Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
luglio: 2017
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Divagazioni Quotidiane

Non ci conosciamo, eppure giudichiamo e addirittura tifiamo (a proposito dell’omicidio di Vasto)

Schermata 2017-02-05 alle 19.30.23L’omicidio di Vasto mi ha colpito molto, come immagino molti di voi. Tutti ne stanno parlando da giorni: tivù, giornali, social. E molti stanno dando il peggio: anzitutto i social, che sono ormai quasi sempre una cloaca a cielo aperto. Persino di fronte alla morte si ragiona per tifo: da una parte quelli che “ha fatto bene ad ammazzarlo” e dall’altra i luogocomunisti buonisti, che hanno sempre una parola buona per tutto (soprattutto se la vita è quella degli altri e non la loro). Ho letto belle riflessioni. Per esempio Matteo Grandi. Selvaggia Lucarelli, stamani sul Fatto, sottolinea come negli omicidi stradali è naturale immedesimarsi in Fabio, che ha perso la moglie investita mentre passava col verde (e l’auto col rosso). Mentre non ci viene naturale immedesimarsi con Italo, l’investitore, che spesso (non sempre) esce distrutto dalla vicenda. Dico “spesso”, e “non sempre”, perché mi è capitato di conoscere famiglie che hanno vissuto il dramma di Fabio, e ciò che li devastava non era “solo” la morte, e nemmeno la sua assurdità, ma l’indifferenza che pareva trapelare dall’omicida. E’ possibile perdonare chi ha ammazzato una persona a noi cara? Mi è venuto sempre in mente Fabio Salvatore. Attore e scrittore, è un caro amico. Dieci anni fa, nel 2007, suo padre è stato investito e ucciso da tre ragazzi ubriachi. Lui e sua madre hanno perdonato. Non so come abbiano fatto. Nel frattempo lo Stato ha fatto qualcosa per punire l’omicidio colposo, ma dieci anni dopo sono ancora in attesa di giustizia. Giusto ieri, Fabio scriveva: “Il dolore ti mangia il cuore e l’anima. Ti annienta. Ti toglie ogni cosa. (..) Lui ha scelto di ammazzare chi ha ammazzato. Nessuno può giudicare. Nessuno può additare. Ma tutti possiamo impegnarci a cambiare questo stato che non da giustizia. Io sono al punto di partenza. Come nove anni fa. Mio padre è ancora un numero di procedura penale. Il 28 febbraio ci sarà l’ennesima udienza dopo tre anni di silenzio ! Molti scelgono di farsi giustizia, io ho solo chiesto giustizia. Nessuno osi giudicare chi vive il dolore !!! Mio padre è stato ammazzato sulla strada. Il suo corpo si è perso nel sangue. Oggi si chiamano omicidi stradali. Ma nulla cambia. Perché in questo stato non c’è pena. Non c’è giustizia. Non c’è certezza della pena”. Oggi, a Domenica In, a parlare di omicidio stradale in rappresentanza dello Stato c’erano Gasparri e Picierno. Non è una battuta: c’erano proprio loro. Roba da vergognarsi in eterno. Fabio, che dopo l’omicidio ha lasciato la pistola davanti alla lapide della moglie Roberta come a dire “Adesso è finito tutto”, dice che Italo non ha mai chiesto scuso. Che se n’è fregato. Che lo ha addirittura provocato e sfidato. La famiglia di Italo afferma il contrario: era distrutto, non riusciva a più a vivere e tutti lo avevano abbandonato. Italo aveva 21 anni, era incensurato e faceva 62 km/h in una strada con limite a 50. Non era ubriaco. Forse stava guardando whatsapp, come facciamo a vent’anni e purtroppo non solo a vent’anni. Quante volte lo abbiamo fatto anche noi, e abbiamo avuto solo il culo di non investire nessuno mentre smanettavamo come deficienti sullo smartphone? Lo Stato non poteva punirlo più di così, perché la legislatura è questa. In tutto questo, ed è ciò che mi atterrisce, mi chiedo: io, al posto di Fabio, cosa avrei fatto? E voi cosa avreste fatto? Noi, che giudichiamo sui social dall’alto del pulpito di questo cazzo: noi, se fossimo stati coinvolti direttamente, come avremmo reagito? Se non avessimo avuto l’aiuto e il supporto necessari a elaborare un lutto probabilmente mai elaborabile, e se fossimo stati calati in una comunità che “chiedeva giustizia?, cosa avremmo fatto? La verità, almeno per me, è che non ho risposte. Sono obiettore di coscienza, pacifista e non ho mai preso in mano un’arma. Eppure non so, non lo so per niente, come reagirei se una persona mi togliesse un affetto caro. Non lo so. Farei bella figura, qui, a dire che “avrei perdonato”, ma non lo so se ci sarei riuscito. Non lo so per niente. Una parte di me, pur sapendo che ha sbagliato e pur avendo ben chiaro i pericoli del “branco” assetato di sangue, capisce il comportamento di Fabio. Sì: non lo condivide, ma lo capisce. Ci sono momenti, nella vita, in cui sai benissimo che non devi fare una cosa, perché sai che è sbagliata, eppure ti sembra l’unica soluzione.Basta una parola sbagliata, uno sguardo equivoco e poi è già troppo tardi. La vendetta è uno dei sentimenti più drammaticamente umani che esistano. Ed ecco cosa mi fa male: che tutti noi giudichiamo o peggio tifiamo, dimenticando che l’unica certezza è che – in quel maledetto incidente – sono morti non in uno ma in tre. Ecco cosa mi spaventa: che non ci conosciamo mai abbastanza, eppure pretendiamo addirittura di giudicare gli altri.

Lode a Mark Knopfler, Il Genio Atarassico

schermata-2016-12-18-alle-10-53-49Di Mark Knopfler, entità ultraterrena che da decenni signoreggia e soverchia, mi ha sempre affascinato quella sua tranquillità da impiegato del catasto a cui è caduto addosso un talento smisurato. Egli è il Genio Atarassico, che tutto sa e tutto può. Ha sempre la faccia, e la prossemica, di uno che passa di lì per caso e non sa di essere quello che è. Tutta la sua carriera poggia su una dialettica costante tra il minimalismo dei gesti, e dei fronzoli, e l’enormità del genio. E’ uno degli artisti che amo di più, lo ascolto di continuo e tutto in lui è grazia. Grazia pura. Tra le canzoni della vita, almeno per me, ci sarà sempre Telegraph Road. La sua versione perfetta è contenuta nel (pazzesco) live Alchemy, tratto dal tour del 1983. Mark e i Dire Straits erano palesemente benedetti dagli dèi: dèi buoni, e anche questo è vieppiù strano. In Telegraph Road, Mark mette le palle sul tavolo, sciorinando un testo pazzesco e una partitura musicale accecante, ma lo fa pur sempre con grazia: con quell’aria da “va be’, non facciamola tanto lunga e suoniamo”. Ascoltate il finale di quel brano: tu sei lì che hai voglia di invadere la Polonia e hai un’energia addosso che ne basterebbe la metà. E lui? Lui niente: suona con tranquillità benedetta, sorridendo serafico come se fosse al bar e guardandosi attorno stupito dal gran casino attorno a lui. Ascoltate, guardate e godete: gli ultimi 5 minuti di Telegraph Road in Alchemy sono la prova che Dio esiste. E non sempre ci odia.
 
(Non c’entra niente, ma Knopfler secondo me è Travaglio con la fascia antisudore. Del resto si chiamano entrambi Marco)

Shine On You Crazy Diamond (Part VI-IX)

