Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Divagazioni Quotidiane

Un disco da (ri)scoprire subito: Animals dei Pink Floyd

Animals-albumStretto tra due colossi come Wish You Were Here e The Wall, Animals è ancora oggi un disco parzialmente sottovalutato. Voi direte: perché ne parli adesso? Prima di tutto perché faccio quello che mi pare, ma – più che altro – perché non riesco ad ascoltare altro da un mese. E mi paiono motivi più che sufficienti.
Animals esce nel Regno Unito il 21 gennaio 1977. E’ il decimo album in studio dei Pink Floyd. La band è prossima all’implosione. Dopo il successo enorme di Dark Side, il Mirabile e Magnificamente Folle Roger Waters soffre sempre di più la popolarità, il rapporto con il pubblico e con l’industria discografica. Stargli accanto è quasi impossibile. Proprio durante il tour promozionale di Animals, Waters sputerà a un tontolone ubriaco che lo stava insultando. Da quel gesto germoglieranno The Wall e The Pros And Cons of Hitch Hiking (anche se i titoli non erano ancora questi), che Waters scriverà quasi di getto.
Animals venderà molto, ma non quanto altre opere del gruppo. Sono i mesi in cui esplode il punk, che peraltro se la prende anzitutto con i Pink Floyd, ritenuti emblema della “vecchia musica” e del “sistema”. Insomma: cazzate. Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols, indosserà la celebre maglietta “Io odio i Pink Floyd”. Ovviamente Animals è un disco che nulla c’entra con il “mercato”. E – altrettanto ovviamente – Animals è molto più rivoluzionario di tante (non tutte) baracconate punk. Animals è ancora un concept album watersiano. Se in Dark Side ci si interrogava sul senso della vita (e della morte), e se Wish You Were Here verteva sul tema dell’assenza e del cinismo dell’industria discografica (oltre che sul ricordo di Syd Barrett), Animals è una riflessione cupa e spietata non solo sull’Inghilterra di fine Settanta ma – più ampiamente – sulla natura dell’uomo. E dunque della società. E’ il disco più politico dei Pink Floyd, che deve molto alla Fattoria degli Animali di George Orwell.
animals 2Nick Mason ha definito il disco “operaio”. Allude a una certa schiettezza delle sonorità, senz’altro maggiore rispetto alla perfezione iper-studiata degli album precedenti, forse anche come risposta (inconsapevole?) alle critiche del punk. Il disco fu registrato in un edificio di sale parrocchiali a tre piani nella zona londinese di Islington. Waters, cioè Dio o un suo parente strettissimo, nel suo continuo delirio meraviglioso ebbe anche l’idea della copertina con il maiale volante. Il maiale, chiamato Algie, diventerà un must del tour successivo come pure di quello relativo a The Wall. Waters volle la creazione di un maiale gigante gonfiato a elio, che fu issato tra le ciminiere di una famosa centrale elettrica londinese. Il maiale fu ancorato alle ciminiere con grandi corde. Il primo giorno c’era molto vento, e il maiale non fu issato. Il secondo giorno il vento fu così forte che ruppe le corde e il maiale si librò in volo. Era stato pagato un cecchino – non è una battuta – per abbattere il maiale qualora le corde non avessero tenuto (come accadde). Solo che il cecchino – che si vede in una foto del booklet del disco – venne pagato per un solo giorno, quindi non c’era quando Algie volò via. E non poté sparargli (anzi spararle: Algie è una femmina, come vedremo). Le dimensioni enormi del maiale furono tali che venne dato l’allarme aereo. Algie volò a lungo, intralciando pure il corridoio di volo dell’aeroporto di Heathrow. Quando Waters lasciò i Pink Floyd nel 1985, disse che Algie era sua e poteva usarla solo lui. Allora i Pink Floyd restanti crearono un maiale dotato di testicoli, lo resero maschio e poterono usare una versione alternativa dell’Algie originale. (Anche questa, giuro, non è una battuta).
Animals è invecchiato meravigliosamente. Anzi non è invecchiato per niente. Anzi è migliorato. E’ un disco pazzesco, con assoli incredibili (Gilmour in Dogs, Wright in Sheep) e con testi watersiani oltremodo maturi. E’ lecito ritenerlo l’ultimo disco effettivo dei Pink Floyd, perché i successivi The Wall e ancor più The Final Cut sono già opere (enormi) pressoché totalmente attribuibili al Divino Pazzo Waters.
Il disco consta di cinque brani. Il primo e il quinto sono la stessa traccia, sorta di parentesi “privata” in un disco fortemente “pubblico”. La parentesi privata è Pigs On The Wing, che vede Waters in versione chitarra acustica come non accadeva dai tempi di If. Nella prima parte Waters, dialogando con la moglie, la ammonisce su quanto sarebbe pericoloso non prendersi cura l’uno dell’altra, unica maniera per salvarsi dalla pochezza venefica dei porci con le ali. E’, questa, la versione watersiana dello “shelter from the storm” di Bob Dylan. Nella seconda parte di Pigs On The Wing, che chiude Animals, Waters è felice di constatare come lui e la moglie siano davvero riusciti a creare un riparo privato dalle storture del mondo. La tecnica della parentesi, ovvero dello stesso brano che inizia e chiude il disco, era già stata usata nel precedente Wish You Were Here con la sensazionale Shine On You Crazy Diamond.
PinkFloydPigI brani effettivi di Animals sono tre: Dogs, Pigs (Three Different Ones) e Sheep. Sono tutti brani superiori ai dieci minuti. Il primo e il terzo, in versione embrionale, erano nati nel ’74 ed erano stati anche eseguiti dal vivo. Gotta Be Crazy sarebbe divenuta Dogs e Raving And Drooling sarebbe divenuta Sheep. Entrambe le canzoni dovevano far parte di Wish You Were Here. Poi il Magnifico Despota  Waters ebbe l’idea di spezzare Shine On You Crazy Diamond e creare un concept album sull’assenza, “scartando” i due brani e creandone di nuovi (Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track). Gilmour, come quasi sempre, non era d’accordo. Waters, come quasi sempre, aveva ragione e vinse lui con una votazione interna al gruppo (3 a 1). I “vecchi” brani furono poi aggiornati da Waters per adattarli alla concezione animalesco-orwelliana dell’album. Nacquero così Dogs e SheepAnimals è uno dei dischi preferiti da Waters, mentre Gilmour e Mason – a tale domanda – hanno più volte risposto: “Wish You Were Here“.
