Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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“Eroi” è partito. E tornerà

“Eroi”, il mio nuovo spettacolo teatrale, ha debuttato domenica scorsa in prima nazionale a Modena, Festival della Filosofia. Eravate più di settecento persone: grazie. “Eroi” tornerà.

(Foto di Serena Campanini)
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Prontuario breve per i Geni del web

webeteProntuario breve per chi vuole usare al peggio i social e, ancor più, dare il peggio di se stesso. Ecco la settimana tipo. Anzitutto bisogna spalare sterco su Tiziana Cantone, ridacchiando per i suoi video e scrivendo “bravoh” (con la “h” finale) dopo aver visto i video parodia di Floro Flores (che di parodie, del resto, si intende). Poi, una volta che quella ragazza muore suicida (anche per colpa tua), si finge dolore ma in realtà si sghignazza per chi la insulta anche da morta, tipo quel tale “musicista” che ha poi piangiucchiato perché la sua orchestra nel frattempo l’aveva licenziato.
Una volta esaurita la vicenda Cantone – il Genio del web si stanca subito – si cerca un’altra vittima, rigorosamente a caso. E’ domenica, il mortodifiga si annoia assai e non trova di meglio da fare che insultare il criminoso Morandi perché ha osato far la spesa con sua moglie di domenica pomeriggio. Roba forte, roba grave. Il webete è così: gli puoi bombardare il paese, ma se gli togli il wifi, l’iPhone e le puttanate si inalbera.
Una volta esaurito anche il filone Morandi, cosa si può fare? Semplice: buttarsi a capofitto sulle foto rubate di Diletta Leotta, commentando con frasi tipo “che figa!” (detto da gente che non ne ha mai vista una) oppure “Dai cazzo, pubblichiamole subito!” (detto dalla stessa gente che cinque giorni prima insultava i giornali che avevano pubblicato i video di Tiziana Cantone).
Sensazione a margine 1) Umberto Eco non aveva ragione: di più. Sensazione a margine 2) Il problema non sono solo i social, sempre più ospedali psichiatrici a cielo aperto: il problema siamo noi.

“Ed è subito virale”: purtroppo

schermata-2016-09-19-alle-15-38-00Una delle frasi più frequenti in ambito giornalistico è la seguente: “Ed è subito virale”. Più che una frase ormai è un mantra da usare ovunque. Anche quando non c’entra niente. Può sembrare un difetto meramente formale, ma si sa: la forma è sostanza. E allora, forse, non stiamo parlando di un tic giornalistico innocuo ma di qualcosa che può nascondere una colpa imperdonabile: far coincidere l’importanza di una notizia con la sua “quantità”. Fraintendere cioè l’interesse di una notizia con l’impatto che quella stessa notizia, vera o falsa poco importa, ha avuto nel web. Fino a pochi anni fa, “virale” era qualcosa relativo a virus o da essi determinato: qualcosa di malato che si propaga. Forse, per molti versi, lo è anche adesso. Oggi, per “virale”, si intende “qualcosa che si diffonde in modo particolarmente veloce e capillare, utilizzando in maniera specifica i nuovi mezzi di comunicazione”. Può essere una notizia o più spesso un video. In quel sistema spesso autoreferenziale che è il giornalismo, se qualcosa è virale sul web rimbalza puntualmente anche su tivù, radio e cartacei. I “vecchi” media rincorrono quelli nuovi, ansimando e arrancando. Lo fanno per sopravvivere, per inseguire la moda e per sentirsi fighi. Tutto questo, a prima vista non così grave, può divenire pericoloso. E ha come minimo tre difetti. Il primo è cacofonico: “Ed è subito virale” è una di quelle espressioni che andrebbero vietate per legge, come i puntini di sospensione a casaccio, “perché” scritto “xkè” o “piuttosto che” usato al posto di “oppure”. Il secondo difetto è che, se si insegue il virale, spesso si dà ulteriore peso a vicende non proprio esaltanti. Anche il video di Fabio Rovazzi era ed è virale, ma la canzone “Andiamo a comandare” è così orrenda che se n’è giustamente dissociato perfino l’autore stesso. C’era davvero bisogno di parlarne così tanto? Anche i video d’estate di Christian Vieri da Formentera erano virali, ma probabilmente stavamo bene anche senza scriverne così tanto. Inseguire il virale significa eleggere a elemento discriminante non la “qualità” di una notizia, ma la sua “quantità”. E qui veniamo al terzo difetto, che è poi il peggiore. Se il giornalismo – quello online e quello cartaceo – insegue il virale, elevandolo a nuovo monolite, si corre il rischio di sottovalutare la veridicità, e con essa la pericolosità, di quella notizia (virale). Così ragionando torna alla mente il dramma di Tiziana Cantone: anche i suoi video hard, poi condivisi con alcuni “amici” attraverso il cosiddetto sexting, erano purtroppo diventati virali. Larga parte dei media li ha ripresi, spesso riducendoli a fatto di costume che faceva ridere – si pensi alle infinite parodie – e non a evento di cronaca dalle possibili implicazioni tragiche. Qualcuno ha chiesto scusa, molti altri no. Il suicidio di Tiziana ha mostrato in tutta la sua brutalità come ciò che è virale non sia controllabile. Men che meno arginabile. Se la nuova regola d’ingaggio giornalistica diviene la “propensione alla propagazione” di una notizia, allora vale tutto. Allora ha più diritto di pubblicazione una bufala di successo che non una notizia corretta, ma con poche condivisioni. Allora, volendo fare un po’ i tremendisti, si corre il rischio di dar ragione a quel tale, un certo Goebbels, che non si stancava mai di dire: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. E’ troppo? Senz’altro. Ma mitizzare il virale, per un giornalista, è come sostenere che Justin Bieber sia più bravo di John Coltrane perché ha venduto più dischi. Discutibile, come tesi. Anche se molti critici musicali, in effetti, lo pensano davvero. (Il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2016)

