Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
maggio: 2017
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Recensioni

L’intervista di Panorama

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Si scrive Reputescion, si legge analisi della reputazione in rete di un personaggio pubblico. I riflettori del nuovo programma di La3, sono puntati su politici e giornalisti, blogger e icone pop. Alto e basso. Feticci del web e personalità carismatiche. Si comincia con i dati forniti dall’Osservatorio Redds – dati scientifici e reali – e ci si perde in saporite conversazioni. Il resto lo mette Andrea Scanzi. Commentatore tendenza polemista, penna eclettica – erede del geniale Edmondo Berselli – e gran conoscitore del “grillismo”, il giornalista toscano debutta come conduttore e aggiunge un altro tassello alla sua carriera.

Il format è semplice: raccontare l’ospite analizzando il suo profilo in rete.

Si parte dallo studio sull’ultimo anno di vita di un personaggio on line. S’incrociano i dati – follower, numero di fans su Facebook, il video più visto, i commenti e il web feeling – e ne viene fuori la reputazione on line. Da lì prende il via una chiacchierata con l’ospite in studio. E’ un’intervista ma non la solita intervista.

Come si stima la web reputation?

E’ un valore che va da meno 5, ovvero una reputazione pessima ma molto forte, a più 5 che è il sogno di tutti perché sei un opinion leader e sei molto amato. Se sei intorno allo zero, o sei neutro, dunque non frega niente a nessuno di quello che fai in rete, o sei amato e odiato allo stesso modo quindi i valori si elidono.

E reputazione in rete di Scanzi?

Per l’ultima puntata me la daranno, senza però anticiparmi i dati. Non so fare una previsione ma spero che non sia uno zero. Posso essere detestato e un po’ amato ma non mi si può accusare di essere neutrale.

A proposito di critiche: Riccardo Bocca de L’Espresso scrive che avresti dovuto “attendere l’aereo giusto per decollare in tivù”.

Bocca mi pungola da qualche mese: dice che sono troppo in televisione. Forse è vero che faccio troppa tivù in questo periodo: mi danno del prezzemolino anche se rifiuto nove inviti su dieci.

Ma consideri Reputescion l’aereo giusto?

E’ come se stessi facendo l’apprendistato. Sto imparando a fare il conduttore in una tivù bella, onesta ma non gigantesca che mi permette di fare qualche errore. Non so se avrei accettato un incarico da La7.

Dici di te: “Mi occupo quasi di tutto e pare che sia un difetto”.

L’eclettismo in Italia è spesso confuso con tuttologia. Va bene, becchiamoci l’etichetta di tuttologo. Mi annoierei tremendamente a parlare sempre della stessa cosa: se faccio molte cose è perché sono curioso e perché c’è un pubblico mi segue.

Eclettico Scanzi. Hai scritto di vino, tennis e calcio. Poi di musica, politica e costume. La cosa di cui ti piace di più occuparti?

Non lo sport. Faccio sempre più fatica a scriverne. Tutto sommato la cosa che mi diverte di più è scrivere di cultura, società e spettacoli.

La politica dove la collochi?

Mi diverte in questa fase, perché c’è stata l’esplosione del Movimento 5 stelle. Non perché tifi per loro ma perché ho avuto la fortuna e l’intuizione di capire cinque o sei anni fa che cosa sarebbe successo. Racconto ora un mondo che in qualche modo avevo previsto prima.

Se ti definiscono “grillologo” ti arrabbi?

Mi arrabbio perché sa di presa per i fondelli. Non mi offendo perché ci sta: all’inizio m’invitavano in tivù perché avevo scritto Ve lo do io Beppe Grillo. Ora spero di essere un po’ più di un grillologo o di un grillino, come qualcuno sostiene. Credo di non essere né uno né l’altro ma solo uno che analizza la realtà di un movimento che conosce.

Con la pistola alla tempia: o la scrittura o la tivù. Per cosa opti?

La scrittura, senza dubbi. Ma so bene che la televisione ti dà una visibilità enorme e me ne sto accorgendo: hanno avuto più eco gli scazzi con la Mussolini e la Biancofiore che non dieci anni di carta stampata.

Facciamo il toto ospite di Reputescion. Di Fabio Fazio hai scritto: “Ha elevato il paraculismo a cifra stilistica”.

Lo vorrei molto volentieri in trasmissione, a differenza sua che ha fatto di tutto per non avermi alla serata che hanno dedicato a Giorgio Gaber. Mi piacerebbe conoscerlo e intervistarlo, magari con un più di cattiveria di quella che mette quando intervista gli altri.

Checco Zalone: “La sua pochezza è sconfortante”.

Lo voglio conoscere. Ha incontrato un mio collega, Malcom Pagani, e gli ha chiesto: “Quando mi presenti quello stronzo di Scanzi? Mi sta simpatico, sono convinto che se mi conoscesse non scriverebbe quelle cose”. Lo inviterei volentieri.

Jovanotti: “Maître à penser della sinistra discount”.

Non verrà mai perché se l’è presa a morte. Lo considero un bravissimo artista ma quando elabora concetti intellettuali fa sorridere perché è acerbo, esile. Non sopporto quando si erge a pensatore. La colpa poi forse non è nemmeno sua ma della sinistra che non ha più maestri ed è passata da De André, Fossati e Gaber a Jovanotti e Federico Moccia. Tra l’altro abitiamo entrambi a Cortona.

Dimmi chi avresti voluto intervistare e non ha accettato o non è potuto venire.

