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Recensioni

Reputescion – Don Gallo

Ho deciso di pubblicare anche qui tutte le puntate di Reputescion, il mio programma su La3 (Sky 163, DTT 134, App e streaming sul sito de La3, ogni lunedì sera ore 22). Le puntate, una settimana dopo, vengono comunque messe su Youtube nel canale de La3.
Oggi posto Don Gallo. La puntata, facente parte della prima stagione di Reputescion, è andata in onda lunedì 25 marzo 2013. E’ stata l’ultima apparizione televisiva di Don Gallo, una delle persone più belle e preziose che abbia incontrato.
Ecco la puntata.

I nostri primi quarant’anni (o giù di lì)

Non-è-tempo-per-noi-spotNell’intervista di settembre, Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″. Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue.
Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro.
Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del toposscanziano. Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta. A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio.
I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori). Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli antaLa voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta. Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano. Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande FratelloAi pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini.
Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore. Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere. Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi. Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici.
Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro). Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini. E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo. Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso.
grazie
Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni. Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere. Le affinità finiscono qui. Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese. Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza.
L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità.
E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica. Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo). Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere). Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto.
Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga. Forse non per tutti. Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto. Solo per non averci provato” (Shiatsu77)

Non è tempo per noi, grande affresco generazionale di Andrea Scanzi

Scanzi-Non-è-tempo-per-noi-600x330“Il volto di Andrea Scanzi è ormai diventato familiare un po’ per tutti. Iperattivo, impegnato in mille campi, dal giornalismo al teatro, dallo sport all’enogastronomia (come riportato da Wikipedia è sommelier e degustatore ufficiale Ais, oltre che assaggiatore di formaggi Onaf), dalla musica al web.“Non è tempo per noi” (Rizzoli editore), già arrivato alla terza ristampa dopo poche settimane dall’uscita, è la sua ultima fatica letteraria. Un libro da leggere tutto d’un fiato, un grande affresco della sua generazione, quella dei quarantenni, quella nata nei tumultuosi e complessi anni Settanta.
Nato ad Arezzo nel 1974, alle soglie dei fatidici “Quaranta”, si è cimentato in una analisi dettagliata, impietosa e decisamente pungente – come nel suo stile – della propria generazione. Una vera e propria autocoscienza collettiva. La generazione dei nati negli anni Settanta, ovvero quei quarantenni che si apprestano, forse, a tentare di conquistare la guida dell’Italia, non tanto e non solo in campo politico, ma ancheculturale.
Forse” “ma anche” sono, in effetti, le parole che meglio sembrano meglio descrivere la generazione dei quarantenni descritta da Andrea Scanzi. Un generazione votata al pareggio, nata e cresciuta in una realtà ovattata (“generazione del presepe”), fatta di ribelli anzitempo disinnescati.
Andrea Scanzi passa in rassegna una serie di personaggi emblematici della propria generazione, sia in campo culturale che politico, sia sportivo che televisivo.
Non-è-tempo-per-noi-spotIn “Non è tempo per noi”, Andrea Scanzi passa con disinvoltura dalle imprese sportive di Marco Pantani a quelle “nervose” di Paolo Cané; dalle carriere politiche di Angelino Alfano e Matteo Orfini (nonché la rottamazione “moderata” e disinnescata di “Renzie Fonzie in Pieraccioni”) ai versi di Jovanotti; dai bestsellers di Fabio Volo alle performance televisive e cinematografiche di Ambra Angiolini.
Ne esce un quadro fortemente critico, a tratti ironico, dal quale emerge la fortissima empatia di Scanzi per gli argomenti trattati. Unica eccezione, il regista Paolo Sorrentino, emblema secondo Scanzi di ciò che la sua generazione avrebbe potuto e dovuto essere.
Lo scrittore e giornalista aretino trasporta anche nella sua nuova opera l’amore mai sopito per Giorgio Gaber. A più riprese riaffiorano, mai banali, citazioni dirette o indirette del Signor G., con particolare riferimento a “La mia generazione ha perso”, album pubblicato nel 2001, una delle composizioni più amare del padre del teatro-canzone, in cui spicca il meraviglioso brano “La razza in estinzione” (possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso, ma la mia generazione ha perso). “Non è tempo per noi”, titolo di una canzone di Ligabue assurge quasi a simbolo e contraltare alla composizione gaberiana, evidenziando il senso di disimpegno e di sostanziale auto-assoluzione del rocker di Correggio.
Se Gaber tuttavia poteva ammettere con tristezza che la sua generazione, dopo aver a lungo combattuto, avesse perso l’opportunità di cambiare davvero il Mondo, Andrea Scanzi deve ammettere con ancora maggiore amarezza che la sua generazione non solo non ha perso, ma non è mai neppure scesa in campo. Una generazione in panchina, che si è anche crogiolata della propria incompiutezza, quasi accettandola come alibi e giustificazione alla propria limitatezza, al proprio inconfessabile benché evidente desiderio di disimpegno. Andrea Scanzi non cede tuttavia al pessimismo, ma anzi propone in appendice al suo grande affresco generazionale un decalogo, “dieci buoni propositi per andare oltre il pareggio”. Il grande successo di “Non è tempo per noi” appare pienamente giustificato e pare già oggi destinato a rimanere una Polaroid fedelissima di una intera generazione”. (Mirco Giubilei, Mondoinformazione)

Scanzi, Gaber: quelli che vanno oltre

gaber arezzoAmmiro Andrea Scanzi.
Andrea Scanzi ammira Giorgio Gaber.
Io conosco poco Giorgio Gaber.
Il classico syllogismus interruptus.
La tappa carpinetana dello spettacolo Gaber se fosse Gaber ha aggiunto dei tasselli al mosaico.
Scanzi lo conoscevamo già.
In un dizionario illustrato la sua foto comparirebbe dinanzi al termine onestà intellettuale.
Inviso alle cariatidi di giornalisti (beh, quasi) cerchiobottisti che popolano il pianeta Informazione Italia e che vedono scalfire lo status quo, è divenuto famoso (per sua stessa ammissione) per certi corpo a corpo con serve e lacchè del Pregiudicato (per la cronaca, era ora che qualcuno aprisse il libro), ma Scanzi è (per fortuna) molto altro. Nato per scrivere (era il suo sogno), si sta rivelando un comunicatore a tutto tondo (le emozioni che dà il teatro asserisce siano impareggiabili).
Il suo stile caustico, urticante e mai banale è l’antidoto all’anestesia iniettata a questo Paese. Eclettico (in Italia pare un difetto), ironico, qualcuno lo dipinge come saccente: al suo posto lo saremmo molto di più. Cerca di superare il manicheismo, nonostante la sua scibile sarebbe giustificata a rincorrerlo.
Potenzialmente è un Pasolini 2.0.
Poteva limitarsi, il giornalista del Fatto, a celebrare l’agiografia del Signor G.
Avrebbe potuto.
Ma non l’ha fatto.
Ha raccontato le pieghe e le sfaccettature di Giorgio Gaber, perchè solo lì si assapora quello originale, quello autentico e non la versione edulcorata ed ecumenica che il mainstream ci ha voluto somministare (da postumo).
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E raccontandoci Gaber come se fosse davvero Gaber, lo scrittore di Cortona si è messo simbolicamente a nudo rivelando perchè Scanzi è Scanzi.
Un parallelo, fatto di osmosi, ammirazione ed amor proprio.
Integerrimi più che integralisti, tengono entrambi tanto alla forma quanto al contenuto.
Per loro l’intellettuale deve andare oltre, mettersi e mettere tutto in discussione, al proferire certezze prediligono seminare dubbi (da raccogliere), la provocazione al posto della predica.
“Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane” (cit.).
Un intellettuale non deve essere catalogato, sarebbe un ossimoro, di più, la sua stessa fine.
Tutti e due sono spontaneamente refrattari al concetto di appartenenza, avere qualcuno dentro a cui dare in usufrutto l’anima, le idee.
I quasi 10 minuti di Qualcuno era comunista sono il riassunto di un’epoca.
Gaber – come anche Pasolini – era odiato trasversalmente, segno della sua indipendenza (Quando è moda è moda è di una durezza disarmante, Se fossi Dio forse ancora di più).
Scanzi è (già) sulla stessa via.
Ancora, li accomuna il rigetto dei toni melliflui, sono degli eretici delmenopeggio e del politicamente corretto.
Cercano una libertà che non sia preconfezionata, standardizzata, non una libertà “come la intendono gli americani” (Gaber docet). Perché al centro di tutto ci sono gli uomini, ovvero gli alberi del Signor G.
Se Gaber fosse Gaber, apprezzerebbe Scanzi? Si, crediamo. Si esce dallo spettacolo con la voglia di migliorarsi, di andare oltre.
Obiettivo centrato, Andrea. (Davide Del Rio)

