Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
dicembre: 2014
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La coerenza garbata di Mango

mango1C’è qualcosa di brutalmente cinico e di particolarmente sadico nella scomparsa di Mango, e non è solo la giovane età (appena sessantenne). La sua è stata una carriera a volte sottotraccia, inseguendo una strada personale e mai scontata. Possibilmente poco battuta, e pazienza se negli anni gli spettatori erano un po’ scesi. Poi, in quello che sembrava un concerto come tanti, per giunta vicino casa e per beneficenza, la morte sul palco. Con lo spettacolo quasi finito. Poco prima di attaccare una delle canzoni più note, “Oro”, che – per quei paradossi che ne hanno spesso lambito il percorso – è forse più famosa per essere stata il contrappunto di Gerry Scotti in uno spot che non per la sua bellezza. Mango, all’anagrafe Giuseppe Mango e alla Siae Pino Mango, si stava esibendo domenica sera al Pala Ercole di Policoro (Matera). Nella sua Basilicata, non troppo distante dal luogo in cui era nato il 6 novembre mango21954 (Lagonegro, Potenza). Era seduto davanti al piano. Stava per cantare “Oro”, che prima di essere scritta da Mogol si intitolava “Mama Woodoo” e aveva per testo le parole del fratello Armando. Mango ha detto “Scusate”, ha alzato il braccio e chiesto aiuto. E’ arrivato lo staff, lui si è accasciato e non ha più ripreso conoscenza. E’ morto prima di arrivare in ospedale. Infarto. Purtroppo, su Youtube, il video del suo malore non manca (anzi ha già tante visualizzazioni). La mattina successiva, durante la veglia funebre, nella villa del cantante è morto anche il fratello maggiore Giovanni. Pare sempre per infarto. La notizia ha cominciato a circolare rapida e, come spesso capita, il cordoglio si è rivelato superiore a quella che in vita pareva essere la fama effettiva di Mango. Nel 2014 aveva inciso il suo 21esimo disco, “L’amore è invisibile”, interamente di cover come “Acchiappanuvole” del 2008. Pochi giorni fa era gravitato a RadioDue, ospite di Giovanni Veronesi e Massimo Cervelli a “Non è un paese per giovani”. Aveva scherzato, forse neanche troppo, sul fatto che questo tour lo stesse stancando. Aveva giocato sui neri per caso blue note 2008 elio e le storie tese rolling stones 2008dieci chili presi negli ultimi mesi e si era nuovamente divertito a sottolineare come l’idea di “rockstar” fosse puramente aleatoria: un luogo comune. Mango ha realizzato canzoni molto belle e brani per nulla indimenticabili, ma non ha mai smarrito un’idea molto personale e mai tronfia di musica. E’ stato un artista molto mediterraneo e poco italiano. Tra i suoi artisti amati non c’erano quasi mai connazionali e, quando già cantava a 7 anni, sceglieva Aretha Franklin e Led Zeppelin. Ha vissuto l’apice del successo nella seconda metà degli Ottanta e nella prima dei Novanta, ma anche le sue opere più recenti raggiungevano il disco d’oro. Chi lo amava ha aspettato buone notizie, mai arrivate, dall’ospedale dopo il malore. Chi non l’ha mai amato granché gli ha però sempre riconosciuto il talento evidente, l’originalità apprezzabile e la vocalità rara. La sua cifra principale è stata la coerenza, garbata ma ostinata: il desiderio non barattabile di realizzare la musica che gli piaceva. Qualcuno l’ha chiamata “pop mediterraneo”, che è una definizione meno sbagliata di altre. Nel 1985 vinse a Sanremo il Premio della Critica Nuove Proposte con “Il viaggio”, l’anno successivo arrivò appena 15esimo tra i Big ma la canzone che eseguì (“Lei verrà”) non sarebbe stata dimenticata. mango3A inizio carriera, appena ventenne, c’era anche lui nella RCA dei fenomeni. Le prime a notarlo furono Patty Pravo e Mia Martini. Un’altra signora della musica, Mara Maionchi, amò un suo provino e lo volle alla Fonit. Lì conobbe Mogol, con cui avrebbe scritto “Oro” e non solo quella. Con Lucio Dalla ha realizzato “Bella d’estate”, con Franco Battiato ha duettato “La stagione dell’amore”. E poi Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Mietta, la partecipazione al brano Domani 21/04/2009 per il terremoto in Abruzzo, il sodalizio con Pasquale Panella e i tanti musicisti di fama internazionale felici di suonare per lui. Non pochi artisti eclettici sono stati eternati da “sole” tre o quattro canzoni: in realtà avevano molte più storie da dire, e spesso le hanno dette, ma non tutti erano disposti ad ascoltarli. Mango si cimentava spesso con le canzoni altrui perché era un interprete sopraffino, lo dimostrò anche al Festival Gaber. Recentemente era stato preso in giro dal Terzo Segreto di Satira, che aveva scelto una sua canzone (La rondine) come colonna sonora “sbagliata” di una notte di sesso. La musica è piena di artisti scomparsi sul palco, dal sassofonista Feiez (Elio e le Storie Tese) al trombettista Lee Morgan, dal cantante Judge Dread a Johnny “Guitar” Watson. Gaetano Curreri, leader degli Stadio, è sopravvissuto a un ictus durante un concerto. E Ivan Graziani, che in Mango ha creduto prima di altri, amava ripetere che “un chitarrista deve morire sul palco, davanti alla sua gente”. Mango lo ha fatto davvero. E adesso manca più di quanto tutti, lui per primo, avrebbero immaginato. (Il Fatto Quotidiano, 9 dicembre 2014)