pink-floydDopo vari conciliaboli con me stesso, sono giunto alla conclusione che in questi giorni la musica che mi commuove di più è a seconda parte di Shine On You Crazy Diamond, assai meno nota della (strepitosa) prima. La parte in oggetto chiude Wish You Were Here e fu Dio Roger ad avere l’illuminazione di spezzare in due la suite, che inizialmente doveva occupare tutto un lato dell’album, come accaduto per Atom Heart Mother (lato A del disco omonimo) e Echoes (lato B di Meddle). Vado a descrivere la grandezza di questi 12 minuti e 27 secondi, riascoltandola con voi mentre godo oltremodo e al contempo mi commuovo.
La quiete prima della tempesta. La seconda parte di Shine On You Crazy Diamond vive di quattro fasi, come del resto testimoniato dalla band: parte VI, VII, VIII e IX. Si comincia con un vento che soffia, eco della appena conclusa Wish you Were Here (il brano, non il disco). Il clima è da “sta per accadere qualcosa”. Ogni tanto un basso scandisce il tempo, con la nettezza definitiva di chi sa benissimo che moriremo tutti. Una “slappata” non meno definitiva, paragonabile a un colpo di accetta di Iddio Waters, sancisce la chiamata alle armi: ci siamo, è il momento. Tutto sta per accadere. Tutto deve accadere, perché è Dio a volerlo. David si desta dal torpore, mentre Richard punteggia con grazia iridescente e Nick fa l’unica cosa che ha sempre saputo fare: lo sporco lavoro. davidSiamo catapultati in un nowhere, che è poi lo spazio nativo dei Pink Floyd, mai terreni e costantemente divini. Di quel divino che fa male, perché la Vita è dolore. E loro lo sanno. Cazzo se lo sanno.
Gilmour giganteggia come non esiste al mondo. Dal minuto due e mezzo David si libera del suo atavico fighettismo, mette finalmente le palle sul tavolo e dà del tu a qualsivoglia divinità esistita e/o immaginata, dicendo loro di spostarsi dal tavolo imbandito delle nuvole perché adesso esiste solo Lui. Nessuno, ora, può essere alla sua altezza. Quindi levatevi tutti dalle palle. E’ uno degli assolo più pazzeschi dell’universo. La sua chitarra urla, fiammeggia, ti strappa l’anima e ti travolge. Quando ne esci non sei più lo stesso. Inaudito. Semplicemente inaudito.
Adesso parlo io, fedeli. La suite si avviluppa e rallenta: è il momento del Verbo. State tutti zitti, giacché Egli parlerà. Roger, con quella voce da cavernicolo incazzato nero per non essere morto da piccolo, dispensa le sue consuete parole sature di morte e follia. Narra di Syd, ma narra (come sempre) più che altro di se stesso. Egli, sussurrando con l’angoscia senziente di chi tutto ha già visto e vissuto, ci dice: “Nobody knows where you are, how near or how far“. Il Gruppo, dopo averlo ascoltato in religioso silenzioso, rilancia: “Shine on you crazy diamond“. Carlena Williams e Venetta Fields ricamano sui cori. E’ la parola di Dio, che ci introduce all’agnizione definitiva. Preparatevi: sarà bellissimo, ma non sarà facile.
Il capolavoro di Richard. Wright è stato per i Pink Floyd ciò che George Harrison fu per i Beatles: il “terzo” di una band così straripante da far apparire quasi “marginali” due siffatti giganti. Wright, che ha sempre legato moltissimo con Gilmour e pochissimo con Dio, riteneva questo disco il migliore dei Pink richFloyd. Naturale: è quello dove il suo tocco si sente più. Questa parte finale è il suo capolavoro, assieme a Echoes, The Great Gig In The Sky e Us and Them (no, dico: ma di che brani stiamo parlando? Di che cazzo di brani stiamo parlando?). Brian Humphries, l’ingegnere del suono del disco, ha raccontato con commozione l’epifania di questa parte finale. Richard si sedette davanti agli strumenti, come un bimbo circondato dai suoi giocattoli preferiti, e improvvisò. Chi lo vide dal vivo ebbe la sensazione di un prodigio in divenire. Wright sarebbe potuto andare avanti per ore, come Keith Jarrett a Colonia. Del resto, dei quattro, era l’unico che conosceva davvero la musica, con un’impostazione “classica”. In questi minuti, molto semplicemente, Richard ci strappa l’anima. Inizialmente pare quasi divertirsi, saltellando tra organo, Minimoog, piano elettrico e acustico. L’atmosfera è jazzata e ricorda – per capirsi – certe colonne sonore poliziottesche di allora, tipo Starsky and Hutch. Poi, mentre sei lì che non sai dove Wright voglia portarti, lui –  a tradimento – prende il coltello e ce lo pianta nel cuore. Tutto rallenta e insegue una sospensione ipnotica. E’ qui che Richard varca (ancora) una nuova dimensione, ricamando arabeschi di malinconia insostenibile. Sarebbe già molto più di tanto, ma manca la lacrima finale. L’ulteriore tributo al diamante pazzo Barrett: la trama di See Emily Play. Uno dei primi singoli del gruppo, quando ancora Syd scintillava. In studio, ascoltando Richard dal vivo, tutti piansero. Proprio tutti. Anche io. Ogni volta.
Sia lode.

Ode breve dei Radiohead (vi amo, vi ho sempre amato)

radioheadVi amo: vi ho sempre amato, sin da quando vi intercettai con Creep e poi con The Bends. Ok Computer è il disco perfetto, il Dark Side Of The Moon degli Anni Novanta e non posso ascoltarvi ogni giorno perché mi strappate l’anima e mi fate male come solo i Pink Floyd o certe cose dei Sigur Ros. Siete come C’era una volta in America o L’età dell’innocenza: dovete essere maneggiati con cautela, perché avete sempre avuto questa maledetta attitudine a devastare il cuore. Vi ho sempre seguito, anche quando avete esagerato con le rivoluzioni, anche quando avete inciso canzoni che piacciono solo a voi (anzi: a volte neanche a voi). Vi ho seguito con Kid A, con Amnesiac, con Hail to the Thief, con In Rainbows, con The King of Limbs. Ogni vostro disco ha almeno 3-4 brani che, da soli, valgono tutto. Quando ho voglia di credere nell’esistenza non tanto di Dio, che Roger Waters lo conosco già, ma dell’Uomo, mi stordisco di Fake Plastic Trees, Exit (Music for a film), The National Anthem, Like Spinning Plates, There There e altri venti brani almeno. Street Spirit (fade out) è inaccettabile per dolcezza e Paranoid Android è la suite che avrebbero composto i Pink Floyd se avessero scritto Ummagumma nel 1997. Mi trovo ora ad ascoltare A Moon Shaped Pool, più o meno per la cinquantesima volta in tre giorni. E vi ritrovo come sempre, uguali e diversissimi, malati e contorti, intrisi di un genio quasi osceno tanto è cristallino, con quei cazzo di suoni e quella cazzo di voce. Thom Yorke non è neanche un cantante: è Leopardi che si è messo a radiohead 2cantare le Operette Morali dopo qualche secolo di letargo. Anche in questo disco avete messo le solite o tre quattro masturbazioni a uso e consumo dei vostri demoni, ma chi se ne frega. Vi perdono, vi ho sempre perdonato. E anche delle vostre paturnie sui social e sulla discografia non me n’è mai fregato nulla. Anzi meno. Burn The Witch crea dipendenza ed è meglio di un trip scritto da Burroughs. Decks Dark e Desert Island Disk hanno una delicatezza che non esiste. Glass Eyes fa piangere a dirotto, The Numbers è drammaticamente perfetta e True Love Waits è l’unico finale possibile. Diranno ancora che siete cerebrali, che siete freddi, che siete autoreferenziali. Lasciateli dire: il cicaleccio degli ignoranti, e peggio ancora degli insensibili, non ha mai fatto la Storia. Voi sì. E’ davvero rassicurante essere coevi: siete la musica migliore per questa nostra contemporaneità quasi sempre asincrona. Per non dire stonata.

(Sì, vi amo. Vi ho sempre amato).

Un disco da maneggiare con cautela: The Final Cut dei Pink Floyd (anzi di Roger Waters)

