Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
maggio: 2017
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Il Fatto Quotidiano

Mario LaVia, un eroe contemporaneo

Schermata 2017-05-23 alle 11.33.27Nella colpevole indifferenza generale, un uomo lotta per noi contro le ingiustizie. Si chiama Lavia, Mario Lavia. A prima vista potrebbe venirvi voglia di pronunciare il cognome con l’accento sulla prima “a”, magari immaginandolo parente del grande regista teatrale Gabriele. Non è così: l’accento va sulla “i”, a conferma di come l’uomo in questione tenda sin dall’anagrafe a sbagliare tutto. Il cognome diviene quindi una sorta di “La via”: della conoscenza, della saggezza, dell’illuminazione. Potrebbe poi venirvi l’ulteriore desiderio – ancor più se nascondete perversioni stranissime – di cercare qualche sua notizia. Verosimilmente su Wikipedia. Spiacenti: Wikipedia è grillina e, in virtù di ciò, ha negato a Lavia il diritto di una voce su Wikipedia, che ormai non si nega a nessuno. Nemmeno al primo Nardella che passa. E’ però possibile che Lavia non sia su Wikipedia poiché non esistente in natura, assurgendo dunque a mera essenza: a idea, a concetto, a topos. Più che un uomo, un’ipotesi di vita. In questo caso, laddove non esistente ma solo immaginato, il primo a guadagnarci sarebbe Lavia stesso, perché le uniche notizie che si trovano su di lui riguardano l’abbattimento efferato – di cui si sarebbe reso protagonista – di testate imprecisate come “Europa” oppure un tempo nobilissime come “L’Unità”. Più che un giornalista, un cecchino. Anzitutto di se stesso. Per vie misteriose, La Via è spesso in tivù. Si direbbe che sia al soldo di Di Maio e Di Battista, perché nessuno come lui fa propaganda grillina. Nemmeno questo giornale, come noto (e come asserisce La Via) house organ di Grillo & Casaleggio. Una settimana fa La Via era a DiMartedì. Giovanni Floris, che quando vuole è più sadico del marchese De Sade, lo ha introdotto come “giornalista dell’Unità tivù”, che è un po’ come invitare un cronista alla Domenica Sportiva e presentarlo come “firma della Polisportiva Fracazzo di Trastulla Moscia”. Non solo: Floris lo ha messo contro Travaglio e Davigo. Lasciando stare il primo, che in quanto direttore di questo giornale empissimo ha torto a prescindere, mettere Lavia contro Davigo è come schierare Pupo contro Jimi Hendrix. Infatti è stato un massacro. Sangue ovunque nel selciato. Una mattanza. Di cui, beninteso, La Via neanche si è accorto. Non sapendo mai nulla di nulla, ha sempre l’aria di uno che non si accorge mai delle castronerie che regala. E questo, oggi, aiuta. Le caratteristiche di La Via sono tre. La prima è quella di non avere caratteristiche. La seconda è quella di sudare sempre copiosamente. Per carità, ognuno ha le ghiandole che si merita, e tutti noi se fossimo nati ghiandola sudoripara di La Via saremmo incazzati da mane a sera e per questo come minimo iper-produttivi, ma andare ogni volta in tivù come Zidane a fine partita fa un po’ senso alla vista. La terza caratteristica di La Via è la sua capacità camaleontica di imitare alcuni dei più grandi esponenti politici della seconda Repubblica. La Via, in particolare, ha un debole per Ghedini e Biancofiore. Ne ha così creato un mix, che predica non più il Culto di Silvio ma il Vangelo di Matteo. Nonché il Santissimo Verbo di Maria Elena. In questa sua veste di imitatore, La Via eccelle. E’ davvero straripante. In taluni casi ricorda persino Bondi. O addirittura Capezzone. Certo, ne è derivazione e quindi versione fatalmente minore, ma la sua opera è comunque meritoria per zelo, impegno e abnegazione. Sia dunque lode: egli è La Via. (Il Fatto Quotidiano, 23 maggio 2017, rubrica Identikit)

Stefano Accorsi, il riscatto dell’eterno (a torto) “sopravvalutato”

