Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
marzo: 2017
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Il Fatto Quotidiano

De Luca, il braccio petrarchesco del renzismo

Schermata 2017-03-28 alle 12.01.03E’ insopportabile questo atteggiamento di sufficienza, e addirittura diffidenza, nei confronti di un galantuomo come Vincenzo De Luca. Egli, al contrario, è un punto di riferimento per tutti noi. Nel suo cuore c’è grazia, nel suo sguardo c’è odor di santità (e nel suo duodeno preferiamo non sapere cosa alberghi). De Luca, oltre ad avere inventato Salerno e anzi la Campania tutta, incarna appieno l’idea di rottamazione renziana: qualcosa di non solo inedito ed efficiente, ma anche – soprattutto – di moralmente intonso ed esteticamente aggraziato. Ogni suo gesto trasuda talento e bellezza. Eppure i detrattori, in servizio permanente come vili gufi che sanno solo odiare, amano criticarlo. Gli piace proprio punzecchiarlo per ogni cosa che dice o fa. Inventano dicerie sulla sua storia penale e fanno sempre brutti commenti sul suo lessico. D’accordo, non tutti amano esprimersi sopra le righe, ma questo non è un problema suo bensì di questi tempi intrisi di buonismo posticcio e politically correct a casaccio. La verità è che Vincenzo De Luca regna, signoreggia e soverchia: andrebbe preso a esempio, come infatti Renzi ha fatto e fa. E se lo fa Renzi, uno che come noto non sbaglia mai, dovremmo farlo tutti. Se De Luca elogia il clientelismo, è inutile essere garantisti: lui ha ragione di default. Se De Luca sogna di trovarsi di notte Travaglio da solo per farne quel che lui vuole, non ha senso attaccarlo: ognuno ha i suoi gusti e le sue perversioni, come dimostrano peraltro quei due o tre che ancora votano Alfano. In questa mania odiosa di scorgere ovunque tracce di sessismo, fa poi specie la tendenza della stampa italiana nello stigmatizzare ogni afflato sinceramente femminista di De Luca. La sua storia è satura di sonetti petrarcheschi dedicati a Muse senza le quali non saprebbe vivere. Su tutte la Bindi, a cui De Luca ha dedicato terzine mirabili. Per esempio: “Bindi infame, da uccidere”. Parole che trasudano quell’amore che ha reso Erode caro ai bimbi di tutto il mondo. Mansueto e mai caricaturale, De Luca ha davvero una buona parola per tutti. Per il “consumatore abusivo d’ossigeno” Peter Gomez, per il trio grillino Di Battista/Di Maio/Fico che andrebbe ammazzato. Oppure per Emiliano, per chi ha votato “no” il 4 dicembre e più in generale per tutti coloro che osano nutrire dubbi sul suo fascino accecante. De Luca ha di recente tratteggiato con letizia e candore anche l’empia grillina Valeria Ciarambino. Ascoltiamolo, perché ascoltarlo ci fa bene: “Una signora che disturba anche quando sta a cento metri di distanza. Una chiattona”. Che levità, che lirismo. Fanno bene i renzini a difenderlo, minimizzandone ogni volta gli spigoli e minacciando al contempo di invadere la Polonia se solo un 5 Stelle asserisce che la Boschi non è Rosa Luxemburg. Con quelle parole, De Luca voleva solo esprimere tutta la sua stima nei confronti della criminosa Ciarambino. E di questo dovremmo ringraziarlo, una volta di più. Certo, verrebbe voglia di notare come un figuro meno affascinante di Orfini appena sveglio, carismatico quanto un’acciuga morta e involontariamente comico (persino) più di Renzi faccia un po’ tenerezza quando critica le fattezze altrui, ma sarebbe una notazione assai pedante. Sia dunque lode a De Luca, il braccio verbalmente violento del renzismo. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2017, rubrica Identikit)