final cutPerché parlo di The Final Cut dopo Animals e Wish You Were? Ci sono dischi dei Pink Floyd più famosi e riusciti, certo, ma da una settimana l’agognato “taglio finale” del Mirabile Nevrastenico ha (ri)cominciato a stregarmi. Perché? Boh, che ne so.
The Final Cut è uno dei dischi più divisivi e sottovalutati della storia del rock. I gilmouriani, in questa lotta idiota tra “fan di David” e “adepti del Messia Livido Roger”, lo odiano perché ormai Waters aveva preso il sopravvento. E in generale lo si conosce poco. E’ un peccato: non è un album perfetto, ma è ricco di intuizioni, vanta non poche meraviglie e mostra tutti i demoni di Roger. E’ qui, persino più del solito, che un artista tanto geniale quanto ferito mette a nudo ogni suo incubo e cicatrice. Ascoltando questo disco – lasciatevelo dire da chi lo sta facendo ininterrottamente da giorni – è come se si toccassero con mano tutti i fantasmi di Waters: la sua follia, la sua paranoia, il suo dolore. E’ un ascolto claustrofobico, quello che vi (ri)attende. Ma è un ascolto necessario, vuoi perché il “peggior” Waters (ma peggiore de che, poi?) è comunque divino e vuoi perché c’è una qualità letteraria enorme. Ogni brano nasconde variazioni, cambi di registro, rivoli inattesi. E’ uthe final 4n calvario in musica: un bel calvario, giusto e coraggioso. Tanto politicamente (poche opere sono così infarcite di nomi e cognomi) quanto umanamente (a ogni canzone viene voglia di abbracciare Roger e dirgli: “Dai, ti voglio bene, non fare così).
I Pink Floyd non esistono più. Divisi durante Animals, esplosi durante The Wall. Cito a memoria Nick Mason, per farvi capire il clima: “Quando Roger se n’è andato, ci siamo sentiti come l’Unione Sovietica dopo la morte di Stalin“. Waters ha allontanato definitivamente Richard Wright, adducendo problemi matrimoniali e di cocaina (che il tastierista ha sempre negato). E’ l’unica cosa che non perdono a Roger: Richard non andava toccato. Lo scontro era già stato totale durante The Wall, al punto che Wright durante il tour fu relegato a “turnista” (curiosamente fu anche l’unico dei quattro a essere pagato, perché in quanto “turnista” doveva essere la band – che si svenò durante il tour di The Wall – a pagare i musicisti). Waters sostituisce Wright con Andy Brown e Michael Kamen. E sostituire un Pink è durissima. Negli anni immediatamente successivi, per sopperire alla mancanza di Gilmour, Waters dovrà infatti sparare altissimo e cercare prima Eric Clapton (The Pros And Cons of Hitch-Hiking) e poi Jeff Beck (Amused To Death: ascoltatevi la sua chitarra in What God Wants e godete selvaggiamente).final cut 2The Final Cut nasce ex novo, anche se qualche brano è in realtà uno “scarto” da The Wall. Il titolo iniziale era Spare Bricks, “Mattoni avanzati”. Waters aveva già scritto The Pros And Cons, che secondo Mason era superiore a The Wall (parliamone). Come ultimo capitolo dei Pink, Roger preferì però scrivere questo ennesimo concept album, stavolta dedicato al “requiem per il sogno del dopoguerra“. Un sogno, va da sé, ucciso anzitutto da “Maggie”. Cioè l’odiata Thatcher. E’ a tutti gli effetti, o quasi, il primo album solista di Waters e non l’ultimo dei Pink. Le atmosfere sono radicalmente cambiate, proseguendo lo stile di The Wall e anticipando quel capolavoro totale che sarà Amused To Death. Nel retrocopertina, non a caso, c’è scritto: “di Roger Waters, eseguito dai Pink Floyd“. Gilmour e Mason hanno un ruolo marginale, al di là di due o tre assoli celestiali di David di cui parlerò tra poco. La copertina è una delle più brutte nella storia dell’uomo e anche questo non ha aiutato. Il Divino Roger, che qui scopre l’olofono (microfono particolarissimo), esacerba quel suo cantato contronatura, fatto di parole scandite e/o sussurrate – che paiono giungere direttamente dall’Ade – e urla dilaniate non riproducibili da nessuno, se non dalla sua Ugola Folle.
roger 1Al disco non fece seguito alcun tour. Curiosamente gli unici che volevano intraprenderlo erano Gilmour e Mason: fu il Dux Waters a dire no, prima di andare in causa con la band (perse lui). L’album uscì il 21 marzo 1983. Dodici tracce, tredici nella edizione del 2004. Tanto per infondere ulteriore allegria, è pieno di suoni inquietanti, schegge fosche e bombe. Tante bombe. Waters, forse il pacifista più incazzato del mondo dopo Gandhi (che però l’incazzatura la celava benissimo), si scaglia contro l’assurdità della guerra delle Falkland, immagina di ricoverare i grandi (stronzi) della Terra in un ospizio che ha il nome del padre morto ad Aprilia e tocca apici celestiali quando pronuncia sadicamente “glitterati” (“gli-de-rad-di”). E’ qui che si nota, persino più del solito, quella sua maniera di pronunciare le parole sollevando il labbro superiore ai lati (“The Final Caaaaat“), che lo porta a esibire una smorfia giustamente luciferina. Più che cantare, sentenzia. Più che suonare, ci regala un de profundis allucinato eppure lucidissimo. Analizziamo i brani.
The Post War Dream. Si parte con una gran gioia di vivere. Un bell’organo da funerale, poi le prime parole: “Dimmi la verità, dimmi perché Gesù fu crocifisso?/ E’ per questo che papà è morto?/ Era per te, ero io?“. Torna il tema della morte del padre, che qui domina molto più che in The Wall. E torna quel senso di colpa per la sua morte, esplicitato da Roger in un passaggio esiziale del film Roger Waters – The Wall del 2015. Il momento in cui Waters scandisce “What have we done/ Maggie, what have we done“, e poi fa la pausa prima di sillabare “to En-gland“, è una delle cose più solenni che abbia mai ascoltato: io amo quest’uomo.
roger 2Your Possible Pasts. Alcune frasi del ritornello vengono lette nel film The Wall di Alan Parker da quel citrullo querulo di Bob Geldof. La canzone racconta una volta di più l’impossibilità dei soldati di rifarsi una vita, dopo i demoni della guerra. La voce di Waters saltella dagli Inferi alla Morte come un po’ in tutto l’album, dando l’abbrivio a un assolo notevole di Gilmour: uno dei pochi momenti in cui ci si accorge che, nel disco, c’è anche David.
One Of The Few. Scartato da The Wall, comincia con un ticchettio e vede protagonista l’insegnante odioso di The Happiest Days Of Our Lives, che qui però è meno carogna e appare come un reduce della Seconda Guerra Mondiale. Il titolo è una citazione da Winston Churchill. Per motivi ignoti, da ragazzo era una delle canzoni che amavo di più. E questo spiega forse molte cose.
When The Tigers Broke Free. Nella versione del 1983 non c’era, mentre compariva – diviso in due parti – nel film di Alan Parker. Interamente dedicato a Eric Fletcher Waters, padre di Roger morto ad Aprilia nel 1944 dopo lo sbarco ad Anzio. Talvolta è scritto con la “y” in “Tygers“. Il titolo fa riferimento a un carro armato tedesco usato nella Seconda Guerra Mondiale, il Tiger I. E’ l’unico brano in cui compare Wright, alle tastiere e pure come seconda voce. Si racconta come il padre di Roger morì in “un miserabile mattino nell’oscuro ’44” e nessuno si salvò dei Fucilieri Reali della Compagnia C. Nell’ennesimo parossismo autobiografico, Waters ricorda anche la lettera che Sua Maestà inviò alla madre per dirle che il marito era morto (“Era, ricordo, a forma di pergamena“). La chiusura è straziante: “La maggior parte di loro morti/ il resto morenti/ ed è così che l’Alto Comando/ portò via mio padre da me“. I demoni di Waters hanno raggiunto il grado 3000 della Scala Richter.
roger 3The Hero’s Return. Tutti in piedi: è un brano pazzesco, nel testo (come tutto l’album) e nella costruzione musicale. Era il lato B di Not Now John, dove peraltro è presente una versione più lunga. Anche qui si comincia con una citazione cristologica (“Gesù Gesù, ma che cos’è tutto questo provare/ a far filare dritti questi poveri ingrati?“). Doveva far parte di The Wall col titolo di Teacher Teacher. L’eroe torna dalla guerra e ricorda le feste che lo accolsero, ma ora tutto è lontano e l’unica cosa che gli rimane sono le parole del’artigliere (gunner) morente. Voglio segnalarvi il cantato del Divino in questo passaggio: “Sweetheart sweetheart, are you fast asleep“. Qui Roger fa una pausa e, con tratto gutturale e anzi cavernicolo, aggiunge: “Good“. Ecco: qui scivoli nell’abisso e fai “ciao ciao” a Caronte, mentre Waters è chissà dove in giro con la sua ascia rubata a Eugene. E non sta per niente careful nell’usarla.
roger 4The Gunner’s Dream. Ci siamo: scopriamo le ultime parole dell’artigliere morente. E’ una delle canzoni più intense del disco e ogni tanto Waters l’ha ripresa dal vivo. Il brano è introdotto da una esplosione, poi a metà canzone suonano le campane a morto (alè, allegria). Prima di morire, l’artigliere si congeda dalla famiglia e dal mondo con un sogno. Che è poi il sogno di Waters. La prima parte, al piano, è particolarmente toccante. L’artigliere immagina un mondo “dove i vecchi eroi passeggiano tranquillamente“, dove si possono esprimere dubbi e paure “a voce alta” e dove – soprattutto – “nessuno uccide più i bambini”. Sontuoso il sassofono di Rafael Ravenscroft, encomiabile l’apporto della National Phylarmonic Orchestra. Se non vi commuovete, avete un problema grave al condotto lacrimale.
Paranoid Eyes. Canzone straordinaria. Waters tratteggia la condizione frustrante di chi torna dalla guerra ed è costretto a mascherarsi da uomo “normale”, trincerandosi dietro “occhi paranoici” e poi “pietrificati“. Il crescendo è poderoso, il pianoforte di Michael Kamen ti avvolge e c’è simbiosi rara tra voce, apertura centrale di chitarra (roba pazzesca) e i soliti rumori angosciati di fondo – bambini che schiamazzano, marce militari, musiche marziali. E cosa resta? Quasi nulla: “Ora sei perso nella nebbia/ d’una rammollita mezz’età alcolizzata/ Alla fine il miraggio si è rivelato esser lontano miglia/ E tu ti nascondi/ Dietro miti occhi castani“. Dategli subito il Nobel. Su-bi-to.
roger 5Get Your Filthy Hands Off My Desert. Si può raccontare quella idiozia totale chiamata Guerra delle Falkland in neanche un minuto? Sì, se ci si chiama Waters e si dà del tu al Genio da quando si è nati. E quindi (dopo un’altra bomba introduttiva): “Breznev s’è preso l’Afghanistan/ Begin s’è preso Beirut/ Galtieri ha preso la bandiera Inglese/ E Maggie un giorno durante il pranzo/ Ha preso un incrociatore con tutte e due le mani/ Per farsela restituire, a quanto pare“. (Per la cronaca: da ragazzo ero in fissa con la strofa “Galtieri took the Union Jack“, che ripetevo anche e soprattutto quando non c’entrava una mazza. E pure questo spiega tante cose).
The Fletcher Memorial Home. In uno dei suoi momenti più ispirati di pacifismo, Waters immagina che i potenti della Terra vengano ricoverati in una casa di riposo che ha il nome del padre, dove possano restare eterni bambini – bambini idioti, ovviamente – e giocare alla guerra. Sfilano tutti i mostri dell’epoca: da Reagan a Haig, dalla Thatcher a Begin. Fino al fantasma di McCarthy e ai ricordi di Nixon. E poi un gruppo stupido di “ricchi (“glitterati“) latinoamericani imballa-carni”. Qualcuno, sullo sfondo, chiede in italiano “scusi dov’è il bar?“. Così Waters: “Portate tutti i vostri infanti troppo cresciuti/ Via da qualche parte/ E costruitegli una casa/ Un posticino tutto per loro/ La Fletcher Memorial/ Casa per tiranni incurabili e re”. E lì fateli giocare alla guerra: “boom boom, bang bang“. Di pregio l’assolo di Gilmour, che ricorda quello (titanico) di Comfortably Numb.
Southampton Dock. Waters tiene molto a questo piccolo brano: l’ha ripreso anche nel live In The Flesh del 2000. La canzone precedente si è chiuso con la “soluzione finale da applicare“. Qui si racconta di una donna nel molo di Southampton, “nocche bianche” e “quieta disperazione“. Chitarra morbida e cambio di passo col piano, quindi – ancora – il “final cut”: “Nel fondo dei nostri cuori/ Sentimmo il taglio finale“.
roger 6The Final Cut. Sì, ma che cos’è esattamente questo “taglio finale“? Waters, tanto per cambiare, parla soprattutto con se stesso e col suo desiderio di tagliare radicalmente col passato. E per passato intende non tanto i Pink Floyd, quanto i sensi di colpa per la morte del padre: “Non ho mai avuto la forza di dare il taglio finale“. La canzone che dà il titolo al disco, impreziosita da un assolo totale di David, è un altro apice lunare. Sogni e realtà, paure e fantasie: uno dei migliori affreschi esistenziali di Waters. Idolo.
Not Now John. Se qualcuno aveva bisogno della prova che Waters e Gilmour non avevano più nulla in comune, eccola qua. Un brano incasinato e sguaiato, l’unico in cui canta (male) David. Fu usato come singolo e vendette pure: mah. Non c’entra niente col disco, è la brutta copia di Young Lust. E’ come una scoria poco ispirata di un passato non più ripetibile. Tutto ha una fine: perfino i Pink Floyd. Cazzo.
Two Suns In The Sunset. Non poteva esserci finale più efficace. E ovviamente è un finale apocalittico. Canzone incredibile, che Roger chiama spesso “Two suns” e basta. Ti stropiccia, ti stordisce, ti straccia. Soprattutto ti straccia. L’avrò ascoltata mille volte, e ogni volta quel sassofono tenore di Ravenscroft mi trafigge neanche fossi un San Sebastiano postmoderno. I due soli al tramonto evocano una nuova esplosione nucleare. Ormai è tutto rovesciato e “il sole è ad est“: “Nel mio retrovisore il sole tramonta/ Annegando dietro i ponti della strada/ E penso a tutte le belle cose/ Che abbiamo lasciato incompiute/ E avverto delle premonizioni/ Sospetti confermati/ Dell’olocausto in arrivo“. Un bambino grida “Papà! Papà“, i freni si bloccano e scivoli con Waters contro l’autotreno: “Anche se il giorno è ormai finito/ Due soli nel tramonto/ Forse la razza umana è alla fine“. Il sogno dell’artigliere è evaporato per sempre. E in fondo non siamo che polvere: “E mentre il parabrezza si scioglie/ Le mie lacrime evaporano/ Lasciando solo carbone da difendere/ Alla fine capisco/ Quello che in pochi sentono:/ Carbone e diamanti/ Nemico e amico/ Tutti siamo uguali/ Alla fine“.
Buon ascolto. E fate incubi belli, ché anche quelli servono.