Carlo Verdone: sarebbe un sogno averlo come ospite ma sta finendo il film e dunque non verrà. Idem Marco Travaglio, che ha l’esclusiva con Servizio Pubblico. E Matteo Renzi: mi aveva promesso che sarebbe venuto prima delle elezioni, poi ha cambiato idea. Anche se non sono suo fan lo conosco e lo stimo: è uno dei pochi politici che sa usare la rete, anche in maniera paracula. E poi avrei voluto avere Beppe Grillo, genio assoluto della comunicazione on line.

Giornali, tivù e anche teatro. Da più di un anno giri l’Italia con Gaber se fosse Gaber, unalezione-spettacolo su Giorgio Gaber.

E’ un testo mio, in cui racconto chi è stato Gaber senza interpretarlo. Volevo narrare il Gaber del teatro canzone, quello più fastidioso, meno etichettabile. Vengono a vedermi i gaberiani ma anche i venti-trentenni che non l’hanno conosciuto. Gaber è famoso quanto De Andrè ma è molto meno conosciuto. Il suo è stato un percorso più originale e complicato.

Dove sta l’attualità di Gaber oggi?

E’ spaventosamente attuale Gaber, come il Pasolini degli Scritti Corsari. Alcuni monologhi sembrano scritti oggi: quando parla della crisi morale o della crisi della sinistra, delle meschinità umane e delle nostre ambiguità. Riusciva a essere forte e vibrante senza annoiare: di solito gli intellettuali sono noiosi rompipalle, con lui invece si ride.

Un intellettuale anarchico.

Era libero e per questo non sono mai riusciti a etichettarlo: bastonava sinistra e destra perché quando voleva dire una cosa la diceva. Alla fine è risultato coerente: non ha mai tradito la fiducia dello spettatore e non è mai stato paraculo. E’ sempre stato Giorgio Gaber e basta.

(Intervista di Francesco Canino, Panorama)

Gaber se fosse Gaber…ascolterebbe Scanzi

cinisello 1“C’è una foto-icona di Giorgio Gaber che ha avuto una grande fortuna in questi anni. È quella che trovate qui a fianco (e in numerosi siti e persino in qualche libro). È una foto scattata nel 1991 da un diciassettenne che – come dice lui stesso – “verrà travolto, come fosse un treno in corsa, dalla forza di Giorgio Gaber”. Quel diciassettenne di allora oggi sta portando con grande successo in giro per l’Italia uno strano spettacolo-lezione appunto su Giorgio Gaber, “Gaber se fosse Gaber”. Quel diciassettenne di allora è ovviamente Andrea Scanzi, giornalista affermato (scrive per Il fatto quotidiano, spesso ospite alla 7, ha scritto diversi libri) e ieri sera ha fatto tappa al Teatro Duse di Genova (replica da tutto esaurito stasera).
Uno spettacolo, come accennavo, piuttosto particolare. Sul palco solo una sedia e un unico attore: l’autore stesso che alterna monologhi a spezzoni video (alle volte inediti) tratti dagli spettacoli gaberiani. Che ci racconta il “suo” Gaber. O meglio “interpreta” il “suo” Gaber. Perché Scanzi non lesina sue interpretazioni, sue considerazioni, alternando brevi accenni biografici a riferimenti storici del periodo e soprattutto inquadrando gli spettacoli gaberiani all’interno del quadro storico in cui lo spettacolo è nato. Un racconto tutto in analessi. Scanzi entra in scena e si siede sulla sedia per mimare l’ultima posa ufficiale dell’ormai malato autore milanese. Siamo nel 2001… pochi mesi dopo Gaber ci lascerà per sempre. Quindi inzia un ideale viaggio a ritroso. Dopo un rapidissimo accenno al primo Gaber (quello di “Torpedo blu”, per intenderci), ecco la prima svolta: il tour con Mina nel 1969. Uno spettacolo in cui nel primo tempo canterà la tigre di Cremona e nel secondo il cantautore milanese. Scanzi – bravissimo a tenere alta la tensione e l’attenzione del pubblico – ama spesso gigioneggiare e trova più di una volta la battuta giusta: “Pensate, una volta avevamo sullo stesso palco Mina e Gaber. Oggi, se ci va bene, Gigi D’alessio e Anna Tatangelo”. Quindi è la volta del Teatro-canzone tramite lo straordinario incontro con Sandro Luporini, un vero e proprio genere inventato dai due. Nasce il Signor G. e i grandi spettacoli teatrali degli anni Settanta, snobbati da radio e televisioni che però riempiono i teatri di tutta Italia (con qualcosa come 180 repliche all’anno). Gaber – ci ricorda Scanzi – pur non “appartenendo” parla di attualità, parla del privato ma anche dei sogni rivoluzionari di quegli anni. La svolta avviene nel 1978 quando Gaber si rende conto che ormai il Sessantotto ha perso la sua carica eversiva e rivoluzionaria, i sessantottini sembrano dei reduci di loro stessi, le grandi battaglie sociali sono ormai una moda. È la volta, insomma, di “Polli di allevamento” con gli arrangiamenti di Giusto Pio e Franco Battiato. Quando Gaber propone in quello spettacolo “Quando è moda è moda” – ci racconta ancora Scanzi – viene spesso interrotto, fischiato e insultato dal pubblico a cui sta cantando (o urlando): “non sono più compagno, né femministaiolo militante/mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari camogli8e le altre cazzate/e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate/con cui voi discutete democraticamente/ sono diverso perché quando è merda è merda/non ha importanza la specificazione”. Dopo un pezzo simile, continua Scanzi, si può ancora dire qualcosa? Sembrerebbe di no e invece due anni dopo Gaber e Luporini vanno persino oltre giungendo a toccare addirittura Aldo Moro, ucciso appena due anni prima dalle Brigate Rosse: da politicante a statista grazie al martirio. Un qualcosa di inaudito da cantare!
Arrivano così gli anni Ottanta, gli anni del disimpegno (non di Gaber certo), della Milano da bere, dell’edonismo reaganiano e di Craxi. Dopo un periodo di silenzio Gaber e Luporini abbandonano il “politico” per dedicarsi al “privato” (Scanzi, citando Adorno, definisce l’uomo per tutto lo spettacolo “l’albero”), alla crisi della coppia (la splendida e tremenda “Il dilemma” cantata anche da un altro grande collaboratore di Gaber, Gian Piero Alloisio). E poi arrivano gli anni Novanta e Tangentopoli (e qui stranamente – ma forse davvero non se ne può più! – il giornalista non cita Berlusconi).
Lo spettacolo va avanti tra una citazione e l’altra (da Adorno a Pasolini) con un forte impatto sul pubblico (Scanzi sembra bene aver appreso l’arte prossemica di occupare la scena). Si ride, ci si commuove e l’alterarsi di parole “live” e di spezzoni d’antan non rompe la magia e riesce a rendere perfettamente la grandezza del teatro gaberiano. Anche in questo Scanzi è particolarmente bravo. Lo si vede dalla reazione del pubblico genovese, notoriamente “avaro” che invece interrompe spesso con appalusi ora le parole di Scanzi ora quelle di Gaber. Insomma, una scommessa ardua ma che sembra assolutamente vinta, quella di raccontare Gaber anche alle nuove generazioni (moltissimi i giovani in sala)…
ah, a proposito di giovani, – conclude Scanzi – quel diciassettenne “da quel 1991 non ha mai più avuto la fortuna di scattare una foto così bella!”. (Andrea Podestà, Il Pubblicista, 27 marzo 2013)

