Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Michele Serra e la tribù del meno peggio

serraE’ sempre un piacere leggere Michele Serra, dai tempi di Cuore. Due giorni fa, su Repubblica, ha scritto una lettera a Civati così riassumibile: mi stai simpatico, però continuerò a votare Pd. “E’ da una vita che preferisco quelli come te, gli irrequieti, i curiosi, i movimentisti, li sento più affini, più liberi, perfino più convincenti, ma alla fine butto il mio voto, per sicurezza, nel calderone più grande a disposizione, quello del partitone di massa”. Verrebbe quasi voglia di pensare a Serra come a uno dei tanti nati incendiari e divenuti pompieri. Sarebbe un errore: Serra è sempre stato così. Già 35 anni fa, pur affettuosamente, accusava Gaber (dalle pagine de L’Unità) di prendersela con tutti e dunque di indebolire il “partitone di massa”. Serra, talento autentico, incarna al meglio la figura dell’intellettuale critico ma organico, che si arrabbia ma poi vota sempre gli stessi: “Non mi pongo come esempio, magari sono speculare a Montanelli quando, da destra, invitava a votare Dc turandosi il naso (certi giorni bisognerebbe averne due, di nasi da turare, per votare Pd)”. Con il consueto tono apparentemente autocritico ma in realtà autoassolutorio, Serra scrive: “Ormai mi conosco, voglio bene a Vendola ma l’ho votato una volta sola, mi piaceva lo Psiup ma votavo Pci, leggevo con devozione Luigi Pintor ma votavo Pci, lavoravo con Grillo ma votavo Berlinguer, dirigevo Cuore ma votavo Occhetto, non c’è niente da fare, forse è un morbo, forse un vizio, il mio amico di penna Vittorio mi sgrida, «sei il tipico italiano di mezzo, incapace di ribellarsi al presente»”. Serra non arriva certo a improvvisarsi ultrà renziano come Sergio Staino: civati“Vogliamo disegnare Renzi col fez? Complimenti! Così poi strabordano grillini e leghisti”. Staino esplicita la grande paura di molti intellettuali di sinistra: il “grillismo”, di fronte al quale è preferibile tutto. Ma proprio tutto. Persino la Boschi. L’atteggiamento di Serra, in fondo, è quello dei bersaniani: un malpancismo tenue, di chi reputa Renzi un bullo caricaturale ma sopportabile. Uno che va votato: “Per cercare di vincere (ogni tanto) oppure di perdere un po’ meno (quasi sempre)”; “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli. Spiegaci (Civati) come si fa a ribellarsi in molti, rimanendo popolo, rimanendo massa, e giuro che ti voto”. Con prosa ispirata e svolazzante, Serra sorvola su un aspetto dirimente: lo scenario attuale non c’entra nulla con quelli passati. Non si tratta più di preferire Berlinguer a Capanna, Prodi a Diliberto o Bersani a Vendola. Quello era il classico “voto utile” (già, ma utile poi a chi?). Oggi no, e fingere da intellettuali che il “partitone” sia quello di sempre è colpa storica grave. Significa, per dirla con De André, “essere per sempre coinvolti” (“per quanto voi vi crediate assolti”). Votare il Pd attuale “per cercare di vincere” è un approccio calcistico che va bene per Serra (Davide, il broker commendatore) ma non per Serra (Michele). Civati gli ha risposto: “Davvero il compito storico della sinistra è di adeguarsi, di cedere, di rinunciare a se stessa e di portare i suoi voti dentro un calderone?”. Certo che no. E Serra lo sa: la satira, oltretutto, è sempre minoritaria. Come Serra sa bene che Renzi ha portato il “partitone” a quella “mutazione antropologica che va addirittura oltre tutti gli scandali che l’hanno coinvolta nel passato” (ieri Travaglio). Votare Renzi è naturale per Nicola Porro, non per chi ha combattuto il berlusconismo (che continua anche dopo Berlusconi). Davvero Serra, dopo avere criticato per una vita la mancanza di meritocrazia delle Gelmini, intende ora votare con zelo zdanovista le Picierno? Davvero Serra non prova imbarazzo, e anzi dolore, quando Renzi sfascia scuola, diritti dei lavoratori, Costituzione? Davvero Serra non soffre quando vede lo zozzume che insozza il Pd campano e che ha fatto dire al suo amico Saviano che “in Campania Gomorra è nel Pd”? Caro Michele, votare oggi (questo) Pd non significa votare ancora “il partitone di massa”: vuol dire, esattamente, votare quello contro cui uno come te ha sempre combattuto. (Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2015).

