Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Il Fatto Quotidiano

Turisti cafoni e monnezza: anche gli alieni ci schifano

Schermata 2017-08-20 alle 12.15.06E’ un peccato che gli alieni non si decidano a invaderci: ci aiuterebbero oltremodo. Certo, vanno capiti. Non siamo granché appetibili ed è difficile immaginare una razza venuta peggio di quella umana. Bastano piccole cose per capirlo, anche solo farsi un giro in treno o su Twitter, tra gente che urla al telefonino coi piedi sul sedile, sgrufolatori di panini immondi che ti masticano davanti – in un abisso parossistico di orrore – e intellettuali di riferimento che scrivono cinguettii da prima elementare convinti d’esser fighi. Il massimo della pochezza risiede però, e probabilmente, nella cafoneria che sa raggiungere l’essere umano. Soprattutto, ma non solo, d’estate. Tralasciando per carità di patria – e di ormoni – quelli che per sentirsi vivi fanno sesso in pubblico, e a vederli hai subito voglia di astinenza orgasmica eterna, le cronache di questi giorni sono un florilegio di fenomeni allo stato brado. Una rumenta variegata e spensierata, lanciata a bomba contro la truzzeria infinita. Poveri noi: condoglianze alla decenza minima. Nella spiaggia rosa di Budelli, gioiello dell’Arcipelago di La Maddalena, un manipolo di furboni si è intrufolato di notte per rubare un po’ di chicchi rosa. Senz’altro, tornando a casa, quel manipolo si è sentito pure figo. Andrebbe premiato con qualche anno di galera, ma il cafone – di qualsiasi nazionalità – è così coccolato da essere quasi sempre protetto da una sostanziale impunità. E sono a milioni, i cafoni. A Caprera, ricordava giorni fa Nicola Pinna su La Stampa, “i vandali hanno abbattuto l’ormeggio in pietra della batteria militare di Candeo, fortezza della Seconda guerra mondiale. A colpi di mazza, cancellando un pezzo della storia militare di La Maddalena”. Dieci anni di prigione ascoltando Povia in filodiffusione, no? C’è poi chi ha svuotato un bidone intero di olio per motori all’interno della Fontana dei Tritoni di Roma, un gesto che anche solo a pensarlo andresti internato ad honorem. A Caserta una donna ha poi fatto il bagno seminuda nella Reggia, e dunque nella vasca di Diana e Atteone: appartiene senz’altro anche lei a quella galassia di diversamente esteti che passeggia nei centri storici vestita ancora da spiaggia. Costume, infradito e altri demoni. Giunti al tramonto – anzi alla putrefazione – di quel che resta dell’Occidente, non ci risulta granché dolce naufragare in questo mare di vandalismo & monnezza: è come se, in ogni suo gesto, una consistente parte di umanità dovesse ricordare a se stessa e al mondo quando è brutta. E ci riesce, eh: ci riesce benissimo. Ci riesce alla grande. Ci riesce il “turista” che fa il bagno nella fontana di Trevi, e quando lo guardano è convinto che lo facciano per gli addominali (che non ha) e non per la demenza (che ha in disavanzo). E ci riescono i novelli Phelps che, con plasticità non pervenuta, si tuffano a Venezia dal ponte di Calatrava. A ogni loro respiro, siffatti eroi contemporanei intendono dar torto alle teorie evoluzionistiche di Darwin, pur non sapendo minimamente – va da sé – chi sia mai stato ‘sto Darwin. Solidarietà poi a Villamare nel Cilento, così bella e certo non meritevole della condanna biblica di quei “turisti” entrati in Chiesa in costume e infradito. Meritorio pure chi, ogni anno, fa puntualmente la foto di rito in Piazza del Popolo a Roma a cavallo dei leoni. Risulta poi epica e meritevole di solenne encomio la scienziata che, a Porto Pino in Sardegna, ha sciacquato la scatoletta di tonno in mare. E nel farlo si è sentita normale. Crede davvero che una cosa così sia normale. Ed è tutto lì il dramma. Ed è proprio per questo che, a invaderci, gli alieni non ci pensano proprio. (Il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2017)

 

