Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
novembre: 2017
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Non è tempo per noi

Tuttologo? No, un curioso bulimico (Intervista)

Schermata 06-2456832 alle 12.36.54Ecco l’intervista integrale che ho rilasciato a Marzia Sandri, pubblicata in due diversi stralci sul numero di giugno 2014 del bimestrale Mantovachiamagarda e sul mensile Lo Sguardo. L’intervista è stata effettuata a metà maggio, prima delle elezioni europee.

Esperto di vini, scrittore, conduttore televisivo, opinionista, attore teatrale, e chi più ne ha più ne metta. Quale ruolo ti appassiona di più e quale ti regala più emozioni?
“Il collante è sempre l’amore per la scrittura. E’ quello che tiene tutto attaccato. E poi mi annoio rapidamente. Parafrasando Fabrizio De André: “Perché già dalla prima trincea/ero più curioso di voi/ ero molto più curioso di voi”. Ecco: io sono sempre stato più curioso della media, bruciato da uno strano morbo della conoscenza e della sperimentazione. Non potrei mai essere uno “specialista” tout court: scrivere e parlare sempre della stessa cosa è pallosissimo. A chi mi definisce “tuttologo”, rispondo che l’ultima risposta spetta sempre al pubblico: se ti segue sempre e comunque, vuol dire che ti reputa preparato. Se avessi scritto un libro sul vino pieno di sciocchezze, mi avrebbero fucilato. E così se sparassi bischerate a iosa a Otto e mezzo. E così se non fossi anche solo credibile sopra un palcoscenico. Se poi l’alternativa è essere specialisti come Pigi Battista o Polito, gente che non ne ha mai indovinata una neanche per disgrazia, preferisco beccarmi l’accusa di tuttologia. Tu vivi a compartimenti stagni? Io no. Scrivo, e mentre scrivo ascolto musica, e mentre ascolto musica magari bevo vino. E via così. Basta con questa stitichezza emotiva e questi giornalisti che annoiano anche solo a guardarli”.
scanzicasale
Spesso ospite di talk show e dibattiti televisivi (ma non dimentichiamo neppure le piacevolissime apparizioni al G’Day di Geppi Cucciari), non si può negare che in poco tempo sei diventato un vero e proprio personaggio, oltre che un accreditato opinionista cui si fa riferimento quando sia richiesto un parere autorevole. In qualunque campo tu ti muova – enologia, sport, musica, politica – non manchi di raccogliere consensi e apprezzamento. Quale ritieni sia la tua principale caratteristica che sta alla base del successo che stai ottenendo?
“Anzitutto ti ringrazio per avere ricordato Geppi, con il suo GDay è stata la prima tra le star nazionali a credere stabilmente alle mie qualità televisive – insieme ad Antonello Piroso. Geppi ti demoliva in ogni puntata, o eri autoironico o non ne uscivi vivo. Mi ha insegnato tanto. E’ vero, dal 2013 molto se non tutto è cambiato. Era già tutto veloce, ma dopo lo scazzo con Alessandra Mussolini a L’aria che tira nel gennaio 2013 la ruota ha cominciato a girare vorticosa. Ormai vivo più in autostrada che a casa, ma va bene così. Non so quale sia la mia principale caratteristica: forse la schiettezza, forse l’oratoria, spero l’onestà intellettuale. Quando incontro i lettori, per strada o dopo gli spettacoli a teatro, mi dicono: “Sei la nostra appartenenza, dici quello che diremmo noi se potessimo, continua così”. Parole meravigliose, così responsabilizzanti da farti tremare i polsi”.
Ti sei laureato con una tesi sui cantautori della 1° generazione, su due di questi, Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè, hai costruito due spettacoli teatrali che porti in giro per l’Italia con ampio seguito, sei un grande fan di Ivan Graziani e hai collaborato alla stesura di un libro con Ivano Fossati, che pure ami. Tutti artisti di un’epoca che non ti appartiene, vista la tua età. Da dove viene questa passione? E che meriti riconosci agli artisti di quella generazione che mancano a quelli più moderni?
