Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
agosto: 2016
L M M G V S D
« Lug    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

L’estate dei turisti supercafoni (l’umanità è senza speranza?)

Schermata 2016-08-21 a 12.22.59Sono passate diciassette estati, ma in fondo il tormentone resta sempre quello: Supercafone. Lo cantò il Piotta nel 1999, e nel frattempo lui è cresciuto: i diretti interessati, cioè noi, no. E’ sempre più l’estate del cafonissimo a tutto tondo, a conferma di come il problema non sia la volgarità del presente ma la tristezza del genere umano. Basta poco per rendersene conto: per dire, uno guarda Gianluca Vacchi e capisce che non può esserci speranza alcuna. La sua è la parabola dell’uomo che eleva a talento il non avere talento, che fa notizia perché è rimbalzato al Billionaire o perché balla come un tarantolato tamarro: in qualsiasi paese farebbe pena e avrebbe l’attenzione che si è soliti concedere agli Orfini, ma in Italia merita un profluvio di articolesse e fenomenologie. E ancora: il cafonismo regna, signoreggia e soverchia nei treni, con turisti (di qualsiasi nazione) che si tolgono le scarpe e appoggiano i piedi sui sedili neanche Schermata 2016-08-21 a 12.23.36fosse casa loro. Oppure i businessmen che parlano al telefono ad alta voce nella carrozza silenzio, o le mamme che non dicono nulla – e anzi si vantano – ai loro figli mentre giocano a tutto volume con videogames diversamente intelligenti, rompendo le palle a tutto il treno. In questa smisurata giostra della volgarità imperante, merita una menzione a parte il turista (?) italiano che ha sparato un razzo da uno yacht davanti all’isolotto di Espalmador, forse l’angolo più incontaminato di Formentera. Ne è nato un incendio, che ha creato disastri e che ha al contempo riverberato la naturale antipatia che generano (non solo a Formentera) gli italiani all’estero. Magari però fosse solo un problema italiano. C’è Venezia, devastata dai turisti stranieri che bivaccano ovunque e quando hanno caldo si buttano nei canali. Ci sono quelli che si tuffano a Piazza Navona per farsi un Schermata 2016-08-21 a 12.23.19selfie, e già che ci sono rubano qualche moneta dalla fontana del Bernini. Sempre a Roma sono stati in molti a notare tre turiste che, allegramente, si facevano un bagno in costume rinfrescandosi nel fontanone del Gianicolo. Ridevano molto, e anche questo è sintomatico, perché il supercafone non si rende conto di esserlo, e anzi tratta da noiosone chi osa fargli notare quanto lui sia gretto: “Oddio che palle, cosa vuoi che sia un bagno?”. Il “cosa vuoi che sia” è il mantra usato anche dal predatore da spiaggia, ominide di qualsivoglia età e nazione che va in Sardegna e quando torna in patria si porta con sé sabbia, conchiglie e frammenti di rocce. Per lui è normale: “cosa vuoi che sia”. Ultimamente i predatori hanno aggiunto una variazione sul tema: il furto di stalattite. E’ accaduto giorni fa alle grotte di Castellana, in provincia di Bari. Un turista, che meriterebbe più o meno l’ergastolo come chi abbandona Schermata 2016-08-21 a 12.22.36gli animali (altra piaga biblica) ma che se la caverà con un buffetto, ha pensato bene di staccare uno stalattite di 20 centimetri che aveva impiegato appena 1500 anni per formarsi. Siam sempre lì: “cosa vuoi che sia, in fondo è solo un sasso”. Il supercafone è poi aduso a far festa in luoghi da sogno, salvo poi dimenticarsi di pulire tutto: chiedere per credere a chi, al mattino, ha visto di recente la spiaggia del Poetto di Cagliari e l’ha trovata devastata da rifiuti e sporcizia. E’ una spiaggia presa spesso d’assalto dai ragazzini, e appunto: “cosa vuoi che sia, in fondo son solo ragazzi”. Non male anche i falò e la pesca abusiva nel Parco regionale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Il supercafone non si riposa mai: è un Attila ridanciano senza eroismo, che gode di immunità, si adatta alla volgarità del contesto e balla ilare E andiamo a comandare, felice che esistano canzoni brutte come lui. L’unica salvezza sarebbe un’invasione degli alieni, ma probabilmente facciamo schifo pure a loro. (Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2016)