I tortellini di Sara Errani

Schermata 2017-08-07 alle 20.02.51Sara Errani, esempio encomiabile di abnegazione in grado di issarsi a numero 5 del ranking nonostante il fisico minuto, il servizio improponibile e il gioco soporifero, è stata squalificata ieri per due mesi: doping. Il 16 febbraio scorso, un suo campione di urina è risultato contenere letrozolo, “un inibitore dell’aromatasi incluso nella sezione S4 (stimolatori ormonali e metabolici) della lista 2017 delle sostanze proibite dalla Wada”. Così si è espressa la Federazione Internazionale di Tennis. La Errani è stata avvertita il 18 aprile e ha prontamente ammesso di aver commesso la violazione delle norme antidoping. La Federazione Italiana Tennis si è schierata dalla sua parte. La Errani dovrà anche rinunciare ai punti (e ai soldi) ottenuti dal 16 febbraio al 7 giugno 2017, data della sua successiva prova negativa. Poco male: quest’anno ha vinto poco e nulla, infatti era uscita dalle prime 100 salvo rientrarci giusto ieri (98). Sara Errani ha 30 anni. Nel tennis maschile sono tanti gli over 30 che ottengono risultati impensabili, ma in quello femminile no. Ricordava ieri Ubaldo Scanagatta, che con la tennista si è scornato spesso per via di caratteri non proprio accomodanti: “N.5 del mondo, finale e semifinale a Parigi, semifinale e quarti all’US Open, quarti in Australia, 9 tornei vinti, 10 finali in singolare, 5 trionfi Slam in doppio al fianco di Roberta Vinci e n.1 mondiale di specialità nella quale ha vinto 25 tornei (..) Da un bel po’ Sara è entrata in crisi, una crisi sempre più pesante di risultati e di fiducia, se si pensa che aveva chiuso il 2013 a n.7, il 2014 a n.15, il 2015 a n.20, il 2016 a n.50”. In quella cloaca neuronale che sono sempre più i social, ieri la Errani era accusata di essere juventina e “quindi” dopata: un sillogismo granitico. Altri ricordavano una sua intervista di due anni fa, in cui chiedeva la squalifica a vita per chi si macchiava di doping. E c’è stato chi ha ricordato una sua ipotetica “collaborazione” con Luis Garcia del Moral, il medico spagnolo implicato nello scandalo doping riguardante Lance Armstrong e non solo: in realtà la Errani andò da lui a Valencia per un consulto cardiaco, cosa non certo vietata. La squalifica è leggera perché la Errani è incensurata e perché si è creduto al dolo involontario. Come per il “bacio alla cocaina” di Gasquet. Il farmaco assunto dalla Errani viene usato da chi è in menopausa e ha avuto tumori al seno: non certo il suo caso. E allora perché era nelle sue urine? Colpa dei tortellini. In attesa di parlare domani, la Errani ha scritto su Twitter: “Colpa di un medicinale che mia madre assume dal 2012: l’unica ipotesi è una contaminazione del cibo. Sono molto arrabbiata, ma so di non aver fatto niente di male”. Ed ecco quindi la tesa difensiva, a cui ha creduto la Itf: la Errani avrebbe assunto il letrozolo in maniera accidentale, mangiando i tortellini in brodo che le aveva cucinato mamma Fulvia, che assume dal 2005 un farmaco antitumorale (il Femara) contenente letrozolo. Il farmaco sarebbe finito accidentalmente sul piano di lavoro durante la preparazione del pasto, contaminando il cibo e “dopando” involontariamente la figlia. La congrega degli “squalificati a loro insaputa”, a cui si è iscritta da ieri la Errani, vanta affiliati illustri. Mutu disse di aver preso coca per migliorare le prestazioni sessuali, Peruzzi che «il Lipopill ce l’ha dato mia madre (a lui e a Carnevale) per smaltire una cena troppo generosa cucinata da lei dopo la gara con il Benfica». Bucchi e Monaco diedero la colpa a “un’abbondante grigliata di carne di cinghiale”, Fernando Couto allo shampoo e Davids allo sciroppo. Leggendario il caso Borriello, punito con soli tre mesi grazie alle parole dell’allora fidanzata Belen Rodriguez: «Dopo un rapporto sessuale non protetto, Marco s’è preso la mia stessa infezione vaginale e gli ho consigliato di usare la crema al cortisone che il mio medico mi aveva prescritto». Per la Errani il danno agonistico è minimo, ma mediaticamente ne esce maluccio. Auguri. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 8 agosto 2017)