Intervista Donne Sul Web

01-00250886000002(Angela Gennaro per Donne Sul Web) “Meglio essere l’Emilio Fede di Grillo che il Carlo Pellegatti di Monti o il Capezzone di D’Alema”. Non manca di sicurezza Andrea Scanzi, una delle firme di punta del Fatto Quotidiano. Tra i primi a comprendere la portata del grillismo – il suo “Ve lo do io Beppe Grillo”, uscito nel 2008, è stato ristampato nel 2012 con la prefazione di Marco Travaglio – è oggi tra gli opinionisti con più ospitate nei talk show. Per questo non è stato risparmiato dall’ironia della rete. Ironia che lui prende bene, mentre si rivela impietoso nei confronti del giornalismo all’italiana e dei suoi colleghi: “Siamo messi male da decenni, da prima del berlusconismo“, spiega a Donne sul Web. “E il punto più basso è stato toccato con il governo Monti e con l’attuale esecutivo“.
Addirittura.
Trovo bizzarro questo desiderio di volersi bene, con i giornalisti che diventano pacificatori e smussano qualsiasi spigolo in nome delle richieste di Napolitano. Vedo una corsa al cerchiobottismo, al paraculismo, a non disturbare il manovratore. Lo trovo sconfortante, anche perché poi chi prova a fare davvero il giornalista passa per il cattivo di turno. E invece il giornalista deve raccontare quello che vede, anche cose sgradevoli.

Da cosa dipende?
Dal fatto che siamo italiani. E dal fatto che questo è il giornalismo dominante, che non disturba troppo la sinistra ma che non è neanche troppo cattivo nei confronti del centrodestra. È il giornalismo televisivo e quello dei più grandi giornali, il giornalismo dei vari Pierluigi Battista e Antonio Polito. Per carità, va tutto bene. Ma non è giornalismo: è tirare a campare, difendere la casta, la corporazione e lo status quo.

Sono giorni di critiche feroci via web tra di voi. Battista è stato definito sul blog di Beppe Grillo “maggiordomo del Corriere”. Tu ti sei detto non solidale con lui e l’editorialista di via Solferino ti ha definito su Twitter “l’Emilio Fede di Grillo”. Come rispondi?
Non esprimo solidarietà a tutti i giornalisti in quanto tali. Milena Gabanelli, ad esempio, per me è una persona onesta intellettualmente, ha talento e non fa sconti. E io amo chi non fa sconti a nessuno. Battista e Polito rappresentano il giornalismo peggiore di questi anni. Battuta per battuta, meglio essere l’Emilio Fede di Beppe Grillo che il Carlo Pellegatti di Monti o il Daniele Capezzone di D’Alema. Chi mi conosce e ascolta sa bene come ogni giorno sottolinei pregi e difetti del M5S. Basta farsi un giro nella mia pagina Facebook per leggere gli attacchi ad alzo zero che mi becco quando critico Roberta Lombardi o lo stesso Grillo. Ma va bene così: se piacessi a tutti non sarei io. Battista è il cantore dell’inciucio: e non dell'”inciucio Letta”, ma dell’inciucio perenne. Scrive male, è noioso e corre perennemente in soccorso del vincitore. Peraltro ha le idee poco chiare su di me: qualche settimana fa, a microfoni spenti, disse in tivù al mio collega Malcom Pagani che gli unici bravi al Fatto eravamo lui ed io. Non è l’unico: quando mi ha attaccato sono arrivati in sua difesa gli altri membri della congrega dei “cerchiobattisti”. Antonio Polito, per dire, che mi ha dato dello “straccione”: roba da querela. Polito è uno che aveva un giornale che vendeva mille copie (Il Riformista, ndr), un giornale su cui ho pure scritto, che è morto e che non sarebbe neanche nato senza i finanziamenti pubblici. Sono figure così, marginali. Se Polito e Battista facessero uno spettacolo a teatro, andrebbero a vederli in due. Anzi probabilmente chiuderebbe proprio il teatro, come forma di autodifesa naturale.

SAMSUNG DIGITAL CAMERAFanno un altro mestiere.
Il punto è che si tratta di gente che non rappresenta quasi più nessuno, senza lettori, senza pubblico. È cambiato il mondo e loro non se ne sono accorti. O forse sì, e questo li rende nervosi. Capisco di stare loro antipatico, spesso mi detesto da solo pure io: sono fuori dal coro, in televisione funziono meglio, sono più bravo e bello (ci vuol poco, lo so). Ovvio che mi detestino. Li capisco. Al loro posto mi comporterei in maniera analoga: essere Polito o Battista tutti i giorni mica è facile.
Il concetto di intoccabilità è stato abbattuto in modo totale: scrivi un articolo e un secondo dopo arriva su Twitter qualcuno che ti dice che hai scritto una cazzata. Fare il giornalista è più difficile: appena sbagli, o anche se non sbagli, arriva l’insulto. Se all’editorialista trombone over 50 togli l’intoccabilità, si sente smarrito. Comunque se ad attaccarmi sono Battista o Polito sono contento, per me è una medaglia al valore. Se invece mi attaccasse un Gianni Mura, un Michele Serra, un Beppe Severgnini o una Lilli Gruber – persone che stimo anche se hanno idee politiche diverse da me – comincerei a preoccuparmi. Ma un Battista no. È come un attacco della Biancofiore. Torni a casa, ti guardi allo specchio e pensi: “Dai, va bene così, la strada è quella giusta”.

A proposito: cosa pensi dei toni feroci di Grillo sull’informazione? Definisce la Gruber una “compiacente cortigiana” mentre Milena Gabanelli passa dalla candidatura al Quirinale ad essere un nemico quando con Report si occupa del M5S.
Toni inaccettabili, contro persone che conosco e stimo. I 5 Stelle e Grillo sono stati, soprattutto all’inizio, salvifici: hanno scoperchiato la rabbia e messo al centro il tema dell’informazione. Finalmente qualcuno ha catalizzato il malessere che c’era soprattutto a sinistra. I lettori di Repubblica, della Stampa, del Corriere della Sera e dell’Unità avevano bisogno di qualcos’altro: è così che si spiega anche il successo del Fatto Quotidiano. Grillo lo ha capito prima di altri: pensa al secondo V-Day, quello del 2008, dedicato proprio all’informazione.