Analizziamo i tre brani centrali.
gilmourDogs contiene uno dei migliori assoli di Gilmour. Purtroppo una versione ancora più ispirata venne erroneamente cancellata da Waters, che fece casino con lo studio di registrazione a 32 piste (era la prima volta che lo usava). I cani del titolo sono i detentori della legge e, più in generale, gli arrivisti. Coloro che sono disposti a tutto pur di emergere. Waters le descrive come persone malate (“Devi essere pazzo” sono le prime parole del brano, oltre che il titolo originario) e condannate a morire del loro cancro interiore, trascinate giù dalla “pietra” delle colpe. Il brano supera i 17 minuti. Comincia la voce di David, termina quella di Roger, che qui accentua quella sua sublime attitudine “soffiata” e “sospirata” (“Gotta admiiiiiiit that i’m a little bit confuuuuuuused“). Waters ha ripreso il brano anche nel tour (e doppio cd) “In The Flesh” (2000), concerto pazzesco all’interno del quale compare anche Pigs On The Wing. Chi non l’ha mai ascoltato si vergogni e ponga subito rimedio a tale delitto.
roger-waters-bwPigs (Three Different Ones). Ecco: questo è un brano che crea dipendenza. Non se ne può fare a meno, soprattutto quando arriva l’intermezzo (dal minuto 4 al minuto 8) durante il quale Gilmour ricorre al talk box per fare emettere alla sua chitarra suoni assimilabili a quelli dei grugniti dei maiali. E’ una canzone perfetta, magnetica, irrinunciabile. (Avrete notato come, quando parli dei Pink Floyd, sia molto parco di complimenti. Lo so: amo l’essenzialità). Pochi testi sono coraggiosi ed espliciti come Pigs. Waters lascia qui esplodere tutto il suo essere stupendamente anti-sistema. I maiali sono i potenti e più specificamente i politici. Ne esistono “tre differenti tipi”, come recita il sottotitolo. Nella prima strofa probabilmente Waters allude all’allora Primo Ministro James Callaghan. Nella seconda strofa pensa a “Maggie” Thatcher, che ha sempre odiato (la citerà in The Final Cut) e che arriva a definire “sei al capolinea sacco di merda/ (..) vecchia strega sfatta“. Nella terza strofa Waters allude esplicitamente a Mary Whitehouse, sorta di Mario Adinolfi dell’epoca. Chi non conosceva la Whitehouse, che in quel periodo voleva vietare le canzoni dei Pink Floyd alla radio perché peccaminose e diseducative, credette al tempo (e qualcuno crede ancora) che con la parola “Whitehouse” Waters alludesse agli Stati Uniti. La struttura musicale ricorda vagamente quella di Have A Cigar. Semplicemente demoniaco lo “youuuuu” pronunciato verso la fine, dopo un inquietante ansimare e prima della strofa “You’re nearly a real treat“. Waters si impuntò per suonare la chitarra ritmica, dirottando eccezionalmente Gilmour (anche) al basso. Il brano, di poco superiore agli 11 minuti, dal vivo arrivava a 20. Waters, che è sempre stato devastato dai demoni ma che in quegli anni era a un passo dalla pazzia autentica, durante quel brano emetteva ogni tanto il suo classico urlo (tipo Careful With That Axe, Eugene) e scandiva ogni volta un numero diverso. Il numero, nella sua testa insondabile (che amo), serviva per contraddistinguere – e “rovinare” – i bootleg dei loro concerti. Fu proprio durante un’esecuzione live di Pigs – 6 luglio 1977, Montreal – che avvenne l’episodio dello sputo al citrullo ubriaco. Esiste anche un bootleg del concerto, intitolato ironicamente “Who was trained not to spit on the fan?” (uno dei versi conclusivi di Dogs).
wrightSheep vede un Richard Wright – mai lodato abbastanza: sta ai Pink Floyd come George Harrison ai Beatles – in stato di grazia. Waters descrive la mandria assuefatta e addomesticata delle pecore. Cioè il popolo. Cioè noi, sempre troppo docili e anzi contenti di obbedire a cani e maiali. Nella parte centrale Waters si inventa un ulteriore sberleffo alla religione, riscrivendo a modo suo il Salmo 23 (“Il Signore è il mio pastore”) in cui Dio tratta gli uomini come fa un macellaio con le pecore, avendo l’unico interesse a tramutare il suo gregge in tante costolette d’agnello. Nel disco questa parte è letta – con un vocoder – da un roadie. Nei concerti la parte toccava a Nick Mason, che a volte rischiava il linciaggio dalla parte di pubblico meno tollerante. Un tale sberleffo fu ipotizzato – e poi accantonato – anche per The Great Gig In The Sky. Waters attaccherà la religione molte altre volte, per esempio in What God Wants, primo singolo dell’esiziale Amused To Death (1992). Gilmour ama Sheep, ma non è mai riuscito a rifarla perché ha dovuto ammettere che la timbrica di Waters è (qui e non solo qui) inimitabile. Significativo il finale del brano, pure questo orwelliano. Le pecore si ribellano (“Belando e balbettando ci avventammo sul suo collo“). Uccidono i cani, ma non ottengono la libertà. Perché? Perché è nella natura delle pecore – del popolo – essere sottomessi. Così alcune pecore più furbe si sostituiscono masonprontamente ai cani, reiterando le ingiustizie di prima e intimando alle pecore servili di obbedire (“E’ meglio se resti a casa/ e rispetti gli ordini/ Togliti di mezzo se vuoi campare a lungo“). Il brano finisce, in un’atmosfera di festa irreale e fraintesa, lasciando spazio alla seconda parte di Pigs on the wing e al rifugio nel privato: “Ora che ho un posto sicuro/ per seppellire il mio osso/ E anche gli sciocchi sanno che un cane/ ha bisogno di una casa/ un riparo dai maiali in volo“.
Perché ho scritto tutto questo? Per riconoscenza. Perché mi andava. Ma più che altro per invidia: l’invidia che ho nei confronti di chi, addirittura, un disco così enorme non l’ha ancora mai ascoltato. Beati voi: non sapete cosa vi aspetta.