Elogio ragionato di Fognini, e pazienza per chi lo odia

Schermata 2017-08-01 alle 10.22.40Quando capita di parlare di tennis, e non capita poi spesso, si sente chiedere: “Perché non è più nato un campione dopo Panatta?”. Dopo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti, l’Italia non ha più avuto top ten. Mentre il tennis femminile toccava apici imprevedibili con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, quello maschile non dava granché segno di sé. Dopo Barazzutti, non sono stati molti i tennisti con un livello potenziale da top ten. Forse Paolo Canè, però troppo incostante e capitato in un momento storico dal livello medio elevatissimo. Di sicuro Camporese, fortissimo sul veloce nel biennio 1991-92 ma un po’ pigro e ancor più sfortunato. Gaudenzi e Furlan, entrambi top 20, hanno tratto il massimo dalle loro carriere. E così anche Seppi, encomiabile mediano della racchetta. Non ci sono campioni all’orizzonte, solo onesti e volitivi professionisti. L’unico che, se volesse, potrebbe intrufolarsi tra i top ten è Fabio Fognini. Ci è andato vicino nel 2014, quando era 13 (miglior risultato italiano dai tempi di Barazzutti) ma poi sbagliò tutto nei mesi successivi, nonostante tabelloni non impossibili. Forse è stata l’ultima occasione e forse no. Dopo un appannamento nel 2015 e inizio 2016, coinciso peraltro con la clamorosa vittoria in doppio (con Bolelli) degli Australian Open, Fognini sta avendo il merito – complice il nuovo allenatore Davin – di tornare ad alti livelli. Ha trent’anni, l’età giusta per i tennisti italiani che maturano quasi sempre più tardi degli altri. La paternità sembra avergli dato un barlume di serenità. L’unica parziale lacuna tecnica è il servizio: buono, non buonissimo (e questo, spesso, fa la differenza in negativo). Domenica ha vinto a Gstaad il suo quinto torneo (tutti sulla terra rossa). Come Barazzutti. All’attivo ha anche otto finali perse. Come Barazzutti. Uomo dalle grandi imprese e dalle rovinose franate. Ciclicamente protagonista di sclerate furibonde, è per questo detestato dai feticisti del politicamente corretto. Eppure Fognini non ha mai voluto essere un “esempio”: gioca per se stesso, si comporta giustamente come gli pare e se sbaglia è lui il primo a pagarne le conseguenze. Ieri è risalito alle 25esima posizione. Potrebbe salire ancora. Quest’anno ha dimostrato di essere competitivo anche sul veloce (semifinale a Miami). Ha più volte battuto Nadal, che lo soffre oltremodo. Vale anche per Murray, che Fognini ha divelto in Davis (la sua partita perfetta) e che poteva battere tanto alle Olimpiadi quanto allo scorso Wimbledon. Purtroppo gli basta quasi sempre uno scambio “sgradito” per spegnersi. Chi lo conosce sa che, in privato, ha ben poco di maledetto: è solo uno che, quando gioca, concepisce l’agone come un proscenio sublime ma pure uno sfogatoio putribondo. Quattro anni fa, opposto al monocorde iberico Montanes, Fognini si inventò una partita assurda. Roland Garros, ottavi di finale. Quinto set. Sul 6-7 15-30 e servizio, accusò prima un crampo e poi un mezzo stiramento. Continuò. Giocò da fermo o quasi: solo errori e vincenti. Si fece chiamare cinque falli di piede, salvò tre match point, vinse non si  sa come 11-9. Il giorno dopo neanche scese in campo e si ritirò: quella propaggine epica aveva peggiorato l’infortunio. Infatti fu costretto a fermarsi per un mese. Fognini è così: un incosciente scapestrato da tutto o niente, che prima ami e un attimo dopo detesti. La sua carriera è piena di partite oscene e capolavori veri. C’è chi lo odia: liberi di farlo. Se però vi capita di vederlo giocare in tivù, fermatevi a guardarlo: di sicuro, nel bene e nel male, non vi annoierete. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 1 agosto 2017)

Steve Rogers ha suonato l’ultima volta

Schermata 2017-08-01 alle 10.19.52Non è esagerato affermare che, senza di lui, Vasco non sarebbe stato fino in fondo Vasco. Guido Elmi, storico produttore di Rossi, è morto ieri a 69 anni. Negli ultimi mesi appariva molto “stanco”. Così lo hanno ricordato tanto Vasco quanto Red Ronnie. Entrambi lo conoscevano molto bene e – del resto – Elmi non aveva mai neanche ipotizzato l’idea di invecchiare. Superati i quaranta e poi addirittura i cinquanta, raccontava agli amici di sentirsi smarrito perché alle prese con uno scenario non contemplabile negli Ottanta. Ha cominciato a produrre Vasco dal quarto disco, Siamo solo noi (1981), e poi in studio c’è sempre stato a parte Liberi liberi, quando lui e la Steve Rogers Band ruppero momentaneamente col Blasco. Steve Rogers era il suo soprannome: così, a inizio carriera, firmava le prime produzioni. In realtà Elmi c’era anche nel precedente Colpa d’Alfredo. Anno 1980: Elmi chitarra e percussioni, Maurizio Solieri chitarre, Massimo Riva al tempo solo ai cori, Gaetano Curreri tastiere. La Steve Rogers Band cominciò a seguire Rossi proprio dal Colpa d’Alfredo tour. Furono loro ad accompagnarlo a Domenica In. Vasco cantò Sensazioni forti, canzone che teorizza il diritto di “godere” a qualsiasi costo. Qualcuno non la prese bene. Nantas Salvalaggio, su Oggi, definì tra le altre cose Vasco “ebete, cattivo e drogato”. Il cantante, che da quell’evento trasse più che altro pubblicità, si vendicò citando Salvalaggio in Vado al massimo: “Meglio rischiare che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”. Così ieri Vasco su Facebook: “Guido se ne è andato improvvisamente… era molto stanco. Io sono molto triste. Una consolazione è che ha fatto in tempo a partecipare, vivere e vedere la grande festa di Modena Park ! Wiva Guido!”. Elmi era una miniera di aneddoti, un professionista vero e un sopravvissuto consapevole. Il giro armonico di Brava Giulia è suo e pure quello di Bollicine. In qualche album di Vasco lo trovi a suonare cembalo e conga. Ha prodotto anche Alberto Fortis, Skiantos, Marco Conidi (l’opposto di Vasco) e Massimo Riva, anche lui Steve Rogers Band e anche lui amico fraterno di Rossi, scomparso a 36 anni nel 1999. Elmi, nato e morto a Bologna, ha vissuto per un po’ nello stesso pianerottolo di Lucio Dalla. A metà degli Ottanta, vittima degli eccessi, rischiò di andarsene e scomparve qualche mese per ritrovare se stesso. Insisteva spesso su questo suo essersi salvato, chissà come e chissà perché. Era davvero incredulo: la vecchiaia non l’aveva proprio mai contemplata. Era un re delle scalette e conservava da qualche parte la ricetta infallibile per il concerto perfetto: per questo, in tanti, gli chiedevano ancora consigli. Due anni fa ha inciso quasi di nascosto l’unico disco col nome vero: un lascito, un testamento. E’ un bel disco, assai più dalle parti di Cohen che di Vasco. Prima di cantare, ogni volta, si fumava venti Malrboro rosse per avere la voce roca al punto giusto. Così per ogni brano. Fino alla fine. (Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2017)

