Il Fatto Quotidiano

Bono è forse invecchiato male, The Joshua Tree proprio no

Schermata 2017-02-19 alle 11.07.17Gli U2 saranno allo Stadio Olimpico di Roma il 15 e 16 luglio. Riproporranno uno dei dischi più belli di sempre: The Joshua Tree. Quell’album così perfetto compie 30 anni. Bono ha raccontato di avere riascoltato il disco e di averlo trovato incredibilmente attuale. Così, con i compagni, ha deciso di riproporlo interamente. Comprese quelle canzoni che, nei vari tour, non ha certo riproposto costantemente. Una di queste canzoni, per nulla “minori” anche se non proprio famosissime, è la struggente One Tree Hill. Non ha la notorietà delle definitive Where The Streets Have No Name o With Or Without You, eppure per certi versi è la più importante dell’opera. One Tree Hill è una collina che si trova in Nuova Zelanda, Auckland, Cornwall Park. Un luogo sacro per il popolo Maori. Un tempo era un vulcano. Bono la scoprì nel 1984. Era appena arrivato in Nuova Zelanda ed era la sua prima volta. Gli U2 erano nel vortice del tour di The Unforgettable Fire. Bono arrivò di notte e, per colpa del jet lag, non riuscì a dormire. Chiese così di visitare la zona. Uno di quelli che lo accompagnarono, quella notte, fu Greg Carroll. Un ragazzo maori di poco più di 20 anni. Un roadie, uno di quei tuttofare senza i quali molte band non sarebbero durate più di tre mesi. Il legame tra Bono (e in generale tutti gli U2) e Carroll fu tale che il ragazzo lì seguì in Irlanda e in tutto il mondo. E’ Carroll, per esempio, l’uomo che restituisce il microfono a Bono dopo che il cantante si è gettato tra la folla durante il Live Aid. Il 3 luglio 1986, a Dublino, Carroll fu investito e ucciso da un’auto. Era notte e stava piovendo. Carroll stava riportando una moto di Bono nella sua villa. Il cantante era appena atterrato a Dallas con Willie Nelson. Non appena seppe la notizia, tornò indietro a Dublino. Poi, con la moglie e la band, riportò il corpo di Carroll in Nuova Zelanda. Al funerale cantò Knockin’ on Heaven’s Door e Let It Be. A Carroll, Bono dedicò di getto One Tree Hill, che confluì in The Joshua Tree. E’ la nona traccia delle undici complessive. Ne fu tratto anche un singolo, pubblicato solo in Nuova Zelanda. Il disco uscì il 9 marzo 1987. Nel disco venne inserita la versione con il primo cantato, perché Bono non credeva di poter replicare una seconda volta quella emozione. Dal vivo l’ha sempre eseguita poco, reputandola una canzone troppo intima. A Carroll non è dedicata solo quella traccia, ma tutto The Joshua Tree. L’album ha venduto più di 25 milioni di copie. Inizialmente doveva intitolarsi The Two Americas, oppure The Desert Songs. Il “deserto” torna anche nella celebre foto di copertina, scattata da Anton Corbijn lungo la Route 190 in California: “La scelta del deserto mi sembrò naturale in un anno che ancora oggi ricordo come molto difficile per me. Ero in crisi con mia moglie e morì un carissimo amico”. L’amico era Greg Carroll. “Recentemente l’ho riascoltato dopo quasi 30 anni”, dice oggi Bono. “E’ come un’opera. Tante emozioni che sono stranamente attuali: l’amore, la perdita, i sogni spezzati, la ricerca dell’oblio, la polarizzazione”. Riproporre oggi The Joshua Tree può apparire nostalgico o tradire una mancanza di ispirazione. Oppure entrambe le cose. Lo stesso Bono è cambiato oltremodo, tra accuse di evasione fiscale, esondazioni mistiche, ecumenismi retorici e infatuazioni per i primi Renzi che passano. Pazienza: i miti invecchiano, e spesso invecchiano male, ma certi capolavori restano. (Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2017, rubrica Identikit)

