessa – lucidissima – convinzione del proprio valore: inutile fingersi umili, quando si è oltremodo immensi. La ricetta di Muhammad Ali, un altro che restò sbruffone anche quando non era più lui e sapeva per questo che contro Larry Holmes ne avrebbe prese fino quasi a morirne. Costantemente presuntuoso e smisuratamente spigoloso, Cruyff era così pervaso dalla propria grandezza da lasciarla intuire anche a chi non aveva fatto in tempo a vederlo profetizzare sul campo. In ogni posizione del campo: calciatore tuttofare, uomo totale. Per Gianni Brera era “il Pelè bianco”, per Sandro Ciotti “il cruyff 2profeta del gol”. Per Van Basten il più grande di tutti, e se lo diceva il Divino Marco c’era da fidarsi. A quel punto, se scattava la molla della curiosità, e accidenti se staccava, frugare nella sua storia era uno spettacolo. Riformato al militare per i piedi piatti e le caviglie malforme, ovvero per quelle parti del corpo che ne avrebbero giustificato la divinizzazione. Quel numero, “14”, che prima di lui voleva dire riserva e dopo di lui vuol dire Cruyff. Il rapporto con Rinus Michels, gli scazzi con chiunque ne contestasse la natura di Re Sole. La volta che smise e andò negli States. Il tentato sequestro del ’77, che lo traumatizzò al punto da indurlo a rinunciare ai Mondiali militarizzati del ’78. La sconfitta ai Mondiali ’74, il giorno peggiore per gli esteti del calcio. I bypass come troppi cerotti su un cuore stremato. Le parole come lame, lo sguardo come una feritoia, le interviste come extratime di uno spettacolo che non voleva finire mai. Per chi l’ha visto e per chi non c’era, Johan Cruyff è stato collettivo e anarchia. Eresia e utopia. Soldato e generale, soprattutto generale. Artista e proletario, soprattutto artista. (Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2016)

“E’ sempre un piacere raccontare Gaber”

gaber foggia 2Questa sera arriva a Foggia al teatro Umberto Giordano il recital “Gaber se fosse Gaber” di Andrea Scanzi un omaggio del giornalista al Signor G. e non solo. Lo spettacolo, prodotto dalla Fondazione Giorgio Gaber e scritto da Andrea Scanzi, traccia il racconto e la storia del Paese attraverso il volo utopico del famoso “gabbiano ipotetico” di “Qualcuno era comunista”. L’Attacco ha intervistato Scanzi qualche giorno fa, in vista dell’odierno e atteso monologo di teatro canzone.
Scanzi, Gaber se fosse Gaber torna nel Mezzogiorno, vi saranno altre date in Italia o Foggia è un unicum?
In realtà è la prima volta che arriva in Puglia e questa è una ferita che ho per il Sud in generale e per la Puglia in particolare. Gaber se fosse Gaber ha fatto 130 repliche, sotto Roma lo spettacolo, che è partito nel 2011 è andato una volta a Napoli, una volta a Palermo e una volta ad Isernia. Basta, su 130. Arrivo per la prima in questa regione, perché non mi hanno mai cercato. Sono venuto una sola volta in Puglia, sempre a Foggia, lo scorso anno con lo spettacolo su De Andrè. Sempre con la stessa organizzazione e con Alessandra Benvenuto che si è mossa molta per l’ evento. Intendiamoci, è una scelta legittima. Non è obbligatorio chiamare Scanzi a teatro, ma prendo atto che al circuito del Teatro Pubblico Pugliese non interessano i miei lavori. Questo capita a molte figure vicine a me, lo stesso Travaglio quando è venuto in Puglia è venuto per dei promotor esterni al circuito teatrali. Anche lui vi è arrivato sempre grazie ad Alessandra Benvenuto. Evidentemente il circuito teatrale meridionale ritiene che ci siano dei spettacoli più meritevoli dei nostri.
C’è un’ostilità politica nei confronti del Fatto Quotidiano?
Può anche darsi, ci sono tante motivazioni. Esistono dei direttori artistici che non credono che un giornalista possa fare teatro e quindi in questi casi prendono la compagnia che fa Shakespeare, Pirandello. Oppure per fare cassa prendono i comici della televisione, di Zelig, Pintus, non dico Zalone che è troppo forte, ma qualcuno che possa assomigliargli.
A Foggia la stagione è stata aperta da Emilio Solfrizzi, per esempio.