La progressiva scomparsa del numero 10

Schermata 2017-07-31 alle 15.33.53Dandoci una di quelle notizie dopo le quali non sei più lo stesso, il coerente Federico Bernardeschi ci ha fatto sapere di avere scelto la maglia numero “33” perché è religioso. Buono a sapersi, anche se la motivazione non è esattamente chiarissima. Se la scelta cabalistica dipende da motivi mistici, perché allora non scegliere il “3” come la trinità o il “12” come gli apostoli? Boh. La Storia se lo chiederà a lungo, Se cavesse potuto, Bernardeschi avrebbe scelto eccome la maglia numero “10”: quella più affascinante, quella (forse) per lui più naturale. E’ stata la Juventus a imporgli un’altra scelta, conscia di come quel numero sia più pesante degli altri. Lo patì pure Pogba, che dopo stagioni esaltanti fu premiato con la “10” ma, durante un derby, ci scarabocchiò sopra un “+5” per riprodurre il vecchio e amato “6”: “1+0+5” (anche se il primo “+” non c’era, quindi quel“10+5” teoricamente rimandava a uno strano “15”). Dopo Del Piero e Tevez, meglio evitare: ne sa qualcosa anche Dybala.
Bernardeschi è uno che, quando parla, non mente mai. Neanche troppo tempo fa, disse: “Sarebbe stato difficile andare alla Juventus dopo 11 anni di settore giovanile viola. Spero di diventare un simbolo con questi colori. Per me viene prima la Fiorentina, poi Bernardeschi”. E’ stato di parola, più o meno come Higuain e Bonucci. Chi si stupisce di quanto un calciatore sia banderuola è però fuori tempo: il calciatore è un professionista mercenario che, come tale, va dove gli pare. Nessun problema. Basterebbe solo parlare di meno. E’ invece significativa questa penuria di “10” veri. La Juventus non ce l’ha, ma non è certo la sola. Dopo l’addio di Francesco Totti, alla Roma passeranno anni e forse decenni prima che uno abbia il coraggio di indossare quella maglia. Anche il Milan era orfano del “10”. I numeri rossoneri ritirati sono il “6”, in onore di Franco Baresi, e il “3”, pensando a Paolo Maldini. Ora toccherà al nuovo arrivato Calhanoglu, ma l’unico numero che ha fatto litigare (Bonucci e Kessie) è stato il “19”. Sono lontani i tempi di Gullit, Savicevic, Boban e Rui Costa. Quest’ultimo diede il meglio di sé con la Fiorentina, società dalla nobilissima tradizione di fantasisti. Infatti Bernardeschi era stato visto come erede di Giancarlo Antognoni, lui sì fedele fino alla fine: a qualsiasi costo (e furono tanti). Erano “10” viola anche Roberto Baggio, che Bernardeschi sogna di emulare, e appunto Rui Costa. Il Napoli, dopo Maradona, ha ritirato quel numero nel 2000. In Ungheria lo ha fatto anche la Honved: dopo Puskas, nessuno mai. Tornando in Italia, non ci saranno più “10” nell’Empoli: l’ultimo è stato Tavano. All’Inter lo scorso anno il numero “10” era Jovetic, anche lui ex Fiorentina. Poi però è andato al Siviglia a gennaio e, una volta tornato (per ora) all’Inter, ha scelto la maglia numero 8. Pare che quest’anno la indosserà Joao Mario.
Qualche altro numero 10, in serie A, ci sarà: Papu Gomez nell’Atalanta, Felipe Anderson nella Lazio, Ljajic nel Torino, Ciciretti nel Benevento, Destro nel Bologna, Joao Pedro nel Cagliari, Matri nel Sassuolo, Floccari nella Spal, De Paul nell’Udinese, Cerci nel Verona. Di questi, i “veri” 10 non sono molti: di sicuro Papu Gomez e Ljajic, probabilmente anche De Paul. Calhanoglu dovrà dimostrarlo. Joao Mario è al limite. Cerci e Felipe Anderson sono “troppo” esterni per essere ritenuti “10” classici. A oggi, almeno in Italia, la maglia numero “10” è concepita in due modi. In alcuni casi va a punte vere e proprie (Destro, Matri, Floccari), a conferma di come per tanti sia diventato un numero come tanti. Più spesso è percepito – all’opposto – come numero troppo pesante, e infatti le prime tre classificate della scorsa stagione (Juve, Roma, Napoli) non hanno numeri “10”. Meglio evitare: per non alimentare aspettative, per non fare figuracce. Per mettere in partenza il silenziatore alla fantasia. (Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2017)