Ivan Graziani, artista irregolare e geniale

Schermata 2017-02-07 alle 15.38.35Senza memoria non si va da nessuna parte, e la memoria è un muscolo che si atrofizza: se non la eserciti di continuo, smette di funzionare. Dimentica tutto, e noi con lei. Se capita con ciò che attiene alla Storia, e noi italiani dovremmo saperlo bene, finisci per commettere gli stessi errori del passato (che però non ricordi più). Se accade con l’Arte, smarrisci spesso la smisurata grandezza di chi ha regalato genio e bellezza. E’ il caso di Ivan Graziani. Manca da più di vent’anni: se n’è andato il Primo Gennaio 1997, sei anni prima di Giorgio Gaber e come molti altre voci italiane che ci hanno salutato anzitempo in quel mese. Come Tenco e come De André, che non per nulla scrisse cinquant’anni fa Preghiera in gennaio. Ivan Graziani, talento smisurato e anomalo, dimenticato (non da tutti) e sottovalutato (da troppi), è stato colui che per primo ha saputo coniugare in Italia rock e canzone d’autore. Due mondi alieni per la molta critica, e pure per troppi cantautori tromboni: ma non per Ivan. Lo si capisce bene anche da questo triplo cd appena uscito per la Sony, “Rock e Ballate per quattro stagioni”. Trentacinque brani prodigiosi, più la riproposizione dell’album postumo Per sempre Ivan (1999). Dentro è possibile ritrovare quella “voce da bambina depravata” (la definizione è dello stesso Ivan), quella scrittura così cinematografica e quella capacità di fotografare (anzitutto) donne e quotidianità. Cacciatore di dettagli per altri insignificanti ma per lui decisivi, Graziani era troppo poco “politico” per la critica fastidiosamente militante e troppo poco noioso per assurgere a “cantautore depositario del Verbo”. La sua cifra è l’unicità, perché nessuno è stato sommamente originale come lui. Nella città di nascita (Teramo). Nell’apprendistato Schermata 2017-02-07 alle 15.39.10(l’arte, il disegno, la scultura, il fumetto). Nei primi lavori (dischi strumentali, brani in inglese). Nel look, nella voce. Nell’uso della lingua. In tutto. Compreso quel desiderio ostinato di non essere etichettato mai, al punto da dire no – quando ancora non era nessuno – a Mina, Mogol, Pfm e chissà quanti altri. Chitarrista strepitoso (cercatevi su YouTube la versione live de Il topo nel formaggio), prima della carriera solista lo si trova in dischi di Venditti, De Gregori e soprattutto Battisti: Lucio era un amico autentico, che ne comprese appieno il talento. Talento che, ieri come oggi, seduce e ammalia in Olanda e PasquaLugano addioFuoco sulla collina (tra le canzoni più belle della musica italiana), Paolina e Signora bionda dei ciliegi. Generatore inesausto di riff irresistibili, la sua chitarra fiammeggia ancora in Motocross, Pigro, Monna Lisa, Il chitarrista e Taglia la testa al gallo. Sapeva anche esplorare il noir: il primo omicidio di Fango, il dramma della droga in Dada. Non è possibile trovare artisti a lui assimilabili, se non per certi versi Edoardo Bennato e Rino Gaetano. Tutti irregolari come lui e per questo sottovalutati. E’ il destino di pionieri e rivoluzionari: non tutti, anzi pochi, li capiscono immediatamente. Ivan Graziani ha dato il meglio di sé tra la seconda metà dei Settanta e i primi Ottanta. Gli riusciva tutto: album come Pigro e Agnese dolce Agneseerano e restano, semplicemente, perfetti. Negli Ottanta – decennio tremendo per molti cantautori – si è parzialmente smarrito, salvo poi ritrovarsi tornando alla sacra fonte del rock (Ivangarage). Pure nei Novanta, da Kryptonite a Maledette malelingue, il talento guizzava ancora. Alberto Radius, chitarrista di Battisti e Formula 3, di lui ha detto che è stato “l’unico chitarrista al contempo ritmico e virtuoso”. Analoghe le parole di Antonello Venditti: «Ivan riusciva a cantare sulla chitarra elettrica come nessuno in Italia sapeva fare». Ossessionato dall’idea di libertà totale e per questo in conflitto con i discografici, che riteneva quasi sempre dei gran rompicoglioni stupidi e ancor più dannosi, Graziani ha toccato i grandi temi del cantautorato italiano: l’ingiustizia, la diversità. La pigrizia (e la morte) mentale. La finta rivoluzione dei presunti ribelli, dietro cui si cela il conservatorismo peggiore. Lo ha fatto sempre a modo suo: un modo bellissimo. Ha cantato la provincia e la tradizione, il nuovo e il vecchio, l’amore e il sesso (tanto sesso). L’alto e il basso. Ha scritto, cantato e inventato brani definitivi. Divertenti, commoventi: immortali. Uno spettacolo. Per dirla in breve, Ivan Graziani è stato un genio. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2017)

Cosa resterà di Ligabue?