I puntuali disastri delle ferrovie italiane

trenitaliaPuntuale nel suo esser quasi mai puntuale, Trenitalia regala ogni volta grandi soddisfazioni. Chi scrive, di media, prende sei treni a settimana: i quattro casi sottocitati non costituiscono anomalia, bensì norma. Sogniamo con le ferrovie italiane.
Un ritardo pagato oro. Frecciarossa 9520, partenza teorica da Firenze alle 12 e arrivo teorico alle ore 13.40. E’ lunedì 18 luglio e il fantasmagorico Frecciarossa giunge a Santa Maria Novella con 50 minuti di ritardo. La motivazione recita “atti vandalici” nel tratto romano. Durante il viaggio il ritardo sale, al punto da arrivare a Milano con 70 minuti di ritardo. Assai vantaggiosi i prezzi: 54 euro tariffa standard, 94 euro Salottino e 124 euro Executive. In questi casi, sopra i 60 di ritardo, puoi chiedere il rimborso. Anzi: “l’indennizzo”. Devi compilare un coupon online ben nascosto nel sito. Risultato: “Riceverà una risposta al massimo entro 30 giorni, come previsto dalla Carta dei Servizi di Trenitalia”. Vamos.
The sound of silence. Trenitalia ha creato uno scomparto denominato “Area Silenzio”. Lì si deve parlare a bassa voce e (soprattutto) non si può usare il telefono: niente suonerie, niente telefonate. Neanche a bassa voce. Idea splendida. Problema uno: i viaggiatori sono i primi a non rispettare tale regola, e se glielo fai notare fanno pure gli offesi, dicendo cose tipo “Sì ma parlavo a bassa voce” (e sticazzi?). Anche solo da ciò si ha conferma di come la maggioranza degli italiani sia la prima a non rispettare le leggi e si meriti i politici che ha. Problema due: nessuno, del personale Trenitalia, controlla che il divieto di telefonare venga rispettato. Quindi o fai ogni volta l’ispettore Callaghan e litighi con tutti, o butti via i soldi. Sì, perché Trenitalia si fa ben pagare tale (dis)servizio. Prendendo a esempio un Frecciarossa Roma-Milano, un biglietto standard costa 89 euro (Offerta Base) mentre un’Area Business Silenzio schizza a 119: trenta euro in più, per avere ancora più casino.
Il magico mondo dei regionali. Quando si parla di treni regionali, Trenitalia si tinge ancor più di leggenda. Ancor più se c’è sciopero. Trenitalia, in questi casi, garantisce molti Frecciarossa e cancella quasi tutti i regionali. Solo che non te lo dice subito: prima ti fa soffrire. Esempio: domenica 24 luglio, stazione di Firenze Rifredi. Sono le 15.50 e aspetti il Regionale 23445 che da lì (ore 15.59) dovrebbe portarti a Carrara-Avenza (ore 17.48). Costo: 12.10 Euro. C’è sciopero, ma il treno è dato in ritardo di “appena” dieci minuti. Quindi è confermato. Forse. Poi i 10 minuti diventano 30. Poi 60. Poi, e solo poi, sullo schermo compare “cancellato”. Chiami il numero verde, ma non ne sanno nulla. Vai in biglietteria, ma è domenica e non c’è nessuno a cui chiedere. Ritenti con il Regionale 23367 delle 16.59, ma il giochino è lo stesso: prima 10 di ritardo, poi 30, poi 60, poi “cancellato”. Nel frattempo hai passato tre ore a Firenze Rifredi, stazione triste come Nardella. Potresti chiedere il rimborso, ma per i regionali non puoi farlo online: devi scaricare il modulo, stamparlo, compilarlo, fare tre capriole e sperare in Dio. Così, rinunci: esattamente quel che vuole Trenitalia.
Un cataclisma inatteso: la pioggia. Domenica 31 luglio, Milano Porta Garibaldi. Suburbano 10846 di Trenord per Lecco, ore 11.52. Il treno c’è già. Sali e sei subito invaso da quel dolce effluvio di vomito e piscio. Poi, quasi sottovoce, la voce dell’altoparlante informa che il treno fermerà a Carnate, ovvero neanche a metà tragitto, e non potrà arrivare a Lecco perché impossibilitata. Da cosa? Da uno tsunami? Dall’Isis? No: dalla pioggia. Sì, perché a Calolziocorte e dintorni nella notte ha piovuto. E basta una pioggia per bloccare tutto. Trenord ha però la soluzione: “Un autobus vi attenderà a Carnate e vi porterà in ogni stazione prevista”. Bene. Cioè male, perché arrivati a Carnate non c’è alcun bus. E non arriverà neanche dopo mezzora. Intanto la fila è aumentata. E con essa lo scoramento. (Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2016)