Quando va tutto male e non hai colpe: storia breve di Valdir Peres

FullSizeRender (13)Povero Valdir Peres, il portiere stroncato da una tripletta irripetibile e da un paese che tende sempre a sovradimensionare il calcio. E’ morto ieri a 66 anni per un infarto. Forse il suo cuore non ha potuto reggere alla grandine di ferocia piovutagli addosso in 35 anni vissuti da reietto. Di lui, dopo il 5 luglio 1982, si sa poco. Un finale di carriera decoroso, qualche esperienza da allenatore. Poche interviste. Una vita da sopravvissuto: da mai perdonato. Ieri Calciomercato.com titolava: “Addio a Valdir Peres, il portiere più odiato dai brasiliani”. Ma non è esatto: a Valdir Peres, vero nome Waldir Peres de Arruda, è stato negato anche il diritto di primeggiare nell’odio generato. E’ stato riserva anche in questo: il secondo portiere nella formazione dei brasiliani più detestati. Impossibile raggiungere Moacyr Barbosa, ritenuto colpevole della finale mondiale buttata via nel 1950. In casa, contro l’Uruguay. Valdir Peres non è stato “il più odiato” perché nella sua esistenza non c’era alcun anelito a primeggiare e perché fu “solo” uno dei protagonisti di una sconfitta non in una finale, ma “in uno strano interregno tra girone eliminatorio e semifinale. Spagna 82. Stadio Sarrià di Barcellona: lo hanno demolito vent’anni fa, come fu demolita la carriera di Valdir Peres. Per i brasiliani fu la Tragedia del Sarrià, per noi un capolavoro inspiegabile. Quel Brasile era mirabile, ma era come la grappa: testa e coda non erano certo paragonabili a una quantità di talento smisurata. Soprattutto a centrocampo. Era il “futbol bailado” di Telè Santana, poi progressivamente abbandonato proprio per colpa di quella sconfitta. Era il Schermata 2017-07-25 alle 11.35.24Brasile di Zico, di Falcao, di Socrates, di Eder, di Junior, di Cerezo. Aveva vinto tutte le partite precedenti e con l’Italia sarebbe stato sufficiente un pareggio, ma non era squadra da calcoli. La Seleçao pagò anche quell’approccio, tanto meravigliosamente estetizzante quanto concretamente scellerato. La testa era Serginho, centravanti per nulla all’altezza dei compagni. La coda era il portiere, cioè Valdir Peres, spelacchiato come la sua nemesi fortunata Taffarel, che dodici anni dopo si sarebbe vendicato eccome con l’Italia. Secondo portiere ai Mondiali del 1974 e 1978 dietro Leao, promosso con merito nell’82. Aveva 31 anni e ne dimostrava 89. Era la sua grande occasione e andò tutto male. Malissimo. Già alla partita inaugurale, contro l’Unione Sovietica, esordì con una papera marchiana. Socrates ed Eder ribaltarono il risultato. Il Brasile rullò tutti gli avversari successivi fino all’Italia. La stampa carioca scrisse che era il Brasile più bello di sempre, che Valdir Peres aveva i riflessi di una scamorza ma che quel Brasile poteva comunque fare a meno anche del portiere. Poi arrivò la tripletta di Paolo Rossi, fino a quel giorno disastroso, e tutte le colpe caddero su Valdir Peres. Anche se, di colpe specifiche, quel 5 luglio 1982 ne ebbe poche. Da allora non è più stato convocato in Nazionale. Non era un portiere straordinario, ma neanche un bidone. Negli anni Settanta, con il San Paolo, aveva vinto tutto. Quattro campionati paulisti, una Copa do Brasil, un titolo nazionale. Nel 1975, primo portiere a riuscirci, vinse il Pallone d’oro brasiliano (Bola de ouro). Nel 1978 fu protagonista nella finale del Brasileirao, forse il suo capolavoro. Tutto cancellato o quasi, come i colpi di coda post-Sarrià. Per esempio la vittoria del “Pernambucano” 1990 a 39 anni. Poco prima di smettere, anche se in realtà aveva smesso da tempo: lo avevano fatto smettere gli altri. Pablito. Il suo paese. Il destino. E altri demoni. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 25 luglio 2017)