Maurizio Sarri: “A sinistra e con l’acqua alla gola”

sarri-empoli“Saremo sempre con l’acqua alla gola”. Maurizio Sarri, 56 anni a gennaio, fuma nel suo piccolo studio dentro lo Stadio Castellani. “Per salvarci dovremo stare tutto il tempo in punta di piedi. Siamo partiti bene, ma ci manca qualche punto. La società mi ha scelto per crescere giovani e portare avanti un progetto. Non mi mette fretta e ad Empoli esiste ancora il concetto di appartenenza”.
Brocchi dice che lei è uno dei tecnici più preparati d’Italia, ma che il suo limite potrebbe essere la gestione di un gruppo con big e primedonne.
Ha detto una cosa molto intelligente. Anch’io mi chiedo se sarei in grado di allenare una grande squadra. Esigo molto lavoro e abnegazione: un giovane lo accetta, qualche star no.
Eppure lei ha sostenuto di conoscere il modo per far rigare dritto Balotelli.
Non ho detto esattamente questo. Se avessi Balotelli, gli chiederei: “Sei sicuro di avere ottenuto tutto quello che potevi?”. Se si accontenta così, nulla da dire. Se invece accetta di mettersi in discussione e lavorare tante, a quel punto sì che può migliorare.
Zenga: “C’è chi nasce con la camicia e chi ogni giorno deve comprarsela. Sarri appartiene alla seconda categoria, come me”.
E’ normale che uno come me debba sudarsi ogni traguardo, è più strano che capiti a lui. Forse si è fatto qualche nemico e paga il luogo comune del portiere che non può essere un grande allenatore. I luoghi comuni non sono mai sinonimo di intelligenza e il calcio ne è pieno.
Anche lei è stato appesantito da molti luoghi comuni.
Per esempio la storia dell’impiegato in banca. Mi occupavo per il Montepaschi di transazioni. Non ho giocato ad alti livelli e molti hanno creduto che fossi uno sprovveduto.
Perché non ha fatto carriera come calciatore?
Ero un difensore roccioso e di carattere, ma con poco talento. Giocavo nella Figline. A 19 anni mi voleva il Montevarchi, ma il Figline chiese 50 milioni: troppi. Arrivò il Pontedera, mi piccai e rifiutai: uno sbaglio, perché loro salirono in C1. Rimasi a Figline e mi spaccai tutto: addio carriera, ma non sarei andato lontano comunque. Non ho rimpianti e in fondo ero già allenatore a 16 anni.
Addirittura.
Giocavo negli Allievi. Il nomaurizio-sarristro allenatore, il giorno della partita, non si presenta perché in rotta con la società. Io dico ai compagni che si gioca comunque: scrivo le liste, metto l’autista come dirigente accompagnatore, faccio l’allenatore-giocatore e vinciamo in trasferta. Il giorno dopo l’allenatore tornò: “Non mi dimetto più, resto per voi”.
Dicono che lei abbia almeno 33 schemi.
Una diceria nata quando allenavo la Sansovino. Ci rimasi tre anni e gli schemi ovviamente si sommarono. Un giocatore, in una intervista, parlò di 33 schemi e ancora mi porto dietro questa cosa. In realtà sono 4-5 a partita, come tutti.
Cosa scrive in quel taccuino durante le partite?
Scrivo per due motivi. Prendo appunti per fissare quelle quattro cose da dire nell’intervallo e mi segno i minuti chiave per accorciare i tempi in fase di montaggio quando riguardiamo le partite. Tra allenamenti, video e letture, studio tattica fino a 13 ore al giorno. Comunque anche Mourinho e Van Gaal scrivono di continuo, mica solo io.
Di Francesco è zemaniano. Lei?
Non ho un allenatore specifico a cui ispirarmi. Zeman mi piace, ma mi piaceva anche lo Spalletti della Roma. Come percorso umano somiglio invece a Ulivieri. Zeman è quello che più caratterizza le squadre e riesce a far segnare chiunque. Certo, a volte attacca in 7-8. Dice che l’importante è fare un gol in più degli altri e idealmente ha ragione. In Italia, però, negli ultimi 50 anni la serie A è stata vinta quasi sempre dalla miglior difesa.
Il calcio italiano è malato. Cure?
Investire sugli stadi, quasi tutti vecchi, e sui terreni: perché abbiamo campi orrendi nonostante il nostro clima? Esistono poi generazioni più forti e più deboli: questa è più debole. E si punta troppo sugli stranieri anche nelle giovanili. Ecco perché Valdifiori arriva in Serie A solo a 28 anni e Croce a 32.
IMG_8217Conte se l’è presa con i club perché non aiutano la Nazionale.
Non era certo una situazione imprevedibile per lui e l’aiuto deve essere reciproco. Non parlo nello specifico di Conte, ma due settimane fa la mia rosa è stata utilizzata da 7 nazionali. Ce ne fosse stato uno, dico uno, che mi ha fatto una telefonata.
Ha rimpianti in carriera?
Verona e Perugia. Forse ho trasmesso cupezza e negatività. Ho un carattere forte e devi imparare a dosare la rabbia. Con la Juve abbiamo retto bene 62 minuti, poi Pirlo ha segnato tirando male una punizione che è passata grazie a uno dei nostri. Si è abbassato in barriera. Il primo istinto è spaccare tutto. Ma quel ragazzo ha 19 anni, devi preservarlo e non traumatizzarlo: così entri nello spogliatoio, tiri due “bestemmioni” ma poi gli dai una pacca sulla spalla.
Quando la intervistano nei post-partita sembra un ufo.
(sorride) Credo che molti miei colleghi si “abbassino” di proposito. Dicono frasi un po’ scontate per adeguarsi al contesto e non passare per pedanti. Anch’io all’inizio ci provo, ma già alla seconda domanda mi torna la voglia di parlare di tattica.
Lei legge molto: Bukowski, Fante, Vargas Llosa.
Mi piace andare per biblioteche, annusare la carta, guardare le quarte di copertina. La musica non riesco ad amarla, ma senza libri non saprei stare.
Non pare amare granché neanche Renzi.
Mi fa paura che si distrugga l’articolo 18 nell’indifferenza pressoché generale. Sono nato a Napoli ma sono di Figline Valdarno, due passi da Rignano. Renzi mi pare uno che fa le stesse cose di Berlusconi, o quasi. Mio nonno era partigiano e mio padre operaio: come faccio a votare Renzi? Però neanche voto 5 Stelle: non ce la faccio.
Magari aspetta Landini.
Diciamo che, se facesse politica, lo ascolterei con attenzione. Una volta ero in volo con una mia squadra. Vedo Franceschini. Mi alzo e gli siedo accanto. Gli chiedo: “Senti, mi spieghi una cosa. Com’è che in Italia la sinistra non fa mai una cosa normale”?
E Franceschini?
Mi ha detto che, in effetti, avevo ragione.
(Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2014)

