Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
marzo: 2017
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Eventi/Presentazioni

“Con il no, l’Italia ha voluto alzare la testa”

schermata-2016-12-13-alle-18-15-29Il balletto postato in Facebook in cui Andrea Scanzi festeggia la vittoria del no è diventato virale. La stessa performance ci sarà in Il sogno di un’Italia. 1984/2004 vent’anni senza andare mai a tempo, che martedì 13 e mercoledì 14 dicembre aprirà la stagione di prosa del Ponchielli?
“Non mi sarei mai aspettato tanto clamore. Comunque c’è un momento in cui sono sullo sfondo e ballo, mentre Giulio Casale canta Viva l’Italia”.
Nessun aggiornamento rispetto al recente esito del referendum?
“Io e Giulio abbiamo definito con precisione il periodo di tempo che prendiamo in esame per evitare sconfinamenti nella cronaca. Ma sul finale, quando riprendo la citazione di Mario Monicelli sulla speranza come trappola, la vittoria del no potrebbe starci”.
In che senso?
“Il fatto di sperare in un futuro migliore, in una soluzione possibile che non dipenda da noi ha da sempre caratterizzato il nostro paese. Con il no gli italiani sembrano aver alzato la testa”.
Il suo spettacolo è dedicato alla sua generazione, la stessa del rottamatore Matteo Renzi… Una bella disfatta per i quarantenni.
“Ma Matteo Renzi non è mai stato un rottamatore, è l’esatto contrario”.
Eppure si è presentato così.
“Da toscano come lui, posso dire che Renzi è quello che si potrebbe definire un bulletto di provincia. Si è presentato come l’anti casta, il rinnovatore, e alla fine si è rivelato una sorta di Gattopardo 2.0. Si è circondato di persone vecchie, non anagraficamente, ma nel pensiero. Gli italiani l’hanno capito e hanno votato no. Eppure Matteo Renzi un primato ce l’ha”.
Quale?
“E’ riuscito in tre anni a bruciarsi tutta la simpatia che aveva suscitato. Silvio Berlusconi ci ha impiegato vent’anni”.
Eppure considera il suo 40 per cento di sì un successo personale.
“Un’altra miopia, quel 40 per cento non è unitario come crede, è frutto di più voci e diverse posizioni. Ne’ più ne’ meno come il 60 per cento del no”.
Renzi è il frutto del ventennio di cui parla in Il sogno di un’Italia?
“Renzi è l’ultimo tassello di un processo iniziato vent’anni fa e precisamente nel 1984 con la morte di Berlinguer, quando si smise di dire noi per cominciare a fare una politica con protagonista l’Io. Basti pensare a Craxi prima e poi a Berlusconi…”.
Anni dell’edonismo reganiano prima, poi tangentopoli e la nascita della seconda Repubblica…
“E la strage di Capaci, l’attentato a Paolo Borsellino. Mi ricordo che dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, Antonino Caponnetto cominciò un tour nelle scuole italiane. Venne anche ad Arezzo. Quell’incontro fu folgorante, io e i miei compagni uscimmo con la convinzione di poter cambiare il mondo e poi alla nostra prima votazione ci trovammo Berlusconi. Da qui la discesa, abbiamo assistito e sopportato di tutto, il decadimento della politica”.
Perché nessuno ha reagito?
“Il popolo italiano è l’unico a non aver mai fatto una vera rivoluzione… Mugugniamo, ci lamentiamo ma poi buttiamo giù tutto, sopportiamo l’insopportabile. Se penso al decennio 1994/2004, lasciando stare il G8 che fa storia sé, l’unico moto di protesta furono i girotondi… ma con che effetto?”
Per questo legge il no di domenica come un alzare la testa?
“Chi ha detto no sono stati anzitutto gli under 35. Il sì ha pescato fra gli over sessanta… Questo dovrebbe far pensare”.
Che cosa vuole suscitare con Il sogno di un’Italia?
“Un po’ di indignazione e una comune presa di coscienza del nostro folle sopportar tutto”.