La bellezza e le quattro vite di Roger Federer

Schermata 2017-07-18 alle 10.39.28Il campione che ha vinto tutto e ancora non gli basta, ha vissuto almeno quattro vite. La prima, da iconoclasta spensierato e fenomenale, che spaccava racchette, si tingeva i capelli come Mirko di Kiss Me Licia e poteva forse accontentarsi di vivere una carriera da Fognini molto più forte. Non si è accontentato. Giunse quindi la seconda vita, quella della dittatura livida e garbatamente efferata. Sangue ovunque degli avversari, ridotti a meri e spesso pavidi vassalli. Fu il tempo della dittatura algida: Federer, da potenziale Gilles Villeneuve, divenne un Prost che non sbagliava (quasi) mai. Un Michael Schumacher pressoché infallibile. Un talento inaudito, un genio totale, un fenomeno forse senza pari. Poiché però gli avversari non c’erano, o se c’erano marcavano quasi sempre visita, se eri uno spettatore neutrale – e non un fan di strettissima osservanza – qualche sbadiglio veniva. Come quando ascolti un disco dove non c’è una nota fuori posto o come quando guardi una donna bellissima, che ti appare così perfetta da risultare per contrasto fredda. Troppo fredda. Ecco allora che, con mite inesorabilità, giunse la terza vita. Rafael Nadal costrinse Federer a scoprire una cosa che neanche concepiva, al punto da piangere infantilmente quando capitava: la sconfitta. Spesso Roger ci perdeva per motivi poco tecnici e molto freudiani, quasi che Rafa – prim’ancora che tennista – fosse kryptonite iberica ideata a sua misura. Così, pur continuando a vincere, Federer non fu più dittatore. Gli storici, sul pianeta Terra come su Plutone, chiameranno quella fase “autunno del patriarca”. Sembrava il tramonto. sembrava. Quando nessuno ne avrebbe probabilmente avvertito il bisogno, il più che trentenne Federer ha deciso di migliorarsi ancora. Di non arrendersi. Di concepire, almeno, un ultimo colpo di coda epocale. Contro il tempo, contro gli infortuni: forse perfino contro la logica. Prima ha chiesto aiuto a Stefan Edberg, e solo per questo meriterebbe peana eterni. Poi si è affidato a Ivan Ljubicic, che da giocatore umiliava con sadismo sordo alla pietà. Nel mezzo Schermata 2017-07-18 alle 10.39.14c’è stato il suo annus horribilis: il 2016. Tutto è andato male. Capolinea? Non esattamente: di là dal tunnel, la quarta vita. Il presente. L’epifania. L’ottavo Wimbledon (ennesimo record) vinto due giorni fa è apparso addirittura normale: l’epica c’era, c’è e ci sarà, ma quando vinci triturando tutto e non lasciando neanche un set ai rivali, come aveva peraltro fatto il mese prima Nadal (un altro “ritornante” miracoloso) a Parigi, lo strapotere è tale che non viene quasi neanche voglia di esultare. Infatti, mentre il mondo esondava già di enfasi e retorica, lui ha reagito con umanissima incredulità. Se l’Australian Open di gennaio è stata impresa, il Wimbledon di domenica è stata “solo” constatazione di una natura agonisticamente divina. Nel bruttissimo tempo in cui Djokovic e peggio ancora Murray sembravano i più vincenti, rivedere Federer sul tetto di uno o più Slam non appariva un’ipotesi percorribile. Anche per chi scrive: che bello, a volte, sbagliare. Roger Federer ha vinto tutto: 19 Slam, 6 Tour Finals, 93 tornei, una Coppa Davis, due medaglie alle Olimpiadi (oro in doppio e argento in singolare). Non gli manca nulla, se non la fame di se stesso e dell’arte che ama. Su questo gli storici si divideranno, ma delle sue quattro vite le più belle ci sembrano – senza dubbio alcuno – la prima e l’ultima. Prima la follia non ancora irreggimentata, poi questa maturità che trasuda oltremodo incanto. Onore a te, Campione.
(Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 18 luglio 2017)