Sono un cazzaro (ma di talento) – Vanity Fair

2015.04.29-pag1Andrea Scanzi sa essere gentilissimo. Nell’accoglierci a Cortona, la città do­ve vive, si prodiga in ogni sorta di corte­sia. Si fa fatica a conciliare questo Scanzi con lo Scanzi che in Tv a una signora ha detto: «L’autobus le è caduto sul cervel­lo e ha sdraiato quei due neuroni». D’ac­cordo, la signora era Daniela Santanchè, e la battuta si riferiva al leggendario twe­et della parlamentare sull’incidente Ger­manwings («Che origini hanno i piloti dell’autobus caduto?»). Resta il fatto che i commenti di Scanzi, a Otto e mezzo e nei talk show dove fa l’opinionista, sono brutali al limite dell’insulto.
Andrea Scanzi sa scrivere. Lo sa chi ha letto i suoi ritratti dei personaggi della musica, i suoi articoli sulla Stampa e, dal 2011, sul Fatto Quotidiano. Ma è bravo an­che come scrittore «vero»: il suo saggio Non è tempo per noi (del 2013, alla quin­ta edizione), è un ritratto graffiante e au­toironico dei quarantenni di oggi, la gene­razione nata nei Settanta. In questi gior­ni è uscito, invece, il suo primo romanzo, La vita è un ballo fuori tempo, storia di un Paese in crisi, dove un quarantenne, Stevie Vaughan, si lascia vivere lavorando in un giornale senza dignità, mentre il non­no Sandro, lui sì vispo e ribelle, ha messo su una società di videogame per anziani e progetta di fare la rivoluzione.
Scanzi è una persona sincera. Se non ci credete, leggete qui sotto.