(La Provincia di Cremona, Nicola Arrigoni)

Un disco con cui deliziarsi in eterno: Meddle dei Pink Floyd

12499428_10209501084793673_492135036_oPur assai distante per clima e toni, Meddle ha sempre sofferto di una sfortuna analoga a quella caduta su Animals: essere incastrato nel bel mezzo di due album molto più noti. Atom Heart Mother e Dark Side Of The Moon, nello specifico (e tralasciando la colonna sonora di Obscured By Clouds). E’ il sesto album dei Pink Floyd, quando già non erano più “solo” psichedelici e quando non erano ancora universalmente famosi. Anche per questo è un disco affascinante e ancor più decisivo, perché fotografa una band prodigiosa poco prima che il successo planetario la travolga per sempre. Di lì a poco ci sarebbe stato il Live At Pompeii, che non avrebbe visto la luce senza Meddle. Non fu un album facile e richiese otto mesi di registrazione, da gennaio ad agosto 1971. La band era tornata da una tournée in Inghilterra e Stati Uniti per promuovere Atom Heart Mother, che oggi la band odia (stupidamente) come nessun’altra cosa al mondo. Gli studi dovevano essere quelli di Abbey Road, ma non erano abbastanza moderni per le ambizioni della band, che optò quindi successivamente per spazi più artigianali ed evoluti: l’Associated Independent Recording meddle(AIR) e il Morgan di West Hampstead. Il tecnico del suono era John Leckie, lo stesso del memorabile All Things Must Pass di George Harrison. Leckie fu scelto anche perché amava lavorare al mattino, quando il gruppo dormiva, senza troppe rotture di palle attorno. Il taglio rispetto alle opere precedenti è sancito anche dalla scelta della copertina, l’unica a cui lavorarono autonomamente i Pink Floyd. I quattro rimasero colpiti dallo scatto dell’orecchio umano in primo piano sott’acqua. Storm Thorgerson, che avrebbe inventato le epocali copertine successive e che aveva già avuto l’anno prima l’idea della mucca frisona atomica, fu coinvolto solo in un secondo momento e non rimase soddisfatto del risultato finale. Giustamente: la copertina è orrenda e se la gioca in bruttezza con The Final Cut. Ma chi se ne frega: Meddle è sempre stato uno dei miei album preferiti. Un po’ perché da ragazzo non lo citava mai nessuno, e quindi faceva figo. Un po’, e soprattutto, perché One Of These Days ed Echoes signoreggiano e soverchiano. A ciò si aggiunga il fatto che ho sempre voluto un cane e, per colpa di questo album, per anni nella mia testa ogni cane si chiamava Seamus (uuuuuuuuuuuhhhhhh, wof, wof).
Essendo una band sostanzialmente psicopatica e impossibilitata a essere normale, di fronte alla crisi creativa durante le prime settimane di registrazione si cercò di ovviare nella maniera più contorta possibile: ognuno suonava quello che gli pareva, in solitudine totale, e poi si mettevano insieme le parti sperando che meddle 3“combaciassero” o comunque suonassero bene. Ovviamente lo stratagemma non funzionò, ma Echoes cominciò a nascere proprio così. Parto faticoso: prima fu chiamata Nothings (sempre allegri, i Pink Floyd). Poi Son Of Nothings, quindi Return Of The Son Of Nothings. E infine Echoes. Meddle uscì il 5 novembre 1971 e diede vita a un tour omonimo. Consta di sei tracce, anche se quasi tutti conoscono soprattutto la prima e l’ultima. Ebbe buon successo in Inghilterra mentre non andò granché bene negli Stati Uniti, anche perché l’etichetta discografica non ci puntò per niente. E’ l’album più ventoso dei Pink Floyd ed è spesso il preferito – non senza motivo – dai fans della coppia Gilmour-Wright, che qui troneggia nella magistrale Echoes. Per certi versi è anche l’album più elegante della band. Più femminile, più “dritto”: se fosse un vino, sarebbe uno Champagne fresco, sapido e soprattutto verticale. Per nulla opulento, ma sensualmente slanciato verso l’alto. Attenzione però a sottovalutare Waters, non solo perché è Waters e dunque Dio, ma anche per almeno due motivi. 1) Il riff di basso di One Of These Days. 2) Il testo di Echoes, che mette insieme Genesi e Apocalisse, Vita e Morte, Amore e Assoluto, in una onirica anticipazione di ciò sarebbe deflagrato con The Dark Side Of The Moon. A differenza di tutti gli album successivi, non è un concept album. Ricalca anzi, per certi versi, Atom Heart Mother: primo e ultimo brano lunghi (con suite che copre pure qui un lato intero del 33 giri). E poi quattro brani (tre in Atom) relativamente “minori” al centro. In Meddle si riscontra una chiara matrice comune: una sorta di tenerezza bucolica, di atmosfera sospesa, di grazia poco prima del disastro. Una quiete prima della tempesta, laddove la tempesta è Dark Side Of The Moon o – se preferite – la psiche del Mahatma Roger. Analizziamo i brani.
