Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
marzo: 2017
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I puntuali disastri delle ferrovie italiane

trenitaliaPuntuale nel suo esser quasi mai puntuale, Trenitalia regala ogni volta grandi soddisfazioni. Chi scrive, di media, prende sei treni a settimana: i quattro casi sottocitati non costituiscono anomalia, bensì norma. Sogniamo con le ferrovie italiane.
Un ritardo pagato oro. Frecciarossa 9520, partenza teorica da Firenze alle 12 e arrivo teorico alle ore 13.40. E’ lunedì 18 luglio e il fantasmagorico Frecciarossa giunge a Santa Maria Novella con 50 minuti di ritardo. La motivazione recita “atti vandalici” nel tratto romano. Durante il viaggio il ritardo sale, al punto da arrivare a Milano con 70 minuti di ritardo. Assai vantaggiosi i prezzi: 54 euro tariffa standard, 94 euro Salottino e 124 euro Executive. In questi casi, sopra i 60 di ritardo, puoi chiedere il rimborso. Anzi: “l’indennizzo”. Devi compilare un coupon online ben nascosto nel sito. Risultato: “Riceverà una risposta al massimo entro 30 giorni, come previsto dalla Carta dei Servizi di Trenitalia”. Vamos.
The sound of silence. Trenitalia ha creato uno scomparto denominato “Area Silenzio”. Lì si deve parlare a bassa voce e (soprattutto) non si può usare il telefono: niente suonerie, niente telefonate. Neanche a bassa voce. Idea splendida. Problema uno: i viaggiatori sono i primi a non rispettare tale regola, e se glielo fai notare fanno pure gli offesi, dicendo cose tipo “Sì ma parlavo a bassa voce” (e sticazzi?). Anche solo da ciò si ha conferma di come la maggioranza degli italiani sia la prima a non rispettare le leggi e si meriti i politici che ha. Problema due: nessuno, del personale Trenitalia, controlla che il divieto di telefonare venga rispettato. Quindi o fai ogni volta l’ispettore Callaghan e litighi con tutti, o butti via i soldi. Sì, perché Trenitalia si fa ben pagare tale (dis)servizio. Prendendo a esempio un Frecciarossa Roma-Milano, un biglietto standard costa 89 euro (Offerta Base) mentre un’Area Business Silenzio schizza a 119: trenta euro in più, per avere ancora più casino.
Il magico mondo dei regionali. Quando si parla di treni regionali, Trenitalia si tinge ancor più di leggenda. Ancor più se c’è sciopero. Trenitalia, in questi casi, garantisce molti Frecciarossa e cancella quasi tutti i regionali. Solo che non te lo dice subito: prima ti fa soffrire. Esempio: domenica 24 luglio, stazione di Firenze Rifredi. Sono le 15.50 e aspetti il Regionale 23445 che da lì (ore 15.59) dovrebbe portarti a Carrara-Avenza (ore 17.48). Costo: 12.10 Euro. C’è sciopero, ma il treno è dato in ritardo di “appena” dieci minuti. Quindi è confermato. Forse. Poi i 10 minuti diventano 30. Poi 60. Poi, e solo poi, sullo schermo compare “cancellato”. Chiami il numero verde, ma non ne sanno nulla. Vai in biglietteria, ma è domenica e non c’è nessuno a cui chiedere. Ritenti con il Regionale 23367 delle 16.59, ma il giochino è lo stesso: prima 10 di ritardo, poi 30, poi 60, poi “cancellato”. Nel frattempo hai passato tre ore a Firenze Rifredi, stazione triste come Nardella. Potresti chiedere il rimborso, ma per i regionali non puoi farlo online: devi scaricare il modulo, stamparlo, compilarlo, fare tre capriole e sperare in Dio. Così, rinunci: esattamente quel che vuole Trenitalia.
Un cataclisma inatteso: la pioggia. Domenica 31 luglio, Milano Porta Garibaldi. Suburbano 10846 di Trenord per Lecco, ore 11.52. Il treno c’è già. Sali e sei subito invaso da quel dolce effluvio di vomito e piscio. Poi, quasi sottovoce, la voce dell’altoparlante informa che il treno fermerà a Carnate, ovvero neanche a metà tragitto, e non potrà arrivare a Lecco perché impossibilitata. Da cosa? Da uno tsunami? Dall’Isis? No: dalla pioggia. Sì, perché a Calolziocorte e dintorni nella notte ha piovuto. E basta una pioggia per bloccare tutto. Trenord ha però la soluzione: “Un autobus vi attenderà a Carnate e vi porterà in ogni stazione prevista”. Bene. Cioè male, perché arrivati a Carnate non c’è alcun bus. E non arriverà neanche dopo mezzora. Intanto la fila è aumentata. E con essa lo scoramento. (Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2016)

Euro 2016: presentazione breve

IMG_4682Gli Europei stanno per cominciare, per l’esattezza il 10 giugno, e a dar retta a Sky saranno i più belli degli ultimi anni. In uno spot tanto trasmesso quanto diversamente avvincente, assistiamo al dialogo rutilante tra Gigi Buffon e Fabio Caressa. Il primo garantisce che, degli Europei da lui disputati, questi saranno sicuramente “i più belli”. L’altro, con eccitazione gratuita, gli ricorda garrulo che un giorno “su Sky addirittura cominceremo con le partite alle 15 e finiremo alle 5 di mattina, eh eh eh”. Eh eh eh. Detto che esistono metodologie di godimento più appaganti rispetto allo stordirsi un giorno intero di Europei e Copa America, è vero che questi Europei sembrano più equilibrati del solito. Non c’è una squadra platealmente superiore alle altre, sebbene Germania e Spagna partano più avanti delle altre. Di sicuro dell’Italia, sulla carta una delle più deboli di sempre. Soprattutto in attacco e a centrocampo. Più debole dei Mondiali 1986 di quelli 2010, che videro un’Italia appagata dal trionfo di quattro anni prima. Stavolta nessun appagamento: solo una generazione senza fenomeni, qualche infortunio che ha spolpato il centrocampo (Marchisio, Verratti) e scelte non proprio inattaccabili di Conte, che non sarà distratto dall’imminente avventura con il Chelsea ma che certo non sta convincendo appieno. Fuori Jorginho e Bonaventura, dentro Eder e Sturaro. Bah, Per non parlare di Pavoletti, neanche tenuto in considerazione o quasi. E lo stesso dicasi di Lapadula. Il Sassuolo è arrivato sesto schierando spesso nove italiani su undici, ma non c’è neanche un giocatore del Sassuolo tra i 23 convocati. Straziante, poi, vedere come nei decenni la maglia azzurra numero 10 sia passata da Rivera ad Antognoni, da Baggio a Del Piero, da Totti a Cassano. E adesso a Thiago Motta: se già appariva sommamente insondabile l’idea di convocarlo, appare ora osceno dargli quella maglia. Molto più naturale affidarla a Insigne o Bernardeschi. Guai però a dare l’Italia spacciata: non lo è. Il girone (E) non è certo impossibile: arduo il Belgio, fattibili (ma da non sottovalutare) Svezia e Irlanda. Se arrivasse prima, l’Italia troverebbe una tra Turchia, Croazia e Repubblica Ceca (la seconda del girone D, quello della Spagna). euro 2016Qualora invece arrivasse seconda, incrocerebbe la prima del girone F (quindi Portogallo o Austria, difficilmente Ungheria o Islanda). Il sorteggio non è stato malevolo e, oltretutto, per far felici le tivù si è deciso che passeranno anche quasi tutte le terze (4 su 6). Di fatto, per essere eliminati, bisogna arrivare ultimi: l’Italia, anche volendo, dovrà impegnarsi molto. Tenendo conto che abbiamo una difesa notevole, è improbabile una Waterloo assoluta. Così, a occhio, sembra una Nazionale da quarti di finale e poi vada come vada.
Delle 51 partite totali, le prime 36 – quelle della fase eliminatoria con 6 gironi da 4 squadre ciascuno – serviranno per eliminare la miseria di 8 squadre su 24. Una follia in piena regola, che rimpolperà le casse dello show business ma che aumenterà anche il rischio di gare inutili e (quindi) “biscotti” e combine. Si giocherà in Francia, dal 10 giugno al 10 luglio. Dieci città coinvolte e tre orari di gioco: 15, 18 e 21 (ora locale). Le ultime partite della fase a gironi si giocheranno simultaneamente. Sky trasmetterà tutti gli Europei, mentre la Rai avrà solo 27 partite su 51. Tra queste, tutte quelle dell’Italia, i quattro migliori ottavi, tutti i quarti, entrambe le semifinali e la finalissima. Il pallone, che riprende il tricolore francese, si chiama “Beau Jeu” (Bel Gioco). Curiosità, in particolare, per Galles (nel girone dell’Inghilterra), Irlanda del Nord e Islanda. Buon divertimento. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2016)

Giro d’Italia – 7a/8a tappa

Sulmona – Foligno, 13 maggio 2016

dumoulinCostretto a parlar di ciclismo per non far danni scrivendo di politica, nel biennio 1947-48 Indro Montanelli scoprì due cose. La prima è che il Giro d’Italia, ai suoi occhi conservatori, poteva essere addirittura prossimo al microcosmo perfetto: “Un mondo buono e d’altri tempi, paesano, polveroso e generoso, dove s’incontrano incanutiti, ma sempre uguali a se stessi, Garrone e De Rossi, la piccola vedetta lombarda e gli aneddoti dei nostri babbi. (..) Chi non ha conosciuto tutto questo, è come chi non ha conosciuto suo nonno (..) Nessuno è orfano più di lui”. Si stupirebbe, Montanelli, di come settant’anni dopo quel “giro saragatiano” non si sia smarrita (non del tutto, almeno) quell’atmosfera. Neanche adesso che il Giro ha 99 anni, e giusto ieri è transitato per 211 chilometri da Sulmona a Foligno. Tappa interlocutoria, da velocisti, piena di quei figli di un dio minore che scattano non per vincere ma per ricordare – a sé e agli altri – di esserci: di esser vivi. Come Eugert Zhupa, che due giorni fa ha macinato 129 chilometri di fuga su 157 di tappa. Ovviamente non vinta. Sulmona, borgo di rara bellezza, è città dei confetti, patria di Ovidio (“ricchissima di gelide acque”) ma pure di Milly Carlucci e Gabriele Cirilli. Passò anche da qui Papa Celestino V, quindi a L’Aquila (ieri si è passati anche da lì) e poi morire in solitudine a Fumone. Del suo pontificato fugace, assediato com’era dai demoni e ossessionato dalla fuga, Celestino V diceva di non aver capito quali fossero state le cose buone e quelle cattive: troppo simili tra loro. Santo eremitico, Celestino V era amato dal popolo per le sue guarigioni e temutissimo dalla Chiesa. Con la sua rinuncia credette di incentivare una nuova fase cristiana, felice e giusta. Al contrario gli subentrò l’Anticristo, cioè Bonifacio VIII. Non distante da Sulmona c’è Pacentro. Un piccolo luogo da cui proviene la nota famiglia Ciccone, quella di Madonna. Un altro Ciccone, stavolta Giulio, al suo primo anno da professionista è giunto ieri secondo nel Gran Premio della Montagna del Valico della Somma, quando mancavano quaranta chilometri al traguardo. Ciccone è cognome comune in Abruzzo e Giulio, infatti, è di Chieti. Di sé, nelle sporadiche interviste che ha concesso (o che per meglio dire gli han chiesto), dice di amare polenta taragna e arrosticini: ardita dieta, per un ciclista.
Si diceva però di Montanelli, dei suoi due anni di confino ciclistico e delle sue (almeno) due scoperte. La prima fu la bellezza popolare del Giro. La seconda fu la valenza politica del ciclismo. Un po’ ce la voleva vedere per forza, al punto da riscontrare tracce di De Gasperi in Bartali, che preferiva di gran lunga al più giovane – e più idolatrato – Coppi. E un po’ c’era sul serio. Così, nel 1948, il Giro parve a Indro “saragatiano” nel senso di liberale e democratico, intriso di quel socialismo “buono” che aveva portato Saragat a strappare da Nenni per poi appoggiare De Gasperi. Se allora era “saragatiano”, può dunque dirsi “renziano” questo Giro? E che vuol dire renziano, e cosa avrebbe voluto dire per Montanelli? Domande capziose e pleonastiche, che vien però bene chiedersi mentre la tappa si snoda placidamente (per noi: per i ciclisti è una fatica bestia) tra Le Svolte di Popoli e L’Aquila, Terme di Cotille e Spoleto, Abruzzo e Umbria. Terre di Gheddafi, Lee Oswald e vini. Triade azzardata, sì, ma non del tutto folle. Sui vini, molto da dire: mentre il gruppo sfida il maltempo, è piacevole riprovare un Trebbiano Spoletino macerato e, per gradire ancora, un rifermentato in bottiglia proveniente dal Monte Subasio. E’ una delle fortune nibalidel ciclismo: permette di divagare, divenendo spesso null’altro che pretesto enogastronomico. Gianni Mura ce lo insegna da anni. Su Lee Oswald, basti ricordare che il fucile con cui ammazzò JFK, tre colpi in neanche nove secondi, veniva da Terni. Il killer lo acquistò via posta a una cifra ridicola, 12 dollari, e del resto era un residuato bellico di Prima e Seconda Guerra Mondiale. Quanto infine a Gheddafi, per vie molto traverse si innamorò di un posto di queste parti, Antrodoco, visto dai finestrini della sua auto mentre raggiungeva il G8 de L’Aquila. Promise di investirci un sacco di soldi e in tanti vollero crederci: non se ne fece di nulla, va da sé.
Foligno si avvicina. Già in due occasioni, 1968 e 2014, una tappa si era chiusa qui. Vince ancora Greipel, seconda tappa quest’anno e quinta assoluta per lui al Giro. Nessuna novità in classifica generale: l’olandese Dumoulin ancora maglia rosa, pronto domani a giocarsi le sue carte da specialista di crono sulle vie del Chianti. Fuglsang a 26 secondi, Zakarin a 28, Valverde a 41, Nibali (ottavo) a 47. Oggi Foligno-Arezzo, con il temibile sterrato dell’Alpe di Poti, reso ancora più insidioso dalla probabile pioggia battente. Valverde, uno dei favoriti, prevede: “Una giornata complicata che farà abbastanza danni, con la pioggia lo sterrato diventa fango”. A Montanelli, probabilmente, sarebbe piaciuta. (Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2016)