Schermata 2017-05-17 alle 15.51.47Circola in rete una battuta, geniale e fulminante come quasi tutte quelle di Lercio. Dice così: “Raoul Bova assume una controfigura per farsi sostituire nelle scene in cui recita”. La battuta è ottima, e come tutte le battute non è importante poi chiedersi se dica o no il vero. L’ironia, e più ancora la satira, o forzano la realtà o non hanno granché ragion d’essere. Nello specifico, se non fosse stato ritenuto bravo o quantomeno bravino, difficilmente registi come Ozptek, Pupi Avati e Tornatore lo avrebbero scelto. Capita spesso che i bellocci, in quanto tali, vengano ritenuti a prescindere delle mezze calzette: dei miracolati. Succede anche a Stefano Accorsi. Se ne parla molto in questi giorni per la serie 1993, seguito di quella 1992 (partita bene e arrivata malino) “nata da un’idea di Stefano Accorsi”. Una frase tra l’enigmatico, il tronfio e l’involontariamente ironico che ha giustificato sfottò per mesi. Accorsi è perfetto per restare antipatico a molti: dalla vita sembra avere avuto tutto e, per questo, si tira addosso l’invidia dei più. A ciò si aggiunge un carattere non esattamente facile. Permaloso come quasi tutti gli artisti, o più in generale come tutti gli esseri umani, se l’è presa a morte perché due estati fa questo giornale (e chi scrive) lo inserì per gioco in un sondaggio atto a scegliere il più grande sopravvalutato italiano. Era, appunto, un gioco. Che conteneva nomi peraltro non sempre condivisi dall’autore e che, più che altro, avrebbe potuto contenere qualsiasi nome. Anche e soprattutto quello dell’autore del pezzo. Il concetto di “sopravvalutato” è oltremodo soggettivo. Per dire: chi è cresciuto a Springsteen e Pink Floyd reputa drammaticamente esecrabile che gente come i Modà riempia gli stadi, ma se li riempiono hanno ragione loro. E le chiacchiere stanno a zero. Come stanno a zero per quel che riguarda Accorsi. In attesa di capire se 1993 sia migliore o peggiore di 1992, la sua carriera parla da sola. Arrivare a 46 anni con il successo che ha, tenendo conto che tutto o quasi era partito dal «Du gust is megl che uan» di un gelato e da un videoclip degli 883, non era facile da prevedere. Men che meno da ottenere. Accorsi c’è riuscito, tra cinema e teatro, gossip e tivù. A volte ha sbagliato film, più spesso li ha indovinati. E’ sopravvissuto al Nanni Moretti fosco e straziante de La stanza del figlio, ha lavorato con il grande Carlo Mazzacurati e (più volte) con il fortunato Gabriele Muccino. E’ divenuto uno degli autori feticcio di Ozpetek. E’ stato il commissario Scialoja per Michele Placido in Romanzo criminale. Si vede anche nel nuovo Fortunata di Sergio Castellitto. Appare anche in un episodio di The Young Pope di Paolo Sorrentino. Le sue prove più convincenti, forse, risiedono però altrove. Anzitutto in Radiofreccia, probabilmente la cosa migliore fatta da Ligabue (anche se Ligabue la prende come critica). E poi il recente Veloce come il vento di Matteo Rovere (2016). E’ liberamente ispirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone. Accorsi interpreta un ex pilota, tanto dotato quanto pazzo. Ormai tossicodipendente, ritrova ragione di vita nell’allenare la sorella minore (anch’essa pilota). Uscito nell’aprile dello scorso anno quasi in sordina, il film ha mietuto premi. Molti di questi sono andati, giustamente, ad Accorsi: Nastro d’Argento, Premio Gian Maria Volonté, David di Donatello. Eccetera. Mica male, per uno che secondo tanti “non sa recitare”. (Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2017, rubrica Identikit)

Il quotidiano eroismo dei lavoratori italiani

Schermata 2017-05-02 alle 14.30.16La cosa che più colpisce di Sole cuore amore, il nuovo film di Daniele Vicari, è la capacità del regista di tramutare la quotidianità in epica. Un’epica triste e dolente, che restituisce brutalmente tutto l’eroismo che sta dietro a una madre di quattro figli che, ogni giorno, si fa quattro ore per andare al lavoro. Due per andare, due per tornare. Il tram alle 5 di mattina da Torvaianica, tra periferia e condomini. E due ore per tornare. Ogni giorno così, e non puoi certo ammalarti perché altrimenti il lavoro lo daranno a un’altra. Nel mezzo, una vita da barista forzatamente (ma meravigliosamente) sorridente. Bus che si rompono e che ti costringono a spettrali camminate all’alba, in mezzo a tanti altri forzati del lavoro deportati di qua e di là per neanche mille euro al mese (e spesso in nero). E’ questa la storia di Eli, figlia di quattro figli e sposata con un uomo disoccupato. Il bar è in centro a Roma, anonimo come molti bar del centro di Roma e non solo di Roma. Una collega extracomunitaria che sogna di laurearsi. E un datore di lavoro efferato nel suo sadismo quasi “garbato”, come se quei pochi soldi a fine mese – in cambio di una vita prossima alla schiavitù – te li regalasse. Daniele Vicari è regista (si sarebbe detto una volta) impegnato e militante, forte di film come Diaz, documentari fieri su attori pasoliniani (Mario Cipriani), tanti premi e altrettanti nemici. Compresa quella parte di critica che, nelle anteprime, lo ha accusato di eccessiva cerebralità. Di una freddezza affettiva deliberata, tipica di chi ha così a cuore il messaggio (“Il capitalismo deviato uccide”) da sottovalutare colpevolmente forma e cuore. E’ un’accusa che lascia il tempo che trova. E’ vero che le storie parallele di Eli e della sua amica Vale, ballerina incompresa da madre e colleghe, si incrociano solo in parte, sfociando in un finale che suona forse tronco e un po’ didascalico. Come è vero che il titolo, che cerca il testacoda – come fece Blob nel 2001 col G8 – alludendo a una canzone stupidamente spensierata e dunque opposta ai colori cupi del film ,suonerà straniante e forse controproducente per parte del pubblico. Sono però le uniche pecche eventuali di un’opera fieramente civile, commossa e necessaria. Larga parte della efficacia del film dipende dalla prova strabiliante di Isabella Ragonese, sempre col suo cappotto rosso che riecheggia quello della bambina di Schindler’s List. La sua bravura è fmonumentale nel dare corpo a una via Crucis che è poi quella di tante donne, e tanti uomini, disposti (costretti) a tutto per consegnare alla morte una goccia di splendore (avrebbe cantato Fabrizio De André). Bravo anche Francesco Montanari, il marito, tenero nel suo perenne senso di sconfitta derivante da una disoccupazione a cui oppone un amore invincibile: per la moglie, per i figli, per la vita. I film riusciti dipendono anche dalla resa degli attori non protagonisti, e in questo senso risultano decisivi Francesco Acquaroli (il “padrone”) e Paola Tiziana Cruciani (la madre bigotta di Vale). Alcune sequenze sono destinate a rimanere: il razzismo “distratto”, e quasi “normale”, della moglie del padrone e delle clienti del bar. L’incomunicabilità tra Vale e la madre. Il karaoke di Sole cuore amore, eseguito da due ragazzini insopportabili e circondati da una fauna umana non meno inutilmente ilare. La “canna” liberatoria tra Eli e il marito, unico svago di un’esistenza che non può essere definita tale. E poi l’indifferenza – la nostra indifferenza – di fronte a chi ci muore davanti, giorno dopo giorno, con quel garbo di chi non vuole disturbare neanche – soprattutto – quando soffre. Sole cuore amore, palesemente ispirato alla storia drammatica di Isabella Viola (che Vicari non cita), è un bel film. La parola “bello”, qui, c’entra però poco: è piuttosto un’opera giusta e doverosa, dritta e dolente. A tratti insostenibile. Con un’attrice spaventosamente brava e bella come una martire che si sacrifica per salvare chi le sopravvivrà. (Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2017)