Elogio di Tomas Milian

Schermata 2017-03-24 alle 12.58.26Ogni tanto, in qualche film dei Novanta, capitava di imbattersi in Tomas Milian. Così, quasi a tradimento. Non era mai l’attore protagonista, eppure a un certo punto compariva. I registi erano importanti: Sydney Pollack, Oliver Stone, Steven Soderbergh, Steven Spielberg. Riconoscerlo non era facile, non tanto perché fosse invecchiato male ma perché appariva diverso – troppo diverso – dall’immagine che gli si era sedimentata addosso (e attorno) sul finire dei Settanta. Quella del Monnezza, ma pure di Nico Gilardi (che tanti confondono ancora). Chissà se Tomas Milian, nato a L’Avana il 3 marzo 1933 e morto mercoledì a Miami, convivesse davvero bene – come diceva e tutto sommato sembrava – con quella strana carriera, lunga e gloriosa, fatta di parti “importanti” con registi “impegnati”. E poi esplosa quando nessuno se l’aspettava più, nella maniera meno prevedibile possibile. Tomas Milian, vero nome Tomás Quintín Rodríguez Milián, esule cubano dal passato tremendo e i demoni in servizio permanente, pareva convivere bene con quel ghiribizzo del destino perché – è lecito supporre – si intendeva di ghiribizzi e destini. E perché conosceva bene quanto fosse difficile essere Er Monnezza. Era qualcosa che richiedeva talento, incoscienza e camaleontismo: far ridere crogiolandosi nell’apparente trogolo – ché poi trogolo non era – del vernacolo spinto, del turpiloquio disinvolto. Della battutaccia che doveva essere sempre peggiore della precedente. C’era la rima caciarona: «E chi è il cane di Mustafà?»; «Quello che lo stà a pià ‘nder culo e dice che stà a scopà!». C’era la risata da Google Maps trucido: “Ecco, appena l’hai trovata te ce fai benedì, poi piji la via p’annà affanculo che tanto ‘a strada ‘a sai…”. E c’era pure l’accenno esistenzialista: “Vòi scommette che er giorno in cui la merda diventa oro, noi poveracci nasciamo senza er culo?”. La critica arricciava il nasino, il pubblico rideva di gusto e chiedeva il bis. Che arrivava, finché non c’era proprio più nulla da spremere. Nel frattempo Tomas Milian era ormai “solo” il Monnezza (e Nico Girardi). Sempre in coabitazione con Ferruccio Amendola, perché quei ruoli potevano funzionare solo con quella voce. Milian partecipava alla sceneggiatura, aggiungeva dialoghi all’impronta e usava come bussola Quinto Gambi, l’amico pesciarolo di Tor Marancia che faceva pure la controfigura nelle scene d’azione.  Milian ha più volte detto che gli sarebbe piaciuto farsi seppellire a Roma. La città che più gli ha voluto bene. La stessa che, nel 2014, lo aveva riaccolto come un imperatore stanco conferendogli il Marc’Aurelio. Nel frattempo era potuto ritornare a Cuba, dopo averla lasciata nel 1956. Milian ha vissuto mille vite. Esistenze, esperienze. Traumi, suicidi. Passioni, fallimenti. Figlio di un generale del dittatore Machado, severo e violento, che si tolse la vita nel 1945 davanti agli occhi del figlio. Tomas aveva 12 anni. Si trasferì negli Stati Uniti, prima Miami e poi New York. L’accademia, i teatri di Broadway, le prime serie televisive. L’Actors’ Studio, il metodo Strasberg. La stima di Jean Cocteau. Nel 1959 ha cinque dollari in tasca e non si sa come arriva in Italia, partecipando al Festival di Spoleto con una pantomima di Franco Zeffirelli. In Italia capisce che può vivere di recitazione. Recita per Bolognini, Visconti, Lizzani. In quegli anni Er Monnezza non è neanche un’ipotesi: è un’eresia. Poi Sollima, Corbucci, Lizzani. Quindi un film di Fulci, derubricato oggi a “cult horror”: Non si sevizia un Paperino. La sevizia è la cifra di un film in cui Milian dà il meglio (perché era bravo, molto bravo) e il peggio (perché la sceneggiatura lo esigeva). Anno 1974, titolo Milano odia: la polizia non può sparare. La regia è di Umberto Lenzi, con cui Milian creerà di lì a poco il Monnezza. E sarà proprio il Monnezza, di cui Milian prolungherà l’esistenza scegliendo per La banda del trucido un altro regista (Massi), a rovinare il rapporto tra i due. Ma siamo già oltre, quando il genere declina in parodia. Prima, in Milano odia: la polizia non può sparare e Roma a mano armata (dove Milian è l’inquietante Gobbo), c’è solo violenza. Milian, nella prima pellicola, incarna Giulio Sacchi. Uno dei cattivi più sadici, psicopatici e respingenti nella storia del cinema italiano. La sua è una prova prodigiosa e portentosa, dopo la quale – chissà, forse per una strana nemesi o magari per cercare una catarsi a tutta quella violenza – il poliziottesco diviene monnezzismo. Milian – anche discreto cantante – non si libera più di quella fama e di quel peso, e non bastano le parti in JFK, Amistad o Traffic per invertire la rotta. Che, peraltro, l’attore non aveva la fregola di invertire. Il resto sono nostalgie, risse, sbornie. Dipendenze. Rivelazioni sulla sua sessualità (era bisessuale), ruoli quelli sì improbabili (testimone di nozze al matrimonio di Eva Henger). E poi una costante: aver vissuto una vita forse non sua, non del tutto almeno, ed essercisi comunque trovato benissimo. (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2017)