Identikit: Edward Luttwak, il guerrafondaio a oltranza

luttwak1 Con quella sua faccia allegramente incarognita, da pitbull rancoroso a cui non danno da mangiare la carne di prima scelta che vorrebbe, Edward Luttwak è una delle tasse più spietate che gli italiani sono costretti a pagare da anni. Stati Uniti hanno capito da un pezzo come il suo pensiero non sia esattamente imprescindibile, ma in Italia lo invitano tutti. E’ come certe telenovele sudamericane, così orrende che possono trasmetterle giuste da noi. Maurizio Crozza ha rischiato di renderlo quasi simpatico, nel suo circo barnum chiamato DiVenerdì. Ma non ce l’ha fatta: non è proprio possibile. Il comico genovese lo immagina in collegamento dagli Stati Uniti, col faccione costantemente ingrugnito, la voce di un manga pigro e la fissa per gli argomenti più improbabili: “Posso parlare di frighi?”. Magari il vero Luttwak parlasse di frighi: la sua fregola è la guerra. Parla solo di quello, con eccitazione livida e clinicamente parossistica. Te lo immagini, al mattino, mentre si sveglia con la musica di Wagner, gli elicotteri nella testa, l’odore sano del napalm e una gran voglia inevasa di invadere la Polonia. Anzi: il mondo. I tragici fatti di Nizza e Turchia lo hanno fatto tornare in auge. Sempre e solo in Italia, ovviamente, dove nei talkshow ha il compito che aveva Elio Vito al tempo del berlusconismo rampante: rendere ridicolo tutto quel che sostiene. Luttwak interpreta il guerrafondaio uscito da una puntata debole di 24: uno di quelli che, in cinque secondi, Jack Bauer mandava a quel paese o – più spesso – all’ospedale. Cogliamo dal recente fior fiore luttwakiano: “Stragi negli Usa? Conseguenza delle politiche di Obama”. “I golpisti turchi dovevano uccidere Erdogan”. “Troppi errori in Francia” (frase storica: è stata la prima volta in cui ci ha preso). “Forse il Vaticano dovrebbe essere spostato ad Avignone o a Buenos Aires” (tradotto: se gli italiani muoiono mi spiace, se muoiono i francesi o gli argentini sticazzi). Qualcuno potrebbe chiedersi: com’è che Luttwak è diventato Luttwak, ovvero uno che quando parla di guerra ha un’autorevolezza (presunta) che luttwak2neanche Napoleone? E’ presto detto. Luttwak, 74 anni, ha scritto almeno due libri esiziali. Il primo dice tutto già dal titolo: “Give war a chance”. E’ un appassionante j’accuse contro quei beoti minchioni dei pacifisti, che tra un John Lennon e un Gino Strada non hanno ancora capito che le missioni di pace sono inutili. Anzi dannose. Molto dannose. Mentre i droni fanno bene alla salute, le mine sono depurative e i bombardamenti a grappolo aiutano eccome la diuresi. L’altro testo, tradotto in tutto il mondo, è il divertentissimo “Strategia del colpo di Stato. Manuale pratico”. Da bambini c’è chi si chiude in bagno sognando amplessi leggendari e chi gioca con le bambole o i carri armati. Luttwak, no: lui, i carri armati, li mangiava. Per immedesimarsi nella parte. E’ dalla prima guerra del Golfo che Luttwak incarna la caricatura inconsapevole del Sergente Hartman di Full Metal Jacket. Nel film, come noto, il sergente non faceva una bella fine. Nella misera quotidianità che ci avvolge, non vorremmo certo arrivare a tanto. Per carità. Basterebbe molto meno: basterebbe non invitarlo più. E lasciarlo parlare da solo nella “Fletcher Memorial Home”. Era il nome della casa di riposo-manicomio inventata da Roger Waters in The Final Cut, a uso e consumo di politici sanguinari e mezzo rincitrulliti. Ottima idea: tra i fantasmi di Reagan e Galtieri, Luttwak ci starebbe benissimo. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 19 luglio 2016)