I quarantenni tornano anche nel suo pri­mo romanzo. Perché?
«Perché è la mia generazione, e perché mi ha deluso profondamente. Antonino Caponnetto, la guida del pool antimafia, a scuola ci disse: “Ora tocca a voi”. Ma noi non siamo riusciti a prenderci quel­la responsabilità. Restiamo una genera­zione senza slanci, rassegnata. Un gior­no Gaber mi disse che i suoi coetanei non avevano coscienza civile, ma alme­no loro ci hanno provato, a cambiare le cose (Scanzi a teatro è autore e interpre­te di Gaber se fosse Gaber e Le cattive strade, ndr). La co­sa più grave è aver sopportato Berlusco­ni per vent’anni».
Molti quarantenni le risponderebbero che di Berlusconi sono stati vittime.
«In parte. E comunque la vittima dopo un po’ si arrabbia. Noi invece non sap­piamo che cosa sia l’indignazione; ci manca il senso di collettività, siamo la generazione dell’io, non del noi. I vec­chietti del libro, oltre ad avere spirito ri­voluzionario, sanno fare gruppo. Stevie e i suoi amici, invece, hanno nomi da rockstar e vite da sfigati».
2015.04.29-pag2Il nonno del libro è ispirato al suo?
«Sì, mio nonno era simile: tenero, buffo, fisicamente uguale a Pertini. Uno degli anelli che porto è la sua fede. Il gran­de cruccio della mia vita è non esserci sta­to quando è morto, a 96 anni: invece di restare al suo capezzale, sono andato lo stesso a uno stupido convegno. Non se lo meritava, perché è lui che mi ha cre­sciuto assieme a mia nonna».
Perché è stato cresciuto dai nonni?
«Abitavamo tutti nella stessa casa ad Arezzo. Papà lavorava alle Poste, mam­ma è un’insegnante di lettere delle me­die, impegnata, femminista: non è mai stata generosa di complimenti con me. Entrambi di sinistra, genitori meravigliosi, che spesso preferivano parlare di politica che di sentimenti. Ai talkshow, non volendo, mi hanno abituato loro».
Che cosa sognavano per lei?
«Proprio quello che sto facendo ora, cre­do. Sono riuscito a fare il mestiere che volevo: scrivere».
Da giornalista a personaggio televisivo, con Reputescion in onda su La3, e opinio­nista. Come Marco Travaglio, il suo di­rettore. Che cosa avete in comune?
«Tante, tantissime cose. A lui e Antonio Padellaro devo moltissimo. Faccio prima a dirle le differenze: io so­no toscano e fumantino, Marco sabaudo e più impostato. Per lui la politica è una passione autentica, per me molto meno. La mia vita sono la compagna, gli amici, i ca­ni, i vini: ho molti altri interessi. Marco poi fa teatro e Tv principalmente perché gli garantiscono un pubblico più ampio per le sue idee, a me invece il palcoscenico diverte proprio».
La diverte insultarsi con la Santanchè?
«Mi tolgo il gusto di trattare certi perso­naggi come meritano di essere trattati. Non ne ho alcun rispetto, hanno rovinato questo paese. Il rischio di cadere nella volgarità c’è, ma vale la pena correrlo per poi, negli altri casi, fare l’orfano di sinistra che è confuso come una pallina da flip­per e non sa dove andare».
Renzi proprio non le piace?
«No. Per niente. Lo trovo troppo simile a Berlusco­ni, con in più i difetti della nostra genera­zione, alcuni dei quali sono anche i miei: fondamentalmente siamo dei cazzari, seppur di talento».
Mi dia la sua definizione di cazzaro.
«Uno che si prende molto meno sul se­rio di quanto sembra, che quando parla o scrive lo fa con l’obiettivo di far sorri­dere, anche se tocca temi seri. Uno che sa di tutto ma non è esperto di niente, e mescola alto e basso in continuazione. Il problema di Renzi è che in certi ruoli non lo si può fare».
Per essere un cazzaro, lei si è sposato presto: aveva 29 anni.
«Ero follemente innamorato. Linda ave­va 26 anni, era bellissima, finalista di Miss Italia l’anno in cui vinse Anna Val­le. Ricca, perché la sua famiglia possie­de una delle più importanti aziende ora­fe di Arezzo. Vivevamo in una casa di tre piani, piscina, campo da tennis. Non ave­vamo figli, e non ne volevamo. Non avrei potuto chiedere di più, ma dopo qualche anno la mia vita è cambiata, il lavoro mi portava in giro, e l’amore è finito, quindi ci siamo separati. L’unico dispiacere vero che ho dato ai miei genitori e a mio nonno».
L’ha lasciata lei?
«No, ovviamente è stata Linda ad ave­re il coraggio di dire basta. In compen­so, nelle storie venute dopo, ho impara­to a prendere io l’iniziativa».
