Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Divagazioni Quotidiane

Bocca, Montanelli e il proto-troll

No, non parliamo ancora di Giorgio Bocca. Ho già dato, ampiamente. E hanno dato tutti. Chi benissimo, chi malissimo.
Voglio raccontarvi un’altra cosa. Ieri sera, 26 dicembre, a mezzanotte (quindi era il 27: va be’). RaiTre ha avuto l’ottima idea di riproporre il Match tra Giorgio Bocca e Indro Montanelli.
Match era un programma in cui si scontravano due “miti”, colleghi tra loro, ma di opposto orientamento. Sul cinema ci fu la singolar tenzone tra Mario Monicelli e Nanni Moretti (enormemente più convincente e simpatico il primo).
La sfida Bocca-Montanelli è del 1978. Il moderatore, fisso, era Alberto Arbasino.
Riguardata oggi, l’effetto di quella tivù è straniante. Non si sa se immalinconirsi per il tempo passato esaltarsi per il livello intellettuale che ti ritorna addosso. L’unica certezza è che, come tutti gli antitaliani, Bocca e Montanelli hanno ricevuto addosso una quantità industriale di sterco.
Consiglio a tutti di procurarsi quella registrazione. Qui ne trovate una parte. E’ meravigliosa.
Nessuno che si accavalla. Arbasino che cerca un po’ di polemica, ma senza motivo perché non ce n’è bisogno (e infatti Bocca lo rimbrotta). Montanelli – vestito in maniera (oggi) vezzosamente improbabile – che quasi teme Bocca: lo rispetta, parla di depressione, si stupisce della critica sul “turarsi il naso e votare Dc“. E Bocca, gelido, quasi feroce, che non cambia mai espressione ma incalza. Scardina. Scarnifica. E provoca.
Uno spettacolo incredibile. Perduto e non ripetibile.
C’era un’altra perla, in quella registrazione. Ogni tanto intervenivano dei giornalisti, degli opinionisti . Uno di questi era Sergio Saviane. Tra gli altri, quella sera c’era anche un movimentista di professione. Un pollo di allevamento del ’77, in servizio permanente e sulla cresta dell’onda. Enzo Modugno. Uno dei leader. Credo che poi sia approdato al Manifesto, non lo so. Non ne conosco il percorso successivo e, va da sé, mi auguro abbia avuto ogni fortuna. Di sicuro non ha cambiato il mondo, né dato particolare seguito a tutta quella sicumera.
Ecco: il gggiovane Enzo Modugno, rivisto oggi, appare emblematico. Saccente, supponente, pieno di parole “sempre più acculturate e sempre più disgustose“. Con la patetica e caricaturale convinzione di essere oltremodo superiore a Bocca (Montanelli non ne parliamo). La pretesa di parlare a nome dei ggggiovani. L’escamotage mellifluo di mettere in bocca al rivale parole mai dette (“Mi pare che lei abbia detto che i giovani vogliono la violenza“: ovviamente Bocca non lo aveva mai detto). Il look e la gestualità da fighetto, che lecca il gelato e si sporca la barba mentre parla di Engels. Una sorta di Pierluigi Diaco guevarista.
Quel gggiovane virgulto movimentista, oltre a esemplificare sin troppo chiaramente i motivi che portarono Giorgio Gaber a scrivere Quando è moda è moda, oggi farebbe probabilmente di professione il troll. Magari scriverebbe provocazioni e insulti sui blog (in forma anonima, perché nel frattempo è peggiorato anche il pollo di allevamento) e li dedicherebbe al “fascista” o “razzista” (assai presunti) di turno.
Il filmato ci mostra un fenomeno antropologico irrinunciabile: l’avvento del Proto-Troll, che si permetteva di zimbellare due giganti come Bocca e Montanelli. Che non erano intoccabili, certo. E che hanno sbagliato tanto (per fortuna). Ma bisognava saperli scovare, gli sbagli. Non affidarsi alla liturgia rancida, e agli slogan queruli, del compagno che recita la parte dell’okkupante.