One Of These Days. Per motivi che attengono più al metafisico che al servizio pubblico radiotelevisivo italiano, molti sono ancora convinti che questa sia solo la sigla di Dribbling, vecchio programma sportivo del sabato pomeriggio su RaiDue. In realtà è un’altra esplosione di genio del Songiu Roger, che trovò per caso – il suo Caso, quindi qualcosa che ha direttamente a che fare con la Creazione – questo riff di basso. Poi lo filtrò attraverso una meddle 5macchina per l’eco e lo rese qualcosa di molto simile a una cavalcata nella notte. Una notte fatta di lampi, di demoni. E di vento. Tanto vento. La linea di basso troneggia grazie alle due chitarre basso di Roger e Gilmour, che ancora non si sputavano in faccia dalla mattina alla sera (o lo facevano un po’ meno). La divina pazzia di Waters fa sì che, nel pezzo sostanzialmente strumentale, ci sia una microcitazione (la sigla del telefilm inglese Doctor Who) e una frase. Una sola frase, però tremenda. La pronuncia Nick Mason. La sua voce è irriconoscibile, perché in falsetto e filtrata elettronicamente. A Mason toccavano sempre queste parti da pinolo: era sempre lui, per esempio, a leggere le parti “blasfeme” del (finto) Salmo 23 di Sheep durante i concerti del tour Animals. La frase, scritta ovviamente dall’Uomo di Cro Magnon Waters, è allegrissima: “Uno di questi giorni ti farò proprio a pezzettini“. Subito dopo il brano esplode, in una grandeur di strumenti e genio che ti fa venire voglia di invadere la Polonia: però con allegria. Con chi ce l’aveva Waters? Con un disc jockey della BBC, reo di non so cosa ma sicuramente colpevole a prescindere, perché se resti antipatico a Waters hai sicuramente torto. A prescindere. In una intervista Waters ha raccontato anche che, prima di registrare il brano, la band ascoltasse un collage di pezzi di trasmissione del bischero della BBC per caricarsi e arrabbiarsi di più. Non ho mai capito se Roger scherzasse nel dire tutto questo, ma essendo una procedura folle è sicuramente vero. O così mi piace pensare. Il brano, va da sé, è pazzesco e vale da solo 38 carriere intere del 99% degli artisti dell’Universo. Sia lode.
A Pillow Of Winds. In una gara tra i brani meno noti dei Pink Floyd, giocherebbe tranquillamente per il podio. Non la noti quasi mai e non è né bella né brutta. Anche dal vivo, di fatto, non è stata ripresa mai più. Ha però una specificità: è un brano d’amore. Chissà cosa diavolo avessero in testa quelli lì quando l’hanno scritta. E’ addirittura tenera e sognante, cosa quasi sacrilega per i Pink Floyd. Secondo Mason, che non sai mai se prendere sul serio oppure no ma che ha scritto comunque un’autobiografia imperdibile (Inside Out), il titolo deriva da una mano del Mejong, gioco molto amato dalla band durante il tour di Atom Heart Mother.
meddle 4Fearless. Canzone famosa principalmente per il coro finale “You’ll never walk alone” dei tifosi del Liverpool. C’è però di più: ha una struttura garbatamente epica che supporta un testo stranamente speranzoso: evidentemente i demoni di Waters, in quei mesi, erano in ferie o quasi. Il titolo, peraltro, mi ricorda un film di Peter Weir con Jeff Bridges che ho sempre amato. Anche per questo, a Fearless ho sempre voluto bene.
San Tropez. Brano marginale, al di là di una criticuccia ai “lussi vacanzieri”. E’ l’unica traccia in cui a cantare è Waters e non Gilmour (spesso con Wright). Per anni è andata avanti la vulgata secondo cui, nel testo, fosse citata Rita Pavone. Colpa di alcuni testi tradotti in Italia quando ancora non c’era Internet, per esempio i volume Arcana (che ovviamente comprai subito). La stessa Rita Pavone ci ha giocato per anni e nega ancora l’evidenza. E’ vero che Rita Pavone alloggiò nello stesso hotel della band nel ’73, proprio sulla Costa Azzurra. Appunto: era il ’73. Due anni dopo il brano e il disco. Quindi quell’aneddoto non dimostra niente. Molto più semplicemente, il verso erroneamente trascritto come «I hear your soft voice calling to me / Making a date for Rita Pavone» è in realtà «I hear your soft voice calling to me / Making a date later by phone». Rita se ne faccia una ragione.