Tivù, M5S, fuorionda, travi e pagliuzze

artini-renzi-piazza-pulitaIeri ho visto un po’ di Piazzapulita. Dovevo essere ospite anch’io ma – per vari motivi – ho declinato. Per più di un’ora si è parlato, riparlato e riparlato ancora di democrazia interna & 5 Stelle. Un tema che Formigli ha cavalcato prima di altri e che, non meno di Telese, lo esalta da sempre. Più che legittimo: è un argomento reale, di cui è giusto eccome discutere. Dopo una lunga intervista a Pizzarotti, in cui il sindaco di Parma ha – volutamente – parlato tanto e detto pochissimo; e dopo i fuorionda decisamente disinvolti di Artini e Villarosa, con tanto di special guest Matteo Renzi, che ovviamente si è buttato a pesce (cioè balenottero) sull’ex 5 Stelle suo compaesano, proprio come fece Letta con le esilaranti Gambaro e De Pin; dicevo, dopo tutto questo, che è andato avanti per ore, contrappuntate da avvincenti disamine sui massimi sistemi della Sora Parietti, d’un tratto sono arrivati – come fosse una cosa normale – Biancofiore, Beccalossi e Salvini. E lì, una volta di più, mi è venuto mestamente da sorridere. Perché? Perché il giornalismo italiano corre sempre il rischio (rischio?) di parlare tantissimo delle pagliuzze 5 Stelle e pochissimo delle travi che avviliscono da almeno due decenni la democrazia italiana. Mentre giornali e tivù tratteggiano tal Pinna come novella Solzenicyn, le Biancofiore e Beccalossi riscrivono la Costituzione, i Salvini fomentano l’odio e i Renzi flirtano alla luce del sole con Berlusconi. I 5 Stelle hanno mille colpe, e sono bravi a sabotarsi da soli, ma mi pare che al governo non siano mai stati, che non abbiano indagati tra le loro fila e che tutto sommato il loro programma (spesso discutibile) lo rispettino. Dunque, anche a volergli male, le loro colpe non sono né mai saranno paragonabili a chi nel frattempo ci ha condotto nella melma attuale. Il giornalismo italiano è oggi instancabile nel pungolare i 5 Stelle. Giusto. Se però avesse impiegato anche solo 1/10 di questo impegno per smascherare negli ultimi 20 anni la peggiore classe politica d’Europa, forse non saremmo messi come siamo.

P.S. Quando Berlusconi cercava di portare dalla sua parte i Razzi & Scilipoti, la chiamavano “operazione disonesta”; se lo fa Renzi, la definiscono “abile mossa di scouting”. Forte, eh?