Ma?
Uno dei tanti problemi di Beppe Grillo è che continua a parlare come un comico, un provocatore e un polemista. Solo che è diventato un soggetto politico con il 25% di consensi – almeno fino a tre mesi fa: oggi ha meno, ma resta comunque forte. Questo provoca un eterno cortocircuito semantico. C’era già ai tempi del primo V-Day. Ricordo articoli bellissimi di Daniele Luttazzi che sottolineava proprio l’importanza del come e del cosa e l’ambiguità di fondo del personaggio Grillo. Se chiami “psiconano” un soggetto politico contro cui ti vai a scontrare non funziona: all’inizio piace e compiace la pancia ma poi crea problemi di ordine comunicativo e intacca anche i contenuti positivi della proposta di Grillo. Che, per carità, ha sempre avuto grandi problemi con la stampa. Anzi, non proprio sempre. Una volta lo intervistai per l’Espresso e lui mi telefonò più volte per ringraziarmi del fatto che finalmente il giornale era tornato a parlare di lui: quello stesso Espresso che oggi lui odia. Era il 2005: otto anni fa, non secoli fa. Ora il problema tra Grillo, il M5S e la comunicazione è esploso in maniera pessima. L’informazione dà il peggio quando parla dei 5 Stelle, bombardando col napalm quelle che sono spesso pagliuzze e dimenticando totalmente le travi di Pd, Pdl o Monti.

Però quelle pagliuzze ci sono, e spesso sono travi. 
Sì. Più pagliuzze che travi, ma ci sono. E lì sbaglia Grillo, che ha una totale allergia alla critica.

Ne sa qualcosa Stefano Rodotà, passato dall’essere evocato in piazza come presidente della Repubblica all’essere definito sul blog di Grillo “un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo”. Il comico sembra poi avere abbassato i toni, ma la polemica resta.
L’ho scritto su Facebook, mi sono beccato gli insulti dei grillini oltranzisti ma non me ne frega niente: quel post contro Rodotà è stata una delle più grandi cazzate che ha fatto Grillo negli ultimi mesi. Sono autogol giganteschi che alimentano la grancassa anti-M5S. Lo ha capito anche lui, che infatti il giorno dopo ha dovuto spiegare meglio il concetto. Non puoi attaccare Rodotà un mese dopo aver detto – giustamente – di volerlo al Quirinale. Puoi dire che il servizio di Report sul M5S firmato da Sabrina Giannini non fosse strepitoso. Non lo era, come non lo era quello su Di Pietro. Ma se sei un soggetto politico devi accettare queste cose, altrimenti fai la parte di quello che ama solo il giornalismo che fa inchieste sugli altri.

Il lunedì alle 22.30 conduci su La3 “Reputescion”, di Showlab – società produttrice dell’intero palinsesto del canale. Nel programma si valuta la reputazione on line di personaggi di spicco della politica, della cultura, della società e dello spettacolo. Hai avuto Carlo Freccero, Giuseppe Cruciani. I soliti noti. Non sarebbe corretto dare spazio anche a opinionisti della Rete?

Sarebbe da fare, sì. Il Fatto ha già dato una piccola scossa al mondo dell’informazione e mette al centro del dibattito personalità e giornalisti diversi. Non è solo Travaglio, insomma.

SAMSUNG DIGITAL CAMERANo, ma Travaglio resta il più invitato in tv. Funziona, è una certezza.
A livello televisivo ce la cantiamo e suoniamo, è verissimo. Il mondo del giornalismo è tremendamente autoreferenziale e ha il terrore di cambiare. Su Reputescion hai ragione, comunque. È una trasmissione nata su una televisione di nicchia, la prima che faccio come conduttore. Ci è esplosa tra le mani, perché ha avuto successo e se ne è parlato tanto. Anzitutto, per avere un reputometro, qualcuno deve conoscerti e la Rete deve avere motivo di parlare di te. Se io chiamo Freccero o Cruciani ho molto materiale. Se io chiamo una new entry, magari geniale, non so come arrivare a 30 minuti. E poi Reputescion ha delle necessità tecniche: individuiamo e invitiamo gli ospiti venti giorni prima, lasso di tempo necessario all’osservatorio Redds per fare il “reputometro”.

La ricerca sulla reputazione on line. 
Esatto. Quindi per partire ci siamo affidati a nomi sicuri che, sono d’accordo, spesso sono sempre gli stessi. Beppe Severgnini sarà il prossimo, poi probabilmente ci sarà Vauro. Sono orgoglioso e commosso per avere avuto Don Gallo: è stata la sua ultima apparizione televisiva. A proposito di fenomeni web, comunque, abbiamo avuto Maccio Capatonda, che nasce da YouTube e che ora è protagonista, regista e produttore di Mario, su MTV. L’anno prossimo cercheremo di dare spazio anche a figure nuove: farlo subito, in una trasmissione che doveva nascere e rodare certi meccanismi, non sarebbe stato facile.

Da quali esami di coscienza deve ricominciare il giornalismo? Grande è, finalmente, il dibattito su come l’informazione racconta il femminicidio. 
L’autocritica più grande si deve fare a livello generale sull’onestà intellettuale e sulla libertà. I giornalisti hanno peccato e peccano di coraggio, libertà e di autocensura più che di censura. C’è sempre il solito “tengo famiglia”. Oggi si parla di più di femminicidio e sono usciti libri molto belli. Penso a quello di Riccardo Iacona o a quello di Luisella Costamagna Noi stessi, al Fatto, ne abbiamo parlato tanto. Quello che avverto, soprattutto a livello televisivo, è che al primo posto c’è ancora una tremenda morbosità. Una dei personaggi più belli di Maccio Capatonda è secondo me Oscar Carogna, caricatura del giornalista di cronaca nera che gode letteralmente quando parla di qualcuno che è morto. C’è compiacimento nel raccontare il macabro. Può cambiare, certo, ma non credo che cambi la categoria, che si dispiace perché non ha magari fatto in tempo a dire che le coltellate erano cinque e non quattro. Scatta lo stesso meccanismo che si vede in una corsia di ospedale: l’abituarsi alla morte, alla malattia e all’agonia. Soprattutto sul piccolo schermo. (Angela Gennaro, Donne Sul Web)

 

Andrea Scanzi, un eclettico intransigente appassionato di Giorgio Gaber (intervista)

gaber 20L’aperitivo tarda ad arrivare, ma mancano ancora due ore all’inizio dell’incontro spettacolo “Gaber se fosse Gaber” di e con Andrea Scanzi, che si terrà al teatro delle Rose a Piano di Sorrento, nell’ambito della rassegna “PianOmaggio per Giorgio Gaber”. Al Marianiello Jazz caffè, poi, l’atmosfera è quella dei tardi pomeriggi assonnati: gente poco rumorosa e profumo di caffè. Dunque, l’ideale per una chiacchierata a due, pacata e intensa. E guardarsi negli occhi (e nel cuore) non sembra un problema.

Nica: Andrea Scanzi. Sei giornalista, scrittore, fai televisione e ti occupi a più livelli e in modo competente di tante cose. Questo essere difficilmente etichettabile ti ha mai creato crisi di identità in un società dove le etichette servono per incasellare e riconoscere le persone? 