Foligno-Arezzo, 14 maggio 2016

brambillaDoveva fare selezione e l’ha fatta. E’ mancata solo la dimensione platealmente epica, che è poi spesso prossima al sadismo. Ovvero la pioggia, che nello sterrato dell’Alpe di Poti avrebbe dovuto generare fango e dolore, come a Montalcino sei anni fa. Nulla di tutto questo, ma la classifica ne è uscita comunque stravolta. Crolla la maglia rosa Dumoulin, domina Gianluca Brambilla, 28 anni e fin qui nessuna vittoria di rilievo. Lombardo di nascita e vicentino di adozione. Brambilla ha indovinato la giornata così giusta da ritrovarsi non solo vincitore, ma addirittura maglia rosa. A un italiano non accadeva dallo scorso anno, Fabio Aru, ma lì fu solo per un giorno. E poi Nibali tre anni fa. Lo Squalo, a proposito, ha tenuto ed è ora quinto a 45 secondi. Davanti a lui, quarto a 36 da Brambilla, l’altro favorito Valverde. Dumoulin, che oggi cercherà il rilancio nella crono (la sua specialità) sulle vie del Chianti nella crono, nona tappa di questo 99esimo Giro, si ritrova 11esimo a 1 minuto e 5 secondi.
Brambilla è andato in fuga da subito, assieme ad altri dodici. Poi, a 25 chilometri dal traguardo di Arezzo, via Ricasoli, sotto il Duomo e a due passi dalla casa natale del Petrarca, è fuggito via e ha fatto gara con se stesso. Che è poi, spesso, la gara più difficile. Montanelli, di quegli Etruschi che da qui non se ne sono poi mai andati davvero, diceva: “Non conoscevano le biciclette. Ma, se le avessero conosciute, non c’è dubbio che ne avrebbero messa una nelle tombe dei loro morti insieme ai vasi, alle anfore, agli otri di cui le dotavano”. Doveva proprio essergli piaciuto tanto, a Indro, quel biennio 1947-48 nel Purgatorio del Giro d’Italia. Qualcosa di non politico, però (anche) politico. Qualcosa tornato attuale con il libro “Indro al Giro” curato da Andrea Schianchi ed edito da Rizzoli. Qualcosa di così diverso, il ciclismo, da permettere la divagazione. E la riflessione. Vale ancora oggi. Guardi Brambilla in fuga: costante fuga. Lo vedi attraversare come un domino etrusco Monterchi e Le Ville, Anghiari – con quel prete lontano eternato da Ivan Graziani – e Ponte alla Chiassa, Quarata e San Leo, il traguardo volante di Indicatore e Ponte a Chiani. Lo segui mentre cerca di non perdere mai la postura da crono, anche se questa non è una crono, però lo diventa quando attorno a te non c’è nessuno se non gente (tanta) che ti applaude sperando che l’incanto resista chissà come alla fatica. E in tutto questo, mentre lo sterrato dà segno di sé e dall’Alpe di Poti porta verso la Foce dello Scopetone e quindi Via Giotto, un tempo versione aretina di Via Parioli, ti chiedi cosa sia poi la fuga. Se qualcosa di unicamente agonistico o, piuttosto, anche esistenziale. Ancora Indro: “Credevo che fosse l’uomo che, a un certo punto, si mette a pedalare più forte degli altri e li semina per via. Erratissima nozione. La fuga è invece un grande urlo e un gesto disperato che mettono d’improvviso in confusione tutta la carovana del Giro”.
valverdeDi disperato, e non troppo urlato, c’è l’impresa di un ciclista (sin qui) un po’ qualsiasi anche nel cognome. Chissà perché ha trovato se stesso, o la sua proiezione migliore, proprio qui. Qui dove la bellezza la vedono più i turisti che gli aretini, forse distratti e certo mai troppo bravi a valorizzarsi. Qui dove ti muovi nel centro storico, che folgorò Benigni ne La vita è bella come Pieraccioni in Un fantastico via vai, e a ogni casa scopri che c’è nato qualcuno: qui Petrarca, lì Giorgio Vasari, là Guido Monaco. Eccetera. Potere di un passato ricchissimo, che oggi ha ceduto troppo spazio (non tutto, per carità) alle beghe tristi di Banca Etruria, alla versione debole dei Fanfani (cioè i Boschi) e al ricordo fresco di Licio Gelli, nato a Pistoia ma per tutti “aretino”. Eppure Arezzo resta bella, anzi bellissima. Di quel bello che sopravvive a tutto: anche alla troppa poca attenzione. Quel bello etrusco e dunque spigoloso. Adatto ai tornanti e agli strappi, agli sterrati e alle fughe. (Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2016)

Di Battista: “Il sindaco di Quarto giurava, ma il ricatto c’era”

Alessandro Di Battista parla per la prima volta con un quotidiano dopo il caso Quarto. “In breve: vinciamo le elezioni quasi senza avversari. Molte liste non si presentano, a causa di un nostro ricorso. La parte inquinata del tessuto locale cerca nuovi referenti e secondo l’accusa individua De Robbio, che a Quarto risulta il più votato e chiede per questo incarichi prestigiosi – su tutti la Presidenza del Consiglio Comunale – al sindaco Capuozzo. Lei però non si fida e lo defila”.
Quindi De Robbio era già un personaggio equivoco.
Era “attenzionato”, ma solo per alcuni suoi comportamenti politici. Quando la Capuozzo viene interrogata dal pm Woodcock, decidiamo che De Robbio va espulso subito.
Con il sindaco siete stati più lenti.
Rosa giurava di non avere ricevuto ricatti ma pressioni politiche. Inizialmente le abbiamo creduto. Poi, intercettazione dopo intercettazione, il ricatto ci è parso evidente. Cinque giorni fa le abbiamo chiesto di dimettersi, non lo ha fatto e ieri è stata espulsa. Non ha colpe, ma il M5S deve sempre essere al di sopra di ogni sospetto e non accettare neanche mezzo voto inquinato.
Avete impiegato troppo tempo, lasciando campo aperto al Pd e all’attacco mediatico. Vi siete messi all’angolo da soli.
Il Pd ci ha messo un anno per Roma Capitale, noi una settimana. Dovevamo leggere bene le carte e la parte lesa siamo noi. In sei anni abbiamo avuto un solo caso di infiltrazione, peraltro in una realtà piccola e già sciolta per camorra. E abbiamo respinto quella infiltrazione, grazie al sindaco e – senza dubbio – ai magistrati e alle intercettazioni. Invitiamo anzi i giornali a pubblicare tutte le intercettazioni, mentre il Pd le vieta o le brucia come con Napolitano. Di Maio e Fico stanno perfino pubblicando gli screenshot con il sindaco: una limpidità mai vista.
Perché il sindaco vi ha mentito?
Forse per restare sindaco, forse per paura. Sono ambienti difficili. Ma ha respinto le pressioni, come ha ammesso Cantone.
Di Maio e Fico non erano d’accordo sulla espulsione.
Falso. Il Direttorio ha valutato e, anche se con sfumature diverse, era d’accordo. La questione alla fine era chiara: se al posto del M5S ci fosse stato un sindaco del Pd nella stessa occasione, avremmo chiesto le dimissioni? Sì. Infatti io le chiesi fin dall’inizio a Marino.
Torna il problema di sempre: non potete affidarvi solo al web per la selezione.
Il deputato Bonafede ha appena depositato alla Camera una proposta di legge che chiede a Prefettura e Direzione Distrettuale Antimafia di controllare le liste dei candidati. Il Pd la voterà? Ne dubito. Il problema c’è, più cresciamo e più siamo appetibili, ma in Italia la certezza di essere salvi al 100% dalle infiltrazioni non ci sarà mai. Lo stesso De Robbio era un Ufficiale della Guardia Costiera Pluridecorato: come facevi a scoprirlo prima?
Prima Gela, ora Quarto: quando governate, vi impantanate spesso.
Preferiamo essere coerenti che attaccarci alle poltrone. Anche in questo siamo opposti al Pd. Tornare al voto a Gela e Quarto non è indolore, ma era la scelta migliore per i cittadini.
Il Direttorio non è accettato da tutti: voi contate più degli altri.
L’idea di Grillo e Casaleggio, un anno fa, è stata approvata dalla maggioranza degli iscritti online. Serviva un comitato di coordinamento per gestire una crescita sempre più rapida.”Direttorio” è una parola orrenda, ma ammetto che non ce n’è ancora venuta una migliore. Beppe sta per tornare a fare spettacoli, ha tolto il nome dal simbolo, ha bisogno di tornare definitivamente libero e può farlo solo sul palco, ma rimarrà sempre legato al Movimento. Come Gianroberto.
E’ stato decisivo il parere di Saviano?
E’ stato decisivo il Direttorio, che ha deciso autonomamente e senza richieste di Grillo e Casaleggio. Su Saviano, il Pd è ridicolo: se attacca De Luca è inaccettabile, se attacca noi torna un intellettuale. La verità è che il Pd ha esagerato e calcolato male i toni.
In che senso?
Quarto è stato l’assist perfetto per distogliere l’attenzione dai sondaggi che davano Di Maio più popolare di Renzi, dallo scandalo Banche, dalla vergogna delle “riforme” costituzionali. Paragonare noi al Pd e Quarto a Mafia Capitale è di una disonestà intellettuale senza pari. La Picierno ha manifestato per chiedere le dimissioni della Capuozzo. Benissimo: la invitiamo a fare con noi lo stesso, quando – sede per sede – chiederemo di dimettersi agli 87 indagati che il Pd ha collezionato in un anno, tra sindaci e consiglieri vari. Se vuole, può venire anche Orfini.
Il Pd è ancora il primo partito.
Un anno e mezzo fa abbiamo sottovalutato Renzi, ma ora lui sta facendo lo stesso errore: sottovaluta noi e dà per scontato il “sì” al referendum. Invece il “no” può vincere: basta far capire ai cittadini che, se vincerà il “sì”, i valori primari della Costituzione salteranno, i criminali la faranno franca grazie all’impunità e scatterà un accentramento che renderà il cittadino irrilevante.
Dovrete combattere fianco a fianco con Bersani e magari pure Brunetta.
Non mi interessa, saranno i cittadini a capire chi difende la Costituzione e chi agisce per interesse personale o strategie politiche. Di sicuro Renzi sappia bene una cosa: con noi la politica dei due forni se la scorda, non lo aiuteremo neanche mezza volta. Lui può contare su Alfano e Verdini: non su di noi.
Pare quasi rimpiangere la convergenza sulla Consulta.
Al contrario: abbiamo evitato l’elezione di Violante o del legale di Verdini, facendo eleggere persone degne o se non altro molto meno discutibili di altre. Valuteremo di volta in volta, anche sulle unioni civili, ma niente aiuti o appoggi. Non scherziamo.
Renzi ha detto che la Capuozzo non doveva dimettersi.
Lo ha detto anche De Luca. Per forza: prima hanno esagerato con la foga, poi si sono resi conto che se chiedono le dimissioni a ogni indagato restano in tre. Il Pd non può permettersi onestà e questione morale. La nostra controffensiva sarà durissima: l’ipocrisia Pd è il grande male italiano. Questo deve essere chiaro.
Peggio di Salvini?
Lui neanche lo nomino, non potrei mai votarlo. E poi, dopo il caso Etruria-Boschi, siamo quasi tornati al bipolarismo. Di fatto esistiamo solo noi e il Pd. Noi e loro. Due realtà inconciliabili.
Soddisfatto del suo intervento contro la Boschi sulla questione sfiducia?
La Boschi è arrivata in Aula nervosa, stressata, tesissima. Anche la Leopolda era stata un disastro. Però ha indovinato il discorso giusto, retorico e perfetto per i cittadini che non vanno mai a fondo. A quel punto o rispondevo con un discorso tecnico o con un intervento improvvisato e senza copione sulla politica nazionale: non solo sulle banche. Lo rifarei: è stato chiaro, mai come quella volta, che esistiamo noi e loro.
La Boschi e la Madia, mentre lei parlava, ridacchiavano.
Sul momento non me ne sono accorto. Con la Boschi non ho contatti diretti da prima che facesse il Ministro. Al tempo capitava di parlarci alla Camera ed era sempre d’accordo con noi: su Letta, sul no al finanziamento pubblico, sul chiudere i rubinetti ai soldi pubblici per l’editoria. Poi è un po’ cambiata. Come Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2016, versione estesa rispetto al cartaceo)