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“In Non è tempo per noi racconto la mia generazione, quella dei nati nei Settanta. Parlo lungamente dell’uomo in più della mia generazione, Paolo Sorrentino. Anche lui narra storie di personaggi appartenenti alla generazione dei genitori, a conferma di sentirsi un po’ fuori tempo. Per me è lo stesso. Voglio bene alla mia generazione, ma è innegabile che – soprattutto per ciò che attiene alle fascinazioni artistiche – devo guardarmi indietro. Sono cresciuto in una famiglia in cui la cosa più leggera erano i cantautori. La politica c’è sempre stata, i libri ci sono sempre stati, l’impegno c’è sempre stato. A quattordici anni leggevo Gabo Marquez e Pennac, a sedici Saramago. Mio padre, anche chitarrista, mi cresceva cantandomi Girotondo di De André e Dio è morto: per forza che poi nasci disturbato. Gaber, Fossati e De André li ascolto da sempre e li ho visti la prima volta dal vivo quando avevo 16 anni: impossibile, poi, abbandonarli. Ivano è un amico e un gigante. Gaber è con Pasolini l’intellettuale che più mi ha influenzato: la figura critica e scomoda, che insegue il cortocircuito per costringere lo spettatore a riflettere. La vita mi ha fatto davvero un gran regalo, permettendomi di raccontarlo a teatro – casa sua – in tutta Italia per più di 120 repliche. Nei Settanta c’erano anche talenti meravigliosi in apparenza leggeri e in realtà intrisi di talento: Edoardo Bennato, mai più così bravo; Rino Gaetano; e poi Ivan Graziani, che mi vanto di avere contribuito a riportare all’attenzione nazionale (mai abbastanza) attraverso alcuni articoli e la direzione del Premio Pigro. Vale più la sua Fuoco sulla collina da sola che la carriera intera di Vecchioni”.
Cambiando tono e venendo a domande di attualità. Si può dire, senza timore di sbagliare, che sei una voce fuori dal coro, capace di offrire un punto di vista inedito e a suo modo coraggioso rispetto alla media dei tuoi colleghi. C’è qualcosa che rimproveri a tanta parte dei giornalisti e del giornalismo di oggi?
“C’è anche chi mi critica, e menomale: se piacessi a tutti, non sarei nessuno. Cioè (ideologicamente) sarei Jovanotti: un disinnescato per scelta e per comodo. Chi mi attacca mi definisce “fazioso” e “megafono di Grillo”. O è gente che non mi ha mai sentito, o ha il poster in camera di Renzi nudo e si eccita così. In tal caso, ti do una notizia. Al Fatto ci siamo messi d’accordo sui ruoli e questo è quanto abbiamo legiferato: Travaglio è l’Emilio Fede di Grillo, Gomez il Sallusti di Casaleggio, Padellaro il Belpietro di Vito Crimi e io – più sborone – il Robin Hood della Lombardi. L’imparzialità non esiste: tutti hanno le loro idee. Esiste l’onestà intellettuale, esiste la credibilità, esiste il talento. Bocca era imparziale? Montanelli non era schierato? Lo so, sto citando maestri enormi e io sono solo un signor nessuno: l’approccio è però lo stesso. Molto più semplicemente, sono uno che ha capito sin dall’inizio la Schermata 06-2456832 alle 12.40.07portata politica di Grillo e non credo – come quasi tutti i miei colleghi  – che la colpa sia sempre e a prescindere dei 5 Stelle. L’altra accusa è di tipo estetico: fighetto, gay, narcisista, lampadato, “troppa ferraglia”. Le leggo e mi viene da ridere: capisco che siate abituati a Belpietro o Menichini, ma essere bruttini non è un requisito obbligatorio per essere giornalisti. Se il mio difetto peggiore è avere cinque anelli, allora sono persino più bravo di quanto già credessi. Li avevo anche tolti dopo una scommessa con Aldo Busi, ma poi li ho rimessi: senza mi sento come nudo, non so perché. Le lampade? Uno sfottò che ci stava, me le sono fatte a lungo e ho smesso quest’anno. “Gay” non è certo un insulto, ma nel mio caso è comunque un falso storico: né omosessuale né bisessuale. Eterosessuale convinto e fervente, infatti sono divorziato. La mia unica stranezza – ammesso che lo sia – è il feticismo del piede femminile, persino più di Bunuel e Tarantino. Il mio sogno resta sempre una seduta di trampling con Rosario Dawson vestita come in Sin City. Ho una splendida compagna, che mi ha fregato la prima volta proprio per la bellezza inusitata dei suoi piedi. Dirmi che sono “narcisista” è come dirmi che ho gli occhi azzurri: lo so da solo, ragazzi. Sono così narciso che, citando Libero, quando mi sveglio preparo due caffè: uno per me e uno per il mio ego. L’informazione italiana ha colpe enormi: ha quasi sempre abdicato al suo ruolo, tirando a