Torna in te, Benigni: vederti così fa troppo male

Schermata 2017-04-25 alle 14.52.51Ci sono personaggi che è divertente criticare. Per dire: Nardella. Lo guardi e ridi. Per altri viene naturale e quasi doveroso. Poi ce ne sono altri che, invece, vorresti continuare a stimare. Di più: a volergli bene. Solo che non ce la fai più. Forse sei cambiato troppo tu, forse è cambiato troppo lui. E non certo in meglio. Appartiene a questa ultima categoria, ed è forse il primo della lista, Roberto Benigni. Che gli è successo? Il caso Report, tra divieti di sosta, sorpassi contromano e patenti sospese neanche fosse un Balotelli tardivo, è solo l’ultimo esempio. Quando le inchieste riguardavano Berlusconi, Report era la trasmissione più bella del mondo. Quando hanno raccontato una vicenda che lo riguarda, e dalla quale gli auguriamo di uscire indenne e cioè (realmente) innocente, ha reagito come Berlusconi. Come Berlusconi e come il suo amicone Renzi. Quel Renzi di cui è diventato cantore indefesso. Era già stato non poco indigesto – e pure pallosetto – vederlo tramutato da piccolo diavolo a nuovo pretino, pronto a insufflare ogni cosa di retorica: l’amore, l’inno di Mameli, la Costituzione (ops), la Divina Commedia. Qualsiasi cosa. Magari pure le istruzioni della caldaia, come immaginò su queste pagine Stefano Disegni (facendo arrabbiare da morire il suo permalosissimo entourage). Era stato indigesto, ma se non altro potevi ammirarne ancora il talento da divulgatore. Non puoi essere Cioni Mario per sempre. Certo. Ma neanche per forza devi diventare il Bondi spennacchiato del renzismo. Il suo voltafaccia sulla Costituzione è stato pietoso. Prima era la più bella del mondo. Poi si poteva cambiare, ma solo perché ora il “riformatore” aveva la maglia del Pd e non di Forza Italia (il cui capo, comunque, se non erriamo gli distribuiva i film). Poi è tornata la più bella del mondo, ma per poco: alla fine si poteva cambiare, ma giusto perché la riforma andava a toccare esattamente quelle parti che anche lui aveva sempre reputato (senza averlo mai detto prima) modificabili. Il “sì” avrebbe salvato il mondo, mentre il no sarebbe stata una sciagura come la Brexit, l’invasione delle locuste o uno strip di Orfini. Com’è diventato volubile, l’ultimo Benigni. Così volubile che, dopo il trionfo del no, si dice sia stato uno dei primi a chiedere di farsi cancellare dai sostenitori illustri del sì. Così volubile da dare sempre più ragione a Mario Monicelli, che lo riteneva un furbacchione per avere fatto liberare Auschwitz non ai russi ma agli americani, meritandosi (anche) con ciò l’Oscar. Qualcuno, soprattutto in Toscana, dice che è sempre stato così: un tipo bravo ad adattarsi. Non vogliamo crederlo. Che ti è successo, Roberto? Dov’è lo splendido guastatore degli esordi, quello con Carlo Monni, quello che non sembrava aver paura di nulla? Che senso ha essere satirici, se poi si diventa turiboli del potere? La storia degli artisti/intellettuali “di sinistra” è sempre più piena di delusioni cocenti. Molti di questi bastava guardarli e sentirli bene, per intuire come fossero solo dei bluff più scaltri di altri. C’erano però poi casi di comici brillanti, bischeri e genialoidi. Bastava una loro battuta e ti sentivi meno solo. Poi, di colpo, niente. Solo Yoko Ono travestite da Nikolette Brasky, tigri innevate a caso, messe laiche e peana al Potere. Rapportato al primo Benigni, quello attuale sembra un Robert Plant passato da Whole Lotta Love a una cover del Volo con lo zufolo. Torna in te, “il fu Robertaccio”: vederti così fa troppo male. (Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2017, rubrica Identikit)