M5S, espulsioni e cospirazioni

“Deputato Artini, tu stai dicendo sostanzialmente che il Movimento 5 Stelle è un grande inganno, una immensa operazione di marketing, che Grillo e Casaleggio sono geni del male che hanno abbindolato quasi 9 milioni di italiani alle Politiche 2013 e che in Parlamento ci sono o dei servi sciocchi della Casaleggio Associati o dei mezzi babbei che non si sono accorti di nulla. Stai dicendo che a Grillo interessano solo i clic del blog e dunque, per lui, va tutto bene. Ne prendo atto, se lo pensi fai bene a dirlo. E’ la tua versione e avrai le prove per sostenerlo. Permettimi però di farti notare due cose: la prima è che è quantomeno sospetto che tu ti sia accorto di tutto questo dopo quasi due anni dalla tua elezione a deputato. Grillo e Casaleggio erano gli stessi anche nel 2012 e 2013, no? Come facevi a stare nel M5S se ne hai una simile opinione? La seconda è che non vorrei vederti, tra qualche mese, come una Gambaro, una De Pin, immagino una Pinna o un Orellana qualsiasi. Tutte persone che somigliano più a Razzi che a Solzenicyn. Tutte persone che, dopo l’espulsione, sono diventate puntualmente stampelle di Renzi e del Governo, dando dunque ragione a chi le aveva espulse e torto a chi come me in alcuni casi (Orellana) le aveva in qualche modo difese. Che poi l’espulsione in sé sia un mezzo inquietante, siamo d’accordo. Tutti regali a Renzi, a Salvini e alla stampa che odia il Movimento. Oltretutto nel tuo caso neanche hanno seguito la procedura corretta, prima l’assemblea e poi il voto della Rete (con te hanno fatto il contrario). Il solito masochismo. Vorrei però dire un’ultima cosa. Nei precedenti interventi, da te e dal professor Canfora, Grillo è stato paragonato a Nerone, a Stalin, al Direttorio fascista e a quello della Rivoluzione francese cui pose fine Napoleone. Mi pare appena eccessivo: sbaglierò, ma per me Grillo è una persona onesta. Una persona che sbaglia spesso, soprattutto ultimamente, e che ha le sue responsabilità nella crisi attuale del Movimento. Va criticato, eccome. Ma resta una persona onesta e sinceramente appassionata. Alla teoria che sia tutto un inganno ordito da lui e Casaleggio, perdonami, non credo. Ci sono senatori e deputati M5S di cui ho stima, come ho stima di molte loro battaglie. E a prescindere da Grillo o Casaleggio, se salterà l’unica opposizione reale a Renzi e se imploderà l’unica alternativa democratica alla rabbia lepenista di Salvini, be’ per me non sarà una buona notizia per la democrazia italiana”.
(Otto e mezzo, 28 novembre 2014. Scambio integrale, serrato ma garbato, con l’ex deputato M5S Artini).