P.S. In Radiofreccia, Ligabue mette in mano al personaggio più odioso del film il vinile di Dark Side Of The Moon. Come a dire: “Questo non è rock, questa è musica fredda, questa è roba un po’ da stronzi”. Ecco: io amo il rock, amo i cantautori e amo miliardi di generi e artisti. Ma l’enormità del genio elargito dai Pink Floyd è qualcosa che non esiste al mondo. Qualcosa che va proprio fuori scala. Chi non lo capisce è un po’ come gli astemi secondo Baudelaire: ha qualcosa da nascondere.

Fenomenologia dei logorroici (come salvarsi dal bla bla)

Schermata 2015-12-08 a 12.34.31Senza quasi che il mondo se ne accorgesse, si è sparso ovunque un morbo. E’ una malattia che dilaga ormai ovunque, una pandemia a cui pochi resistono: la logorrea. Tutti parlano, soprattutto se hanno poco da dire, e parlano tanto. Troppo. Sempre. Salvarsi è impossibile. Breve antologia dei logorroici.
“Non puoi sapere cosa mi sia successo”. Quando ti parlano, cominciano spesso così: “Non puoi sapere cosa mi sia successo”. E già cominciano male: è ovvio che non sai cosa gli sia successo, altrimenti non te lo racconterebbe. Certo, ci sarebbe anche una variabile da calcolare, ovvero che magari all’interlocutore non è che interessi poi granché di quello che sta ascoltando. E’ però una variabile che il logorroico non contempla neanche. Altrimenti non sarebbe logorroico.
“Ciao, come sto?”. E’ la tipologia di logorroico che comincia il dialogo chiedendo qualcosa di te, ma solo per alimentare sull’interlocutore l’illusione che gli interessi non solo la sua vita. Ma pure la tua. La domanda iniziale è solo un pretesto: un mero pretesto. Per esempio. Il logorroico ti chiede: “A casa tutto bene?”. Tu sei lì che rispondi, o almeno ci provi, e hai pure voglia di sfogarti perché è un brutto periodo, ma il logorroico ti ha già interrotto: “Ah guardi, lei è fortunato, niente in confronto a quello che mi è successo ieri”. E a quel punto, considerato che gli avevi appena detto che un meteorite ti aveva polverizzato la casa, immagini che a lui sia accaduto di tutto: un attentato, un cataclisma. Poi lui prosegue. E te lo dice: “Non ci crederà: a Tullio è caduto un dentino. Non mi ha fatto dormire tutta la notte”. E lì ci rimani un po’ male. Soprattutto quando scopri che Tullio è il nuovo criceto fucsia del logorroico.
“E quindi, alla fine, succede che io”. Tipologia dei logorroici che, per raccontarti un fatto normalissimo, impiega tre ore. Tu vorresti dirgli “sì sì, ho capito”, perché sai benissimo dove andrà a parare (e poi ti sta raccontando che a pranzo la pasta era scotta, mica la trama dei Karamazov). Niente: lui/lei dovrà terminare l’appassionante narrazione della pasta. Scotta.

Schermata 2015-12-08 a 12.34.04No, niente. Volevo dire che”. Ogni loro racconto interminabile parte così: “No, niente”. Ecco: ma se è “No, niente”, perché diavolo me lo racconti?
“Ai miei tempi mica succedeva”. Il logorroico allude sempre ai suoi tempi, reputandoli migliori del presente. E’ un aspetto a cui tiene molto. La cosa curiosa è che magari il logorroico è 16 anni, e non si capisce a quali “suoi tempi” alluda, però lo dice con un tale trasporto che alla fine gli credi.
“Sai che mi ha lasciato?”. Il logorroico ha una vita sentimentale sfigatissima. Chissà come e chissà perché, è sempre stato lasciato da qualcuno. E te lo deve raccontare. Con prolusione inaudita di particolari. Tu, ascoltandoli, pensi che magari è stato lasciato/a perché una logorrea neanche così neanche Furio di Verdone, ma dirglielo pare brutto.
“Non ci crederà mai”. Tutto è iperbolico nel mondo dei logorroici. Se trovano la fila alla posta, è accaduto solo a loro: “Non ci crederà mai”. Tu in realtà ci credi, ma questo è proprio irrilevante.
“Non so se hai capito”. Tipico intercalare del logorroico, che è sempre intimamente convinto che l’interlocutore davanti a lui sia un po’ ebete. Esempio: “E quindi a cena abbiamo fatto la bistecca, non so se hai capito”. Tu vorresti rispondergli che hai capito benissimo, anche perché stiamo parlando di una bistecca e non della teoria di Lacan, ma tanto lui non ti ascolta mica.
“Questa me l’ha già detta”. Il logorroico è spesso ripetitivo. Conduce quasi sempre una vita normalissima, a cui suole aggiungere un’enfasi del tutto fuoriluogo. E questo lo porta a ripetersi spesso. A raccontare gli stessi aneddoti. Guai però a farglielo notare, perché il logorroico è permaloso. Permalosissimo. Così lo ascolti, per la millesima volta. Con lo stesso entusiasmo che avresti se ti avessero condannato a eseguire una detartrasi a Ferrara.
“Ha visto quello che è successo?”. E’ l’incipit con cui il logorroico affronta la cronaca. “Ha visto quel che è successo a Parigi?”; “Ha visto quello sciunami (sarebbe “tsunami”, ma il logorroico segue regole tutte sue) nelle Filippine?”. E’ irrilevante che tu abbia “visto” o no: in entrambi i casi, il logorroico te lo racconterà. A modo molto suo, peraltro.
Schermata 2015-12-08 a 12.34.21“Ti rendi conto?”. Altro intercalare assai frequente. “E quindi lui ha ordinato un caffè. Ti rendi conto?”. Tu ti rendi conto benissimo, e non ti sembra strano per nulla. Non solo: non te ne frega proprio niente. Però bisogna rendersi conto.
“Ce l’ho più lungo di te”. Il logorroico ha un’idea competitiva di comunicazione. Se gli dici che hai la febbre, lui ti dice che è in coma (però vigile: infatti ti parla). Lui ce l’ha più lungo, sempre più lungo di te.
“E’ successo anche a me”. E’ il logorroico-specchio. Ti è successa la cosa più assurda del mondo? Anche a lui. Ma proprio uguale. “Sai che mi sono salvato da un incidente aereo aggrappandomi in caduta a una liana di rododendro della tundra?”. E lui: “Accidenti, è successo anche a me ieri! Ed era proprio un rododendro della tundra, l’ho riconosciuto mentre cadevo perché l’avevo visto sul National Geographic mentre facevo Pilates!”.
“Ti dico: una cosa incredibile!”. E’ il logorroico ultra-iperbolico. Tutto è incredibile, nonché eccezionale. “Ti dico: una cosa incredibile!”. Sì, ma per esempio? “Non ho trovato neanche il parcheggio”. Una cosa davvero incredibile: James Cameron ci costruirà senz’altro il suo nuovo kolossal fantascientifico. (Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2015)