Elogio di Roger Waters, un genio che non esiste

Schermata 2015-12-16 a 08.20.12Ha sempre girato tutto attorno allo stesso trauma, allo stesso sogno, allo stesso incubo. Nessuno come Roger Waters, tra i geni del Novecento, ha inseguito così ostinatamente le proprie paure, sfidando e talora ostentando le paranoie più ossessive. La sua vita è rimasta impigliata nella morte del padre Eric Fletcher, un pacifista iscritto al Partito Comunista che si arruolò per combattere il nazismo e morì nel 1944 – e con lui tutta la compagnia «Z» dei Royal Fusiliers di cui faceva parte – nei dintorni di Aprilia. Lasciando una moglie e un figlio di neanche un anno. Il figlio, poco più di vent’anni dopo, avrebbe co-fondato i Pink Floyd. «Mio padre era un pacifista ed era convinto che arruolarsi fosse l’unico modo liberare il mondo dalle atrocità della dittatura. Ha perso la vita per i suoi ideali di libertà e giustizia. Il suo sacrificio, e quello di tutti i suoi commilitoni hanno reso questo Paese e l’Europa un luogo sicuro. E ora tocca a noi vigilare perché quello che è stato non ritorni».
Roger, in fondo, ha cantato sempre la stessa canzone. Declinata in vari modi e quasi sempre mirabili, ma pur sempre la stessa canzone. Da ragazzo avrò visto “The Wall”, il film di Alan Parker con Bob Geldof, almeno cinquanta volte. L’ho amato persino troppo. C’ero rimasto proprio dentro, come immagino molti di voi. Waters è invecchiato molto meglio di quanto tutti credessero. Lui stesso sarebbe stato il primo a non aver puntato nulla, ai tempi di Animals, sul suo futuro. E invece. In The Flesh è un live irrinunciabile. Amused to Death, oggi, è persino più enorme di ieri. E la chitarra di Jeff Beck è semplicemente accecante.
Ho visto il film “Roger Waters The Wall”, sparandomelo a tutto volume col mio bel valvolare Magnat, e non poteva esserci chiusura migliore del cerchio. Chissà che aveva in testa, il lunatic in the grass Roger, dopo quel famoso sputo a Montreal nel ’77 che lo portò all’alienazione e lo indusse a scrivere compulsivamente. Un folle totale, Roger, sin da quando fondò i Pink Floyd con il crazy diamond Syd Barrett o quando batteva il gong (quel gong) coi capelli e le fattezze da scimmia a Pompei. Lui e il suo cantato urlato, i suoi messaggi cifrati al contrario (persino contro Kubrick), le sue esplosioni belliche. Nel ’78 si presentò alla band, che già ormai lo odiava, con due concept album scritti di getto e pure una terza idea embrionale per un altro disco. La terza idea sarebbe divenuta The Final Cut, i concept erano The Wall e The Pros And Cons of Hitch-Hiking. Richard Wright, il mai troppo lodato tastierista oggi volato via, gli disse più o meno “Fanculo, mi hai rotto le palle” (e Roger rispose analogamente). David Gilmour prese tempo di malavoglia e co-scrisse Comfortably Numb, che nessuno canterà mai bene come lui (forse giusto solo Eddie Vedder). Nick Mason, il batterista, puntò su The Pros And Cons perché – davvero – gli piaceva di più. Ma il produttore disse che no, “scegliamo The Wall, è proprio un altro mondo”. E infatti: opera magniloquente e a tratti barocca, ma empatica ed eterna come poche altre, in grado di colpire al cuore le generazioni di ieri come oggi. The Wall ha una forza che proprio non invecchia, che ipnotizza, che mesmerizza. Waters non ha mai smesso di cantarla perché, semplicemente, ha capito prima di altri di avere scritto qualcosa che sta ai nostri tempi come la Sinfonia n. 3 di Beethoven a inizio Ottocento. Tra sei secoli la suoneranno ancora.
Il film è enorme e fa un male enorme. Vedere Pink/Roger 35 anni dopo è straniante, un po’ come la saga di Star Wars. Però più triste: molto più triste. E’ di un bello che fa proprio male. I watersiani piangeranno senza speranza e sarà giusto piangere. E’ davvero come un cerchio che si chiude. Visivamente è qualcosa che non esiste. Ci sono continue sequenze indelebili: Waters che duetta con il se stesso giovane (e molto più pazzo) in Mother, la coda – che ho sempre trovato incredibilmente malinconica – di Is there anybody out there?, la delicatezza plumbea di Nobody Home, l’apocalisse di Run Like Hell. E poi quella Bentley. E quel cappotto marziale nero (domani lo compro: subito). E quel sogno ricorrente di uccidere suo padre (la colpa che lo scuote da sempre). E la visita al nonno, caduto pure lui in guerra. E quello sguardo, così schizofrenico e così dolce. E quel carisma. E quelle lacrime che mai si sono vergognate di scendere. E poi – e soprattutto – quei bicchieri della staffa, parlando in inglese davanti a un barista francese che non comprende che quell’uomo sta rivelando il segreto di una vita: e a quel punto, noi, spettatori da sempre, scopriamo – finalmente? – la fine di Eric Fletcher. Quasi come nell’ultima puntata di The Shield o Breaking Bad. E tutto si svela. Eric Fletcher che sbarca a Salerno a inizio ’44, i tedeschi a Montecassino, gli angloamericani – mandati al macello – che cercano di fare un “testa di ponte” ad Anzio. E vengono annientati: nessun sopravvissuto, come ha cantato Waters in When The Tigers Broke Free. E qui Roger, dopo aver rivelato tutto questo al bancone del bar, si ubriaca. China la testa. E noi con lui.
Nessuno, negli ultimi cinquant’anni di musica, ha scritto e cantato dei vaffanculo così belli contro la guerra come Roger Waters. Nessuno è stato così megalomane, coerente e platealmente geniale come lui.
Roger Waters è uno dei pochi motivi evidenti per essere felici di vivere in questi tempi sbandati e quasi sempre di merda. Sei un grande, “Pink”. Lo sei sempre stato.

Il talento di Ivan Graziani calpestato dalla sua terra

Il chitarrista che chiedeva un occhio di riguardo al suo Dio, e quel riguardo non lo ha avuto, compirebbe tra poco settant’anni. Ivan Graziani è nato a Teramo il 6 ottobre 1945 e se n’è andato troppo presto, il Primo Gennaio 1997 a Novafeltria, il luogo della moglie Anna in cui si era trasferito da tempo. La sua bella città dovrebbe come minimo organizzare una festa di compleanno per uno dei suoi cittadini più illustri, ma la giunta fa poco. Anzi nulla. Gli amanti del cantautore più atipico italiano stanno lamentando – per esempio nel gruppo chiuso “Maledette malelingue” su Facebook – il disinteresse dei politici locali. Non è una novità. Evidentemente una delle cifre di Graziani, il cui talento è stato tanto enorme quanto insolito, è quella di essere stato sottovalutato in vita come in morte. Un anno fa, a dicembre, ha avuto luogo nel Teatro di Teramo – gremitissimo, perché il pubblico c’è sempre stato e sempre ci sarà – la 17esima edizione del Festival Pigro a lui dedicato. NeIvan-Graziani esisteva anche una versione primaverile a Bolognano (Pescara): oggi non esiste né l’una né l’altra. A Teramo, lo scorso dicembre, sfilarono tra gli altri Cristiano De André e Enzo Decaro, Fausto Mesolella e il figlio Filippo, la cui voce è davvero vicina al timbro – pure quello personalissimo – del padre. Fu una festa, in parte rovinata da una conferenza stampa tesa. Il sindaco Maurizio Brucchi (Forza Italia, secondo mandato) e l’assessore alla Cultura Francesca Lucantoni sottolinearono le difficoltà della serata gratuita (pare che il costo fosse 14mila euro ivate, di cui 3mila dal Comune) e presagirono un’edizione a pagamento nel 2015. Di contro, la famiglia Graziani lamentò la perdurante freddezza di Regione e Comune. Di lì a poco, per il concerto di Capodanno, la giunta ebbe la straordinaria pensata di spendere 37800 euro più Iva (sic) per il concerto di Marina Rei. Un flop fragoroso, per via del freddo e non solo. Secondo la Digos c’erano poco più di 250 persone, anche se l’assessore Lucantoni postò su Facebook una foto della piazza piena e scrisse con impeto involontariamente comico: “Nonostante la temperatura, in risposta alla solita blanda e patetica strumentalizzazione politica, ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con grande spirito di squadra!”. Subito scoperta e zimbellata dal web (e dalFattoquotidiano.it), la Lucantoni provò a farfugliare che la foto non l’aveva scattata lei e che i soldi erano tutti derivanti da sponsor, anche se secondo il M5S “9mila euro erano stati sborsati da un ente pubblico come il Bim”. Un disastro fragoroso, che si poteva evitare facilmente: bastava invitare Filippo Graziani, che avrebbe garantito molta più gente e che oltretutto sarebbe costato assai meno. A parlar troppo di beghe così infime sorge però il sospetto di fare un torto ulteriore a Ivan Graziani, e sarebbe imperdonabile. Graziani è stato tante cose: chitarrista sontuoso e artista eclettico, pittore FullSizeRendere scultore, nonché disegnatore che a inizio carriera si arrabattava tra esperienze pop di pregio (Anonima Sound) e fumetti quasi-porno per riviste svedesi con tanti “pupazzetti scopatori”. Ora lirico – ma a modo suo – e ora boccaccesco, con un gusto tutto suo per la parola cantata e con un’inclinazione mirabile per i ritratti femminili (Agnese, Cleo, Dada, Angelina, Federica, Marta eccetera), resta
l’unico cantautore in grado di scrivere brani su uomini intenti a leggere sulla tazza del cesso (Io che c’entro) e far poesia con assoli di neanche trenta secondi (Olanda). Ivan Graziani ha toccato vette che ancora troppi faticano a vedere. Nella seconda metà dei Settanta era posseduto da un demone che lo ha portato a partorire dischi – semplicemente – perfetti come “Pigro” (1978) e “Agnese dolce Agnese” (1979), opere che da sole valgono più di mille Roberto Vecchioni. Gli anni Ottanta sono stati per molti cantautori un’ecatombe creativa e pure lui ha sofferto, andando per esempio al Sanremo ’85 con una canzone che giustamente non piaceva neanche a lui (Franca ti amo), ma ad averne oggi di Limiti e di Navi, per non parlare della ispirata risciacquata nel rock di fine decennio (Ivangarage). Quanta follia geniale c’è nella sua Motocross, quanta crudezza di provincia nella sua Fango. E come vola alta quella perla inaudita chiamata Fuoco sulla collina. Difficile passare senza smarrirsi da “Ivette senza tette”, “capelli fermi come il lago” e “parole appese a un gancio come quarti di vitello”: difficilissimo, ma a lui riusciva. Non ci è dato a oggi sapere se la giunta di Teramo tornerà sui suoi passi: sarebbe bello, e sarebbe il minimo. Se ciò non accadrà, sarà solo un altro esempio di ignoranza crassa. Pazienza: vorrà dire che la festa di compleanno la faranno, e faremo, altrove.
(Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2015)