Identikit: Dario Nardella e il suo carisma contagioso

Schermata 2016-07-17 a 12.53.14La cosa che più colpisce di Dario Nardella è il fatto che, quando lo guardi o addirittura ascolti, non c’è nulla che di lui ti colpisca. Nulla: proprio nulla. Sembra l’amico meno dotato e dichiaratamente anonimo che qualsiasi ragazzotto ambizioso si sceglie per avere accanto e quindi emergere. Il “ragazzotto ambizioso”, ovviamente, è (era) Renzi, che avrà subito pensato che dal confronto con Nardella non potesse che uscire vittorioso. Addirittura trionfante: così, per contrasto. Nardella è nato a Torre del Greco 1975. Il suo sogno era quello di fare il violinista, e in violino si è diplomato nel 2001 al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. In quegli anni capitava anche di vederlo, nei ristoranti e negli hotel, in concerto. Un tenero violinista ambulante. Poi, sciaguratamente, si è reso conto di non essere abbastanza bravo col violino e ha ripiegato su un mondo dove spesso per emergere basta pochissimo: la politica. Il suo ex professore e direttore d’orchestra, Alessandro Pinzauti, ne ha garantito la vocazione: “L’istinto politico era presente in lui anche negli anni del Conservatorio. Già manifestava un’attitudine all’ascolto del mondo attorno a lui e la capacità di mettersi in discussione. Ce ne fossero, di politici con un background simile”. Parole inattaccabili. Mai però quanto il finale: “Speriamo che non si guasti crescendo”. E chissà se, crescendo, il buon Nardy non si sia in effetti un po’ guastato. Nardella è da due anni il sindaco ruggente di Firenze, tra scazzi con McDonald’s (ma più che altro coi fiorentini) e alluvioni sapientemente gestite, ma col violino non ha smesso. Ama impreziosire i matrimoni dei renziani con alcuni suoi mini-concerti, tra un’Ave Maria e un Bach, si presume generando sui presenti lo stesso entusiasmo che susciterebbe un unplugged di Schermata 2016-07-17 a 12.53.32Mariano Apicella alla Sagra del Baccello di Salutio. Il buon vecchio zio Nardy è uno dei più stretti collaboratori di Renzi, che del resto ama circondarsi di gente che non gli faccia ombra, e con Nardella il rischio proprio non lo corre. I due si mandano sms di continuo, rispettando (così ha scritto Marianna Rizzini sul Foglio) lo schema un po’ criptico: “Io rompo, tu ricuci, io ricucio, tu rompi”. E qui non si capisce cos’è che rompano, anche se qualche idea in merito viene. Nardella è stato collaboratore di Vannino Chiti, è laureato in Giurisprdenza e – a dispetto del look catacombale – è meno moderato di quel che sembra. O così lo dipinge chi ben lo conosce. Suole vivere in tivù, anche se col tempo è diventato un personaggio mediatico un po’ di rincalzo, da mandare al macello in trincea quando c’è da difendere l’indifendibile (per esempio dopo l’accoltellamento dal notaio di Ignazio Marino). Di persona è furbo e scaltro: cerca sempre di ingraziarsi gli interlocutori poco renziani. Dialetticamente debole, anzi debolissimo. I suoi baci della morte non sono rari. Un anno fa, prima delle comunali ad Arezzo, disse praticamente dal palco che il candidato Big Jim-boschiano Matteo Bracciali aveva già vinto. E in effetti nel Pd lo pensavano tutti. Solo che, straordinariamente, Bracciali riuscì a perdere: idolo assoluto. Uomo di impalpabile carisma e smisurata propensione alla marginalità, come si è avuto modo di scoprire anche l’altra sera a In onda estate, Nardella è lo yesman perfetto per i dittatorucoli di seconda fascia. Lo sa lui come lo sa Renzi. E i risultati si vedono. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 12 luglio 2016)

Sta arrivando Futbol

Calciomercato su La7
Scanzi conduce Futbol
da metà luglio in seconda serata

 

Nuova rubrica di calcio in vista nel palinsesto di La7: si tratta di Futbol, format sportivo dedicato al calciomercato, che avrà come conduttore Andrea Scanzi. Il giornalista de Il Fatto Quotidiano, che già si era cimentato nella conduzione di una trasmissione di calcio nel 2000 e nel 2001 su Teletruria, sarà affiancato da un volto femminile, il cui nome non è ancora noto. Il magazine, che andrà in onda in seconda serata e che mutua il proprio nome dal titolo di un noto libro dello scrittore argentino Osvaldo Soriano, non si limiterà solo al calciomercato, ma prevedrà interviste a grandi nomi del calcio e aneddoti narrati con la tecnica del monologo. (Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2016)