La simpatia contagiosa della coerentissima Anna Finocchiaro

Schermata 2017-03-21 alle 12.42.00C’è davvero una grazia inaudita in ogni gesto, e azione, di Anna Finocchiaro. Proprio la grazia, da sempre, è la cifra di questa simpatica senatrice – e quasi madre costituente – in forza al Partito Democratico. La grazia e l’eleganza. Nata a Modica nel 1955, laureata in giurisprudenza, funzionario della Banca d’Italia nella filiale di Savona. Pretore a Leonforte e sostituto procuratore nel tribunale di Catania, quindi nel 1987 deputata PCI. Da allora è stata torcida politica inesausta, in un parossismo di leggenda continua. Candidature al Quirinale puntualmente disattese, trionfi inversi alle Regionali contro Lombardo, carinerie sulle “bidelle”, rispetto assoluto della base che osa protestare (“Ma cosa vogliono questi?): idolo assoluto. Celebre per la voce da imitatrice di Camilleri e per le tante prese di posizione coraggiose, su tutte andare all’Ikea con la scorta, Donna Anna è ora Ministro dei Rapporti con il Parlamento. Ha ereditato tale ruolo dalla totemica Maria Elena Boschi, con cui inizialmente non pareva legare. Non amava troppo neanche Renzi, che la attaccò dopo la storia dell’Ikea. Sempre garbata e mai sopra le righe, Donna Anna rispose così al futuro ducetto goffo di Rignano: “Miserabile”. Poi, con quella coerenza granitica che spesso alberga nel Pd, si reinventò mediamente entusiasta del capolavoro Boschi-Verdini. Negli opuscoli atti a celebrare la beltade di tale riforma, la Finocchiaro era pure chiamata “Angela” (l’avevano scambiata con l’attrice), ma Donna Anna non si era per questo crucciata: non più del solito, almeno. Come premio a tale fedeltà renzista, e a tali trionfi referendari, le hanno regalato un ministero. Da allora, fiutando l’apparente mal parata di Renzi, Donna Anna ha cominciato a guardarsi attorno. Da qui l’appoggio alla candidatura di Andrea Orlando. Proprio nel tentativo di magnificarne le gesta, Donna Anna era l’altro giorno a Reggio Emilia. L’eversivo David Marceddu, sul sito del Fatto, ha testimoniato tale epifania. Il bieco giornalista ha pure provato a chiedere a Donna Anna perché fosse assente durante la votazione che ha salvato Minzolini, ma ella (con leggiadria consueta) non ha alfine risposto. In compenso ha esaltato le compagne e i compagni reggiani. Uno di loro, a un certo punto, si è alzato e ha dichiarato che i suoi figli votano 5 Stelle e lui non riesce proprio a farli smettere. Lo ha detto con sgomento assoluto, roba che se avesse avuto figli eroinomani o peggio serial killer sarebbe stato parecchio più sereno. Donna Anna, con grazia atavica e per nulla trasfigurata, ha risposto dispensando saggezza e democrazia. Ascoltiamola: “Loro (i grillini, NdA) l’idea del paese non ce l’hanno, campano col mal di pancia del paese e non possono fare altro che insufflare (?) insoddisfazione”. Qui Donna Anna ha cominciato a gesticolare a caso, esibendo uno sguardo vieppiù posseduto e spostando pure il tono di voce in modalità “Lucifero on”. Ascoltiamola ancora: “(Insufflano) odio, cattiveria, divisione perché questa è la cosa che li tiene in pieeeeediiii!!!” (ovazione delle 16 persone presenti, età media 214 anni). Qui Donna Anna ha ripreso fiato, non prima però del colpo di grazia: “Non esistono politicamente!”. E ancora: “Sono incapaci di governare. Ma Roma qualcuno lo (?) sta guardando o no? Un partito che è l’emblema della antidemocraticità” (praticamente Grillo è Goebbels e Di Battista Himmler), “dell’opportunismo, dell’ipocrisia, della bugia elevata a sistema”. A fine arringa, Donna Anna pareva fiera e convinta d’esser stata convincente. Non sapeva che, da allora, i figli di quel padre addolorato son lì che guardano in loop il video. Ridendo di gusto. E ancor più convinti di votare 5 Stelle. (Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2017, rubrica Identikit)

Andrea Romano campione del mondo e Pallone d’oro

Schermata 2017-03-07 alle 16.30.52Da mesi gli ascolti di La7, al mattino o nel primo pomeriggio, registrano effetti schizofrenici. Lo share sale e poi scende di colpo, per poi risalire apparentemente senza logica alcuna. Dopo lunghi e ponderati studi, si è dato a tale fenomeno il nome di “Effetto Andrea Romano”. Funziona così: uno è lì che guarda L’aria che tira, oppure Coffee break o magari Tagadà. Inquadrano qualcuno e lo spettatore si ferma. Poi inquadrano Andrea Romano. E lo spettatore scappa. Ogni giorno così. E’ lo stesso coi Rondolino o con le Meli, ma con Romano forse di più. Il nostro eroe non ha doti evidenti, o se le ha le nasconde benissimo. Scrive malino, parla pallosamente. Oltremodo respingente, ha un eloquio involuto e bolso. Trasuda supponenza e purtroppo per lui non può permettersela. Fisicamente, e pure come timbro di voce, ha un che di Filippo Timi. Però peggio. Parecchio peggio. “Politico” senza che la politica ne avesse poi così bisogno, Romano ha un fiuto raro nel non beccarne mezza. Quando scriveva su La Stampa, dieci anni fa o giù di lì, puntava su D’Alema e diceva al contempo che Grillo (dopo il VDay) si sarebbe sgonfiato subito. Ci ha preso in pieno, come sempre. Dopo aver girato qualche anno a Nardella, cioè a vuoto, ha cominciato a dirci che l’unica salvezza del pianeta Terra si chiamava Monti. Poi, quando Monti nel 2013 ha giganteggiato con la sua Sciolta Civica, si è reinventato renziano. Assieme a Genny Migliore incarna il trasformista iper-governativo, perennemente in tivù a dirci che Renzi è Dio, Carbone Gobetti e la Boschi la Madonna. Romano è un po’ assurto a Ghedini di Matteo: son soddisfazioni. Più va in tivù e più porta voti agli altri, come quasi tutti i renziani, ma tanto loro non se ne accorgono mica. Prima del referendum, Romano ci diceva che con la vittoria del “no” saremmo morti tutti. L’Apocalisse sarebbe scesa sul Pianeta Terra e tutto sarebbe stato tragedia. La riforma Boschi-Verdini la conosceva pochino, infatti con Fedriga raccattò una figuraccia epocale, ma lui pontificava comunque. I risultati, ancora una volta, si sono rivelati straordinari: quel che Romano politicamente tocca, muore. O quantomeno agonizza. E’ così anche in questi giorni, quando pascola di studio in studio per difendere Renzi, sia esso Matteo o il di lui leggendario padre Tiziano, sul caso Consip. Un caso che, ovviamente, conosce più che altro per sentito dire. Epica l’ennesima figura da Gozi nei giorni scorsi con il noto criminale Marco Lillo, in forza come sapete a questo empissimo giornale. In evidente difficoltà, che è poi spesso il suo status naturale, Romano ha ricordato a Lillo di essere un giornalista anche lui. E tutto il mondo ha riso come un sol uomo (L’Unità ha riso di meno: Romano si sta adoperando per affossare pure quella). Si potrebbe dire che, a furia di cantonate e sconfitte, lo sfavillante Romano diventerà un giorno umile. E magari capirà di avere forse sbagliato “lavoro”. Macché. Ogni giorno tromboneggia con voce rugginosa e aria sicura, senza contenuti e senza pubblico, come se tre mesi fa (vamos) non fosse stato sfanculato pure lui da 19 milioni di persone. Per lui, e per i renziani, in fondo non è successo nulla. Ed è questo uno dei tanti problemi dei renziani: continuare a sentirsi Marchesi del Grillo, quando al massimo sono Pretoriani del Renzi. Cioè di nessuno. (Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2017, rubrica Identikit)