Gaber se fosse Gaber (recensione)

“C’è una fine per tutto, e non è detto che sia sempre la morte”… Sicuramente non lo è per Giorgio Gaber. Il recital Gaber se fosse Gaber di Andrea Scanzi non si è limitato ad essere un omaggio ai dieci anni dalla morte del Signor G., il 1° gennaio 2003, ma è stato qualcosa di più. L’incontro spettacolo — prodotto dalla Fondazione Giorgio Gaber e scritto da Andrea Scanzi — ha tracciato la storia recente del Paese attraverso il volo utopico, arrabbiato e ironico di quel ‘gabbiano ipotetico’ che fu Giorgio Gaber, cantante, insieme a Sandro Luporini cantore di un’Italia fatta di contraddizioni, della politica come dell’amore, dell’uomo con tutte le sue debolezze e piccolezze. Il racconto di Scanzi parte dagli anni Sessanta e da quando Mina lo invitò a fare con lei una tournée e lo portò dalla tv in teatro da cui non se ne sarebbe più andato. Gaber se fosse Gaber calibra con sapienza e senza essere ripetitivo filmati, canzoni e una narrazione che s’intesse — come è logico che sia — di citazioni dei testi di Luporini-Gaber per leggere la storia recente e come la società sia cambiata, il tutto attraverso i movimenti dinoccolati, la mimica stupita di un Gaber che riempiva la scena e lo faceva con leggerezza, con quell’aprir di braccia e alzarsi in punta di piedi che sembrava suggerire un volo possibile, sicuramente rincorso, voluto, sperato, sognato fino all’ultimo. Si passa dagli anni Settanta fra rivoluzione, passione politica e disincanto, per arrivare agli anni Ottanta del disimpegno che per Gaber furono sguardo rivolto all’uomo/albero, fino al Grigio e alla sua follia solipsistica, per passare poi all’indignazione/disillusione di Qualcuno era comunista nella Milano di Tangentopoli, fino all’invito ad un nuovo possibile umanesimo. Andrea Scanzi puntella con precisione e trasporto la carriera del Signor G., ne svela il portato intellettuale, critico, morale e moralista (per dirla alla francese), il tutto in un lungo respiro, quasi in apnea. E la platea trattiene il respiro con Andrea Scanzi, lo fa ricordando quando il Signor G. era sul palco del Ponchielli ed era sempre una festa, lo fa per riassaporare quel senso di leggera inquietudine che alla fine degli spettacoli di Giorgio Gaber qualcuno si portava via perché si ritrovava di nuovo spiazzato da quello strano cantant’attore che non sapeva decidersi fra parola e musica e per questo — forse — s’era inventato il Teatro canzone. Andrea Scanzi ha costruito un testo teatrale puntuale, preciso, incisivo, che sfiora la nostalgia senza giocarci troppo, che sa fare sintesi e analisi al tempo stesso, in cui
l’attore non si fa trarre in inganno dal facile mimetismo, ma non nasconde di essere stato travolto da Gaber visto a diciassette anni a tal punto che ora ne perpetua in maniera sentita e non retorica la lezione… Applausi al ‘gabbiano ipotetico’, al Signor G (Nicola Arrigoni, La Provincia, Cremona, 18.1.2013)

Gaber se ascoltasse Scanzi

Gaber se fosse Gaber continua il suo cammino. Qui trovate le prossime date.
A seguito del successo, abbiamo deciso che andremo avanti per tutto il 2013, almeno fino a dicembre (e nel frattempo sto scrivendo nuove cose e già esiste Le cattive strade, con Giulio Casale, dedicato a Fabrizio De André).
Negli ultimi quattro giorni abbiamo fatto cinque repliche, sempre tutto esaurito, con l’emozione viva dei 600 paganti al Ponchielli di Cremona.
Sono uscite molte recensioni. Ne pubblico una delle tante. Una delle più belle, a firma Michele Cosentini.

