Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Il Fatto Quotidiano

Marracash contro Fedez contro Gué Pequeno: scazzi ameni tra rapper

Schermata 2017-01-17 alle 12.56.34Tanto per cominciare: è tutto molto divertente. Poi: la norma dovrebbe essere questa, mica l’ipocrisia dilagante che vieta agli artisti di dire in pubblico quello che pensano davvero. Invece i rapper non hanno filtri e si sfanculano. Certo: l’eloquio non è oxfordiano e non stiamo parlando di Pasolini che scudiscia Calvino negli Scritti corsari, ma mille volte lo scazzo Fedez-Marrakesh-Guè Pequeno dei “lo penso ma non lo dico” cari a troppi divi (va be’) pop. La fredda cronaca: Marracash e Gué Pequeno, in un’intervista al Corriere della Sera, accusano Fedez e J-Ax di essere comunisti col rolex, che è poi il titolo del loro nuovo disco in uscita venerdì (al Fatto lo abbiamo ascoltato in anteprima e ne parleremo: è buono, a tratti molto buono). L’accusa: “Non sono rapportabili a noi. Basta guardare alle rime e agli artisti con cui collaborano per capire che sono una forma di pop che si maschera da rap. Fedez è una macchina da guerra del business, glielo riconosco, ma il mio fare musica ha altri obiettivi» (Marracash); «Non è un delitto fare soldi, ma io lo dico chiaramente. Non voglio essere un politico, un attivista sociale o altro. Se invece hai la psicosi che ti fa vivere per il clic, sui social finisci col dire tutto e il contrario di tutto, preghi per Aleppo, preghi per i terremotati quando in realtà preghi per i soldi» (Gué). Fedez, che si diverte parecchio a rispondere, posta un video su Instagram in cui usa quel lessico che ormai non scandalizza più nessuno tranne il “Duo Noia” Boldrini & Murgia: «Dev’essere frustrante fare le interviste ed essere costretti a pronunciare sempre il nostro nome perché se no non vi cagano». Ricorda che la prevendita del nuovo tour con J-Ax sta andando alla grande e allude a un Schermata 2017-01-17 alle 12.56.56incontro in cui Marracash abbassò lo sguardo per paura. Marracash replica: «A quanto pare al nano con la sindrome di Napoleone è partita la nave sui social, ha inventato un bel po’ di storie. Anzitutto come parli oh, sembri il Cummenda. In secondo luogo, tu mi hai visto e io ho abbassato lo sguardo… ma dove? Ti stai inventando una cazzata. Sei l’unico babbo della storia dell’umanità che va alle sfilate con il bodyguard. Al massimo io abbasso lo sguardo perché mi arrivi al cazzo». E alé: si vola. Spunta poi Gué Pequeno, che da Santo Domingo imita Fedez: «Abbiamo venduto 300 milioni di biglietti, faremo un tour su Marte, il nostro disco è il numero uno dei numeri uno, presto sarò presidente della Repubblica… Ma vai a cagare». Tutto molto divertente. Attendiamo la prossima puntata. C’è solo un paradosso, notato anche Renato Franco sul Corriere della Sera. I rapper coinvolti hanno ironizzato sui social che ormai prevalgono sul reale, ora in Vorrei ma non posto e ora in Insta Love, ma sono i primi a esserne (consapevoli) vittime. Li criticano, ma ancor più li sfruttano. Col rischio costante del cortocircuito. Al punto tale che, al posto delle scazzottate di una volta, ci si sportella sui social. Sperando solo di avere un like in più del rivale. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 17 gennaio 2017)

