Quirinarie M5S: cosa fare?

prodiSpesso i 5 Stelle sono stati criticati – anche da me, e lo rifarei – per non essere saliti su due/tre treni importanti. O comunque per avere dato al Pd l’alibi di andare da Berlusconi. Le mosse di questi giorni sono state più intelligenti e nulla, da parte loro, pare intentato. Dire che “si sono chiamati fuori” solo perché non sono andati fisicamente al Nazareno è operazione di consueta delinquenza intellettuale: hanno chiesto i nomi a Renzi, hanno scritto al Pd, hanno inserito i nomi di Prodi e Bersani: cosa voleva di più Renzi, una fettina di culo (cit)? La verità, peraltro arcinota, è che Renzi – che si è guardato bene dal considerarli – ha già da mesi il nome in tasca e lo ha condiviso con il suo maestro Silvio. Renzi finge di cercare i M5S per fare ingelosire Berlusconi e per dare all’opinione pubblica l’illusione che lui è democratico. Per questi motivi trovo che la trama sia scritta e che qualsiasi mossa sarà probabilmente inutile, ma si spera sempre (almeno ogni tanto) di essere smentiti. Chissà. Patetica anche la lettura “squadrista” della contestazione ai 9 transfughi grillini: sentirsi dare dei “venduti”, in questi casi, più che un insulto pare una sottolineatura didascalica. Parliamo di cose serie, quindi non dei martiri di professione con la propensione alla frignata televisiva. Domani la base 5 Stelle dovrà scegliere, proprio come accaduto stamani ai parlamentari, tra due strade: quella iper-coerente, utopica e intimamente appagante (ma politicamente inutile) e quella tattica. So che, per i duropuristi, la “tattica” è una parolaccia come lo è la furbizia. Li capisco. Ma so anche che, se fai politica, devi giocare con le carte che hai e non con quelle che vorresti avere. Quindi: due anni fa i 5 Stelle proposero Rodotà, un nome splendido (benché a loro poco caro) che il Pd impallinò con la scusa vile e imperdonabile del “non è un nome nostro, tiè”. Ora i 5 Stelle optano per il doppio binario: il nome dei sogni, alla Di Matteo, e il nome tattico, alla Prodi. C’è persino Bersani, e ovviamente molti ironizzano sul fatto che due anni fa fu trattato a pesci in faccia dal Duo Disgrazia (poi un po’ sono migliorati) Lombardi-Crimi. Vero, ma a) napoBersani non chiese mai un’alleanza bensì un appoggio esterno, b) Il Capo dello Stato non è il Capo del Governo e, così come i 5 Stelle volevano Rodotà al Quirinale ma (sbagliando) al Governo, così accetterebbero Bersani al Colle ma non a Palazzo Chigi. Non è difficile da capire, può arrivarci anche Pigi Battista (forse). In questi casi bisogna ragionare in due modi: cosa vorrei e cosa voterei. Cosa vorrei? Vorrei una persona come Di Matteo, Carlassarre, Imposimato, Settis o Zagrebelsky. In un paese non dico dei sogni, ma anche solo non così lungamente sputtanato, sarebbero nomi con possibilità concrete. In Italia, no. Votare loro significa fare un bel gesto che però, concretamente, equivale alla masturbazione politica. Cosa voterei? Parliamoci chiaro: se l’unico obiettivo plausibile è insinuare crepe nel patto purulento del Nazareno, gli unici nomi “concreti” sono Prodi, Bersani e Cantone. Ed è lì che andrebbe focalizzata la scelta. Oltretutto sono nomi che garantirebbero bersaniuna Presidenza rispettabile e dignitosa. Cantone è un nome divenuto “renziano”, su cui il Ciambellone di Rignano potrebbe convergere. Prodi è stato messo giustamente – anche se molti parlamentari non volevano – perché è il nome fatto da quei tre o quattro Pd che hanno risposto ai 5 Stelle: Civati ha il carisma dei fagiani lessi, e ogni volta che va in tivù riscrive un nuovo capitolo del donabbondismo, ma politicamente dice cose oneste e sensate. Non è certo lui il problema. Se M5S vota Prodi al quarto scrutinio, (larga) parte del Pd non potrà dire no e Berlusconi uscirà sconfitto (e dunque anche Renzi). Bene che vada i 5 Stelle manderanno in difficoltà il nemico, male che vada si intesteranno comunque una vittoria e soprattutto regaleranno al Paese un nome degno (Prodi è “quello dell’euro”, certo, ma è anche una persona che in quel ruolo starebbe benissimo). Le stesse cose valgono per Pierluigi Bersani, scelta decisamente azzardata per i 5 Stelle – lo so – ma scaltra e non peregrina, ancor più dalla quarta votazione in poi, quando il nome verrà deciso tramite una consultazione-lampo online. Quindi: io non sono iscritto ai 5 Stelle, e mai lo sarò, ma se fossi un attivista – tra “il farsi i pompini a vicenda” (cit) e la concretezza della politica “merda e sangue” – non sceglierei la prima opzione.