Un disco da amare ora e sempre: Wish You Were Here dei Pink Floyd

IMG_2202I Pink Floyd sono sul tetto del mondo, ma non sono felici. Anzi, non lo sono proprio perché sul tetto del mondo. Secondo una delle molte regole aureo-ferali del Divino Roger Waters, “Il successo non ti rende felice, ma ti allontana dalla società“. E il successo di Dark Side Of The Moon, l’album precedente, è stato enorme. E’ il 1975 e la band sta lavorando al nono album nello studio 3 di Abbey Road. L’album si chiamerà Wish You Were Here, ma è molto lontano dal nascere. I Pink Floyd ipotizzano anche di sciogliersi. Si sentono lontani dall’entusiasmo degli esordi e anche il tour del 1974, in cui hanno anticipato tre brani inediti, è stato faticosissimo. Waters avverte già quel totale distacco dal pubblico che esploderà con l’episodio dello sputo a Montreal ’77.
4_Pink-Floyd-Wish-You-Were-Here-1975_copertina-del-disco-dettaglioL’ingegnere del suono non è più Alan Parsons ma Brian Humpries, che ha già lavorato con i Pink Floyd per la colonna sonora di More e che li ha definitivamente conquistati quando, durante un concerto dell’agosto ’74, durante l’intervallo è andato dalla band e ha detto: “Il vostro suono è davvero orrendo”. I tre brani inediti eseguiti nel tour del 1974 sono Shine On You Crazy Diamond (inizialmente solo Shine On), Raving And Drooling (diventerà Sheep) e Gotta Be Crazy (versione embrionale di Dogs). Il secondo e terzo brano confluiranno
nel successivo Animals. Il tour ha responsi di critica contrastanti e raccoglie una stroncatura ferocissima da NME, firmata da due giornalisti nostalgici di Syd Barrett. I Pink Floyd ne soffriranno molto, perché quei giornalisti (Nick Kent e Pete Erskine) hanno ragione: la band è stanca.
Le prime sedute di registrazione sono disastrose e l’idea di continuare il tour tra una sessione e l’altra non aiuta. La band non crea nulla, Nick Mason si lamenta del suo matrimonio che va a rotoli, David Gilmour gioca a squash e Dio Roger, il più meticoloso e pazzo, soffre più di tutti perché “se io sto in studio sono lì per lavorare e non per perdere tempo“. L’empasse viene superata con l’ennesima intuizione mirabile del serial killer dei propri demoni, ovvero sempre Waters: dividere la suite di Shine On You Crazy Diamond in due parti e accantonare gli altri due brani. Tutti intuiscono che è la strada giusta, tranne Gilmour. Ne nascono scontri monumentali, che vedranno (ovviamente) vincente il bassista appena scappato da Cro Magnon (sempre Waters). Il Sommo Roger capisce che Shine non può essere usata come le suite Atom Heart Mother e Echoes, che coprivano da sole rispettivamente lato A e lato B dei precedenti lavori: devono essere spezzate in due. Nel mezzo, via i brani scritti nel ’74: servono tre nuove creazioni. Waters avverte che anche questo disco deve essere un concept. Se Dark Side parlava di vita e di morte, il nuovo lavoro parlerà anzitutto di Syd Barrett. Ma non solo di Syd Barrett: i temi saranno quelli dell’assenza e della voracità carnivora dell’industria discografica. Di fatto Waters, per superare la crisi di una band “assente” e stritolata dai discografici, scrive un concept su quegli stessi temi, in una sorta di – ennesima – catarsi artistica. Nascono così Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track.
wpid-fe82f09f0ffa54e6be936c70f42c3c70.1000x740x1Individuato il tema dell’assenza, il grafico Storm Thorgerson – lo stesso di Dark Side – può studiare copertina e packaging. Entra nella squadra pure Gerald Scarfe, scoperto da Mason con un’animazione in cui Mickey Mouse diventava un topo strafatto. La cosa (ovviamente) esalta Waters e Scarfe sarà il genio delle animazioni di The Wall, tipo i martelli che marciano o i fiori che si divorano tra loro. Secondo Gilmour, Thorgenson era bravissimo a trovare scenari lontanissimi per poi farci una vacanza con la scusa del lavoro (e coi soldi della band). Storm trova Lake Mono, che servirà come set per lo scatto del nuotatore che non increspa l’acqua. Nel retrocopertina c’è il “Floyd Salesman” che vende l’anima nel deserto (quello di Yuma). Per sottolineare il tema dell’assenza e dell'”esserci e non esserci”, il disco viene venduto dentro una busta nera asettica: scelta commercialmente suicida, infatti la Columbia si opporrà, ma vincerà la band. E sarà un successo enorme. L’unica eccezione è un adesivo attaccato alla busta nera: le due mani robotiche che si stringono. La celebre foto di copertina venne scattata negli studi Warner di Los Angeles. Furono scritturati due stuntman e a uno dei due fu dato (veramente) fuoco. Attorno alla scena c’erano molti uomini armati di estintore. L’uomo che prende (veramente) fuoco si chiama Ronnie Rondell. Il vento cominciò a soffiare in maniera inattesa e Rondell si sentì bruciare volto e baffi. Si gettò a terra e lo spensero, poi lui mandò tutti a quel paese. E scappò. Per fortuna lo scatto definitivo era già stato fatto.
81piRfL0j+L._SL1500_Il disco uscì il 15 settembre 1975. Nonostante l’esito commerciale del disco (inizialmente sottovalutato da parte della critica), i Pink Floyd non intrapresero alcun tour per promuoverlo: torneranno a suonare dal vivo solo nel 1977, dopo l’uscita di Animals. Secondo Gilmour e Richard Wright, qui in stato di grazia, Wish You Were Here è l’album perfetto dei Pink Floyd. Analizziamo i brani.
Shine On You Crazy Diamond (Parti I-V). I primi otto minuti e 40 secondi strumentali, azzardo enorme per l’epoca (ma i Pink Floyd ci erano abituati), sono una delle prove che Dio esiste e ogni tanto si diverte a illuminare persino una specie stupida come quella umana. Il brano è interamente dedicato a Syd Barrett, che di fatto fondò la band ma che già nel 1968 fu costretto a lasciare per un mix di sindromi sparse (morbo di Asperger? Schizofrenia? Epilessia?) e overdose da acidi che minarono un quadro clinico già borderline. Wright ricorda come, a fine 67, un venerdì Syd non si presentò per una intervista a Radio One della BBC. I produttori lo cercarono per giorni. Quando lo trovarono – domenica – non era più lui: “Era come se qualcuno gli avesse spento il cervello. Clac“. Seguendo come sempre una maniera di pensare tutta sua, Waters si convinse che le prime quattro note accennate da Gilmour nel 161740051-69432f88-5e0c-45e9-a7e9-51299a4557ef1974 durante un momento di prova, parlassero di Barrett. E da quelle quattro note alla chitarra – dan-dan-dan-daaaan – partì per scrivere uno dei suoi testi migliori. Lo stesso Gilmour, mai prodigo di complimenti nei confronti di Waters, ha detto: “Quei versi strabilianti lo descrivono in maniera straordinaria. Syd era davvero così“. Gilmour suonò la chitarra nello studio 1 di Abbey Road, solitamente adibito alla musica classica, per dare una dimensione più sinfonica alla suite. Nella suite compaiono anche due coriste americane di colore, già presenti nel tour di Dark Side. Le coriste sono Carlena Williams e Venetta Fields e creano un contrasto mirabile tra il suono “britannico” della band e le atmosfere Motown . Waters, in particolare, chiese di allungare l'”uuuuuuh” durante il brano. Il sassofono è di Dick Parry. L’introduzione deve molto a un vecchio progetto abortito dalla band, quello degli “oggetti della casa” (Household Objects). All’inizio viene infatti usato il cosiddetto “nastro dei bicchieri”: bicchieri da vino vennero riempiti con liquidi differenti e suonati dalla band con un dito bagnato sui bordi degli stessi.  Tale effetto verrà ripetuto negli anni a venire da Gilmour e Wright dal vivo, per esempio nel notevole Live in Gdansk (2006). A questo brano è legato uno dei momenti più commoventi della storia della musica. E’ il 5 giugno 1975 e la band sta terminando il missaggio proprio di Shine On. Entra in studio un personaggio strano, obeso e senza sopracciglia. syd_barrett_abbey_road_1975Ha in mano due buste della spesa e si aggira tra gli strumenti. Nessuno lo riconosce. Poi Gilmour guarda meglio e dice a Mason: “Non lo riconosci?”. “No”. David fa una pausa, abbasso lo sguardo e poi dice: “E’ Syd”. Non lo vedono da anni. Waters scoppia a piangere. Gli chiedono come abbia fatto a ingrassare così tanto. Syd: “Be’, in frigorifero ho molta carne di maiale e mangio tante costolette“. Barrett dirà anche: “Se volete, posso suonare la chitarra“. Allora gli fanno sentire il brano, che parla proprio di lui. Syd lo ascolta e dice solo: “Be’, suona un po’ vecchia“. Poi se ne va, dopo aver festeggiato al bar il matrimonio di David. Molti anni dopo, Waters lo incontrerà per caso ai magazzini Harrod’s. Syd morirà a 60 anni nella sua casa di Cambridge. La foto che vedete fu scattata proprio quel 5 giugno 1975 ad Abbey Road.
Welcome To The Machine. Dominano i sintetizzatori e non c’è batteria (Mason suona timpani e piatto). La “machine” è quella dell’industria discografica, ma più in generale è la “macchina” della società che ti disumanizza e riduce a mero numero. Più che cantare, Gilmour urla. Il deliberato uso e abuso dell’elettronica contribuisce a conferire al brano un surplus di cupezza. “Benvenuto figliolo/ benvenuto alla macchina/ Cos’hai sognare?/ D’accordo, te l’abbiamo detto noi cosa sognare“. La qualità testuale di Waters ha ormai raggiunto livelli enormi.
Have A Cigar. Se volete fare arrabbiare il Messia Roger, intendo più di quanto non lo sia già lui col mondo, ditegli che il vostro brano preferito è questo. Curiosamente molti non sanno che qui non cantano né lui né Gilmour, ma un membro esterno alla band: Roy Harper (nella foto con Gilmour). Perché? Per una serie di motivi. Perché Harper stava registrando nello studio adiacente di Abbey Road (il 2). Perché Roy conosceva bene la band. Perché Roy era bravo. Ma più che altro harperperché David e Roger non riuscirono a cantarla. La voce di David, che peraltro non condivideva appieno la satira sferzante del testo e quindi neanche voleva cantarla, era troppo morbida. Quanto a Waters, molto semplicemente, la canzone era troppo alta e il suo registro vocale non è certo illimitato: Roger ha una voce unica, ma non è un virtuoso. Oltretutto Mahatma Roger era reduce dalla seconda parte del tour in Nordamerica (e poi Inghilterra) del 75 che lo aveva sfiancato, e la sua voce era stata ulteriormente sfibrata dalla registrazione di Shine On. Così Waters non ce la fece. Roy, che aveva molto tempo libero e bighellonava tra uno studio e l’altro, a un certo punto se ne uscì così: “Se volete la canto io“. Così fu: venne bene alla prima e fu un singolo vendutissimo. Per Roy fu anche frustrante, perché tutti erano convinti che a cantare fosse Roger. Waters, ancora oggi, reputa quella interpretazione troppo eccessiva e “caricaturale”. Al tempo seguiva le registrazioni con la solita faccia da indio nevrastenico e un basco scozzese tipo Sean Connery ne Gli Intoccabili. Roger dice ancora che “Io l’avrei fatta meno cinica quella canzone, Roy la canta con un tono di parodia che non apprezzo. Se avessi insistito, avrei fatto un lavoro migliore“. Non è vero: Have a cigar è perfetta così. Il brano sancisce un rapido cambio di scena rispetto ai brani precedenti: è quasi un brano blues, che elenca tutti i luoghi comuni del mondo della discografia. Compresa la frase: “La band è proprio fantastica, è davvero ciò che penso/ Ehi, a proposito, chi di voi è Pink?“. Era davvero la domanda che molti ponevano alla band, convinti che Pink fosse il nome di uno dei quattro. Have A Cigar di fatto non finisce e lascia spazio alla title track.
DORSI16F5_1167745F1_-kYn--683x458@Gazzetta-Web_mediagallery-articleWish You Were Here. Tutto ha inizio con suoni confusi: si è dentro una stanza e qualcuno ascolta una radio. A un certo punto un uomo si siede, suona la chitarra e canta sopra la traccia ascoltata alla radio. La radio è l’autoradio (quella vera) di Gilmour, che smanetta fino a imbattersi nella quarta sinfonia di Čajkovskij e poi nella canzone “giusta”. Ovvero Wish You Were Here. Una delle tracce più famose della band. Si crede che anche questa sia dedicata a Syd Barrett, ma non è così. O non soltanto. Il brano, più che altro, parla della naturale dicotomia di Waters – e di noi tutti? -, stretti come siamo tra ribellione e conformismo, redenzione e castigo, salvezza e condanna: “Così pensi di distinguere/ il paradiso dall’inferno?“. Il colpo di tosse è sempre di Gilmour. Alla fine si avverte appena un violino. E’ quello di Stephane Grappelli, che poi non fu accreditato perché Waters si vergognava di menzionare un jazzista così autorevole per qualche secondo di musica che neanche si sentiva. Con la versione Immersion Box di Wish You Were Here è uscita la traccia con il violino di Grappelli in primo piano. La sto ascoltando. E sto godendo.