Intervista (Casentino PIù)

foto1Andrea Scanzi, un aretino che vince il Premio Casentino per il giornalismo, entrando così a far parte di un albo d’oro di grande prestigio. Che sensazione ti ha dato essere premiato quasi a casa tua?
“E’ stata una soddisfazione enorme. Per essere alla premiazione di Poppi ho fatto i salti mortali: la sera prima ero a Veroli in Ciociaria, la sera stessa sono volato a Ragusa da Firenze passando per Catania. Una mezza pazzia, ma ne è valsa la pena. Il Premio Casentino è a prescindere uno dei riconoscimenti più importanti d’Italia, ma per un aretino come me ha una valenza ancora più importante. Ho vinto molti premi, tutti davvero preziosi come il Paolo Borsellino e il Lunezia, ma questo ha ovviamente un sapore particolare. Anche per la motivazione, che insiste molto sulla mia onestà intellettuale e sul mio coraggio”.
Abbiamo apprezzato i tuoi lavori come giornalista sportivo, come analista politico, autore teatrale, intenditore di vini, cinofilo e infine come romanziere. Se tu dovessi – nei limiti del possibile – giudicarti obiettivamente, in cosa pensi di essere finora riuscito meglio?
“E’ difficile giudicarsi da soli e il mio narcisismo non arriva a tanto. Sono molto orgoglioso dei miei spettacoli teatrali, di alcune mie apparizioni televisive, della mia attività al Fatto Quotidiano e del mio romanzo. Non ho nostalgia per il mio passato da giornalista sportivo, anzi. Il vino, la musica e i cani restano grandi passioni, che coltivo con immenso piacere”.
L’Italia continua a perdere posizioni nelle classifiche annuali della libertà di stampa elaborate da RSF.  Nel 2014 è scesa addirittura al 74esimo posto nel mondo, a pari punteggio con il Nicaragua e dietro a quasi tutti i Paesi della UE. Che si può fare per invertire questa pericolosa tendenza?
“Basterebbe avere più coraggio, ma in Italia troppo spesso il giornalismo – più che difendere le regole e la Costituzione – si riduce a scodinzolare di fronte al potere. Qualsiasi potere. E’ così da sempre e, se possibile, con Renzi la situazione è perfino peggiorata. Il giornalismo italiano, più che essere vittima di censura, è poi ostaggio di una terrificante autocensura. Si disinnesca da solo. Se il coraggio fosse denaro, nessuno sarebbe più povero della categoria dei giornalisti italici”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.47Il tuo “La vita è un ballo fuori tempo”, presentato un po’ in tutta Italia con notevole risposta di pubblico, è un romanzo che parla di un’Italia inventata ma non troppo, di un’Italia che forse un giorno sarà così ma speriamo di no: a leggerlo ricorda certe opere di Stefano Benni. Quali sono state le tue influenze principali – se ce ne sono state – nella scrittura del tuo esordio come romanziere?
“Senz’altro c’è Stefano Benni. Come ci sono Vonnegut, Calvino, Pennac, Vazquez Montalban. Poi, qua e là, credo e spero Saramago, Orwell, Fenoglio. E’ ovvio che, soprattutto nel primo romanzo, emergono molte delle tue letture. Ed io sono un ottimo lettore. Ovviamente ho citato maestri assoluti, dinnanzi ai quali io non sono proprio nessuno. Il libro sta avendo un successo che, in tutta onestà, mi sorprende e commuove. A ogni presentazione c’è sempre una folla di persone che mi ringrazia per essere “la loro voce”. E’ come scattata un’appartenenza tra loro e me: una cosa molto bella, anzi bellissima, e al tempo stesso assai responsabilizzante. A Ragusa, quando ho visto più di 600 persone che mi aspettavano da un’ora per la presentazione del mio libro, quasi non ci credevo. Ero reduce dal Premio Casentino al mattino: proprio una giornata indimenticabile”.
Schermata 2015-11-12 a 09.52.30Hai scritto un libro sulla generazione dei nati negli anni ’70 che si chiama “non è tempo per noi”, esponendoti al fuoco di fila di chi ti diceva che sei stato “disfattista”, “troppo cattivo”, “troppo buono”, “eh ma perché non hai incluso Tizio”, “eh ma perché hai incluso Caio”, “eh ma Sempronio?”. L’unica domanda possibile, invece, ritengo che sia questa: la generazione dei nati nei seventiesè ancora in grado di guarire da quello che tu hai chiamato “Gattopardismo 2.0”?

“Quel libro, peraltro molto fortunato, mi ha trasformato in una sorta di oracolo della mia generazione. Le persone, ogni giorno, mi chiedono sempre perché la mia generazione ha fatto questo e non ha fatto quello, come se io conoscessi ogni risposta. Io però non sono né un oracolo né un santone, e poi ogni generazione contiene tutto e il suo contrario. Nel 1970, lo stesso anno, sono nati Paolo Sorrentino e Angelino Alfano: tutto e niente, insomma. Alla mia generazione imputo due colpe: avere sopportato vent’anni l’anomalia enorme berlusconiana e, quando è andata al potere, reiterare quello stesso berlusconismo. Ecco perché parlo di gattopardismo 2.0: Renzi non è un rinnovatore ma un restauratore. E’ una generazione ricchissima di talenti, ma che politicamente ha anzitutto partorito questa classe politica renziana caricaturale. Mi permetto umilmente di ribadire che, se devo scegliere un nato nei Settanta tra i politici attuali, a Renzi e alla Moretti preferisco di gran lunga Civati o Di Battista. Io come milioni di italiani. Se poi questo fa di me un disfattista e un gufo, pazienza”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.58Cosa diresti ad un ragazzo che ha la metà dei tuoi anni e che volesse, oggi, lavorare nel giornalismo in Italia?
“Gli direi che sta per intraprendere un viaggio bellissimo ma difficilissimo. Persino più di 20 anni fa, quando ho cominciato io. La Rete ha aiutato e al tempo stesso complicato tutto. Il cartaceo sta morendo e il web non paga quasi mai. Di fronte a un aspirante giornalista c’è un mondo perlopiù ignoto. Nessuno sa come andrà a finire. Non ho consigli da dare. Senz’altro servirà tanto talento, tanta abnegazione. E tanta fortuna. Se è il vostro sogno provateci. E non arrendetevi alle prime difficoltà”.
Volevo fare un’intervista dove non ci fossero domande troppo politiche, ma questa è l’ultima e non posso esimermi dal farla:  cosa è andato storto nelle elezioni comunali ad Arezzo, secondo te?
“Non ricordo suicidi paragonabili a quelli del Pd aretino. E’ stato scelto un candidato improponibile, a cui non darei in mano neanche un aquilone. Figuriamoci una città per nulla facile come Arezzo. L’arroganza di Renzi e della Boschi, dopo la sbornia alle Europee, è arrivata a livelli tali per cui chiunque, secondo loro, avrebbe vinto Schermata 2015-11-12 a 09.52.17 facile ad Arezzo. Ma proprio chiunque. Persino Matteo Bracciali. Questa supponenza, e questa totale mancanza di preparazione e credibilità, sono state giustamente punite. E’ successo in Liguria, in Veneto e più ancora ad Arezzo. Chiunque sarebbe stato più votabile di Bracciali, anche un fagiolo zolfino. Non ce l’ho con tutto il Pd, anzi capisco benissimo chi su scala regionale ha scelto Rossi. Bracciali, però, è davvero l’espressione perfetta del renzismo impalpabile: in confronto Nardella è Togliatti. Nulla contro di lui personalmente, ma sta alla politica come la Binetti al porno. Al tempo delle elezioni avevo ancora la residenza a Cortona e dunque non ho votato per le Comunali di Arezzo, ma conosco tanti – ma tanti – elettori grillini o della sinistra radicale che al ballottaggio sono rimasti a casa. O addirittura hanno votato Ghinelli. Non avrebbero votato Bracciali neanche sotto tortura. Ecco il vero e unico miracolo di Renzi: è diventato così insopportabile che un elettore di sinistra, pur di non votare lui o un suo droide, si sposta addirittura a destra. Che dire? Un trionfo”. (Roberto Gennari, Casentino Più. Foto di Lorenzo Pantuso e Luciano Scanzi)