Tiziana Cantone, la morte della pietà e la cretinosfera

Stamattina ho letto questa definizione dei social network: “Sono una cretinosfera, un ospedale psichiatrico a cielo aperto”. Tenendo conto di quel che leggo in queste ore su Tiziana Cantone, temo che sia una definizione sin troppo benevola. Qua non siamo più al concetto di webete: qua non è più il solito mix di ignoranza & frustrazione, bagagli come noto di anonimi segaioli e mortidifiga. Qua siamo alla mancanza totale di morale, di decenza: di umanità. Sarà che io, a meno che la cosa non riguardi Hitler, di fronte a chi si toglie la vita provo solo pietà e smarrimento. Sarà che forse ho ascoltato troppo Preghiera in gennaio e magari è un limite mio, ma la rumenta che sta circolando – non solo – su Facebook e Twitter è quanto di più abominevole si possa immaginare. Difficile ipotizzare un’umanità più belluina e deficiente come questa. Leggo, nel 2016, gente che arriva perfino a porsi domande sulla liceità di un orgasmo: non oso pensare alla mesta vita che fanno le loro compagne e compagni, sempre ammesso beninteso che una compagna ce l’abbiano.
Mi imbatto in dotte riflessioni secondo cui Tiziana Cantone se l’è cercata, perché “chi si fa filmare mentre fa sesso è per forza una poco di buono”, e penso che neanche ai tempi dell’Inquisizione capitava di imbattersi in punti di vista così bigotti e abietti, formulati peraltro da uomini – e donne – che nella loro vita hanno fatto ben di peggio. Ma è soprattutto questa voglia perversa di dare un giudizio su tutto – questo eterno “espertismo” che tocca persino la morte di un ragazza – che mi terrorizza. E che mi fa paura. Chi fa battute, che la butta sul ridere, chi indossa la maglietta con la frase che Tiziana ha reso suo malgrado celebre.
Viviamo nell’era del perenne cicaleccio morboso, e per colpa dei social network ci tocca pure leggerlo. Non è più il solito disastrato mentale che sproloquia nel bar di provincia: oggi a quel disastrato mentale han detto che esiste il wifi, e da allora è stata una slavina, perché quel disastrato mentale si è convinto che il suo punto di vista sia importante. Che interessi addirittura a qualcuno. E allora scrive, scrive, scrive. Condivide video, asseconda la grande onda del virale e sostituisce al reale il virtuale. E sparge veleno. A getto continuo.
E’ un effetto pavloviano: muore una persona, uccisa spesso da quello stesso veleno e colpevole di niente a meno che godimento e goliardata siano da ritenere “colpe”, ma non fai in tempo a commuoverti che subito parte la legge del branco. Scatta la gara a chi fa più lo stronzo, il cinico, il “fenomeno”. Un’escalation continua e purulenta. Pietà e perdono non sono contemplati. Senz’altro i social sono sempre più cretinosfere e ospedali psichiatrici a cielo aperto, ma temo non facciano altro che amplificare la natura umana. Che è, sempre più spesso, una natura di merda.