Members of the psychedelic pop group Pink Floyd. From left to right, Roger Waters, Nick Mason, Syd Barrett and Rick Wright. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Members of the psychedelic pop group Pink Floyd. From left to right, Roger Waters, Nick Mason, Syd Barrett and Rick Wright. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Shine On You Crazy Diamond (Parti VI-IV). Rischia di essere la parte meno considerata, ma in realtà per molti versi è la più commovente. E’ il trionfo di Richard Wright. Il suo capolavoro: forse addirittura più di Echoes, di The Great Gig In The Sky, di Summer ’68. Un tripudio di organo Hammond, pianoforte a coda e poi la milizia ispiratissima di sintetizzatori. Come ha detto l’ingegnere del suono Humphries, se Wright avesse suonato altri venti minuti avremmo oggi un’opera sinfonica di 40 minuti firmata Wright. E magari la metteremmo accanto a picchi inauditi tipo il The Koln Concert di Jarrett. Ci sono tanti modi per capire se una persona davanti a voi è sensibile o no: ecco, se quello davanti a voi non si commuove di fronte alla parte IX di Shine On, allora diffidate di lui. E’ qui che Wright, improvvisando, lascia che la suite si tramuti in una struggente  citazione finale di See Emily Play. E See Emily Play era stato il primo singolo della band. Scritto dall’ormai assente Syd. Quando Syd era già diamante, ma non ancora pazzo: “Hai raggiunto il segreto troppo presto, hai chiesto l’impossibile“.
Buona meraviglia.