Staino, il motivo per cui vince (?) Renzi

Schermata 2017-04-19 alle 12.42.46Una delle domande più frequenti, quando si parla di politica italiana, è la seguente: “Come fa il Pd ad avere ancora tutti questi voti?”. I sondaggi lo danno attorno al 30%. Non è abbastanza per andare al governo la prossima volta, non da soli almeno, ma è comunque tanto se si pensa a chi guida il Pd. Ovvero Renzi. E quindi nessuno. Ebbene, la risposta a quella domanda così insistita e insistente è la seguente: “Sergio Staino”. Per carità, non vorremmo dare qui troppa importanza a chi mai ne ha avuta. E in effetti potremmo fare altri nomi: Corrado Augias, magari. Oppure Vittorio Zucconi. Tutta gente che, in un passato neanche troppo lontano, ci pareva (vi pareva) non soltanto brava ma pure espressione massima di onestà intellettuale. Quando si opponevano a Berlusconi sembravano farlo non per partito preso, ma per la difesa di idee in qualche modo riconducibili a ciò che un tempo si soleva chiamare “sinistra”. La realtà era appena diversa, ed è qui che il prode Staino ci viene utile. Nato a Piancastagnaio nel 1940, Staino è sempre stato artisticamente l’alluce valgo di Altan. Il talento non lo ha mai intaccato, la capacità di barcamenarsi sì. Staino è uno Zdanov dei giorni nostri, espressione conclamata del semi-intellettuale ferocemente organico al partito. Quando D’Alema era il leader del Partito, Staino passava il tempo a criticare quei comici di sinistra che osavano prenderlo in giro: secondo lui, in quanto Capo, era automaticamente intoccabile. Ovviamente, quando D’Alema è caduto in disgrazia, per il coerente Staino è diventato il male del mondo. E a quel punto sì che andava preso in giro, anzi se possibile demolito. Se gli Zucconi & Staino avessero creduto davvero in un’Idea, e non alla visione di un partito concepito come una Chiesa o una squadra di calcio, di fronte a Renzi avrebbero scritto articoli belli e duri (Zucconi è in grado di farli, quando vuole) e disegnato vignette spietate e geniali (Staino non è in grado di farle, neanche quando vuole). Invece sono diventati più realisti del re e più renziani di Renzi: manganellatori dialettici delle opposizioni, pretoriani del niente e fiancheggiatori di una “classe dirigente” al cui confronto Brunetta è Roosevelt. Staino incarna al meglio (dunque al peggio) l’idea deviata e malsana di “fedeltà” al partito, anche se quel partito non c’entra più nulla con PCI e derivati. E’ il credente che continua ad andare a Messa anche se il prete è irricevibile, è l’ultrà che tifa più di prima anche se gli hanno comprato un attaccante che fino al giorno prima avrebbe strozzato. E’ l’elettore che scambia la politica per il calcio. E’ il finto-satirico che celebra Renzi come il sol dell’Avvenire, esibendo un trasporto che avrebbe imbarazzato financo Ghedini con Berlusconi, salvo poi fare l’offeso (a giorni alterni) quando lo lasciano a terra con le macerie di quel che resta de L’Unità. E’ il “direttore” che rade al suolo il sogno cartaceo di Gramsci, partorendo un quotidiano orripilante, tra elzeviri lividi di Romano e brodaglie becere di Rondolino. E’ quella parte di Toscana (ma pure di Emilia) che vota Pd a prescindere, passata con disinvoltura autentica dal poster in camera di Berlinguer a quello della Morani. E’ uno dei tanti soldatini anonimi che distruggono l’esercito dall’interno, e neanche se ne accorgono. In breve: Staino è la consunta polizza della vita politica del mai stato giovane Renzi. Finché c’è vita c’è speranza, finché c’è Staino c’è Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2017, rubrica Identikit)