Indignati, haters e frustrati: la tribù dei webeti

Social-Media-Icons-cloudLa verità è che il web, forse, non ce lo possiamo permettere. I social network sono sempre più invasi da coloro che Enrico Mentana ha definito “webeti”. C’erano anche ieri, solo che sproloquiavano al bar o scrivevano perle di vita vissuta sui muri dei cessi: evitarli era facile. Oggi, purtroppo, tocca leggerli. Anche e soprattutto se non vuoi. Già notati da Michele Serra e Umberto Eco, i social dement hanno portato Il Time a sparare in copertina: “I troll hanno trasformato il web in una fogna di ostilità e violenza”. E così la Rete, che continua a essere popolata da persone meravigliose che senza il web non avresti mai conosciuto e ad avere pregi enormi, è appesantita da “avvelenatori di pozzi” di professione. Qualcuno fa tenerezza, qualcuno fa pena. Qualcun altro fa solo schifo. Fenomenologia breve del webete.
Talebano. E’ sempre convinto che la verità stia solo da una parte e coincida con Renzi, Grillo o Salvini. Se gli dai ragione sei un eroe, se osi fare distinguo sei una merda. Il dubbio non li ha mai intaccati.
Piove governo ladro. Qualsiasi cosa capiti, dirottano sempre l’argomento su Renzi o Grillo. C’è il terremoto? “E’ colpa di Renzi”. La Roma va fuori dalla Champions? “E’ colpa della Raggi”.
Pretoriani. Passano la vita a insultare chi non la pensa come loro, creando profili fake a profusione per aumentare il loro fuoco (fatuo) di fila. Hanno fatto sesso l’ultima volta nel ’77 e si masturbano se un loro hashtag finisce nei Trending Topics. Poveracci.
Haters. Webeti anonimi che ti attaccano anche se dici cose ovvie, tipo “Rondolino è brutto come un singolo di Antonacci”. Se ti incontrano per strada, ti chiedono l’autografo: non perché in realtà ti stimino, ma perché del tutto sprovvisti di zebedei. Se la fanno sotto di default.
Indignati. Non gli va mai bene niente. Se Bonolis viaggia con l’aereo privato, lo insultano per ostentazione di ricchezza. Se Cannavacciuolo viaggia con Ryan Air, lo insultano perché è un poveraccio. Una manciata di cazzi propri, no? No.
Esperti. Si adattano all’argomento del momento e danno consigli su tutto. Sul terremoto, sulla ripopolazione del panda rosso o sulla Pellegrini che “non sa nuotare”. Loro, invece, quando fanno il bagno nella vasca riescono a essere così agili da staccare perfino la paperella gialla. L’unica, peraltro, a fargli misericordiosamente compagnia.
Battutisti. Proliferano soprattutto su Twitter, convinti che bastino 140 caratteri ad minchiam per essere pubblicati su Spinoza. Fanno “battute” soprattutto quando muore qualcuno famoso. Una prece: al morto, ma più che altro a loro.
Precisini. Ne sanno sempre più di te. Sempre. Tipo: “Non è vero che Jimi Hendrix nel 1968 ha sbadigliato 74 volte. Lo ha fatto 76”. Si divertono così.
Gasparri. Emblema del citrullo mediamente noto che non sa usare la Rete e raccatta continuamente figure da bischero. Senza neanche accorgersene. Vale anche per le Picierno, ma non è il caso di dare ulteriore spazio a tale pulviscolo. Quindi andiamo avanti.
Censori. Vivono con l’unico obiettivo di lamentarsi se li blocchi dopo che ti hanno scritto “Crepa, merda”. A quel punto, eccitati come un eunuco di fronte a Gozi, gridano: “Visto? Vuoi la democrazia, poi però censuri tutti!”. Riassunto per il webete: la Rete non è democratica e una pagina pubblica lo è ancora meno. Se mi sputi sul divano di casa, io ti caccio. Ed essendo casa mia, magari ti caccio anche solo perché hai scritto “qual’è” con l’apostrofo: stacce (cit).
“E le foibe?” Tribù assai numerosa e particolarmente cagacazzi. Se per esempio piangi per i morti del Bataclan, ti insultano perché non hai versato le stesse lacrime per i morti in Siria. Porca miseria: al giorno d’oggi, non sei neanche più libero di piangere chi ti pare.
Titolisti. Di un articolo leggono solo il titolo. Riuscendo pure a fraintenderlo.
Refusisti. Di un post, magari articolato, notano solo il refuso. Tipo: hai appena raccontato la storia di Muhammad Ali. E loro: “Che schifo, manca una virgola al rigo sette. Vergogna!!!”. E’ la variante web del pensionato che fracassa la uallera a chi lavora nei cantieri. Però meno simpatica.