Un disco da (ri)scoprire subito: Animals dei Pink Floyd

Animals-albumStretto tra due colossi come Wish You Were Here e The Wall, Animals è ancora oggi un disco parzialmente sottovalutato. Voi direte: perché ne parli adesso? Prima di tutto perché faccio quello che mi pare, ma – più che altro – perché non riesco ad ascoltare altro da un mese. E mi paiono motivi più che sufficienti.
Animals esce nel Regno Unito il 21 gennaio 1977. E’ il decimo album in studio dei Pink Floyd. La band è prossima all’implosione. Dopo il successo enorme di Dark Side, il Mirabile e Magnificamente Folle Roger Waters soffre sempre di più la popolarità, il rapporto con il pubblico e con l’industria discografica. Stargli accanto è quasi impossibile. Proprio durante il tour promozionale di Animals, Waters sputerà a un tontolone ubriaco che lo stava insultando. Da quel gesto germoglieranno The Wall e The Pros And Cons of Hitch Hiking (anche se i titoli non erano ancora questi), che Waters scriverà quasi di getto.
Animals venderà molto, ma non quanto altre opere del gruppo. Sono i mesi in cui esplode il punk, che peraltro se la prende anzitutto con i Pink Floyd, ritenuti emblema della “vecchia musica” e del “sistema”. Insomma: cazzate. Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols, indosserà la celebre maglietta “Io odio i Pink Floyd”. Ovviamente Animals è un disco che nulla c’entra con il “mercato”. E – altrettanto ovviamente – Animals è molto più rivoluzionario di tante (non tutte) baracconate punk. Animals è ancora un concept album watersiano. Se in Dark Side ci si interrogava sul senso della vita (e della morte), e se Wish You Were Here verteva sul tema dell’assenza e del cinismo dell’industria discografica (oltre che sul ricordo di Syd Barrett), Animals è una riflessione cupa e spietata non solo sull’Inghilterra di fine Settanta ma – più ampiamente – sulla natura dell’uomo. E dunque della società. E’ il disco più politico dei Pink Floyd, che deve molto alla Fattoria degli Animali di George Orwell.
animals 2Nick Mason ha definito il disco “operaio”. Allude a una certa schiettezza delle sonorità, senz’altro maggiore rispetto alla perfezione iper-studiata degli album precedenti, forse anche come risposta (inconsapevole?) alle critiche del punk. Il disco fu registrato in un edificio di sale parrocchiali a tre piani nella zona londinese di Islington. Waters, cioè Dio o un suo parente strettissimo, nel suo continuo delirio meraviglioso ebbe anche l’idea della copertina con il maiale volante. Il maiale, chiamato Algie, diventerà un must del tour successivo come pure di quello relativo a The Wall. Waters volle la creazione di un maiale gigante gonfiato a elio, che fu issato tra le ciminiere di una famosa centrale elettrica londinese. Il maiale fu ancorato alle ciminiere con grandi corde. Il primo giorno c’era molto vento, e il maiale non fu issato. Il secondo giorno il vento fu così forte che ruppe le corde e il maiale si librò in volo. Era stato pagato un cecchino – non è una battuta – per abbattere il maiale qualora le corde non avessero tenuto (come accadde). Solo che il cecchino – che si vede in una foto del booklet del disco – venne pagato per un solo giorno, quindi non c’era quando Algie volò via. E non poté sparargli (anzi spararle: Algie è una femmina, come vedremo). Le dimensioni enormi del maiale furono tali che venne dato l’allarme aereo. Algie volò a lungo, intralciando pure il corridoio di volo dell’aeroporto di Heathrow. Quando Waters lasciò i Pink Floyd nel 1985, disse che Algie era sua e poteva usarla solo lui. Allora i Pink Floyd restanti crearono un maiale dotato di testicoli, lo resero maschio e poterono usare una versione alternativa dell’Algie originale. (Anche questa, giuro, non è una battuta).
Animals è invecchiato meravigliosamente. Anzi non è invecchiato per niente. Anzi è migliorato. E’ un disco pazzesco, con assoli incredibili (Gilmour in Dogs, Wright in Sheep) e con testi watersiani oltremodo maturi. E’ lecito ritenerlo l’ultimo disco effettivo dei Pink Floyd, perché i successivi The Wall e ancor più The Final Cut sono già opere (enormi) pressoché totalmente attribuibili al Divino Pazzo Waters.
Il disco consta di cinque brani. Il primo e il quinto sono la stessa traccia, sorta di parentesi “privata” in un disco fortemente “pubblico”. La parentesi privata è Pigs On The Wing, che vede Waters in versione chitarra acustica come non accadeva dai tempi di If. Nella prima parte Waters, dialogando con la moglie, la ammonisce su quanto sarebbe pericoloso non prendersi cura l’uno dell’altra, unica maniera per salvarsi dalla pochezza venefica dei porci con le ali. E’, questa, la versione watersiana dello “shelter from the storm” di Bob Dylan. Nella seconda parte di Pigs On The Wing, che chiude Animals, Waters è felice di constatare come lui e la moglie siano davvero riusciti a creare un riparo privato dalle storture del mondo. La tecnica della parentesi, ovvero dello stesso brano che inizia e chiude il disco, era già stata usata nel precedente Wish You Were Here con la sensazionale Shine On You Crazy Diamond.
PinkFloydPigI brani effettivi di Animals sono tre: Dogs, Pigs (Three Different Ones) e Sheep. Sono tutti brani superiori ai dieci minuti. Il primo e il terzo, in versione embrionale, erano nati nel ’74 ed erano stati anche eseguiti dal vivo. Gotta Be Crazy sarebbe divenuta Dogs e Raving And Drooling sarebbe divenuta Sheep. Entrambe le canzoni dovevano far parte di Wish You Were Here. Poi il Magnifico Despota  Waters ebbe l’idea di spezzare Shine On You Crazy Diamond e creare un concept album sull’assenza, “scartando” i due brani e creandone di nuovi (Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track). Gilmour, come quasi sempre, non era d’accordo. Waters, come quasi sempre, aveva ragione e vinse lui con una votazione interna al gruppo (3 a 1). I “vecchi” brani furono poi aggiornati da Waters per adattarli alla concezione animalesco-orwelliana dell’album. Nacquero così Dogs e SheepAnimals è uno dei dischi preferiti da Waters, mentre Gilmour e Mason – a tale domanda – hanno più volte risposto: “Wish You Were Here“.
Analizziamo i tre brani centrali.
gilmourDogs contiene uno dei migliori assoli di Gilmour. Purtroppo una versione ancora più ispirata venne erroneamente cancellata da Waters, che fece casino con lo studio di registrazione a 32 piste (era la prima volta che lo usava). I cani del titolo sono i detentori della legge e, più in generale, gli arrivisti. Coloro che sono disposti a tutto pur di emergere. Waters le descrive come persone malate (“Devi essere pazzo” sono le prime parole del brano, oltre che il titolo originario) e condannate a morire del loro cancro interiore, trascinate giù dalla “pietra” delle colpe. Il brano supera i 17 minuti. Comincia la voce di David, termina quella di Roger, che qui accentua quella sua sublime attitudine “soffiata” e “sospirata” (“Gotta admiiiiiiit that i’m a little bit confuuuuuuused“). Waters ha ripreso il brano anche nel tour (e doppio cd) “In The Flesh” (2000), concerto pazzesco all’interno del quale compare anche Pigs On The Wing. Chi non l’ha mai ascoltato si vergogni e ponga subito rimedio a tale delitto.
roger-waters-bwPigs (Three Different Ones). Ecco: questo è un brano che crea dipendenza. Non se ne può fare a meno, soprattutto quando arriva l’intermezzo (dal minuto 4 al minuto 8) durante il quale Gilmour ricorre al talk box per fare emettere alla sua chitarra suoni assimilabili a quelli dei grugniti dei maiali. E’ una canzone perfetta, magnetica, irrinunciabile. (Avrete notato come, quando parli dei Pink Floyd, sia molto parco di complimenti. Lo so: amo l’essenzialità). Pochi testi sono coraggiosi ed espliciti come Pigs. Waters lascia qui esplodere tutto il suo essere stupendamente anti-sistema. I maiali sono i potenti e più specificamente i politici. Ne esistono “tre differenti tipi”, come recita il sottotitolo. Nella prima strofa probabilmente Waters allude all’allora Primo Ministro James Callaghan. Nella seconda strofa pensa a “Maggie” Thatcher, che ha sempre odiato (la citerà in The Final Cut) e che arriva a definire “sei al capolinea sacco di merda/ (..) vecchia strega sfatta“. Nella terza strofa Waters allude esplicitamente a Mary Whitehouse, sorta di Mario Adinolfi dell’epoca. Chi non conosceva la Whitehouse, che in quel periodo voleva vietare le canzoni dei Pink Floyd alla radio perché peccaminose e diseducative, credette al tempo (e qualcuno crede ancora) che con la parola “Whitehouse” Waters alludesse agli Stati Uniti. La struttura musicale ricorda vagamente quella di Have A Cigar. Semplicemente demoniaco lo “youuuuu” pronunciato verso la fine, dopo un inquietante ansimare e prima della strofa “You’re nearly a real treat“. Waters si impuntò per suonare la chitarra ritmica, dirottando eccezionalmente Gilmour (anche) al basso. Il brano, di poco superiore agli 11 minuti, dal vivo arrivava a 20. Waters, che è sempre stato devastato dai demoni ma che in quegli anni era a un passo dalla pazzia autentica, durante quel brano emetteva ogni tanto il suo classico urlo (tipo Careful With That Axe, Eugene) e scandiva ogni volta un numero diverso. Il numero, nella sua testa insondabile (che amo), serviva per contraddistinguere – e “rovinare” – i bootleg dei loro concerti. Fu proprio durante un’esecuzione live di Pigs – 6 luglio 1977, Montreal – che avvenne l’episodio dello sputo al citrullo ubriaco. Esiste anche un bootleg del concerto, intitolato ironicamente “Who was trained not to spit on the fan?” (uno dei versi conclusivi di Dogs).
wrightSheep vede un Richard Wright – mai lodato abbastanza: sta ai Pink Floyd come George Harrison ai Beatles – in stato di grazia. Waters descrive la mandria assuefatta e addomesticata delle pecore. Cioè il popolo. Cioè noi, sempre troppo docili e anzi contenti di obbedire a cani e maiali. Nella parte centrale Waters si inventa un ulteriore sberleffo alla religione, riscrivendo a modo suo il Salmo 23 (“Il Signore è il mio pastore”) in cui Dio tratta gli uomini come fa un macellaio con le pecore, avendo l’unico interesse a tramutare il suo gregge in tante costolette d’agnello. Nel disco questa parte è letta – con un vocoder – da un roadie. Nei concerti la parte toccava a Nick Mason, che a volte rischiava il linciaggio dalla parte di pubblico meno tollerante. Un tale sberleffo fu ipotizzato – e poi accantonato – anche per The Great Gig In The Sky. Waters attaccherà la religione molte altre volte, per esempio in What God Wants, primo singolo dell’esiziale Amused To Death (1992). Gilmour ama Sheep, ma non è mai riuscito a rifarla perché ha dovuto ammettere che la timbrica di Waters è (qui e non solo qui) inimitabile. Significativo il finale del brano, pure questo orwelliano. Le pecore si ribellano (“Belando e balbettando ci avventammo sul suo collo“). Uccidono i cani, ma non ottengono la libertà. Perché? Perché è nella natura delle pecore – del popolo – essere sottomessi. Così alcune pecore più furbe si sostituiscono masonprontamente ai cani, reiterando le ingiustizie di prima e intimando alle pecore servili di obbedire (“E’ meglio se resti a casa/ e rispetti gli ordini/ Togliti di mezzo se vuoi campare a lungo“). Il brano finisce, in un’atmosfera di festa irreale e fraintesa, lasciando spazio alla seconda parte di Pigs on the wing e al rifugio nel privato: “Ora che ho un posto sicuro/ per seppellire il mio osso/ E anche gli sciocchi sanno che un cane/ ha bisogno di una casa/ un riparo dai maiali in volo“.
Perché ho scritto tutto questo? Per riconoscenza. Perché mi andava. Ma più che altro per invidia: l’invidia che ho nei confronti di chi, addirittura, un disco così enorme non l’ha ancora mai ascoltato. Beati voi: non sapete cosa vi aspetta.