Fenomenologia degli italiani in volo, tra ritardi e applausi

volo4Viaggiare in aereo è ormai prassi, ma per molti il volo resta qualcosa di insondabile. Paura e disabitudine scatenano reazioni bizzarre, che portano anche in Italia alla creazione delle seguenti tribù.
Metallari. Oltrepassano il controllo con le tasche ancora piene di chiavi, monete, smartphone, coltelli, monili in titanio e bazooka. Poi, quando il metal detector suona, si arrabbiano come Cacciari in tivù e gridano che “è uno scandalo, in questo paese non funziona proprio nulla!”.
Zelanti. Non appena vedono qualcuno avvicinarsi al gate, scattano in piedi e si mettono in fila. A quel punto aspettano per ore, devastati nelle articolazioni e straziati dai crampi, ma disposti a tutto pur di non perdere la posizione. Il fatto che, nel loro volo, il posto sia già assegnato e dunque fare la fila non serva sostanzialmente a nulla, è un pensiero che non li tocca. Mai.
Finestrinati. Hanno il posto corridoio, però vogliono stare al finestrino. Arrivati davanti al sedile assegnato fanno finta di nulla e dicono che “avevo chiesto il finestrino, come diavolo è possibile?”. Esaurita la sceneggiata, chiedono – anzi impongono – a chi ha il posto finestrino di cederglielo. Se ciò non accade, gridano teatralmente che “Non c’è più educazione, cazzo!”. E si siedono al loro posto con il broncio di Fedriga quando gli danno torto sull’immigrazione.
volo1Prioritari. Non hanno il biglietto “priority”, ma provano comunque a imbarcarsi prima degli altri. Si mimetizzano con scaltrezza, rubano figli e passeggini altrui per elemosinare pietà, recitano la parte dell’uomo d’affari aduso agli aeroporti. Quindi, un attimo prima della vittoria, porgono con sicumera il passaporto. Scaduto da 19 anni.
Religiosi. Li riconosci perché, prima del decollo e in coincidenza con l’allegra litania del “cosa fare in caso di disastro” recitata dalle hostess, si fanno il segno della croce ripetutamente. Chi li osserva, di rimando, si tocca per scaramanzia i genitali. Ne nasce un mantra di riti apotropaici abbastanza ameno, tipo “Gioca-Jouer ad alta quota”: “Croce!”, “Zebedei!”, “Volare!”, “Cadere!”. E via così.
Plaudenti. Tribù perlopiù italica che, a ogni atterraggio, applaude con fare liberatorio. Si presume che la stessa gente, quando prende un taxi e il tassista li conduce nonostante il traffico a destinazione, per coerenza li ringrazi intonando laTraviata. O, quantomeno, cantando a cappella l’inno di Allevi.
Connessi. Nonostante i divieti più volte ripetuti, si limitano a fingere di spegnere lo smartphone. Lo nascondono da qualche parte, quasi come le caccole a scuola sotto il banco (che bella immagine) e dopo il decollo riprendono a smanettare come nulla fosse. Quando gli viene fatto notare che un messaggio su Whatsapp non vale forse un disastro aereo, replicano stizziti: “Ehi, devo sapere che ha fatto la Roma col Frosinone!”. Ed è lì che capisci, definitivamente, che per l’animale uomo non c’è speranza.
Valigiati. Pretendono di imbarcare, come bagaglio a mano, valigie di otto metri e sette quintali. Di fronte alla fermezza della compagnia aerea, minacciano inviperiti di fare reclamo e lamentarsi con chi di dovere, “non finisce mica qui!”. Mesi dopo, all’apice del loro sdegno civico, li trovi a Forum. Nel ruolo di figuranti ilari.
Spaesati. Non trovano mai il loro posto: “Sa mica dov’è il 7A?”, “Ha per caso visto il 12C?”. Pascolano su e giù per l’aereo, senza pace e più che altro senza che nessuno li aiuti. Alla fine, quasi sempre, viaggiano nella stiva. Per non disturbare.
Rallentati. Impiegano dalle quattro alle sei ore per mettere il bagaglio a mano nella cappelliera. Nel frattempo, sul volo, si è formata una coda enorme: chi sviene, chi bestemmia, chi accoltella il tizio davanti per guadagnare qualche centimetro. Prima o poi il Rallentato riuscirà a mettere il bagaglio e chiudere la cappelliera, ma sarà sempre troppo tardi: il volo sarà già partito, con almeno un terzo dei passeggeri rimasto a terra. Pazienza.
Neanderthaliani. Chissà perché, tutti i piloti si esprimono in un idioma incomprensibile: più che parlare, gorgogliano. Se ad esempio devono dire “La durata del volo è di circa 2 ore”, farfugliano “Ghmgh durghvol circhgmore”. E tu non capisci una mazza e un po’ ti girano, perché magari lui ha appena detto al microfono: “Stiamo precipitando porca troia”. E sarebbe stato forse utile comprenderlo. L’unica spiegazione plausibile è che tutti i piloti siano uomini di Neanderthal in incognito e come maestro abbiano avuto Java, l’amico di Martin Mystère.
volo3Accumulatori. Quando passa il carrello del cibo prendono tutto, ma proprio tutto, “tanto è gratis ah ah ah”. Taralli rinsecchiti si mescolano a frollini tristi, mentre il viaggiatore arraffa birra, vino, Coca Cola Zero (per star leggeri), cioccolatini di ghisa fondente e succo Ace (“Han detto in tivù che fa bene”). Poi, alla prima turbolenza, vomitano anche l’anima.
Taccagni. Pure loro, alla vista del carrello del cibo, perdono ogni contegno e arraffano di tutto, solo che poi scoprono che in quel volo lo spuntino non è gratis. E’ allora che, per nulla imbarazzati, restituiscono la mercanzia: “Sticazzi. Tanto neanche ci avevo fame”.
Dormienti. Imbottiti di melatonina o anche solo naturalmente predisposti al letargo, si addormentano non appena si siedono. Poi, come muezzin rancorosi, cominciano a emettere suoni oscuri. Borbottano, fischiano, russano. E a ben guardarli un po’ sbavicchiano. Ovviamente sono seduti proprio accanto a te. E ovviamente è un gran bel viaggiare. (Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2015)

Come cambia la stessa notizia sui vari giornali

citrulloNon è vero che il giornalismo italiano non è pluralista: lo è, eccome. Immaginiamo che Renzi venga intercettato mentre, inconfutabilmente, ammette di avere ingannato Letta (“E’ tonto, e poi dovevo far colpo sulla Boschi”), di tramare alle spalle di “quel citrullo di Napolitano che mi ha pure bocciato Gratteri alla Giustizia e Mazinga agli Esteri” e di avere scelto Mattarella perché “è un bischero come non se vedevano dai tempi in cui rubavo le cinture del Charro a Rignano”. Il giornalismo italiano, con pluralismo invidiabile, lo racconterebbe così.
Repubblica: “Certo, sono frasi che forse possono irritare un po’, ma chi nel suo privato non usa immagini colorite? Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
Corriere della Sera (quota M.T. Meli). “Queste intercettazioni rivelano solo una cosa: che Renzi è sexy. Tanto sexy. Lo dice anche mia figlia”. Corriere della Sera (quota De Bortoli). “Queste intercettazioni rivelano solo una cosa: che Renzi, se si chiamasse Berlusconi, sarebbe combattuto da quella stessa sinistra radical-chic che ora non si stanca di omaggiarlo”. Corriere della Sera (quota Pigi Battista). “Queste intercettazioni rivelano solo una cosa. Io però, come sempre, non l’ho capita”.
L’Unità. “Proviamo umana compassione per chi usa tali innocenti evasioni letterarie per combattere goffamente il migliore esecutivo degli ultimi 178 anni di storia della Repubblica. Lungi dall’apparire irriguardoso e volgare, il nostro Matteo si mostra con grazia antica e nitore morale d’altri tempi. Non nascondiamo che, in redazione, quando abbiamo letto la parola “Mazinga” ci siamo commossi. E siamo sicuri che lo abbia fatto anche Gramsci”.
La Nazione. “Avremmo voluto scrivere la stessa cosa che ha appena scritto L’Unità, solo che da quando è rinata ci sentiamo sempre troppo poco filogovernativi. E un po’ ci girano le palle”.
Il Manifesto. “Ci sia consentito di stigmatizzare la deriva revanscista dell’attuale Partito Democratico ma, al tempo stesso, di rifuggire quel giornalismo giacobino e proto-reazionario che brandisce le intercettazioni giudiziarie come manganelli populisti attraverso cui alimentare un consenso demagogico che si bea di non tener conto dei rudimenti minimi di una critica marxista finalmente scevra di quel sottobosco capziosamente proletario che alligna in certi talkshow à la page. E comunque non abbiamo capito una mazza di quel che abbiamo scritto”.
Huffington Post. “Se è vero che le intercettazioni (pubblicate da chi non aspettava altro per farlo) non mostrano il lato migliore di Renzi, è altrettanto certo che all’orizzonte non si scorgono alternative migliori a questo governo pieno di giovani volitivi e donne emancipate, a fronte di un presente a tutt’oggi appesantito da un sessismo di ritorno prontamente condannato anche ieri dalla Presidente della Camera Laura Boldrini”.
Il Foglio. “Dove andremo a finire se, come ripetiamo da anni, non verrà eretto un argine deciso e sempre tardivo a questa purulenta escrescenza giustizialista? Qui non si tratta di garantismo, ma di un chiaro anelito alla disarticolazione della rappresentanza. Basta con la dittatura dei giudici e con questo giornalismo manettaro che si riduce a becero, nonché morboso, bollettino delle procure. Solo Renzi può farcela”.
Il Giornale. “Quando Berlusconi era vittima di intercettazioni indiscriminate, va da sé senza alcuna rilevanza penale, le anime candide della sinistra si stracciavano le vesti. Ora tacciono: la solita doppia morale comunista. Le solite merde”.
Libero. “Quel che emerge è inconfutabile: Renzi ce l’ha piccolo”.
Radio Padania: “Mentre Renzi si fa le pippe al telefono, i rom sono ancora vivi: vergogna”.
Tze Tze: “Intercettazioni choc. Renzi come Goebbels!”.
Il Fatto Quotidiano: “Non vorremmo scriverlo, eppure dobbiamo: ‘Noi l’avevamo detto’. Queste intercettazioni, che abbiamo pubblicato prim’ancora che Renzi le pronunciasse, ne sono ulteriore prova: siamo soli, o quasi, nella lotta per un giornalismo finalmente libero”.
La Stampa. “A che servono queste intercettazioni? Basta negatività. La vita è bella, ce lo ha insegnato Benigni. Pensiamo positivo, ce lo ha insegnato Jovanotti. Tutto è bene quel che finisce bene, ce lo hanno insegnato Mila e Shiro. Quando tornate a casa date un abbraccio ai vostri figli e dite loro che quell’abbraccio è di Renzi. O male che vada di Orfini, che è brutto come un refuso ma non è cattivo, ed è anche lui figlio di Nostro Signore”. (Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2015)

Il magico (?) mondo degli Autogrill

autogrillL’Autogrill è un mondo a parte e vive di regole tutte sue. Luogo di ristoro, ma più ancora di abbandono mistico e sospensione della già labile razionalità, pullula – ancor più d’estate – di umanità varia, che si muove tra gli scaffali come dentro un paese dei balocchi postmoderno. E’ popolato da esseri viventi assai diversi tra loro, ognuno dei quali appartiene a una piccola o grande tribù. Eccone alcune.
Gli affamati. Uomini e donne, quasi sempre dall’aspetto generoso e ciò nondimeno digiuni da secoli (a giudicare dall’ingordigia che denotano), si dirigono con assetto da guerra e schieramento a testuggine verso l’agognato self service. Nascondono i panini nelle tasche (del consorte, così male che vada arrestano lui/lei), fanno incetta di salse di ketchup e bustine di pepe nero (che conservano per le carestie a venire). Poi, con fare scaltro, scelgono il piatto vuoto più piccolo e lo riempiono di tutto quello che trovano: formaggi, salami, suppellettili, ghiaia, residuati bellici. Giunti alla cassa, ostentano indifferenza. Sollevano il piatto a fatica, regalandosi ernie diffuse per lo sforzo. Infine, di fronte alla commessa sgomenta, reclamano indispettiti: “Il piatto è quello piccolo e quindi mi faccia il prezzo meno caro, le regole sono regole”.
I capofamiglia. Si presentano alla cassa come tanti piccoli John Wayne e ordinano per tutta la famiglia, crivellando i poveri commessi con 747 ordinazioni. Poi, quando lo scontrino è già stato battuto, cambiano idea perché “Mia moglie ci ha ripensato, non vuole più il Capri perché le mette malinconia, mi dia una Bufalina”. Nel frattempo si è formata una coda lunga dalla cassa al reparto Pringles, e quelli che erano entrati bambini son diventati nel frattempo maggiorenni (e continuano a mangiare Pringles).
I vitasnellisti. L’Autogrill ha un catalogo iper-calorico. C’è però, quasi sempre, un piccolo reparto con prodotti più o meno dietetici. La gente si ferma davanti a quei prodotti tristanzuoli, li fissa e spera con ciò di dimagrire grazie a una sorta di osmosi inversa. Poi, dopo un po’, smette di fissare. E ordina una crema di caffè imbibita di Nutella per sentirsi in forma.
autogrill 2Il compulsivo. L’Autogrill propone prodotti che, in natura, non esistono. Si trovano solo lì. E’ per questo che l’avventore, ancor più se occasionale, di fronte a una babele di merce così rara viene colpito da attacchi di consumismo compulsivo. Chi si strafogherà di tramezzini kebab e peperoni, chi farà incetta di Lambrusco Terre di Canossa anche se è astemio. Chi comprerà 12 cd di Jovanotti, chi ottanta litri di olio Dop delle Valli Trapanesi. E chi acquisterà “La Bibbia del vegano” anche se non sa cucinare e, come hobby, colleziona carne cruda d’alce.
Il mistero della noce di prosciutto al pepe. Ha la forma di una pallina pingue da ping-pong e il colore della pelle di Carlo Conti. Nessuno sa cosa ci sia dentro, e probabilmente è un bene. Non la compra nessuno, però non manca mai. Probabilmente funge da arredo o magari, in base a qualche teoria junghiana, è in grado di provocare buonumore sugli automobilisti.
Gli asciugamanisti. I bagni degli Autogrill, che meriterebbero una trattazione a parte, sono dotati di asciugamani elettrici con getti-geyser in grado di garantire, da soli, tutta la produzione eolica della penisola. Spesso gli avventori ne sono così affascinati da non asciugarsi solo le mani ma pure i capelli, le ascelle e in ultima istanza gli zebedei. Sono bei momenti.
I menuisti. L’Autogrill, per i meno smaliziati, è una sorta di Duty Free autostradale. E, come tale, ha prezzi convenienti. Chi appartiene a questa tribù soggiace al fascino del “menù”, cioè della presunta offerta. Magari vorrebbe solo un caffè, ma di fronte a un bel “menu mattina” (alle 5 del pomeriggio) non resiste e si lascia travolgere dal combinato disposto caffè+spremuta+cornetto+biglietto Expo+gratta e vinci “La giostra del fagiolo”. Poi, tornato a casa, si dà del deficiente da solo. Con aria soddisfatta, però.
I paninari. Sono i folgorati dai panini: Ducale, New Caprese, Icaro, Granprovolo, Focaccella (amata da molti ma ora fuori produzione, e c’è chi non ne ha ancora elaborato il lutto). I panini dell’Autogrill hanno due caratteristiche. La prima è che i nomi sono orgogliosamente privi di logica: il celebre Camogli dovrebbe richiamare la Liguria, ma – a parte la focaccia – è ripieno di prosciutto cotto ed emmenthal. La seconda caratteristica è che la loro digestione è stata da tempo prescritta. L’avventore suole dire “ordino un panino, così sto leggero”, che equivale a una cosa tipo “che caldo in questi giorni, vado a mettermi un bel cappottone di renna”.
I tarallisti. Ogni Autogrill è pieno di taralli. Se l’Italia fosse un Autogrill, la Puglia sarebbe la più grande forza mondiale. Non appena un essere umano entra in un Autogrill, avverte immantinente la pulsione di comprare una confezione di taralli. Anche se, nella vita quotidiana, non li mangia mai e magari gli fanno pure un po’ schifo. Molteplici i casi di divorzio perché il marito voleva comprare quelli al peperoncino e la moglie, tradizionalista, gli ha risposto: “O quelli al finocchio o non entri più in casa”.
Gli esperti. Sono i viaggiatori che vivono in autostrada, per lavoro o perché amano l’ebbrezza di una coda sul tratto Barberino-Roncobilaccio. Conoscono a memoria ogni autogrill e si eccitano soppesando le differenze – esiziali – tra MyChef, Sarni, Fini e Bauli. Il dramma è quando non viaggiano da soli e qualcuno in auto con loro vuole fermarsi per andare in bagno. E’ allora che l’esperto, senza lasciar spazio a formulazioni contrarie, sentenzia: “Ci penso io”. L’esperto, a quel punto, si fermerà soltanto nell’autogrill per lui migliore. Il primo non andrà bene perché “non ha i Plasmon alla prugna”, il secondo verrà bocciato perché non è provvisto del magnete con scritto “Sei una nipote fantastica”. Giunti al terzo, il viaggiatore si sarà nel frattempo già pisciato copiosamente addosso. Però pazienza. (Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2015)