P.S. Credo però che, alle Quirinarie M5S, vinceranno Imposimato o Di Matteo. Nomi splendidi, ma che renderanno felice anzitutto Renzi.

Tutti Tsipras col voto degli altri

alemanno“Tutti Tsipras col voto degli altri”. Una battuta che circolava ieri in Rete, a firma Michela Calledda, e che spiega bene il tentativo spasmodico – da destra, da sinistra e da niente, cioè dal renzismo – di salire sul carro del vincitore. Breve rassegna in merito, quasi sempre da Twitter. Nigel Farage: «La vittoria di Syriza è un grido di aiuto da parte di chi è stato impoverito dall’euro. Inizia il poker con la Merkel. La Bce è senza potere». Marine Le Pen si affida al suo vice Florian Philippot per cinguettare giubilo: «Uno schiaffo alla casta neogollista e socialista europeista e una bella speranza perché i veri dibattiti potranno moltiplicarsi: sull’austerità, sull’euro, sull’Ue!». Su di giri anche Giorgia Meloni: «Il risultato delle elezioni in Grecia racconta fallimento politiche Troika e voglia di libertà dei popoli europei». Non si sottrae Matteo Salvini: “Elezioni in Grecia, un bello schiaffone all’Europa di Euro, disoccupazione e banche. Adesso tocca a noi!”. Scontato il giubilo di Nichi Vendola, che in cuor suo si sente più Tsipras di Tsipras: “La vittoria di Tsipras apre uno spiraglio in Ue e darà scossa a Italia. Ridicoli quei Pd che festeggiano il suo successo”. Instancabile, in effetti, il tentativo renziano di appropriarsi della Matteo-Salvinivittoria. Commovente, in particolare, il bacio della morte di Debora Serracchiani: “Tsipras consolidi il lavoro di Renzi in Ue, congratulazioni per una vittoria netta”. Gennaro Migliore, che di cambiamenti s’intende, grida: “Vai Alexis Tsipras! C’è da cambiare l’Europa!”. Di fronte alle critiche, l’uomo con il cognome meno meritato della storia ha replicato: “Non si tratta di essere uguali, ma di poter convergere nel Consiglio Europeo. E’ la politica”. Molti, ahilui, gli hanno però risposto: “Ma convergere dove, Migliore, se sei sceso dal carro di Tsipras per salire su quello di Renzi?”. Dettagli: l’entusiasmo renziano si è rivelato tracimante. Pina Picierno: “Congratulazioni Tsipras! E molti auguri alla Grecia di continuare a crescere e lavorare per Ue più vicina alle nostre aspettative” (speriamo di no). Contagioso il trasporto di Andrea Romano, mediano di seconda fila del trasformismo. Prima retwitta una frase di Tsipras (“Io in sintonia con Renzi, cambieremo verso all’Europa”) e poi plaude Il Foglio per un’analisi che ribadisce quanto segue: “Dal partito oligarchico al partito liberale di sinistra: ancora più efficace dopo Tsipras”. A proposito di Foglio, è pro-Syriza anche lui e dunque Ferrara: “Quello che farà Alexis Tsipras è in braccio agli dei (..) Non lo so nemmeno io (..) E’ un conservatore un po’ incendiario, facciamogli posto”. Intellettualmente onesta, e dunque eversiva, la deputata Pd Anna Ascani: “Segnalo agli entusiasti che il PSE, il nostro partito insomma, ha perso. Di brutto. Congratulazioni e buon lavoro ad Alexi Tsipras”. Luigi Di Maio, M5S, si esprime in merito su
fattoFacebook: “La forza politica greca “Syriza” nel 2007 si è presentata alle elezioni parlamentari ottenendo circa il 5%, dopo 5 anni il 16% e dopo pochi mesi il 26%. Nonostante l’exploit ottenuto, ha deciso di restare coerentemente all’opposizione, prendendosi le solite critiche sui voti “congelati”. Con loro non ci accomunano certamente la forte ideologizzazione di sinistra (..) e le posizioni troppo indecise sull’Euro. Ma sicuramente abbiamo in comune alcune scelte nel nostro percorso politico (..) Oggi Syriza è stata premiata dai cittadini greci (..) Adesso spero che passino dalle parole ai fatti e in questa giornata vorrei dare un consiglio non richiesto ad Alexis Tsipras: stai lontano da Matteo Renzi, la sua ipocrisia è pericolosa”. Persino il compagno Paolo Ferrero ha ritrovato la grinta dei bei tempi: “Il popolo greco vince le elezioni contro l’austerità e dà il governo aSyriza. Adesso rovesciamo quest’Europa come un calzino!“. Più pensoso Fausto Bertinotti: “Tsipras insegna che la sinistra non può rinascere da una sua costola”.L’entusiasmo si è rivelato così trasversale da intaccare persino Gianni Alemanno. Il quale, forse non lucidissimo, ha twittato: “Vittoria di Tsipras in Grecia dimostra che i popoli europei sono stanchi dei vincoli dell’Euro”. Poi però è tornato in sé e ha aggiunto: “Anche se la sinistra sbaglia sempre”. Amen. (Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2015)