“Se Gaber continua così, arriverà a scrivere l’inno di Forza Italia”: questa acuta osservazione (che cito a memoria) era contenuta all’interno di un articolo di Luca Canali, pubblicato sull’Unità, nella seconda metà degli anni ’90. Non ricordo a proposito di quale spettacolo: forse “Un’idiozia conquistata a fatica”, ma potrei sbagliarmi. Ho rimosso i dettagli. Ricordo solo che per la prima volta nella mia vita mi trovai d’accordo con Veltroni, che invece difese il cantautore. Uno dei tanti miracoli che Gaber era in grado di compiere.
Era già una ventina d’anni che il signor G. era salito sulle palle a molti soloni della sinistra ufficiale: gli stessi che avevano già cominciato a fare rivoltare Berlinguer nella tomba e che, dopo un’altra quindicina d’anni, si sarebbero ritrovati al governo insieme al Pdl. I “grigi compagni del PCI” (citando Gaber) e coloro che vengono da lì hanno sempre avuto una radicale avversione nei confronti dei liberi pensatori: difficilmente riconducibili a una delle caselline di cui l’ortodossia ha sempre disperatamente bisogno. Il fascista prima e il berlusconiano poi è un nemico riconoscibile e facilmente avversabile. I Pasolini, i Gaber (o anche, cambiando categoria, i Guzzanti) scombussolano le certezze: proprio perché seminano il dubbio. E nella rivoluzione (quella che “oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”, sempre citando Gaber) per i dubbi non c’è posto.
Il mio approccio con Gaber avvenne verso la fine del liceo, quando uno dei pochi compagni di classe non paninari mi fece ascoltare la meravigliosa invettiva “Io se fossi Dio”. Sentire quel pezzo così politicamente scorretto in piena epoca reaganian-craxiana fu un salutare cazzotto nello stomaco. “Una delle canzoni più censurate della storia” mi aveva detto il mio amico “ti piacerà”, anche se non avevo ancora provato l’ebbrezza della censura. Il primo concerto live lo vidi nel ’92: “Il Teatro Canzone”, quindi -tra gli altri capolavori- “Qualcuno era comunista”. A costo di sembrare retorico, ammetto che piansi spudoratamente. Stavo per diplomarmi in accademia e quindi ero anche incantato dalla tecnica, dalle pause, dalle espressioni del volto. Gaber era, per me, la prova vivente che fare teatro dovesse significare porsi delle domande, esprimere un’idea o, appunto, seminare dei dubbi. Pensare e far pensare.
Insomma, piansi. E anche ieri -pur senza arrivare fisicamente alle lacrime- mi sono commosso. Sono andato vedere, a San Giovanni in Persiceto, “Gaber se fosse Gaber”, straordinaria ri-evocazione compiuta da Andrea Scanzi. Non pago di essere uno dei migliori giornalisti italiani (oltre che scrittore,  politologo, esperto di vino, di tennis e altre mille cose che fanno sospettare che si serva di qualche clone), Scanzi sta portando in tournée questo delizioso esempio di teatro di narrazione, in cui attraversa tutto il percorso artistico e politico di Gaber e -naturalmente- del grande Luporini, perché -come dice all’inizio- non si può parlare di Gaber senza parlare di Luporini, e viceversa.
In scena, una sedia e un cappello, che lo scrittore indosserà solo alla fine, rievocando una delle ultime immagini di Gaber: è l’unica concessione alla “teatralità”. Per il resto, Scanzi ti prende per mano con l’umiltà degli intelligenti e ti accompagna alla scoperta (o riscoperta) dell’ultimo grande intellettuale che abbiamo avuto. Qualche volta lascia parlare le immagini o i video, uscendo materialmente di scena: ti lascia solo per qualche minuto, come sentendosi di troppo quando parla il grande Gaber. Non c’è un attimo di stanchezza, non c’è un solo momento in cui non ti avvolga con la passione di chi -pur facendo un altro mestiere- dalla filosofia gaberiana ha imparato molto.
Assieme a me, c’erano alcuni amici che Gaber lo conoscevano poco (e ora lo conoscono molto di più). Lo spettacolo arriva al cuore e al cervello di gaberiani e non gaberiani. Strike. “Gaber se fosse Gaber” ha anche compiuto il miracolo di commuovermi, cosa che da una decina d’anni, nel desolante panorama italiano, non mi accadeva né nel vedere né nel fare teatro. E, di conseguenza, anche il miracolo di farmi scrivere, dopo tanto tempo, la recensione di uno spettacolo. Grazie, Andrea. (grazie a te, Michele Cosentini). 