Parliamone. Lei ha fama di tombeur de femmes.
«Fino a un anno fa si diceva che fossi gay, invece non lo sono, e neanche bisessuale. Mi piacciono le donne, an­che troppo: nel mio matri­monio l’ho pagata. Trag­gono in inganno gli orecchi­ni, gli anelli. Una volta, su consiglio di Aldo Bu­si, ho provato a toglierme­li, ma dopo un mese me li sono rimessi».
E’ anche sempre molto ab­bronzato, o sbaglio?
«Ho smesso di farmi le lampade due anni fa. Fanno male e sono ridi­cole, lo so, ma detesto ve­dermi cadaverico, ho la pelle molto bianca. Oggi ogni tanto mi do uno spray autoabbron­zante, o mi faccio truccare in Tv. So che a volte esagero, e cado nell’effetto Car­lo Conti. Vado anche dall’estetista, a far­mi le mani. Ammetto di curarmi molto, ho la sindrome della soubrette: il com­plimento più grande che una donna può farmi è dirmi che è venuta a letto con me perché sono bello».
2015.04.29-pag3Succede spesso?
«No, in genere le donne provano per me un’attrazione intellettuale. Dopo esser­mi separato, poi, in concomitanza del mio successo in Tv, mi sono accorto che molte signore, anche famose — cantan­ti, giornaliste, attrici, parlamentari — mi concedevano qualcosa, e mi sono com­portato da classico maschio italiano che scopre il Bengodi».
Faccia dei nomi.
«Sarebbe poco elegante, erano quasi tut­te impegnate, a parte Selvaggia Lucarel­li. Di solito sono grandi, dai 35 ai 50 an­ni. La velina non mi interessa, e proba­bilmente nemmeno io a lei».
Com’è la cinquantenne a letto?
«Molto esperta e disinibita. Uno come me, che ama molto giocare sul sesso, si è divertito tanto».
Il corpo di una ventenne è un’altra cosa.
«Erano tutte tenute molto bene: ci ten­go all’aspetto fisico. Tra le giornaliste, per dire, il mio tipo è la D’Amico. Nel romanzo, il sogno erotico ricorren­te del protagonista coin­volge Rossella Brescia, che grazie alla pubblici­tà Tissot è un mito della mia generazione, e Rosa­rio Dawson».
Si è innamorato spesso?
«Della mia prima fidanza­ta al liceo, di mia moglie, di Selvaggia — tre mesi ma brucianti — e della mia attuale compagna».
Perché è finita con Sel­vaggia Lucarelli?
«Mi ero appena separato. Ero confuso, inquieto, vorace di esperienze. Lei era molto più quadrata, serena e matura. La avvertivo possessiva e gelosa, sentimenti che io non conosco. Avevo la sensazione che inconsciamente, e legittimamente, cercasse un uomo che fa­cesse subito il padre di suo figlio, e ma­gari fosse pronto a farne un altro. Probabilmente una sensazione sbagliata. Comunque meglio così, siamo più bravi come amici che come amanti. La stimo, le voglio bene».
Chi è invece la sua attuale compagna?
«Verdiana, una ragazza pugliese, com­mercialista a Milano. Fisicamente è il mio ideale: capelli alla Randi Ingerman, altro mio mito, piedi e caviglie spettacola­ri. Ci frequentiamo da quattro anni on off, ora abbiamo deciso di convivere a Milano».
Come l’ha conosciuta?
«Mi ha scritto su Facebook: leggeva il blog che ai tempi avevo su Micromega».
Una fan, quindi.
«Sì, che mi colpì per due cose: scriveva benissimo e, nel suo profilo, aveva messo una foto dei suoi piedi, in infradito. Se­condo me l’ha fatto apposta, perché sa­peva che sono feticista, ma lei nega».
Feticista si nasce?
«A scuola mi sentivo un pervertito: i miei amici guardavano seni e sederi, io mi eccitavo per caviglie e piedi. Gra­zie alla Rete, per fortuna, ho scoperto che i miei sono gusti piuttosto diffusi, e che sono feticisti anche molti artisti, da Bunuel a Tarantino. La cosa buffa è che non sopporto i miei di piedi: non metto mai i sandali».
Per molti versi, lei somiglia a un altro giornalista, Giuseppe Cruciani.
«Siamo entrambi molto narcisi, amiamo il successo, la polemica, le donne. Cru­ciani però è molto più a suo agio di me in tutto questo: io non sono bastian contra­rio a prescindere, e non ostento le con­quiste con il mazzo delle figurine, come invece fa lui».
Crede ancora nel rapporto di coppia?
«Sì, ma ho paura dei miei punti deboli: sono irrequieto, spigoloso, molto preso da me stesso. Stare con me non è facile».
Si risposerebbe?
«No, mai. Invece mi sto ricredendo sui figli. Ho sempre avuto un imbarazzo profon­do a relazionarmi con i bambini, ma mi dispiacerebbe non continuare la stirpe Scanzi. Chissà, un giorno. Forse».