“E quindi?” Commento tipico di chi, dopo aver (non) letto un post, vorrebbe dire la sua. Non avendo però idee sue, non le dice. E quindi?
“Sai solo criticare”/ “Sei solo invidioso”. Reazione pavloviana di chi, trovatosi di fronte a critiche su persone, squadre o partiti a lui cari, non va mai oltre lo stantio “Stai a rosica’, vero?”. Un tale ragionamento, di per sé sommamente idiota, diviene addirittura comico se magari il “rosicare” riguarda Orfini: chi è che potrebbe mai invidiare Orfini? Dai ragazzi, su.

 “Vergogna, perché non parli di (x)?” Altra frase tipica del social dement, che pretende che gli argomenti di un profilo li scelga lui. E non il proprietario del profilo. Genio.
Fanboy. Puoi dirgli che un meteorite sta per abbattersi sulla Terra o che Siani sta per fare un altro film: non tradirà reazioni. Se però gli dici che l’ultimo disco di Mengoni fa abbastanza schifo all’intestino tenue, e pure a quello crasso, ti augurerà la morte. A te e famiglia. Daje.
Complottisti. Aspettano le tragedie per reiterare bufale ciclopiche con l’aria di chi – a dispetto dell’informazione canonica – ha il coraggio di dare notizie scomode. L’esempio della magnitudo “falsata” dal governo per non risarcire i terremotati è solo una delle tante. Poveri noi.

“Non hai niente di meglio da fare?” Frase assai cara al webete. Lui, invece, che ha visto l’ultima donna seminuda nel Postalmarket e se ne sta lì a leggerti tutto il giorno anche se gli stai parecchio sulle palle, di cose migliori da fare ne ha tantissime.
Duri&Puri. Bivaccano sui social per scudisciare chi “tradisce”. Vorrebbero tutti poveri, infelici e possibilmente morti giovani. Ce l’hanno con quello che canta a Sanremo, con quell’altro che va dalla De Filippi e quell’altro ancora che pubblica con Mondadori. Ovviamente, al loro posto, ipotecherebbero la madre per pubblicare con Mondadori. Cantare a Sanremo. E soprattutto andare dalla De Filippi.
Loro non sono mica razzisti. Qualsiasi cosa accada, è sempre colpa degli immigrati che vivono nei 4 stelle e prendono 35 euro al giorno. E’ l’unica cosa che (non) sanno e la spendono per ogni dibattito, che si parli di terremoto o ginger ale. Al massimo della loro elaborazione concettuale, possono arrivare a “Zingari di merda” e “Viva il Duce”. Ma solo con uno sforzo cerebrale tale da bruciare tutti i loro neuroni. Cioè uno. E pure irrisolto.

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(Il Fatto Quotidiano, 30 agosto 2016)

L’estate dei turisti supercafoni (l’umanità è senza speranza?)