Alessandro Siani e la banalità del successo

alessandro-sianiAlessandro Siani è il re del botteghino col suo Mister Felicità, e già solo in questa notizia qualcuno potrebbe riscontrare prove inconfutabili del declino inesorabile dell’umanità. Perfino Gigi D’Alessio, suo amico, raccontò qualche anno fa a questo giornale: “Prevedo sempre facilmente che battute farà, per noi napoletani è facile”. Non solo per i napoletani: probabilmente nulla, in natura, è più prevedibile di una battuta di Siani, a parte forse le cazzate della Picierno. L’originalità non lo ha mai intaccato e il primo a non dolersene sembra lui, che si bea pasciuto di una banalità orgogliosamente inseguita e facilmente raggiunta. Prima però che l’impeto iconoclasta ci travolga, occorre ricordare come il comico (comico?) 42enne sia una persona garbata e – si presume – conscia dei propri limiti. Quando qualche blasfemo lo accosta a Massimo Troisi, lui smorza giustamente tutto sul nascere: «Massimo è Dio e io sono un semplice chierichetto». All’anagrafe Alessandro Esposito, ha cambiato il cognome come omaggio a Giancarlo Siani, il giornalista assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985. Gran bel gesto. Viene da una lunga gavetta, spesa sui palchi “minori” e più ancora in tivù. Telegaribaldi, Pirati, il doppiaggio in napoletano di Jeeg Robot, lo spettacolo teatrale Fiesta, Bulldozer su RaiDue, Domenica In. Qualche premio, quindi il cinema e il trionfo definitivo con il riuscito Benvenuti al sud. Mister Felicità ha incassato più di 7 milioni in una settimana e Napoli lo ha appena scelto come gran cerimoniere per ricordare il trentennale del primo scudetto con Maradona, accanto al grande Diego. Tutto, da tempo, gira per lui nel verso giusto. Ieri Checco Zalone, l’altro ieri i cinepanettoni e oggi Siani: per qualcuno sarà un miglioramento, per altri l’Armageddon. Un passo indietro: 17 febbraio 2012, Festival di Sanremo. Sul palco dove hanno toccato vette comiche rare Grillo e Benigni, arriva lui. E fa un monologo debolissimo. Venti minuti strazianti, in cui Siani alterna accenni a caso sullo spread e freddure vagamente impegnate sulle pensioni, per poi chiudere con una melassa tremebonda sull’unità d’Italia. Quei venti minuti non sono solo la prova che Siani non deve toccare l’attualità neanche da lontano. Quei venti minuti sono – ancor più – la prova di come Siani non abbia minimamente testi. E neanche li cerchi. Dotato di una discreta mimica e di una faccia che si adatta con media efficacia agli stilemi della commedia leggera senza pretese, Siani trae forza dalla pochezza della contemporaneità (ai tempi dei Giancattivi o della Smorfia se lo sarebbero filato in pochi) e dalla consolidata banalità delle sue gag. Doppi sensi vetusti, giochi di parole da asilo nido, equivoci all’acqua di rose e buoni sentimenti a profusione. Nulla di nuovo, nulla di male. Si ha però una sensazione strana e straniante, osservando il successo di Siani. Quasi che chiedessero a Biagio Antonacci di sostituire Robert Plant nella reunion dei Led Zeppelin. (Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2017. Rubrica Identikit)

Ebbene sì, la playstation è divertente anche a 40 anni

fullsizerender-6Le donne lo sanno, come cantava Ligabue. Tra le molte cose che sanno, c’è la sostanziale deficienza del genere maschile. Essa si esplicita in varie forme, che vanno dal grado ameno a quello rondolinico. Assai prossima al grado ameno c’è quella che definiremo qui demenza “cazzara”. Comporta quasi solo cose positive – divertimento, relax, spensieratezza – e si esplicita in varie forme. Una di queste, e si chiede qui ancora perdono alle amatissime lettrici, è giocare alla Playstation. E giocarci non tanto a venti o trent’anni, ma a quaranta. O a cinquanta. O – insomma – a qualsiasi “anta” che volete. Molti, e più che altro me, inorridiranno: “Davvero non avete di meglio da fare, voi maschietti?” Certo che ce l’abbiamo, e peraltro lo facciamo (quasi tutti: Nardella probabilmente no), ma questo è un giornale timorato di Dio. E poi non è mai elegantissimo star lì a elencare le proprie performance amatorie: mica siamo Cruciani qualsiasi. Gli attacchi però proseguiranno: “Non potreste, al limite, guardare una serie tivù o andare al cinema”? Certo, e anche questo lo facciamo, però non è che uno può guardare tutta la vita solo Breaking Bad o The Affair. Anche perché prima o poi le serie finiscono, Heisenberg muore e – soprattutto – una serie come The Affair provoca la rottura del rapporto di coppia che stavi vivendo: non è che uno può soffrire tutta la vita, ragazze. Ed è anche per questo che, a coloro che stanno per accusarci di “disimpegno” perché a 40 e passa anni preferiamo Uncharted 4 al cicaleccio politico, ribadiamo che c’è davvero un limite al masochismo: farsi calpestare in tacco 12 da Rosario Dawson è normale e anzi incentivabile, guardare al mattino Chiccotesta (sì, tutto attaccato) o Andrea Romano no. Quella è perversione, per giunta delle peggiori. Non ignoriamo la critica peggiore: “Anche Renzi gioca alla Playstation”. Ebbene sì. E posta pure le foto mentre lo fa con qualche suo pretoriano spelacchiato, magari in una delle molti notti in cui prima delle elezioni hanno vinto di sicuro e poi puntualmente (stra)perdono. Ecco: Renzi che gioca alla Playstation è il piccolo specchio tragicomico di una generazione rimasta impigliata in quella eterna (quasi) giovinezza che li porta a reiterare, da quarantenni, le stesse cose che facevano a vent’anni. E’ la crisi di mezza età 2.0, però spensierata e tutto sommato piacevole. Non è tremendo che Renzi giochi alla Playstation: è tremendo che sia stato Presidente del Consiglio (e forse lo sarà ancora, sempre per quella storia del masochismo frainteso). Lo si dica, lo si gridi: giocare alla playstation è divertente: a qualsiasi età. E’ una stacco innocuo, che non fa danno alcuno, a meno che il maschio suddetto fullsizerender-7passi tutto il tempo davanti alla tivù, magari un 65 pollici 4K comprato proprio alla bisogna. Nel qual caso, amiche lettrici, qualora il vostro compagno non assolvesse appieno ai suoi ruoli eroici di compagno, amico e amante: punitelo, traditelo, lasciatelo. Farete benissimo e se lo sarà meritato. In caso contrario, lasciatelo rincoglionire al 20% con Fifa 2017, mentre è convinto di essere stato acquistato dal Barcellona o di avere appena fatto un gol in rovesciata a Buffon su assist del mirabile Suso. Lasciatelo armeggiare con quella cosa mediamente astrusa che una volta si chiamava joystick e ora DualShock. Lasciatelo nel suo comico brodo di giuggiole fatto di “R2”, tasto “quadrato” per tirare e “triangolo” per il passaggio filtrante: è una cosa grave, ma non seria. Fidatevi. (P.S. Questo articolo, che tutta la redazione maschile del Fatto Quotidiano voleva scrivere ma non ne aveva il coraggio, contiene forti tracce autobiografiche. Se ne sconsiglia l’uso a seriosi/e noiosi/e). – Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2017