Quelli che esultano per Tsipras (e però non c’entrano niente)

tsiprasLa vittoria di Syriza, per quanto senza maggioranza assoluta, è una buona notizia. Non mi induce a fare cortei o a cantare Bella ciao, per quello ho già dato, ma è una buona notizia. Ho stima di Tsipras e spero che, come tanti prima di lui a sinistra, non deluda. Lo attende un compito difficilissimo. Fa comunque molto ridere osservare le reazioni in Italia. Due, in particolare, le tendenze affascinanti. La prima è quella dei renziani: “Visto? Ha vinto un altro come Renzi”, “Così Renzi si rafforza”, “Anche Tsipras vuole cambiare verso come Matteo”. Lo dice Migliore, cioè nessuno. E lo dice la Serracchiani, che quando c’è da riverire il Sire non manca mai (eppure era nata come “ribelle”. O ricordo male?). E’ bello constatare come i renziani si approprino di qualsiasi vittoria altrui, proprio come la vecchia Dc: peccato che Tsipras abbia un’idea opposta di Europa e di sinistra, e la sua vittoria non sia un assist ma casomai un intoppo per il Ciambellone del Nazareno. L’altra reazione esilarante è quella di molti sinistrorsi nostrani: non dico tutti, qualcuno di bravo e assai stimabile c’è anche qui (tipo Landini, ma non solo). Fa ridere, in particolare, l’entusiasmo di Vendola, che si atteggia ora a hombre del destino simile e anzi identico a Tsipras: dunque, se ha vinto lui, può farlo anche il compagno Nichi. La realtà è un po’ diversa: in Italia la sinistra vera è morta, o è comunque agonizzante, proprio perché spesso è stata rappresentata da figure politicamente equivoche e deludenti come Vendola. Il quale, poiché uomo intelligente, sa benissimo che “un nuovo soggetto a sinistra” ha futuro solo se dentro non c’è né lui né tutti quelli come lui. L’esultanza per Tsipras è cosa bella e giusta, ma sarebbe ancora più bella e giusta se a esultare fossero quelli che ne hanno motivo. Non quelli che non c’entrano niente.

(Avendo ottenuto 149 seggi e non 151, Syriza dovrà allearsi con qualcuno per andare al governo. Sarebbe parso scontato scegliere i comunisti – 15 seggi – o il centrosinistra – 17 seggi. Tsipras ha invece scelto i 13 seggi dei Greci Indipendenti, perché sono gli unici fortemente contrari al Memorandum tra troika e il precedente governo. Legittimo, ma chi sono i “Greci indipendenti”? Una forza di destra, nata dalla costola dei conservatori di Nuova Democrazia. Quindi il partito che ha cantato “Bella ciao” si alleerà con una forza di destra. Quando accadde una cosa in qualche modo analoga tra M5S e Ukip nel Parlamento Europeo, criticai duramente quella scelta, che infatti si è rivelata spesso insensata, vedi per esempio il voto opposto sulla Palestina tra Farage e 5 Stelle. Per quelle critiche io e il Fatto Quotidiano fummo massacrati tanto dalla frangia talebana dei 5 Stelle quanto dai duri e puri di sinistra, che accusarono M5S di “fascismo”. Confido che, adesso, quegli stessi duri e puri di sinistra dicano – con analoga onestà intellettuale – che l’alleanza magari giusta di Tsipras con i destrorsi indipendentisti greci li imbarazza un po’, senza arrampicarsi sugli specchi blaterando cose tipo “sono due situazioni diverse”).