Le vostre recensioni

11100607_10204145912594397_277684857_nGiulio: Carissimo Andrea, ho iniziato il tuo romanzo stamattina. E lo considero, per quello che ho letto, splendido. Lo leggi con grande trasporto, e dentro ci trovi tutto: Benni, Saramago, anche un pizzico di Orwell (penso che il decalogo del giornalismo del bene sia passato sul serio attraverso qualche redazione di giornali-tg!). Si trova soprattutto tanta attualità che in alcuni tratti è persino più ridicola e agghiacciante della fantasia. Da lettore avido, tuo ammiratore e aspirante collega (magari…), complimenti e buona fortuna!

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Alice: Sembra di essere nella realtà politica descritta da Orwell, finché non ci si rende conto che è la nostra. Un ritratto sincero, contemporaneamente drammatico ed esilarante, del ventunesimo secolo e dei suoi protagonisti. Si riconosce così bene la mano di chi ha tenuto questa penna, complimenti Andrea, come sempre non hai deluso le aspettative!
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Stefania: Appena terminato il tuo romanzo. L’ho molto, molto amato. Ho amato il tuo modo di scrivere e i tuoi personaggi, in ognuno dei quali ho visto un po’ di me; mi hanno fatto sorridere e anche un po’ commuovere, e mi hanno fatto sognare la rivoluzione. A me piace leggere ad alta voce ma stavolta non ci sono riuscita; stavolta, nella mia testa, la voce che leggeva il romanzo era la tua. P.S. Niente puntini sospensivi e niente punti esclamativi, spero tu lo abbia apprezzato.
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11178469_10204145909514320_342797232_nRossella: La mia non sarà la recensione più originale ma ti dico che ho rivisto nelle tue pagine, tutta la mia vita, provando emozioni contrapposte e chiudendo il libro con tante altre domande da porre a me stessa, domande alle quali risponderà la vita.
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Daniele: Sono, più o meno, a 7 mesi di caffè, calici di Sauvignon, shottini di vodka, tè caldi e limoncini sbagliati. Cominciano ad essere, obiettivamente ed oggettivamente, un po’ tanti. La mia Layla lavora in un bar spartano e ruvido, spesso porta i capelli raccolti e si trova a dover trattare con gente discutibile (non dico come la clientela che frequenta i peggiori bar di Caracas, per carità). Mi piace passare da lei dopo la mezzanotte, quando è prossima alla chiusura, restando il tempo necessario e senza mai trattenermi più del dovuto. Adoro quel sorriso: composto, timido e rassicurante. Ballo fuori tempo oramai da una vita, ma mi serviva questo libro per capirlo. Mentre leggevo, speravo che i dialoghi tra Stevie ed i suoi interlocutori (il nonno Sandro, la commessa Edy, la signora Duna, tanto per citarne alcuni) non finissero mai. Brillanti, sopra le righe, geniali. Semplicemente grazie per le emozioni che mi hai regalato. Mi addormenterò sognando una rivoluzione… Magari un giorno riuscirò a ballare al ritmo della vita.
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Fabio: Buonasera. Sto leggendo il Suo romanzo in questi giorni (un capitolo ogni sera a partire da lunedì, proprio come è suddiviso il libro) e mi sta conquistando pagina dopo pagina. Sono curioso di sapere come andrà a finire ma aspetterò domani per leggere l’ultimo capitolo. Il capitolo del giorno è diventata la tradizione di questa settimana, la mia pausa dopo lo studio. Potremmo intitolare il libro per gli studenti universitari come “l’università è un ballo fuoricorso”. Si lo so, pessima battuta. Per adesso come voto un bel 7 pieno (era un 6,5 ma J.J. Cernia ha aggiunto mezzo voto anche qui) Complimenti e auguri per il libro e la carriera.
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Francesca: Rapita dal tuo romanzo. L’ho letto tutto d’un fiato: è stato inevitabile. Divertente e triste allo stesso tempo. Conosci i personaggi e in ognuno di loro ritrovi qualcosa che ti appartiene. Quanti di noi, come Stevie, vivono in “un’attesa scarica”? Quanti credono o vorrebbero credere ai sogni come il Seganti? Fantastici nonno Sandro e compagni: te ne innamori subito. Adorabile Clarabelle. E poi il Bacarozzi e la Bozzi: due personaggi di fantasia che in qualche modo ti fanno sorridere ma inevitabilmente e amaramente ti riportano alla realtà (la nostra realtà). Bello bello bello. Complimenti Andrea.
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Marco: Non so cosa si provi a scrivere un romanzo ed a mettere nero su bianco parte di se .So che cosa si prova a leggere il tuo romanzo .E’ stato come rivivere le pagine del Mucchio , del Criminoso , de Il vino degli altri. E’ come se il tuo romanzo fosse anche di chi lo legge , di chi ti legge .Sfogliata l ultima pagina resta un pò di tristezza per il distacco dai personaggi , ma poi subentra la consapevolezza che un pò di loro ce l hai anche dentro . E se qualcuno ascolta Steve Ray , beve Ribolla ( sa cosa siano le Louboutin) e non ha smesso di lottare è anche grazie a te .Grazie Andrea , sei stato davvero una bella compagnia
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Stefania:

“Ho comprato “La vita è un ballo fuori tempo” il giorno stesso che è uscito. Aspettavo a leggerlo quasi per una sorta di rispetto…per quell’emozione che solo l’attesa per le sorprese sanno dare. Ed è stata più di una sorpresa. L’ho divorato in un giorno, senza riuscire a staccare gli occhi e il cuore da Stevie, Sandro e gli altri, ritrovando parti di me, della mia generazione e di quella dei miei genitori, in ogni personaggio e in ogni avvenimento. Ho riso, sorriso, pianto, commentato a voce alta, fatto il tifo x i videogiochi per anziani. Mi hai consegnato un piccolo tesoro, da troppo tempo non leggevo qualche cosa di appassionante, emozionante e perfetto. Grazie da chi balla da sempre fuori tempo. Ah…sono follemente innamorata di Clarabelle”.
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balloLuca: comunque è una bella settimana. un’opera riuscita perché ci hai messo dentro te stesso. le passioni, i tuoi riferimenti, i tuoi lavori, i tuoi amici, i tuoi amori. logicamente, data la conoscenza, per me è stato più semplice apprezzare e ridere con gusto, ma ti assicuro che i riferimenti che ci ho visto io sono davvero particolari. e lusinghieri. ci ho rivisto il libro che più mi ha influenzato da bambino ‘novelle fatte a macchina’ di gianni rodari. certo, alcuni dialoghi sono più pulp, ma tarantino ancora non lo ipotizzavo a otto anni. la ‘rivoluzione’ finale è degna del gruppo delta di animal house: un redde rationem ‘futile e stupido’ ma meraviglioso. nei dialoghi c’è il grandissimo libero de rienzo/bart di santa maradona e in alcuni passi più dolenti c’è la disillusione di mastandrea/stefano nardini di non pensarci. e se ci ho letto tutto questo (ed è davvero una lettura personale) hai stravinto anche questa

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Michela: Venerdì pomeriggio,uno dei tanti,uno dei soliti… O almeno così sembrava. Una di quelle giornate in cui sei in lotta con la vita. Con la tua vita. Sali in auto e lasci che sia lei  a guidare te . Senza accorgerti ti ritrovi a Milano. Parcheggi nel primo posto libero in zona Porta Romana ed inizi a camminare. Corso Italia, via del Crocefisso, piazza Vetra e poi sbuchi in una meravigliosa e raccolta piazzetta: sant’Alessandro. Un barbone sonnecchia su una panchina scaldato da un sole delicato e rincuorante come solo aprile ti può regalare. In giro poche persone …una Milano insolita. Ma sono realmente a Milano? I gradini della Chiesa sembrano invitanti …io che in chiesa non ci entro da anni mi accovaccio proprio ai piedi di quel luogo. Blasfemia ? Guardo l’orologio: sono le 15. Tolgo dalla borsa il libro appena acquistato ed inizio a leggere. Di colpo vengo catapultata in un cunicolo spazio -tempo che mi porta lontano da lì , via  da quella piazza, dalle mie malinconie. Leggo e leggendo sorrido e mi commuovo e non smetto fino a quando un’ aria fresca mi riporta alla realtà e le ombre del crepuscolo mi tendono la mano. Sono le 18.30. Potere di un libro… Di un buon libro. Grazie Andrea. Grazie per avermi tenuto compagnia in una giornata davvero difficile e per avermi fatto capire che certe sensazioni non sono sola a provarle. Tutti noi, almeno una volta, abbiamo danzato fuori tempo. I tuoi piedi si muovono al ritmo delicato di una melodia che si compone nella tua testa mentre intorno martellano le note confuse di un rock  troppo veloce. Un libro così meritava di essere festeggiato con un degno abbinamento …Zidarich, Vitovska.

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IMG_0053Magda: “Fa ridere e fa piangere, che sono per me noti notevoli in un libro. Fa lacrimare da ridere – per non piangere – quando fa satira su (in ordine di spessore intellettuale) ministre gengivate che “scandiscono le sillabe per darsi il tempo di formulare il pensiero successivo”, rapper angelici e premier nostrani che citano Ramazzotti. Fa quasi commuovere quando parla di cani, di piccoli Jedi, di Signore Duna, di orticaria da punteggiatura e di nonni monicelliani più giovani dei loro figli e nipoti. Ci sono delle belle idee, citazioni carezzevoli e anche un po’ di autosfottò garbato – e inevitabile, visto l’ego dell’autore – che fanno molto sorridere.”