meddle 2Seamus. Intermezzo durante il quale si racconta cosa faccia Seamus in cucina. In Live at Pompeii, fatto quasi inaudito, a suonare la Fender Stratocaster non è qui Gilmour ma Waters, mentre David è dirottato all’armonica a bocca (e soprattutto alla voce). Seamus era il cane di Steve Marriott, chitarrista di Humble Pie e Small Faces. Nel brano è proprio Seamus a ululare. E ulula benissimo. Quanto l’ho amato, ‘sto cane. Uuuuuuuuuuuuhhhhh.
Echoes. Attenzione alla durata: 23 minuti e 31 secondi. Abbastanza per occupare tutto il lato B, ma soprattutto lo stesso tempo del segmento finale (chiamato “Giove e oltre l’infinito”) di 2001 Odissea nello spazio. Non è un caso: Echoes deve molto a quel film. Il rapporto tra Pink Floyd e Kubrick è sempre stato conflittuale. Kubrick, per esempio, voleva usare parti di Atom Heart Mother per Arancia meccanica ma i Pink Floyd non vollero. Decenni dopo, Waters chiese la voce di Hal 9000 per Perfect Sense (contenuta nel magistrale Amused To Death), ma il regista disse no. E a quel punto, per vendicarsi, Waters lo sfanculò in un messaggio nascosto del brano e letto al contrario (ve l’avevo detto che Roger è pazzo). Echoes è la suite attorno a cui ruota tutto il disco, nata dopo mesi e mesi di lavoro spesso frustrante. Decisivo, ancora una volta, Richard Wright. Un giorno quest’uomo meraviglioso e anzitempo volato via trova una nota per caso e gli piace. A quel punto estende quel suono, ottenuto da un meddle 6pianoforte a coda, e lo amplifica con un altoparlante Leslie. E’ il suono iniziale che tutto genera: un po’ ricorda un sonar, un po’ una goccia d’acqua che cade. Tale suono trova simbiosi divina con la nota acuta prodotta dalla slide guitar di Gilmour. La suite cambia più volte, si avviluppa, si accartoccia: entra la batteria, si distende su atmosfere new age, avvolge il cantato e vira poi su un mood improvvisamente funk. Il tema centrale viene poi come spazzato via dal vento, riemergendo dalle ceneri grazie al solito Wright, che qui dà del tu agli dèi come farà in The Great Gig In The Sky e in Shine On You Crazy Diamond Part VI-IX. Echoes è forse la suite in cui la band è a tutti gli effetti una band. Esiste solo il collettivo. Tutti marciano dalla stessa parte e lo fanno in stato di grazia. Basta ascoltare il giro di basso poco prima del minuto quattro: momento di g-r-a-z-i-a rara. Tanto cervellotici quanto ambiziosi, i Pink Floyd a fine suite riproducono l’effetto della Scala Shepard, ovvero il “canone eternamente ascendente”. L’effetto inseguito è quello di una scala che sale di altezza in modo indefinito. Qualcosa che trovi in Bach, ad esempio nelle Offerte musicali, ma quasi mai nella musica “leggera”: c’è in Echoes, c’è in I Am The Warlus dei Beatles. Non molto altrove. Echoes è impreziosita da uno dei primi testi pienamente maturi del Divino Roger. Le sue parole sono enigmatiche e inquietanti (strano): da una parte c’è un uomo che parla a una donna, o più verosimilmente a Dio (conoscendo Roger, io qui voto Dio). Dall’altra c’è una sorta di bignami della Genesi (sempre poco ambizioso, Roger). Il tempo è congelato, Dio accetta di incontrare l’uomo (“Io sono te e quello che vedo sono io“) e l’uomo non riesce appieno a scorgere il Divino (“Nessuno ci fa abbassare lo sguardo ma nessuno vola intorno al Sole“). Dopo il lungo intermezzo vagamente new age, tra vento (ancora) e albatros cristallizati, esplode il riff di chitarra che sta(rebbe) ad indicare il Big Bang dopo la pioggia e la quiete. Per quanto la si ascolti e la si conosca ormai a memoria, Echoes impone un ascolto sempre integrale. Interromperla prima della fine dovrebbe comportare come minimo l’ergastolo: non si interrompe mai la perfezione.
Buon ascolto, buon vento, buona meraviglia.