(Sara Faillaci, Vanity Fair, 29 aprile 2015)

La vita è un ballo fuori tempo (recensione Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano)

IMG_201cover3_2Ho sempre pensato che avesse ragione Italo Calvino nel sostenere che, anzitutto nella letteratura, la salvezza vada cercata nell’ironia e nel sorriso. Lui ce lo ha insegnato tante volte, per esempio nel Barone rampante. In Calvino l’ironia non è però mai disimpegno o rifugio nel privato, ma chiave di lettura privilegiata per raccontare e comprendere il presente, inducendo il lettore (sorridendo) a una riflessione sulle miserie e sulle storture del presente. E’ quello che ho trovato in tanti libri che mi hanno cresciuto, da quelli di Vonnegut a quelli di Benni, da quelli di Pennac a quelli di Vazquez Montalban. E tanti, tanti altri. Nel mio infinito piccolo, senza certo poter raggiungere anche solo un centesimo di quello che hanno fatto loro, nel mio primo romanzo (oggi in uscita) ho fatto la stessa cosa: utilizzare l’ironia, la satira, il grottesco e il surreale per raccontare questi nostri tempi sbandati. Riderete, o così spero, ne “La vita è un ballo fuori tempo”, ma spero che ci troverete anche molto del nostro e vostro presente. Un presente che morde, e fa male. Un presente di cui sorridere, senza però rinunciare al diritto di essere – quantomeno – i gabbiani ipotetici di gaberiana memoria.
Antonio Padellaro, stamani sul Fatto Quotidiano, ha capito tutto questo. Riuscendo a vedere, nel mio romanzo, cose che io stesso probabilmente non avevo ancora focalizzato. Lo ringrazio, una volta di più, e vi propongo il suo articolo.

“Una fiction piena di riferimenti e caricature, una travolgente parodia italiana che ci coinvolge troppo per lasciarci indifferenti”.

“Ho quarant’anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita, dirà il nostro quarantenne parafrasando Paul Nizan, anche se a giudicare dall’aspetto e dai successi professionali potrebbe benissimo sentirsi “magnifico”, come il Nanni Moretti del film. C’è che non gli va giù il mondo circostante da cui si sente costantemente molestato, la finzione come colonna sonora, il servo encomio ai potenti come impadellaroput esistenziale. Insomma, ha sempre odiato “i porci ed i ruffiani e i falsi che si fanno una carriera con certe prestazioni fuori orario”, ma a differenza di Pierangelo Bertoli (che il nostro forse ama meno di Eugenio Finardi) non riesce ad affrontare la vita a muso duro animato com’è da una natura leggera, ironica, beffarda, sognante e fortunatamente incapace di indignazione, ultimo rifugio degli ipocriti e di chi con le parole fatte e strafatte si lava la coscienza. Come Alice che finisce in un sogno per inseguire un coniglio bianco, inventa allora un mondo surreale e grottesco dove i personaggi più ridicoli diventano sagome iperrealiste, perfino spassose nei loro disgustosi eccessi. Ai tanti quarantenni come lui, che pensano e parlano come eroi di una graphic novel un po’ per sopravvivere e un po’ per non morire di tristezza, Andrea Scanzi, firma del Fatto e personaggio televisivo (per me Andrea e basta) dedica il suo ultimo romanzo La vita è un ballo fuori tempo. Dove Stevie, suo sfigatissimo alter ego sbarca il lunario nella redazione de La Patria, foglio di regime in crollo di vendite diretto da J.J. Cernia, assoluta nullità ebbro della propria abiezione, “diventato giustamente uno dei consiglieri di fiducia del presidente del Consiglio Tullio Stelvio Bacarozzi con il quale aveva condiviso l’esperienza esiziale di mastrolupetto nella Congrega dei Fagioli Lessi”. Ora, quale premier contemporaneo si nasconda dietro il Bacarozzi è del tutto evidente leggendo il Decalogo del Giornalismo del Bene, imposto alle sue vittime dattilografe dal Cernia e improntate all’ “ottimismo, alla speranza e alla positività”. Un gioco delle maschere così scoperto che perfino le demenziali dichiarazioni del riconoscibilissimo ministro delle Riforme, Elena Pia Bozzo sembrano del tutto plausibili, il che la dice lunga sulla catastrofe culturale che devasta il paese purtroppo non abbastanza immaginario di Lupinia. Non diremo altro delle caricature e delle infamie di una travolgente parodia che ci coinvolge troppo per lasciarci indifferenti. IMG_2029_2Perché davvero nessuno poteva immaginare che Renzi avrebbe trasformato l’Italia in una fiction così scadente e dominata dalla cupidigia di servilismo. Almeno, con i Bacarozzi e le Bozzi ci si diverte. Il guaio di Steve (e di tanti suoi coetanei) è di essersi rassegnato troppo facilmente al buio della ragione e allo stupro continuato dell’etica pubblica. E anche se gli bolle dentro un vulcano di rabbia egli lo comprime per quieto vivere ma soprattutto agendo sull’anestetico dell’autoironia, che insieme alle cuffie dell’  iPod e alle domeniche calcistiche hanno assopito l’istinto ribelle di un paio di generazioni. Aiutato dalla presenza di un vitalissimo nonno e di un giovane stagista che armano i loro ideali in attesa di tempi migliori come i partigiani con i loro fucili durante la Resistenza, proprio nel pallone Stevie trova il proprio riscatto (e una speranza estrema di rivoluzione) e stronca finalmente sulla Patria giocatori e dirigenza della Dinamo Brodo, inguardabile squadra protetta dagli amici degli amici del Cernia: governo, mafia o massoneria, fate voi. Perde il lavoro ma comincia a rispettarsi di più il che non guasta. Ogni tempo ha il suo fascismo diceva Primo Levi citato da Stevie, ma per battere questo molesto fascismo da operetta, ci dice Andrea, basta non arrendersi e riderci su. Speriamo”. (Antonio Padellaro, 23 aprile 2015, Il Fatto Quotidiano).