Recensione (Promiseland)

Ero alla stazione di Milano Centrale e ci sono cascata di nuovo! La bellissima libreria rossa mi stava chiamando e io avevo ancora un sacco di tempo davanti a me prima dell’arrivo del treno. Ho cercato di resistere, ma come al solito, non ce l’ho fatta. Per fortuna sono entrata e fra i tanti libri, cercando fra quelli di cucina, proprio lì a fianco c’era il libro di Andrea Scanzi, mi è bastata un’occhiata per capire che sarebbe stato il mio compagno di viaggio in treno.
Mi sono ritrovata così a curiosare nella vita di Andrea, Tavira e Zara: un uomo e due labrador. Le loro vite si intrecciano e si svolgono in simbiosi, le giornate e le vicende di questo trio vengono raccontate in maniera schietta, divertente, profonda, a volte irriverente, ma sempre fantasiosa e veritiera. È lo sguardo di un essere umano profondamente legato a due creature fantastiche, affettuose, uniche e insostituibili.
L’autore porta uno sguardo protettivo e amorevole sulle sue compagne, ma anche lucido nel suo racconto. Nulla sfugge all’esame, nel suo stile Andrea Scanzi ci racconta le sue giornate, i momenti felici, le passeggiate, le scelte fatte in base alle esigenze del trio, ma ci racconta anche aneddoti meno accattivanti, facendoci sorridere anche solo dal titolo dei capitoli: “L’evacuazione: un rito mistico”, oppure “Lecco dunque sono”, passando attraverso la descrizione della malattia, degli sguardi tra di loro…
Questo libro è una storia d’amore messa su carta e chi ha avuto la fortuna di vivere con un cane sa che questo tipo di storie non sono mai a senso unico, ma bensì coinvolgenti e ognuna unica e indissolubile a modo suo.
“I cani lo sanno” l’ho letto volentieri, con calma, gustando le citazioni e i richiami, sentendomi coinvolta nella descrizione dei sentimenti che si provano quando si parte in viaggio e non si può portare il proprio compagno, curiosa di leggere le reazioni di Zara e Tavira al ritorno di Andrea per confrontarle con quelle di Pizza, per scoprire, ancora una volta, quanto ognuno dei nostri amici sia unico e inimitabile.
Ci sono momenti di ironia, di tristezza, tutta la convivenza di questi tre esseri (stavo per scrivere persone!) è passata al setaccio e ci viene regalata in questo bel libro, a volte un po’ triste ma molto molto bello e vissuto.

(Promiseland, 26.12.2011)

I canari (Doppiozero)

Quella del “canaro” è una tipologia umana fortemente connotata, che possiede caratteristiche di immediata riconoscibilità. Sia chiaro: il canaro non è il semplice “padrone” di un cane, ma ne è il correlativo umano, quasi l’interfaccia tra animale e mondo. Così se tutti possono essere padroni, non molti riescono a diventare canari. Per esserlo serve una predisposizione, ma è necessario anche un lungo apprendistato, che si fonda però su un’unica premessa, la consapevolezza dell’unicità di quel rapporto che ci lega all’animale (che per questa via smette anche di essere tale). Il cane diventa così – non senza difficoltà – la parte migliore della vita. Del suo cane il canaro è sinceramente innamorato, e senza esitazione lo antepone a molti suoi consimili o addirittura a tutti. Corollario e sottinteso è che il canaro del cane capisce le sofferenze e le gioie, gli errori e i virtuosismi, sviluppando sintonie segrete soprattutto quando la coincidenza porta ad una convergenza nella “visione del mondo”.
Come spiega Franco Marcoaldi in Baldo (libro con ampi e riconosciuti debiti nei confronti di Animali e altri viventi di Alberto Asor Rosa), uno dei momenti di più intensa compartecipazione è il sonno. Insieme sul letto o sul divano, uomo e cane arrivano a fondere le proprie nature, dando vita a sperimentali e inedite forme ibride. Sono gli occhi ad aprire la via allo scambio. Quell’occhio canino che sembra nascondere segreti insondabili è il canale che apre le porte della relazione. Poco importa al canaro l’intrusività di quello sguardo. Se Italo Calvino aveva scritto che essere guardato dal cane gli provocava paralizzanti imbarazzi, opposta è la reazione del vero canaro. Andrea Scanzi in I cani lo sanno afferma chiaramente che la continua sorveglianza cui lo sottopone il cane è gradito segnale d’affetto, perché quegli occhi sono “grandangoli puntati sulla vita di chi custodiscono e a cui si consegnano interamente”. L’uomo è il “Dio padrone” a cui il cane dedica ogni suo sforzo. Ma è indispensabile saper ricambiare –almeno in qualche occasione – questa diuturna disponibilità affettiva. Secondo una procedura volta a riscoprire l’orizzontalità, il canaro compie allora il gesto di porsi allo stesso livello del proprio cane.
Come il padrone di Baldo descritto da Marcoaldi (e il protagonista umano del libro di Asor Rosa), gli si sdraia a fianco, si mette a quattro zampe: è commistione di prospettive, in questo caso acquisizione, o riacquisizione, di punti di vista smarriti col bipedismo, gesto ancipite, in cui l’affetto si mescola alla volontà di affrontare il mondo dal basso e rasoterra. Del resto il canaro sa che l’universo canino si fonde sull’olfatto più che sulla vista, e cerca di accettare i vuoti dell’incomunicabilità sensoriale. Così con grande pazienza tollera le logoranti soste a cui il cane lo sottopone quando deve svuotare la vescica. Le sue nozioni di etologia gli offrono spiegazioni che gli impediscono di smaniare quando la centellinata distribuzione di pipì ai crocevia delle strade lo fa giungere in ritardo ad un appuntamento di lavoro. Perché il canaro, a ben vedere, ha soprattutto questo pregio, quello di essere così in empatia col cane da arrivare a capirne molte pieghe dell’anima, comprese quelle che agli estranei insofferenti (e ai semplici padroni) paiono solo difetti. E poi ogni cane è in fondo un figlio o una figlia – estensione del sé, specchio in cui riflettersi ritrovando però la migliore delle proprie fisionomie. Scanzi, descrivendo la love story con le sue due labrador nere, non fatica ad ammettere che la sofferenza patita in occasione di una gravissima malattia della più anziana delle due è stata superiore a quella legata alla separazione dalla moglie.
Il canaro – uomo naturalmente progressista – non ama nascondersi dietro borghesissimi infingimenti. Un esempio? Il suo peggior nemico è chi disprezza odori, peli e sporco dei cani. Rispettoso della dignità canina, come detesta i cani oggetto, i cani da borsetta, i cani imbellettati delle signore bene, il canaro si rifiuta di dire che il cane puzza. Il cane, più semplicemente, ha addosso l’odore di cane. Capovolgendo così la logica del disgusto, il momento della defecazione diventa quello in cui il cane rivela la sua essenza (è “un rito mistico”dice Scanzi), producendosi in capolavori di plastica bellezza. Com’è ampio il fossato che a questo livello separa i canari dai non canari, vittime dei loro frigidi antropocentrismi, incapaci di accettare l’altro, o, come suggeriva Rilke, estranei alla dimensione dell’Aperto. In una relazione così intesa – costellata da passeggiate insieme, pasti in comune, letture e visioni di film cheek to cheek, idiosincrasie di coppia – appare evidente che ad avvelenare la serenità ci sia l’ossessiva certezza del diverso orologio biologico del cane. Il cane muore prima dell’uomo. La morte preannunciata – presagita in permanenza – è la vera mania del canaro e la pena immedicabile per la scomparsa dell’animale sta all’origine dei numerosi dinieghi di fronte all’ipotesi di sostituzione del caro estinto con un nuovo giovane esemplare.
Che dire, in definitiva? Sono queste vite l’annuncio di altre modalità di stare al mondo, fondate sull’arricchimento “interspecifico”? Sono forse il manifesto del “post-umano” – inteso come sommatoria di caratteri che determina una crescita dei soggetti – a più riprese studiato, tra gli altri, da Roberto Marchesini? Oppure sono anche qualcosa d’altro, la traccia di un’emergenza di specie, l’ammissione di resa dei sapiens-sapiens, ormai incapaci di sviluppare relazioni profondamente paritarie con i propri “compagni di specie”? Non si dimentichi che Giorgio Manganelli attribuiva ai cani il ruolo di sintomi delle nostre nevrosi e che Giuseppe Pontiggia nella Grande sera sosteneva che l’amore per i cani ci può separare dall’amore per gli uomini. Già, ma loro certamente non erano canari.