Quelli che esultano per Tsipras (e però non c’entrano niente)

tsiprasLa vittoria di Syriza, per quanto senza maggioranza assoluta, è una buona notizia. Non mi induce a fare cortei o a cantare Bella ciao, per quello ho già dato, ma è una buona notizia. Ho stima di Tsipras e spero che, come tanti prima di lui a sinistra, non deluda. Lo attende un compito difficilissimo. Fa comunque molto ridere osservare le reazioni in Italia. Due, in particolare, le tendenze affascinanti. La prima è quella dei renziani: “Visto? Ha vinto un altro come Renzi”, “Così Renzi si rafforza”, “Anche Tsipras vuole cambiare verso come Matteo”. Lo dice Migliore, cioè nessuno. E lo dice la Serracchiani, che quando c’è da riverire il Sire non manca mai (eppure era nata come “ribelle”. O ricordo male?). E’ bello constatare come i renziani si approprino di qualsiasi vittoria altrui, proprio come la vecchia Dc: peccato che Tsipras abbia un’idea opposta di Europa e di sinistra, e la sua vittoria non sia un assist ma casomai un intoppo per il Ciambellone del Nazareno. L’altra reazione esilarante è quella di molti sinistrorsi nostrani: non dico tutti, qualcuno di bravo e assai stimabile c’è anche qui (tipo Landini, ma non solo). Fa ridere, in particolare, l’entusiasmo di Vendola, che si atteggia ora a hombre del destino simile e anzi identico a Tsipras: dunque, se ha vinto lui, può farlo anche il compagno Nichi. La realtà è un po’ diversa: in Italia la sinistra vera è morta, o è comunque agonizzante, proprio perché spesso è stata rappresentata da figure politicamente equivoche e deludenti come Vendola. Il quale, poiché uomo intelligente, sa benissimo che “un nuovo soggetto a sinistra” ha futuro solo se dentro non c’è né lui né tutti quelli come lui. L’esultanza per Tsipras è cosa bella e giusta, ma sarebbe ancora più bella e giusta se a esultare fossero quelli che ne hanno motivo. Non quelli che non c’entrano niente.

(Avendo ottenuto 149 seggi e non 151, Syriza dovrà allearsi con qualcuno per andare al governo. Sarebbe parso scontato scegliere i comunisti – 15 seggi – o il centrosinistra – 17 seggi. Tsipras ha invece scelto i 13 seggi dei Greci Indipendenti, perché sono gli unici fortemente contrari al Memorandum tra troika e il precedente governo. Legittimo, ma chi sono i “Greci indipendenti”? Una forza di destra, nata dalla costola dei conservatori di Nuova Democrazia. Quindi il partito che ha cantato “Bella ciao” si alleerà con una forza di destra. Quando accadde una cosa in qualche modo analoga tra M5S e Ukip nel Parlamento Europeo, criticai duramente quella scelta, che infatti si è rivelata spesso insensata, vedi per esempio il voto opposto sulla Palestina tra Farage e 5 Stelle. Per quelle critiche io e il Fatto Quotidiano fummo massacrati tanto dalla frangia talebana dei 5 Stelle quanto dai duri e puri di sinistra, che accusarono M5S di “fascismo”. Confido che, adesso, quegli stessi duri e puri di sinistra dicano – con analoga onestà intellettuale – che l’alleanza magari giusta di Tsipras con i destrorsi indipendentisti greci li imbarazza un po’, senza arrampicarsi sugli specchi blaterando cose tipo “sono due situazioni diverse”).

Italia, paese al contrario e non proprio in forma

Schermata 01-2457041 alle 10.40.24Il livello non proprio eccelso del paese Italia si capisce anche dai piccoli particolari. Si capisce guardando, e peggio ancora ascoltando, le Boschi e Picierno. Si capisce dalle reazioni piccate dei renziani a Cofferati (“Non sai perdere”: wow, che profonda elaborazione politica). Si capisce da un partito, teoricamente democratico, che reputa “valide” delle Primarie con 13 seggi irregolari accertati e 2 procure (tra cui una antimafia) che stanno ancora indagando: quasi a dire che il voto, anche se truccato, è
valido lo stesso perché il taroccamento è stato tenue. Garbato. Misurato. Un po’ come per l’evasione fiscale e la frode: okay, è un reato grave, ma se lo fai sotto il 3% è solo AMICONE-LUIGIuna svista innocente e chi se ne frega. Il livello non eccelso del paese Italia si capisce poi da Berlusconi che striglia Brunetta perché ha osato essere troppo antirenziano (in Italia funziona così: la norma è se l’opposizione vota a favore del governo, non viceversa). Si capisce da una “sinistra” che per vincere si è spostata così a destra che ormai persino uno come Fassina sembra quasi Trotzkij. Si capisce da un vicepresidente del Senato, tal Gasparri, che si chiede su Twitter – testuale – se Greta e Vanessa “hanno fatto sesso consenziente coi guerriglieri”. Si capisce da questo e molto, molto altro. Forse però si capisce ancora di più dalla baracconata milanese “pro-famiglia” durante la quale, all’acme dell’elaborazione intellettuale, alcuni esperti hanno così sentenziato: “Gli omosessuali vanno curati”. Un pensiero così becero e retrogrado che, negli ultimi anni, lo avevano teorizzato giusto noti filosofi contemporanei come Povia e Minnie. Vien poi da chiedersi, e me lo chiedo da eterosessuale fervente che dunque, in via teorica, dovrebbe essere reputato “normale” da cotanti soloni: “curati” per diventare come? Per arrivare dove? Per somigliare a chi? Ed è questo il bello (va be’): i “normali”, che esortano gli altri a farsi curare, sono Maroni, Adinolfi, Formigoni, Lupi e Amicone. Ve lo immaginate? Curarsi una vita intera, tra mille dolori e stenti, per poi guarire e ritrovarsi Maroni. Oppure Adinolfi. Oppure Formigoni. Oppure Lupi. O addirittura Amicone. Molto meglio restare “malati”.

Renziani o ingoianti?