L’incalzante Bignardi, l’imperdibile Madia e i grillini “un po’ strani”

madia 1Daria Bignardi aveva promesso una serata imperdibile. Ha detto proprio così, due sere fa, prima che Le invasioni barbariche cominciasse: una puntata imperdibile, perché “ci sarà un’intervista a una persona che concede pochissimi faccia a faccia”. Wow. E chi sarà mai? Il Dalai Lama? Jeeg Robot d’acciaio? No, Marianna Madia. E in effetti, un po’ in tutta Italia, si avvertiva il bisogno di un faccia a faccia con il ministro Madia. Era davvero il sogno di tutti. Peccato solo che, a guardare gli ascolti (3.05%), l’evento fosse imperdibile per pochi. Ormai Le invasioni barbariche è visto solo da chi vive su Twitter: finisce sempre nei trending topics, poi però lo share mette tenerezza. Va però detto che l’intervista al ministro Madia era effettivamente rutilante. L’evento è stato inframezzato da una prova attoriale di Beppe Severgnini, durante la quale i microfoni – gufi e disfattisti – hanno smesso di funzionare. La Madia, durante la conversazione, ha continuato a fingersi ingenua e svampita per suscitare simpatia. Certo, a volte negli anni ha esagerato, per esempio quando scambiò un Ministero per un altro, ma la tecnica è redditizia: la sua scalata al potere si conferma inarrestabile. Aiuta, forse, anche quel suo stile vagamente vittoriano e antico, da comparsa de L’età dell’innocenza scartata al madia 2casting da Martin Scorsese. Ascoltiamola: “Non so quando, ma arriveremo al matrimonio tra persone dello stesso sesso” (intanto, per non ferire Alfano, i temi etici sono stati accantonati. Altrimenti il governo cade). “Sono cattolica praticante, amo la vita di Gesù” (buono a sapersi). A proposito del servizio di Signorini su lei che “ci sa fare col gelato”, perché stava leccando un cono: “Spesso sono gli uomini lo fanno, più che subirlo. E il direttore è un uomo“ (qualsiasi altra persona, per una battuta così, sarebbe stata mandata al confino per omofobia). E ancora: “Di Battista? Caro amico no, ma abbiamo fatto i catechisti insieme a 20 anni in una parrocchia a Roma”. L’amicizia, però, è finita all’improvviso: “Poi lui se n’è andato nelle Ande” (e qui, in tutta onestà, non si riesce a criticare il deputato 5 Stelle per aver preferito le Ande alla Madia). La Bignardi ha incalzato – ci sia concesso l’eufemismo – il Ministro sullo stringente tema Di Battista: “L’ho perso di vista, poi un giorno l’ho ritrovato eletto in Parlamento con i Cinque Stelle. Loro sono strani, non so se lo hai visto. E’ come se, per esempio, Di Battista reciti una parte”. Attenzione, però. I 5 Stelle sono “strani”, però in fondo sono normali anche loro: “Secondo me singolarmente sono più normali di come appaiono”. Capito? Se li incontri, e magari prima di incontrarli segui anche una profilassi malarica, i 5 Stelle sono “più normali di come appaiono”. Hanno due gambe, due braccia, due mani. Come la Madia. Davvero rivelazioni “imperdibili”. Come molte altre: “I miei funzionari ridono, ridono sempre (come non capirli); “La pubblica amministrazione è la vita quotidiana di tutti i cittadini, migliorarla è un dovere” (parole forti); “Sono stata in discoteca solo una volta e ho avuto pure uno shock acustico” (questo, un po’, si intuiva). Infine: “La storia passava in quel momento e io ho scelto profondamente di farlo”. E qui, in lontananza, qualcuno ha come sentito le sirene dell’ambulanza avvicinarsi. (Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2015)