Vasco Rossi, l’emozione, le critiche e la storia

Schermata 2017-07-11 alle 15.27.43Umberto Eco sosteneva che i social (tra le altre cose) avessero dato voce a troppi cretini. Certo, c’erano anche prima: solo che, senza social, al massimo deliravano al bar. Nessuno se li filava. Adesso, invece, tocca leggerli. Sono in servizio permanente e, per colpa loro, toccherà più prima che poi smettere coi social. Peccato. Dieci giorni fa erano tutti a straparlare di Modena Park: da una parte chi esaltava Vasco, dall’altra chi trattava lui e la sua enorme combriccola come una manica di decerebrati. Per carità: se c’è chi mette in discussione la bravura di Saramago o dei Pink Floyd, figurarsi Vasco. Giusto dar voce a tutti: del resto, da quando Rondolino ha scritto in prima pagina su L’Unità (quando ancora esistevano entrambi), vale tutto. Ci dovrebbe però essere un limite alla cazzata, anche se tale limite manderebbe in galera buona parte di questo paese. Chi vi scrive non ha mai avuto Vasco tra i punti cardinali musicali, preferendogli i Gaber, i Bruce e altre decine di artisti senza i quali l’esistenza sarebbe solo una nardellata tristissima. Da qui però a trattarlo come un rincoglionito ce ne passa. In primo luogo, se dopo quarant’anni è ancora lì che riempie gli stadi e porta più di 220mila persone (paganti) in piazza, Vasco ha vinto a prescindere. Vuol dire che ha intercettato qualcosa, e quel qualcosa è la contemporaneità. Mentre Plinio87 si titilla con l’ultima messa laica di Motta e Gervasa94 cinguetta che non esisterà altro Dio all’infuori di Justin Bieber, Vasco è ben dentro la Storia. In secondo luogo, andrebbe inseguito anche solo un minimo di lucidità. Un conto è criticare, un altro è demolire. Vasco ha sbagliato tanti dischi, soprattutto negli ultimi anni (decenni?). Spesso è ritenuto “intoccabile” da fedelissimi che renderebbero antipatico anche Papa Francesco. Non è Neil Young e neanche Bob Dylan (né ha mai detto di esserlo). In Rete girano sfottò esilaranti, come quello che raffigura la tastiera usata da Vasco per scrivere le sue canzoni: una tastiera fatta solo di “e”. Quel gran genio di Edmondo Berselli, vent’anni fa, ironizzava già sul Vasco che si muoveva sul palco imbolsito “come un tacchinone”. La sua ferocissima ufficio stampa se la prese, ma sbagliò (altrimenti non farebbe l’ufficio stampa): Eddy prendeva in giro bonariamente, ben conscio di quanto Vasco avesse saputo raccontare questo paese. Neanche lui sa come faccia, eppure lo fa. E’ sopravvissuto a se stesso, ai clippini, alle malattie. E’ arrivato a questo 2017 da sopravvissuto, fregandosene di rivalità idiote (paragonare lui a Ligabue è come accostare una Lamborghini a un triciclo bucato). C’è arrivato stanco, ma il suo popolo è sempre lì. Ed è un popolo che va ben oltre la moltitudine di Modena Park, se è vero – ed è vero – che milioni di persone lo hanno seguito in tivù. Vasco può piacere o non piacere: non è il più grande, non è infallibile, non è impeccabile. Ma è storia di questo paese. Con talento diverso e maniera tutta sua, ma non meno di Celentano. Di Battisti. Di De André (che guarda caso lo percepiva come suo erede). Mentre “il web” esondava di pippe mentali, Vasco se ne fregava – cosa in cui è bravissimo – e metteva in fila quella ventina (stiamo bassi) di brani immortali. Il Vasco migliore non scrive canzoni: scrive madeleine. Le ascolti e scorre la tua vita. La rivivi, ti commuovi, ti emozioni. C’è più genio in trenta secondi di Toffee che in tutta la carriera di un Vecchioni qualsiasi. E’ per questo che Vasco è così amato. E’ per questo che piace ancora. E’ per questo che suona, e risulta, così necessario. (Il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2017, rubrica Identikit)

Pisapia, l’eterno uomo del quasi

Schermata 2017-07-04 alle 16.40.25C’è Pisapia, all’anagrafe Giuliano, e c’è Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo. In due non ne fanno uno, o almeno così sembra. Un po’ si somigliano, anzitutto nel collezionare i quasi. Quasi di sinistra, quasi di rottura, quasi alternativi a Renzi. Quasi di opposizione, quasi arrabbiati, quasi ribelli (parecchio quasi). Entrambi odiano il carisma, essendo in ciò pienamente ricambiati. Come noto, una delle ultime frasi scritte da Salinger prima di andarsene fu questa: “Uscendo di casa ho visto un frassino. Mi è parso anonimo, poi però ho visto Pisapia e Orlando in tivù e mi è venuta voglia di rivalutare il frassino”. Pisapia è da un po’ sulle prime pagine, e già questo ci fa capire uno dei motivi della crisi dell’editoria: disquisire di ciò che interessa solo all’editoria, in un continuo trip da metalinguaggio solipsistico (l’ultima frase non vuol dire nulla, ma dà l’illusione di essere arguta. Come gli interventi di Philippe Daverio). Conoscete una persona – non cento: una – che non vede l’ora di votare Pisapia? No. Eppure se ne parla come se, dalle scelte di questo novello Berlinguer, dipendessero le sorti della sinistra italiana. Di più: del paese intero. Di più: dell’intera galassia. Prima che l’iconoclastia ci travolga, com’è poi tipico del Fatto, vanno qui ribaditi due concetti importanti. Uno: Pisapia è una brava persona. Due: Pisapia è stato un buon sindaco. Non è poco: magari, nella sinistra italiana, ci fossero stati più Pisapia e meno Genny Migliore. Da qui però a farne il nuovo Subcomandante Marcos, ce ne passa. Anche perché lo stesso Pisapia, arrogandosi una forza perlopiù immaginaria, prim’ancora di “ricostruire il centrosinistra” ha posto dei veti. Niente Fratoianni, perché lui non vuole; niente Civati, perché lui non vuole; niente Falcone-Montanari, perché lui non vuole. Già così si evince che l’idea di Pisapia, peraltro assai confusa, non è tanto quella di un nuovo centrosinistra ma di un vecchio centro, si presume più accettabile di quello di Renzi (ci vuol poco) e di Alfano (va be’, Alfano). L’uomo non manca di testimonial importanti, da Claudio Amendola a Sabrina Ferilli. Non si capisce però dove voglia andare. E qui torniamo a quel suo collezionar “quasi”. Se umanamente è un galantuomo, politicamente Pisapia chi è? A che gioco gioca? Da che parte sta? Sinora è stato (inconsapevolmente?) uno specchietto per le allodole al servizio di Renzi. Un abbindolatore di delusi di sinistra comprensibilmente schifati dal renzismo, che Pisapia porta a sé con l’illusione di “essere di sinistra”. Per poi però consegnarne i voti a Renzi. In questo senso, Pisapia è a tutt’oggi un fiancheggiatore del renzismo: se è questa la sua idea politica, il suo più che un progetto nazionale è una iattura biblica. Anche a Milano, con quella lista-civetta cara ai Lerner e Vecchioni, non ha fatto che condurre alla vittoria Sala. Cioè un berlusconiano. Cioè Renzi. Tomaso Montanari rimprovera a Pisapia – tra le mille cose – di avere votato sì al referendum del 4 dicembre. E’ però solo una delle tante criticità, anzi ambiguità, di Pisapia. Mentre tutta la stampa di quasi-sinistra ne parla, e con ciò spera (per esempio Scalfari) che assurga a decisiva stampella dell’Allegra Combriccola dei Lotti&Picierno, Pisapia continua a dire tutto e il suo esatto contrario. Prende tempo, tergiversa, cincischia. Se Veltroni era l’uomo del “ma anche”, lui è quello del “quasi”. Quasi renziano, quasi orlandiano, quasi prodiano. Quasi tutto. Quasi niente. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 4 luglio 2017)