IMG_6243Dico sul serio, per certi versi li invidio: alludo a quelli che, fino a ieri, si dicevano “diversi” e adesso plaudono financo lo yuppie speculatore che auspica “una limitazione del diritto dello sciopero”. La loro capacità di accettare tutto, ma proprio tutto, quasi mi affascina. Paiono concepire la politica come fosse calcio: non pensano, ma tifano. Più che “renziani” andrebbero spesso chiamati “ingoianti”: se Renzi gli dicesse che il futuro è riscrivere la Costituzione con Verdini (ops, sta accadendo) o magari reintrodurre la schiavitù, accetterebbero pure quello. Tutte vittime, si direbbe compiaciute, di questa sbornia tragicomica per un Panariello minore. Quando – per caso o per disgrazia – vi tornerà un po’ di amor proprio, fate un fischio: vedere gli ex berlusconiani provare orgasmi mosci per Renzi è normale, perché dal padre scaltro si è solo passati al figlio mezzo bischero; ma osservare le garrule metamorfosi renziane di chi fino a ieri giurava di voler migliorare questo paese sul serio, e oggi si è ridotto a celebrare la prima Boschi che passa neanche fosse Nilde Jotti, be’ un po’ di tristezza la mette.

“Mai barattare la propria libertà” (Intervista)

Schermata 09-2456920 alle 18.00.29Giornalista e scrittore italiano di successo, che si caratterizza per il fatto che parla e scrive senza peli sulla lingua! Andrea Scanzi, fin dai suoi primissimi articoli “scritti per il giornalino universitario”, aveva la capacità come da lui stesso viene raccontato di “creare al contempo esaltazione e incazzature”. Ciò che salta subito all’occhio leggendo i suoi pezzi è il fatto che scrive quello che pensa, anche se questo vuol dire colpire i vertici del potere! Abbiamo intervistato Andrea Scanzi che si è dimostrato disponibile nel rispondere alle domande da noi poste, riguardanti la sua carriera.

La tua carriera giornalistica inizia nel 1997, che ricordo hai di quel periodo?
“Avevo 23 anni e frequentavo la Facoltà di Lettere ad Arezzo. Una vita fa, anzi molte vite fa. Nel frattempo c’è stato un matrimonio, un divorzio, tanti traslochi e tante donne. Soprattutto una, che molto mi ha dato e insegnato. Se mi guardo indietro non solo non mi riconosco, ma neanche mi ricordo granché. Ma l’inizio da giornalista sì che me lo ricordo. Scrivevo nel giornalino dell’Università e in una fanzine musicale. Si chiamava Zonedombra e la curava uno dei miei migliori amici, Gianluca Gori. Ogni articolo che scrivevo creava al contempo esaltazione e incazzature: evidentemente avevo già il dono naturale di non restare indifferente. Gianluca mi consigliò di spedire qualche articolo in giro. Era appena uscito Urban Hymns dei Verve. Lo recensii in mezzora e spedii il pezzo al direttore del Mucchio Selvaggio. Non avevo mai comprato Il Mucchio fino a quel giorno, lo scelsi su consiglio di Gianluca. Il direttore Max Stefani, il giorno dopo, mi scrisse chiedendomi di collaborare con lui. Ho cominciato così”.

Abbiamo visto la tua firma per Il Manifesto, L’Espresso, La Stampa per citarne alcuni. Ci puoi spiegare qual è il segreto di un così tale successo?
“Non so se ci sia un “segreto” e non so se si possa usare nel mio caso la parola “successo”. Ho sempre scritto quello che pensavo. Un po’ mi ha aiutato una naturale predisposizione a scrivere e un po’ la voglia di conoscere tutto. Ero il classico bambino che ripeteva sicuro: “Da grande voglio fare lo scrittore”. Ho avuto persone che hanno creduto in me in momenti decisivi, su tutti Edmondo Berselli. Un fratello maggiore che mi manca, ogni giorno. Dopo Il Mucchio e alcuni mesi a Rigore, un “settimanale di calcio e cultura” in cui mi firmavo “Andrea Rui Scanzi” in onore di Rui Costa, la prima svolta fu Il Manifesto nel 2002: scrivevo di sport, perché i direttori mi ritenevano troppo poco “de sinistra” per scrivere di politica e cultura. Nel 2005 passai alla Stampa, sempre come collaboratore (sono stato precario fino al primo aprile 2012), per volere dell’appena arrivato Giulio Anselmi. Nell’aprile del 2009 Marco Travaglio mi chiese di scrivere per Il Fatto Quotidiano, che ancora non era neanche nato. Non me la sentii e presi tempo: non me lo perdonerò mai. Nel frattempo alla Stampa era arrivato Mario Calabresi: mi dirottò a scrivere di moto per non farmi parlare di politica. Nel 2011 sono tornati alla carica Padellaro e Travaglio: ho accettato, con due anni di ritardo. Da allora la mia vita ha cominciato a girare vorticosamente. Una bella giostra”.

rionero8Ti occupi di tutto, dalla politica allo sport, ma dici che sembra essere un difetto, per quale motivo?
“Non è un difetto per me, ma per chi ha il mito della specializzazione. In Italia si ha questa idea insensata secondo cui una persona debba occuparsi sempre e solo dello stesso argomento. Mi annoierei tremendamente, e credo anzi che una delle mie forze – ammesso che ne abbia qualcuna – sia proprio la contaminazione. Ciò che gli altri chiamano “tuttologia” è per me curiosità culturale. E’ vero: parlo di musica, di sport, di politica, di vino. Parlo e scrivo di un sacco di cose. Se però me lo fanno fare, è perché evidentemente ho un pubblico che mi segue e reputa competente”.

Il tuo amore per la scrittura ti ha portato a scrivere dei libri, a quale sei più legato e per quale motivo?
“Voglio bene a ognuno dei miei libri, ma quello più caro è sempre il prossimo. E il prossimo sarà il mio primo romanzo, in uscita a marzo 2015 per Rizzoli. Il più personale è “I cani lo sanno”; il più venduto è “Non è tempo per noi”, che verrà ristampato e aggiornato a novembre nella collana Bur Bestsellers Rizzoli; e il più sorprendente rimane “Elogio dell’invecchiamento”: l’ho scritto quasi per scherzo, ma ha avuto molta fortuna ed è ancora uno dei libri più amati dagli appassionati di vino. Tra i miei primissimi libri, credo che quelli dedicati a Gilles Villeneuve e Marco Van Basten fossero ispirati. E l’autobiografia di Roberto Baggio, tradotta in tutto il mondo, coincise con il mio primo lavoro: anno 2001, testi di Enrico Mattesini e miei”.