Lorenzo Guerini, l’idolo di noi tutti

Schermata 2017-04-12 alle 13.52.10Se non avete sentito niente, vuol dire quasi sempre che ha appena parlato Guerini: Lorenzo Guerini. Il suo nome dirà poco a molti, ed è una fortuna per quei “molti”, eppure questo bel personaggetto coi capelli da Zanda minore è uno che conta. O almeno così gli han fatto credere. Guerini è addirittura il portavoce del Pd, ed è anche per questo che quando parla non dice quasi mai niente. Per questo e per quel carisma nascosto. Molto nascosto. Praticamente inesistente. Con l’avvento di Renzi al soglio pontificio del partito di presunta sinistra, Guerini è diventato anche vicepresidente del Pd in coabitazione con Debora Serracchiani: parafrasando sadicamente Gaber, “due miserie in due corpi soli”. Guerini è tornato a parlare pochi giorni fa. Il povero Michele Emiliano, che da quando ha deciso (assurdamente) di non abbandonare il Pd ha più sfiga di Giuseppe Rossi, si è rotto il tendine d’Achille. Qualcuno dei suoi, tipo l’ineffabile Francesco Boccia, ha chiesto – pare all’insaputa dello stesso Emiliano – di procrastinare la data delle Primarie. Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo (cioè dal partito), si è detto subito d’accordo. Un gesto di sportività e correttezza: per questo il gesto meno indicato per un tipino goffo e vendicativo come Renzi. Così Guerini, che del Pacioccone Mannaro è propaggine ligia e fedelissima, ha dispensato il Sacro Diniego al vile volgo: “Facciamo tanti auguri a Michele, ma la macchina è ormai in moto“. E’ del tutto evidente che definire il Pd “una macchina in moto” è come asserire che Adinolfi è un recordman filiforme nei 100 metri, o che Facci è un giornalista bravo e pure figo, ma nel Pd tutto è dadaismo. E infatti Guerini, lì dentro, ci sta benissimo. La sua storia non è granché divertente, però a suo modo emblematica. Il trionfo grigio del burocrate nato, dell’uomo che senza talenti evidenti vive la politica come un continuo barcamenarsi. Come un eterno compromesso, va da sé al ribasso. Sempre Gaber, in Io se fossi Dio, se la prendeva con i “grigi compagni del PCI” e con “gli untuosi democristiani”. Verrebbe quasi da pensare che, di tali baldanzose e iconoclaste definizioni, Guerini costituisca una sorta di crasi umana. Un po’ grigio e un po’ democristiano. Nato a Lodi nel ’66 (1966: non 1866), comincia la sua carriera nella Democrazia Cristiana. Due volte consigliere comunale a Lodi, poi assessore, quindi coordinatore locale dello sfavillante Partito Popolare. A neanche 29 anni, nel 1995, è eletto Presidente di Provincia: il più giovane in Italia. Fa il bis nel 1999. Nel frattempo aderisce alla Margherita. Nell’aprile 2005 è eletto sindaco, anticipando a Lodi il percorso che il suo futuro dux Renzi farà nella povera Firenze (povera perché non si meritava Renzi, come non si merita Nardella). Ancora sindaco di Lodi nel 2010, lascia il mandato per farsi eleggere alla Camera nel 2013 tra le file del Pd. Con Bersani non ha posizioni di primissimo piano, ma con Renzi gli ex Margherita prendono il potere (va be’) e Guerini si unisce all’allegro carrozzone. Ogni volta che c’è da giustificare istituzionalmente l’impossibile, spunta lui. Butta là due frasi fatte, dà la sensazione di crederci pure e poi se ne va. Fiero di aver ricordato una volta di più al mondo che la politica può essere una cosa bella e addirittura sognante, ma molto più spesso no. (Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2017, rubrica Identikit)

De Luca, il braccio petrarchesco del renzismo

Schermata 2017-03-28 alle 12.01.03E’ insopportabile questo atteggiamento di sufficienza, e addirittura diffidenza, nei confronti di un galantuomo come Vincenzo De Luca. Egli, al contrario, è un punto di riferimento per tutti noi. Nel suo cuore c’è grazia, nel suo sguardo c’è odor di santità (e nel suo duodeno preferiamo non sapere cosa alberghi). De Luca, oltre ad avere inventato Salerno e anzi la Campania tutta, incarna appieno l’idea di rottamazione renziana: qualcosa di non solo inedito ed efficiente, ma anche – soprattutto – di moralmente intonso ed esteticamente aggraziato. Ogni suo gesto trasuda talento e bellezza. Eppure i detrattori, in servizio permanente come vili gufi che sanno solo odiare, amano criticarlo. Gli piace proprio punzecchiarlo per ogni cosa che dice o fa. Inventano dicerie sulla sua storia penale e fanno sempre brutti commenti sul suo lessico. D’accordo, non tutti amano esprimersi sopra le righe, ma questo non è un problema suo bensì di questi tempi intrisi di buonismo posticcio e politically correct a casaccio. La verità è che Vincenzo De Luca regna, signoreggia e soverchia: andrebbe preso a esempio, come infatti Renzi ha fatto e fa. E se lo fa Renzi, uno che come noto non sbaglia mai, dovremmo farlo tutti. Se De Luca elogia il clientelismo, è inutile essere garantisti: lui ha ragione di default. Se De Luca sogna di trovarsi di notte Travaglio da solo per farne quel che lui vuole, non ha senso attaccarlo: ognuno ha i suoi gusti e le sue perversioni, come dimostrano peraltro quei due o tre che ancora votano Alfano. In questa mania odiosa di scorgere ovunque tracce di sessismo, fa poi specie la tendenza della stampa italiana nello stigmatizzare ogni afflato sinceramente femminista di De Luca. La sua storia è satura di sonetti petrarcheschi dedicati a Muse senza le quali non saprebbe vivere. Su tutte la Bindi, a cui De Luca ha dedicato terzine mirabili. Per esempio: “Bindi infame, da uccidere”. Parole che trasudano quell’amore che ha reso Erode caro ai bimbi di tutto il mondo. Mansueto e mai caricaturale, De Luca ha davvero una buona parola per tutti. Per il “consumatore abusivo d’ossigeno” Peter Gomez, per il trio grillino Di Battista/Di Maio/Fico che andrebbe ammazzato. Oppure per Emiliano, per chi ha votato “no” il 4 dicembre e più in generale per tutti coloro che osano nutrire dubbi sul suo fascino accecante. De Luca ha di recente tratteggiato con letizia e candore anche l’empia grillina Valeria Ciarambino. Ascoltiamolo, perché ascoltarlo ci fa bene: “Una signora che disturba anche quando sta a cento metri di distanza. Una chiattona”. Che levità, che lirismo. Fanno bene i renzini a difenderlo, minimizzandone ogni volta gli spigoli e minacciando al contempo di invadere la Polonia se solo un 5 Stelle asserisce che la Boschi non è Rosa Luxemburg. Con quelle parole, De Luca voleva solo esprimere tutta la sua stima nei confronti della criminosa Ciarambino. E di questo dovremmo ringraziarlo, una volta di più. Certo, verrebbe voglia di notare come un figuro meno affascinante di Orfini appena sveglio, carismatico quanto un’acciuga morta e involontariamente comico (persino) più di Renzi faccia un po’ tenerezza quando critica le fattezze altrui, ma sarebbe una notazione assai pedante. Sia dunque lode a De Luca, il braccio verbalmente violento del renzismo. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2017, rubrica Identikit)