Pan del Diavolo: Supereroi

Schermata 2017-02-22 alle 11.55.22Quando fatichi a etichettare un artista, vuol dire quasi sempre che  non difetta certo in talento e fantasia. E’ il caso del Pan del Diavolo, due palermitano composto da Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo. Hanno esordito nel 2009 con un ep omonimo di quattro brani, in cui apparivano già come sono adesso: folli, geniali e oltremodo originali. I testi sembrano provenire da Marte, pieni come sono di controsensi, parole per nulla musicali (che però grazie a loro lo divengono) e accostamenti spericolati. A tutto questo fa da contraltare un impianto sonoro che poggia pressoché unicamente sulle chitarre di Bartolo, che in questo nuovissimo Supereroi raggiungono la piena maturità. Lo si può definire folk rock, ma non basta. Supereroi, senza contare l’ep d’esordio, è il quarto disco dopo Sono all’osso (2010), Piombo, polvere e carbone (2012) e FolkRockaBoom (2014). Se c’è una pur minima giustizia nel mondo della musica, Supereroi sancirà il passaggio di questa sciroccatissima e talentuosissima band dalla nicchia di lusso alla fama definitiva. Non tanto perché il successo sia di per sé necessario, ma perché ogni tanto qualche barlume di meritocrazia da queste parti aiuterebbe. Attivissimi dal vivo, dove il carisma e la voce deliberatamente urlata di Alosi esplodono al meglio, il Pandel Diavolo ha più volte sfiorato il Premio Tenco e collezionato lusinghiere recensioni. Tra queste non sono mai mancate quelle di Piero Pelù. E proprio Pelù è accanto al duo in alcuni brani (non tutti: quattro) di Supereroi. Li si nota subito, perché è evidente il tentativo di ingentilire – senza snaturare – le sonorità della band. E’ ciò che accade in Tornare da te, Supereroi, Aquila solitaria e Qui e adesso. Si avverte – come ha notato la rivista Blow Up – una sottrazione della matrice folk tipica del gruppo, e conseguentemente di certe atmosfere roots, a tutto vantaggio di una più immediata (ma mai banalmente commerciale) dimensione rock elettro-acustica. Le fiammate diavolesche, però, ci sono anche qui. Eccome. Sempre in fuga, Strisce e Messico si possono già mettere accanto ai brani migliori del Pan del Diavolo (Pertanto, Coltiverò l’ortica, Università, Africa, eccetera). L’apice dell’opera coincide con L’amore che porti, semplicemente splendida e sin d’ora una delle migliori canzoni del2017. Supereroi colpisce subito e cresce sempre più, di ascolto in ascolto. E anche questo è un bel segno. Un gran bel segno. Il duo presenterà Supereroi il 20 febbraio a Milano e il 22 a Bologna, sempre Feltrinelli e sempre ore 18. Poi il tour, che scatterà il 10 marzo ancora da Milano (Serraglio). Andate a vederli: solo così potrete godere appieno della stravagante bravura di chi, parafrasando le parole che aprono proprio il disco, attraversa tutte le città e non si è mai fermato in nessuna, “come ladri di notte a caccia nel silenzio”. La musica italiana sarà forse in crisi, o comunque non al massimo della forma, ma certe eccezioni esistono. E paiono talora dimostrare addirittura il contrario. Di queste eccezioni, il Pan del Diavolo è faro e vanto. Talento vero, di quello pazzo e deflagrante, allergico ai vincoli e alle mode. Ad averne, di musica così. (Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2017)