Schermata 2016-08-21 a 12.22.59Sono passate diciassette estati, ma in fondo il tormentone resta sempre quello: Supercafone. Lo cantò il Piotta nel 1999, e nel frattempo lui è cresciuto: i diretti interessati, cioè noi, no. E’ sempre più l’estate del cafonissimo a tutto tondo, a conferma di come il problema non sia la volgarità del presente ma la tristezza del genere umano. Basta poco per rendersene conto: per dire, uno guarda Gianluca Vacchi e capisce che non può esserci speranza alcuna. La sua è la parabola dell’uomo che eleva a talento il non avere talento, che fa notizia perché è rimbalzato al Billionaire o perché balla come un tarantolato tamarro: in qualsiasi paese farebbe pena e avrebbe l’attenzione che si è soliti concedere agli Orfini, ma in Italia merita un profluvio di articolesse e fenomenologie. E ancora: il cafonismo regna, signoreggia e soverchia nei treni, con turisti (di qualsiasi nazione) che si tolgono le scarpe e appoggiano i piedi sui sedili neanche Schermata 2016-08-21 a 12.23.36fosse casa loro. Oppure i businessmen che parlano al telefono ad alta voce nella carrozza silenzio, o le mamme che non dicono nulla – e anzi si vantano – ai loro figli mentre giocano a tutto volume con videogames diversamente intelligenti, rompendo le palle a tutto il treno. In questa smisurata giostra della volgarità imperante, merita una menzione a parte il turista (?) italiano che ha sparato un razzo da uno yacht davanti all’isolotto di Espalmador, forse l’angolo più incontaminato di Formentera. Ne è nato un incendio, che ha creato disastri e che ha al contempo riverberato la naturale antipatia che generano (non solo a Formentera) gli italiani all’estero. Magari però fosse solo un problema italiano. C’è Venezia, devastata dai turisti stranieri che bivaccano ovunque e quando hanno caldo si buttano nei canali. Ci sono quelli che si tuffano a Piazza Navona per farsi un Schermata 2016-08-21 a 12.23.19selfie, e già che ci sono rubano qualche moneta dalla fontana del Bernini. Sempre a Roma sono stati in molti a notare tre turiste che, allegramente, si facevano un bagno in costume rinfrescandosi nel fontanone del Gianicolo. Ridevano molto, e anche questo è sintomatico, perché il supercafone non si rende conto di esserlo, e anzi tratta da noiosone chi osa fargli notare quanto lui sia gretto: “Oddio che palle, cosa vuoi che sia un bagno?”. Il “cosa vuoi che sia” è il mantra usato anche dal predatore da spiaggia, ominide di qualsivoglia età e nazione che va in Sardegna e quando torna in patria si porta con sé sabbia, conchiglie e frammenti di rocce. Per lui è normale: “cosa vuoi che sia”. Ultimamente i predatori hanno aggiunto una variazione sul tema: il furto di stalattite. E’ accaduto giorni fa alle grotte di Castellana, in provincia di Bari. Un turista, che meriterebbe più o meno l’ergastolo come chi abbandona Schermata 2016-08-21 a 12.22.36gli animali (altra piaga biblica) ma che se la caverà con un buffetto, ha pensato bene di staccare uno stalattite di 20 centimetri che aveva impiegato appena 1500 anni per formarsi. Siam sempre lì: “cosa vuoi che sia, in fondo è solo un sasso”. Il supercafone è poi aduso a far festa in luoghi da sogno, salvo poi dimenticarsi di pulire tutto: chiedere per credere a chi, al mattino, ha visto di recente la spiaggia del Poetto di Cagliari e l’ha trovata devastata da rifiuti e sporcizia. E’ una spiaggia presa spesso d’assalto dai ragazzini, e appunto: “cosa vuoi che sia, in fondo son solo ragazzi”. Non male anche i falò e la pesca abusiva nel Parco regionale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Il supercafone non si riposa mai: è un Attila ridanciano senza eroismo, che gode di immunità, si adatta alla volgarità del contesto e balla ilare E andiamo a comandare, felice che esistano canzoni brutte come lui. L’unica salvezza sarebbe un’invasione degli alieni, ma probabilmente facciamo schifo pure a loro. (Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2016)