Anche, ma Solfrizzi è già un bel nome, io mi riferivo a nomi molto più bassi. Questa è la prima motivazione, c’è poi di sicuro un ostracismo politico. È innegabile che Marco Travaglio, io e pochi altri che fanno teatro, siano molto amati da alcuni e pochissimo amati da altri. Ne prendo atto, l’unica cosa che deve capire il pubblico è che non è una scelta mia. Se faccio 20 date in Friuli e nessuna in Puglia, non è perché io amo il Friuli, ma perché in Puglia non mi cercano. Mi cercano moltissimo per i libri, col mio romanzo credo di aver fatto più date in assoluto proprio in Puglia. Il circuito dei librai mi adora, c’è un affetto incredibile. Gaber se fosse Gaber l’ho ripreso a fare perché è arrivata questa richiesta. La tournee è iniziata nel 2011 ed è terminata nel dicembre 2013, da allora l’ho messo nel cassetto, ma periodicamente lo riprendo. Al momento questa è l’unica data del 2016, se poi Foggia mi vorrà chiamare anche per il Sogno di un’Italia, io sarò contentissimo perché tra l’altro il Teatro Giordano è un capolavoro, io adoro fare teatro nei teatri all’italiana, storici, con dimensioni belle.
A livello nazionale si dibatte molto sull’assenza di satira sociale, c’è molta autoreferenzialità televisiva. Oggi le tematiche che un tempo affrontava Giorgio Gaber sono consegnate solo a giornalisti come te e Marco Travaglio?
gaber foggia 1Sono cambiate tante cose, lo dico anche nello spettacolo Il Sogno di un’Italia. Il concetto di appartenenza, spesso generato anche dagli intellettuali, è cambiato. Dagli anni Ottanta in poi quelle figure profondamente autorevoli, forti e dichiaratamente intellettuali, quei giornalisti vecchio stampo, lentamente sono andati via, perché è cambiata la politica, perché quella generazione è invecchiata, sono morti i Gaber, i De Andrè, i Monicelli, gli Eco. Quel concetto di appartenenza si è spostato anche nei confronti dei giornalisti. Da quarantenne, non nascondo che quando avevo 25 anni e mi sentivo molto solo come elettore perché non avevo grandi punti di riferimento politici, se io sentivo o leggevo Marco Travaglio ero contento. Creava appartenenza con un paradosso, generava coinvolgimento anche a sinistra, pur non essendo minimamente di sinistra, perché Travaglio è un liberale di destra, montanelliano, che in quel momento storico generava appartenenza. Oggi tutto è più complicato, perché Renzi, secondo me , fa le stesse cose di Berlusconi, ma essendo Pd la cosa è meno dichiarata, quel concetto di essere intellettuali in maniera atipica è ancora più evidente. Mi imbarazza molto che dei giovani mi dicano: adesso quell’appartenenza sei tu e fai lo stesso effetto che Travaglio faceva 15 o 10 anni fa. Non mi merito cotanta attenzione e questo ruolo, ne prendo atto, mi fa paura, però i Gaber non ci sono più, non soltanto perché non ci sono più fisicamente, ma perché è cambiata tutta la società. L’idea che avevamo di intellettuale tout court non esiste più. In questo grande caos, in questa grande solitudine che tutti noi viviamo, qualcuno si aggrappa a Travaglio, al Fatto, a me. So che sta accadendo, ma per quanto io sia narciso, Gaber era un’altra cosa. Era un fenomeno assoluto e raccontarlo per me è un’emozione e un onore enorme, ancor più perché avendolo conosciuto, so di cosa parlo.
Nello spettacolo parli molto della speranza e dell’intenzione del volo che pervade l’opera di Gaber. È una speranza fatua quella secondo la quale l’Italia è in ripresa? Siamo affascinati dal mito della velocità renziano?