Gabbani un genio? In tempo di ciechi, beato l’occhio solo

Schermata 2017-02-21 alle 15.52.10La smisurata eco del grande nulla musicale, lasciato dall’ultima edizione del Festival di Sanremo, non è ancora cessata appieno. Tra i pochi a essersi guadagnati uno strapuntino di attenzione c’è certo Francesco Gabbani. Un anno fa ha vinto Sanremo Giovani tra le Nuove Proposte con Amen, quest’anno ha trionfato tra i “Campioni” con Occidentali’s Karma. Subito è scattato il dibattito: Gabbani è un genio, un paraculo di talento o un sopravvalutato? Detto che potrebbero essere pertinenti tutte e tre le definizioni, chi lo ritiene indiscutibilmente “genio” ha ascoltato al massimo il live delle Vibrazioni e la jam session tra Giusy Ferreri e Bianca Atzei (che peraltro non ha mai avuto luogo, o almeno questa è la speranza di chi scrive). Gabbani è nato a Carrara nel 1982. Ha avuto un discreto successo con la sua prima band, i Trikobalto, che una volta hanno aperto il concerto degli Stereophonics. Dal 2011 si è messo in proprio. Ha scritto testi per Celentano, per Renga e per Fausto Brizzi (la colonna sonora di Poveri ma ricchi). Occidentali’s Karma sta avendo molta fortuna. Nella sola giornata del 14 febbraio le visualizzazioni del video ufficiale hanno superato la soglia dei 20 milioni. La  piattaforma VEVO ha garantito che il record di “views” in un solo giorno per un video italiano (4.353.802) è tutto suo. Basta per dire che Gabbani è un genio? No, ma del resto lui non ha mai ambito a esserlo. Nella vita, come diceva John Holmes, basterebbe avere misura. Gabbani ha un talento per i tormentoni (lo era anche Amen) e pure per la paraculaggine. Anche nelle interviste ha sempre la faccia di chi, a scuola, prima ti chiedeva di passargli il compito e poi ti faceva “suca” con entrambe le braccia se a essere in difficoltà eri tu. Stefano Mannucci ha ricordato sul Fatto come il successo di Gabbani sia passato attraverso una clamorosa sliding door: proprio un anno fa all’Ariston, venne eliminato nella sfida con la cantante Miele e poi ripescato – dopo insurrezione della sala stampa – perché c’era stato un problema tecnico. La votazione fu ripetuta, passò Gabbani e tutto cambiò. Un’altra firma di questo giornale sommamente criminoso, Selvaggia Lucarelli, nella sua pagina Facebook ha ricordato tra le altre cose come la trovata del gorilla non sia proprio inedita e ricordi un video dell’artista e designer Lorenzo Palmeri. Pure lui, nel 2015, aveva avuto l’idea del gorilla. Palmeri lavorava nello stesso studio milanese, con lo stesso fonico e lo stesso produttore di Gabbani, che dunque poteva quantomeno citare per educazione Palmeri accanto ai 487 riferimenti piovuti in questi giorni: da Splenger a Kant, da Buddha a Kubrick, da De André (che poi era Brassens) a Battiato. E poi Eraclito, e poi Darwin, fino ad arrivare a La scimmia nuda di Desmond Morris: un libro che ora citano tutti, anche se ovviamente non l’ha letto nessuno. Pippo Baudo dice che Occidentali’s Karma, canzone riuscita e piacevolmente accattivante (voto 6+/6.5), durerà tre mesi. Forse ha ragione e forse no. La verità, come spesso capita, sta probabilmente nel mezzo. Gabbani è bravino ed è vero che il suo brano ricorda la prodigiosa Magic Shop, ma dire per questo che è “il nuovo Battiato” sarebbe come asserire che Gabbiadini è il nuovo Van Basten solo perché entrambi sono centravanti. Molto semplicemente, come recita un antico adagio, “in tempo di ciechi beato chi aveva un occhio”. Nei Sessanta e Settanta, di un Gabbani, forse neanche ce ne saremmo accorti. Adesso sì. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 19 febbraio 2017)

Bono è forse invecchiato male, The Joshua Tree proprio no

Schermata 2017-02-19 alle 11.07.17Gli U2 saranno allo Stadio Olimpico di Roma il 15 e 16 luglio. Riproporranno uno dei dischi più belli di sempre: The Joshua Tree. Quell’album così perfetto compie 30 anni. Bono ha raccontato di avere riascoltato il disco e di averlo trovato incredibilmente attuale. Così, con i compagni, ha deciso di riproporlo interamente. Comprese quelle canzoni che, nei vari tour, non ha certo riproposto costantemente. Una di queste canzoni, per nulla “minori” anche se non proprio famosissime, è la struggente One Tree Hill. Non ha la notorietà delle definitive Where The Streets Have No Name o With Or Without You, eppure per certi versi è la più importante dell’opera. One Tree Hill è una collina che si trova in Nuova Zelanda, Auckland, Cornwall Park. Un luogo sacro per il popolo Maori. Un tempo era un vulcano. Bono la scoprì nel 1984. Era appena arrivato in Nuova Zelanda ed era la sua prima volta. Gli U2 erano nel vortice del tour di The Unforgettable Fire. Bono arrivò di notte e, per colpa del jet lag, non riuscì a dormire. Chiese così di visitare la zona. Uno di quelli che lo accompagnarono, quella notte, fu Greg Carroll. Un ragazzo maori di poco più di 20 anni. Un roadie, uno di quei tuttofare senza i quali molte band non sarebbero durate più di tre mesi. Il legame tra Bono (e in generale tutti gli U2) e Carroll fu tale che il ragazzo lì seguì in Irlanda e in tutto il mondo. E’ Carroll, per esempio, l’uomo che restituisce il microfono a Bono dopo che il cantante si è gettato tra la folla durante il Live Aid. Il 3 luglio 1986, a Dublino, Carroll fu investito e ucciso da un’auto. Era notte e stava piovendo. Carroll stava riportando una moto di Bono nella sua villa. Il cantante era appena atterrato a Dallas con Willie Nelson. Non appena seppe la notizia, tornò indietro a Dublino. Poi, con la moglie e la band, riportò il corpo di Carroll in Nuova Zelanda. Al funerale cantò Knockin’ on Heaven’s Door e Let It Be. A Carroll, Bono dedicò di getto One Tree Hill, che confluì in The Joshua Tree. E’ la nona traccia delle undici complessive. Ne fu tratto anche un singolo, pubblicato solo in Nuova Zelanda. Il disco uscì il 9 marzo 1987. Nel disco venne inserita la versione con il primo cantato, perché Bono non credeva di poter replicare una seconda volta quella emozione. Dal vivo l’ha sempre eseguita poco, reputandola una canzone troppo intima. A Carroll non è dedicata solo quella traccia, ma tutto The Joshua Tree. L’album ha venduto più di 25 milioni di copie. Inizialmente doveva intitolarsi The Two Americas, oppure The Desert Songs. Il “deserto” torna anche nella celebre foto di copertina, scattata da Anton Corbijn lungo la Route 190 in California: “La scelta del deserto mi sembrò naturale in un anno che ancora oggi ricordo come molto difficile per me. Ero in crisi con mia moglie e morì un carissimo amico”. L’amico era Greg Carroll. “Recentemente l’ho riascoltato dopo quasi 30 anni”, dice oggi Bono. “E’ come un’opera. Tante emozioni che sono stranamente attuali: l’amore, la perdita, i sogni spezzati, la ricerca dell’oblio, la polarizzazione”. Riproporre oggi The Joshua Tree può apparire nostalgico o tradire una mancanza di ispirazione. Oppure entrambe le cose. Lo stesso Bono è cambiato oltremodo, tra accuse di evasione fiscale, esondazioni mistiche, ecumenismi retorici e infatuazioni per i primi Renzi che passano. Pazienza: i miti invecchiano, e spesso invecchiano male, ma certi capolavori restano. (Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2017, rubrica Identikit)