(Andrea Giardina, Doppiozero, 13 dicembre 2011)

Recensione (Zampe in viaggio)

Bellissimo. Finalmente una storia coinvolgente senza finale lacrimevole. Una bella scrittura avvincente e partecipata, seria e allo stesso tempo leggera quella di Andrea Scanzi, autore di I cani lo sanno edito da poco da Feltrinelli (14€). Chi ha un cane leggendo queste pagine entra in sintonia con Andrea Scanzi che racconta il suo rapporto con Tavira e Zara, le sue due labrador.
Spesso ci si ritrova a sorridere davanti a certi suoi racconti perché magari ci si è passati anche noi, con i nostri compagni di viaggio. Chi non ha cani (c’è qualcuno che legge questa rubrica che non li ha?) ha solo da imparare, perché scegliere di avere un cane o ritrovarsi anche solo per caso ad avere un cane è qualcosa di importante.
Un cane è un milione di cose, non è solo un essere a quattro zampe che devi nutrire e portare fuori. E qua e là Scanzi tira delle frecciatine a comportamenti spesso inadatti di certi umani. E lo fa molto bene! “Un cane è Patch Adams che non dismette mai il trucco da clown. Tu sei il paziente. Anche quando ti pensi sano”.
Questo libro è più che una storia è un “elogio dello sguardo rasoterra”, è un resoconto vero di quello che significa vivere con dei cani, condividere la vita con loro e considerarli degli esseri a cui dare ma soprattutto da cui imparare. “È come se, con la loro presenza, mi radicassero non alla quotidianità, ma all’umanità. Ed è buffo che a farlo siano due cani”. Sarà anche buffo ma è assolutamente vero. L’unico peccato, quando si inizia a leggere questo libro, è non riuscire ad avere abbastanza tempo per finirlo tutto d’un fiato.

(Zampe in viaggio, Mary Jo Cocker, 6 dicembre 2011).