Impera il Nazareno, vietato sperare. Vorrei Rodotà, ma perfino Prodi sarebbe quasi un successo

quirinaleEsprimere il proprio desiderio in merito al prossimo Capo dello Stato dà la misura esatta di quanto, al Palazzo, non interessi nulla del desiderio dei cittadini. I quali, a forte maggioranza, vorrebbero un nome diverso dai soliti (e spesso improponibili) noti. Qualsiasi ipotesi non allineata alla mostruosità del Patto del Nazareno è però destinata a morire in partenza. La miseria attuale – l’inconsistenza del renzismo, la purulenza del nazarenismo – è figlia di due momenti chiave: l’errore dei 5 Stelle, che giustamente dissero no a Bersani (che desiderava solo un appoggio esterno) ma sciaguratamente non “fecero il nome” al secondo giro di consultazioni prima del governo Letta; e il mai perdonabile impallinamento di Rodotà per mano del Pd. Che, non ancora pago, giubilò pure Prodi (a proposito: quando ammetteranno una volta per tutte che, a capo dei famosi 101, c’era un ragazzotto con problemi di democrazia e inglese?). La slavina è cominciata lì. Il mio nome resta Rodotà, ma non ha chance. Come non le ha Zagrebelsky. Bene ha fatto il M5S a congelare le Quirinarie e chiedere i nomi a Renzi, ma lui non li farà: per lui esiste solo il maestro Silvio. I dissidenti part-time del Pd restano tanti Don Abbondio e il Pd non esiste più, sostituito da un partito centro-destrorso padronale, dominato da un Premier tanto caricaturale quanto pericolosissimo (anche perché ha quasi tutti i media dalla sua parte). Il delirio è tale per cui nelle consultazioni online vince Magalli. Una provocazione, ma neanche tanto: se la Boschi fa il ministro e Verdini il costituzionalista, Magalli assurge a Churchill. Temo un nome raggelante, tipo Amato, o un soprammobile renziano. I lettori del Fatto odiano il concetto di “male minore”, e fanno bene: ho però la sensazione che in una palude simile occorra turarsi il naso. Visto lo stato delle cose, perfino un nome come Prodi sarebbe quasi un successo. (Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2015)

L’impresa di Seppi, l’inciampo (clamoroso) di Roger

seppiSarà durissima, per gli assai convinti ultrà di Federer, accettare questa sconfitta. Difficile continuare a ripetere che lo svizzero sia “il più grande di sempre”, affermazione insensata come tutte quelle che mirano a paragonare campioni di epoche diverse, e giustificare poi questo rovescio – oltremodo clamoroso – con uno dei giocatori meno accattivanti del circuito. Andreas Seppi ha eliminato con merito il “Re” non in un torneo qualsiasi, ma agli Australian Open. Per certi versi lo Slam più bello, perché arriva a inizio anno quando i favoriti non sono al top e può accadere di tutto. Infatti, qui, si sono visti in finale Baghdatis e addirittura vincente Thomas Johansson. Lo stesso Wawrinka, un anno fa, ha vinto il suo unico Slam. A Melbourne può accadere. Come può accadere che, mentre Nadal si salva per miracolo dall’harakiri con il diversamente satanasso Smyczek, Seppi batta Federer dopo dieci sconfitte su dieci negli scontri diretti. Lo ha fatto in quattro set, 6-4 7-6 4-6 7-6, garantendosi gli ottavi. Il miglior risultato di un italiano, da queste parti, resta il quarto di finale di Cristiano Caratti. Era il 1991 e Caratti, come dimostrarono gli anni Schermata 2015-01-24 a 10.07.39successivi, non era un prescelto. Come non lo è Seppi, quasi 31enne di Caldaro orgogliosamente sprovvisto di eleganza e carisma. Grigio come pochi altri, ripetitivo e fatalmente noioso. Se non fosse italiano, nessuno qui ne parlerebbe. Per avere un tennista nostrano realmente performante occorrerebbe un mix complicato: la potenza e l’eleganza di Bolelli (che al turno precedente aveva tolto un set proprio a Federer), l’estemporaneità genialoide di Fognini (dissipatore di se stesso più di Canè) e l’abnegazione encomiabile di Seppi. Dalla natura non ha avuto molto talento, ma dalla carriera ha ottenuto tutto quello che poteva: si è issato due anni fa nei top 20 (18), ha vinto tre tornei e ieri Federer non gli ha regalato nulla. Molti diranno che lo svizzero è al tramonto, ma neanche due settimane fa ha conquistato l’ennesimo titolo (Brisbane). Federer non è finito, infatti nel 2014 ha raggiunto la finale a Wimbledon e vinto la Davis: semplicemente non è più imbattibile 3 set su 5 e si avvicina ai 34 anni. Fino agli Australian Open 2010, Federer aveva raggiunto 18 finali Slam su 19. Una cifra abnorme. Nei successivi 20 Slam, 3 “sole” finali (e una vittoria). Il tempo passa anche per i Re. E’ un risultato oggettivamente incredibile. Federer, negli ultimi undici anni a Melbourne, non era mai uscito prima delle semifinali. Per tornare a una sua eliminazione al terzo turno occorre risalire al 2001. Per i suoi fans è un’onta persino superiore al crollo con l’ucraino Stakhovsky a Wimbledon 2013. E’ vero che quella è l’erba di casa per Federer, ma è anche vero che Stakhovsky – una volta l’anno – gioca da fenomeno. Seppi, no: il suo è il trionfo del mediano, anzi del medianissimo. Il gregario di seconda fila che indovina la gara perfetta. Non l’unica, peraltro: in carriera ha già battuto top players, per esempio Nadal a Rotterdam. Oggi 46 al mondo, Seppi era già arrivato agli ottavi di Melbourne nel 2013. Lo stesso risultato ottenuto al Roland Garros 2012 e Wimbledon 2013. Lì si è sempre fermato. Adesso troverà Schermata 2015-01-24 a 10.07.18Kyrgios, molto più forte e divertente di lui ma anche più acerbo. Australiano e dunque idolo di casa, può far tornare il sorriso ai tifosi di casa – un tempo adusi al gran tennis – assieme al connazionale Tomic (pure lui agli ottavi). Kyrgios compirà 20 anni ad aprile, è numero 50 nel ranking e il mondo si è definitivamente accorto di lui quando, un anno fa negli ottavi a Wimbledon, ha impartito lezioni di tennis a Nadal. Issatosi nei quarti, perse da Raonic. E’ forse favorito, ma Kyrgios – come Tsonga, a cui somiglia non poco – è personaggio alla Mario Brega: la sua mano “può essere ferro o piuma”, e quando è piuma (nel senso di inconsistenza tattico-agonistica) può perdere con chiunque. L’altoatesino potrebbe approfittarne. Trovatosi a gestire quelle luci della ribalta che raramente ha meritato e mai cercato, ieri Seppi si guardava attorno con aria smarrita. Neanche lui pareva rendersi conto di quello che aveva combinato: è entrato nella storia e ha consegnato alla depressione i federeriani. Mica niente. (Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2015)