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Cecilia: Finito. A Parma (a volte) le cose arrivano prima, e il tuo libro è qui già da ieri. Ho trascorso la notte leggendolo, e le ultime 40 pagine le ho consumate ora. Mi ha generato molte riflessioni ma, essendo buona norma non spoilerare, ne sceglierò qualcuna che non intacchi il piacere della lettura altrui.
Primo – fa venir voglia di bere.
Secondo – è un romanzo che può interessare molti possibili pubblici, ognuno dei quali potrà scegliere il suo filo conduttore, farne il proprio punto prospettico sulla storia e seguirla da lì. A rendere possibile tutto questo, una struttura magistrale. Bravo.
(Il mio filo rosso l’ho trovato nella splendida figura del nonno e nel suo rapporto con il nipote. Grandissima emozione.)
Terzo – te lo dico con pudore: il quasi monologo di Stevie al pranzo di nozze, espresso con quella scrittura spericolata eppure lucida, mi ha fatto pensare a uno dei miei scrittori preferiti, Busi.
E si ride, e c’è un’abbondanza di riferimenti e citazioni (tanti più quanti più ogni lettore ne sappia cogliere, suppongo).
Mi fermo qui, e vado a leggere cosa ha scritto il tuo mitico ex-direttore.
Festeggia, Andrea, oggi è un grande giorno.

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Cinzia: A dispetto della mia maniacale tendenza a divorare i libri, mi sono imposta di assaporare il tuo romanzo in tempi più distesi per apprezzarne la sua bellezza il più a lungo possibile. Non sto a ripeterti quanto altri, prima e meglio di me, ti hanno già detto, apprezzamenti che condivido profondamente e che mi spingono a ringraziarti per avermi fatto ridere, commuovere, per aver allargato e disteso il mio tempo e acceso la mia mente. Sto qui a scriverti per dirti: amo il tuo gusto per la “parola”, sempre ricercata, talvolta sofisticata e sempre al posto giusto e al momento giusto. Se il tuo romanzo è “fuori tempo”, le tue parole non sono mai intempestive. Grazie Scanzi.

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IMG_2029_2Alex: 
Quando si ha a che fare con un Tuttologo, personalmente, credo si abbia a che fare con un eterno indeciso rapito dalla nostalgia. Forse è così o forse c’è la famosa eccezione che si impone di confermare una qualche regola. Il libro si appoggia su personaggi convincenti, vivi, che trasudano quell’emozione sana capace di entrarti dentro e scuoterti mentre sei saldamente ancorato in poltrona. Qualcuno lo odi, per un altro fai il tifo. C’è quello che ti commuove: c’è l’argomento che ti commuove. Tra buona musica, alcol in abito scuro e parallelismo tra politica e videogames senza epoca, si naviga tutto d’un fiato verso la meta. Quando le pagine di un libro per un verso o per l’altro, riescono a toccarti dentro muovendo il tuo stato d’animo, l’Autore merita una stretta di mano e tutti i complimenti possibili.

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Max: Ciao Andrea (oso dare del “tu”). Sabato ho comprato il tuo romanzo “La vita è un ballo fuori tempo”, finito di leggere qualche minuto fa. Mi ha fatto riflettere e – come accade per certi romanzi – porterò con me per lungo tempo alcuni personaggi che sembrano uscir fuori dalla mia storia personale. In ordine sparso, ciò che porterò con me del tuo libro:

– Sandro perché mi ricorda mio nonno comunista, sognatore e combattente. Lui figlio di un padre fondatore del partito dei contadini in un paesino calabrese.
– Jimmy, il mio Grillo Parlante. È il personaggio che mi ha emozionato di più, un vero bastardo ma tremendamente lucido e veritiero. E poi il suo apprezzamento verso il disco “Grace” di Jeff Buckley – e la retrocessione in serie B dei Joy Division – me lo ha reso più simpatico.
– Clarabelle, perché in famiglia abbiamo due labrador e un pastore tedesco, perché la sua presenza nel romanzo mi ha ricordato il rapporto tra gli umani e i cani descritto in “Abbaiare Stanca” di Daniel Pennac.
– Stevie, io a 45 anni in cerca di salvezza.
– Miriam Visigoti in quanto Miriam Visigoti.
– Le “anime salve” che ricordano Fabrizio De André.
– La musica e il nonno abile nel capire gli umori del nipote in base alle canzoni suonate in casa.
– Il blues e il vino che non ho mai apprezzato perché cresciuto con il punk e la birra.

E poi, anche a me è successo di sbagliare nome del defunto durante un funerale (sono un prete).
Insomma, grazie Andrea per un libro meraviglioso.
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Gianfranco: Caro Andrea, scusami innanzitutto se in queste poche righe userò un colloquiale “tu”: non mi piace l’abuso ormai invalso di rivolgersi in questa forma a persone che non si conoscono, ma ormai ti considero un fratello minore (io sono del ’62). E dunque. In primis, grande ammirazione per tutte le tue attività, e un grazie infinito per esprimere i pensieri e le incazzature di tanti di noi. Grazie anche per esprimerli, a parole e per iscritto, in un italiano ammirevole. Tante sono le suggestioni che mi hanno colpito nel leggere il tuo romanzo. Non mi soffermo su quelle più personali – numerosissime – ma mi limito ad una, che poi è molto legata alla foto che ti ho inviato. Io ho interpretato la forza vitale che anima il gruppetto di ottuagenari rivoluzionari come il bisogno di tornare a credere in un’ideologia. Superando, sì, gli stereotipi manichei del passato, ma senza dimenticare che, senza ideologia, non esiste nemmeno l’utopia, e quindi la forza di cambiare ciò che non ci piace.
Il drappo che fa da sfondo nella foto è originale: veniva donato alle fabbriche che, in Unione Sovietica, raggiungevano gli obbiettivi del piano quinquennale. Ti assicuro, nessuna nostalgia per quel regime, ma semplicemente un attestato di solidarietà a tutti coloro che hanno creduto in un’idea, e che si sono battuti perché fosse realizzata. Come fai tu, con coraggio, stile e coerenza. Anche nel tuo bellissimo romanzo: divertente e struggente, come è naturale che sia la vita di noi tutti. Ti abbraccio

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Mondoinchiaro: È sempre elettrizzante cominciare un libro atteso da tempo.La pagina iniziale,il sorriso della commessa alla cassa , l’odore delle pagine nuove.L’attesa è uno dei momenti più piacevoli che un libro possa regalare. Molti libri non la giustificano,altri invece regalano anche dopo la lettura momenti di assoluta estasi. È il caso del primo romanzo di Andrea Scanzi, “La vita è un ballo fuori tempo”. Il giornalista del Fatto Quotidiano ha saputo regalarci un libro divertente,amaro e poetico al tempo stesso. Stevie,il protagonista, è un giornalista quarantenne un tempo idealista ma ora disilluso ed inghiottito dalla triste realtà che lo circonda. Una realtà che fa paura, con un premier narciso e poco incline al dialogo che si fa portavoce di una finta democrazia,dove il pensiero unico dilaga e dove frasi del tipo “Noi siamo il bene” sono all’ ordine del giorno. Stevie è solo, come un pugile che ha smesso di lottare per le troppe ferite accumulate negli anni. In questa situazione apparentemente negativa troviamo personaggi pieni di speranza, stelle fisse che illuminano la narrazione: lo stagista Seganti,giovane idealista ancora pieno d’energia (una sorta di coscienza per Stevie) . Layla ,la donna amata e sconosciuta. Nonno Sandro, figura dolcissima a capo di una sgangherata banda di hacker novantenni che bramano alla rivoluzione. E se alla fine questi simpatici nonnetti avranno la loro piccola rivoluzione, anche Stevie saprà riscattarsi e tornare a sentirsi davvero vivo. Scanzi ci invita a raccogliere le cose belle che portiamo dentro , dalle piccole gioie quotidiane al valore degli affetti e dei rapporti. Ho trovato questo libro un vero e proprio inno all’ amore: per il vino, la buona musica , la vita … ma soprattutto per se stessi e per i propri ideali.

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Cesare: E’ un narrare fuori squadra ma la poesia fuoriesce in ogni pagina da personaggi quasi irreali che con gusto leggero e amara riflessione ci fanno rammaricare del fatto che Scanzi sia solo al suo primo romanzo.

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Davide Di Finizio: All’inizio siamo dalle parti di Clint Eastwood, non ancora quello sublime e tragico di Gran Torino (che verrà pure citato), ma il vecchio reporter scapestrato e disilluso di True crime, quello che va a letto con donne diverse, ma sempre senza impegno. Stevie (che dall’antieroe eastwoodiano differisce per una sola vocale) di queste donne dimentica pure i nomi, anzi tende a ribattezzarle, come fa con Sinead, che diventa Laureen; e come farà con l’innominata del bar, che chiamerà Layla, come la musa di George Harrison e Eric Clapton. I nomi (e i cognomi e i soprannomi) non sono mai casuali: magari fuori luogo (come Rayban Seganti, “nome di merda”!), e soprattutto fuori tempo. Come la vita.
La vita è un ballo fuori tempo non affronta solo un problema generazionale: l’occhio dell’autore non risparmia nessuno tra i vecchi e i giovani (avrebbe detto Pirandello), tra padri e figli (avrebbe detto Turgenev), ma ogni età ha le sue due facce della medaglia, il suo Giano bifronte: c’è la vecchiaia incarnata da Sandro e dai suoi decrepiti compagni di lotta; c’è l’età che dovrebbe essere matura, invece costellata da immaturi: Stevie e i suoi amici; c’è la giovinezza, e interessante è che l’autore non abbia ceduto alla retorica sui bamboccioni, tanto in voga anche tra alcuni intellettuali di oggi (gli idioti di domani), ma abbia personificato questa generazione nella figura, stramba e straordinaria, dell’idealista Seganti: squattrinato stagista della carta stampata che prova ad esorcizzare il disumano impegno in redazione, gestendo un blog che nessuno visita; e infine l’infanzia, nella figura di un solitario ed enigmatico Jedi, onnisciente e forse, chissà, anche onnipotente. Tra gli anziani spicca Sandro, nonno di Stevie e sosia di Pertini (ma senza pipa), che a novant’anni vorrebbe fare la rivoluzione: sembra un Milton invecchiato, uscito dalle pagine della sua “questione privata” per approdare nell’età contemporanea e tentare di cambiarla. E proprio come il vino, che nel romanzo (e per l’autore) ha una parte importante, più vecchio è anche più buono: gli anni hanno temperato la sua epicità fenogliana e ne hanno fatto un soggetto ironico e disincantato, che non può fermare il tempo ma almeno tenta di rallentarlo, masticando le sue inseparabili bacche di Goji. Comunque sembra assai più giovane del suo già vetusto nipote che, giornalista senza più vocazione, si contenta di lustrare le scarpe di J.J. Cernia, direttore del giornalucolo La patria, (un paradosso, visto che della patria non si occupa per niente), nonché presidente della Dinamo Brodo, un’inguardabile squadretta di calcio cui il protagonista deve dare credibilità, con improbabili recensioni e soprattutto stilando incredibili pagelle.
Si è scritto di Stevie come di un alter ego dell’autore; in realtà, similmente ad O. Wilde che divise se stesso tra i tre personaggi principali del suo romanzo, un potenziale alter ego può nascere dalla fusione di Stevie, Rayban e Jimmy. Quest’ultimo, l’amico cinico e donnaiolo, persino spietato nelle sue disarmanti disamine della realtà, è un Henry Wotton dei nostri tempi, mentre Seganti è la coscienza critica del protagonista, un Basil della carta stampata. E Stevie, un Dorian Gray rovesciato, o meglio fuori tempo: un ideale imbastardito dalla realtà, laddove l’eroe di Wilde era una realtà trasfigurata nell’ideale. Ma in realtà, come siaccennava, in un modo o nell’altro sono tutti fuori tempo, anche le anime salve, anche i migliori. L’unico personaggio ad essere veramente padrone del tempo è Clarabelle (si scrive con la e): <<Il cane.>> Generalmente, a parte nei fantasy, gli animali non parlano, o meglio parlano una lingua che noi, poveri mortali, non possiamo capire, e per questo ci sentiamo in dovere di relegarli al ruolo di comparse; ma no, Clarabelle è presente, per tutto il romanzo, e non solo si fa comprendere, con i suoi Woof Woof, i suoi Flu-Flut, ma soprattutto comprende, più e meglio di come sappiano fare quegli strani esseri a due zampe che lei scorge dal basso. Non è un caso che “la coda, sbattendo contro la porta del bagno, generava un effetto <<assolo di batteria dei Led Zeppelin>>”: perché Clarabelle vive il tempo, molto più di Stevie che si lascia vivere da esso, molto più dei rivoluzionari novantenni che tentano di rallentarlo ma consapevoli della bancarotta finale, molto più di tutte le macchiette che popolano questo strambo e frammentario microcosmo, ma senza essere mai del tutto personaggi. Nessuno è veramente a tutto tondo, tutti sono scolpiti e colpiti nei loro punti deboli e questo li rende ridicoli, ma anche più umani. E in qualche caso ne rivela l’insospettabile profondità, come avviene per una delle rivelazioni del romanzo: Pino Beluga, docente di greco in pensione apparentemente distaccato dalla realtà ma che, ad onta delle sue cataratte, mostra di guardare molto lontano. In fondo, malgrado l’irrisione e l’ironia generalizzate, la simpatia dell’autore va sempre alla cultura, all’intelligenza, all’integrità, in un mondo che troppo spesso premia l’idiozia di un Cernia e la volgarità di una Visigoti.
Eppure si avverte, nel leggere il romanzo, una continuità di discontinuità, una continua sensazione d’incompiutezza, tra una sequenza e l’altra, tra segmenti spesso brevissimi che si susseguono spietatamente, come se l’intreccio non tenesse, come se la scrittura non fosse sempre all’altezza della storia! Dato che, come Stevie, non amiamo abusare dei punti esclamativi (ma come lui amiamo le parentesi), chiariremo che l’intento di questa provocazione non è inimicarci l’autore, ma registrare una perplessità riscontrata durante la lettura, perplessità che si è gradualmente trasformata in certezza: quella stonatura, quell’impressione di caos che si prova perdendosi tra i sette giorni della “creazione” trasmette stilisticamente la costante espressa dalla narrazione, trascinando anche il lettore all’interno di quel vortice, come imbottendolo di guatemalteki che gli iniettano lo stesso senso di inadeguatezza del protagonista. In fondo, come Marcel nella Recherche, Stevie va alla ricerca del tempo perduto, e poco importa che invece di una madeleine si serva di uno zabafosca o di una Louboutin. Ma quando le faglie sono ormai troppo distanti, “da una parte c’è quello che sei, dall’altra quello che volevi essere. Nel mezzo, tra un terremoto e un’inondazione, tra uno smottamento e una slavina, tra un <<obbedisco>> e un <<va tutto bene>>, la distanza tra quotidianità e desiderio diventa incolmabile.” E allora l’opera è un romanzo su questo vuoto, su questa lacuna, su questa frattura insanabile, che si infligge e sanguina tra le pagine del libro sino alle sequenze finali in cui, lungi dalla tentazione di un happy end consolatorio, c’è una redenzione a metà, un forse, un probabilmente, un amaro in bocca che genera nuovo vuoto, che soprattutto non dà adito alla speranza. Perché, ci insegna Monicelli (e Seganti), la speranza è una trappola, come l’attesa propositiva che Stevie aveva religiosamente praticato dai 19 ai 45 anni. Come quei sei anni di caffè macchiato che lo separavano dall’approccio con la donna della sua vita. Come il salto nel buio che spesso ci separa dai nostri sogni.
La vita è un ballo fuori tempo è questo, e forse tanto altro. Prosaico e lirico, cinico e romantico, amaro e divertente, a tratti travolgente come un trampling, rigorosamente in tacco 12, inferto da Rossella Brescia e Rosario Dawson, coadiuvate da Abigail Spencer. E perché no, magari pure con l’intromissione della figlia cozza di J. J. Cernia.