Riguardatevi quel Match. E’ bellissimo. Oltre che un saggio, lucido e spietato, di ciò che eravamo e saremmo diventati.

————

(Due anni e mezzo dopo questo articolo, nel luglio 2014, Enzo Modugno mi ha risposto. Pubblico qui la sua replica.

“Caro Scanzi,
mi avvertono solo ora dei suoi interventi. Capisco che la mia breve polemica con i suoi <due giganti> Bocca e Montanelli, in quella trasmissione, abbia potuto infastidirla. Ma non fino a scatenarle una così rovente indignazione. In realtà avevo solo ripreso un tema di Harold Innis, un canadese che ha influenzato McLuhan, sul ruolo dei professionisti dell’informazione, come cercherò di ricordare. E non avevo usato epiteti, come invece ha fatto lei con me. E pure stavo dall’altra parte. C’è quindi da chiedersi il perché del suo travolgente turbamento quarant’anni dopo: lesa maestà, sussulto di berlinguerismo, difesa della professione, o soltanto un singolare talento per le intemerate?
 Probabilmente nel ’77 lei non era ancora nato, ma dal tono dei suoi interventi è facile immaginare che sarebbe stato un fiero avversario di quel movimento, un giornalista che <incalza, scardina, scarnifica e provoca> – come lei dice di Bocca. È vero che allora poteva essere rischioso perché erano attivi nuclei armati clandestini che per molto meno avevano gambizzato Montanelli. Ne portava ancora i segni. Ma non c’è motivo di dubitare che lei avrebbe difeso le ragioni della borghesia illuminata come fecero Bocca e Montanelli, con lo stesso coraggio (invano “il manifesto” scriveva che quella borghesia era illuminata solo perché qualche altro pagava la bolletta della luce).
Per questo se si trattasse solo di un giornalista che <scarnifica e provoca>, figuriamoci, niente da dire. Ma le sue sortite, a chi ha memoria di quegli anni, appaiono inevitabilmente come un esercizio tardivo nello stile della stampa di allora, quando la repressione dei movimenti antagonisti degenerò in una vergognosa caccia alle streghe – altro che <mangiar gelati> – per uno scontro sociale che dal ’68 continuava a crescere nonostante secoli di galera e discriminazioni senza fine (ci mancava lei). Col paese sotto una crescente minaccia di golpe. Ma lei allora non era ancora nato e forse non si è reso ben conto delle circostanze in cui si tenne quella trasmissione e quindi delle assonanze dei suoi interventi con la peggiore stampa di allora.
Bocca invece, da quel giornalista che era, volle andare controcorrente e indagare le ragioni di quei movimenti. E forse quel dibattito televisivo gliene fornì l’occasione. A questo proposito, vista la sua sincera venerazione per Bocca, potrà interessarle un seguito a quel dibattito che lei non poteva conoscere. Infatti, finita la trasmissione, Bocca mi prende sottobraccio e mi dice: <Innis, vero?>. <Beh, si> gli rispondo, e comincia una conversazione che va avanti per un’ora. Ne avevo trascritto qualche punto. Durante la trasmissione gli avevo detto che non aveva capito – e per questo lei mi definisce saccente – che in un grande convegno del movimento del ’77 che si era tenuto poco prima a Bologna, con decine di migliaia di partecipanti, si era verificato uno di quei momenti alti di democrazia diretta che Harold Innis appunto, aveva descritto trent’anni prima. Dice Innis, attaccando addirittura il First Amendment della Costituzione americana, che la libertà di stampa toglie al popolo il diritto di informarsi parlando da individuo a individuo (un diritto, come lei sa, che si rivendica anche oggi, ora anche dal Movimento 5 Stelle), e lo sostituisce col diritto a essere informato dai professionisti dell’informazione. In quella grande manifestazione a Bologna – in una città blindata, con i carri armati in periferia – si era contestato proprio questo: rifiutati i media ufficiali, in decine di assemblee in tutta la città il movimento aveva sperimentato il diritto a un reciproco scambio di informazioni.