Schermata 2017-02-07 alle 13.46.07Luciano Ligabue ha dovuto rinviare le cinque date previste a Roma. Ha un edema alle corde vocali. Gli auguriamo di rimettersi presto. Il 57enne cantante di Correggio sta comunque vivendo un bel periodo. Con gli amici ha pure ricostruito il vecchio bar della compagnia in una villa, dove trascorre i venerdì sera in campagna. E proprio il venerdì compare nel titolo del terzo singolo tratto dall’ultimo disco Made in Italy(l’undicesimo in studio): E’ venerdì, non mi rompete i coglioni. Nelle intenzioni, e forse nei fatti, Made in Italy è «una dichiarazione d’amore frustrata verso questo Paese raccontata attraverso la storia di un personaggio». Il personaggio si chiama Riko. Il disco è di fatto un concept album, come si usava soprattutto a cavallo tra Sessanta e Settanta. Per fortuna dei fan, ma anche di Ligabue, Made in Italy è molto meno brutto del primo singolo G come giungla, tra le cose meno ispirate di una carriera ormai trentennale. La canzone rientra nella galassia delle “quasi invettive” care (purtroppo) all’artista, un uomo che forse per esistenzialismo (?) e forse per calcolo dice spesso tutto e niente: anche nelle presunte “invettive”, terrorizzato verosimilmente di perdere fan mettendosi troppo in gioco. Sarà anche per questo che, quando ha insensatamente cercato di reinterpretare la totemica Qualcuno era comunista, è inciampato nella cover più terrificante degli ultimi 117 anni. Del resto, da un punto di vista di coraggio e iconoclastia (per non parlare poi del talento), Ligabue sta a Giorgio Gaber come Bianca Atzei a Janis Joplin. Ligabue ha significato molto per i quarantenni di oggi e significa tanto anche per i più giovani. Il suo successo dura da decenni, segno che ha saputo parlare a più generazioni: onore a lui. La critica lo accosta da sempre a Vasco Rossi, che una volta lo definì “una goccia di talento in un mare di presunzione”. Lui, ogni volta, ripete che giocano due sport diversi. Ha ragione. L’accostamento che preferisce è quello con Lucio Battisti, solo che i punti di contatto risiedono unicamente nella capacità di entrambi di incidere nell’immaginario collettivo. Per il resto, Battisti era un genio e Liga un mediano. Battisti inventava musica, creava nuovi mondi, generava canzoni oltremodo longeve. Già: la longevità. Lucio, Vasco, Liga. Se riascoltiamo oggi Innocenti evasioni, ci emozioniamo ancora. Se riascoltiamo oggi Ridere di te, ci emozioniamo ancora. Quanto di tutto questo accade con Ligabue? La sua produzione è andata artisticamente calando (crollando?) da Buon compleanno Elvis in poi, e parliamo ormai del 1995. Pure i primi dischi, riascoltati oggi, suonano però più vecchi che vintage. Paradossalmente uno di quelli che sta meglio è Sopravvissuti e sopravviventi, clamorosamente sottovalutato nel 1993. Parafrasando Raf: cosa resterà di questo Ligabue? Domanda lecita, che però non va fatta in presenza del diretto interessato, più permaloso di una mina (questa è di Daniele Luttazzi) e aduso a concedere interviste solo a chi lo ritiene l’erede di Mick Jagger. Cosa resterà, musicalmente, di Ligabue? Gli artisti (veri) possono invecchiare, ma la loro arte no. Chissà: magari, del Liga, resterà più che altro Radiofreccia. Il suo primo, splendido film. Ed è certo curioso che di un celebratissimo cantante torni anzitutto alla memoria un film. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio, rubrica Identikit)

Renzi, Grillo, Salvini, D’Alema eccetera: chi è più in forma? (Se la politica fosse Formula 1)