L’umanità è senza speranza (il “caso Fox” e l’oroscopo cancellato)

foxIl 2017 si è aperto con una tragedia inaudita: è saltato l’oroscopo di Paolo Fox. La decisione, vieppiù empia, ha generato quella vibrante protesta che questo paese suole sfoggiare non per cose irrisorie, tipo democrazia a rischio o altri demoni, bensì per eventi di chiara rilevanza mondiale. Tipo Paolo Fox, bell’omino di età imprecisata coi capelli da Playmobil e il sorriso di chi ha appena fatto ambo alla tombola di Capodanno. I fatti. Il Primo Gennaio RaiDue decide di cancellare l’attesissimo oroscopo di Paolo Fox, per dare spazio a un fatto assai prescindibile: l’attentato a Istanbul. Milioni di italiani, uniti come un sol uomo, manifestano eroicamente il loro sacrosanto sdegno attraverso quella cosa a volte utile e sempre più spesso no chiamata “web”. Per la Rai è una delle tante polemiche di Capodanno. Un anno fa toccò alla mezzanotte lanciata in anticipo da RaiUno, che per bruciare la concorrenza Mediaset reinventò arditamente il concetto di Tempo. Ci fu pure la bestemmia che passò in sovrimpressione. Quest’anno c’è stato anche il caso dell’assessore lucano Nicola Benedetto, che si è fatto lo spot da solo nel Capodanno RaiUno finanziato dalla regione Basilicata. Fox, però, ha fatto molto più rumore dell’assessore. Giustamente: cosa sarà mai, rispetto al Futuro, il prosaico presente della politica italiana? Fox conosce il futuro. Per lui non è che realtà già consumata: una costellazione di eventi che noi dobbiamo ancora vivere, ma che Lui ha già vissuto. E dunque può raccontarceli. Anzi: “potrebbe”, perché RaiDue è stata così stupida da ritenere l’Isis più importante dell’Uomo che vede il Futuro (anche se spesso il futuro non vede lui). Le proteste sono diventate fieramente veementi di fronte alla scelta di cancellare del tutto “Mezzogiorno in famiglia”, all’interno del quale il Mitologico Fox si palesa, trasmettendo al termine dello speciale sulla Turchia una replica di Voyager. E in effetti mandare in onda Giacobbo è di per sé discutibile. Ancor più come replica. Lo “scandalo Fox” sembra uscito dal riuscitissimo discorso di capodanno di Natalino Balasso. Non sai cosa fare? Niente paura: fingiti rivoluzionario con l’iPhone 7 ed esprimi la prima rabbia inutile che pare andar di moda sui social. E’ la nuova moda: l’indignazione a caso. Per non dir peggio. (Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2017)