Certo, non poteva durare. Perché un movimento rifiuta le strutture che potrebbero renderlo stabile: ed è proprio questa la sua forza, qualunque potere non riesce a controllarlo perché si presenta come un <mare insondabile> che nasconde gruppi spontanei (lei aveva immaginato che io fossi un leader, ma come vede non potevo esserlo e non lo ero).
Con Bocca parlammo di questo e della possibilità di un golpe, che considerava più probabile con la presenza di lotte sociali. Era un monito inaccettabile per il movimento: smettetela o finiremo tutti nello stesso stadio. Noi pensavamo invece che un forte movimento antagonista avrebbe contribuito a dissuadere i golpisti (e ci piace pensare che sia andata veramente così).
Ma parlammo soprattutto delle ragioni della <révolte logique> che durava dal ’68 e che riguardava le trasformazioni del modo di produrre e i sacrifici di quegli strati sociali che – come accade anche oggi – ne sopportavano i costi: abbandonati dalla politica ufficiale, e in particolare dal PCI di Berlinguer (che a lei piace tanto), i “non garantiti” provvedevano all’autodifesa nei movimenti di lotta.
Bocca considerava questo abbandono un errore che doveva essere superato. Non so se avesse in mente altre considerazioni, ma sta di fatto che egli smise di seguire l’informazione mainstream che avversava il movimento – aveva appena attaccato le femministe a quel convegno di Bologna – e cominciò invece a spiegarsene le ragioni. Fu un buon risultato per tutti. Controlli pure gli articoli che scrisse in seguito.
La vedo spesso in TV. Non esageri però, Bocca ci andava poco.     
Enzo Modugno“.)        

Vodafone (Arezzo) Mon Amour

Premessa. Ho già un blog sul Fatto Quotidiano, ne ho un altro sul vino. E non è mia intenzione, qui, pubblicare tutto ciò che esce sulla versione cartacea del Fatto; sia perché spesso i pezzi vengono già ripresi da Dagospia, sia perché il giornale – giustamente – centellina sul web ciò che esce su carta.
Ho così deciso che, in questo spazio,  scriverò di quello che mi pare. Così, un po’ a cazzo di cane, come direbbe Renè Ferretti.
Oggi parliamo di Vodafone.
La cruda realtà dei fatti. Il 4 novembre 2011, alle ore 12.39 come attesta lo scontrino che posso esibire alla bisogna (cit), compro il mio iPhone nero 4S. Nessun comodato d’uso: lo acquisto e basta. Daje.
Avevo una ricaricabile Vodafone e, con l’occasione, ho deciso di continuare con quella compagnia telefonica. Seguo poco il mercato, non so quasi nulla di tariffe (che palle – ronf – chi le sa a memoria) e non so dirvi se Vodafone sia stata finora deludente o no. So che ho pessimi ricordi della Tre. La Tim? Già dato. Wind ha poca copertura: non c’è molto altro da scegliere.
Con l’acquisto dell’iPhone, converto la mia ricaribabile in un contratto con Partita Iva. Un canone mensile. Alla fine scelgo una delle opzioni proposte da Vodafone (inutile specificare quale).
Firmo il contratto e allego tutto ciò che serve: certificato di attribuzione del numero di Partita Iva, carta d’identità, carta di credito. Il contratto ha anch’esso firma 4 novembre 2011. Un venerdì. Nel momento dell’acquisto non c’è il proprietario, o colui che credo essere mio proprietario. Un quarantenne o giù di lì, assai risoluto e compiaciuto.
Ah, già. Il luogo dell’acquisto è il punto ufficiale Vodafone Arezzo, denominato Elettrocasa. Due passi dal centro. Era la prima volta che mi servivo lì e per questo non posso testimoniare o meno l’effettivo funzionamento della struttura (che immagino, solitamente, impeccabile).