Bud Spencer e le scazzottate del tempo che fu

Bud_Spencer_2Non hanno mai smesso di trasmetterli, ma oggi i film con Bud Spencer e Terence Hill hanno girato più del solito. Inevitabile, dopo la scomparsa a 86 anni del “gigante buono”. Prima di correre il rischio di parlarne troppo bene ora che è morto, seguendo una triste prassi italica, è giusto limitarsi a soppesare il cordoglio nel paese. Una commozione trasversale, quasi “enorme” per un attore così bistrattato dagli “esperti”. Carlo Pedersoli ha avuto tre vite. La prima è stata quella di atleta sontuoso, nuotatore e pallanuotista. Poi il limbo, forse la parte più affascinante, con quei nove mesi passati a costruire la “Panamericana”, la strada di collegamento tra Panama e Buenos Aires, nel tratto da Venezuela a Colombia. Fine Anni Cinquanta: “Ero stanco della vita ai Parioli, quei mesi duri mi insegnarono i miei limiti e le mie possibilità”. Quindi la terza vita, quella cinematografica, dopo gli inizi casuali con Sordi e Monicelli e una parentesi di autore di canzoni per Ornella Vanoni e Nico Fidenco. Non sapeva andare a cavallo e prima dei western recitò per Dario Argento e Carlo Lizzani. Scelse quel nome strano per omaggiare Spencer Tracy, ma pure la birra Budweiser. Gli anni d’oro sono stati i Settanta. Quando Benigni vinse l’Oscar con La vita è bella, ed erano già passati tanti anni dall’apice della sua carriera, Time pubblicò una classifica degli attori italiani più famosi nel mondo: Bud Spencer era primo, Terence Hill (Mario Girotti) secondo. Negli Anni Novanta, come solista, fu più fortunato dell’amico (Detective Extralarge). Poi è accaduto il contrario (Don Matteo). Bud Spencer è stato imprenditore (jeans, 27ini01f2_articolocompagnie aeree), filosofo (immaginò di digiunare per due settimane e poi dialogare durante quel periodo con i più grandi filosofi della storia), politico (dichiaratamente di destra, candidato scornato per Forza Italia, sostenitore di Storace). Due anni fa, diceva: “Non temo la morte. Da cattolico provo curiosità, piuttosto: la curiosità di sbirciare oltre, come il ragazzino che smonta il giocattolo per vedere come funziona”. Tutto questo, che era poi la sua vita reale, i fans non lo sapranno mai. Loro si fermeranno a quei film, a quella faccia: a quel corpo. A quei cazzotti, a quei fagioli. A quei sorrisi. Si fermeranno all’idea che Bud Spencer ha voluto dare di sé al cinema e in tivù: un’idea che la critica non ha capito, ma molti di noi sì.  Grazie di tutto, Bud. Per i sorrisi, per i ricordi. E grazie anche per avere reso sopportabile Jerry Calà nell’unico film in cui non viene voglia di prenderlo a schiaffi. E’ stato bello. E ora scusatemi, ma a Rete4 danno “Io sto con gli ippopotami”. L’ho visto solo 27 volte: un po’ poche, vero? (Ilfattoquotidiano.it, Rubrica Fuoricampo, ogni martedì all’interno dell’inserto per soli abbonati Insider ed eccezionalmente pubblicata anche qui).