Gli errori più frequenti dei ristoratori

fullsizerender-6In Italia ci sono tanti ristoranti e molti tra questi sono meravigliosi. Essere italiani, anche se a guardare Nardella non sembrerebbe, è una gran fortuna. Al tempo stesso, la ristorazione nostrana si complica la vita da sola confondendo spesso il lusso con l’eccesso di zelo (o con la cafonaggine). Camerieri troppo ossequiosi, tivù fastidiosamente accese, carte dei vini aggiornate una volta ogni vent’anni e musica troppo alta (o troppo a caso). Ecco una lista, purtroppo parziale, degli errori commessi più frequentemente.
1. I camerieri pronti alle tue richieste sono uno spettacolo, e ci vuole un fisico parecchio bestiale per fare i camerieri. Quando però stazionano a un centimetro dal tavolo perché vogliono essere (troppo) scattanti, il risultato è assai controproducente. Ti senti controllato e spiato. Più che camerieri, paiono agenti segreti del KGB. E la guerra fredda sarebbe finita. O almeno così dice Orfeo al TG1.
2. Finiamola con questa prassi insopportabile della bottiglia di vino che non puoi servirti da solo, perché non appena ci provi arriva il cameriere e lo fa (solo) lui. In alcuni casi, addirittura, la bottiglia te la mettono proprio lontano perché devono essere (assolutamente) loro a svolgere tale (sacra) mansione. E sono pure convinti di farti un favore: che sia una cosa fighissima (infatti te la fanno pagare oro).  Allora, chiariamo: il vino è mio e me lo gestisco io. Punto.
3. Basta con i camerieri che, ispirandosi alla rapacità di Pippo Inzaghi in area di rigore, ti sfilano il piatto non appena hai terminato di mangiare. Anzi: spesso te lo sfilano prima che tu abbia terminato. Se aspetti un attimo, caro cameriere, non è che ti fanno una multa. Magari, prima di allontanarmi dal piatto, voglio fare la scarpetta (anche se dicono che non andrebbe fatta). Oppure ho solo voglia di fare due chiacchiere col sughetto residuo della parmigiana di melanzane, perché nel frattempo mi ci sono affezionato.
4. Il servizio deve essere veloce, d’accordo, ma non troppo veloce. Se un piatto mi arriva tre secondi dopo averlo ordinato, qualcosa non torna. Magari era già pronto da giorni. Magari era surgelato. E – in ogni caso – al ristorante si va anche per conversare e lasciare che il tempo scorra lento. E’ una cena, non la Q2 delle qualifiche del sabato in Formula 1.
fullsizerender-75. La musica non è un riempitivo e ogni nota ha un senso, a meno che non stiate ascoltando Biagio Antonacci. Se un ristorante ha la musica che accompagna i piatti, deve essere ben scelta: non puoi mangiare una tartare di tonno coi Modà sullo sfondo, o il tonno morirà un’altra volta. E poi la musica deve essere bassa: è un ristorante, non il privè di Briatore.
6. Quanto appena asserito, vale ancor più per la musica dal vivo. O fai ristorazione, o fai concerti(ni). Non puoi contemporaneamente mangiare e ascoltare musica live. E’ una cafonata, tanto per te quanto per chi suona.
7. Le carte dei vini vanno ossequiosamente aggiornate. E’ insopportabile ordinare un vino e sentirsi dire: “Ops, è finito”. Se è finito, lo si cancella. Se non è cancellato, quel vino ci deve essere. Per forza.
8. La tivù, al ristorante, non deve esserci. Mai. Okay quando il locale ha come priorità quella di far vedere le partite, tipo pub, ma nei ristoranti propriamente detti la tivù deve essere ben spenta. Se è accesa, chi sta con te la guarda. E se la guarda, tu parli da solo. E ti incazzi. Giustamente.
9. Gli osti simpatici sono sempre graditi. Ma c’è una differenza sottile tra essere simpatico ed esser logorroico. Non me ne frega nulla se ti hanno fatto la multa al mattino, se ti piace quel vino o se domani ti scade la rata del mutuo. Sono qui per cenare con Rosario Dawson, mica per ascoltare te. (Il Fatto Quotidiano, 2 gennaio 2017)

La domanda resta: ma Panariello è bravo?