Scanzi: No, crisi d’identità no. Perché so quello che voglio fare o gli ambiti in cui sono competente e quelli in cui non lo sono. Mi ha creato e mi crea un po’ di problemi, perché come dicevi tu siamo un po’ nel regno delle etichette e delle etichettature. Lo sapeva bene Gaber, che per tutta la vita è stato in qualche modo etichettato di sinistra, di destra, anarchico, eccetera. Quando si trovano figure come me si usa sempre la parola, o parolaccia, tuttologo. Perché scrivi di troppe cose, parli di troppe cose, sei un artista, però sei anche sommelier, fai teatro, fai giornale, fai televisione, scrivi di vino, scrivi di musica. E’ una critica che ci può anche stare. Io preferisco definirmi in maniera un po’, se vuoi, troppo positiva, eclettico. E cioè, molto banalmente, io mi annoio se scrivo sempre della stessa cosa, o se parlo sempre della stessa cosa. Semplicemente in alcune fasi della mia vita è capitato che o direttori di giornali, o testate editoriali, o televisioni, mi chiedessero di parlare di tanti argomenti. Quindi poi magari mi richiamavano. E  ho scoperto che in quelle cinque o sei cose di cui di solito io mi occupavo ero abbastanza credibile. Io amo moltissimo la musica, molto di più della politica, però non ce la farei a scrivere tutta la vita di De Andre’, di Gaber, anche perché purtroppo De Andre’ e Gaber non ci sono più, e allora poi oggi dovrei parlare di artisti molto meno bravi. Ho avuto la fortuna, di avere, di solito, dei direttori di giornali, come ad esempio Antonio Padellaro adesso, che mi fanno fare da jolly. E questo è molto importante per me, proprio perché mantengo viva la stimolazione intellettuale, mi sento stimolato a scrivere, mi sento anche stimolato a scoprire tante cose, non mi annoio, e in qualche modo cerco di nutrire la mia curiosità. Io sono un bulimico da un punto di vista culturale. Se io scopro una cosa, il vino per esempio, non era studiato che io facessi un libro sul vino, però Mondadori me lo chiese mentre io studiavo da sommelier. E studiavo da sommelier perché mi piaceva il vino e mi sentivo molto debole, mi sentivo un po’ ignorante ad andare al ristorante e chiedere un bianco o un rosso. Volevo saperne di più. E poi ho avuto la fortuna che quel libro è andato bene. E allora la carriera di scrittore di vino è andata avanti. Parallelamente sono nate tante altre cose, e così nel regno dell’etichetta, della specializzazione, io sono un tuttologo. Però, sai, alla fine secondo me la risposta giusta te la dà lo spettatore, te la dà il lettore. Se io vado in televisione e parlo di politica e non sono credibile, neanche il giorno dopo, ma il secondo stesso dopo, su twitter, su facebook, io vengo massacrato. La televisione non mi chiama mai più, e io vengo ucciso. La stessa cosa se io scrivo di vino, se io scrivo di musica, di qualsiasi argomento. Evidentemente, a fronte di molte persone che mi detestano, perché scrivo di troppe cose, perché ho un caratteraccio, evidentemente ci sono anche delle persone che dicono: “Scanzi sarà anche un tuttologo, però tutto sommato, quando scrive di politica se la cava”.

cinisello 1Nica: Andrea, di te mi colpisce l’intransigenza. Che costi ha in una società che la considera un disvalore?

Scanzi: Costa, un po’ costa. Io a volte mi dico che se non ci fosse il Fatto Quotidiano sarei disoccupato. E questo ti fa capire quanto voglia bene alle persone che mi hanno dato spazio. Non sto dicendo, mentre affermo questa cosa, che il Fatto Quotidiano é un’isola senza difetti, senz’altro ne avremo anche noi, però dico che dentro al Fatto Quotidiano ho trovato un posto in cui posso esser libero, posso essere intransigente, e l’intransigenza diventa un valore aggiunto. E questa è stata una grande fortuna. Essere intransigente è stato un problema fino a due o tre anni fa perché i giornali in cui scrivevo o erano giornali di nicchia, come il Mucchio Selvaggio a inizio carriera e poi Micromega, dove addirittura per certi versi più sei intransigente più fa figo, oppure quando cominciavo a esser in contesti forti, ampi, come alla Stampa di Torino, o nelle mie prime apparizioni televisive, ero considerato un ufo. Perché non ero palesemente di destra, ero considerato di sinistra ma criticavo anche la sinistra, scrivevo di politica ma non si capiva bene dove ero etichettabile, mi piacevano i cantautori però un certo modo di essere di sinistra retorico lo bastonavo.  E allora, o trovavo il direttore di giornale come ad esempio Giulio Anselmi, che si divertiva a darmi spazio perché diceva: “questo magari ha delle idee strane però è libero e mi funziona”, oppure, più spesso, capitava che magari dopo Anselmi arrivava Mario Calabresi che mi disse inizialmente: “Sei bravo, scrivi bene” ma dopo due mesi mi dirottò a scrivere di moto. Io per due anni ho fatto l’inviato di moto mentre esplodeva il Movimento 5 Stelle. Cioè, mentre la politica cambiava, e io nel mio piccolo l’avevo previsto perché il libro su Grillo l’avevo scritto nel 2008; insomma, Calabresi che aveva in “casa” uno dei pochi che aveva capito in tempo in anticipo dove sarebbe andato Grillo nel bene e nel male, non è che disse “usiamolo”, ma mi portò per due anni a fare l’inviato di moto, a seguire Valentino Rossi in Malesia per non farmi fare danno. Grazie al Fatto Quotidiano io poi ho avuto la mia visibilità televisiva, che aiuta, perché la televisione ha tanti difetti, come Gaber sapeva bene, però ti aiuta, e parallelamente c’è stato questo dono che è stato il teatro. Perché quello veramente non era previsto. Cioè, se tu mi avessi detto tre anni fa: “un giorno farai una turnè di 80 date su Gaber”, mi sarei messo a ridere.

Nica: E come è nata questa avventura con Gaber?

proveScanzi: E’ nata come data singola a Voghera nel febbraio 2011. E lì l’intransigenza è stata un valore aggiunto perché a teatro, chi viene a vedermi, viene a vedere o me che un po’ si sa che sono intransigente, ma soprattutto viene a vedere Gaber perché è quello che mi ha insegnato l’intransigenza. Perché io nello spettacolo, alla fine, lo racconto che ho visto Gaber per la prima volta a diciassette anni. Se a diciassette anni ti arriva un treno addosso di nome Gaber tu, di tutto quello che credevi di sapere prima, non c’è più  certezza. Cioè cambi completamente la tua maniera di pensare e da quel momento in poi hai Gaber dietro che ti dice: “No, qui sembra bene, però forse anche un po’ male”, e metti in discussione tutto. Ciò che Gaber ha fatto per 30 anni a teatro.  A me piacciono gli intellettuali non organici. Mi piacciono gli intellettuali alla Pasolini, alla Gaber, quelli che ti davano dei cazzotti in faccia tremendi, che a volte detestavi, che erano a volte insopportabili, però quando li avevi letti, quando li avevi visti, ne uscivi arricchito. Magari totalmente in disaccordo, però dicevi: “Perché lui dice quello?”. E ti stimolava il cervello, ti stimolava il pensiero.

Nica:  Ma a 17 anni che background avevi per capire Gaber?