Identikit: Messi, il paragone con Maradona e quella porta nel cielo

Schermata 2016-06-28 a 19.38.53“Non gioco più, me ne vado”. Messi ha citato Mina senza neanche saperlo, dopo la terza finale persa in tre anni. Un record di cui avrebbe fatto a meno. Continua la maledizione: l’Argentina non sa più vincere. Non le riesce da 23 anni. Sconfitta dalla Germania in finale ai Mondiali due anni fa. Battuta in Copa America, sempre dal Cile e sempre ai rigori dopo lo 0-0, ieri e un anno fa. Ventinove anni appena compiuti, Messi ha vinto tutto. Con il Barcellona: 8 campionati spagnoli, 4 Champions League, 3 Mondiali per Club, 3 Supercoppe Europee. Eccetera. Da solo: 5 Palloni d’Oro, di cui 4 consecutivi (2009/12) e l’ultimo un anno fa. E’ pagato come nessuno nel calcio (65 milioni di euro l’anno) ed è tra i più grandi di ogni epoca. Ma il suo palmares con l’Argentina langue, al di là del Mondiale Under 20 nel 2005 e delle Olimpiadi 2008 a Pechino. Da sempre lo paragonano a Maradona e il solo paragone ne evidenzia la grandezza totale. Si muove come un giocatore della Playstation, uscito chissà come dalla consolle. Segna con facilità irrisoria. Ombroso e umorale, con qualche bega giudiziaria che ne offusca il mito. Meno “umano” e simpatico di Cristiano Ronaldo, anche se a prima vista parrebbe impossibile. Fenomeno inaudoto, con l’ombra però dell’incompiutezza. Maradona vinse un Mondiale quasi da solo, trasformando i Burruchaga in satanassi, gli avversari in birilli e le mani in prolungamenti di Dio. Messi, no. La sua – mai abbastanza – Argentina è zeppa di talenti. Probabilmente più forte di quella dell’86. Eppure non riesce a vincere. Ieri sembrava il giorno giusto. Non sarebbe bastato per cancellare tutti i dubbi, ma avrebbe cambiato lo stato delle cose. E invece. Messi non solo non ha vinto, ma ha pure Schermata 2016-06-28 a 19.39.05sbagliato il rigore nella sequenza finale. Lo ha sparato alto, oltre la traversa, come se avesse intravisto una porta nel cielo. Ai campioni, ogni tanto, nelle finali capita: a Roberto Baggio, per esempio. Il suo è stato un errore tremendo, perché Vidal aveva appena fallito e l’Argentina poteva andare in vantaggio: il suo elemento migliore, invece, l’ha lasciata sola. Il Cile non ha sbagliato più, l’Argentina sì (con il laziale Biglia). Terza finale persa su tre. Dolore, lacrime. Claudio Bravo, portiere e capitano del Cile, ha provato a consolarlo. Si conoscono bene, sono compagni nel Barcellona. Ma non puoi consolare i Re che hanno appena perso il loro Impero. “Basta, lascio la Nazionale”: ha detto così, con parole per nulla meditate e chissà quanto definitive. I tifosi argentini non l’hanno presa bene: “Maradona non ci avrebbe mai lasciato soli”. Ancora quel nome, ancora quel paragone. Ancora la sensazione di essere bravo e anzi bravissimo: non abbastanza, però. Vero: Maradona non l’avrebbe mai fatto. Neanche Cruijff. E nemmeno Nino, quello della canzone, conscio che non è mica dai particolari che si giudica un calciatore. Messi, invece, ha reputato che il particolare fosse divenuto una iattura. Un macigno. Una maledizione. Gli “anti-Messi” in servizio permanente sono già ripartiti con le solite litanie: “Facile vincere col Barcellona”, “Con Neymar e Suarez farei il fenomeno anch’io”, “Segna tanto ma mai nelle partite importanti” (certo: le finali di Champions League, come noto, non sono partite importanti). A queste frasi, di solito, si aggiunge la recensione più urticante: “Messi è un ottimo calciatore in un meccanismo perfetto come il Barça, ma non un campionissimo”. Dar loro torto, dopo ieri, sarà difficile. E nessuno lo sa come la Pulce triste. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 28 giugno 2016)

“La Nazionale? Debole e sottovalutata. Quindi arriva ai quarti. Come minimo”

conte2Nostradamus Moment. Lo scorso otto giugno, due giorni prima che cominciassero gli Europei, mi chiama il grande Alessandro Ferrucci del Fatto Quotidiano. Vogliono fare un pezzo a due facce: chi è ottimista sull’Italia e chi no. Dà per scontato che io sia il pessimista: “Hai scritto che è una delle Nazionali più deboli degli ultimi anni”. Io: “E lo ribadisco. Però sono ottimista: arriviamo ai quarti. E lì, contro una big, può succedere di tutto”. Ma perché sei ottimista? “Perché l’Italia dà il massimo quando è sottovalutata. E perché Conte è un fenomeno”. Così scrivo questo articolo, che esce il giorno dopo (9 giugno) sul cartaceo. Eccolo qua: incredibilmente profetico. Ho persino preso, scherzando, le sorprese Galles e Islanda. E ho (ovviamente) indovinato il flop Thiago Fava. Siamo al top. Se usciremo sabato con la Germania, sarà il pronostico perfetto. Ma spero proprio che non capiti: questa Nazionale proletaria mi piace moltissimo e non è per niente un match chiuso. “Contro una big, può succedere di tutto”. 