idoloSe si votasse domani, e l’ipotesi sembra sempre meno concreta, chi si presenterebbe più in forma? Immaginate la politica italiana come se fosse una gara di Formula 1. Ci sono le qualifiche, poi le prove e quindi la gara. Ognuno insegue il tempo migliore. Chi lo trova e chi no. Soprattutto no. Ecco i “tempi” dei piloti principali.
Prima fila
Renzi
. E’ al minimo storico, e tenendo conto che non è mai stato Adenauer siamo a livelli rasoterra. Anzi meno. A Rimini si è presentato bollito, rancoroso e sempre più intriso di quelle battutine stantie da Panariello grullo. Ai suoi dice che “ormai è un tiro al piccione e il piccione sono io”, piagnucolando livido come il bimbo bizzoso che è. Ormai lo zimbella chiunque, persino il primo Francesco Boccia che passa. Vive un golgota lento e parrebbe indicibile. Ciò, tocca ammetterlo, dona gioia. Dalle Europee 2014 non ne indovina mezza. Se non è ancora morto politicamente dopo il treno in faccia del 4 dicembre (Festa Nazionale della Torcida Inesausta), è solo perché gode ancora del voto degli “abitudinari”. Quelli alla Zucconi, secondo cui “voto Renzi perché voto PCI dal ‘64” (sì, buonanotte Zucconi). Attenzione però a darlo per finito: guida (ancora) il partito più potente e in Italia tutto è possibile. Anzitutto l’Apocalisse. (Se Renzi fosse un pilota di Formula 1 sarebbe Jean Alesi. Che parlava tanto. Ma tanto. E poi non vinceva mai)
Schermata 2017-02-03 alle 11.52.40Grillo. Chi lo capisce è bravo. Se la ride pensando a chi, sin dal primo VDay del 2007, lo riteneva “un fenomeno passeggero come l’Uomo Qualunque” (come no). Il M5S, sotto il 30%, non va. E’ in salute e l’Itatroiaium – quel che resta dell’obbrobrioso Italicum – gli regala il ruolo di opposizione forte: il 40% da solo è quasi impossibile, ma il proporzionale garantisce una presenza massiccia senza troppe responsabilità. Il massimo. Al tempo stesso, il lento calvario della Raggi di sicuro non rafforza il M5S. Grillo mantiene poi posizioni equivoche su Trump, alimentando gli umori belluini di quella parte di elettorato destrorso che conosce la politica (e la democrazia) come Di Maio la storia del Cile (e del Venezuela). I 5 Stelle sono così: ci trovi gente splendida, tipo Morra o Appendino, ma ci becchi pure i Sibilia e le Lombardi. Tutto e niente. (Se Grillo fosse una Formula 1, prima farebbe la pole position e poi manderebbe affanculo il cronometro)
Seconda fila
Salvini. Delira a raffica e sa di delirare. Ieri ha persino difeso i nativi d’America indossando la t-shirt di Trump, che è come andare all’asilo con la maglia di Erode. Si adatta al contesto: se parla con Cruciani vomita slogan idioti, se va dalla Gruber si improvvisa statista (moon boot a parte). Sa usare la tivù, conosce la piazza e – al netto dei limiti strutturali – ha il merito di avere cavalcato sin dall’inizio battaglie meritorie: le pensioni, le banche, gli esodati. Tutte battaglie un tempo di sinistra, se solo la sinistra in Italia non coincidesse con Renzi. Cioè col centrodestra. (Se Salvini fosse una Formula 1 arriverebbe sempre dietro a Hamilton. E darebbe la colpa al colore della pelle).
Meloni. Una delle più preparate nel centrodestra. Irricevibile quando parla di famiglia e “tradizione”, neanche ambisse al ruolo tremebondo di Adinolfi magra, è assai più efficace su economia e lavoro. Di meglio, a destra, non pare esserci. Anche lei, come l’amico e sodale Salvini, è camaleontica: da Del Debbio parla alla pancia, mentre a Otto e metro fa l’anti-establishment pensosa. (Se Meloni fosse una Formula 1, metterebbe come minimo l’olio di ricino nel serbatoio di Alfano)
Terza fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.53.34D’Alema. Ci voleva Renzi per fargli dire qualcosa di sinistra (per quegli strani scherzi del fato, nel frattempo è Nanni Moretti ad aver smesso di dire qualcosa di sinistra. Vedi tu che sfiga). Il clima referendario gli ha ridato una forma Slam che neanche Federer a Melbourne. Sempre adorabilmente saccente e borioso, è delizioso quando infierisce – con sadismo indomito – su niente. Cioè sul renzismo. Vecchio satanasso di un Conte Max. (Se D’Alema fosse una Formula 1, non sarebbe mai una Ferrari. Troppo rossa. Troppo volgare)
Berlusconi. Se ne sta zitto. Lascia litigare gli altri. E si prepara come sempre a passare all’incasso, con un proporzionale che lo può rendere il vecchio ago della bilancia: bentornata Prima Repubblica, anche se ti ricordavamo meno brutta di così. (Se Silvio fosse una Formula 1, sarebbe una safety car che entra nel circuito a casaccio. Dettando regole tutte sue)
Quarta fila
Schermata 2017-02-03 alle 11.54.15Emiliano/Rossi/Bersani eccetera
. Appunto: siete in troppi. Impeccabili – nonché godibilissimi – quando spargono sale sulle ferite renziane, non si è ancora capito cosa vogliano fare. Il Congresso? L’Internazionale? L’Ulivo 2 La Vendetta? O forse il Nuovo Sol dell’Avvenire? Boh.  Spiegatecelo, ragazzi: non tutti hanno i superneuroni della Picierno. (Se fossero una Formula 1, sbaglierebbero partenza)
Civati/Fassina. Hanno avuto il coraggio di uscire. E si sono pure sbattuti molto (soprattutto il primo) per il “no”. Bravi. Hanno però il demerito, e il masochismo, di consegnarsi ogni volta all’irrilevanza politica. (Se fossero una Formula 1, la tivù non li inquadrerebbe mai)
Ultima fila (ma proprio ultima, eh)
Alfano
. Non esiste: Alfano non esiste. Mettetevelo in testa: Alfano non esiste. E’ solo una categoria hegeliana dello spirito. (Se Alfano fosse una Formula 1, uscirebbe di pista durante il warm up. E non se ne accorgerebbe nessuno. Neanche lui)

Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017

Elogio di George Harrison, genio autentico

Schermata 2017-02-03 alle 11.48.27Stretto nella morsa tra John Lennon e Paul McCartney, quel gran genio anomalo e spesso accecante di George Harrison non è forse conosciuto appieno. Non come dovrebbe, almeno. Una buona e anzi ottima maniera di innamorarsi di lui è l’uscita – il 24 febbraio – di The Vinyl Collection. Il cofanetto includerà tutti i 12 album in studio con le grafiche originali, oltre a Live In Japan e a 2 picture disc 12’’ di ‘When We Was Fab’ e ‘Got My Mind Set On You’. Tutti gli album sono stampati in vinile 180gr e racchiusi in un box rigido con copertina lenticolare in edizione limitata. Sia le rimasterizzazioni che il taglio dei vinili sono stati realizzati nei Capital Studios. Per l’occasione verrà ristampata anche la biografia I Me Mine. Uscì una prima volta nel 1980, frutto della conversazione di Harrison con Derek Taylor, amico e addetto stampa dei Beatles. La nuova versione del libro è estesa, raccontando l’intera carriera di Harrison anche attraverso le note a 141 canzoni. I testi scritti a mano sono riprodotti a colori e nelle 632 pagine compaiono non poche foto inedite. Il progetto è stato fortemente voluto dalla famiglia Harrison e c’è pure, per chi vuole, un giradischi griffato Harrison in soli 2500 esemplari. Per quanto con Spotify sia diventato tutto relativo, anzitutto l’acquisto di dischi (e cofanetti), The Vinyl Collection è un gioiello vero. Compiti per casa: guardate, e se lo avete già fatto rifatelo, il film che Martin Scorsese ha dedicato a George Harrison. Si intitola Living in a material world ed è uno dei documentari più belli che siano mai stati concepiti. Emerge nitidamente la figura problematica di un uomo costantemente sfibrato tra l’anelito alla pace (all’ascetismo, al misticismo, alla trascendenza) e la concretezza brutale del “mondo militare” (i soldi, il successo, i tradimenti, gli scazzi coi Beatles e non solo coi Beatles). Harrison è morto troppo presto, ma ha vissuto mille vite. Genio garbato della chitarra. Musicista sopraffino, songwriter sottovalutato. Antesignano dei concerti per beneficenza, produttore di film (anche i “sacrileghi” Monty Python). Appassionato di Formula 1. E molto altro. Smise di fare concerti dopo un tour sfortunato nei Settanta (laringite cronaca e dipendenze varie). Poi ci ripensò e si imbarcò nella tournée in Giappone, da cui nacque il doppio live portentoso del 1992. Lo convinse Eric Clapton, amico e fratello, che si innamorò della moglie dell’amico fino a conquistarla: la Pattie Boyd che ha ispirato Something, LaylaWonderful Tonight. La carriera solista di Harrison comincia con un prodigio triplo: All Things Must Pass, pieno di tutte quelle cose sommamente mirabili che Lennon e McCartney non gli permettevano di pubblicare. Un disco di una bellezza fuori scala, che strazia e ammalia, con una delle canzoni più intense di tutti i tempi (Isn’t it a pity). Harrison non avrebbe più raggiunto quella vetta, che era e resta il miglior album solista di un ex Beatle, ma avrebbe comunque ritrovato più volte il guizzo (Cloud Nine, i Traveling Wilburys). Senza farla troppo lunga, George Harrison è stato uno dei più grandi, affascinanti e atipici geni del ventesimo secolo. Una meraviglia. (Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2017)

Matteo Fabris Orfini, l’idolo di noi tutti

 

orfini
Egli ci ha parlato. “Dieci giorni per un accordo sulla legge elettorale e voto a giugno oppure subito al voto”. Oppure: “I riservisti aiutano gli avversari. Chi ha avuto occasione per cambiare il paese faccia autocritica”. Ma anche: “La legislatura è finita il 4 dicembre ed è stato deciso dagli italiani. Non dobbiamo però aver paura del loro giudizio e del loro voto”. Fino al definitivo: “Il mondo è rotondo e, a forza di spostarti a sinistra, ti ritrovi a destra come Trump”. Così parlò lo sfavillante, e sin dagli albori rutilante, Matteo Orfini. Uomo ossimorico, da sempre definito “giovane” (ora turco, ora dalemiano, ora renziano) senza mai esser stato giovane. Nato nel 1974, anche se a guardarlo avresti detto prima, Orfini è uno statista straordinario. La sua biografia è piena di aneddoti ammantati di leggenda. Per esempio quella volta che fece un provino come Fabris nel remake di Compagni di scuola, ma non lo presero. Oppure – ma sarà vero? – quando lo scartarono nelle selezioni finali dello spot di Amica Chips, scegliendo comunque un attore a lui somigliante. Di sicuro non attengono alla leggenda, bensì alla Storia, altre istantanee che vedono Orfini protagonista. Su tutte la foto, che trasuda genio e bellezza, in cui lo si vede ingobbito di fronte alla playstation, mentre svolge il ruolo di punching-ball del Gran Capo Renzi. In quelle stesse ore il Pd stava perdendo una delle tante elezioni che ha perso e il ligio Orfini, che fino al giorno prima aveva trattato Renzi come una sorta di usurpatore berlusconiano, cominciava la via Crucis del probo servitore di partito disposto a tutto – ma proprio a tutto – pur di avere un posto. Un ruolo. Una ragione di vita. Era l’inizio di una nuova carriera: quella dell’”amico debole”, e non troppo affascinante, figura di cui da sempre si circondano quelli (o quelle) convinti di esser fighi. Tra una pausa e l’altra, Orfini soleva twittare consigli tattici agli allenatori del Milan, che purtroppo (per il Milan) venivano spesso ascoltati. Nel frattempo le imprese orfiniche si succedevano: su tutte la portentosa rinascita del Pd romano, che il Commissario Orfini prima redime e poi salva. Era così che il Matteo debole (cioè: più debole di quell’altro) si guadagnava il ruolo di Presidente di partito, da lui interpretato con la stessa libertà intellettuale che vantava Bondi con Silvio. Dopo la Waterloo capitolina, Orfini scompariva per alcuni mesi, con vivo scorno dei tanti talkshow affezionatisi a quell’eloquio mesto, quel carisma diversamente efficace e quel capino dolentemente pennuto. Il rovescio referendario lo affliggeva ulteriormente, ma Orfini era ben lungi dall’arrendersi. Anzi. Ritrovava pigolo, e financo brio, in contemporanea degli attacchi di D’Alema: il vecchio maestro. L’uomo di cui, forse per affetto antico, imita ancora voce e pause. Ed eccolo, il vero capolavoro politico di Fabris Orfini: far quasi rimpiangere chi lo ha preceduto. Compreso D’Alema. Bravo Matteo: quello debole, ma pure quell’altro.
(Il Fatto Quotidiano, 31 gennaio 2017)