schermata-2016-12-30-alle-10-09-52Due sere fa RaiUno ha trasmesso Panariello sotto l’albero rewind. Era il best of dello spettacolo proposto il 22 e 23 dicembre 2015 in prima serata, ancora su RaiUno. Modigliani Forum di Livorno. Involontariamente Wikipedia non ne dà una descrizione, ma una (perfida) recensione: “Classico varietà vecchio stampo con gag, personaggi, monologhi, canzoni, ospiti e balletti”. Gli ascolti, ottimi nel 2015 (share del 26.29%), sono stati buoni anche per la replica/antologia di questo Natale: 17.88% e 3 milioni e 727mila spettatori. Tanti. Come tanti erano gli ospiti: Maria De Filippi e Oriella Dorella, Massimiliano Allegri e Matt Dillon, Emma e Alessandra Amoroso, Volo e Negramaro. Eccetera. In quell’eccetera ci sono due amici con cui Panariello ha cominciato, Carlo Conti e Leonardo Pieraccioni. Nato a Firenze nel 1960, Panariello ha fatto la gavetta vera e alcune sue maschere sono entrate nell’immaginario collettivo: su tutte la sua versione, più vera del vero, di Renato Zero. Proprio vedendolo imitare Zero a Vibo Valentia nel 1986, Conti lo volle in quel Succo d’arancia dove debuttò anche Pieraccioni. Da ciò nacquero prima Vernice fresca e Aria fresca. Teleregione Toscana, Canale 10, Videomusic, Telemontecarlo e Rai. Panariello, di quella squadra, è stato uno dei più fortunati. Era davvero una bella fucina di talenti toscani: Ceccherini e Paci, Andrea Cambi (forse il più bravo e certo il più tormentato e sfortunato, morto nel 2009), Niki Giustini, Cristiano Militello, Graziano Salvadori. Oltre ovviamente a Conti, Pieraccioni e Panariello. Onnipresente da quasi trent’anni, Panariello è attore, regista, comico e showman. Tutto questo non ci aiuta però a rispondere alla domanda delle domande: sì, d’accordo, ma Panariello è bravo? E soprattutto fa (davvero) ridere qualcuno? Evidentemente sì, a giudicare dalla carriera quasi sempre di successo e dai numeri che ottiene a teatro e in tivù. Lui stesso si è più volte lamentato – con garbo, perché è una persona educata e corretta – di non godere dei favori della critica. Non ha torto: quando presentò Sanremo lo massacrarono, ma su quel palco si è visto tanto (ma tanto) di peggio. Resta però quella domanda: Panariello è bravo o no? Negli spot che fa – e ne fa tanti – è bravissimo a trarre il peggio da se stesso. La battuta “Siamo elfi? Facciamoci un selfie”, meriterebbe da sola dodici ergastoli. Molti suoi monologhi sono così prevedibili che li anticipi dodici ore prima. Alcune macchiette sembrano poi voler dar ragione a tutti i costi allo Stanis La Rochelle di Boris, quando sosteneva (ironicamente?) che il problema in Italia erano i troppi toscani famosi. Panariello si rifà ai varietà del passato, è conscio di non inventare niente e insegue dichiaratamente il nazionalpopolare. Forse però lo insegue troppo. La sua cifra è spesso una “simpatica banalità”: lo fa perché il suo talento non gli consente altro o perché, così facendo, vive meglio? Ai posteri, e ai Carlo Conti, l’ardua sentenza. (Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2016, rubrica Identikit)

 