Facce da mandillà

Venerdì e sabato ho presentato Gaber se fosse Gaber a Scarperia e Novara. Nel secondo luogo c’era il pienone, nel primo il teatro era gremito a metà.
Gli organizzatori di Scarperia, in pieno Mugello, sono stati coraggiosi. E l’azzardo ha pagato in parte.
La loro Associazione Culturale si chiama Arzach. Sono stati particolarmente decisi nel chiamarmi: in un mese hanno organizzato tutto.
A Scarperia ho trovato un gruppo di amici sui cinquantanni, gaberiani dagli albori, con tanto di rarissima collezione di vinili e 45 giri in bella mostra. Per certi versi, sembrava di stare dentro i primi film di Francesco Nuti e/o Alessandro Benvenuti. Mancava solo che qualcuno dicesse: “O tu sposti la chiesa, o tu vinci al Totocalcio, o tu vai ni’ Pperù“.
Una delle cose belle dei viaggi, delle tournèe, degli spettacoli, degli incontri letterari: è proprio la possibilità di incontrare un’umanità varia. E per nulla avariata. Piccoli avamposti di persone che ci credono e che resistono.
Marco Bogani è il presidente di Arzach. Il datore di luci (cit) dello spettacolo è stato il fotografo Fabio Innocenti.
A fine serata, comunque felici per la resa artistica e per la soddisfazione dei presenti, mi hanno regalato un cd da loro prodotto. Le cover di Fabrizio De André, rilette in chiave blueseggiante, dalla Band Aut. Un gruppo di sei e a volte sette elementi. Musicisti del Mugello, in gran parte.
Il cd si intitola Facce da mandillà. Hanno scelto il repertorio in dialetto di De André, tranne Quello che non ho, La ballata dell’eroe, Nella mia ora di libertà e fiume Sand Creek.
E’ un disco semiclandestino, che conosceranno in pochi, ma è dignitosissimo. Alcune versuoni, come Jamin-a, Mègu Megun e Sinàn Capudàn Pascià, sono decisamente riuscite.
Ascoltandolo, mi è tornato in mente l’effetto che mi hanno suscitato di recente dei dischi “minori” (ma assai meritevoli): Asincrono di Luigi Mariano, This Man di Sergio Marazzi, il tributo al Signor G dei Flexus. Quanti artisti e opere quasi sconosciute esistono, in Italia, sepolti dall’incuria degli addetti ai lavori e dalla crisi economica?
Troppe. E’ una cosa bella, perché vuol dire che qualcosa di vivo c’è ancora. Persino in Italia: questa Italia. Ma è anche una cosa brutta, perché la meritocrazia ce la scordiamo e questi artisti non vivono d’aria.
Nel mio piccolo: grazie. E complimenti.

Recensione (Panorama)

Se amate i cani, questo è il libro che fa per voi. I cani lo sanno (Feltrinelli) di Andrea Scanzi arriva dritto fino a quel pezzetto di cuore che vibra al ritmo di una scodinzolata. Commuove, coinvolge, consola. Se i cani vi lasciano indifferenti o, peggio, preferite l’amicizia più discreta e fiera di un felino, allora cominciate dal fondo. Curiosate fra le righe dell’indice analitico: potreste scoprirvi i germi di una appartenenza ancora più profonda.
È forse il primo indice analitico divertente della storia, che nello stesso tempo disegna un percorso semiserio lungo una costellazione di persone e animali, artisti, amici, tennisti e bevitori, tra riferimenti colti e svisate pop mischiati con allegra sfrontatezza. Da Joseph Ratzinger a Marco Ferradini, per intenderci, da Gran Torino a Lost. Da Diogene di Sinope a Jacques Prevert. Dall’amico Edmondo Berselli a Jonathan Safran Foer. Da Pippo che sfancula Topolino a Seamus, il cane dei Pink Floyd. Ma è nel gioco delle citazioni nascoste che ho riconosciuto un familiare orizzonte: Gaber, De André, Paolo Conte, Rino Gaetano. E anche nel nome Tavira, località dell’Algarve che diede i natali a un eteronimo di Pessoa.
I cani lo sanno è un libro ricco di fisicità e allo stesso tempo di “leggerezze dette a piena bocca”. Tavira e Zara, le due labrador nere protagoniste del triangolo che costituisce il corpus della narrazione, non sono soltanto amate conviventi e simbiotiche compagne di vita – fame atavica-odore di pongo-poderose deiezioni – ma il “passe partout per un’idea accessibile e accettabile di redenzione”. Sfidando il luogo comune, Scanzi si getta a esplorare un linguaggio senza alfabeto.
La comunicazione uomo-cane si fonda sul non detto e sullo sguardo. Ma abituarsi è pericoloso, va a finire che si perde l’allenamento con quella “vagamente affettuosa ipocrisia che è poi il nostro linguaggio universale”. Invece il cane osserva, sempre. Osserva un campionario umano dal pedigree che sembra inventato da un demiurgo ubriaco (il catalogo dei padroni è irresistibile). E redime ogni giorno i vuoti affanni del suo signore. Dopo aver ”elevato la quotidianità a capolavoro giornaliero”, prende su di sé il dolore. Soffre al posto tuo per farti stare meglio. Muore la tua morte in anticipo.
Fra un tergicristallizzare di code e una liturgia del bisogno corporale, ecco la mistica dei martiri slinguazzanti, meringhe con le zampe e trojan horse dei ricordi indelebili. Così il capobranco Scanzi trasferisce su carta il potere immaginifico della parola, la suggestione dell’onomatopea metafisica. Non c’è mai un aggettivo di troppo, anzi il periodare secco e conciso risucchia nel suo alveo componendo i tasselli di vita in tanti quadri musicali. Come un album di istantanee folgoranti (”l’uomo è un gatto che ha bisogno di un cane per vivere”), libera emozioni sepolte sotto le coltri del quotidiano. A beneficio di tutti, perfino degli sfortunati allergici al pelo degli animali.
Grazie ai cani che sono “portatori sani di filosofia”, e alla confidenza immediata che mettendo a nudo se stesso lo scrittore aretino “impone” al lettore, l’elogio dello sguardo rasoterra mi ha contagiato, regalandomi nuovi angoli di visione in lunghi piani sequenza. Ho pensieri da uomo, mi sono detto dopo aver chiuso l’ultima pagina, e pensieri da cane. Specialmente da cane.

PS. non ho resistito a giocare anch’io: questa citazione non la trovate nel libro.