Federer, la rinascita e il crepuscolo

FullSizeRender (6)Viene da sorridere, guardando al raggiungimento della finale degli Australian Open da parte di Roger Federer (36 anni ad agosto). E viene da sorridere non solo perché è una bella notizia per il tennis, ma anche per i tanti che lo avevano dato insensatamente per finito. E già che c’erano avevano dato per finito pure Nadal, che magari lo affronterà in finale (Dimitrov permettendo). Neanche troppo dispiaciuti per disturbare la grancassa della retorica, scriviamo qui che la finale di Federer non è una sorpresa. Prima di tutto perché se sta bene è ancora il più forte, e poi perché – saltati Murray e Djokovic – tutto è diventato discesa. Ha strapazzato Berdych, che ha battuto 17 volte su 23. Wawrinka è un ottimo tennista, ma è anche un bullo mediamente odioso e troppo urlante con tutti tranne che con lui: non appena lo incrocia, torna l’eterno secondo elvetico. Infatti, con Roger, ha perso 19 volte su 22. Nishikori poteva sgambettarlo, ma è arrivato scarico al quinto set, forse intimorito dall’aria di favola che già aleggiava. La stessa che spinse Sampras a vincere gli US Open nel 2002 quando nessuno se lo aspettava più: solo che Pete aveva 31 anni, mica 35 e mezzo. Il capolavoro di Federer risiede nella sua voglia inesausta di migliorarsi, nel suo essersi allenato lontano da tutti dopo l’operazione di metà 2016. E’ un campione sublime, appesantito da due soli “difetti”: l’essere troppo superiore agli altri, al punto da avere a lungo trasformato il tennis in un soliloquio algido-narciso; e alcuni suoi petulanti tifosi (anzi ultrà), convinti che il tennis non esistesse prima di lui né esisterà dopo di lui. Figurarsi: è uno sport sopravvissuto al ritiro di McEnroe e alle badilate esteticamente empie di Courier, quindi nulla deve temere. Federer non raggiungeva una finale Slam dagli Us Open 2015 e non vince uno Slam dal 2012. Ha conquistato 17 Slam e 6 Atp Finals. La sua carriera può dividersi in tre fasi. Quella iniziale, divertente e addirittura iconoclasta, quando spaccava racchette e si pettinava come Malgioglio col codino. Adorabile genio scapigliato. A tale fase è subentrata l’era della perfezione inseguita e ostentata, ovvero la Dittatura Buonista di Re Frigidaire, in cui (soprattutto dal 2004 al 2007) giocava e vinceva da solo. I suoi erano più vassalli che rivali: Roddick, Hewitt, Gonzalez, Ferrer, Baghdatis, Ljubicic. I tornei erano una rottura di palle sovrumana, non per colpa sua ma perché il tennis pareva una Champions League in cui il Barcellona giocava contro il Ciggiano o il Bitritto (con tutto il rispetto, s’intende). L’avvento di Nadal, e chi scrive non è esattamente un fan smodato del suo gioco podistico-randellatorio, è stata in questo senso una benedizione: Rafa è stato la kryptonite di Federer, che stava pericolosamente divenendo un cyborg. Nel 2009, proprio in finale a Melbourne, Roger arrivò addirittura a frignare dopo la sconfitta: scena puerile e bambinesca, tipica di chi ormai non concepiva neanche più l’idea di perdere. Nadal lo ha battuto 23 volte su 34, dimostrando a tutti (cioè ai vassalli: alla plebe, ai servi, ai liberti) che anche Federer era umano. Tale agnizione ci conduce alla terza fase: quella attuale del Federer Re Lear, prossimo ad abdicare ma alfine vivo. Anzi vivissimo. Nel 2013 percorre le stazioni del calvario alla schiena, nel 2014 ritorna bellissimo – lo allena il divino Edberg – e vince la Davis. Nel 2015 sfiora Wimbledon e Us Open, nel 2016 il fisico pare cedere. Poi torna ed è più bello che mai: proprio perché più umano. Se trova Nadal domenica parte col 51% di chance, se becca Dimitrov (definito da sempre “il Federer bulgaro” per lo stile, non certo per la costanza e le vittorie) parte da un eloquente 5-0 negli scontri diretti. Le rinascite di Federer e Nadal, unite alla finale tutta Williams nel torneo femminile, dicono che non è ancora tempo per il ricambio: e questa non è una bella notizia. Lo è invece questa dimostrazione crepuscolare di abnegazione e bellezza: il mix che ha reso Federer prossimo all’immortalità agonistica. (Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2017)

 