Italia, paese al contrario e non proprio in forma

Schermata 01-2457041 alle 10.40.24Il livello non proprio eccelso del paese Italia si capisce anche dai piccoli particolari. Si capisce guardando, e peggio ancora ascoltando, le Boschi e Picierno. Si capisce dalle reazioni piccate dei renziani a Cofferati (“Non sai perdere”: wow, che profonda elaborazione politica). Si capisce da un partito, teoricamente democratico, che reputa “valide” delle Primarie con 13 seggi irregolari accertati e 2 procure (tra cui una antimafia) che stanno ancora indagando: quasi a dire che il voto, anche se truccato, è
valido lo stesso perché il taroccamento è stato tenue. Garbato. Misurato. Un po’ come per l’evasione fiscale e la frode: okay, è un reato grave, ma se lo fai sotto il 3% è solo AMICONE-LUIGIuna svista innocente e chi se ne frega. Il livello non eccelso del paese Italia si capisce poi da Berlusconi che striglia Brunetta perché ha osato essere troppo antirenziano (in Italia funziona così: la norma è se l’opposizione vota a favore del governo, non viceversa). Si capisce da una “sinistra” che per vincere si è spostata così a destra che ormai persino uno come Fassina sembra quasi Trotzkij. Si capisce da un vicepresidente del Senato, tal Gasparri, che si chiede su Twitter – testuale – se Greta e Vanessa “hanno fatto sesso consenziente coi guerriglieri”. Si capisce da questo e molto, molto altro. Forse però si capisce ancora di più dalla baracconata milanese “pro-famiglia” durante la quale, all’acme dell’elaborazione intellettuale, alcuni esperti hanno così sentenziato: “Gli omosessuali vanno curati”. Un pensiero così becero e retrogrado che, negli ultimi anni, lo avevano teorizzato giusto noti filosofi contemporanei come Povia e Minnie. Vien poi da chiedersi, e me lo chiedo da eterosessuale fervente che dunque, in via teorica, dovrebbe essere reputato “normale” da cotanti soloni: “curati” per diventare come? Per arrivare dove? Per somigliare a chi? Ed è questo il bello (va be’): i “normali”, che esortano gli altri a farsi curare, sono Maroni, Adinolfi, Formigoni, Lupi e Amicone. Ve lo immaginate? Curarsi una vita intera, tra mille dolori e stenti, per poi guarire e ritrovarsi Maroni. Oppure Adinolfi. Oppure Formigoni. Oppure Lupi. O addirittura Amicone. Molto meglio restare “malati”.