Spesso ti si vede a La7 come opinionista e parliamoci chiaro non ti fai mettere i piedi in testa da nessuno: questa sicurezza da dove proviene, solo dalla conoscenza?
“La tivù mi diverte, non l’ho mai demonizzata e la frequento con piacere. Amo anche contesti più leggeri, al G Day di Geppi Cucciari mi divertivo molto e mi diverto anche adesso a Tikitaka. La politica, dopo un po’, mi rompe le palle. Soprattutto in questo periodo. Spesso mi dicono: “In tivù non ridi mai”. Per forza che non rido: tu rideresti se avessi davanti certi politici? Se mi inviti con Michele Serra mi diverto, se mi inviti con la Picierno no. Ma non sono un “polemista” di mestiere. Ho avuto una buona scuola, questo sì. In casa mia, fin da quando ero adolescente, ho frequentato una palestra dialettica assai impegnativa: la mia famiglia. Quando impari a gestire il confronto con una “mastina” come mia madre, e quando hai la fortuna di avere maestri come lei, e mio padre, e i miei zii, e gli amici, e alcune ex compagne, a quel punto non temi nulla. Ha aiutato molto anche il teatro: da tre anni faccio 40-50 date a stagione. Ogni sera devi convincere e ammaliare, o anche solo non annoiare, spettatori paganti che sono usciti di casa per vederti e ascoltarti: una sfida dura e meravigliosa. Nulla è più formativo del teatro. Se non ti fa paura il teatro, figurati se ti fanno paura la Santanché e la Boschi. Aggiungici una supponenza naturale, un’autostima incurabile, un’affabulazione spero non sgradevole e un carattere da toscanaccio spigoloso. Non capirò mai i colleghi che vanno in tivù a fare le belle statuine o gli zerbini: non ci riuscirei mai. Per fortuna”.

trioSai che al giorno d’oggi è un lusso poter parlare e scrivere liberamente senza correre il rischio di subire ripercussioni lavorative in cui puoi scordarti di vedere pubblicato un tuo pezzo: tu puoi permetterti libertà perché ti sei fatto un nome?
“Scrivevo e dicevo le stesse cose anche quando “non mi ero fatto un nome”, solo che adesso ho un pubblico molto più ampio. Non concepisco l’idea di dire e scrivere cose che non penso. O mi garantiscono la libertà, o per me non c’è futuro. Allo stato attuale, l’unica oasi effettiva che conosca nel giornalismo cartaceo è Il Fatto Quotidiano. In tivù è diverso: se funzioni e fai ascolti, ti chiamano eccome. Anche se sei scomodo. In questo sono molto più “laici” e meritocratici i berlusconiani dei radical chic sinistrorsi. Esiste una censura, ma più ancora un’autocensura. Soprattutto in Italia. C’è poi una mancanza di talento imbarazzante: quando fai zapping e ti imbatti in giornalisti esilissimi, non è che lo fanno per pavidità. Spesso sono proprio così”.

Fai tranquillamente le pulci al governo, chiamando le cose con il proprio nome, ma questo ti attira tante antipatie. Ti è mai capitato di subire delle minacce per quel che scrivi e dici?
“Le antipatie vanno benissimo, sono spesso intollerabile e mi sopporto a fatica anch’io. Minacce online di continuo, anche sulla mia pagina Facebook o su Twitter. Da renziani, da berlusconiani, da grillini: se voglio, so restare indigesto a tutti. Poi capitano altre cose. Per esempio saltano dei contratti, soprattutto a teatro. Se fossi renziano, invece di 40-50 date a stagione ne farei 150. E frequenterei molti più salotti televisivi à la page. Che dire? Preferisco essere libero”.

Ci parli del tuo tour Gaber se fosse Gaber, da dove è nata l’idea di questo spettacolo?
“Uno dei regali più belli che la vita mi abbia fatto. La Fondazione Gaber mi chiese di ideare una lezione teatrale per una data a Voghera nel febbraio 2011. Doveva essere un evento isolato e ne è nata una tournèe che ha superato le 120 repliche e che ogni tanto riprendo. Ho poi scritto un altro spettacolo, Le Cattive Strade, prodotto da Promomusic e tuttora in tour. E’ dedicato a Fabrizio De André e con me c’è Giulio Casale. Mi sono laureato su Gaber e De André nel 2000: con questi spettacoli è come se avessi chiuso il cerchio. Il teatro mi piace. Tantissimo. Marco (Travaglio, NdA) fa spettacoli perché è l’unica maniera di raccontare storie lunghe che in tivù non trovano spazio, ma non ne ha il mito. Per lui il teatro è “solo” un mezzo espressivo. Io, al contrario, avverto proprio la sacralità della dimensione teatrale. Insieme al sesso, al vino, alla musica e alla conoscenza, è l’adrenalina a cui non posso rinunciare”.

cattiveTrovi similitudini tra te e Gaber?
“Gaber è un gigante e io un pizzettaro. Non scherziamo. Se c’è una similitudine, è solo nell’approccio iconoclasta e urticante. Nell’avvertire l’urgenza di provocare costruttivamente il lettore e lo spettatore per costringerli a una reazione, a una riflessione, a uno scatto. In questo, sì, Gaber e Sandro Luporini mi hanno influenzato enormemente”.

Parliamo di politica, cosa ne pensi del governo Renzi?
“Un mix di incompetenza e arroganza raro. Renzi è lo “sfigato” che non invitavano alle feste delle medie. Forse è uscito dalla canzone Tapparella di Elio. E adesso si vendica, col sorriso sulle labbra ma efferatamente, quasi come il giudice di De André. Renzi è un restauratore, un berluschino circondato da yesmen deboli e vestali improponibili. L’Italia, allo stato attuale, è vittima di una sbornia per un Panariello minore. Auguri”.

A parer tuo se ci fosse il M5S al governo potrebbe far meglio di quello attuale?
“Bravi a fare opposizione, bravissimi a farsi male da soli. Persino un criceto ripetente farebbe meglio di una Boschi o una Madia, ma i 5 Stelle al governo del paese non andranno mai. E dunque non ha senso porsi una domanda simile”.

Vuoi dare un consiglio a coloro che vogliono intraprendere la carriera giornalistica?
“Mai stato un granché a dare consigli. La carriera giornalistica era già difficilissima quando avevo 20 anni, figuriamoci adesso con Internet e la crisi. Non ci sono consigli o strade maestre. E’ ciò che volete fare? E’ davvero il vostro sogno? Provateci. Non demordete. E non macchiatevi del reato peggiore: barattare la vostra libertà”. (Desirè Sara Serventi, Notizie Nazionali)