 

A tu per tu con Andrea Scanzi e Giulio Casale

Il nuovo libro

Non-è-tempo-per-noi-lancio

Premio Nazionale Paolo Borsellino

Quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino morirono, avevo 18 anni. L’anno successivo contribuii a portare Antonino Caponnetto al mio Liceo. Gli feci una domanda a teatro e tutti applaudirono. È uno degli applausi che maggiormente ricordo.
Mi iscrissi a Giurisprudenza per loro, ma loro non ero e non funzionò. Mi ritirai dopo un anno, passando a Lettere.
Ieri, quando ho capito che quel premio (fondato da Caponnetto 20 anni fa) era anche per me, mi è presa una grande commozione.
Ho vinto la XVII Edizione del Premio Nazionale Paolo Borsellino Sezione Cultura – “attore e scrittore, intellettuale poliedrico” – raccontando l’artista che più mi ha segnato, in Gaber se fosse Gaber.
Sono dove dovevo essere. Un cerchio si è chiuso.
E nulla c’è più da aggiungere.

La motivazione: “Perché la mafia colpisce in mille modi. Ricevono il premio per il loro impegno nel campo artistico e culturale che è stato già stato assegnato tra li altri a Fabrizio De Andrè, Dario Fo, Franca Rame, Francesca Comencini, Marco Bellocchio, Mario Monicelli, Moni Ovadia, Erri De Luca, Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi, Angelo Branduardi e idealmente a quanti hanno il merito di mettere in comunicazione il genio, l’inventiva umana, con il necessario sguardo sul mondo, che spesso invece rimane, per gli artisti come per i politici, una distratta incombenza. A GIULIO CAVALLI e ANDREA SCANZI il Premio Borsellino 2012 per la cultura”.

Premio Pigro 2012

La famiglia Graziani mi ha chiesto di essere uno dei direttori artistici del Premio Pigro. Per me, che ho amato Ivan come pochi altri musicisti, e che ultimamente ne ho spesso scritto (su La Stampa e poi sul Fatto Quotidiano) è un grande onore.
Ho così accettato. Sarò il direttore dell’evento, in programma a giugno 2012 a Bolognano (Pescara) presso le Cantine Zaccagnini, insieme al collega Duccio Pasqua e ad Anna Graziani. La moglie di Ivan.
Ovviamente verrà coinvolta tutta la famiglia Graziani e i suoi musicisti, anche e soprattutto per la valutazione del Premio Ivancover, dedicato alla migliore rilettura di un brano di Graziani.
Il bando del concorso è online e lo trovate qui. La scadenza per iscriversi e inviare i due brani (uno inedito e una cover di Ivan) è fissato per il 31 marzo.
Chi volesse saperne di più su questo grande (e sottovalutato) artista del Novecento italiano, può poi leggersi la recente biografia ufficiale, edita da Minerva Edizioni e di cui ho scritto la postfazione. Si intitola Viaggi e intemperie. La vita di Ivan Graziani ed è stata curata da Lorenzo Arabia.
So che tra i miei lettori ci sono molti musicisti emergenti. Iscrivetevi e provateci.
Cerchiamo, tutti insieme, di rendere il Premio Pigro all’altezza del grande Ivan.

Uvalibre, oggi e domani

Stasera e domani presenterò un bel Festival, Uvalibre. A Carrù, nelle Langhe. Il programma è davvero bello. Lo trovate qua sotto.
L’evento è trasmesso anche in streaming. Qui.
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