Renzi, Bignardi e quelle “interviste” mai puntute

Schermata 01-2457039 alle 14.06.13Per la ripresa de Le invasioni barbariche, Daria Bignardi ha puntato sul presunto nuovo e sull’usato forse sicuro: Renzi. In passato era andata bene, soprattutto dopo le primarie perse con Bersani (una delle migliori prestazioni televisive di Renzi). Due sere fa, no: 3.82% e 830mila spettatori. La prima puntata di un anno fa, ancora con Renzi, aveva avuto 1268milioni. Una slavina, ancor più pensando alla presenza del Presidente del Consiglio. Il quale, da parte sua, non incide più come prima sugli ascolti. Forse perché vive in tivù, forse perché gli annunci hanno stancato e forse perché la rottamazione funzionava quando lui era un outsider ma non adesso: oggi Renzi è Premier e gli italiani, più che ottimismo, gradirebbero sentir parlare di soluzioni. E’ anche così che si spiega il flop. C’è poi un altro motivo: forse molti italiani si sono stancati di queste interviste che si rivelano piuttosto dei cinguettii d’amor. Quando Renzi è in tivù, la seconda domanda è spesso un miraggio e la prima un miracolo. La Bignardi non ha mai avuto velleità da giornalismo d’inchiesta e neanche ha mai nascosto il suo fervente renzismo: legittimo, solo che poi l’effetto melassa è inevitabile. Ogni tanto qualche domanda puntuta aiuterebbe. E Schermata 01-2457039 alle 14.07.44invece niente, perché “è solo intrattenimento” (la tesi anche di Fazio) e perché tutto è criticabile tranne Renzi. Mercoledì Le invasioni barbariche è diventato trending topic, a conferma di come spesso Twitter porti un po’ sfiga: dopo “piazze piene urne vuote”, ormai vale anche “Twitter pieno auditel vuoto”. Tra i molti tweet, qualche plauso e tante perplessità. Rosario Pellecchia (Radio 105): “Ciao, sono una domanda della Bignardi. Sono triste. Nessuno mi capisce”. Maice: “La Bignardi stasera ha preparato ‘Le linguine alla Leopolda’”. Il marito Luca Sofri, una delle menti del programma, pare in procinto di lavorare al nascente Minculpop renziano, un settimanale in coabitazione con noti sfollatori di lettori come Rocca e Menichini (solidarietà a Renzi). Così, prima che la Bignardi azzardasse con Fedez un surreale accostamento rapper-terrorismo ed evitasse pressoché del tutto l’argomento Renzi (di cui Fedez è oppositore), il colloquio con il Premier sembrava quello tra due vecchi amici al bar (“Sei dimagrito, porti le lenti, tua moglie è bellissima, non sei cattivo, come hai festeggiato i 40 anni. Due amanti? No. Bignardi e Renzi”: così Alessandro Usai). Curioso, poi, come la Bignardi abbia legittimamente chiesto al deputato 5 Stelle Di Battista se lo imbarazzasse avere un padre fascista, mentre non abbia ritenuto opportuno chiedere a Renzi se lo imbarazzi avere un padre indagato per bancarotta (“Dell’intervista a Renzi mi é piaciuta soprattutto la ficcante domanda della Bignardi sul padre, come con Di Battista”: così Alessandro Menabue). Ci sta che Bignardi e marito credano che Renzi sia il Salvatore. Sono in tanti a pensarlo. Ma ci sta pure che, di queste vagonate di melassa filogovernativa, molti spettatori ne abbiano abbastanza. (Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2015. Anche su Dagospia).