P.S. In Radiofreccia, Ligabue mette in mano al personaggio più odioso del film il vinile di Dark Side Of The Moon. Come a dire: “Questo non è rock, questa è musica fredda, questa è roba un po’ da stronzi”. Ecco: io amo il rock, amo i cantautori e amo miliardi di generi e artisti. Ma l’enormità del genio elargito dai Pink Floyd è qualcosa che non esiste al mondo. Qualcosa che va proprio fuori scala. Chi non lo capisce è un po’ come gli astemi secondo Baudelaire: ha qualcosa da nascondere.

Fenomenologia dei logorroici (come salvarsi dal bla bla)

Schermata 2015-12-08 a 12.34.31Senza quasi che il mondo se ne accorgesse, si è sparso ovunque un morbo. E’ una malattia che dilaga ormai ovunque, una pandemia a cui pochi resistono: la logorrea. Tutti parlano, soprattutto se hanno poco da dire, e parlano tanto. Troppo. Sempre. Salvarsi è impossibile. Breve antologia dei logorroici.
“Non puoi sapere cosa mi sia successo”. Quando ti parlano, cominciano spesso così: “Non puoi sapere cosa mi sia successo”. E già cominciano male: è ovvio che non sai cosa gli sia successo, altrimenti non te lo racconterebbe. Certo, ci sarebbe anche una variabile da calcolare, ovvero che magari all’interlocutore non è che interessi poi granché di quello che sta ascoltando. E’ però una variabile che il logorroico non contempla neanche. Altrimenti non sarebbe logorroico.
“Ciao, come sto?”. E’ la tipologia di logorroico che comincia il dialogo chiedendo qualcosa di te, ma solo per alimentare sull’interlocutore l’illusione che gli interessi non solo la sua vita. Ma pure la tua. La domanda iniziale è solo un pretesto: un mero pretesto. Per esempio. Il logorroico ti chiede: “A casa tutto bene?”. Tu sei lì che rispondi, o almeno ci provi, e hai pure voglia di sfogarti perché è un brutto periodo, ma il logorroico ti ha già interrotto: “Ah guardi, lei è fortunato, niente in confronto a quello che mi è successo ieri”. E a quel punto, considerato che gli avevi appena detto che un meteorite ti aveva polverizzato la casa, immagini che a lui sia accaduto di tutto: un attentato, un cataclisma. Poi lui prosegue. E te lo dice: “Non ci crederà: a Tullio è caduto un dentino. Non mi ha fatto dormire tutta la notte”. E lì ci rimani un po’ male. Soprattutto quando scopri che Tullio è il nuovo criceto fucsia del logorroico.
“E quindi, alla fine, succede che io”. Tipologia dei logorroici che, per raccontarti un fatto normalissimo, impiega tre ore. Tu vorresti dirgli “sì sì, ho capito”, perché sai benissimo dove andrà a parare (e poi ti sta raccontando che a pranzo la pasta era scotta, mica la trama dei Karamazov). Niente: lui/lei dovrà terminare l’appassionante narrazione della pasta. Scotta.

Schermata 2015-12-08 a 12.34.04No, niente. Volevo dire che”. Ogni loro racconto interminabile parte così: “No, niente”. Ecco: ma se è “No, niente”, perché diavolo me lo racconti?
“Ai miei tempi mica succedeva”. Il logorroico allude sempre ai suoi tempi, reputandoli migliori del presente. E’ un aspetto a cui tiene molto. La cosa curiosa è che magari il logorroico è 16 anni, e non si capisce a quali “suoi tempi” alluda, però lo dice con un tale trasporto che alla fine gli credi.
“Sai che mi ha lasciato?”. Il logorroico ha una vita sentimentale sfigatissima. Chissà come e chissà perché, è sempre stato lasciato da qualcuno. E te lo deve raccontare. Con prolusione inaudita di particolari. Tu, ascoltandoli, pensi che magari è stato lasciato/a perché una logorrea neanche così neanche Furio di Verdone, ma dirglielo pare brutto.
“Non ci crederà mai”. Tutto è iperbolico nel mondo dei logorroici. Se trovano la fila alla posta, è accaduto solo a loro: “Non ci crederà mai”. Tu in realtà ci credi, ma questo è proprio irrilevante.
“Non so se hai capito”. Tipico intercalare del logorroico, che è sempre intimamente convinto che l’interlocutore davanti a lui sia un po’ ebete. Esempio: “E quindi a cena abbiamo fatto la bistecca, non so se hai capito”. Tu vorresti rispondergli che hai capito benissimo, anche perché stiamo parlando di una bistecca e non della teoria di Lacan, ma tanto lui non ti ascolta mica.
“Questa me l’ha già detta”. Il logorroico è spesso ripetitivo. Conduce quasi sempre una vita normalissima, a cui suole aggiungere un’enfasi del tutto fuoriluogo. E questo lo porta a ripetersi spesso. A raccontare gli stessi aneddoti. Guai però a farglielo notare, perché il logorroico è permaloso. Permalosissimo. Così lo ascolti, per la millesima volta. Con lo stesso entusiasmo che avresti se ti avessero condannato a eseguire una detartrasi a Ferrara.
“Ha visto quello che è successo?”. E’ l’incipit con cui il logorroico affronta la cronaca. “Ha visto quel che è successo a Parigi?”; “Ha visto quello sciunami (sarebbe “tsunami”, ma il logorroico segue regole tutte sue) nelle Filippine?”. E’ irrilevante che tu abbia “visto” o no: in entrambi i casi, il logorroico te lo racconterà. A modo molto suo, peraltro.
Schermata 2015-12-08 a 12.34.21“Ti rendi conto?”. Altro intercalare assai frequente. “E quindi lui ha ordinato un caffè. Ti rendi conto?”. Tu ti rendi conto benissimo, e non ti sembra strano per nulla. Non solo: non te ne frega proprio niente. Però bisogna rendersi conto.
“Ce l’ho più lungo di te”. Il logorroico ha un’idea competitiva di comunicazione. Se gli dici che hai la febbre, lui ti dice che è in coma (però vigile: infatti ti parla). Lui ce l’ha più lungo, sempre più lungo di te.
“E’ successo anche a me”. E’ il logorroico-specchio. Ti è successa la cosa più assurda del mondo? Anche a lui. Ma proprio uguale. “Sai che mi sono salvato da un incidente aereo aggrappandomi in caduta a una liana di rododendro della tundra?”. E lui: “Accidenti, è successo anche a me ieri! Ed era proprio un rododendro della tundra, l’ho riconosciuto mentre cadevo perché l’avevo visto sul National Geographic mentre facevo Pilates!”.
“Ti dico: una cosa incredibile!”. E’ il logorroico ultra-iperbolico. Tutto è incredibile, nonché eccezionale. “Ti dico: una cosa incredibile!”. Sì, ma per esempio? “Non ho trovato neanche il parcheggio”. Una cosa davvero incredibile: James Cameron ci costruirà senz’altro il suo nuovo kolossal fantascientifico. (Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2015)

Intervista (Casentino PIù)