(Michele Lauro, Panorama, 24 ottobre 2011)

Intervista e recensione (Vininaturali.it)

I cani lo sanno, elogio dello sguardo rasoterra”. Un libro divertente, condivisibile da ognuno abbia o abbia avuto un amico a quattro zampe, mostra tutti i pregi dei cani e i difetti di chi li accompagna durante la loro breve esistenza. Siamo lontani mille miglia da ogni tentativo di umanizzare il proprio cane e, ancor di più, il rapporto con il proprio cane.
È una questione di sguardi (lo recitava anche una canzone): il nostro è proiettato in avanti, spesso miope, quasi sempre selettivo. Quello dei cani è ancorato al suolo, quadrangolare, spalancato su un mondo dove dove niente è mai di troppo; ed è il loro punto di vista “basso”, umile, mai servile, stoicamente onnipresente che ci ri-insegna ad essere umani.
Andrea Scanzi ci racconta delle sue “donne”, di cui è follemente innamorato, delle loro gesta, i loro comportamenti, in un quadro a colori dove si puo’ trovare spazio per ridacchiare, condividere e pure far scivolare una lacrimuccia di commozione.
Mai banale nè scontato, di una genialità frizzante e scorrevole, è un libro da leggere e rileggere, da regalare, per tutti e con tutti.
Come per “Elogio dell’invecchiamento” e ancor di più per “Il vino degli altri”, sento un’affinità ed una condivisione con le tesi dell’autore, a volte mi sembra che a parlare sia la mia stessa persona. Sono testi veri, diretti, che vanno al nocciolo del concetto, che incuriosiscono.
Banalmente forse, ma una cosa, per me, li accomuna: metre li leggo e per giorni poi, finita la lettura, avevo voglia di bere i vini raccontati o di andare alla caccia di alcuni produttori che non conoscevo (Flavio Roddolo ad esempio, grazie Andrea!); oppure, in questo caso, di accarezzare e guardare di più i miei cani o pensare alla mia prima cagnolina che ormai da anni non c’è più.
Credo che questo possa essere uno dei frutti per uno scrittore di cui andar fiero, lasciare un ricordo vivo, ed emozionare. Come fa Scanzi ad entrare con questa semplicità, ma con profondità, nella testa degli altri?
“Mi dici una cosa molto bella. Ti ringrazio. In effetti capita spesso che i lettori si innamorino delle passioni di cui scrivo. Come se si creasse un innamoramento per osmosi. In tanti hanno visitato Flavio Roddolo dopo aver letto “Elogio dell’invecchiamento”, in tanti si (ri)avvicinano a Gaber dopo il mio spettacolo teatrale “Gaber se fosse Gaber”. E probabilmente chi legge “I cani lo sanno” ha – alla fine – una gran voglia di coccolarsi Tavira o Zara. E magari avverte il desiderio di farsi accompagnare da un cane, anche se fino a quel momento non l’ha mai avuto. Non so se questo significhi “entrare nella testa degli altri”. Di sicuro provo a mettere in ciò che scrivo la più assoluta passione e onestà. Se poi capita che la passione – o l’idiosincrasia – si trasmettono, be’, è un bell’effetto”.
Mi è particolarmente piaciuto l’accostamento degli addestratori di cani con i biodinamici. Quanto può nuocere la pedanteria?
“E figurati se non lo notavi. Guarda, a me i pedanti annoiano. Non posso girarci intorno. E’ proprio una cosa che mi ammazza. Quelli che vivono con troppi dogmi, troppe regole. I bacchettoni, i seriosi, i soloni, gli asettici. Gli “astemi dell’emotività”. Che palle. E’ una categoria che detesto, insieme ai pavidi. Ed è anche quello che (non) mi prefiggo quando scrivo un articolo o un libro: essere noiosi e senza coraggio. Se devo annoiarti o non raccontarti nulla, tanto vale non scrivere. Ti ho dato fastidio? Bene. Ti ho stupito? Meglio. Ma non è tollerabile essere noiosi, prevedibili, sciatti. Non è perdonabile. Che volgarità. I biodinamici non sono di per sé noiosi, per carità, ma lo diventano quando pretendono di farmi credere che basta qualche abracadabra e una lettura random di Rudolf Steiner per scoprire e svelare il Nirvana. Ci sono dei produttori, biodinamici e no, che in cantina farebbero dormire anche un esercito di insonni. Gli addestratori possono avere lo stesso approccio: regole, dogmi, regole, dogmi. Una preparazione di base è fondamentale, ma se non ci metti fantasia e genio sei solo un manovale pragmatico. E palloso” .
So che è improponibile, ma che c’azzeccano i cani con i vini (naturali)? Come ti ha convinto Marina a fare la serata di domani (ore 18)?
“Marina della “Compagnia del Taglio” di Modena potrebbe convincermi a fare qualsiasi cosa, e anzi spero che me lo chieda. La sua enoteca modenese è uno dei pochi luoghi magici d’Italia, e credimi, io viaggio molto: lo dico con cognizione di causa. Per la serata del 27 ottobre ha fatto tutto lei. Come sempre mi sono consegnato mani e piedi al suo volere. Una cosa, peraltro, che di solito con le donne mi piace molto (e poi è più comodo: ci si stanca di meno). A giugno 2010 presentò “Il vino degli altri” con un affetto – e una genialità – che mi hanno rapito. Non l’avevo mai vista prima: come facevo a non tornarci? Cani e vini non hanno molto in comune. E’ vero, esistono “vini da cani”, ma è una battuta così banale che la lascio ad altri. Preferisco dire che, come i cani, i migliori vini parlano al cuore. Anche se, sia chiaro, mai con l’intensità e la schiettezza di cui è capace un cane”.

(Francesco Maule, Vininaturali.it)