I puntuali disastri delle ferrovie italiane

trenitaliaPuntuale nel suo esser quasi mai puntuale, Trenitalia regala ogni volta grandi soddisfazioni. Chi scrive, di media, prende sei treni a settimana: i quattro casi sottocitati non costituiscono anomalia, bensì norma. Sogniamo con le ferrovie italiane.
Un ritardo pagato oro. Frecciarossa 9520, partenza teorica da Firenze alle 12 e arrivo teorico alle ore 13.40. E’ lunedì 18 luglio e il fantasmagorico Frecciarossa giunge a Santa Maria Novella con 50 minuti di ritardo. La motivazione recita “atti vandalici” nel tratto romano. Durante il viaggio il ritardo sale, al punto da arrivare a Milano con 70 minuti di ritardo. Assai vantaggiosi i prezzi: 54 euro tariffa standard, 94 euro Salottino e 124 euro Executive. In questi casi, sopra i 60 di ritardo, puoi chiedere il rimborso. Anzi: “l’indennizzo”. Devi compilare un coupon online ben nascosto nel sito. Risultato: “Riceverà una risposta al massimo entro 30 giorni, come previsto dalla Carta dei Servizi di Trenitalia”. Vamos.
The sound of silence. Trenitalia ha creato uno scomparto denominato “Area Silenzio”. Lì si deve parlare a bassa voce e (soprattutto) non si può usare il telefono: niente suonerie, niente telefonate. Neanche a bassa voce. Idea splendida. Problema uno: i viaggiatori sono i primi a non rispettare tale regola, e se glielo fai notare fanno pure gli offesi, dicendo cose tipo “Sì ma parlavo a bassa voce” (e sticazzi?). Anche solo da ciò si ha conferma di come la maggioranza degli italiani sia la prima a non rispettare le leggi e si meriti i politici che ha. Problema due: nessuno, del personale Trenitalia, controlla che il divieto di telefonare venga rispettato. Quindi o fai ogni volta l’ispettore Callaghan e litighi con tutti, o butti via i soldi. Sì, perché Trenitalia si fa ben pagare tale (dis)servizio. Prendendo a esempio un Frecciarossa Roma-Milano, un biglietto standard costa 89 euro (Offerta Base) mentre un’Area Business Silenzio schizza a 119: trenta euro in più, per avere ancora più casino.
Il magico mondo dei regionali. Quando si parla di treni regionali, Trenitalia si tinge ancor più di leggenda. Ancor più se c’è sciopero. Trenitalia, in questi casi, garantisce molti Frecciarossa e cancella quasi tutti i regionali. Solo che non te lo dice subito: prima ti fa soffrire. Esempio: domenica 24 luglio, stazione di Firenze Rifredi. Sono le 15.50 e aspetti il Regionale 23445 che da lì (ore 15.59) dovrebbe portarti a Carrara-Avenza (ore 17.48). Costo: 12.10 Euro. C’è sciopero, ma il treno è dato in ritardo di “appena” dieci minuti. Quindi è confermato. Forse. Poi i 10 minuti diventano 30. Poi 60. Poi, e solo poi, sullo schermo compare “cancellato”. Chiami il numero verde, ma non ne sanno nulla. Vai in biglietteria, ma è domenica e non c’è nessuno a cui chiedere. Ritenti con il Regionale 23367 delle 16.59, ma il giochino è lo stesso: prima 10 di ritardo, poi 30, poi 60, poi “cancellato”. Nel frattempo hai passato tre ore a Firenze Rifredi, stazione triste come Nardella. Potresti chiedere il rimborso, ma per i regionali non puoi farlo online: devi scaricare il modulo, stamparlo, compilarlo, fare tre capriole e sperare in Dio. Così, rinunci: esattamente quel che vuole Trenitalia.
Un cataclisma inatteso: la pioggia. Domenica 31 luglio, Milano Porta Garibaldi. Suburbano 10846 di Trenord per Lecco, ore 11.52. Il treno c’è già. Sali e sei subito invaso da quel dolce effluvio di vomito e piscio. Poi, quasi sottovoce, la voce dell’altoparlante informa che il treno fermerà a Carnate, ovvero neanche a metà tragitto, e non potrà arrivare a Lecco perché impossibilitata. Da cosa? Da uno tsunami? Dall’Isis? No: dalla pioggia. Sì, perché a Calolziocorte e dintorni nella notte ha piovuto. E basta una pioggia per bloccare tutto. Trenord ha però la soluzione: “Un autobus vi attenderà a Carnate e vi porterà in ogni stazione prevista”. Bene. Cioè male, perché arrivati a Carnate non c’è alcun bus. E non arriverà neanche dopo mezzora. Intanto la fila è aumentata. E con essa lo scoramento. (Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2016)