Il fascino discreto del fumetto italiano

zagorNon senza un’affascinante stranezza, e per certi versi inspiegabilmente, il fumetto italiano resiste. Nell’era della post-modernità, dove tutto è liquido e leggero, rapido e possibilmente impalpabile, l’arte più dichiaratamente anacronistica mantiene il suo fascino. Com’è possibile? Per certi versi, sarebbe come se gli italiani si ostinassero ad ascoltare musica solo e soltanto in vinile. Un approccio ben diverso da quello reale. Eppure, con il passare degli anni, anche il vinile ha ritrovato fascino. Conquistandosi la sua nicchia di mercato. Il fumetto italiano, di fatto, il fascino non lo ha mai smarrito. Certo, alcune testate hanno dovuto chiudere e nel frattempo i prezzi sono aumentati. Uno Zagor mensile inedito costa 3.20 euro, il quadrimestrale Agenzia Alfa 6.80 Euro. La crisi c’è anche qui. Il fumetto però sopravvive, nonostante l’agonia di tutto ciò che è cartaceo e nonostante la palese “antichità” di qualcosa che non può né mai vorrà essere “al passo coi tempi”. Dopo i fasti degli Anni Ottanta e Novanta, cerniera temporale che ha visto nascere alcune testate mitiche (Martin Mystere, Dylan Dog, Nathan Never), a metà Duemila il riflusso pareva inesorabile. Eroi e antieroi sono caduti come birilli: il poliziotto Nick Raider, l’inquieto Lazarus Ledd (edito da Star Comics, nel 2015 uscirà un albo eccezionale che chiuderà la saga), Magico Vento (attualmente ristampato). Pubblicazioni mensile sono diventate bimestrali (Martin Mystere). Il settore, però, ha tenuto. E anzi si è moltiplicato. La martinmysterediversificazione è uno degli abracadabra adottati dalla Sergio Bonelli Editore: se la crisi morde, l’unico modo per dribblarla non è nascondersi bensì intensificare uscite e progetti. Ogni mese, ma più che altro ogni settimana, le edicole vengono invase dai “bonellidi”, i fumetti con il formato eternato dalla Bonelli. Serie eterne e autoconclusive (lo “zombie buono” Lukas, serie di 24 episodi). Biografie sui generis (Caravaggio) e nuovi arrivati che raccontano l’Africa del 19esimo secolo (Adam Wild, ideato dall’ottimo Gianfranco Manfredi, ex cantautore e già inventore di Magico Vento). Quali sono i motivi di questo successo? In primo luogo la qualità di autori e disegnatori: la scuola italiana ha poco da invidiare alle altre e occorre talento autentico per avere (almeno) una buona idea ogni mese. E’ poi verosimile che, per una strana alleanza tra carta e piccolo schermo, l’esplosione delle serie tivù abbia – per rimbalzo, per osmosi – contribuito a far riscoprire anche la serialità del fumetto. Quasi che, nell’era attuale, il disimpegno dovesse essere a puntate e non bruciarsi in un attimo. Tanto nel dramma quanto nell’avventura, tanto nel giallo quanto nell’horror. Il fumetto italiano, bonellide e non solo (si pensi all’autoprodotto Lady Mafia), abbraccia ogni genere. Talora ha la pretesa encomiabile di denunciare (le graphic novel di Beccogiallo) e più spesso costituisce una evasione intelligente. Adatta a tutti i gusti. Vuoi l’horror che non ha imbarazzo nel commuovere e commuoversi? C’è Dylan Dog. Vuoi l’horror cinico, alla Walking Dead o Revenants? Ecco Lukas. Hai appena visto Interstellar di Nolan? Molte cose le trovavi già in Nathan Never (e prim’ancora in Isaac Asimov e Stanley Kubrick). Sei un nostalgico di Indiana Jones e non ne puoi più di Voyager e derivati? Il buon vecchio zio Martyn Mistere è sempre lì. Il fumetto pare poi l’unica arte disposta a dare ancora spazio all’avventura: quella pura, quella per cui il West non è mai morto. Tex Willer è nato nel 1948, ma non è mica invecchiato. E così Zagor, nato nel 1961 e mai così in forma (il livello della produzione, da tre anni a questa parte, sta toccando vette rare). Il fascino del fumetto si è tramandato di generazione in generazione: piaceva a quella di Francesco Guccini, un appassionato del genere, e a quella Luciano Ligabue, che infatti citava Zagor nel primo disco del 1990. Piace però anche a molti ventenni attuali, che affollano le tante mostre e rassegne. Ad aiutare questa longevità inattesa ha contribuito anche la possibilità, tipica del fumetto, di poter essere ostinatamente anacronistico: di fregarsene degli aggiornamenti. Lo stesso restyling di Dylan Dog, dopo 28 anni di immutabilità, non si è certo rivelato brutale. Non solo: consapevole che il rischio di inceppare un giocattolo pressoché perfetto fosse alto, la Bonelli ha deciso di mantenere una collana “Old Boy”, all’interno della quale Dylan Dog è ancora senza cellulare e l’ispettore Bloch non è andato in pensione. Né mai ci andrà. Ulteriore forza dei “bonellidi” sono le spalle: non è soltanto il protagonista a funzionare ma anche l’amico fedele e spesso bizzarro (Groucho, Cico, Kit Carson, Java). Longevo e variegato, ispirato e anacronistico, seriale e pressoché immortale, il fumetto italiano è una macchina del tempo arrugginita come la De Lorean di Ritorno al futuro. Solo che, più spesso, preferisce tornare al passato. Quasi mai al presente. Ogni tavola è una piccola madeleine di carta, in grado di regalarti ogni volta l’incanto di una mezzora con molti sogni e pochi patemi. (Il Fatto Quotidiano, 22 novembre 2014).