Elogio di Tomas Milian

Schermata 2017-03-24 alle 12.58.26Ogni tanto, in qualche film dei Novanta, capitava di imbattersi in Tomas Milian. Così, quasi a tradimento. Non era mai l’attore protagonista, eppure a un certo punto compariva. I registi erano importanti: Sydney Pollack, Oliver Stone, Steven Soderbergh, Steven Spielberg. Riconoscerlo non era facile, non tanto perché fosse invecchiato male ma perché appariva diverso – troppo diverso – dall’immagine che gli si era sedimentata addosso (e attorno) sul finire dei Settanta. Quella del Monnezza, ma pure di Nico Gilardi (che tanti confondono ancora). Chissà se Tomas Milian, nato a L’Avana il 3 marzo 1933 e morto mercoledì a Miami, convivesse davvero bene – come diceva e tutto sommato sembrava – con quella strana carriera, lunga e gloriosa, fatta di parti “importanti” con registi “impegnati”. E poi esplosa quando nessuno se l’aspettava più, nella maniera meno prevedibile possibile. Tomas Milian, vero nome Tomás Quintín Rodríguez Milián, esule cubano dal passato tremendo e i demoni in servizio permanente, pareva convivere bene con quel ghiribizzo del destino perché – è lecito supporre – si intendeva di ghiribizzi e destini. E perché conosceva bene quanto fosse difficile essere Er Monnezza. Era qualcosa che richiedeva talento, incoscienza e camaleontismo: far ridere crogiolandosi nell’apparente trogolo – ché poi trogolo non era – del vernacolo spinto, del turpiloquio disinvolto. Della battutaccia che doveva essere sempre peggiore della precedente. C’era la rima caciarona: «E chi è il cane di Mustafà?»; «Quello che lo stà a pià ‘nder culo e dice che stà a scopà!». C’era la risata da Google Maps trucido: “Ecco, appena l’hai trovata te ce fai benedì, poi piji la via p’annà affanculo che tanto ‘a strada ‘a sai…”. E c’era pure l’accenno esistenzialista: “Vòi scommette che er giorno in cui la merda diventa oro, noi poveracci nasciamo senza er culo?”. La critica arricciava il nasino, il pubblico rideva di gusto e chiedeva il bis. Che arrivava, finché non c’era proprio più nulla da spremere. Nel frattempo Tomas Milian era ormai “solo” il Monnezza (e Nico Girardi). Sempre in coabitazione con Ferruccio Amendola, perché quei ruoli potevano funzionare solo con quella voce. Milian partecipava alla sceneggiatura, aggiungeva dialoghi all’impronta e usava come bussola Quinto Gambi, l’amico pesciarolo di Tor Marancia che faceva pure la controfigura nelle scene d’azione.  Milian ha più volte detto che gli sarebbe piaciuto farsi seppellire a Roma. La città che più gli ha voluto bene. La stessa che, nel 2014, lo aveva riaccolto come un imperatore stanco conferendogli il Marc’Aurelio. Nel frattempo era potuto ritornare a Cuba, dopo averla lasciata nel 1956. Milian ha vissuto mille vite. Esistenze, esperienze. Traumi, suicidi. Passioni, fallimenti. Figlio di un generale del dittatore Machado, severo e violento, che si tolse la vita nel 1945 davanti agli occhi del figlio. Tomas aveva 12 anni. Si trasferì negli Stati Uniti, prima Miami e poi New York. L’accademia, i teatri di Broadway, le prime serie televisive. L’Actors’ Studio, il metodo Strasberg. La stima di Jean Cocteau. Nel 1959 ha cinque dollari in tasca e non si sa come arriva in Italia, partecipando al Festival di Spoleto con una pantomima di Franco Zeffirelli. In Italia capisce che può vivere di recitazione. Recita per Bolognini, Visconti, Lizzani. In quegli anni Er Monnezza non è neanche un’ipotesi: è un’eresia. Poi Sollima, Corbucci, Lizzani. Quindi un film di Fulci, derubricato oggi a “cult horror”: Non si sevizia un Paperino. La sevizia è la cifra di un film in cui Milian dà il meglio (perché era bravo, molto bravo) e il peggio (perché la sceneggiatura lo esigeva). Anno 1974, titolo Milano odia: la polizia non può sparare. La regia è di Umberto Lenzi, con cui Milian creerà di lì a poco il Monnezza. E sarà proprio il Monnezza, di cui Milian prolungherà l’esistenza scegliendo per La banda del trucido un altro regista (Massi), a rovinare il rapporto tra i due. Ma siamo già oltre, quando il genere declina in parodia. Prima, in Milano odia: la polizia non può sparare e Roma a mano armata (dove Milian è l’inquietante Gobbo), c’è solo violenza. Milian, nella prima pellicola, incarna Giulio Sacchi. Uno dei cattivi più sadici, psicopatici e respingenti nella storia del cinema italiano. La sua è una prova prodigiosa e portentosa, dopo la quale – chissà, forse per una strana nemesi o magari per cercare una catarsi a tutta quella violenza – il poliziottesco diviene monnezzismo. Milian – anche discreto cantante – non si libera più di quella fama e di quel peso, e non bastano le parti in JFK, Amistad o Traffic per invertire la rotta. Che, peraltro, l’attore non aveva la fregola di invertire. Il resto sono nostalgie, risse, sbornie. Dipendenze. Rivelazioni sulla sua sessualità (era bisessuale), ruoli quelli sì improbabili (testimone di nozze al matrimonio di Eva Henger). E poi una costante: aver vissuto una vita forse non sua, non del tutto almeno, ed essercisi comunque trovato benissimo. (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2017)