Identikit: Edward Luttwak, il guerrafondaio a oltranza

luttwak1 Con quella sua faccia allegramente incarognita, da pitbull rancoroso a cui non danno da mangiare la carne di prima scelta che vorrebbe, Edward Luttwak è una delle tasse più spietate che gli italiani sono costretti a pagare da anni. Stati Uniti hanno capito da un pezzo come il suo pensiero non sia esattamente imprescindibile, ma in Italia lo invitano tutti. E’ come certe telenovele sudamericane, così orrende che possono trasmetterle giuste da noi. Maurizio Crozza ha rischiato di renderlo quasi simpatico, nel suo circo barnum chiamato DiVenerdì. Ma non ce l’ha fatta: non è proprio possibile. Il comico genovese lo immagina in collegamento dagli Stati Uniti, col faccione costantemente ingrugnito, la voce di un manga pigro e la fissa per gli argomenti più improbabili: “Posso parlare di frighi?”. Magari il vero Luttwak parlasse di frighi: la sua fregola è la guerra. Parla solo di quello, con eccitazione livida e clinicamente parossistica. Te lo immagini, al mattino, mentre si sveglia con la musica di Wagner, gli elicotteri nella testa, l’odore sano del napalm e una gran voglia inevasa di invadere la Polonia. Anzi: il mondo. I tragici fatti di Nizza e Turchia lo hanno fatto tornare in auge. Sempre e solo in Italia, ovviamente, dove nei talkshow ha il compito che aveva Elio Vito al tempo del berlusconismo rampante: rendere ridicolo tutto quel che sostiene. Luttwak interpreta il guerrafondaio uscito da una puntata debole di 24: uno di quelli che, in cinque secondi, Jack Bauer mandava a quel paese o – più spesso – all’ospedale. Cogliamo dal recente fior fiore luttwakiano: “Stragi negli Usa? Conseguenza delle politiche di Obama”. “I golpisti turchi dovevano uccidere Erdogan”. “Troppi errori in Francia” (frase storica: è stata la prima volta in cui ci ha preso). “Forse il Vaticano dovrebbe essere spostato ad Avignone o a Buenos Aires” (tradotto: se gli italiani muoiono mi spiace, se muoiono i francesi o gli argentini sticazzi). Qualcuno potrebbe chiedersi: com’è che Luttwak è diventato Luttwak, ovvero uno che quando parla di guerra ha un’autorevolezza (presunta) che luttwak2neanche Napoleone? E’ presto detto. Luttwak, 74 anni, ha scritto almeno due libri esiziali. Il primo dice tutto già dal titolo: “Give war a chance”. E’ un appassionante j’accuse contro quei beoti minchioni dei pacifisti, che tra un John Lennon e un Gino Strada non hanno ancora capito che le missioni di pace sono inutili. Anzi dannose. Molto dannose. Mentre i droni fanno bene alla salute, le mine sono depurative e i bombardamenti a grappolo aiutano eccome la diuresi. L’altro testo, tradotto in tutto il mondo, è il divertentissimo “Strategia del colpo di Stato. Manuale pratico”. Da bambini c’è chi si chiude in bagno sognando amplessi leggendari e chi gioca con le bambole o i carri armati. Luttwak, no: lui, i carri armati, li mangiava. Per immedesimarsi nella parte. E’ dalla prima guerra del Golfo che Luttwak incarna la caricatura inconsapevole del Sergente Hartman di Full Metal Jacket. Nel film, come noto, il sergente non faceva una bella fine. Nella misera quotidianità che ci avvolge, non vorremmo certo arrivare a tanto. Per carità. Basterebbe molto meno: basterebbe non invitarlo più. E lasciarlo parlare da solo nella “Fletcher Memorial Home”. Era il nome della casa di riposo-manicomio inventata da Roger Waters in The Final Cut, a uso e consumo di politici sanguinari e mezzo rincitrulliti. Ottima idea: tra i fantasmi di Reagan e Galtieri, Luttwak ci starebbe benissimo. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 19 luglio 2016)