Ignobel: il peggio (sportivo) del 2016

schermata-2016-12-28-alle-11-19-09Tuffi sbagliati, rincorse assurde, cucchiai presunti e motori praticamente spenti. Ecco una miscellanea del 2016 sportivo. Al suo peggio.
Pellè. Convinto di avere nel cognome soltanto una “l” e non due, agli Europei in Francia tradisce una natura da tronista tronfio – altro che “attaccante operaio” – e fa lo sborone con Neuer. Che è un po’ come se Alessandro Siani dicesse “suca” a Matthew McCounaughey. Ovviamente poi il rigore lo sbaglia, partorendo un obbrobrio inverecondo. Dopo le critiche, vola in Cina pagato clamorosamente a peso d’oro. Il nuovo ct Ventura lo convoca ancora. Il satanasso Pellè, però, si picca oltremodo quando osano sostituirlo. E a quel punto lo sfanculano più o meno tutti. L’auspicio di molti è che, grazie a Belotti e non solo lui, Pellé cominci finalmente a vedere la Nazionale solo in tivù. 1+
Zaza. La sua nomination può stupire, perché Zaza ha pur sempre segnato (con deviazione) il gol decisivo contro il Napoli nella sfida per lo scudetto 2015/16. E quindi, nella lista degli Ignobel, non dovrebbe starci. Rischia però di essere per sempre associato a Pellè “grazie” alla rincorsa surreale con cui si è approcciato al rigore contro la Germania ad Euro 2016. Più che una preparazione al tiro, il suo è sembrato un astruso rito apotropaico a metà strada tra la corsa sul posto, il ballo di San Vito e un omaggio alla mossa pelvica di Gianluca Vacchi. Dopo tale impresa, Zaza è fuggito in Premier League. Per poco, però: al West Ham sono bastati quattro mesi per capire che è il caso di restituirlo alla svelta alla Juve. 5-
schermata-2016-12-28-alle-11-19-49Ferrari
. Hamilton e Rosberg hanno ballato da soli, e quando non lo erano si sono intravisti giusto un Ricciardo e – più ancora – il genialoide folle Verstappen. E le Ferrari? Tristi solitarie y final. Quasi sempre nelle retrovie: anonime come un singolo di Biagio Antonacci. Il simpatico Marchionne ha ammesso l’ennesima stagione deludente, promettendo che tutto cambierà. Per la cronaca, lo aveva detto anche un anno fa. 4 (alla Ferrari; 3 a Marchionne; 2 ai pullover di Marchionne).
Montolivo. Spiace infierire su un giocatore che si infortuna sempre non appena pare tornare in forma, ma vale per lui la perfida definizione coniata da Corrado Orrico: “una giovane promessa”. Un’eterna giovane promessa. Peccato che il tempo passi e Riccardo non sbocci mai del tutto. Sempre a metà del guado, né pippa né campione, per nulla amato dai tifosi della squadra di cui (chissà perché) è capitano. Ovvero il Milan. Che – vedi tu il destino – è sbocciato in contemporanea alla sua rottura, trovandosi in casa un pari ruolo (Locatelli) più giovane e per ora più decisivo. Poco fortunato, Montolivo, ma pure troppo incompiuto. Buona fortuna. 5
Pogba. Per carità: è forte. Ma forse non così forte come dicevano. Deludente agli Europei, al momento i soldi con cui il Manchester United lo ha strapagato non sembrano essere stati spesi benissimo. E la Juve se la ride, perché l’operazione di mercato resta un capolavoro. 5+
Mourinho. Sono lontani i tempi del triplete e delle vittorie ovunque e comunque. Il presente è la tristezza di Manchester, città diversamente bellissima, e un campionato poco più che anonimo – nonostante una rosa faraonica – e staccatissimo dal Chelsea di Conte. Non si può essere Special One per sempre. 4+
Castrogiovanni. Pilone della nazionale di rugby, il tassellone Martin dice al suo club (il Racing92) che ha bisogno di un permesso di tre giorni perché deve andare a trovare un parente malato. Glielo danno e lui salta per questo la semifinale di Champions Cup a Nottingham. In realtà Castrogiovanni non vuole perdersi il party organizzato a Las Vegas per festeggiare la vittoria del Paris Saint Germain nella Coppa di Lega francese. Ci sono anche Ibrahimovic e Verratti. Bello. Solo che lo scoprono come una Moretti qualsiasi e la sua foto, allegramente imbenzinato e a torso nudo, fa il giro del mondo. Licenziato in tronco. Vamos. 3
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Mancini. Calciatore assai estroso, come allenatore ha vinto senza mai convincere appieno. L’Inter lo richiama per ricominciare a spezzare le reni al mondo. Lui si ritrova addirittura primo, sebbene il gioco sciorinato dalla sua squadra sia saturo di una bruttezza accecante. Il girone di ritorno è un’agonia. D’estate resta all’Inter ma si lamenta un giorno sì e l’altro pure, fino a quando lo allontanano (c’mon De Boer) un attimo prima che la stagione cominci. Più che un tecnico, l’ultimo Mancini è parso l’uomo che sussurrava all’anticalcio. 4.5
Zacharov. Le Olimpiadi possono essere straordinarie o straordinariamente crudeli. Prendete Il’ja Zacharov. Arriva a Rio ed è il campione in carica. Gara maschile di tuffi del trampolino 3 metri. Semifinali. Per lui una formalità o giù di lì. E invece il povero Zacharov sbaglia tutto. I giudici gli danno 0 netto, niente finale e niente possibilità di difendere il titolo ottenuto nel 2012 a Londra. Quattro anni di allenamenti buttati nel cesso – anzi, nella vasca – per un erroraccio che non commetterebbe mai più. La vita è proprio carogna. 0 (al tuffo)
Ranocchia. Okay, questa era troppo facile. Scusate. Passiamo al punto successivo.
Zamparini. Pare che nel 2016 abbia avuto otto allenatori diversi, ma nessuno è in grado di tenere il conto esatto. Di sicuro Zamparini, che forse il meglio lo dà come opinionista populista da Formigli, pare ispirarsi al mitico Borlotti, il presidente della Longobarda che voleva andare a tutti i costi in serie B. E stavolta potrebbe riuscirci, nonostante come talent scout (Nestorovski) il suo Palermo resti oggettivamente strepitoso. 4
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(I capelli di) Messi. Campione col Barcellona e genio inespresso con l’Argentina, ha sbagliato un rigore decisivo nella finale di Copa America. E Maradona lo ha crivellato, una volta di più.  Si è anche ritirato dalla nazionale, anche se era pure quella una sua finta. La vera colpa di Messi è però un’altra: a luglio è diventato biondo. Nel corso di un’intervista all’imprescindibile programma argentino Polemica en el Bar, ha spiegato così il gesto: “Volevo ripartire da zero”. Ecco: se per ripartire da zero hai bisogno di farti i capelli alla Malgioglio, allora qualche problema ce l’hai. 1-
(Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2016. Grazie a Matteo Corfiati e Duccio Fumero)

Claudio Amendola, c’era bisogno di quello spot?