Pantani ammazzato? Non riesco a stupirmi

The-legendry-Marco-PantaniLeggo in giro tanto stupore, e pure un malcelato fastidio, per la riapertura del caso Marco Pantani. E’ lo stupore (finto?) di chi finora si è disinteressato alla sua vita, o ha vissuto su Marte, o crede alle favole (anzi agli insabbiamenti). La morte del Pirata è sempre stata piena di misteri, incongruenze, bugie e omissioni. Bastava leggersi “Vie et mort de Marco Pantani” (Grasset, 2007) e “Era mio figlio” (Mondadori, 2008). Nel mio piccolo l’ho sempre scritto anche io, per esempio qui. Ho amato Marco Pantani come molti della mia generazione, e non solo della mia. Gli ho voluto bene. Dopo la sua squalifica, come un fan inconsolabile, andai perfino a casa sua per lasciargli un biglietto di solidarietà: non l’ho mai fatto con nessun altro sportivo. La sua intervista straziante a Gianni Minà la ricordo come una coltellata. Ho sempre pensato che nessuno sportivo italiano, non tra quelli di cui sono stato contemporaneo almeno, abbia subito la gogna vergognosa del passaggio subitaneo da “eroe” a “colpevole”. Ha sbagliato, certo, ma non abbastanza da subire quella mitraglia ipocrita e indistinta. In quella cazzo di camera di Rimini non credo fosse solo. Paiono attestarlo troppe cose: la stanza era mezza distrutta, c’era sangue sul divano, c’erano resti di cibo cinese (che Pantani odiava: perché avrebbe dovuto ordinarlo?). Marco aveva chiamato due volte la reception parlando di due persone che lo molestavano (aneddoto catalogato come “semplici allucinazioni di un uomo ormai pazzo”). Fu trovato blindato nella sua camera, i mobili che ne bloccavano la porta, riverso a terra, il torso nudo, il Rolex fermo e qualche ferita sospetta (segni strani sul collo, come se fosse stato preso da dietro per immobilizzarlo, e un taglio sopra l’occhio). Vicino al suo corpo c’erano delle palline fatte con la mollica del pane, in cui sono state trovate tracce di cocaina. Nella camera non sono state trovate altre tracce di stupefacenti. Non esiste un verbale delle prime persone che sono entrate all’interno della camera, non è stato isolato il Dna delle troppe persone che entrarono nella stanza. Il cuore di Pantani venne trafugato dopo l’autopsia dal medico, che lo portò a casa senza motivo (“Temevo un furto”) e lo mise nel frigo senza dirlo inizialmente a nessuno. Perché il cadavere aveva i suoi boxer un po’ fuori dai jeans, come se lo avessero trascinato? Che senso aveva quel messaggio in codice accanto al cadavere (“Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata”)? Eccetera. E’ mia opinabilissima convinzione che Marco Pantani, ragazzo fragile e talento infinito, sia stato ammazzato due volte. La prima a Madonna di Campiglio 1999, la seconda il 14 febbraio 2004. Temo di non sbagliare. Spero (poco) in un briciolo di giustizia postuma. E conservo il dolore, perché ai fratelli maggiori non smetti di voler bene. E certe ferite non si cicatrizzano mai.

Elsa Fornero e la grazia

resizerPolemica tra Elsa Fornero e Andrea Scanzi durante il contenitore mattutino “Agorà”, su RaiTre. Il ministro del Lavoro uscente, dopo aver difeso il proprio operato ed aver tacciato di volgarità e di vigliaccheria Beppe Grillo, reagisce con stizza all’intervento del giornalista del Fatto Quotidiano. “Abbiamo parlato delle gaffe del Movimento 5 Stelle” – dichiara Scanzi – “ma ricordo tante gaffe anche del ministro Fornero, come le sue fughe dalle conferenze stampa o la parola “choosy” rivolta agli studenti. E non mi è sembrato un atteggiamento garbato nei confronti dei precari e dei lavoratori”. Elsa Fornero si dimena e scrolla la testa, tentando di interrompere il giornalista che continua: “Forse lei non si è resa conto del disastro che ha compiuto nei confronti di centinaia di migliaia di Italiani, che si chiamano ‘esodati’“. E rievoca un loro incontro a Cortona nell’agosto del 2012. “Io le chiesi” – domanda Scanzi – “che fine avrebbero fatto gli esodati. Una persona del suo staff sbuffò e lei, anche in maniera commossa, mi rispose che era impossibile prevederlo. Premesso che è abbastanza inquietante sentire un tecnico che dice una frase simile” – continua – “visto che ne conosco tanti di esodati, anche a casa mia, io le chiedo: di queste 65mila persone, che poi sono diventate 110mila e poi 300mila e ancora ora non sappiamo quanti sono, cosa facciamo?”. Piccata la replica della Fornero, che risponde: “Lo stile della sua domanda è lo stile tipicamente sgraziato del Fatto Quotidiano (video)

Berlusconi al Quirinale (ma anche no)

Polemica al fulmicotone tra il giornalista Andrea Scanzi e il deputato Pdl Michaela Biancofiore durante il talk show politico ’Otto e mezzo’ (La7). Dopo uno scontro con Beppe Severgnini sulla magistratura, la pasionaria del Pdl insorge quando Scanzi giudica i possibili scenari di un ritorno al voto, definendo Angelo Alfano “uno pseudo-leader del Pdl dal carisma di un frassino senza fotosintesi clorofilliana”. La Biancofiore sbotta e sciorina sondaggi e dati che, a suo dire, comproverebbero il successo plebiscitario del Pdl, adombrando anche il sospetto dibrogli nelle ultime elezioni. “Siamo purtroppo in un paese bulgaro” – afferma l’esponente del Pdl – “e gli Italiani stanno finalmente capendo che stiamo di fronte a un problema di libertà personale e democratica“. La Biancofiore prosegue il suo torrenziale intervento, chiamando più volte “Scalzi” il giornalista del Fatto Quotidiano e confondendo “il contratto con gli Italiani” di stampo berlusconiano con “il codice di comportamento” del Movimento 5 Stelle. E aggiunge: “Oggi siamo a tre punti percentuali sopra la coalizione di centrosinistra e anche sopra Grillo, che oggettivamente si sta ammosciando“. “E infatti gli ultimi sondaggi hanno dato il M5S al 29%” – ribatte Scanzi – “Grillo si è ammosciato nei suoi sogni erotici di stampo ideologico-politico“. Il climax dello scontro si raggiunge nel finale, quando la Biancofiore vagheggia Bersani come Presidente del Consiglio e Berlusconi al Quirinale. Scanzi, visibilmente turbato, commenta: “Un brivido di terrore mi attraversa la schiena. Ragazzi, non scherziamo, di tragedie ne abbiamo già tante. Mi sembra un delirio”. “Sarebbe il miglior presidente della Repubblica italiana, è veramente sopra le parti“, ribatte la Biancofiore. “Sì, forse sopra le sue“, risponde il giornalista, scatenando lo sdegno dell’esponente del Pdl che erompe: “La vostra volgarità è sempre comparabile con le vostre idee”. “E invece il bunga bunga era elegante“, replica Scanzi. “Il bunga bunga era una barzelletta, io conosco la verità delle cose”, risponde la Biancofiore. “Neanche Dio arrivava a tanto, ma lei si sente quando parla?”, controbatte il giornalista, che con giobbesca pazienza lascia cadere la polemica e conclude il suo intervento (il video).