Basta con la musica alta nei bar o al ristorante

Schermata 2017-07-03 alle 14.02.08Le bruttezze che caratterizzano questo mondo sono infinite. All’interno di cotanta galassia degli orrori, grandi o piccoli che siano ma pur sempre orrori, c’è l’abitudine colpevole e sommamente empia di tenere alta la musica nei locali. Qualsiasi locale, ma – quel che è peggio – anzitutto bar e ristoranti. Un vero e proprio abominio culturale. La dimostrazione che ogni giornale o programma televisivo dovrebbero avere una rubrica dal titolo: “Meritiamo l’estinzione, please alieni bombardateci”. La musica alta, oltre a essere una cafonata e costringerti a urlare per farti sentire dalla persona che hai davanti, è la dimostrazione che è passato ormai un messaggio tremendo: la musica intesa come tappabuchi. Mero sottofondo, elemento di contorno e arredo, quasi che non fosse un assolo di Jimi Hendrix ma un elemento di tappezzeria. Al contrario, almeno per chi ha un minimo di comprendonio e si vuol bene, la musica è una scelta attiva: sono io che decido se, cosa e quando ascoltare qualcuno. Non certo il barista o il ristoratore. Tale prassi, che meriterebbe con agio qualche anno di galera o – se proprio pretendete un atto inutile di misericordia – un bel ciclo di lavori forzati nonché socialmente utili, si riscontra anche in certi negozi di vestiti. Dà fastidio anche lì, per carità, ma se decidi di vestirti in certi posti il minimo che ti meriti è Fabio Rovazzi a tutto volume. Il peggio però è quando sei al bar o al ristorante. Una musica garbata in sottofondo e a basso volume andrebbe bene, anche se quasi sempre a tavola è meglio il silenzio. Macché: brutta musica, messa a caso e pure ad alto volume. Spesso la scelta è totalmente avulsa dal contesto. Magari sei in un ristorante che ha pure pretese ambiziose, se sei fortunato cucinano bene e la carta dei vini è discreta. Sembra funzionare tutto. Poi però arriva l’armageddon: ti piazzano lì un Despacito a tutto volume e a tradimento, che non c’entra nulla e che si abbinerebbe bene giusto a un 4 salti in padella – scongelato male – di cardi morti al ginseng cucinati da chef Nardella in persona. E’ tutto profondamente volgare, privo di logica e rispetto. La musica è usata come il parmigiano sulla frittura di paranza. E il parmigiano è pure di pessima qualità. Andrebbe organizzato un comitato di resistenza musicale contro tutti i locali che ti costringono a urlare per mangiare, a evitare gli altoparlanti neanche fossero mine antiuomo e a sperare che il proprietario ami i Led Zeppelin e non Giusy Ferreri (quasi sempre è il contrario, perché siamo nati per soffrire e ci riesce da Dio). Un gran bel boicottaggio, da allargare magari a chi tiene accesa la tivù mentre mangi (lì il codice penale dovrebbe prevedere direttamente l’ergastolo). Occorrerebbe fare come a San Francisco, dove ci sono guide che segnalano il grado di rumorosità dei locali. Occorrerebbe restare umani, come diceva una gran bella persona, in ogni gesto della nostra vita. Restare umani. O anche solo un po’ meno deficienti. (Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2017)