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Luca: L’impatto con le prime pagine è straniante, specie per i personaggi che per i loro nomi sembrano usciti da una clip di Maccio Capatonda. Proseguendo con la lettura però non ci si può non affezionare al piccolo mondo raccontato da Scanzi, popolato da personaggi insoddisfatti della loro vita in una città di provincia, che si abbandonano al loro destino e hanno mollato i loro sogni, di anziani che organizzano la rivoluzione contro un governo incapace che straparla di fiducia e speranza, di decrittatori di sogni e di lettere d’amore scritte di notte. Il paradosso è il filo che tiene unito il libro dall’inizio alla fine, la lettura scorre via piacevole tra l’ironia tagliente dell’autore e citazioni di grande musica, grandi film, calcio e ciclismo. Una fotografia plausibile del nostro Paese impazzito racchiusa in un romanzo originale e attuale, che secondo me verrà apprezzato soprattutto tra qualche anno, a mente fredda.

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saraVioleta: Ho appena finito di leggere “La vita è un ballo fuori tempo” e devo dire che ho passato una settimana piacevole, divertente ma che lascia amari punti di riflessione sulla società moderna in cui ci muoviamo. Il libro è scritto con acuta audacia e sana ironia, componenti intrinsechi dell’autore stesso. La vera chiave di lettura che io attribuisco a questo libro è: il forte disagio sociale vissuto da un gruppo di persone di mezza età con una preparazione medio-alta. Per poter sopravvivere oggi si devono chiudere gli occhi, tappare le orecchie ed accettare una realtà che altrimenti fa male. Emblematico in questo senso è il decalogo del Premier Bacarozzi, vero e proprio regime in fase embrionale, che spudoratamente sventola lo slogan “chi non è con noi e contro di noi” e di conseguenza va isolato.
Stevie, persona sensibile e con l’autostima sotto le scarpe, insomma uno sfigato nazionale, insieme ai suoi amici si muovono come degli zombie, pur essendo coscienti che le cose devono cambiare, portano avanti la loro vita se non altro per inerzia. Chiaro che in una società “bacarozziana” dire ed affrontare la verità diventa un atto rivoluzionario di grande coraggio. Mi è piaciuta molto la figura di nonno Sandro, non solo per le prelibatezze culinarie, ma per la forza e l’energia di un 90-enne che vive la sua età d’oro, libero da costrizioni e con un occhio di riguardo per il “recupero” di suo nipote e dei suoi ideali di vita. Unica pecca del libro è trovare a volte un linguaggio un po’ troppo piccante anche lì dove non me lo aspettavo. Finisco il mio commento con un salutone al nostro Stevie, ormai diventato principino intellettuale, da parte di Violet(a) (so che ci tiene) e continuerò a tifare per Dinamo Brodo!

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Claudia: Caro Andrea, so che probabilmente dovrei darle del “lei”, ma mi viene assai difficile. Ho imparato a conoscere la tua penna, prima della tua faccia e devo dire che in tv il tuo spirito pungente che ho amato sulla carta stampata o sul tuo blog non si perde affatto. Era inevitabile per me comprare il tuo libro. Un uomo che parla di musica, di politica, capace di non prendersi troppo sul serio, ma pienamente consapevole di tutte le sue qualità, alle prese con il primo romanzo. Hai assestato un altro bel colpo, decisamente. Passi una lama tra varie generazioni, analizzandole una ad una, ma senza che la cosa risulti evidente, pedante. Viene tutto descritto per immagini, frammenti di vita, come se la osservassimo anche noi e fossimo liberi di trarne la nostra conclusione. Insomma un De Gregori in prosa, anche se tu avresti preferito Gaber. Sono una quasi 25 enne assai delusa dal mondo e dalla mia generazione, distante dalla tua, ma per molti versi simile, se non peggiore. Perché se hanno fallito i 40 enni, chi siamo noi per fare meglio? Perché non crogiolarci nello stesso vittimismo lassista, piangerci addosso tra un cocktail e l’altro dando la colpa a tutti tranne che a noi? Mi ci sono ritrovata, nella voglia di spaccare solo a parole, ho ritrovato la forza dei miei nonni, di tutta quella gente che ha negli occhi la luce, la voglia, la certezza di poter fare di più. Tu hai fatto di più donandoci questo romanzo che per me ha il pregio delle grandi commedie: lo inizi con l’intento di svagarti, non aspettandoti nulla più che di passare qualche buona ora di relax e quando arrivi alla fine sai qualcosa in più di te, hai imparato o solo smesso di accantonare una lezione che probabilmente è sempre stata lì, ma non volevi vedere. Grazie per questa piccola perla, per i tuoi articoli, per le tue apparizioni in tv (e per gli insulti alla Santanchè, sul serio, grazie), per il tuo splendido lavoro teatrale “Gaber se fosse Gaber” , perché sei la prova vivente che avere molti interessi non è perdersi via (che è una cosa che mi sento dire spesso) o non aver voglia di scegliere, per alcuni è solo l’unica via possibile. E ad alcuni riesce assai bene davvero. Buon lavoro

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Il Nostro: Immagina.. Stevie Vaughan potrebbe,come per magia,materializzarsi da una delle migliaia di copie del romanzo. Per fondare un giornale. Libero. Rivoluzionario. Dove potrebbero scrivere tutti. Anche Tullio Stelvio Bacarozzi. Ma come ospite. Unico vincolo imposto,i fondamentali principi democratici a tutela della libertà di manifestazione del pensiero. Una sorta di palestra delle menti. Unico anabolizzante ammesso,la curiosità.

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Marco: 
Caro Andrea, mi ha fatto molto piacere scoprire di poter comparare il tuo romanzo ad una serie TV. Spiego meglio. Avevo deciso di rinviare la lettura a dopo gli esami, si sa, mai iniziare una serie televisiva una settimana prima degli ultimi esami di un lungo anno erasmus. “E se poi non riesco a distaccarmene? Non ho tempo per il piacere, devo studiare. (Vorrei usare un esclamativo, ma so che non ti piace, quindi evito…)”. Ecco, il mio timore era questo, iniziare a leggere il tuo libro, “catafottendo” gli esami. Ahimè non ce l’ho fatta. Mi hai costretto a terminarlo in un giorno. E devo dire che sono stato molto contento. È inutile che ti scriva di aver trovato (come tutti gli altri lettori) qualcosa di personale, nascosto nel l’inconscio, che è stato piacevole rievocare, per sorridere (tanto), per piangere (meno). Grazie! E dopo un anno di erasmus in Estonia è stato bello leggere finalmente qualcosa in italiano!

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Claudio: Caro Andrea, il tuo romanzo è stato una boccata d’aria, dico davvero. Seguendoti – sui social come in tv -, pensavo di conoscere già abbastanza il tuo stile (e già ti apprezzavo) ma con “La Vita è un ballo fuori tempo” mi hai regalato qualcosa in più. Una storia ironica, iperbolica e sincera; un affresco divertente e coinvolgente del mondo in cui viviamo e che troppo spesso ci costringe ad abbandonare i nostri sogni, a scendere a patti con la realtà, a snaturarci e a sopravvivere. Ho quasi l’età di Seganti e sono un po’ idealista come lui, eppure già mi sento – non sempre, ma spesso – come Stevie, ovvero appiattito, annoiato e svilito dalla realtà quotidiana, una sorta di sconfitto intristito. Ma, sarà perché vorrei vedere dei nonno Sandro ovunque o perché non sopporto i vari Bacarozzi, Bozzo e J.J. Cernia che affollano questo paese, credo e spero di non arrendermi mai. E poi Layla! Sono giovane – forse troppo -, eppure quante Layla ho già conosciuto, a quante avrei voluto parlare e non l’ho fatto, a quante avrei voluto strappare un sorriso o regalarlo, a quante avrei voluto scrivere una lettera o una poesia, solo per strappare alla quotidianità un momento felice, profondamente umano. Ah, e poi c’è la rivoluzione: personale, politica, culturale, umana. Raccoglie un po’ tutto il romanzo, e mi piace. De Carlo in Due di Due dice che “scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso”. Forse è il tuo caso. Ancora complimenti, sei un grande. P.S. Ma che musica figa ascolti?

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zurigoGiovanna: Caro Andrea, premetto, non è una recensione, non so scrivere così bene, e poi ne hai già ricevute di davvero splendide. Solo qualche impressione ‘a caldo’. Dunque, finito di divorarlo ieri pomeriggio. Aspettavo il momento (più adatto) con trepidazione. Dopo mesi di stress (e di duro lavoro) alle prese con prima, compravendita, e, poi,  trasloco di casa, non vedevo l’ora di potermi prendere un po’ di tempo per me e rilassarmi finalmente con una buona lettura. Nella casa nuova, mi sono creata uno spazio ad hoc che ho inaugurato proprio con ‘La vita è un ballo fuori tempo’. Meraviglia!.Spazio e tempo si sono dissolti. Io, catapultata a Lupinia.! Mi son fatta delle risate roboanti…(oddio, io che roboo, non è un’immagine proprio femminile e adatta alla mia età, ma, si sa, nella propria intimità ci si lascia un po’ andare). Le descrizioni ed i dialoghi del matrimonio sono esilaranti (la Visigoti, un mito… le caccole nei ricci dello sposo…immagini truculente, ma assolutamente efficaci) così come l’ultima pagella, quella veritiera, della Dinamo Brodo Tutto è incredibilmente divertente, divertente e amaro allo stesso tempo, molto amaro, da groppo in gola. Nonostante l’uso del paradosso, del caricaturale – come non riconoscere che in ognuno dei personaggi c’è un pezzetto di noi? Come non rilevare quanto la nostra realtà  spesso sia, ahinoi, anche più ridicola, caricaturale, e perfino più agghiacciante di quella immaginata dalla tua fantasia? Nonno Sandro (e la sua combriccola) sono adorabili… adorabili e trascinanti! E vorresti essere lì, a Palazzo Vaughan, con lui ad assaggiare le sue ricette (e perché no, anche i vini che le accompagnano), con loro a lavorare per la Cocoon,(a proposito l’idea della produzione di videogame per anziani è davvero brillante), ma, soprattutto, per progettare (e attuare) insieme la rivoluzione! Clarabelle che tergicristallizza…le crocchette all’alchermes…il Seganti poi, è tenerissimo (mi ricorda me qualche anno fa, più di qualche anno fa in vero, e in lui rivedo un po’ il fervore di una mia giovane collega) e Stevie…quanto.siamo tutti un po’ Stevie! Anche se mentre leggi vorresti scuoterlo, quasi picchiarlo, per farlo svegliare dal torpore. Poi, però, c’è il riscatto finale, e allora, credo tutti, ci siamo trovati a mandare JJ. Cernia affanculo!  Con tutto il cuore, e non solo lui! In una sorta di urlo catartico e liberatorio Tutti i personaggi mi mancano già. Adesso mi sento, neanche so bene come, un po’ svuotata, forse. Con quella brutta sensazione di non avere più niente da fare, niente da aspettare. E non mi piace. Quindi, vedi di datti una mossa e scrivi presto il prossimo romanzo!