Scanzi: ho avuto una formazione di tipo familiare e devo moltissimo alla mia famiglia perché il difetto era che non c’erano dei livelli bassi. In casa mia anche lo scherzo era comunque uno scherzo alto. Cioè quando si scherzava in maniera bassa il minimo era citare Benigni. Il Benigni del Cioni Mario, dunque già qualcosa di alto spessore. Avevo 4 o 5 anni e mi ricordo che a casa mia si cantava “Dio è morto” di Guccini. A 6 anni  mi ricordo “Girotondo “ di De Andrè. A 12 anni, mi ricordo, tra i primi vinili che mettevo da solo, c’era “Polli di allevamento”, c’era Fossati. Troppo. Se io avrò un figlio un giorno, non so se lo farò esordire così brutalmente, perché puoi creare degli shock; e secondo me, mi resero un po’ la vita più difficile, perché erano maestri troppo alti. Dunque, la normalità per me era crescere in questo ambiente, circondato da queste continue stimolazioni culturali. C’era mia madre che mi faceva scoprire i libri di Calvino, mia zia che mi regalava i libri di Garcia Marquez e poi Saramago, mio padre la musica d’autore: a 16 anni mi becco Fossati dal vivo per la prima volta, poi De Andrè con il tour “Le nuvole”, e a 17 Gaber a Fiesole. Non a caso mi sono laureato con una tesi sulla musica d’autore perché sono cresciuto in quel brodo lì. E quindi oggi poter fare uno spettacolo su Gaber e uno su De Andrè è un fatto naturale. A 39 anni ce li ho ormai dentro da tempo, perché già a 13/14 anni queste cose le sentivo a casa mia. E se tu vieni a cena a casa mia, dopo 10 minuti viene fuori il litigio tra mio padre che difende Gaber perché era un anarchico, un provocatore, e mia madre che, sì ama Gaber, però dice “però a volte era un po’ qualunquista”, cioè la critica che gli è sempre stata mossa, per esempio, con “Polli di allevamento”. Quindi quando vado in televisione io sono pronto, la battuta spesso ce l’ho pronta perché ho tutti pronti gli esempi della mia famiglia: un’ospite mi ricorda mia madre, un altro mi ricorda mio padre, un’altra ancora la persona che magari mio padre odiava. Li facevo in casa mia i dibattiti, cioè i “PiazzaPulita” o i “Servizio Pubblico” li facevo in casa. E quindi Gaber, a 17 anni, non l’ho capito così tanto subito, non esageriamo, però ero preparato per capire un 60% di quello che diceva.

Nica:Dunque, “Gaber se fosse Gaber”, la tua lezione-spettacolo prodotta dalla Fondazione Gaber, si può considerare l’approdo di un viaggio che tu hai iniziato a 17 anni e che poi hai deciso di raccontare?

485887_543408539008812_992451024_nScanzi:  Sì, anche se poi per fortuna, e me lo dirai a fine spettacolo,  voglio sperare che non ci sia troppo di me. Credo ci sia molta passione di quello che provo per Gaber, però cerco comunque di raccontare Gaber come se lo raccontassi o al gaberiano che lo andava a stanare in teatro o al 18enne, 20enne, 30enne che non sa niente di Gaber. Non ci metto tanto di mio. Sì, una o due volte dico nello spettacolo: “Io me lo ricordo l’effetto che faceva questa canzone”, però è abbastanza, per usare una parolaccia, è uno spettacolo “asettico”. Nel senso che io racconto chi è stato Gaber (e spero di saperlo fare), facendo emergere, non dico i difetti, comunque le spigolosità che in Gaber, oserei direi, erano dominanti, senza essere troppo agiografico, proprio perché mi piace essere un po’ l’introduttore di Gaber nei confronti di un 20enne o di un 50enne, uno che lo sa raccontare bene, e tu sai che con Gaber è difficilissimo raccontarlo bene: ci siamo beccati dei ricordi, dei tributi, dei memorial a Gaber insopportabili.

Nica: Forse perché legati a un aspetto più commerciale di Gaber stesso?

Scanzi:  Sì, e anche questo lo dirò nello spettacolo, proprio perché non sopporto che di Gaber si ricordi o il Gaber degli anni 60, che è il Gaber più disinnescato, bello quanto vuoi ma disinnescato; e il Gaber di “Io se fossi dio”, di “Quando è moda è moda”  quando lo raccontano?

Nica: il Gaber arrabbiato…

Scanzi:  Già. E c’è stato. Forse è stato addirittura dominante il Gaber delle invettive. E invece in televisione guai a dirlo, perché si deve ricordare Gaber come se fosse stato un santo. Non lo è stato, ma non lo voleva essere. E’ successo anche con de Andrè. Si tende un po’ a santificarli questi qui.

Nica: Tu vieni considerato un po’ l’esegeta del Movimento 5 Stelle, secondo te cosa direbbe Gaber di Grillo e del suo Movimento?

Scanzi: Cosa direbbe Gaber di Grillo? Io me lo chiedo costantemente. Credo che Gaber avrebbe scritto neanche delle invettive, a volte semplicemente delle canzonette, ma comunque delle prese in giro meravigliose su Grillo. E mi mancano. Mi mancano anche perché Gaber e Grillo hanno due o tre cose in comune, ma soprattutto si conoscevano, e quindi Gaber sarebbe stato stimolato in maniera strepitosa a scrivere di Grillo.

Nica: Al di là dell’antiberlusconismo del grillismo, della protesta legata anche alla contingenza politica, secondo te questa partecipazione giovanile forte è una sorta di religione laica?  Forse i giovani hanno preso consapevolezza sulla scia di quella partecipazione di cui parlava anche Gaber,  dell’appartenenza?

1232343435Scanzi:  E’ una domanda che mi pongo spesso anch’io. Quando penso a Gaber, a uno degli ultimi dischi quando dice “La mia generazione ha perso” si riferiva alla sua generazione, ovviamente. Può darsi che abbia perso, però è una generazione che ci ha provato. La generazione attuale dei 20/30enni, diciamo quella dei grillini, non tutti, però il grillismo attecchisce soprattutto tra i 20/30enni, col ragazzo che è cresciuto post-ideologicamente con la rete, che se ne frega sostanzialmente della destra e della sinistra, che va oltre. Quella generazione lì, secondo me, ci sta provando, e già questo è positivo. E lo dico perché la mia generazione, quella che sta un po’ a metà, quella dei 40enni, secondo me neanche è scesa in campo. I 40enni attuali, con delle lodevolissime eccezioni, cioè la mia generazione, hanno fatto pochissimo per cambiare le cose. La mia generazione ha avuto dei lampi di grande commozione, per esempio ricordo Falcone e Borsellino. Io avevo 18 anni e mi iscrissi a Giurisprudenza. Son durato un anno, perché poi sono andato a Lettere, però lo feci perché ero rimasto colpito dal sacrificio di Falcone e Borsellino. Mi ricordo i Girotondi con Moretti, con Paolo Flores D’Arcais. Però è finita un po’ lì. Non abbiamo in qualche modo convogliato l’indignazione. Proprio Gaber, mi ricordo, nelle ultime interviste ripeteva spesso che l’uomo, l’italiano, aveva raggiunto il livello minimo d’indignazione e di coscienza. La mia generazione era dentro. Soprattutto al livello minimo di coscienza, e ancora di più, oserei dire, nel non essere stati capaci d’indignarsi. Sì, ci arrabbiavamo, ma in maniera vaga e confusa. Questi 20/30enni sono stati molto bravi a convogliarla questa rabbia. Anche grazie a Grillo, a Casaleggio, a chi vuoi tu. Però questo mi piace, perché è altro tema forte del gaberismo: l’appartenenza. Loro appartengono a qualcosa. Dicono spesso “noi” e non “io”, mentre la mia era una generazione molto individualista, come del resto era abbastanza anche Gaber. Non dico che è meglio o peggio. Dico che questa generazione qui ci sta provando a cambiare le cose. Dove mi convince meno? Mi convince meno nella poca lucidità ideologica, cioè non si capisce bene dove vogliano andare. Sono molto utopici ma mi pare abbiano poco retroterra, poche fondamenta. Mi sembrano molto idealisti, molto sognatori, ma gli manca un background.

Nica: Nel senso che mancano di uno spessore culturale? Di saperi forti?

