Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Libri

I migliori di noi (un’autopresentazione)

gioiaIl settimanale Gioia mi ha chiesto di presentare il mio libro “I migliori di noi”, che grazie a voi sta continuando a fiammeggiare e che presenterò qua e là fino a settembre (tutte le date qui). L’ho fatto con queste parole, che mi piace pubblicare anche qui.

“Una delle cose che più mi affascina, da sempre, è l’amicizia. Non solo l’amicizia in sé: anche la sua narrazione. Pensate a True Detective: cos’è, quella serie, se non una maniera straordinaria di raccontare un’amicizia? Ripenso anche a Bruce Springsteen e a una sua vecchia canzone tratta da Nebraska, Highway Patrolman, che ha ispirato il primo film da regista di Sean Penn. Non l’ho capito subito, ma mi sono presto reso conto che alla base del mio nuovo libro ci fosse la voglia di raccontare un’amicizia decennale, parzialmente inspiegabile come spesso sono le amicizie, tra due persone assai diverse. Cos’è che, negli anni, ci tiene legati a persone che spesso non sopportiamo, e i cui comportamenti reputiamo talora inaccettabili, ma che ciò nonostante – o forse proprio per questo – reputiamo irrinunciabili? Pensate alla vostra migliore amica, al vostro migliore amico. Una persona per voi fondamentale. Di colpo quella persona – quel punto cardinale – scompare. Vi lascia soli. Così, di punto in bianco. Per poi riapparire, venticinque anni dopo, quando nel frattempo non fai più l’università, ma ti sei sposato. Hai avuto un figlio. Sei invecchiato. E certo cambiato, non saprei dirvi se in meglio o in peggio. Come reagiremmo? E come reagireste, se questo nuovo incontro arrivasse nel momento più difficile della vostra vita, proprio quando state aspettando l’esito di un esame decisivo? E’ questa la scintilla da cui sono partito: due anime perse, forse salve e certo diversissime, che si ritrovano. Cercano di riprendersi le misure. E scoprono che un’amicizia vera non muore mai. “I migliori di noi” è nato così. Un elogio dell’amicizia, tra bicchieri di vino, ironia (tanta), disillusione (un po’), vino e buona musica. Tutto questo, però, non sarebbe bastato. Serviva altro. Anzitutto due cani. Sarà che li amo, e sarà che i miei libri del cuore contemplano sempre almeno un cane (pensate a Saramago, per esempio). Non conosco il motivo, ma non riesco davvero a concepire un libro senza cani. Che volete farci, sono fatto così. I cani sono fumetti perfetti: i migliori attori non protagonisti del mondo. Sono decisivi senza chiedertelo, fanno sorridere e sono così naturalmente incredibili da apparire credibili in ogni cosa che fanno. Così, in questa storia blues di amore e amicizia, con uomini fragili e donne prodigiose, ci sono due cani. Uno molto saggio e uno molto bischero. Un po’ come i loro padroni, forse. L’altra componente era il contesto. Quando scrivi un romanzo può capitare di scervellarti per anni cercando il luogo giusto, salvo poi trovarlo nella realtà che vivi tutti i giorni. Izzo non poteva avere che Marsiglia, Vazquez Montalban non poteva avere che Barcellona. Ognuno ha la sua Macondo. La mia, nel mio infinito piccolo, è Arezzo. Una città in sé letteraria, anche se spesso se ne dimentica, con quel centro storico che pare disegnato da un pittore tanto talentuoso quanto sbadato. Così sbadato da non accorgersi neanche di quanto sia bravo. Buona lettura.”

(Gioia, 12 gennaio 2017)

I migliori di noi (recensione Il Fatto)