Due parole (positive perlopiù) su Mannarino

Schermata 2017-01-24 alle 16.42.02Nell’estate 2009 l’allora trentenne e non troppo noto Alessandro Mannarino gravitò al Festival Gaber. Lo vinse. La sua fu una delle esibizioni più convincenti. Perché fu (era, è) bravo e perché fece un set di soli tre/quattro brani. Quest’ultima notazione, solo in apparenza cattiva, sintetizza la qualità e il rischio della poetica mannariana: poteva – può – reggere alla distanza? Il suo, già allora, era una ruspante centrifuga di maledettismo stornellatorio, Bukowski a fiumi, autobiografismo dichiarato, massicce dosi popolane e un immaginario a metà strada tra Stefano Rosso (con cui condivide la romanità ostentata) e Vinicio Capossela (con cui condivide approccio e immaginario). Ora che è appena uscito il suo quarto disco, Apriti cielo, e ora che Mannarino fa sold out senza con ciò aver smarrito quell’aria (un po’ vera e un po’ studiata) “alternativa”, si può asserire che aveva ragione lui. Il post-cantautorato degli Anni Zero, conscio di non poter ripetere i fasti di Gaber e De André, vive di meteore, artisti che meriterebbero di più e altri di cui la storia non si ricorderà granché. Vasco Brondi ha scritto Piromani, e per questo non verrà dimenticato, ma chissà se concederà un bis così convincente. Il Pan del Diavolo è talento puro, e sarebbe ora che lo scoprissero in tanti. Quanto invece ai Nobraino, Dente e Motta, sarà divertente soppesarne nel tempo il reale peso artistico (laddove tale peso esista). Mannarino ce l’ha fatta, perché ha talento e perché ha saputo creare una comunità (dote, pure questa, assai caposseliana). Chi lo ascolta, e chi lo va a vedere, si sente parte di un gruppo: una sorta di élite a rovescio, spettinata e forse rivoluzionaria, che se ne sbatte delle mode (o così dice) e che reputa inni generazionali brani come Me so’ mbriacato e Bar della rabbia. Mannarino ha saputo trafiggere i ventenni a cavallo di Anni Zero e Dieci come – prima di lui – hanno fatto Vasco e Ligabue (e Capossela: ancora lui). Mannarino sta per certi versi al cantautorato come Fedez al rap: entrambi ormai pop, ma per vie molto traverse e – soprattutto – senza che si dimentichi la loro identità certo ostinata e verosimilmente contraria. La fortuna di Mannarino dipende anche da alcuni amici (il regista Massimiliano Bruno), vetrine radio (Fiorello) e tivù (Dandini). Artista che sa “usare” l’informazione, disseminando le interviste promozionali di slogan esistenzial-ribelli che fanno tanto figo, non ignora che la smargiassata alimenti la fama. La rissa nel 2014 sul lungomare di Ostia, per cui è stato condannato; le bizze da rockstar; le camere non sempre uscite illese dal suo passaggio. Magari è vero e magari no, ma anche l’aneddotica attiene al mondo mannariniano. Un mondo di ribelli, di sconfitti. Di fiammate liriche, di poesie musicate: di vertigini in equilibrio labile, sempre più malinconiche e sempre meno goliardiche. Apriti cielo non è un capolavoro, ma un buon disco sì. A tratti molto buono. E di questi tempi – tempi di cui Mannarino è cantore e cartina al tornasole – non è poco. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 24 gennaio 2017)