La pericolosissima fuffa di Renzi

Schermata 02-2457073 alle 11.31.46Ieri, visitando la General Motors a Torino, Renzi ha detto tra le altre cose: “L’Italia è da sempre la terra in cui il domani arriva prima. L’industria della lagna non è vincente”. Rileggete bene: “la terra in cui il domani arriva prima; “l’industria della lagna“. Ma cosa dice? Come parla? Che roba è? Gliel’hanno tolto il ciuccio dal cervello? Se un mio compagno all’asilo avesse proferito banalità simili, gli avrei prontamente consigliato di comprare il 45 giri di Cicale di Heather Parisi per darsi un tono intellettuale. Questo qua non solo non è un bimbo che fa l’asilo, anche se dallo sguardo e dalla faccia sembrerebbe, ma è pure Presidente del Consiglio. La sua pochezza contenutistica è sconfortante. Ambirebbe ad avere una narrazione kennedyana, ma ricorda al massimo i testi di Kekko dei Modà. Nel frattempo, tra un tweet e l’altro, lui e i suoi bastonano tutto quel giornalismo che non è disposto a celebrare questa ghenga composta – quasi sempre – da arroganti presuntuosi e impreparati: per esempio Il Fatto, per esempio Riccardo Iacona, per esempio Milena Gabanelli, per esempio Piazzapulita. Proprio come il suo amico Silvio. Non è Renzi a essere pericoloso in sé, anzi larga parte di quel che fa induce al ridicolo. Al ridicolo e al patetico. Renzi non può fare paura, altrimenti toccherebbe aver timore di Jerry Calà o dei Gormiti. A essere pericoloso è questo mix tra la pochezza sconfinata e il ruolo che riveste: come dare una Lamborghini in mano a un poppante. Poveri noi.