La simpatia contagiosa della coerentissima Anna Finocchiaro

Schermata 2017-03-21 alle 12.42.00C’è davvero una grazia inaudita in ogni gesto, e azione, di Anna Finocchiaro. Proprio la grazia, da sempre, è la cifra di questa simpatica senatrice – e quasi madre costituente – in forza al Partito Democratico. La grazia e l’eleganza. Nata a Modica nel 1955, laureata in giurisprudenza, funzionario della Banca d’Italia nella filiale di Savona. Pretore a Leonforte e sostituto procuratore nel tribunale di Catania, quindi nel 1987 deputata PCI. Da allora è stata torcida politica inesausta, in un parossismo di leggenda continua. Candidature al Quirinale puntualmente disattese, trionfi inversi alle Regionali contro Lombardo, carinerie sulle “bidelle”, rispetto assoluto della base che osa protestare (“Ma cosa vogliono questi?): idolo assoluto. Celebre per la voce da imitatrice di Camilleri e per le tante prese di posizione coraggiose, su tutte andare all’Ikea con la scorta, Donna Anna è ora Ministro dei Rapporti con il Parlamento. Ha ereditato tale ruolo dalla totemica Maria Elena Boschi, con cui inizialmente non pareva legare. Non amava troppo neanche Renzi, che la attaccò dopo la storia dell’Ikea. Sempre garbata e mai sopra le righe, Donna Anna rispose così al futuro ducetto goffo di Rignano: “Miserabile”. Poi, con quella coerenza granitica che spesso alberga nel Pd, si reinventò mediamente entusiasta del capolavoro Boschi-Verdini. Negli opuscoli atti a celebrare la beltade di tale riforma, la Finocchiaro era pure chiamata “Angela” (l’avevano scambiata con l’attrice), ma Donna Anna non si era per questo crucciata: non più del solito, almeno. Come premio a tale fedeltà renzista, e a tali trionfi referendari, le hanno regalato un ministero. Da allora, fiutando l’apparente mal parata di Renzi, Donna Anna ha cominciato a guardarsi attorno. Da qui l’appoggio alla candidatura di Andrea Orlando. Proprio nel tentativo di magnificarne le gesta, Donna Anna era l’altro giorno a Reggio Emilia. L’eversivo David Marceddu, sul sito del Fatto, ha testimoniato tale epifania. Il bieco giornalista ha pure provato a chiedere a Donna Anna perché fosse assente durante la votazione che ha salvato Minzolini, ma ella (con leggiadria consueta) non ha alfine risposto. In compenso ha esaltato le compagne e i compagni reggiani. Uno di loro, a un certo punto, si è alzato e ha dichiarato che i suoi figli votano 5 Stelle e lui non riesce proprio a farli smettere. Lo ha detto con sgomento assoluto, roba che se avesse avuto figli eroinomani o peggio serial killer sarebbe stato parecchio più sereno. Donna Anna, con grazia atavica e per nulla trasfigurata, ha risposto dispensando saggezza e democrazia. Ascoltiamola: “Loro (i grillini, NdA) l’idea del paese non ce l’hanno, campano col mal di pancia del paese e non possono fare altro che insufflare (?) insoddisfazione”. Qui Donna Anna ha cominciato a gesticolare a caso, esibendo uno sguardo vieppiù posseduto e spostando pure il tono di voce in modalità “Lucifero on”. Ascoltiamola ancora: “(Insufflano) odio, cattiveria, divisione perché questa è la cosa che li tiene in pieeeeediiii!!!” (ovazione delle 16 persone presenti, età media 214 anni). Qui Donna Anna ha ripreso fiato, non prima però del colpo di grazia: “Non esistono politicamente!”. E ancora: “Sono incapaci di governare. Ma Roma qualcuno lo (?) sta guardando o no? Un partito che è l’emblema della antidemocraticità” (praticamente Grillo è Goebbels e Di Battista Himmler), “dell’opportunismo, dell’ipocrisia, della bugia elevata a sistema”. A fine arringa, Donna Anna pareva fiera e convinta d’esser stata convincente. Non sapeva che, da allora, i figli di quel padre addolorato son lì che guardano in loop il video. Ridendo di gusto. E ancor più convinti di votare 5 Stelle. (Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2017, rubrica Identikit)