schermata-2016-12-20-alle-13-31-04Prima di ogni partita importante, ma in generale prima di ogni partita, arriva lui. Non è un calciatore, ma un attore. Bravo attore, e pure bravo regista. Interpreta uno spot in cui parla da un maxischermo futuristico, tipo Strange Daysdella Bigelow, e dice cose roboanti. Tipo: “Posso girare il mondo (pausa) in un solo pomeriggio”. Ancora pausa. “Vedo ogni cartellino (pausa) ogni singolo gol”. Lo spot prosegue, accompagnato da paesaggi mozzafiato e da una colonna sonora vagamente ansiogena: “Nel momento esatto in cui accade, io vedo tutto”. Wow. Gran finale: “Io sono membro del più grande gruppo di scommesse sportive online al mondo” (e se ne vanta pure). “Io sono membro…”. E qui lui dice il nome del gruppo di scommesse. Lui è Claudio Amendola, figlio del grande Ferruccio e famoso da quando aveva 18 anni. Ha interpretato bei film, il suo esordio da regista era un gioiellino (La mossa del pinguino) e quando andò a presentarlo a Le invasioni barbariche da Daria Bignardi fu bravissimo. Legato da più di vent’anni a Francesca Neri, la cui esistenza dimostra anche agli agnostici che Dio non necessariamente ci odia (anche se dovrebbe), Amendola non è avaro di apparizioni televisive: I Cesaroni, opinionista al Grande Fratello e pure intervistatore di Miss Italia propense alle gaffe. A chi lo critica di far tutto per soldi, l’artista risponde giustamente nell’unico modo possibile: è vero, ed è così per quasi tutti. A Vanity Fair, nell’ottobre 2015, disse: «Io faccio quasi tutto per soldi. E sarebbe sbagliato non farlo. Perché se non li danno a me, i soldi li danno a un altro, mica vanno in beneficenza. Guadagno tanto, da tanti anni, e sono abituato a guadagnare tanto. Non mi vergogno di parlarne schermata-2016-12-20-alle-13-30-45perché pago tutte le tasse che devo pagare». Quanto ha ragione: questo “dovere”, ipocrita e falsissimo, di esser poveri per essere credibili è una delle tante menate di moda ieri a sinistra e oggi nei social. Tutti froci col culo degli altri, direbbe un epigono qualsiasi del Monnezza; magari suo figlio, interpretato anni fa proprio da Claudio Amendola. Fare spot non è certo un reato, come non lo è disquisire di reality. Ci sarebbe solo un piccolo aspetto, odiosamente moralista e forse ormai anacronistico: è “giusto” che un attore – più o meno impegnato, ma comunque amato e quindi seguito da migliaia di persone che si fidano di lui – esorti allegramente a scommettere, per quanto nel rispetto delle regole vigenti? Sarà che molti di noi hanno conosciuto persone rovinate dalle scommesse, e magari per questo le ritiene una dipendenza pericolosissima, nonché qualcosa di spesso legato – non in questo caso, per carità – ad ambienti assai poco raccomandabili. Sarà per questo, e sarà perché quando Amendola vuole è uno dei pochi artisti ad avere il coraggio delle proprie idee e delle proprio azioni, ma vederlo nella veste dello scommettitore compiaciuto, che pare cercar proseliti con aria da guru ieratico, un po’ di rabbia la mette. Rabbia, sì. E pure un po’ di malinconia. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 20 dicembre 2016)

Crudelia Morani, la rondolina tatuata

schermata-2016-12-13-alle-09-38-22Eccola, è lei: Alessia Morani, la Rondolina tatuata. Matteo Renzi l’ha scelta a fine 2013 come “responsabile giustizia all’interno dell’ufficio di segreteria del partito”. E anche solo questo basterebbe per non votare mai Renzi, neanche se fosse l’unica alternativa a Steve Dickart in arte Mefisto. La sua pagina Wikipedia è sostanzialmente vuota, e in questo forse le somiglia. Le sue gaffe sono tali dal renderla una Bondi renzina, con l’unica differenza che il poeta Sandro (ovviamente renzino pure lui) non era dotato di crine, laddove invece Alessia si propone a noi con un fiero fascio altero di capelli spaghettati. Crudelia Renzon 2.0, Alessia Morani è una Picierno più incazzosa. Ambiziosa a caso e sempre accigliata, nonché schifata dal grillismo, Crudelia Morani soffre verosimilmente la sua condizione di renzina di terza fila. Fa parte dell’arredo dei programmi mattutini, ma non la ritengono degna delle prime serate. In passato è accaduto, ma venne dialetticamente zimbellata con agio atarassico da Massimo Cacciari. E quindi addio. Poiché al Fatto siamo house organ della Lombardi (di cui la Morani è variante mora), citiamo il più sobrio Espresso: “L’avevano fatta sparire dalle tv a fine agosto, dopo l’ennesima gaffe di fronte a un gruppo di terremotati. E invece adesso, complice forse l’avvicinarsi del referendum, Alessia Morani, 40 anni, renziana di marmoreo entusiasmo, avvocatessa del montefeltrino e vicepresidente dei deputati Pd, vive una nuova primavera catodico digitale, con la solita baldanza anche di fronte a un indice di avversione sul web (da parte dell’area grillina soprattutto) giunto a livelli massimi”. Forse è stata un’idea del mitologico Jim Messina, ma per il referendum la Morani è stata scongelata. E i risultati si sono visti. Quando c’è da sbagliarne una, la Morani signoreggia. Inciampa sui terremotati, straparla di aggressioni grilline, insulta chi non ha lavoro (“evidentemente chi è a reddito zero non è che nella vita precedente abbia combinato granché”) e giganteggiasui pensionati: “Esiste uno strumento che conosciamo poco, e che è fatto apposta per gli anziani proprietari di casa che percepiscono pensioni basse e che si chiama prestito vitalizio ipotecario”. Traduzione brutale: Pensionati, siete poveri e vi attardate a morire? Ipotecate la casa e non rompete le scatole. Si vola. Dopo le gaffe, la Morani è solita metttere la toppa peggiore del buco nella sua pagina Facebook, che vanta peraltro meno fan di Tabacci. Ancora l’Espresso: “Mentre nelle sacre stanze del Pd qualcuno si metteva le mani nei capelli, Morani ha continuato imperterrita a difendere la sua uscita, anche su Facebook e gli altri social network. Somigliando in questo caso le sue argomentazioni a quelle del berlusconiano Niccolò Ghedini, del resto avvocato pure lui, che ha sempre avuto la sublime capacità di confermare, entro la quinta riga, la notizia che tentava in prima riga di smentire”. Rondolina tatuata, Ghedini 2.0 e Bondi spaghettata: son soddisfazioni, Crudelia Morani. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 13 dicembre 2016)