Poveri cantautori, ieri “profeti” e oggi marginali

faberE’ inesatto sostenere che la canzone d’autore italiana sia morta, ma è altrettanto errato negarne l’attuale marginalità. I motivi della crisi sono sostanzialmente tre. Il primo è l’implosione della discografia, che ha travolto anzitutto quegli artisti che richiedono un ascolto più attento. Nell’era della musica liquida, il cantautorato “classico” appare oltremodo anacronistico: poco accattivante, troppo impegnativo. Ivano Fossati, che ha abbandonato dischi e concerti ma che continua a scrivere, si diverte oggi anche per questo a donare canzoni inedite non agli epigoni dei De André ma a chi è dichiaratamente pop quando non  “poppissimo” (Pausini, Mengoni, Ferro, Giorgia, Canzian). Il secondo motivo ha a che fare con la fatale irripetibilità di alcuni talenti. Congiunzioni astrali e congiunture sociali hanno permesso che, tra i Trenta e i Quaranta, fiorissero figure che nulla hanno da invidiare ai giganti francesi e americani: Gaber, De André, Tenco, Guccini, Jannacci, Conte, Ciampi, Endrigo, Paoli. Eccetera. Anche la seconda metà dei Quaranta e tutti i Cinquanta hanno regalato cantautori rari, da De Gregori allo stesso Fossati. Alla fine degli Anni Settanta la casa discografica Rca pullulava di genietti e geniacci: la meglio gioventù del cantautorato. Un tempo che oggi pare sideralmente lontano, anche perché nel frattempo la discografia non può più permettersi di aspettare l’esplosione commerciale di un talento in nuce (Lucio Dalla conobbe il successo vero al settimo album; oggi uno come lui sarebbe stato buttato via dopo il primo flop). Gli ultimi cantautori più o meno canonici sono nati a fine Sessanta e nei Settanta: Bersani, Silvestri, Fabi, Gazzé, Casale, Cristicchi. Sintomatico il percorso di Caparezza, che per trovare la strada del pieno riscontro commerciale ha dovuto abbracciare un ibrido tutto suo: l’apparente cazzeggio, che cela messaggi spesso incendiari. Una sorta di Rino Gaetano 2.0. Il caso ispirato e anomalo di Caparezza aiuta a introdurre il terzo motivo della crisi dei cantautori: non hanno più un ruolo centrale nella società. Non sono più né fari né guru. Non generano quasi mai dipendenza e appartenenza. Edoardo Bennato, che nei Settanta ha toccato vette inaudite, ironizzava giustamente sul cantautore che non sbaglia mai perché è “onesto e senza macchia”. Sapeva bene come da un cantautore, in quel decennio, non si cercasse intrattenimento bensì risposte: istruzioni, indicazioni. Il cantautore caparezzaera il profeta, era il fratello maggiore che dettava la linea. Se osava andare laddove nessuno aveva immaginato, veniva contestato: lo sapeva bene Gaber, massacrato in Polli di allevamento perché osava gridare di non essere più “compagno né femministaiolo militante”; e lo ricorda nitidamente De Gregori, addirittura processato sul palco da un manipolo di duropuristi incazzosi. Oggi, se un cantautore “tradisce”, non interessa praticamente a nessuno. Sia perché il cantautorepost-contemporaneo suole spesso preferire il privato all’invettiva, e dunque si disinnesca da sé, sia perché la sua figura è prossima all’irrilevanza. Se è troppo nuovo viene comunque stracciato in successo dai rapper, per certi versi i nuovi cantautori; se è troppo vecchio, cioè vicinissimo alle ricette del cantastorie, annoia mortalmente. L’Italia è piena di giovani musicisti di qualità e molti di loro firmano testi e musiche. Dunque sono a tutti gli effetti cantautori. Il Pan Del Diavolo, Filippo Graziani, eccetera. Nel frattempo però è cambiato tutto. A una velocità tale che, spesso, se n’è andato anche il pubblico. (Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2014)