Andrea Romano campione del mondo e Pallone d’oro

Schermata 2017-03-07 alle 16.30.52Da mesi gli ascolti di La7, al mattino o nel primo pomeriggio, registrano effetti schizofrenici. Lo share sale e poi scende di colpo, per poi risalire apparentemente senza logica alcuna. Dopo lunghi e ponderati studi, si è dato a tale fenomeno il nome di “Effetto Andrea Romano”. Funziona così: uno è lì che guarda L’aria che tira, oppure Coffee break o magari Tagadà. Inquadrano qualcuno e lo spettatore si ferma. Poi inquadrano Andrea Romano. E lo spettatore scappa. Ogni giorno così. E’ lo stesso coi Rondolino o con le Meli, ma con Romano forse di più. Il nostro eroe non ha doti evidenti, o se le ha le nasconde benissimo. Scrive malino, parla pallosamente. Oltremodo respingente, ha un eloquio involuto e bolso. Trasuda supponenza e purtroppo per lui non può permettersela. Fisicamente, e pure come timbro di voce, ha un che di Filippo Timi. Però peggio. Parecchio peggio. “Politico” senza che la politica ne avesse poi così bisogno, Romano ha un fiuto raro nel non beccarne mezza. Quando scriveva su La Stampa, dieci anni fa o giù di lì, puntava su D’Alema e diceva al contempo che Grillo (dopo il VDay) si sarebbe sgonfiato subito. Ci ha preso in pieno, come sempre. Dopo aver girato qualche anno a Nardella, cioè a vuoto, ha cominciato a dirci che l’unica salvezza del pianeta Terra si chiamava Monti. Poi, quando Monti nel 2013 ha giganteggiato con la sua Sciolta Civica, si è reinventato renziano. Assieme a Genny Migliore incarna il trasformista iper-governativo, perennemente in tivù a dirci che Renzi è Dio, Carbone Gobetti e la Boschi la Madonna. Romano è un po’ assurto a Ghedini di Matteo: son soddisfazioni. Più va in tivù e più porta voti agli altri, come quasi tutti i renziani, ma tanto loro non se ne accorgono mica. Prima del referendum, Romano ci diceva che con la vittoria del “no” saremmo morti tutti. L’Apocalisse sarebbe scesa sul Pianeta Terra e tutto sarebbe stato tragedia. La riforma Boschi-Verdini la conosceva pochino, infatti con Fedriga raccattò una figuraccia epocale, ma lui pontificava comunque. I risultati, ancora una volta, si sono rivelati straordinari: quel che Romano politicamente tocca, muore. O quantomeno agonizza. E’ così anche in questi giorni, quando pascola di studio in studio per difendere Renzi, sia esso Matteo o il di lui leggendario padre Tiziano, sul caso Consip. Un caso che, ovviamente, conosce più che altro per sentito dire. Epica l’ennesima figura da Gozi nei giorni scorsi con il noto criminale Marco Lillo, in forza come sapete a questo empissimo giornale. In evidente difficoltà, che è poi spesso il suo status naturale, Romano ha ricordato a Lillo di essere un giornalista anche lui. E tutto il mondo ha riso come un sol uomo (L’Unità ha riso di meno: Romano si sta adoperando per affossare pure quella). Si potrebbe dire che, a furia di cantonate e sconfitte, lo sfavillante Romano diventerà un giorno umile. E magari capirà di avere forse sbagliato “lavoro”. Macché. Ogni giorno tromboneggia con voce rugginosa e aria sicura, senza contenuti e senza pubblico, come se tre mesi fa (vamos) non fosse stato sfanculato pure lui da 19 milioni di persone. Per lui, e per i renziani, in fondo non è successo nulla. Ed è questo uno dei tanti problemi dei renziani: continuare a sentirsi Marchesi del Grillo, quando al massimo sono Pretoriani del Renzi. Cioè di nessuno. (Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2017, rubrica Identikit)