img_7621“L’amicizia vive di contrappesi tutti suoi, di bilanciamenti, di non detti, di un codice Morse che serve anzitutto per superare le frizioni. Per tollerare la lontananza. Per non dimenticare che l’amicizia è l’antidoto più efficace allo scorrere del tempo e l’unica cosa che, ai massimi livelli, riesce perfino a fottere la morte”. Ma anche “una strana malattia appiccicosa”.
E’ vero, non vale prendere un pezzo di libro per cominciare quella che dovrebbe esserne la recensione (ammesso che il genere esista ancora). Non ce ne vogliano i lettori, una ragione c’è ed è presto detta: I migliori di noi (da oggi sugli scaffali delle librerie con Rizzoli) di Andrea Scanzi è soprattutto un libro sull’amicizia, con svariate e insperate e sfumature di tenerezza. Insperate perché è difficile anche solo sospettarle dall’immagine pubblica dell’autore (può trasmettere l’idea di pensare al mondo come a un posto popolato di troppa gente che in una gara d’idiozia riesce a perdere). Ci sono Max e Fabio, cinquantenni, amici, ex fratelli ammesso che si possa diventare ex nella fratellanza. Uno di loro ha tradito, o sembra averlo fatto. Quasi a sua insaputa, per superficialità, noia, horror vacui. Di certo soldi e successo non sono stati gratis. Si paga tutto e qui si paga il prezzo dell’abbandono e dell’opportunismo: il mondo non sempre è dei furbi, non è vero che vince chi dimentica. Fabio è rimasto a casa, non ad aspettarlo, semplicemente a vivere. Non ha bisogno nemmeno di i-migliori-di-noi-coverperdonarlo, l’aveva fatto prima del suo imprevisto rientro in città. L’avrà aiutato Federica, compagna di tutta la vita, un amore miracolosamente sopravvissuto integro alle pantofole e ad altri accidenti della routine? L’avrà aiutato Bergie, adorabile e acutissima esemplare di Leonberger (un canone, mezzo San Bernardo mezzo Terranova), dotata di qualità telepatiche? Forse Fabio è semplicemente uno che sa come va il mondo, non è mitomane, sa che nel rapporto con l’altro (e più in generale nella vita) noi facciamo e diamo quello che possiamo mentre l’altro è con noi; è uomo abituato alle assenze, visto che suo figlio Marco, ormai adulto, vive a Londra e non telefona tutti i giorni.
Le cose vanno o non vanno: lo sa bene Fabio che per vivere scrive fiction (di successo) per Rete4. Non proprio un sogno, ma dà da mangiare. E magari lo sa anche Max che ha avuto la ventura (fortuna forse non si può dire) di scrivere una canzone di super successo trent’anni prima: il massimo che gli può capitare è ricevere una mail da Alex Britti o Ligabue (deliziosa perfidia dell’autore) che gli domandano se possono farne una cover. Lui sul computer tiene un file con la risposta valida per tutti, si limita a un copia-incolla nel testo-mail: cambia solo il nome dell’intestazione. Nei suoi occhi si vedono roteare i dollari come in quelli di Zio Paperone, ma l’ombra che sta dietro è il vuoto. Ha una risposta prefabbricata e la salvezza maledetta dell’immortale (non per dire, è diventato un classico) brano Dammi il bikini (non provate a cantarlo, chi scrive l’ha incautamente fatto e non è consigliabile). Della rockstar gli è rimasto solo tingersi i capelli e incassare le royalties. Infatti è lui il destinatario della domanda più dolorosa: “Perché mi hai lasciato solo per tutti questi anni? Eravamo i migliori. I migliori di noi. Tra fratelli figli unici, non si fa”. Si possono rincollare i cocci? Risposta: sì. Il mastice è il vino, la musica, la bici (tutti ingredienti che si trovano anche nel precedente La vita è un ballo fuori tempo, di cui rispuntano personaggi e suggestioni: l’arzillo ottuagenario Vaiana, il giornale la Patria, un cane telepatico).
domenico-bigIl racconto, dice Calvino, “è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo”. E il tempo di questa storia, oltre al palleggio passato-presente, è quello di un’attesa, la più temibile: l’esito di un esame medico a cui Fabio si è sottoposto. Ma, a dispetto delle paurosissime circostanze, non è una prospettiva disperata. Il tempo dell’aspettare è riempito, naturalmente di bilanci (e di elenchi), ma anche di molta leggerezza dell’essere. Di piaceri in barrique, battute, riscoperte, bariste meravigliose (ce n’è una anche nel primo romanzo). Lo spazio è invece una città non immaginata ma reale. Arezzo, cui l’autore sembra voler restituire qualcosa, forse – azzardiamo – autonomia e distanza dalla straripante narrazione della toscanità “che piace e va incontro” come la sinistra che fu: Etruria non è solo una banca. E la colonna sonora (c’è, questo libro suona)? Tra le tantissime citazioni, vince una di Roger Waters: “Lo sai che mi importa di quello che ti succede/ e lo so che anche tu ti interessi di me/ Così non mi sento solo/ o non sento il peso della pietra”. Dopo aver raccontato le fragilità della generazione dei figli nei precedenti due libri, questa volta Scanzi si occupa dei padri: lo fa maneggiando con cura la materia, con il suo abituale sarcasmo, molte note umoristiche e continue sottolineature. Ma non ci sono giudizi universali da dispensare, solo vite da illuminare.
Proust – che di questo legame non sembra avere una gran idea – scrive che “Il piacere dell’amicizia si basa sulla menzogna che vorrebbe indurci a credere di non essere irrimediabilmente soli”. Non è detto sia vero. Forse l’amicizia è davvero un farmaco per creature “continuamente minacciate di morte, cioè tutti gli uomini”. Fabio e Max ve lo spiegheranno. (Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2016. Articolo di Silvia Truzzi)