campare, ossequiando il potere e correndo sempre in soccorso del vincitore: ieri Monti o Letta, l’altroieri Berlusconi e oggi Renzi. Una delle forze del Fatto Quotidiano è propria questa: essere diversi, essere liberi. Ed essere molto più bravi. Una delle più grandi cazzate della mia vita è stata dire no a Marco Travaglio quando mi chiese di lavorare per il non ancora nato Fatto. Era l’aprile del 2009, stavamo cenando dopo un incontro al Festival del Giornalismo di Perugia. Lavoravo alla Stampa, mi aveva voluto nel 2005 Giulio Anselmi che era appena stato sostituito da Mario Calabresi. Ci pensai e non me la sentii di seguire Marco. La pagai cara: reputandomi troppo poco piddino, Calabresi mi dirottò a fare l’inviato di moto al seguito di Valentino Rossi. Così non avrei potuto fare danni parlando di Grillo. Ho resistito altri due anni scarsi e nel 2011 sono – finalmente – andato al Fatto. Lì, di colpo ma non certo casualmente, la mia carriera ha preso la piega che sognavo”.
Anche nei confronti della politica attuale non manchi di esprimere critiche spesso feroci, sicuramente caustiche. Quale ritieni sia la responsabilità più grave dei nostri politici?
“La politica italiana ha la colpa imperdonabile di avere disboscato qualsiasi forma di appartenenza e fiducia. Come ama dire il mio amico Giulio Casale, siamo un paese “antropologicamente fuorilegge”. E la classe politica è figlia di questa nostra anomalia genetica. Abbiamo da vent’anni il peggior centrodestra d’Europa e anche il centrosinistra, foto 1dove la parola “sinistra” è ovviamente pleonastica, è sulla buona strada. Se il “nuovo” sono la mascella inutilmente volitiva della Picierno o Karina Huff Boschi, ridateci Rumor. Il giornalismo dovrebbe essere guardiano di regole e Costituzione, ma troppi miei quasi-colleghi abbaiano unicamente a difesa e guardia del potere. In tivù, come negli articoli, faccio quello che chiunque dotato di senno e spina dorsale dovrebbe fare: non fingere, non fare sconti. La stima non si regala e io non ho la perversione di stimare i Gasparri o le Biancofiore, i Formigoni e gli Alfano. E’ gente a cui, anche prima di andare in onda in tivù, spesso neanche stringo la mano. Hanno contribuito in prima persona a demolire questo paese: dovrei pure dirgli “bravo”? Vale anche per il giornalismo: mi sento collega (e allievo) di Peter Gomez, ma di tanti altri proprio no”.
Pensi ci sia un’alternativa all’attuale situazione politica italiana – in termini di atteggiamento nel modo di governare, se non di schieramento politico – capace di dare una speranza al futuro?
“Lo scenario attuale mi sembra molto facile da interpretare, credo potrebbe arrivare a comprenderlo persino Boccia: volete il cambiamento morbido e garbato, ottimista e Moccia style di Renzi, rottamatore per finta e gattopardesco sul serio, o un salto nel vuoto rischioso ma realmente nuovo come quello dei 5 Stelle? Non posso dirti che la seconda strada sia la salvezza, io non ho certezze e solo dubbi. Ho però ben chiaro come la prima strada non porti a nulla, se non al perdurare dell’attuale e depravatissimo sistema. Renzi è un restauratore, per giunta comicamente narciso. Vive nel magico mondo di Fabio Volo e dei Righeira: non svegliatelo, o per lui è un casino”.
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E chiudiamo con uno sguardo allo Scanzi di domani. Continuerai a dedicare lo stesso spazio alle molteplici vesti che hai indossato fino ad ora o, data la tua innata e bulimica curiosità, come tu stesso l’hai definita, possiamo aspettarci di vederti prossimamente interpretare ruoli inediti e ancora imprevedibili?
“Faccio fatica a capire anche solo cosa farò domani. Figuriamoci tra qualche mese o anno. Di sicuro non potrei mai vivere senza scrittura. La tivù mi piace e non ho mai coltivato il gusto per la nicchia: mai avuto paura del successo, mai inseguito il feticcio snob del “pochi ma buoni”. Il teatro è adrenalina pura, il romanzo prima o poi arriverà. L’attore l’ho già fatto (male) per la seconda stagione di Mario ideata da quel gran genio di Maccio Capatonda. Forse il mio gesto più rivoluzionario sarebbe riposarmi, ma al momento non mi riesce”. (Di Marzia Sandri)