Identikit: Dario Nardella e il suo carisma contagioso

Schermata 2016-07-17 a 12.53.14La cosa che più colpisce di Dario Nardella è il fatto che, quando lo guardi o addirittura ascolti, non c’è nulla che di lui ti colpisca. Nulla: proprio nulla. Sembra l’amico meno dotato e dichiaratamente anonimo che qualsiasi ragazzotto ambizioso si sceglie per avere accanto e quindi emergere. Il “ragazzotto ambizioso”, ovviamente, è (era) Renzi, che avrà subito pensato che dal confronto con Nardella non potesse che uscire vittorioso. Addirittura trionfante: così, per contrasto. Nardella è nato a Torre del Greco 1975. Il suo sogno era quello di fare il violinista, e in violino si è diplomato nel 2001 al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. In quegli anni capitava anche di vederlo, nei ristoranti e negli hotel, in concerto. Un tenero violinista ambulante. Poi, sciaguratamente, si è reso conto di non essere abbastanza bravo col violino e ha ripiegato su un mondo dove spesso per emergere basta pochissimo: la politica. Il suo ex professore e direttore d’orchestra, Alessandro Pinzauti, ne ha garantito la vocazione: “L’istinto politico era presente in lui anche negli anni del Conservatorio. Già manifestava un’attitudine all’ascolto del mondo attorno a lui e la capacità di mettersi in discussione. Ce ne fossero, di politici con un background simile”. Parole inattaccabili. Mai però quanto il finale: “Speriamo che non si guasti crescendo”. E chissà se, crescendo, il buon Nardy non si sia in effetti un po’ guastato. Nardella è da due anni il sindaco ruggente di Firenze, tra scazzi con McDonald’s (ma più che altro coi fiorentini) e alluvioni sapientemente gestite, ma col violino non ha smesso. Ama impreziosire i matrimoni dei renziani con alcuni suoi mini-concerti, tra un’Ave Maria e un Bach, si presume generando sui presenti lo stesso entusiasmo che susciterebbe un unplugged di Schermata 2016-07-17 a 12.53.32Mariano Apicella alla Sagra del Baccello di Salutio. Il buon vecchio zio Nardy è uno dei più stretti collaboratori di Renzi, che del resto ama circondarsi di gente che non gli faccia ombra, e con Nardella il rischio proprio non lo corre. I due si mandano sms di continuo, rispettando (così ha scritto Marianna Rizzini sul Foglio) lo schema un po’ criptico: “Io rompo, tu ricuci, io ricucio, tu rompi”. E qui non si capisce cos’è che rompano, anche se qualche idea in merito viene. Nardella è stato collaboratore di Vannino Chiti, è laureato in Giurisprdenza e – a dispetto del look catacombale – è meno moderato di quel che sembra. O così lo dipinge chi ben lo conosce. Suole vivere in tivù, anche se col tempo è diventato un personaggio mediatico un po’ di rincalzo, da mandare al macello in trincea quando c’è da difendere l’indifendibile (per esempio dopo l’accoltellamento dal notaio di Ignazio Marino). Di persona è furbo e scaltro: cerca sempre di ingraziarsi gli interlocutori poco renziani. Dialetticamente debole, anzi debolissimo. I suoi baci della morte non sono rari. Un anno fa, prima delle comunali ad Arezzo, disse praticamente dal palco che il candidato Big Jim-boschiano Matteo Bracciali aveva già vinto. E in effetti nel Pd lo pensavano tutti. Solo che, straordinariamente, Bracciali riuscì a perdere: idolo assoluto. Uomo di impalpabile carisma e smisurata propensione alla marginalità, come si è avuto modo di scoprire anche l’altra sera a In onda estate, Nardella è lo yesman perfetto per i dittatorucoli di seconda fascia. Lo sa lui come lo sa Renzi. E i risultati si vedono. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 12 luglio 2016)

Sta arrivando Futbol

Calciomercato su La7
Scanzi conduce Futbol
da metà luglio in seconda serata

 

Nuova rubrica di calcio in vista nel palinsesto di La7: si tratta di Futbol, format sportivo dedicato al calciomercato, che avrà come conduttore Andrea Scanzi. Il giornalista de Il Fatto Quotidiano, che già si era cimentato nella conduzione di una trasmissione di calcio nel 2000 e nel 2001 su Teletruria, sarà affiancato da un volto femminile, il cui nome non è ancora noto. Il magazine, che andrà in onda in seconda serata e che mutua il proprio nome dal titolo di un noto libro dello scrittore argentino Osvaldo Soriano, non si limiterà solo al calciomercato, ma prevedrà interviste a grandi nomi del calcio e aneddoti narrati con la tecnica del monologo. (Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2016)