I migliori di noi

i-migliori-di-noi-banner-con-dataCi siamo. Domani, ancora per Rizzoli, esce il mio secondo romanzo. Si intitola I migliori di noi e ve la cavate con duecento pagine. E’ ambientato ad Arezzo ai giorni nostri e non ha niente di politico. E’ la storia di un’amicizia tra due cinquantenni che sono cresciuti insieme, ma che non si vedevano da troppo tempo. Ci sono molti dialoghi, tanto vino e due cani meravigliosi. C’è una donna bellissima, un’altra che sta arrivando. Si ride, o almeno era quello che volevo quando l’ho scritto. Ma c’è anche un po’ di malinconia e di inquietudine, perché non potrebbe essere altrimenti.
E’ un libro a cui voglio molto bene. Spero che vi piaccia, e che addirittura gli vogliate anche voi un po’ di bene.

Fabio non si è mai mosso dalla città in cui è nato, ha un figlio lontano e un lavoro che non è diverso da molti altri. Max è tornato da chissà dove e chissà perché. Non ha niente e nessuno. Eppure, per i due che si rincontrano dopo quasi trent’anni, è come non essersi mai lasciati: le corse notturne in bicicletta, la musica, il vino. I cani, quelli salvati e quelli salvatori. Le promesse. E le risate, appoggiati al banco del solito bar.
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Certe amicizie rinascono come niente, ma si portano dietro anche quello che si voleva dimenticare: gli strascichi di una partenza improvvisa e dolorosa, il senso di colpa per una brutta storia, un perdono mancato. Tra un amore che nasce e un altro che certo non muore, l’attesa di una diagnosi incerta è il momento perfetto per capire cosa si è preso il tempo. E cosa ha dato. “Perché mi hai lasciato solo per tutti questi anni? Eravamo i migliori. I migliori di noi. Tra fratelli figli unici, non si fa.”
Un romanzo folgorante sull’amicizia e sull’amore, sul tempo che ci scivola addosso, sulle cose che lasciamo andare, e su quello che abbiamo salvato.

 IN TUTTE LE LIBRERIE DAL 3 NOVEMBRE 

La vita è un ballo fuori tempo (il mio primo romanzo)

Il mio primo romanzo. Spero vi piaccia.

Buona lettura. E grazie, ma davvero, di tutto

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I nostri primi quarant’anni (o giù di lì)

Non-è-tempo-per-noi-spotNell’intervista di settembre, Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″. Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue.
Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro.
Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del toposscanziano. Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta. A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio.
I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori). Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli antaLa voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta. Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano. Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande FratelloAi pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini.
Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore. Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere. Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi. Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici.
Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro). Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini. E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo. Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso.
grazie
Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni. Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere. Le affinità finiscono qui. Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese. Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza.
L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità.
E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica. Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo). Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere). Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto.
Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga. Forse non per tutti. Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto. Solo per non averci provato” (Shiatsu77)

Tre edizioni in una settimana. Grazie, davvero.

 

grazie

Il nuovo libro

Non-è-tempo-per-noi-lancio

 Dal 10 luglio

in libreria


Happy Birthday, Nebraska

Happy Birthday, Nebraska è un racconto che ho scritto per Feltrinelli. Esce oggi, solo come e-book (anzi come e-racconto: sono 15 pagine). All’interno della neonata collana Zoom.
Lo potete acquistare ovunque, sul web, scaricandolo a 0.99 Euro.
E’ una maniera per festeggiare il trentennale dell’album Nebraska di Bruce Springsteen, in chiave però narrativa. Un mio (spero) ulteriore modo di avvicinarmi al romanzo.
Mi fa piacere se lo leggete.
A lato trovate la copertina e, poco sotto, la breve descrizione dell’opera.
Per acquistarlo: qui
Il 24 maggio verrà ristampato anche il mio primo libro, Il piccolo aviatore, Vita e voli di Gilles Villeneuve (Limina 2002, 2012).

Nebraska” è l’album più sottovalutato di Bruce Springsteen. O almeno così dice Giallu. E alle note di “Nebraska”, “Atlantic city” e “Johnny 99” si intrecciano quelle, lievi ma non meno profonde, di un’amicizia. Perché, come un rapporto che finisce, non ci sono parole per descrivere “Nebraska”. Se non quelle di Giallu che, nella sua placida saggezza, lo conosce come se avesse accompagnato Bruce nella stesura: “Giallu diceva che la sedia che geme è l’unica recensione possibile di Nebraska”.

I cani lo sanno

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Dal 21 settembre

in libreria

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