La coerenza garbata di Mango

mango1C’è qualcosa di brutalmente cinico e di particolarmente sadico nella scomparsa di Mango, e non è solo la giovane età (appena sessantenne). La sua è stata una carriera a volte sottotraccia, inseguendo una strada personale e mai scontata. Possibilmente poco battuta, e pazienza se negli anni gli spettatori erano un po’ scesi. Poi, in quello che sembrava un concerto come tanti, per giunta vicino casa e per beneficenza, la morte sul palco. Con lo spettacolo quasi finito. Poco prima di attaccare una delle canzoni più note, “Oro”, che – per quei paradossi che ne hanno spesso lambito il percorso – è forse più famosa per essere stata il contrappunto di Gerry Scotti in uno spot che non per la sua bellezza. Mango, all’anagrafe Giuseppe Mango e alla Siae Pino Mango, si stava esibendo domenica sera al Pala Ercole di Policoro (Matera). Nella sua Basilicata, non troppo distante dal luogo in cui era nato il 6 novembre mango21954 (Lagonegro, Potenza). Era seduto davanti al piano. Stava per cantare “Oro”, che prima di essere scritta da Mogol si intitolava “Mama Woodoo” e aveva per testo le parole del fratello Armando. Mango ha detto “Scusate”, ha alzato il braccio e chiesto aiuto. E’ arrivato lo staff, lui si è accasciato e non ha più ripreso conoscenza. E’ morto prima di arrivare in ospedale. Infarto. Purtroppo, su Youtube, il video del suo malore non manca (anzi ha già tante visualizzazioni). La mattina successiva, durante la veglia funebre, nella villa del cantante è morto anche il fratello maggiore Giovanni. Pare sempre per infarto. La notizia ha cominciato a circolare rapida e, come spesso capita, il cordoglio si è rivelato superiore a quella che in vita pareva essere la fama effettiva di Mango. Nel 2014 aveva inciso il suo 21esimo disco, “L’amore è invisibile”, interamente di cover come “Acchiappanuvole” del 2008. Pochi giorni fa era gravitato a RadioDue, ospite di Giovanni Veronesi e Massimo Cervelli a “Non è un paese per giovani”. Aveva scherzato, forse neanche troppo, sul fatto che questo tour lo stesse stancando. Aveva giocato sui neri per caso blue note 2008 elio e le storie tese rolling stones 2008dieci chili presi negli ultimi mesi e si era nuovamente divertito a sottolineare come l’idea di “rockstar” fosse puramente aleatoria: un luogo comune. Mango ha realizzato canzoni molto belle e brani per nulla indimenticabili, ma non ha mai smarrito un’idea molto personale e mai tronfia di musica. E’ stato un artista molto mediterraneo e poco italiano. Tra i suoi artisti amati non c’erano quasi mai connazionali e, quando già cantava a 7 anni, sceglieva Aretha Franklin e Led Zeppelin. Ha vissuto l’apice del successo nella seconda metà degli Ottanta e nella prima dei Novanta, ma anche le sue opere più recenti raggiungevano il disco d’oro. Chi lo amava ha aspettato buone notizie, mai arrivate, dall’ospedale dopo il malore. Chi non l’ha mai amato granché gli ha però sempre riconosciuto il talento evidente, l’originalità apprezzabile e la vocalità rara. La sua cifra principale è stata la coerenza, garbata ma ostinata: il desiderio non barattabile di realizzare la musica che gli piaceva. Qualcuno l’ha chiamata “pop mediterraneo”, che è una definizione meno sbagliata di altre. Nel 1985 vinse a Sanremo il Premio della Critica Nuove Proposte con “Il viaggio”, l’anno successivo arrivò appena 15esimo tra i Big ma la canzone che eseguì (“Lei verrà”) non sarebbe stata dimenticata. mango3A inizio carriera, appena ventenne, c’era anche lui nella RCA dei fenomeni. Le prime a notarlo furono Patty Pravo e Mia Martini. Un’altra signora della musica, Mara Maionchi, amò un suo provino e lo volle alla Fonit. Lì conobbe Mogol, con cui avrebbe scritto “Oro” e non solo quella. Con Lucio Dalla ha realizzato “Bella d’estate”, con Franco Battiato ha duettato “La stagione dell’amore”. E poi Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Mietta, la partecipazione al brano Domani 21/04/2009 per il terremoto in Abruzzo, il sodalizio con Pasquale Panella e i tanti musicisti di fama internazionale felici di suonare per lui. Non pochi artisti eclettici sono stati eternati da “sole” tre o quattro canzoni: in realtà avevano molte più storie da dire, e spesso le hanno dette, ma non tutti erano disposti ad ascoltarli. Mango si cimentava spesso con le canzoni altrui perché era un interprete sopraffino, lo dimostrò anche al Festival Gaber. Recentemente era stato preso in giro dal Terzo Segreto di Satira, che aveva scelto una sua canzone (La rondine) come colonna sonora “sbagliata” di una notte di sesso. La musica è piena di artisti scomparsi sul palco, dal sassofonista Feiez (Elio e le Storie Tese) al trombettista Lee Morgan, dal cantante Judge Dread a Johnny “Guitar” Watson. Gaetano Curreri, leader degli Stadio, è sopravvissuto a un ictus durante un concerto. E Ivan Graziani, che in Mango ha creduto prima di altri, amava ripetere che “un chitarrista deve morire sul palco, davanti alla sua gente”. Mango lo ha fatto davvero. E adesso manca più di quanto tutti, lui per primo, avrebbero immaginato. (Il Fatto Quotidiano, 9 dicembre 2014)

Torna Gaber se fosse Gaber (vi aspetto)

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Non sono cattivo. E’ che mi disegnano così (cit)

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