Scanzi: Si, ma anche in senso di concretezza delle proposte. Loro dicono che vogliono cambiare il mondo. Ok, ma come? Dove? Che vuoi fare? Cioè mi sembrano dei sognatori meravigliosi ma senza armatura, un po’ confusi, sicuramente, ma anche, e questa è una cosa che non aveva Gaber e che ha un po’ purtroppo Beppe Grillo, sono molto manichei. Quello che, invece, mi è sempre piaciuto di Gaber è che ha sempre elevato il dubbio a cifra. Con Gaber non uscivi mai dallo spettacolo dicendo che il bene è di qua e il male di là. Non è mai così. Invece il Movimento 5 Stelle, che pure secondo me ha delle istanze enormemente positive, ha sempre la certezza “noi siamo il bene e loro sono ciò che è sbagliato”. Lo capisco, perché dall’altra parte hai Alfano, Berlusconi e Bersani, e ci sta che tu ti senta migliore. Ma non va bene. E’ troppo facile così. E anche da ciò deriva il loro non volersi sporcare, il loro guardare tutto dall’alto. Questo, secondo me, è il loro punto debole, cioè c’è una grande appartenenza, un grande fervore, sono molto vivi, però al tempo stesso sono molto confusi, un po’ acerbi e un po’ supponenti. E questo mi convince poco. Io ho parlato con Luporini di Grillo, e Sandro mi prendeva in giro l’ultima volta che l’ho sentito 7/8 mesi fa, e mi diceva: “Io la penso come te, però su Grillo sei troppo buono. Grillo lo devi criticare di più”. Poi si parlava privatamente e in realtà si dicevano le stesse cose. Però lui ha un approccio molto marxista, molto ideologico, molto adorniano, ed è chiaro che uno come Grillo, che proprio nega il dubbio, non lo può sopportare. Però lui stesso mi diceva che si stimavano molto Gaber e Grillo. E ci sono cose che in realtà li uniscono, anche proprio nel percorso. Per esempio entrambi sono stati gli unici in Italia, Gaber molto più di Grillo, ad avere avuto il coraggio, all’apice del successo, di abbandonare la televisione per andare a teatro. E’ vero che Grillo è stato un po’ cacciato, ma è anche vero che se Grillo volesse ci tornerebbe domani in televisione, e non lo ha fatto. Altre due cose hanno in comune. Una è un discorso di carriera. Quando Grillo decide di fare teatro, e abbandona la televisione, il primo spettacolo che fa nel 1990 è con la regia di Gaber. Lo spettacolo si chiama “Buone notizie”, i testi erano di Michele Serra, la regia era di Gaber. Grillo me lo raccontò una volta, mi disse una cosa tipo: “Andrea, io dovevo andare a fare teatro, e da chi vado a farmi insegnare teatro se non da Gaber?”. Un’altra cosa che hanno in comune, e che mi piace moltissimo di entrambi, e la capacità di provocare per costringere lo spettatore a un cortocircuito. Grillo ce l’ha molto di pancia. Scrive dei post dove c’è l’insulto, e l’insulto cancella quanto di buono aveva scritto prima. Ma la capacità di darti il cazzotto per costringerti a pensare Grillo ce l’ha. E Gaber gliela riconosceva. Amici comuni di Gaber e di Grillo mi dicevano che Gaber riconosceva sempre a Grillo, al di là del talento comico che ha, l’onestà intellettuale, cioè Grillo pensa quello che dice. Poi, diceva sorridendo, è un po’ un cazzaro e “si esprime male”. Lui, invece era tutto preciso, pulito, mentre Grillo era uno che sudava sul palco, usava le parolacce. Gaber era l’opposto. Però Giorgio diceva: “Quello che dice Grillo sul palco lo pensa veramente, non è che recita”. Poi magari per qualcuno è peggio ancora che lo pensi, però l’onestà intellettuale gliela riconosceva.

Nica: E comunque credo che entrambi non improvvisassero. Grillo potrebbe anche dare l’impressione, ma non Gaber che era un sistematico.

Scanzi: Certo! Ai limiti dell’autismo, come diceva Guccini che gli chiedeva: “Come fai a fare 200 volte tre ore di spettacolo all’anno? La stessa cosa, la stessa virgola”. E Grillo sì, è un altro che sembra improvvisare. Ma non lo fa quasi mai.

Nica: E dopo Gaber, per il Teatro Canzone hai già qualche idea, qualche altra curiosità?

fotoScanzi:  Ce l’ho, a teatro sicuramente. Gaber se fosse Gaber è uno spettacolo che è cominciato nel febbraio 2011 e andrà avanti fino a dicembre 2013. La data di stasera a Piano di Sorrento è la numero 76, e io credo che supereremo le 100, e già questo mi basterebbe per esser contento per tutta la vita. Poi, parallelamente, ho già scritto uno spettacolo su De Andrè che abbiamo portato in scena 3/4 volte e che faremo, spero, da ottobre in pianta stabile, e che si intitola “Le cattive strade”. E’ uno spettacolo simile a quello che vedrai stasera come struttura, cioè io racconto e poi ci sono i filmati di Gaber. Solo che su De Andrè invece dei filmati c’è uno che canta dal vivo, che è Giulio Casale, un bravissimo cantante che fa cover molto rispettose di De Andrè ma al tempo stesso originali, e il filmato c’è soltanto alla fine (e colpisce molto). Quindi, dopo Gaber c’è questo spettacolo che è già pronto, è già scritto e andrà avanti.

Nica: Marco Travaglio a teatro con Isabella Ferrari, tu a teatro con Gaber: il giornalismo proprio non vi basta? Non vi gratifica fino in fondo?

Scanzi: Il teatro, devo essere sincero, gratifica molto più del giornalismo, anche perché sei nudo, non ci sono filtri. So di affermare una banalità totale, ma vedi non è solo per l’applauso finale. E’ straordinario come ogni piazza reagisca in una maniera tutta sua. Alla stessa battuta che io faccio ridono venti volte, alla ventunesima non frega niente a nessuno. Dico una cosa e ridono a Comunanza, ma non gliene frega niente a Roma. E poi è bello di come ci sia questa dinamica tra te e lo spettatore, proprio il singolo spettatore che alla fine costituisce la collettività in quella serata. C’è sempre un momento in cui dopo una diffidenza tra me e loro, di solito al secondo stacco, hai la sensazione: “Ok, li ho acchiappati, adesso sono dalla mia parte, adesso ci sono, adesso c’è silenzio, adesso si fidano di me, adesso forse mi seguiranno fino alla fine”. E questa è una sensazione straordinaria. Poi c’è la suspense dell’applauso, quando lo spettacolo finisce, perché di solito questo è uno spettacolo in cui si ha timidezza ad applaudire. Si applaude magari Gaber quando finisce la canzone in video, però non mi si applaude mai troppo durante, perché non mi si vuole interrompere, perché c’è la liturgia, la sacralità della narrazione. E si arriva alla fine con la suspense che dice: “Vediamo l’applauso quanto è forte”. E quell’applauso lì, quando arriva, è molto bello. (Intervista di Mariella Nica per Italian News, maggio 2013).

Reputescion raddoppia

Andrea-Scanzi_h_partbREPUTESCION SUCCESSO OLTRE OGNI ASPETTATIVA –Il programma di Andrea Scanzi Reputescion in onda dallo scorso marzo tutti i lunedì alle 22,30 su La3 è stato un vero e proprio successo sia di pubblico che di critica tanto che la rete, sul canale 143 di Sky, ha deciso di prolungare il programma per tutto giugno per un totale di ulteriori 4 puntate. Ad informare della novità è Andrea Scanzi stesso sulla sua paginaFacebook che scrive:

“Reputescion doveva durare 12 puntate. A causa del successo di pubblico e critica, la prolungheremo fino a tutto giugno, con altre quattro puntate. A nome mio, della rete La3 Tv, dell’autore Fabio Migliorati, dell’ufficio stampa Matteo Montanaro, del regista Federico e di tutti gli (irrinunciabili) addetti ai lavori, vi ringrazio. Un po’ ottimisti lo eravamo, ma un affetto così proprio non ce lo aspettavamo. Grazie”.