Sì, di quella speranza fatua a cui tu alludi ne parla Gaber e ancor di più Monicelli. Il Sogno di un’Italia comincia proprio con un’intervista storica che Monicelli rilasciò ad un programma di Santoro. La speranza è una trappola, è la cosa a cui ti dice di ambire il potere, per fregarti, per ingannarti, per fotterti. Mi sembra perfetta anche per l’accezione che usa oggi Renzi.  La speranza così è una fregatura, per farti credere che ci sarà un lieto fine come nelle serie televisive. Non è quello a cui io penso quando faccio riferimento all’intenzione del volo di Gaber . l’intenzione del volo è provarci, essere fedeli a se stessi, è soprattutto oggi non accettare le ingiustizie e il decadimento morale a cui noi stiamo assistendo da 20 anni. Negli anni di Gaber c’era un crollo generale di senso delle cose, dello Stato, di regole. Tutti accettavano tutto e Gaber vi si opponeva nel 1999, nel 2000. Figuriamoci cosa avrebbe detto oggi. L’intenzione del volo è ogni tanto indignarsi e dire: io a questo Paese voglio bene e non accetto una classe politica così improponibile, non mi va di essere fregato, voglio un futuro migliore. Quando vuoi un futuro migliore devi sporcarti le mani, incazzarti, devi rischiare. Mentre io avverto un Paese profondamente seduto, addormentato, ipnotizzato, così ipnotizzato da credere ad un personaggio francamente improponibile come Matteo Renzi.
Quanta intenzione di indignazione c’è nel Movimento 5 Stelle?
foto1Il M5S è qualcosa che nessuno nel giornalismo italiano, dal 2007, aveva capito tranne Marco Travaglio ed io. Tra le firme forti c’era una totale ignoranza, per cui quando c’è stato il successo del Vaffa Day tutti furono spiazzati. Sono contento che ci siano i parlamentari del M5S, sono molto bravi soprattutto in termini di opposizione. Finalmente abbiamo in Parlamento qualcuno che fa davvero opposizione, quello che non è stato fatto dal centrosinistra negli anni di Berlusconi. Non c’era un’opposizione vera, era fatta da figuri improponibili come D’Alema, Fassino, Violante. Quel concetto di indignazione in molti Cinque Stelle, non in tutti, c’è, come c’è in tanti elettori del Movimento. È evidente che molti che sono arrabbiati li votino, 1 elettore su 4 dà loro fiducia. C’è poi l’eterno dilemma: sono così bravi ad indignarsi, quanto saranno bravi a governare? Non so dirlo. Sono discreti a Parma, anche se dividono, a Ragusa, a Livorno dividono. È vero che c’è quel dubbio, ma noi non abbiamo oggi al potere Churchill o Roosevelt, ma abbiamo figure improponibili. Oggi abbiamo Madia, Boschi, Martina e Renzi, se metti un gatto, un cane e un cavallo non possono fare peggio. Non so cosa farebbe al potere un Di Maio o un Di Battista, ma dubito che potrebbe fare peggio della Boschi, che in un anno e mezzo ha distrutto la Costituzione italiana. Se fossi a Roma una chance a Raggi la darei, perché peggio di Marino, Alemanno e Giachetti e di Bertolaso difficilmente potrebbe fare.
Che giudizio dai all’opposizione di Michele Emiliano al governo Renzi?
La sua tattica è un po’ quella di Enrico Rossi in Toscana: ora è garbatamente antirenziano, per poi forse sferzare l’attacco finale quando Renzi sarà in calo. È un atteggiamento da vecchie volpi della politica. A me piace poco, perché amo le persone schiette, ma immagino che Emiliano stia facendo un gioco di questo tipo. Non vivo in Puglia e non posso valutare la sua azione di governo. Un anno fa ero qui in vacanza dalle parti di Faeto, rimasi molto colpito dalle strade orrende che ci sono in quella zona. Non esiste sulla faccia della terra che in Italia ci siano quelle strade con crateri assurdi. Mandai un messaggio ad Emiliano, era stato appena eletto. Mi scrisse: ti prometto che mi occuperò in qualsiasi modo di questa realtà. È passato quasi un anno, è cambiato qualcosa?
Nulla, quasi.
Ecco, questo non depone a suo favore. Sulle trivelle sono totalmente dalla parte di Emiliano. Sta attuando la politica di Enrico Rossi, che conosco molto di più. Quando va in tv è garbato, dice che il Ddl Bosch –  che per me è sacrilego – ha più pregi che difetti. Mi sembra uno che lavora abbastanza bene, però al momento per i miei gusti sta in equilibrio precario. Dice una cosa e poi fa l’esatto contrario. Immagino sia una tattica. Quelli che stanno a metà, mi risultano un po’ anticipatici. Io sono come Gaber e Pasolini nell’approccio: mi piacciono quelli schietti. Sono fatto così. E anche per questo non faccio il politico, ma il giornalista. (Antonella Soccio, L’Attacco)