Schermata 2016-06-28 a 12.54.37Verrebbe quasi voglia di non sostenere con particolare trasporto l’Italia di Conte. Legittimo: i talenti sono pochi e di sicuro abbiamo avuto Nazionali migliori: praticamente tutte o quasi, almeno dal 1978 in poi. Eppure ci sono tanti motivi per voler bene a questo azzurro per ora un po’ stinto, se non proprio “tenebra” (giusto per citare il grande Arpino). Perché tifare questa Italia? Anzitutto perché gli Europei sono sempre divertenti, a prescindere dall’Italia. Male che vada, se andremo come molti vaticinano e cioè maluccio, potremmo sempre dire: “Ho visto il Galles e l’Islanda agli Europei”. Mica è da tutti. Si afferma poi che questa Nazionale sia figlia di una generazione di (non) fenomeni: ed è abbastanza vero. Appunto per questo: qualora andassimo bene, potremmo sempre ripartire con la retorica della determinazione, dell’abnegazione. Del lisergico “gruppo coeso”. Del catenaccio. Della classe operaia che va in Paradiso (e bla bla bla). Antonio Conte ha poi sbagliato non poche convocazioni (dove siete, Jorginho e Bonaventura?), ma se non altro ha lasciato a casa Balotelli. E questo, in tempi di magra, giustifica cortei. Attenzione poi a prendere soltanto il peggio dalle scelte di Conte. Il fatto che De Sciglio e Sturaro disputino gli Europei, per esempio, dimostra che tutto è possibile. E il fatto che Thiago Motta abbia il numero 10, sempre per esempio, ci dimostra che pure troppo è possibile. Conviene sostenere questa Nazionale anche per un fatto meramente cabalistico: quando l’Italia parte senza troppe aspettative, spesso stupisce in positivo. Il sorteggio non è stato malevolo e, sulla carta, almeno i quarti sembrano davvero alla portata. E una volta ai quarti, con qualche big davanti, l’Italia potrebbe essere capace di tutto. Poi c’è Conte, che magari già pensa al Chelsea, ma che è tanto antipatico quanto bravo. Quindi è molto bravo. Non tutto è da distruggere: abbiamo il portiere più forte del mondo e la difesa è granitica. L’attacco è stitico e il centrocampo falcidiato da infortuni e scelte bizzarre, ma due talenti veri ci sono: Insigne e Bernardeschi. E uno Zaza o un Pellè potrebbero vivere – chissà – il mitico “effetto Schillaci”. C’è poi Ventura, brava persona e allenatore serio, il cui compito appare sin d’ora ostico: partire da una Waterloo contiana renderebbe tutto ancora più faticoso. Per questi motivi e mille altri: forza Italia. Detto proprio così, che tanto il partito con quel nome è morto. O sta comunque peggio della Nazionale. (Il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2016)

Bignami del M5S, dai VDay alla sfida a Renzi

foto1Il Movimento 5 Stelle nasce a Milano il 4 ottobre 2009, per volere di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. E’ la versione definitiva di ciò che erano stati i Meet Up, gli Amici di Beppe Grillo e le Liste Civiche. Il vero anno di nascita è il 2005, quando vede la luce il blog di Grillo. Il successo dei primi VDay (2007 e 2008) dimostra che Grillo ha un potere politico enorme, ma i media nostrani dormono e rosicano. I segnali del boom del 2013 sono molteplici: il buon risultato nel 2010 in Piemonte (la Bresso darà ai “grillini” la colpa della sconfitta con Cota) e in Emilia Romagna, culla dei primi successi ma anche delle faide interne più virulente. L’anno prima Grillo si candida alla segreteria del Pd: già al tempo ripeteva “meglio un nemico vero di un amico finto”, a conferma di come detestasse di più l’apparente democrazia del Pd rispetto alla palese negatività dei berluscones. Nel 2011 il M5S cresce ancora, entrando in 28 comuni e stupendo da più parti (per esempio ad Arezzo). Nel 2012 vince clamorosamente a Parma. A ottobre 2012 il Movimento è prima forza in Sicilia. Celebre il gesto dell’attraversamento a nuoto dello stretto di Messina da parte di Grillo, che tanti paragonano alle imprese muscolari di Mussolini per riverberare il concetto che “i grillini sono fascisti” (ma all’occorrenza comunisti, leghisti o terroristi). Il risultato alle politiche di febbraio 2013 è un terremoto: 25.55% di voti in Italia, 9.67% all’estero e 8 milioni e 700mila voti alla Camera (109 deputati). Bene m5sanche in Senato:23,79% in Italia e 10% all’Estero (54 senatori). Per il Parlamento italiano è una rivoluzione: entrano 163 “cittadini”, per nulla politici di professione. Dentro c’è di tutto: gente scampata alla legge Basaglia (spesso espulsa nelle tante epurazioni), figure anonime e profili che stupiscono per carisma e preparazione: da Di Maio a Di Battista, da Morra a Lezzi. Mentre i giornalisti si impegnano alla “caccia al grillino scemo”, i 5 Stelle riescono a perdere un milione di voti in un colpo solo, quando – durante lo streaming con Bersani – Crimi e Lombardi giocano pietosamente al poliziotto buono e cattivo. I 5 Stelle fanno bene a dire no a Bersani, che non chiede loro di governare assieme ma un furbastro appoggio esterno, mentre sbagliano a non fare il nome di un premier gradito durante il secondo giro di consultazioni (e Letta ringrazia). Le Quirinarie dicono Rodotà, ma il Pd prima accoltella Prodi e poi rispolvera Napolitano: per il M5S è una botta tremenda. Da allora i 5 Stelle si distinguono per una opposizione vera e senza sconti, ma anche per una ipercoerenza che scivola talora nel velleitarismo politico. Mentre i media elucubrano sulla “mancanza di democrazia interna” e su “Casaleggio nuovo Goebbels”, spunta Renzi. All’inizio è lui a vincere tutto: li trita alle Europee e li tratta da pezzenti negli streaming. Poi, dopo la vaccata del #vinciamonoi e l’harakiri dell’Aventino televisivo (ma anche la vittoria a Livorno) nel 2014, cambia tutto: Renzi cala e i 5 Stelle crescono. Dimostrano di averci visto giusto in molte occasioni, risalgono nei sondaggi e varano – su volere di Casaleggio, scomparso il 12 aprile 2016 – un “Direttorio” composto da 5 figure di spessore (a parte il tragicomico complottista Sibilia). E’ la fase 2, quella del “passo di lato” di Grillo. Il resto è storia (e trionfi) di ieri. Se Renzi aveva come primo obiettivo quello di uccidere i “grillini”, non solo non ci è riuscito: li ha pure rafforzati. (Oggi, 26 giugno 2016, Il Fatto Quotidiano dedica uno speciale di quattro pagine al M5S. A me è toccato il riassunto breve delle puntate precedenti)