REPUTESCION  PROLUNGA LA PROGRAMMAZIONE – Un vero e proprio colpaccio per il fascinoso e irriverente giornalista de Il Fatto Quotidiano, che già dalle sue apparizioni tv in programmi come Otto e mezzo e L’aria che tira (celebre il suo litigio con Alessandra Mussolini) aveva dimostrato di essere perfettamente a suo agio tra le 4 pareti del piccolo schermo. Dotato di una sagace intelligenza critica ma allo stesso tempo di ironia dirompente, Andrea Scanzi è riuscito ad attirare intorno al suo programma l’attenzione dovuta, anche per l’originalità del format che di settimana in settimana ha ospitato personaggi eterogenei che sono stati intervistati con la stessa medesima professionalità. (La Nostra Tv)

Gaber se ci fosse ancora Gaber (recensione)

gaber 20Il mio incontro con Giorgio Gaber è avvenuto grazie ad uno di quegli spettacoli televisivi estivi che ripropongono un potpourri di gag e sketches del glorioso passato del piccolo schermo. Non vorrei sbagliarmi, ma in uno di quei flash Gaber interpretava “Il Tic”. Da allora sono andato in cerca di vecchie apparizioni, ascoltare brani, attenderlo in tv nuovamente. Mi convincevo di conoscere sempre meglio quel personaggio ordinato e rigoroso investigatore del dubbio, “graffiante ricercatore delle fragilità dell’ordine precostituito, stimolante ed elegante agitatore di coscienze, scintillante e geniale manipolatore del caos esistenziale”. Una passione divenuta adorazione quando all’indomani del primo gennaio 2003 giorno in cui se ne è andato, mi regalo il cofanetto della Einaudi in collaborazione con Rai Trade, un viaggio completo nel mondo di questo mattatore che ha saputo cambiare il modo di fare musica e teatro in Italia. Eppure non immaginavo che un altro innamorato, sicuramente più di me, avesse pensato a raccontare su di un palco il percorso umano e professionale di questo poliedrico personaggio. Il Gaber se fosse Gaber, che sono andato a vedere nel teatro della mia città (Piano di Sorrento, nell’ambito della V ed. di Progetti d’Autore, promossa dall’associazione Eta Beta) è un atto d’amore, di un fan, il giornalista Andrea Scanzi verso Giorgio Gaber. Scanzi lo spiega alla fine perché e come si è innamorato di Gaber. Era il 1991, all’Anfiteatro di Fiesole, spettacolo in cui rimase ipnotizzato. Gli scattò delle foto meravigliose. Una di queste, con Gaber teso,  sguardo deciso e dolente, divenne quasi un’icona, ancora oggi cliccatissima in rete. L’incontro con la Fondazione Giorgio Gaber ha fatto il resto, tramutando un progetto in realtà: un monologo –  spettacolo in cui più di tre decenni vengono raccontati da Scanzi con l’aiuto di foto, video e audio. Emerge la straordinarietà di un artista che se si fosse fermato a Torpedo BluNon Arrossire, o ai primi vagiti del rock italico (con Adriano Celentano), sarebbe stato né più né meno un bravo cantante. Il coraggio di osare, trasformare e trasformarsi lo ha reso invece artista immortale. Disincantato ed empatico, lucido ed innamorato della vita, anarchico e forse surreale. Tutto questo con la collaborazione dell’inseparabile Luporini. Scanzi spiega, racconta, ma non è affatto didascalico. Si sente l’amore, ogni volta che racconta – o meglio , svela, aneddoti del Gaber – pensiero troppo spesso annebbiato da luoghi comuni, a destra come a sinistra, veri nemici di Gaber, veramente uno politicamente scorretto. Andrea ci ricorda così che in Io se fossi Dio se la prende persino con il “guru” del compromesso storico Aldo Moro. Né tabù, nè certezze, nè censure. Si infrangono i miti di anni terribili e confusi, ma anche le certezze di un uomo sempre più vittima di quegli stessi anni. Ecco Il Dilemma del nostro tempo, brano attualissimo e a me sconosciuto. Una pecca che l’innamorato Scanzi mostra in video, bellissima. Metafora di un tempo confuso, troppo simile alla stagione che stiamo vivendo. Nel tempo dei gabbiani ipotetici senza più neanche l’intenzione del volo Gaber era l’unico che sapeva come spiegale le aliE se Andrea Scanzi, lo stesso che oggi con #Reputescion su La3 tv rappresenta una delle più belle boccate d’aria di questa stagione televisiva, dovesse capitare nella vostra città a raccontare Gaber, andateci! Nel tempo in cui “la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra”, ci mancano storie come quella di Giorgio. (Biagio Verdicchio, Fanpage).

S’io fossi Gaber arderei ‘l mondo

Nella società castale indiana, il paria rappresenta il reietto per definizione, un relitto umano posto al di fuori della società. Ebbene, più passano gli anni, più la società è dominata dal cancro del conformismo, della banalità e della ipocrisia, più quIMG_2607esta parola strana, “paria”, appunto, assume a mio avviso un significato positivo. Cosa c’è di migliore che essere “fuori dalle caste” al giorno d’oggi? E naturalmente non mi riferisco alla casta di Stelliana e Rizziana memoria, ma alla volontà di essere fuori dai giochi, quelli ufficiali almeno, ed osservare il mondo e i suoi rituali da outsider. Per l’intellettuale, poi, questa condizione appare ancora più ideale poiché gli consentirebbe di perseguire quella aspirazione all’Oltre che in troppi adesso sembrano av smarrito. Lo diceva uno scrittore dannato più che scomodo come Drieu La Rochelle: “La funzione dell’intellettuale è di andare al di là dell’avvenimento contingente, di tentare cammini rischiosi, di percorrere tutte le strade possibili della storia. Niente di grave se sbagliano. Hanno compiuto una missione necessaria, quella di andare dove non c’è nessuno”… Parole cadute tristemente nel vuoto e sono pochi coloro che a questo imperativo categorico si riferiscono.
Negli ultimi mesi, negli improbabili teatrini televisivi, tra mummie, pagliacci ed umanità varia, è planata una figura nuova, diversa: si veste come un ragazzo normale, sembra esser portatore di passioni e disgusti culturali più che politici, sembra, insomma, provenire da un luogo sconosciuto agli opinion makers di casa nostra ossia la realtà! Il suo nome è Andrea Scanzi, giornalista, scrittore, sommelier, e da qualche tempo anche attore con lo spettacolo “Gaber se fosse Gaber”, un sentito omaggio al creatore del “Teatro Canzone” nel decennale dalla scomparsa, che appare come un lungo articolo, sincero, arguto e divulgativo al contempo dove i link ipertestuali altro non sono che gli stralci gaberiani (canzoni, filmati, fotografie) proposti nella devota rievocazione teatrale. E proprio in occasione della data fiorentina di “Gaber se fosse Gaber”, presso il Teatro Puccini, abbiamo incontrato Scanzi, disponibile e sorridente, che proprio qui, nel Maggio del 2001, salutò per l’ultima volta il cantante-attore milanese. Liberamente abbiamo riflettuto sulle miserie del presente rievocando però anche i lampi che ci hanno attraversato e che ancora ci attraversano… La volontà che anima Scanzi è stata espressa in maniera molto chiara: mettere in discussione tutto, a qualunque costo. Bentornata libertà, ci verrebbe da dire…
Da dove nasce la necessità, l’urgenza di ricordare Gaber oggi? Sappiamo che il motivo “tecnico” di questo spettacolo è la commissione da parte della Fondazione Gaber, circa due anni fa, ma credo occorra muoversi oltre e chiedersi quanto la parabola di questo artista manchi all’Italia odierna?