Ivan Graziani, artista irregolare e geniale

Schermata 2017-02-07 alle 15.38.35Senza memoria non si va da nessuna parte, e la memoria è un muscolo che si atrofizza: se non la eserciti di continuo, smette di funzionare. Dimentica tutto, e noi con lei. Se capita con ciò che attiene alla Storia, e noi italiani dovremmo saperlo bene, finisci per commettere gli stessi errori del passato (che però non ricordi più). Se accade con l’Arte, smarrisci spesso la smisurata grandezza di chi ha regalato genio e bellezza. E’ il caso di Ivan Graziani. Manca da più di vent’anni: se n’è andato il Primo Gennaio 1997, sei anni prima di Giorgio Gaber e come molti altre voci italiane che ci hanno salutato anzitempo in quel mese. Come Tenco e come De André, che non per nulla scrisse cinquant’anni fa Preghiera in gennaio. Ivan Graziani, talento smisurato e anomalo, dimenticato (non da tutti) e sottovalutato (da troppi), è stato colui che per primo ha saputo coniugare in Italia rock e canzone d’autore. Due mondi alieni per la molta critica, e pure per troppi cantautori tromboni: ma non per Ivan. Lo si capisce bene anche da questo triplo cd appena uscito per la Sony, “Rock e Ballate per quattro stagioni”. Trentacinque brani prodigiosi, più la riproposizione dell’album postumo Per sempre Ivan (1999). Dentro è possibile ritrovare quella “voce da bambina depravata” (la definizione è dello stesso Ivan), quella scrittura così cinematografica e quella capacità di fotografare (anzitutto) donne e quotidianità. Cacciatore di dettagli per altri insignificanti ma per lui decisivi, Graziani era troppo poco “politico” per la critica fastidiosamente militante e troppo poco noioso per assurgere a “cantautore depositario del Verbo”. La sua cifra è l’unicità, perché nessuno è stato sommamente originale come lui. Nella città di nascita (Teramo). Nell’apprendistato Schermata 2017-02-07 alle 15.39.10(l’arte, il disegno, la scultura, il fumetto). Nei primi lavori (dischi strumentali, brani in inglese). Nel look, nella voce. Nell’uso della lingua. In tutto. Compreso quel desiderio ostinato di non essere etichettato mai, al punto da dire no – quando ancora non era nessuno – a Mina, Mogol, Pfm e chissà quanti altri. Chitarrista strepitoso (cercatevi su YouTube la versione live de Il topo nel formaggio), prima della carriera solista lo si trova in dischi di Venditti, De Gregori e soprattutto Battisti: Lucio era un amico autentico, che ne comprese appieno il talento. Talento che, ieri come oggi, seduce e ammalia in Olanda e PasquaLugano addioFuoco sulla collina (tra le canzoni più belle della musica italiana), Paolina e Signora bionda dei ciliegi. Generatore inesausto di riff irresistibili, la sua chitarra fiammeggia ancora in Motocross, Pigro, Monna Lisa, Il chitarrista e Taglia la testa al gallo. Sapeva anche esplorare il noir: il primo omicidio di Fango, il dramma della droga in Dada. Non è possibile trovare artisti a lui assimilabili, se non per certi versi Edoardo Bennato e Rino Gaetano. Tutti irregolari come lui e per questo sottovalutati. E’ il destino di pionieri e rivoluzionari: non tutti, anzi pochi, li capiscono immediatamente. Ivan Graziani ha dato il meglio di sé tra la seconda metà dei Settanta e i primi Ottanta. Gli riusciva tutto: album come Pigro e Agnese dolce Agneseerano e restano, semplicemente, perfetti. Negli Ottanta – decennio tremendo per molti cantautori – si è parzialmente smarrito, salvo poi ritrovarsi tornando alla sacra fonte del rock (Ivangarage). Pure nei Novanta, da Kryptonite a Maledette malelingue, il talento guizzava ancora. Alberto Radius, chitarrista di Battisti e Formula 3, di lui ha detto che è stato “l’unico chitarrista al contempo ritmico e virtuoso”. Analoghe le parole di Antonello Venditti: «Ivan riusciva a cantare sulla chitarra elettrica come nessuno in Italia sapeva fare». Ossessionato dall’idea di libertà totale e per questo in conflitto con i discografici, che riteneva quasi sempre dei gran rompicoglioni stupidi e ancor più dannosi, Graziani ha toccato i grandi temi del cantautorato italiano: l’ingiustizia, la diversità. La pigrizia (e la morte) mentale. La finta rivoluzione dei presunti ribelli, dietro cui si cela il conservatorismo peggiore. Lo ha fatto sempre a modo suo: un modo bellissimo. Ha cantato la provincia e la tradizione, il nuovo e il vecchio, l’amore e il sesso (tanto sesso). L’alto e il basso. Ha scritto, cantato e inventato brani definitivi. Divertenti, commoventi: immortali. Uno spettacolo. Per dirla in breve, Ivan Graziani è stato un genio. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2017)