A proposito di Paita, Burlando e Liguria

ottomezzo 1Otto e mezzo, 12 gennaio 2015: il link.
“Faccio i miei complimenti all’assessore Paita per la “vittoria”. In un colpo solo ha sancito l’agonia delle Primarie e ha dimostrato una volta di più la vera natura del renzismo: non cambiamento, ma restaurazione e gattopardismo. Le primarie sono state sempre pilotate, non lo dico io ma lo dice il Pd. Lo diceva la Madia quando non era Ministro, lo diceva Morassut ex assessore nella giunta di Veltroni. E lo dice ora lo stesso Pd ligure. A levante e potente si sono visti ai seggi immigrati di ogni tipo, cinesi e marocchini, rom e sudamericani. L’assessore Paita ha ricevuto consensi bulgari, guarda caso, proprio nei centri del potere scajoliano. Per esempio ad Albenga e Albisola, dove c’era stato pochi giorni prima un “convegno” in cui il centrodestra esortava a votare proprio la Paita. Roba tipo 1000 voti su 1200. Sono Primarie che paiono falsate non meno di quelle in Campania nel 2011, con gli immigrati che dopo aver votato si guardavano in giro e chiedevano “Quand’è che ci pagate?”. Non lo dico io, che sono cattivo e gufo come quelli del Fatto: lo dice Cofferati e lo dice il Pd ligure, usando toni durissimi. Se fai le primarie “aperte” e incontrollate, è ovvio che poi vinci grazie ai voti della destra e degli immigrati, perché i teorici “rivali” hanno tutti gli interessi ad avere dall’altra parte un “avversario” gradito. Paradossalmente Genova, dove ha vinto Cofferati, è contata numericamente molto meno di città come La Spezia (feudo della Paita), Imperia (feudo di Scajola) e Savona, anche se la provincia genovese da sola conta più di metà popolazione ligure. La Paita dice che i suoi saranno anni rock, con questo linguaggio infantilmente adolescenziale tipico dei renziani, ma più che Jimi Hendrix per ora la sua vittoria mi ricorda Pupo e il principe Filiberto a Sanremo, sia per la qualità che per le votazioni chiacchierate. C’è poi l’aspetto più importante: quello della restaurazione. Non è la Paita a vincere ma Burlando, a cui la Paita è notoriamente molto vicina sul piano politico. La Paita è la faccia quasi nuova che permette al potere burlandian-scajoliano di continuare quello che ha combinato in questi decenni. Infatti la Paita è stata appoggiata da tutti tranne che dalla sinistra: dagli scajoliani, dai fascisti, da Vinai (Pdl vicino alla curia di Bagnasco), da Avogadro (ex senatore Lega già sindaco di Alassio), da Saso (ex An e ora Ncd, indagato per voto di scambio nell’inchiesta Maglio 3), da Minasso (Ncd, fotografato mentre festeggiava l’elezione del 2005 con esponenti di una famiglia al centro dell’indagine che porterà allo scioglimento del comune di Bordighera) e da Franco Orsi (sindaco di Albisola e scajoliano doc, uno che abbandonò le celebrazioni del 25 aprile durante il discorso di Scalfaro). Burlando ha già fatto capire che in Regione il Pd della Paita governerà con Ncd e Udc, partiti che peraltro neanche esistono quasi più, ma che ovviamente adesso chiedono qualcosa in cambio dopo avere appoggiato al Liguria. Siamo di fronte a una restaurazione in piena regola, che consegna i liguri alla stessa gente che per decenni ha offeso questa regione meravigliosa attraverso queste Primarie caricaturali. E c’è poi un conflitto di interessi gigantesco. La Paita, che in vita sua non ha praticamente mai lavorato e fa politica da sempre, è assessore alle Infrastrutture in Regione proprio come era accaduto al marito Merlo, casualmente anche presidente dell’area portuale di Genova. Un conflitto di interessi gigantesco. Il marito Merlo, peraltro, nel 2007 telefonava e mandava sms (chiedendo voti per l’amico Andrea Stretti, poi assessore alla Sanità a La Spezia) all’imprenditore Gino Mamone, oggi in carcere nell’ambito dell’inchiesta Albatros, con l’accusa di svariati reati (escort in cambio di appalti, gestione “sbagliata” dei fondi per l’alluvione eccetera, corruzione, etc.) e ritenuto in un’informativa della Guardia di Finanza (cito testualmente) “il punto di contatto tra il mondo politico e il mondo delle cosche calabresi”. Mamone è lo stesso che, al telefono nel 2013, diceva ad alcuni amici – quindi senza motivo di millantare – che “io a Burlandino gli faccio venire il cagotto”, lasciando intendere di conoscerlo bene e di poterlo addirittura condizionare. Le telefonate e il messaggio di Merlo, che non hanno rilevanza penale, rientrano nell’inchiesta Pandora del 2009. Merlo ha detto che al tempo non sapeva chi fosse Mamone e lo conoscesse appena, ma la Finanza parla nella sua Informativa di “ulteriore conferma della confidenza tra i due” e “si erano conosciuti molto prima”. C’è poi una segnalazione D.I.A, datata 2002 (cinque anni prima dei contatti tra Mamone e Merlo), che parla dei legami di Mamone con la cosca della ‘ndrangheta calabrese dei Mammoliti. Magari Merlo tutte queste non le sapeva, certo. E’ possibile. Se vince la Paita, e a questo punto vince di sicuro perché il centrodestra gli metterà contro Minnie o Pluto, vince Burlando. Vince la restaurazione, vince la cementificazione, vince quella politica ligure che in neanche 5 anni ha visto il Consiglio Regionale indagato nel 40% dei casi per spese pazze e con due vicepresidenti in galera (e la Paita non si è mai accorta di niente). Davvero, cari liguri, credete di non meritare di meglio?”.