C’è una ragazza, molto preparata, che mi segue con dovizia. E’ la commessa a compilare tutto. Accanto c’è un ragazzo ancora più giovane, che non avrà ruolo nella vicenda (se non marginale). Mantengo il vecchio numero, ma dovrò passare dalla vecchia SIM alla micro-SIM (in uso sugli iPhone). Quindi, fino a quando non sarà attivata la nuova micro-Sim, non potrò usare l’iPhone ma mantenere quello vecchio (che sta cadendo a pezzi).
La ragazza, pur non dandomi date esatte, mi fa capire che l’attivazione non sarà velocissima ma avrà luogo in pochi giorni, probabilmente all’inizio della settimana successiva. Mi conferma che ha tutti i fogli e che li invierà quanto prima a Vodafone.
Passano cinque giorni e nulla accade. Mi era stato detto che mi sarei accorto dell’attivazione della micro-SIM perché quella vecchia avrebbe cessato di colpo. Invece funziona ancora (purtroppo, mi viene da dire). Passo dal negozio martedì poco prima di pranzo e la ragazza, così come il giovin collega, mi confermano che “è normale che ci sia qualche ritardo, la schermata Vodafone diceva giusto ieri che la pratica era ancora in lavorazione“.
E’ normale, ripetono. Tempistica comune. Chiedo in giro e non è normale per nessuno. Neanche per me: in passato (non lontano) ho aspettato non più di 1-2 giorni per un cambio di tariffa e/o contratto e/o compagnia telefonica.
Venerdì vado in Langa per lavoro. La micro-SIM non è stata ancora attivata ed è passata una settimana. Cominciano a girarmi le palle. Chiedo a mio padre se può passare dal negozio. Mio padre ci passa venerdì pomeriggio. Trova ancora la ragazza. La quale, imbarazzata, ammette che ha sbagliato a compilare il contratto, che la Vodafone “non capiva una x” (cosa c’è da capire in una “x”?) e che la stessa Vodafone ha comunicato l’intoppo solo il giorno prima (giovedì: sei giorni dopo il contratto). Quindi il ritardo è colpa della compagnia. “Comunque stia tranquillo, oggi o massimo domani tutto funzionerà. Male male che vada, lunedì“.
Arriviamo a lunedì, cioè oggi, e sono 10 giorni dal contratto. La micro-SIM non funziona. Sì: mi girano decisamente le palle.
Impossibilitato a recarmi al negozio, telefono. Mi risponde (credo) il proprietario o colui che si spaccia per tale. Il quarantenne o giù di lì. Mi fa parlare appena (e da quel poco intuisco che non sa nulla della mia pratica). Poi mi interrompe con la sicumera di Briegel a valanga sulle caviglie coi tacchetti: “Si calmi, è normale questo ritardo“. Eddai: “è normale”. Deve essere il Mantra Vodafone. E’ normale che per una banale conversione (all’interno della stessa compagnia telefonica) intercorrano 10 giorni (dal 4 al 14 novembre). Faccio presente che non è minimamente “normale”, che è successo solo a me e che pochi giorni prima la ragazza aveva ammesso con imbarazzo l'(umanissimo) errore da cui derivava il ritardo.
Il tipo, in palese difficoltà, punta sull’arroganza: “Un attimo per favore!” (un attimo lungo 10 giorni), “E’ normale!” (ma bastaaaaaaaaaa), “Lei non sa di cosa parla!” (originale). Dopo avermi fatto passare per cliente sgradevole che osa lamentarsi di ciò che è invece prassi comune, ribadendo che “dipende solo dalla lentezza di Vodafone“, mi fa presente che la pratica è stata comunque corretta e rimandata, “come ha detto la ragazza a suo padre sabato” (no: era venerdì).