Cosa resterà di Ligabue?

Schermata 2017-02-07 alle 13.46.07Luciano Ligabue ha dovuto rinviare le cinque date previste a Roma. Ha un edema alle corde vocali. Gli auguriamo di rimettersi presto. Il 57enne cantante di Correggio sta comunque vivendo un bel periodo. Con gli amici ha pure ricostruito il vecchio bar della compagnia in una villa, dove trascorre i venerdì sera in campagna. E proprio il venerdì compare nel titolo del terzo singolo tratto dall’ultimo disco Made in Italy(l’undicesimo in studio): E’ venerdì, non mi rompete i coglioni. Nelle intenzioni, e forse nei fatti, Made in Italy è «una dichiarazione d’amore frustrata verso questo Paese raccontata attraverso la storia di un personaggio». Il personaggio si chiama Riko. Il disco è di fatto un concept album, come si usava soprattutto a cavallo tra Sessanta e Settanta. Per fortuna dei fan, ma anche di Ligabue, Made in Italy è molto meno brutto del primo singolo G come giungla, tra le cose meno ispirate di una carriera ormai trentennale. La canzone rientra nella galassia delle “quasi invettive” care (purtroppo) all’artista, un uomo che forse per esistenzialismo (?) e forse per calcolo dice spesso tutto e niente: anche nelle presunte “invettive”, terrorizzato verosimilmente di perdere fan mettendosi troppo in gioco. Sarà anche per questo che, quando ha insensatamente cercato di reinterpretare la totemica Qualcuno era comunista, è inciampato nella cover più terrificante degli ultimi 117 anni. Del resto, da un punto di vista di coraggio e iconoclastia (per non parlare poi del talento), Ligabue sta a Giorgio Gaber come Bianca Atzei a Janis Joplin. Ligabue ha significato molto per i quarantenni di oggi e significa tanto anche per i più giovani. Il suo successo dura da decenni, segno che ha saputo parlare a più generazioni: onore a lui. La critica lo accosta da sempre a Vasco Rossi, che una volta lo definì “una goccia di talento in un mare di presunzione”. Lui, ogni volta, ripete che giocano due sport diversi. Ha ragione. L’accostamento che preferisce è quello con Lucio Battisti, solo che i punti di contatto risiedono unicamente nella capacità di entrambi di incidere nell’immaginario collettivo. Per il resto, Battisti era un genio e Liga un mediano. Battisti inventava musica, creava nuovi mondi, generava canzoni oltremodo longeve. Già: la longevità. Lucio, Vasco, Liga. Se riascoltiamo oggi Innocenti evasioni, ci emozioniamo ancora. Se riascoltiamo oggi Ridere di te, ci emozioniamo ancora. Quanto di tutto questo accade con Ligabue? La sua produzione è andata artisticamente calando (crollando?) da Buon compleanno Elvis in poi, e parliamo ormai del 1995. Pure i primi dischi, riascoltati oggi, suonano però più vecchi che vintage. Paradossalmente uno di quelli che sta meglio è Sopravvissuti e sopravviventi, clamorosamente sottovalutato nel 1993. Parafrasando Raf: cosa resterà di questo Ligabue? Domanda lecita, che però non va fatta in presenza del diretto interessato, più permaloso di una mina (questa è di Daniele Luttazzi) e aduso a concedere interviste solo a chi lo ritiene l’erede di Mick Jagger. Cosa resterà, musicalmente, di Ligabue? Gli artisti (veri) possono invecchiare, ma la loro arte no. Chissà: magari, del Liga, resterà più che altro Radiofreccia. Il suo primo, splendido film. Ed è certo curioso che di un celebratissimo cantante torni anzitutto alla memoria un film. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio, rubrica Identikit)

Renzi, Grillo, Salvini, D’Alema eccetera: chi è più in forma? (Se la politica fosse Formula 1)