Ode breve dei Radiohead (vi amo, vi ho sempre amato)

radioheadVi amo: vi ho sempre amato, sin da quando vi intercettai con Creep e poi con The Bends. Ok Computer è il disco perfetto, il Dark Side Of The Moon degli Anni Novanta e non posso ascoltarvi ogni giorno perché mi strappate l’anima e mi fate male come solo i Pink Floyd o certe cose dei Sigur Ros. Siete come C’era una volta in America o L’età dell’innocenza: dovete essere maneggiati con cautela, perché avete sempre avuto questa maledetta attitudine a devastare il cuore. Vi ho sempre seguito, anche quando avete esagerato con le rivoluzioni, anche quando avete inciso canzoni che piacciono solo a voi (anzi: a volte neanche a voi). Vi ho seguito con Kid A, con Amnesiac, con Hail to the Thief, con In Rainbows, con The King of Limbs. Ogni vostro disco ha almeno 3-4 brani che, da soli, valgono tutto. Quando ho voglia di credere nell’esistenza non tanto di Dio, che Roger Waters lo conosco già, ma dell’Uomo, mi stordisco di Fake Plastic Trees, Exit (Music for a film), The National Anthem, Like Spinning Plates, There There e altri venti brani almeno. Street Spirit (fade out) è inaccettabile per dolcezza e Paranoid Android è la suite che avrebbero composto i Pink Floyd se avessero scritto Ummagumma nel 1997. Mi trovo ora ad ascoltare A Moon Shaped Pool, più o meno per la cinquantesima volta in tre giorni. E vi ritrovo come sempre, uguali e diversissimi, malati e contorti, intrisi di un genio quasi osceno tanto è cristallino, con quei cazzo di suoni e quella cazzo di voce. Thom Yorke non è neanche un cantante: è Leopardi che si è messo a radiohead 2cantare le Operette Morali dopo qualche secolo di letargo. Anche in questo disco avete messo le solite o tre quattro masturbazioni a uso e consumo dei vostri demoni, ma chi se ne frega. Vi perdono, vi ho sempre perdonato. E anche delle vostre paturnie sui social e sulla discografia non me n’è mai fregato nulla. Anzi meno. Burn The Witch crea dipendenza ed è meglio di un trip scritto da Burroughs. Decks Dark e Desert Island Disk hanno una delicatezza che non esiste. Glass Eyes fa piangere a dirotto, The Numbers è drammaticamente perfetta e True Love Waits è l’unico finale possibile. Diranno ancora che siete cerebrali, che siete freddi, che siete autoreferenziali. Lasciateli dire: il cicaleccio degli ignoranti, e peggio ancora degli insensibili, non ha mai fatto la Storia. Voi sì. E’ davvero rassicurante essere coevi: siete la musica migliore per questa nostra contemporaneità quasi sempre asincrona. Per non dire stonata.

(Sì, vi amo. Vi ho sempre amato).