Il fascino irresistibile (e cattivo) delle serie tivù

breakNon è soltanto la qualità di interpretazioni e sceneggiature a spiegare il successo delle serie tivù. C’è anche lo sdoganamento definitivo, talora quasi ostentato, del politicamente scorretto. In Italia, fatte salve lodevoli eccezioni come Romanzo Criminale e Gomorra, impera ancora la fiction buonista: la storia edificante, tanto improbabile quanto rassicurante. Negli Stati Uniti, e non solo lì, al centro della scena c’è invece il cattivo così respingente da risultare fatalmente affascinante. L’esempio più facile è House of Cards, che il Presidente del Consiglio Renzi ha detto di utilizzare quasi come vademecum strategico (non un bel segnale per l’Italia: il protagonista, Frank Underwood, è una carogna senza pari). Ci sono però tanti altri casi. In primo luogo, la serie tivù – quella migliore – ha saputo giocare da sempre sul chiaroscuro: sul buono che non lo è mai fino in fondo, sul cattivo che non lo è mai interamente. Sin da Twin Peaks, apripista della nuova narrazione sul piccolo schermo, è il dubbio a caratterizzare la storia. La sfumatura, il non detto. A colpire lo spettatore non sono tanto i personaggi manifestamente positivi, quanto chi è sfaccettato e possibilmente inquietante. Di Lost, altra serie-mito, ammaliava più di tutti l’ineffabile Ben Linus, capace di passare dal gesto più atroce all’apertura meno prevedibile. Non è soltanto il fascino del male, quanto la capacità di raccontare – avvincendo, alimentando l’immedesimazione, creando dipendenza – l’ineluttabilità della immoralità latente. L’errore quotidiano, l’inciampo esistenziale. La tentazione, la corruzione: la naturale corruttibilità dell’animo longmireumano, che conduce allo sbaglio destinato a macerarti in eterno. Fino a trasformare il personaggio in una “gramigna umana” che uccide tutto ciò che tocca, anzitutto ciò che più ha di caro. Quel che accade a Jack Bauer, protagonista di 24 (nove stagioni), che ha coinciso con un ulteriore innalzamento dell’asticella qualitativa. Col passare degli anni la serie è diventata sempre meno autoconclusiva (CSI, Dottor House) e sempre più profetica. In grado non solo di raccontare, ma anche di prevedere la realtà: quando in 24 comparve un presidente di colore sembrò un azzardo, poi però Barack Obama è stato eletto davvero. Oggi la serie tivù  si configura come un mega-romanzo a puntate, con l’ambizione neanche troppo latente dell’epica. Ulteriori step hanno coinciso con l’arrivo di serie spesso partite in sordina e divenute giustamente di culto. In molte di esse fatichi a trovare personaggi minimamente edificanti, a meno che non sia da ritenersi lodevole il personaggio che ha ucciso “soltanto” tre persone a fronte della media di 20 dei compari (The Shield, Sons of Anarchy). Sono racconti impietosi, che eternano un presente irrimediabilmente compromesso e naturalmente apocalittico, con pochi martiri e troppi carnefici (talora inconsapevoli). A salvarli, e neanche sempre, antieroi scarsamente convinti che la redenzione sia possibile: non c’erano eroi in Revolution, evaporata dopo due stagioni, se non qualche sopravvissuto fatalmente incarognito da un black-out definitivo che – più che togliere luce – aveva spento il senso della morale sul pianeta Terra. Il collante, anche lì, non era tanto la trama quanto le costanti macerazioni del cattivo (con risvolti buoni) Sebastian “Bass” Monroe e del buono (con propaggini efferate) Miles Matheson. Talora gli Stati Uniti si guardano alle spalle, pure in quel caso per ribadire che il male è irredimibile: nessuno si salva in Heel on Wheels, saga sulla nascita della ferrovia dopo la Guerra di Secessione. Il peccato c’era anche allora, c’è sempre stato e sempre ci sarà. La serie tivù è uno specchio che mostra il marcio: indugia su di esso con sapienza e sadismo. Chi ancora coltiva un barlume di disillusione tenera è fuorimoda e viene stoppato dopo tre stagioni: chiedere agli autori del lodevole trueLongmire, silenziati dalla produzione perché l’opera piaceva agli over 45 ma non ai più giovani e dunque era poco vendibile. I capolavori più manifesti degli ultimi anni sono stati Homeland, True Detective, Breaking Bad e Rectify. Cosa li caratterizza? Il livello sovrumano degli attori, la qualità rara della scrittura. E la sostanziale assenza di anime salve. Ogni redenzione è negata, come pure ogni catarsi. La tivù ha regalato poche figure strepitose come il supremo Heisenberg di Breaking Bad, eppure era un produttore di metanfetamina divenuto strada facendo omicida. Mica un santo, mica un eroe. Sfiorano forse la rettitudine gli amici-nemici della prima stagione di True Detective, saga-blues con i magistrali Matthew McCounaghey e Woody Harrelson, ma le loro sono vite impietosamente prossime al calvario. La serie, ancor più se ispirata, è nichilista e impietosa: spietatamente realista e lucidamente pessimista. Non addolcisce, ma infierisce. Sparge sale sulle ferite. L’happy end è un anacronismo neanche concepito. E l’ultima puntata non regala necessariamente risposte.  Il protagonista di Rectify è innocente o colpevole? Il sergente Brody di Homeland era una spia del terrorismo islamico o (anche e soprattutto) una vittima della vita, destinato a sacrificarla per inseguire uno scampolo di perdono? Impossibile e neanche così importante saperlo, perché è proprio il dubbio inquietante l’architrave della serie tivù. Epica post-contemporanea, tanto irresistibile quanto tremenda. (Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2014).

Stefano Cucchi, l’ingiustizia e l’impotenza

cucchi2Ricordo come, anche a scuola, provassi una strana e contraddittoria invidia per i compagni che sapevano farsi scivolare tutto addosso. Anche quando accadeva qualcosa di brutto (agli altri, mica a loro), neanche pochi minuti e la vita ricominciava già. Come nulla fosse. Mi è tornato alla mente in questi giorni, funestati dalla sentenza che non ha dato giustizia a Stefano Cucchi e dalle dichiarazioni del Sap, lo stesso sindacato che plaudì chi era stato condannato in via definitiva per la morte di un innocente. Vedo gli altri vivere come se nulla fosse accaduto, e penso che a me non riesce. E non mi riesce anzitutto quando ho la sensazione netta dello Stato che si autoassolve dopo aver commesso crimini irricevibili. E’ una sensazione che in Italia conosciamo bene. E’ quella che avevo ed ho quando penso alla macelleria messicana della Diaz, alla mattanza di Bolzaneto. E’ quella che non è stata placata dalle condanne-bonsai per il martirio di Federico Aldrovandi. E’ una sensazione che certo non se ne va quando penso a Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino e troppi altri. Io funziono in maniera diversa e forse sbagliata: io non dimentico, faccio fatica ad adattarmi. Io non mi trincero dietro il politichese del “le sentenze si rispettano” (tu quoque, Di Maio), perché anche quella di Sacco e Vanzetti era una sentenza. Io, fossi stato il Presidente del Consiglio, qualcosa di chiaro avrei detto e scritto (anche solo un tweet). Io penso allo strazio indicibile delle famiglie di chi è stato ammazzato senza colpe, magari dopo un arresto per una legge incostituzionale come la Fini-Giovanardi (quanto è incurabilmente caricaturale uno Stato che le leggi le lascia scrivere a uno come Giovanardi?). Io piango e non me ne vergogno. Io spesso non perdono e certo ricordo con rabbia, come mi ha insegnato John Osborne qualche decennio fa. Oggi come ieri, tra le lacrime e l’impotenza, continuo a provare dolore: resta lì e non se ne va, perché non se ne può andare. Volevo e voglio giustizia. Anzitutto per chi è morto come il blasfemo di Fabrizio De André: “Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte/ mi cercarono l’anima a forza di botte”.