Chicco Testa, idolo di noi tutti

schermata-2016-12-06-alle-10-09-00La gogna indicibile di Renzi e renziani, spazzati via dal 60% di “no” alla loro obbrobriosa riforma, genera gioia su tutti noi. Non siate parchi: esultate smodatamente, ora con cortei e ora con vere e proprie torcide. Tale gioia diviene quasi parossistica se si pensa al dolore che sta devastando i pretoriani del Mister Bean di Rignano. Quando siete tristi, pensate alle sofferenze che stanno provando in queste ore Carbone, Serracchiani e Rondolino. Abbeveratevi con goduria ai loro patimenti e non abbiate pietà di loro, come loro non volevano averne nei confronti della Costituzione. Se poi Rondolino non vi basta, alzate la posta (anche perché abbassarla è impossibile) e pensate a Chicco Testa. Molti di voi non lo conosceranno: tranquilli, non vi perdete poi granché. Chicco Testa è la versione più anziana di Andrea Romano. Entrambi assai svolazzanti nella coerenza politica, condividono la tendenza a correre sempre in soccorso del vincitore. Ma condividono pure la capacità di trasformare – in un nanosecondo – quel vincente in perdente. Se Romano ha ammazzato in rapida sequenza D’Alema, Monti e ora Renzi, Chicco Testa vantava un’orgogliosa appartenenza alla sinistra ambientalista quando non radicale. Legambiente, PCI, PDS. Mica niente. Lo si vedeva, nel salotto poco buono ma divertente di Gianfranco Funari, e veniva oggettivamente da pensare: “Toh, mica è male questo qua”. Poi, come quasi tutti i leader “de sinistra”, l’ineffabile Testa si è rivelato appena deludente. Nonché vagamente contraddittorio, per esempio quando da ecologista si reinventò nuclearista fervente. Uomo pacato e mai sopra le righe, l’ex presidente dell’Enel minacciò in diretta il geologo Mario Tozzi con parole sature di misericordia e democrazia: “Ti spacco la faccia!”. Convertitosi al pensiero debolissimo del renzismo arrembante, da mesi l’indomito Testa ristagna in tivù. Soprattutto su La7. Sempre garbato e piacevole, ha definito Gianluigi Paragone “straccione” e si è fatto umiliare da Salvini come un Nardella qualsiasi. L’ameno bergamasco Testa, che si fa ancora chiamare Chicco sebbene non ne abbia più l’età, ha seguito lo spoglio del referendum su Twitter. Era convinto di vincere, ma la sconfitta l’ha comunque presa benissimo. All’apice del rispetto per gli avversari, nella notte ha infatti twittato: “Il sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna, Firenza (testuale, NdA) e il peggiore a Napoli, Bari e Cagliari. C’ e’ (testuale, NdA) altro da aggiungere?”. Di fronte alle accuse di razzismo, il sedicente tombeur de femmes Chicco Testa non ha cancellato il tweet. Ancora di razzismo venne accusato d’estate, quando affermò sobriamente: “I profughi di Capalbio? Non vengano a bighellonare”. Ieri mattina, più spennacchiato e accigliato del solito, il mitologico Testa era di nuovo su La7. Ha detto che Renzi in fondo ha vinto, perché ha preso il 40% dei voti e col 40% si vincono le elezioni. Poi, mentre Sallusti lo zimbellava, è arrivata l’ambulanza. (Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2016. Rubrica Identikit)