All’ennesima tirata supponente, lo stoppo con un “Arrivederci” e attacco.
A quel punto telefono al 190. Il numero verde Vodafone. Tutto questo accade alle 11.40 circa di lunedì 14 novembre, subito dopo la telefonata con Elettrocasa. Mi viene passato l’ufficio per i contratti con Partita Iva. Risponde una signora, molto gentile. Comunico il mio numero di Partita Iva. Non esiste alcun contratto a mio nome. Comunico il mio numero. A Vodafone risulta la mia vecchia ricaricabile, ma nessun contratto con Partita Iva. “Non so cosa hanno combinato nel negozio, ma qui non  c’è niente” (attenzione: pochi minuti prima il responsabile aretino aveva sostenuto che “ora è tutto a posto“).
La signora fa una ulteriore ricerca. Scopre, alla fine, che nella mia pratica c’è  una notifica datata 13 novembre (cioè domenica, quindi né venerdì e né sabato come sostenuto dal negozio). Lì si comunica che, in merito alla mia richiesta, mancano domicilio e modulo di autorizzazione relativo alla Partita Iva. Di fatto manca quasi tutto (e nessuno a Vodafone mi fa menzione di “x illeggibili” sul contratto).
La signora mi dice che in questi 10 giorni non è stato fatto niente, che quel ritardo non è minimamente “un lasso di tempo normale” e che, senza la mia telefonata, lo stallo sarebbe perdurato. Mi consiglia di richiamare il negozio. Giammai: piuttosto cambio compagnia. La signora dichiara allora di farsi carico – lei o un collega – della pratica. “Telefoneremo al negozio e le faremo sapere“. La ringrazio: è stata deliziosa (ormai, se incontriamo una persona garbata, ci sembra un miracolo. Pensate come siamo ridotti).
Pochi minuti dopo, esattamente alle ore 12.01, ricevo un sms. E’ un numero privato, immagino della “signora Vodafone” (oppure della commessa Tecnocasa in incognito). Il testo – che conservo come il resto: così i “furbini” troveranno pochi specchi da scalare – è inequivocabile. Recita, testualmente: “Gentile cliente ho contattato l’agenzia hanno risottomesso la pratica corretta. Grazie e buonagiornata” (sì, le virgole sono in disuso).
Dieci giorni buttati.
Ovviamente i drammi sono altri e tutti commettono errori. Io per primo. Sarà dipeso da una serie di coincidenze sfortunate. Non ho nulla contro la commessa. Quello che è sconcertante, da un lato, è constatare come la competenza sia spesso un miraggio; dall’altro, l’arroganza di chi non ammette lo sbaglio nemmeno di fronte alla evidenza. Preferendo, alle scuse, la prepotenza verbale (un ottimo metodo per fronteggiare la crisi). E mai pensando che quel cliente ha un blog su cui racconterà tutto (della serie: stare al passo coi tempi).
(Ultima puntata: la mattina successiva, 15 novembre 2011, la micro-SIM era magicamente attiva. Come aveva promesso la signora Vodafone. Vedi che coincidenza: è bastato telefonare e “arrabbiarsi”. Siamo in Italia, baby. Per la precisione, segnalo comunque che: a) iIl Servizio “Mobile iPhone” era stato inviato due volte dall’agenzia aretina a Vodafone (dal nulla al troppo), quindi mi è arrivato un sms che attestava il problema: ho dovuto richiamare il 190, rivelatosi nuovamente gentilissimo. Se non lo avessi chiamato, gli MMS inviati mi sarebbero costati 5 euro cadauno (non chiedetemi perché). b) La vecchia rubrica non era stata salvata correttamente sulla nuova microSIM, ho dovuto provvedere da solo).

P.S. Quando mi hanno abilitato la micro-SIM, per festeggiare ho telefonato a Luigi Amicone con l’iPhone e gli ho detto che è brutto. Mi ha risposto che glielo diceva anche Baget Bozzo.