Marracash contro Fedez contro Gué Pequeno: scazzi ameni tra rapper

Schermata 2017-01-17 alle 12.56.34Tanto per cominciare: è tutto molto divertente. Poi: la norma dovrebbe essere questa, mica l’ipocrisia dilagante che vieta agli artisti di dire in pubblico quello che pensano davvero. Invece i rapper non hanno filtri e si sfanculano. Certo: l’eloquio non è oxfordiano e non stiamo parlando di Pasolini che scudiscia Calvino negli Scritti corsari, ma mille volte lo scazzo Fedez-Marrakesh-Guè Pequeno dei “lo penso ma non lo dico” cari a troppi divi (va be’) pop. La fredda cronaca: Marracash e Gué Pequeno, in un’intervista al Corriere della Sera, accusano Fedez e J-Ax di essere comunisti col rolex, che è poi il titolo del loro nuovo disco in uscita venerdì (al Fatto lo abbiamo ascoltato in anteprima e ne parleremo: è buono, a tratti molto buono). L’accusa: “Non sono rapportabili a noi. Basta guardare alle rime e agli artisti con cui collaborano per capire che sono una forma di pop che si maschera da rap. Fedez è una macchina da guerra del business, glielo riconosco, ma il mio fare musica ha altri obiettivi» (Marracash); «Non è un delitto fare soldi, ma io lo dico chiaramente. Non voglio essere un politico, un attivista sociale o altro. Se invece hai la psicosi che ti fa vivere per il clic, sui social finisci col dire tutto e il contrario di tutto, preghi per Aleppo, preghi per i terremotati quando in realtà preghi per i soldi» (Gué). Fedez, che si diverte parecchio a rispondere, posta un video su Instagram in cui usa quel lessico che ormai non scandalizza più nessuno tranne il “Duo Noia” Boldrini & Murgia: «Dev’essere frustrante fare le interviste ed essere costretti a pronunciare sempre il nostro nome perché se no non vi cagano». Ricorda che la prevendita del nuovo tour con J-Ax sta andando alla grande e allude a un Schermata 2017-01-17 alle 12.56.56incontro in cui Marracash abbassò lo sguardo per paura. Marracash replica: «A quanto pare al nano con la sindrome di Napoleone è partita la nave sui social, ha inventato un bel po’ di storie. Anzitutto come parli oh, sembri il Cummenda. In secondo luogo, tu mi hai visto e io ho abbassato lo sguardo… ma dove? Ti stai inventando una cazzata. Sei l’unico babbo della storia dell’umanità che va alle sfilate con il bodyguard. Al massimo io abbasso lo sguardo perché mi arrivi al cazzo». E alé: si vola. Spunta poi Gué Pequeno, che da Santo Domingo imita Fedez: «Abbiamo venduto 300 milioni di biglietti, faremo un tour su Marte, il nostro disco è il numero uno dei numeri uno, presto sarò presidente della Repubblica… Ma vai a cagare». Tutto molto divertente. Attendiamo la prossima puntata. C’è solo un paradosso, notato anche Renato Franco sul Corriere della Sera. I rapper coinvolti hanno ironizzato sui social che ormai prevalgono sul reale, ora in Vorrei ma non posto e ora in Insta Love, ma sono i primi a esserne (consapevoli) vittime. Li criticano, ma ancor più li sfruttano. Col rischio costante del cortocircuito. Al punto tale che, al posto delle scazzottate di una volta, ci si sportella sui social. Sperando solo di avere un like in più del rivale. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 17 gennaio 2017)

Alessandro Siani e la banalità del successo

alessandro-sianiAlessandro Siani è il re del botteghino col suo Mister Felicità, e già solo in questa notizia qualcuno potrebbe riscontrare prove inconfutabili del declino inesorabile dell’umanità. Perfino Gigi D’Alessio, suo amico, raccontò qualche anno fa a questo giornale: “Prevedo sempre facilmente che battute farà, per noi napoletani è facile”. Non solo per i napoletani: probabilmente nulla, in natura, è più prevedibile di una battuta di Siani, a parte forse le cazzate della Picierno. L’originalità non lo ha mai intaccato e il primo a non dolersene sembra lui, che si bea pasciuto di una banalità orgogliosamente inseguita e facilmente raggiunta. Prima però che l’impeto iconoclasta ci travolga, occorre ricordare come il comico (comico?) 42enne sia una persona garbata e – si presume – conscia dei propri limiti. Quando qualche blasfemo lo accosta a Massimo Troisi, lui smorza giustamente tutto sul nascere: «Massimo è Dio e io sono un semplice chierichetto». All’anagrafe Alessandro Esposito, ha cambiato il cognome come omaggio a Giancarlo Siani, il giornalista assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985. Gran bel gesto. Viene da una lunga gavetta, spesa sui palchi “minori” e più ancora in tivù. Telegaribaldi, Pirati, il doppiaggio in napoletano di Jeeg Robot, lo spettacolo teatrale Fiesta, Bulldozer su RaiDue, Domenica In. Qualche premio, quindi il cinema e il trionfo definitivo con il riuscito Benvenuti al sud. Mister Felicità ha incassato più di 7 milioni in una settimana e Napoli lo ha appena scelto come gran cerimoniere per ricordare il trentennale del primo scudetto con Maradona, accanto al grande Diego. Tutto, da tempo, gira per lui nel verso giusto. Ieri Checco Zalone, l’altro ieri i cinepanettoni e oggi Siani: per qualcuno sarà un miglioramento, per altri l’Armageddon. Un passo indietro: 17 febbraio 2012, Festival di Sanremo. Sul palco dove hanno toccato vette comiche rare Grillo e Benigni, arriva lui. E fa un monologo debolissimo. Venti minuti strazianti, in cui Siani alterna accenni a caso sullo spread e freddure vagamente impegnate sulle pensioni, per poi chiudere con una melassa tremebonda sull’unità d’Italia. Quei venti minuti non sono solo la prova che Siani non deve toccare l’attualità neanche da lontano. Quei venti minuti sono – ancor più – la prova di come Siani non abbia minimamente testi. E neanche li cerchi. Dotato di una discreta mimica e di una faccia che si adatta con media efficacia agli stilemi della commedia leggera senza pretese, Siani trae forza dalla pochezza della contemporaneità (ai tempi dei Giancattivi o della Smorfia se lo sarebbero filato in pochi) e dalla consolidata banalità delle sue gag. Doppi sensi vetusti, giochi di parole da asilo nido, equivoci all’acqua di rose e buoni sentimenti a profusione. Nulla di nuovo, nulla di male. Si ha però una sensazione strana e straniante, osservando il successo di Siani. Quasi che chiedessero a Biagio Antonacci di sostituire Robert Plant nella reunion dei Led Zeppelin. (Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2017. Rubrica Identikit)