foto1Andrea Scanzi, un aretino che vince il Premio Casentino per il giornalismo, entrando così a far parte di un albo d’oro di grande prestigio. Che sensazione ti ha dato essere premiato quasi a casa tua?
“E’ stata una soddisfazione enorme. Per essere alla premiazione di Poppi ho fatto i salti mortali: la sera prima ero a Veroli in Ciociaria, la sera stessa sono volato a Ragusa da Firenze passando per Catania. Una mezza pazzia, ma ne è valsa la pena. Il Premio Casentino è a prescindere uno dei riconoscimenti più importanti d’Italia, ma per un aretino come me ha una valenza ancora più importante. Ho vinto molti premi, tutti davvero preziosi come il Paolo Borsellino e il Lunezia, ma questo ha ovviamente un sapore particolare. Anche per la motivazione, che insiste molto sulla mia onestà intellettuale e sul mio coraggio”.
Abbiamo apprezzato i tuoi lavori come giornalista sportivo, come analista politico, autore teatrale, intenditore di vini, cinofilo e infine come romanziere. Se tu dovessi – nei limiti del possibile – giudicarti obiettivamente, in cosa pensi di essere finora riuscito meglio?
“E’ difficile giudicarsi da soli e il mio narcisismo non arriva a tanto. Sono molto orgoglioso dei miei spettacoli teatrali, di alcune mie apparizioni televisive, della mia attività al Fatto Quotidiano e del mio romanzo. Non ho nostalgia per il mio passato da giornalista sportivo, anzi. Il vino, la musica e i cani restano grandi passioni, che coltivo con immenso piacere”.
L’Italia continua a perdere posizioni nelle classifiche annuali della libertà di stampa elaborate da RSF.  Nel 2014 è scesa addirittura al 74esimo posto nel mondo, a pari punteggio con il Nicaragua e dietro a quasi tutti i Paesi della UE. Che si può fare per invertire questa pericolosa tendenza?
“Basterebbe avere più coraggio, ma in Italia troppo spesso il giornalismo – più che difendere le regole e la Costituzione – si riduce a scodinzolare di fronte al potere. Qualsiasi potere. E’ così da sempre e, se possibile, con Renzi la situazione è perfino peggiorata. Il giornalismo italiano, più che essere vittima di censura, è poi ostaggio di una terrificante autocensura. Si disinnesca da solo. Se il coraggio fosse denaro, nessuno sarebbe più povero della categoria dei giornalisti italici”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.47Il tuo “La vita è un ballo fuori tempo”, presentato un po’ in tutta Italia con notevole risposta di pubblico, è un romanzo che parla di un’Italia inventata ma non troppo, di un’Italia che forse un giorno sarà così ma speriamo di no: a leggerlo ricorda certe opere di Stefano Benni. Quali sono state le tue influenze principali – se ce ne sono state – nella scrittura del tuo esordio come romanziere?
“Senz’altro c’è Stefano Benni. Come ci sono Vonnegut, Calvino, Pennac, Vazquez Montalban. Poi, qua e là, credo e spero Saramago, Orwell, Fenoglio. E’ ovvio che, soprattutto nel primo romanzo, emergono molte delle tue letture. Ed io sono un ottimo lettore. Ovviamente ho citato maestri assoluti, dinnanzi ai quali io non sono proprio nessuno. Il libro sta avendo un successo che, in tutta onestà, mi sorprende e commuove. A ogni presentazione c’è sempre una folla di persone che mi ringrazia per essere “la loro voce”. E’ come scattata un’appartenenza tra loro e me: una cosa molto bella, anzi bellissima, e al tempo stesso assai responsabilizzante. A Ragusa, quando ho visto più di 600 persone che mi aspettavano da un’ora per la presentazione del mio libro, quasi non ci credevo. Ero reduce dal Premio Casentino al mattino: proprio una giornata indimenticabile”.
Schermata 2015-11-12 a 09.52.30Hai scritto un libro sulla generazione dei nati negli anni ’70 che si chiama “non è tempo per noi”, esponendoti al fuoco di fila di chi ti diceva che sei stato “disfattista”, “troppo cattivo”, “troppo buono”, “eh ma perché non hai incluso Tizio”, “eh ma perché hai incluso Caio”, “eh ma Sempronio?”. L’unica domanda possibile, invece, ritengo che sia questa: la generazione dei nati nei seventiesè ancora in grado di guarire da quello che tu hai chiamato “Gattopardismo 2.0”?

“Quel libro, peraltro molto fortunato, mi ha trasformato in una sorta di oracolo della mia generazione. Le persone, ogni giorno, mi chiedono sempre perché la mia generazione ha fatto questo e non ha fatto quello, come se io conoscessi ogni risposta. Io però non sono né un oracolo né un santone, e poi ogni generazione contiene tutto e il suo contrario. Nel 1970, lo stesso anno, sono nati Paolo Sorrentino e Angelino Alfano: tutto e niente, insomma. Alla mia generazione imputo due colpe: avere sopportato vent’anni l’anomalia enorme berlusconiana e, quando è andata al potere, reiterare quello stesso berlusconismo. Ecco perché parlo di gattopardismo 2.0: Renzi non è un rinnovatore ma un restauratore. E’ una generazione ricchissima di talenti, ma che politicamente ha anzitutto partorito questa classe politica renziana caricaturale. Mi permetto umilmente di ribadire che, se devo scegliere un nato nei Settanta tra i politici attuali, a Renzi e alla Moretti preferisco di gran lunga Civati o Di Battista. Io come milioni di italiani. Se poi questo fa di me un disfattista e un gufo, pazienza”.
Schermata 2015-11-12 a 09.51.58Cosa diresti ad un ragazzo che ha la metà dei tuoi anni e che volesse, oggi, lavorare nel giornalismo in Italia?
“Gli direi che sta per intraprendere un viaggio bellissimo ma difficilissimo. Persino più di 20 anni fa, quando ho cominciato io. La Rete ha aiutato e al tempo stesso complicato tutto. Il cartaceo sta morendo e il web non paga quasi mai. Di fronte a un aspirante giornalista c’è un mondo perlopiù ignoto. Nessuno sa come andrà a finire. Non ho consigli da dare. Senz’altro servirà tanto talento, tanta abnegazione. E tanta fortuna. Se è il vostro sogno provateci. E non arrendetevi alle prime difficoltà”.
Volevo fare un’intervista dove non ci fossero domande troppo politiche, ma questa è l’ultima e non posso esimermi dal farla:  cosa è andato storto nelle elezioni comunali ad Arezzo, secondo te?
“Non ricordo suicidi paragonabili a quelli del Pd aretino. E’ stato scelto un candidato improponibile, a cui non darei in mano neanche un aquilone. Figuriamoci una città per nulla facile come Arezzo. L’arroganza di Renzi e della Boschi, dopo la sbornia alle Europee, è arrivata a livelli tali per cui chiunque, secondo loro, avrebbe vinto Schermata 2015-11-12 a 09.52.17 facile ad Arezzo. Ma proprio chiunque. Persino Matteo Bracciali. Questa supponenza, e questa totale mancanza di preparazione e credibilità, sono state giustamente punite. E’ successo in Liguria, in Veneto e più ancora ad Arezzo. Chiunque sarebbe stato più votabile di Bracciali, anche un fagiolo zolfino. Non ce l’ho con tutto il Pd, anzi capisco benissimo chi su scala regionale ha scelto Rossi. Bracciali, però, è davvero l’espressione perfetta del renzismo impalpabile: in confronto Nardella è Togliatti. Nulla contro di lui personalmente, ma sta alla politica come la Binetti al porno. Al tempo delle elezioni avevo ancora la residenza a Cortona e dunque non ho votato per le Comunali di Arezzo, ma conosco tanti – ma tanti – elettori grillini o della sinistra radicale che al ballottaggio sono rimasti a casa. O addirittura hanno votato Ghinelli. Non avrebbero votato Bracciali neanche sotto tortura. Ecco il vero e unico miracolo di Renzi: è diventato così insopportabile che un elettore di sinistra, pur di non votare lui o un suo droide, si sposta addirittura a destra. Che dire? Un trionfo”. (Roberto Gennari, Casentino Più. Foto di Lorenzo Pantuso e Luciano Scanzi)

Quelli che esultano per Tsipras (e però non c’entrano niente)

tsiprasLa vittoria di Syriza, per quanto senza maggioranza assoluta, è una buona notizia. Non mi induce a fare cortei o a cantare Bella ciao, per quello ho già dato, ma è una buona notizia. Ho stima di Tsipras e spero che, come tanti prima di lui a sinistra, non deluda. Lo attende un compito difficilissimo. Fa comunque molto ridere osservare le reazioni in Italia. Due, in particolare, le tendenze affascinanti. La prima è quella dei renziani: “Visto? Ha vinto un altro come Renzi”, “Così Renzi si rafforza”, “Anche Tsipras vuole cambiare verso come Matteo”. Lo dice Migliore, cioè nessuno. E lo dice la Serracchiani, che quando c’è da riverire il Sire non manca mai (eppure era nata come “ribelle”. O ricordo male?). E’ bello constatare come i renziani si approprino di qualsiasi vittoria altrui, proprio come la vecchia Dc: peccato che Tsipras abbia un’idea opposta di Europa e di sinistra, e la sua vittoria non sia un assist ma casomai un intoppo per il Ciambellone del Nazareno. L’altra reazione esilarante è quella di molti sinistrorsi nostrani: non dico tutti, qualcuno di bravo e assai stimabile c’è anche qui (tipo Landini, ma non solo). Fa ridere, in particolare, l’entusiasmo di Vendola, che si atteggia ora a hombre del destino simile e anzi identico a Tsipras: dunque, se ha vinto lui, può farlo anche il compagno Nichi. La realtà è un po’ diversa: in Italia la sinistra vera è morta, o è comunque agonizzante, proprio perché spesso è stata rappresentata da figure politicamente equivoche e deludenti come Vendola. Il quale, poiché uomo intelligente, sa benissimo che “un nuovo soggetto a sinistra” ha futuro solo se dentro non c’è né lui né tutti quelli come lui. L’esultanza per Tsipras è cosa bella e giusta, ma sarebbe ancora più bella e giusta se a esultare fossero quelli che ne hanno motivo. Non quelli che non c’entrano niente.

(Avendo ottenuto 149 seggi e non 151, Syriza dovrà allearsi con qualcuno per andare al governo. Sarebbe parso scontato scegliere i comunisti – 15 seggi – o il centrosinistra – 17 seggi. Tsipras ha invece scelto i 13 seggi dei Greci Indipendenti, perché sono gli unici fortemente contrari al Memorandum tra troika e il precedente governo. Legittimo, ma chi sono i “Greci indipendenti”? Una forza di destra, nata dalla costola dei conservatori di Nuova Democrazia. Quindi il partito che ha cantato “Bella ciao” si alleerà con una forza di destra. Quando accadde una cosa in qualche modo analoga tra M5S e Ukip nel Parlamento Europeo, criticai duramente quella scelta, che infatti si è rivelata spesso insensata, vedi per esempio il voto opposto sulla Palestina tra Farage e 5 Stelle. Per quelle critiche io e il Fatto Quotidiano fummo massacrati tanto dalla frangia talebana dei 5 Stelle quanto dai duri e puri di sinistra, che accusarono M5S di “fascismo”. Confido che, adesso, quegli stessi duri e puri di sinistra dicano – con analoga onestà intellettuale – che l’alleanza magari giusta di Tsipras con i destrorsi indipendentisti greci li imbarazza un po’, senza arrampicarsi sugli specchi blaterando cose tipo “sono due situazioni diverse”).