Ritengo ci sia bisogno di ricordare un personaggio che è famoso, ma non sufficientemente conosciuto. Mi spiego meglio: di Gaber in tantissimi conoscono il nome, magari qualche canzone del primo periodo, ma sfugge la parte più importante, ossia la produzione teatrale, quella di un artista scomodo, urticante, talvolta violento che le televisioni e i mass media in generale intendono censurare oggi, come in passato. Credo che al nostro Paese manchino figure come lui, così straordinariamente libere (citerei anche Pasolini, e pochi altri)… Gaber era infatti un uomo del dubbio e non delle certezze, che amava mettere in discussione soprattutto ciò che sentiva più vicino, un insegnamento che è estremamente attuale, ma di cui non si trova quasi più traccia.

485887_543408539008812_992451024_nDunque questa Italia sempre più orfana delle sue figure più profetiche, più visionarie, più “urticanti”, come dicevi giustamente tu, riesce oggi ad esprimere qualche fermento che possa indicare nuove strade di creatività o di contestazione efficaci? Personalmente quello che trovo più preoccupante è il grande clima di rassegnazione che si respira: come possono germinare delle avanguardie se non si immagina che i paradigmi possano essere attivamente cambiati, mi chiedo…

 Direi che rispetto alla stasi di circa dieci anni fa adesso qualcosa sta provando a rinascere, anche se in maniera terribilmente caotica. Il problema vero è che anche quando sembra riaffermarsi un desiderio di appartenenza e partecipazione non c’è alcuna voglia di abbracciare una idea col dovuto beneficio del dubbio… Si assiste ad una radicalizzazione estrema: bianco e nero, giusto e sbagliato! Ci sono insomma troppi tifosi (peraltro neanche sostenuti dalla ideologia, come accadeva negli anni settanta) laddove servirebbero piuttosto persone in costante ricerca… E naturalmente gli intellettuali odierni non sono da meno!

La tua presenza all’interno del teatrino massmediatico è sempre più forte, ed oramai, per quanto questo possa farti sorridere, anche tu sei quello che chiamano un “opinion maker”. Come ti relazioni a questa realtà e a questo ruolo? Cosa cerchi di fare per esserne degno (ammesso e non concesso, proprio come Gaber ci insegna, che “fabbricare opinioni” sia cosa meritevole…)  e per lasciare un lascito positivo, anche minimo, ai tuoi lettori ed ascoltatori?

 Cerco soprattutto di mettere in pratica un insegnamento, umano più che intellettuale, che reputo molto importante, ossia quello di mettere sempre in discussione tutto! Quando mi chiamano in televisione vorrei che chi mi ascolta si ponesse costantemente dei dubbi; la condivisione di per sé non mi interessa e preferisco non risultare indifferente. Inoltre detesto la tipica autoreferenzialità dell’intellettuale di sinistra e devo ad ogni costo tenermici lontano, non per mero spirito di provocazione…Il rischio, semmai, è quello di essere “etichettati”, quale che sia la tua posizione reale: io ad esempio sono spesso convocato per “fare il grillino”, solo perché mi sono occupato del fenomeno del M5S. Per fortuna, leggendo i commenti di chi scrive, mi capita di far arrabbiare tanto il “fan”, quanto l’oppositore dichiarato, e questo, ti confesso, mi tranquillizza molto!

C’è una cosa che apprezzo vedendoti parlare nelle trasmissioni televisive: ossia che non appari, come molti, una crisalide vuota, priva di vita, ma sembra che dietro di te agiscano passioni ed interessi palpitanti, oltre alla politica. Quali?

camogli8In Italia se sei eclettico, se hai tante passioni finisci per esser definito con disprezzo un “tuttologo”, ma è un rischio che mi prendo volentieri poiché sono davvero lieto di esprimere le mie passioni, tutte. Per me sarebbe aberrante disquisire tutta la vita di un unico argomento e amo parlare di tutto ciò che mi piace: la musica innanzitutto (i cantautori, ma anche il jazz, i grandi chitarristi…), poi il vino, da buon godereccio, e anche lo sport, il cinema, e naturalmente la letteratura (Saramago, Fenoglio…).

In questa nostra conversazione abbiamo parlato molto del nostro presente; cerchiamo di essere ancora più espliciti… Se al volo dovessi dire cosa ti piace e cosa non ti piace del Paese in cui viviamo cosa risponderesti?

 Sarò banale, ma viaggiando molto mi sono reso conto che la bellezza dell’Italia è ineguagliabile. Vivere qui, anche se magari in una dimensione più “da turista” è davvero un grande dono. Degli italiani invece odio la tendenza a non volersi sporcare le mani, a non schierarsi, a stare dalla parte del più furbo per convenienze poi tutte da verificare. Avremmo molto da imparare dai nostri errori del passato e invece non lo facciamo mai!

Consentiamoci per un attimo di essere banalmente autoreferenziali… Quali sono i tuoi progetti futuri?

Da qualche mese il ritmo delle mie attività è aumentato in maniera vorticosa, dunque davvero ci potrebbero essere progetti futuri che io al momento neanche immagino. Certo è che intendo continuare la mia collaborazione con “Il Fatto Quotidiano”, così come continuare con le rappresentazioni teatrali di “Gaber se fosse Gaber”, probabilmente anche affiancandole a quelle di un nuovo spettacolo su De Andrè. Potrebbe poi esserci qualche conduzione televisiva, ma il vero obiettivo adesso è tornare a scrivere un libro, e in questo caso sarebbe un romanzo, per toccare ancora una nuova dimensione, quella che al momento mi fa più paura. (di Antonello Cresti)

 

Aldo Grasso: Guardate Reputescion

Andrea-Scanzi_h_partb“C’è un programma che merita di essere seguito, si chiama «Reputescion. Quanto vali sul Web» e va in onda a turnazione su La3 (canale 143 di Sky e 134 del Dtt). Più interessante per come lo si vive che per le cose che dice, anche se… Dunque, il programma, ideato e scritto da Fabio Migliorati, è condotto da Andrea Scanzi, che ormai non tralascia occasione per apparire, e consiste in questo: viene intervistato un ospite riguardo la sua reputazione online.
Cosa si dice di lui sul web, quale il consenso, quali le critiche, ammesso che interessi sapere cosa la Rete pensa di don Andrea Gallo, il «prete da marciapiede». La ricerca sulla reputazione è rilevata dall’Osservatorio Redds con la collaborazione di Ventura Research Institute e di Reputation Manager, una società italiana che ha introdotto il concetto di «ingegneria reputazionale», ovvero quell’analisi della reputazione online dei brand e delle figure di rilievo pubblico.
Don Gallo va preso per quello che è: un prete folcloristico, convinto che la Chiesa sia una grande Ong, un grillino ante litteram: a Genova fino a poco tempo fa si scontravano, su sponde opposte, i due preti più narcisisti della Chiesa italiana, don Baget Bozzo e don Gallo. Ma va bene così, per la tv va bene così. Scanzi era in adorazione, sia che si parlasse di Benedetto XVI che di Berlusconi: «Berlusconi dovrebbe ritirarsi dalla politica, sarebbe un bel segnale, magari lo sarebbe anche per D’Alema, perché non se ne può più. Lui e D’Alema che vadano a fare un giro su un bello yacht, tre o quattro volte la circumnavigazione della terra». La parte più interessante di questo settimanale è una app gratuita che si scarica sul tablet: HyperSync®. Questa applicazione permette di seguire il programma in modalità «second screen» con contenuti extra. Un salto prodigioso nel futuro prossimo.” (Aldo Grasso, Corriere della Sera).