Renziani o ingoianti?

IMG_6243Dico sul serio, per certi versi li invidio: alludo a quelli che, fino a ieri, si dicevano “diversi” e adesso plaudono financo lo yuppie speculatore che auspica “una limitazione del diritto dello sciopero”. La loro capacità di accettare tutto, ma proprio tutto, quasi mi affascina. Paiono concepire la politica come fosse calcio: non pensano, ma tifano. Più che “renziani” andrebbero spesso chiamati “ingoianti”: se Renzi gli dicesse che il futuro è riscrivere la Costituzione con Verdini (ops, sta accadendo) o magari reintrodurre la schiavitù, accetterebbero pure quello. Tutte vittime, si direbbe compiaciute, di questa sbornia tragicomica per un Panariello minore. Quando – per caso o per disgrazia – vi tornerà un po’ di amor proprio, fate un fischio: vedere gli ex berlusconiani provare orgasmi mosci per Renzi è normale, perché dal padre scaltro si è solo passati al figlio mezzo bischero; ma osservare le garrule metamorfosi renziane di chi fino a ieri giurava di voler migliorare questo paese sul serio, e oggi si è ridotto a celebrare la prima Boschi che passa neanche fosse Nilde Jotti, be’ un po’ di tristezza la mette.

M5S, i talkshow, la speranza e l’asilo Mariuccia

grillo1Ieri ero a pranzo in Romangia da un vignaiolo sardo che stimo molto, Alessandro Dettori. Abbiamo parlato (poco, per fortuna) anche di politica. Mi ha chiesto come vedessi oggi il Movimento 5 Stelle. Gli ho risposto che, pur non avendo i sondaggi davanti, lo ritengo ancora il movimento politico più forte in Italia tra gli under 40-45. Stamani ho letto Marco Travaglio e ho sorriso nel leggere la stessa riflessione. Del resto ci eravamo confrontati anche su questo, lo scorso weekend a Cagliari e Sassari. Ospiti di un Juventus Fan Club di Sassari per Juve-Roma (le espressioni del romanista Antonio Padellaro durante i disastri di Rocchi resteranno indelebili), avevamo anche parlato della imminente tre giorni al Circo Massimo. Scrive oggi Travaglio, e so di replicare qui gran parte dei suoi concetti, che ieri “un sondaggista molto in voga” gli ha chiesto in aeroporto: “Ma secondo lei lo sa che il M5S è ancora il primo partito fra gli italiani sino a 45-50, e sopra quella soglia crolla, regalando a Pd e Forza Italia tutto il resto del paese più vecchio d’Europa?”. E’ uno pizzadei tanti paradossi di Renzi: finge di incarnare il “nuovo”, ma deve il suo successo anzitutto al “vecchio”, inteso tanto come elettorato quanto come programma. Ma il paradosso è anche grillino: che senso ha non andare più nei talkshow (nei tg ci vanno ancora, ma non se ne accorge nessuno) se si deve conquistare proprio l’elettorato over 50 che guarda anzitutto i talkshow? Insistere su Rete e agorà è rispettabile ma si configura come “Sindrome Luttazzi”: convincere i già convinti, riempire i teatri e le piazze di gente che già ti vota. E dunque non conquistare mezzo voto in più, ma al massimo consolidare quelli già in serbatoio. Qual è la logica di uscire pressoché del tutto dal piccolo schermo, se la tivù – ben usata, quindi sì ai Di Maio e no ai Giarrusso – è la maniera più efficace per attrarre chi per ora ti ritiene disfattista e inutile? Il paradosso di una tale strategia tafazziana va di pari passo con il masochismo ciclico della lotta tra faide: perché estromettere Pizzarotti dal Circo Massimo? E perché replicare (come ha fatto Pizzarotti) con una guerra ai vertici? Grillo e Casaleggio dovranno lasciare spazio ad altri, ma il Movimento non pare ancora pronto a tale staffetta (e dunque Pizzarotti, che ha le sue ragioni, rischia di forzare i tempi e fare il gioco involontario tanto dei renziani quanto dei martiri di professione). Io aspetto sempre il giorno in cui il Movimento 5 Stelle capirà che è l’unica opposizione al Partito Unico e, conseguentemente, agirà con efficacia e intelligenza. Milioni di italiani guardano a M5S come sola alternativa e nutrono fiducia in loro, vuoi per meriti effettivi e vuoi per demeriti altrui: se ne sono accorti o no? La fuga dai talkshow è una puttanata totale e della lotta tra pizzarottiani e talebani non ce ne frega una beata minchia: datevi una svegliata, individuate un portavoce (Di Maio) che dia battaglia anche in tivù al Partito Unico, usate il Circo Massimo come luogo per ripartire con slancio (non per frignare, gridare al complotto e regolare conti interni). E finitela una volta per tutte con questo masochismo da asilo Mariuccia.