Non è tempo per noi (Nanopress)

Non-è-tempo-per-noi-spotNon è tempo per noi è il libro che Andrea Scanzi ha dedicato alla generazione dei quarantenni di oggi: eccone la nostra recensione. Il giornalista del Fatto Quotidiano (ma anche esperto di vini, scrittore, conduttore televisivo, opinionista, attore teatrale, e chi più ne ha più ne metta) passa in rassegna personaggi che, in un modo o nell’altro, hanno contraddistinto la propria generazione: figure della politica, ma anche della televisione, della cultura o dello sport.
Dai versi di Jovanotti si passa al nervosismo di Paolo Cané; dalla carriera politica di Angelino Alfano alle imprese su strada di Marco Pantani; dalle performance, sul piccolo e sul grande schermo, di Ambra Angiolini ai best seller scritti da Fabio Volo. Non può mancare, naturalmente, un accenno al (quasi) quarantenne più famoso d’Italia, cioè Matteo Renzi, rinominato “Renzie Fonzie in Pieraccioni“, autore – suo malgrado – di una rottamazione disinnescata e quindi moderata. Non è tempo per noi richiama, evidentemente, il titolo di una celebre canzone di Luciano Ligabue (di più di venti anni fa: come passa il tempo).
Per Scanzi, “il complotto ce lo siamo fatti da soli. E vuol dire che ci va bene così. Perché è proprio la retrovia che ci piace: così possiamo lamentarci di quelli in prima fila che non si spostano mai e si tengono le luci della ribalta tutte per loro“. Come dire che la generazione dei quarantenni di oggi viene dipinta in un quadro tutt’altro che idilliaco: tra critiche (molte) e ironia (altrettanta), Scanzi – con il suo consueto stile sarcastico ma perfettamente comprensibile, anche grazie a una grammatica perfetta – rivela una grande empatia nei confronti degli argomenti illustrati. Non che tutto sia a tinte fosche: basti pensare a come viene descritto Paolo Sorrentino, il regista de La grande bellezza, che secondo Scanzi è il simbolo di quello che la sua generazione avrebbe dovuto e potuto essere. Scanzi, grillologo e gaberologo, non lesina citazioni del Signor G., sia dirette che indirette, prendendo spunto in particolar modo dal disco del 2001 La mia generazione ha perso. La generazione di Andrea Scanzi, forse, non ha ancora perso, ma sta comunque pareggiando a un minuto dal termine della partita: per questo deve provare a risollevarsi, pensando anche ai suoiesponenti più rappresentativi (Nanopress)

Merita di essere letto, questo Non è tempo per noi: non è detto che ci si trovi d’accordo con le tesi illustrate, ma il libro offre spunti decisamente stimolanti.