Charlie Hebdo

charbDa due giorni provo a scrivere qualcosa sulla strage di Parigi, ma non mi viene. Credo dipenda da uno sgomento che, pur passando le ore, non se ne va. E’ una strage che colpisce tutti, ma ancora di più chi fa il giornalista e frequenta satira e satirici. L’idea che, in pochi attimi, venga brutalmente decapitato uno spazio così vivo culturalmente e così ricco di genialità, mi atterrisce. Non riesco a farmene una ragione. Ci sono poi altre cose, della vicenda, che mi fanno male. La prima è questa trasversale solidarietà di comodo: tutti a twittare #jesuischarlie, anche chi magari avrebbe strozzato con le sue mani Luttazzi o Grillo quando andavano in tivù. La seconda è questa idea terribile che “in fondo se la sono cercata, bastava non esagerare con quelle vignette”: lo ha scritto il Financial Times, lo pensano in tanti. La terza è l’ipocrisia mefitica di larga parte dei politici, che invocano la “libertà di satira” salvo però dimenticarsi le continue censure di cui sono stati protagonisti in prima persona. Dubito che avrei sentito le stesse parole se, al posto di Charbonnier e Wolinski, Cabu e Tignous, ci fossero stati Vauro e Vincino, Disegni e Altan. O magari le avrei sentite, ma sarebbero state ancora più intrise di falsità: la satira va bene, sì, ma solo se la fanno in Francia. La quarta cosa che mi fa male è il cavalcare la strage per ribadire gli sproloqui lividi sui musulmani e sugli immigrati, sulle guerre sante e sulle frontiere chiave. Usare i morti per fare propaganda politica: l’apoteosi dello squallore.

L’entusiasmante inizio 2015 di Renzi: salva Berlusconi, sbaglia i tweet e affossa Taranto

IMG_6243Matteo Renzi si è messo in testa di superare il suo maestro Silvio per bugie e indecenza. E – va detto – gli sta riuscendo. Per lui è stato un inizio d’anno spumeggiante. Prima il suo leggiadro (sic) volteggiare sulle nevi di Courmayeur, con quella grazia (sob) trasversalmente lodata da non pochi media italiani. Poi la norma salva-papà, laddove la parola “papà” allude a Silvio ma volendo forse anche ad altro: “Non so chi l’ha messa”, “Ah sì l’ho messa io, però ora la cambio”. Un balletto mediamente mesto, per lui ma più che altro per la democrazia italiana, già di per sé moribonda. E’ ovvio che Renzi vuole tenere sulla corda il maestro Silvio: se fa il bravo per la lotta al Quirinale lascia la norma, altrimenti la toglie. E in ogni caso la delirante soglia per la non punibilità (leggi: condono) per gli evasori finali scenderebbe dal 3% attuale all’1.8% dell’imponibile: ma Berlusconi verrebbe comunque salvato, a meno che non venga esclusa la frode fiscale. L’inizio d’anno renziano è impreziosito dall’ulteriore figura da bischero su Twitter, il suo terreno preferito: quando si è costretti a essere brevi, la mancanza di contenuti si nota di meno.Dimenticandosi di fare il log out (operazione notoriamente assai complessa) dal profilo ufficiale del Sire, tal Franco Bellacci detto “Franchino” ha pensato bene di utilizzare l’account presidenziale per litigare con uno juventino durante Udinese-Roma. Il tweet è stato cancellato, la figuraccia è rimasta. Per la cronaca, e per quegli ignoranti disfattisti che osano non conoscerlo, tal Bellacci è uno dei membri del Giglio magico (va be’) e segue Renzi ovunque: si occupa dei social (complimenti), delle mail e soprattutto della “piega delle camicie presidenziali”. Roba forte. Se quest’ultima è però sostanzialmente una sciocchezza, non lo è l’altro capolavoro renziano d’inizio 2015: il cosiddetto decreto “Salva Ilva”. Come e più di Monti e Letta, Renzi –  lo stesso che dopo l’alluvione di Genova prometteva una rigorosissima politica ambientale – assesta un ulteriore colpo alla città di Taranto garantendo impunità al futuro commissario (così i magistrati non potranno opporsi), riducendo le bonifiche all’80% (escludendo gli interventi anti-cancro) e promettendo 2 miliardi (ne servirebbero 8) ben sapendo che non ci sono neanche quelli (1,2 è quello di Riva, ma è bloccato in Svizzera: al momento ci sono solo 486 milioni, stanziati peraltro dai governi precedenti). Nel suo reportage sul Fatto, Carlo Di Foggia ricorda come “più che sottostimarli, il decreto sembra ostacolare i due più importanti paletti a a tutela della salute”. Con il risultato raggelante che “in caso di non applicazione delle prescrizioni sarebbero a rischio cancro 25mila persone, che in caso di piena applicazione si ridurrebbe solo del 50%”. Angelo Bonelli, leader dei Verdi, parla espressamente di “un condono ambientale pazzesco, un ritorno al feudalesimo”. Come ha scritto Bruno Tinti ancora sul Fatto, “calpestano la carta e usano i morti”. Tutto questo, però, a parte dell’informazione piace: Renzi ha sempre ragione, e quando inavvertitamente sbaglia – smascherato dai soliti gufi – non è tanto un errore quanto una “svista”. E’ tutta gente che, quando c’era Berlusconi al Governo, fingeva di stare sulle barricate. E’ tutta gente che, se trovasse la moglie a letto con Renzi, lo giustificherebbe anche in quel caso. Asserendo, magari, che la copula è per il loro bene, poiché garantirebbe al paese una nuova generazione di renzini senza macchia e senza paura.