idoloSe si votasse domani, e l’ipotesi sembra sempre meno concreta, chi si presenterebbe più in forma? Immaginate la politica italiana come se fosse una gara di Formula 1. Ci sono le qualifiche, poi le prove e quindi la gara. Ognuno insegue il tempo migliore. Chi lo trova e chi no. Soprattutto no. Ecco i “tempi” dei piloti principali.
Prima fila
Renzi
. E’ al minimo storico, e tenendo conto che non è mai stato Adenauer siamo a livelli rasoterra. Anzi meno. A Rimini si è presentato bollito, rancoroso e sempre più intriso di quelle battutine stantie da Panariello grullo. Ai suoi dice che “ormai è un tiro al piccione e il piccione sono io”, piagnucolando livido come il bimbo bizzoso che è. Ormai lo zimbella chiunque, persino il primo Francesco Boccia che passa. Vive un golgota lento e parrebbe indicibile. Ciò, tocca ammetterlo, dona gioia. Dalle Europee 2014 non ne indovina mezza. Se non è ancora morto politicamente dopo il treno in faccia del 4 dicembre (Festa Nazionale della Torcida Inesausta), è solo perché gode ancora del voto degli “abitudinari”. Quelli alla Zucconi, secondo cui “voto Renzi perché voto PCI dal ‘64” (sì, buonanotte Zucconi). Attenzione però a darlo per finito: guida (ancora) il partito più potente e in Italia tutto è possibile. Anzitutto l’Apocalisse. (Se Renzi fosse un pilota di Formula 1 sarebbe Jean Alesi. Che parlava tanto. Ma tanto. E poi non vinceva mai)
Schermata 2017-02-03 alle 11.52.40Grillo. Chi lo capisce è bravo. Se la ride pensando a chi, sin dal primo VDay del 2007, lo riteneva “un fenomeno passeggero come l’Uomo Qualunque” (come no). Il M5S, sotto il 30%, non va. E’ in salute e l’Itatroiaium – quel che resta dell’obbrobrioso Italicum – gli regala il ruolo di opposizione forte: il 40% da solo è quasi impossibile, ma il proporzionale garantisce una presenza massiccia senza troppe responsabilità. Il massimo. Al tempo stesso, il lento calvario della Raggi di sicuro non rafforza il M5S. Grillo mantiene poi posizioni equivoche su Trump, alimentando gli umori belluini di quella parte di elettorato destrorso che conosce la politica (e la democrazia) come Di Maio la storia del Cile (e del Venezuela). I 5 Stelle sono così: ci trovi gente splendida, tipo Morra o Appendino, ma ci becchi pure i Sibilia e le Lombardi. Tutto e niente. (Se Grillo fosse una Formula 1, prima farebbe la pole position e poi manderebbe affanculo il cronometro)
Seconda fila
Salvini. Delira a raffica e sa di delirare. Ieri ha persino difeso i nativi d’America indossando la t-shirt di Trump, che è come andare all’asilo con la maglia di Erode. Si adatta al contesto: se parla con Cruciani vomita slogan idioti, se va dalla Gruber si improvvisa statista (moon boot a parte). Sa usare la tivù, conosce la piazza e – al netto dei limiti strutturali – ha il merito di avere cavalcato sin dall’inizio battaglie meritorie: le pensioni, le banche, gli esodati. Tutte battaglie un tempo di sinistra, se solo la sinistra in Italia non coincidesse con Renzi. Cioè col centrodestra. (Se Salvini fosse una Formula 1 arriverebbe sempre dietro a Hamilton. E darebbe la colpa al colore della pelle).
Meloni. Una delle più preparate nel centrodestra. Irricevibile quando parla di famiglia e “tradizione”, neanche ambisse al ruolo tremebondo di Adinolfi magra, è assai più efficace su economia e lavoro. Di meglio, a destra, non pare esserci. Anche lei, come l’amico e sodale Salvini, è camaleontica: da Del Debbio parla alla pancia, mentre a Otto e metro fa l’anti-establishment pensosa. (Se Meloni fosse una Formula 1, metterebbe come minimo l’olio di ricino nel serbatoio di Alfano)
Terza fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.53.34D’Alema. Ci voleva Renzi per fargli dire qualcosa di sinistra (per quegli strani scherzi del fato, nel frattempo è Nanni Moretti ad aver smesso di dire qualcosa di sinistra. Vedi tu che sfiga). Il clima referendario gli ha ridato una forma Slam che neanche Federer a Melbourne. Sempre adorabilmente saccente e borioso, è delizioso quando infierisce – con sadismo indomito – su niente. Cioè sul renzismo. Vecchio satanasso di un Conte Max. (Se D’Alema fosse una Formula 1, non sarebbe mai una Ferrari. Troppo rossa. Troppo volgare)
Berlusconi. Se ne sta zitto. Lascia litigare gli altri. E si prepara come sempre a passare all’incasso, con un proporzionale che lo può rendere il vecchio ago della bilancia: bentornata Prima Repubblica, anche se ti ricordavamo meno brutta di così. (Se Silvio fosse una Formula 1, sarebbe una safety car che entra nel circuito a casaccio. Dettando regole tutte sue)
Quarta fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.54.15Emiliano/Rossi/Bersani eccetera
. Appunto: siete in troppi. Impeccabili – nonché godibilissimi – quando spargono sale sulle ferite renziane, non si è ancora capito cosa vogliano fare. Il Congresso? L’Internazionale? L’Ulivo 2 La Vendetta? O forse il Nuovo Sol dell’Avvenire? Boh.  Spiegatecelo, ragazzi: non tutti hanno i superneuroni della Picierno. (Se fossero una Formula 1, sbaglierebbero partenza)
Civati/Fassina. Hanno avuto il coraggio di uscire. E si sono pure sbattuti molto (soprattutto il primo) per il “no”. Bravi. Hanno però il demerito, e il masochismo, di consegnarsi ogni volta all’irrilevanza politica. (Se fossero una Formula 1, la tivù non li inquadrerebbe mai)
Ultima fila (ma proprio ultima, eh)
Alfano
. Non esiste: Alfano non esiste. Mettetevelo in testa: Alfano non esiste. E’ solo una categoria hegeliana dello spirito. (Se Alfano fosse una Formula 1, uscirebbe di pista durante il warm up. E non se ne accorgerebbe nessuno. Neanche lui)

Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017