I nostri primi quarant’anni (o giù di lì)

Non-è-tempo-per-noi-spotNell’intervista di settembre, Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″. Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue.
Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro.
Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del toposscanziano. Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta. A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio.
I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori). Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli antaLa voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta. Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano. Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande FratelloAi pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini.
Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore. Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere. Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi. Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici.
Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro). Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini. E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo. Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso.
grazie
Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni. Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere. Le affinità finiscono qui. Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese. Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza.
L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità.
E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica. Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo). Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere). Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto.
Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga. Forse non per tutti. Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto. Solo per non averci provato” (Shiatsu77)

Non è tempo per noi, grande affresco generazionale di Andrea Scanzi

Scanzi-Non-è-tempo-per-noi-600x330“Il volto di Andrea Scanzi è ormai diventato familiare un po’ per tutti. Iperattivo, impegnato in mille campi, dal giornalismo al teatro, dallo sport all’enogastronomia (come riportato da Wikipedia è sommelier e degustatore ufficiale Ais, oltre che assaggiatore di formaggi Onaf), dalla musica al web.“Non è tempo per noi” (Rizzoli editore), già arrivato alla terza ristampa dopo poche settimane dall’uscita, è la sua ultima fatica letteraria. Un libro da leggere tutto d’un fiato, un grande affresco della sua generazione, quella dei quarantenni, quella nata nei tumultuosi e complessi anni Settanta.
Nato ad Arezzo nel 1974, alle soglie dei fatidici “Quaranta”, si è cimentato in una analisi dettagliata, impietosa e decisamente pungente – come nel suo stile – della propria generazione. Una vera e propria autocoscienza collettiva. La generazione dei nati negli anni Settanta, ovvero quei quarantenni che si apprestano, forse, a tentare di conquistare la guida dell’Italia, non tanto e non solo in campo politico, ma ancheculturale.
Forse” “ma anche” sono, in effetti, le parole che meglio sembrano meglio descrivere la generazione dei quarantenni descritta da Andrea Scanzi. Un generazione votata al pareggio, nata e cresciuta in una realtà ovattata (“generazione del presepe”), fatta di ribelli anzitempo disinnescati.
Andrea Scanzi passa in rassegna una serie di personaggi emblematici della propria generazione, sia in campo culturale che politico, sia sportivo che televisivo.
Non-è-tempo-per-noi-spotIn “Non è tempo per noi”, Andrea Scanzi passa con disinvoltura dalle imprese sportive di Marco Pantani a quelle “nervose” di Paolo Cané; dalle carriere politiche di Angelino Alfano e Matteo Orfini (nonché la rottamazione “moderata” e disinnescata di “Renzie Fonzie in Pieraccioni”) ai versi di Jovanotti; dai bestsellers di Fabio Volo alle performance televisive e cinematografiche di Ambra Angiolini.
Ne esce un quadro fortemente critico, a tratti ironico, dal quale emerge la fortissima empatia di Scanzi per gli argomenti trattati. Unica eccezione, il regista Paolo Sorrentino, emblema secondo Scanzi di ciò che la sua generazione avrebbe potuto e dovuto essere.
Lo scrittore e giornalista aretino trasporta anche nella sua nuova opera l’amore mai sopito per Giorgio Gaber. A più riprese riaffiorano, mai banali, citazioni dirette o indirette del Signor G., con particolare riferimento a “La mia generazione ha perso”, album pubblicato nel 2001, una delle composizioni più amare del padre del teatro-canzone, in cui spicca il meraviglioso brano “La razza in estinzione” (possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso, ma la mia generazione ha perso). “Non è tempo per noi”, titolo di una canzone di Ligabue assurge quasi a simbolo e contraltare alla composizione gaberiana, evidenziando il senso di disimpegno e di sostanziale auto-assoluzione del rocker di Correggio.
Se Gaber tuttavia poteva ammettere con tristezza che la sua generazione, dopo aver a lungo combattuto, avesse perso l’opportunità di cambiare davvero il Mondo, Andrea Scanzi deve ammettere con ancora maggiore amarezza che la sua generazione non solo non ha perso, ma non è mai neppure scesa in campo. Una generazione in panchina, che si è anche crogiolata della propria incompiutezza, quasi accettandola come alibi e giustificazione alla propria limitatezza, al proprio inconfessabile benché evidente desiderio di disimpegno. Andrea Scanzi non cede tuttavia al pessimismo, ma anzi propone in appendice al suo grande affresco generazionale un decalogo, “dieci buoni propositi per andare oltre il pareggio”. Il grande successo di “Non è tempo per noi” appare pienamente giustificato e pare già oggi destinato a rimanere una Polaroid fedelissima di una intera generazione”. (Mirco Giubilei, Mondoinformazione)