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Daniela: Ti leggo da tempi non sospetti, quelli del Mucchio per intenderci, e ricordo un viaggio in treno Roma-Trieste in compagnia del tuo (e mio) volatore; poi ho iniziato a seguirti sulle pagine del Fatto, ti ho visto in teatro da solo e in ottima compagnia (tu e Giulio, che binomio!), ho rivissuto a ritroso i miei anni attraverso Non è tempo per noi… l’età non è proprio la stessa, ma alla fine quello che ti ha formato e segnato ha toccato pure me. Quando è uscito La vita è un ballo fuori tempo, l’ho acquistato con curiosità – sarebbe  bastato il titolo a convincermi  –  ma anche con una certa diffidenza: in Italia tutti ormai scrivono romanzi, a dispetto di una produzione complessivamente mediocre. All’inizio con il tuo libro ho litigato un po’, incerta se considerarlo risibile o un capolavoro; certo, è più vicino a Benni e Robecchi che alla Mazzantini (ma la Mazzantini è un’autrice, secondo te? perché io me lo chiedo ad ogni sua nuova uscita) e lo stile fa già la differenza, tuttavia non mi bastava. Arrivata al primo dialogo tra Stevie e il nonno il mio distacco critico, già minato da Clarabelle, ha iniziato a cedere e da lì è stato uno smottamento continuo: ho iniziato a ballare anch’io, fuori tempo, con Stevie e i suoi amici cazzari, con Sandro e gli altri della Cocoon for Dummies. Mi sono commossa su certe pagine, così prive di retorica e così vere (il nonno e Fosca), ho riso per gli scambi di battute di quei vecchi così meravigliosamente giovani, mi ha conquistato la purezza fuori moda di Seganti, ho fatto il tifo per Stevie e Layla, ho goduto per quel finale che ha fatto giustizia di tutti i J.J.Cernia, di tutti i Tullio Stelvio Bacarozzi, di tutte le Elena Pia Bozzo che non infestano solo Lupinia. E poi tra i vini hai citato la Vitovska, che dalle mie parti significa qualcosa… Alla fine, ho provato quella sensazione che poche letture ti danno: il dispiacere di uscire da una storia e dai suoi personaggi, la voglia di tenerli ancora un po’ accanto a te. Un unico appunto: non discuto la tua passione perversa per le Louboutin e il disgusto per le ballerine, ma tra le prime e le seconde scelgo le seconde (in alternativa, le scarpe da ginnastica) tutta la vita: prova tu a correre avanti e indietro tutto il  giorno, con una media  quotidiana di 3-4 bus presi al volo, con il tacco 12!
A ritrovarci al prossimo romanzo. Daniela

P.S. Sapendo che detesti i puntini di sospensione, mi sono controllata: usati solo due volte. Spero apprezzerai lo sforzo.
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Mirocle: Il tuo libro mi è piaciuto molto. E’ stato un po’ come un giro sulle montagne russe. Coinvolgente, divertente (i dialoghi mi hanno fatto scoppiare a ridere in mezzo agli altri pendolari in treno); si passa da parti alte dove si parla di buon cibi, buon vino, buona musica, buoni ideali (e idealizzazioni) a parti -volutamente- basse dove invece i personaggi  e gli argomenti sono molto meno gradevoli, quasi angoscianti. Sono proprio questi momenti (il dispotismo di J.J. Cernia, la Visigoti, il premier e il suo modo di fare alla “1984”) a lasciare quel senso di nausea tipico delle montagne russe. Altre cose che mi sono molto piaciute sono state le citazioni da Guccini a Vasco Rossi passando per Monicelli, l’ironia, il sarcasmo e gli ossimori (il migliore secondo me è lo stagista che pur dichiarando che “la speranza è una trappola” continua a sperare e a credere nei suoi ideali). La cosa che più mi è piaciuta però è che il tuo è stato un libro che per dirla – stranamente – alla Springsteen oltre che parlare al lettore, parla anche del lettore. Chi non ha mai idealizzato delle persone senza conoscerle? Chi non ha mai cercato aiuto o risposte nella musica? Chi non usa risposte ad effetto quando non gli piacciono le domande? Tutte queste cose hanno fatto del tuo libro uno di quei libri che dopo essere stati letti non vanno messi in libreria, ma tenuti fuori a portata di mano vicino per quando se ne avrà bisogno.

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Marco: Ciao Andrea. Volevo farti i complimenti per il tuo romanzo. Trovo il tuo modo di narrare e di descrivere molto simile a quello di Stefano Benni, uno scrittore che io amo molto e del quale ho letto praticamente tutto ciò che ha scritto, compresi gli articoli su “la repubblica” (quando ancora la compravo). Siete come Stevie Ray Vaughan e Eric Clapton, chiamati a improvvisare sullo stesso blues, con due Fender uguali ma riconoscibilissime tra loro. Bel lavoro. Grazie.

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Luigi: ho appena finito “la vita e’ un ballo fuori tempo”.bellissimo ,ironico ma attualissimo,descrive molto bene la nostra situazione.da leggere naturalmente con ironia, ma le ultime pagine le leggevo una al giorno per allungare il piu tardi possibile la fine del libro.complimenti ,uno scritto da consigliare a chi coglie le sfumature

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Lucia: “La vita è un ballo fuori tempo” è per me l’equilibrio sinergico tra realtà e sogno. Una realtà fallimentare accompagnata da un sogno vivo e motivante. Unico, intenso, gustoso, alcolico, ironico, a tratti esilarante ma drammaticamente reale. Un Romanzo che non si legge, si divora. Grande Andrea.

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Carola: dialoghi da urlo, una cittadina dai colori e atmosfere alla Gotham City, le mie risate che scoppiettano di stanza in stanza a ogni nome dei nuovi personaggi (mi porto appresso i libri che mi piacciono) e l’idea di vederti arrampicato su un albero per scrivere e leggere in pace ieri e oggi come domani. un libro bello e necessario. Grazie.

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foto 2 libriEnrico: Caro Andrea, semplicemente grazie. Ho appena finito di leggere “La vita è un ballo fuori tempo” e faccio fatica a trattenere il vortice di emozioni che la sua lettura ha suscitato. Non è solo un romanzo, è il ritratto più disincantato e concreto di una realtà di cui spesso ci sentiamo spettatori inerti, ed è musica, di quella migliore, quella che ti cattura l’anima con la sua forza e la sua malinconia. Grazie per tutto questo.
PS: e grazie per Reputescion, un programma di spessore con domande interessanti, mai banali e che non cedono mai all’orrore del gossip.
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Sarah: Ho appena finito di leggere La vita è un ballo fuori tempo e un po’ mi spiace perché avrei voluto che non  finisse mai. È bello, divertente e amaro allo stesso tempo e talmente al limite del surreale che pare proprio di vedere la nostra società o per lo meno scorgerne il possibile futuro. Ti faccio veramente tanti complimenti.

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Marcello: Caro Andrea, in partenza sono un po’ scettico quando un giornalista, o un critico musicale, o un opinionista televisivo, scrivono un romanzo. Considerato che, per tanti di noi, sei un faro in tutte e tre le categorie (giornalista, critico, opinionista), nel tuo caso l’esordio narrativo era un rischio notevole. Per fortuna, hai vinto la scommessa (e, lo ammetto, avevamo, tutto sommato, ben pochi dubbi in merito). Ci hai regalato un Grande Libro che si distingue, fin da subito, per essere “un romanzo scritto in lingua italiana”. Una rarità. Sì, perché, al giorno d’oggi, gli scrittori nostri connazionali sono spesso indecisi se l’essere gli americani postmoderni de noantri (no, grazie) o i creatori di un nuovo pseudoitaliano che ricalchi la naturalezza di quello parlato, con esiti però mediocri. Qui, invece, nel tuo libro, c’è un uso perfetto della lingua. E l’intenzione, da parte dei protagonisti e dell’autore, di raccontarsi sempre con sincerità. I veri protagonisti, a mio avviso, non sono tanto Stevie o Seganti (donchisciottini che diventano quasi due cornici narrative, più che personaggi in senso classico), quanto i 4 vecchietti rivoluzionari. Vecchietti che salgono di corsa sul treno degli ottuagenari protagonisti in tante opere di letteratura contemporanea (Marsullo, Malvaldi, Jonasson). Oltre a questo, anzi, grazie a questo, il romanzo è uno splendido inno alla vita e all’amicizia. In più, qui c’è la componente della satira. Satira nei confronti di un governo che crede i governati ignoranti. E forse questa considerazione vale anche per gli altri governati reali. Quelli che, ahimè, non sono nel tuo libro.
Noi. Ci dipingono sempre più ignoranti di quanto non siamo in realtà. Io, invece, sono convinto che, per fortuna, siamo tanto migliori di chi ci governa (e il tuo libro conferma la mia idea). A proposito di Potere. Ho fotografato il tuo libro nella piazza del mio paese (Castelmassa, provincia di Rovigo). L’ho messo su una pianta…ma non è Goji, stai tranquillo. Questa piazza fu scelta da Giovannino Guareschi per la copertina del primo “Don Camillo”, nel 1948. Secondo me il tuo libro potrebbe inserirsi benissimo nella tradizione guareschiana (e spero tu non me ne voglia). Perché offre, soprattutto, un’irriverenza sanguigna contro il potere. Ecco, il romanzo è anche un inno a chi lotta tutti i giorni. Rubando le parole ad un cantautore italiano, e mi si perdoni la retorica, il sottotitolo di questo tuo primo potrebbe essere “Nessuna resa mai”. Grazie Scanzi. Ti voglio bene.

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Marco: Un piccolo bignami di Andrea Scanzi. Dalla sensualità di Rosario Dawson al feticismo per i piedi. Dalle frecciatine alla Boschi alla paraculaggine del menestrello Cherubini. Amore per il tennis, per i cani e per i vini. Alcuni dialoghi veramente riusciti. La denuncia di un giornalismo asservito al potere come non mai. Grandiosi riferimenti musicali (Allman Brothers, Boss, Led Zeppelin). “Le canzoni belle non sono quasi mai allegre”. Little Wing, nella versione di Stevie Ray Vaughan. Fumato in 48h. Bravo Andrea

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Eriberto: Sto leggendo il tuo romanzo e mi dispiace accorgermi pagina dopo pagina che tra poco lo finirò.Direi che è uno spassoso incubo,un libro divertente che fa soffrire.Divertente perché è una fantasmagoria di battute,situazioni irresistibili,personaggi indimenticabili.fa soffrire perché, a riprendersi dallo spasso, si capisce che ci siamo dentro fino al collo e chissà quante dovremmo vederne ancora.Tra le cose belle del libro c’è il piacere di individuare i personaggi veri in quelli inventati e i più difficili sono quelli che fuori della sfera pubblica appartengono alla tua vita personale e che,a seguirti con attenzione,però possono essere riconosciuti .A proposito:ti ho visto l’altro ieri a Ballarò e mi sono chiesto come mai Calabresi è diventato così astioso? E poi ho pensato:magari si è rivisto in un certo personaggio del tuo libro e non ha gradito! A parte gli scherzi,grazie e continua così!

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Lucia: “La vita è un ballo fuori tempo” è per me l’equilibrio sinergico tra realtà e sogno. Una realtà fallimentare accompagnata da un sogno vivo e motivante. Unico, intenso, gustoso, alcolico, ironico, a tratti esilarante ma drammaticamente reale. Un Romanzo che non si legge, si divora.

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Giuseppe: Appena finito di leggere il tuo libro, che dire, molto bello, ha tutto, risate, cinismo, amicizia, malinconia, speranza, rassegnazione, coraggio, è stato davvero sorprendente per me rivedermi nel giovane Rayban, a volte sembravo io, avevo la sua malinconia e credo anche la sua rabbia, mi hai fatto letteralmente innamorare di nonno Sandro, anche io come te credo che siano più rivoluzionari i nostri nonni che noi, la buona musica dentro al libro mi ha fatto ricordare che il tempo sta davvero passando in fretta ma certi miti non passano mai, tornando dall’uni questi giorni mettevo sempre a palla il compianto Stevie, immenso riscoprirlo, e poi C’è appunto Stevie di stevie ho anche io quell’amaro in bocca che lo accompagna da sempre, anch’io come lui aspetto quell’email, hai fotografato come siamo oggi e tutta questa pochezza che c’è in giro in questa classe dirigente ma voglio pensare che una rivoluzione sia possibile, deve essere possibile e grazie per avermelo ricordato! Un abbraccio Andrea

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Mariateresa: “A Maria Teresa che vuole sconfiggere Bacarozzi e Bozzo”. Questa la dedica che mi hai scritto, la tua risposta al mio interrogativo “Sconfiggeremo Bacarozzi?” appena dopo la presentazione di “La vita è un ballo fuori tempo” alla Feltrinelli di Galleria Colonna. Non avevo ancora letto il tuo romanzo. Avrei volentieri fatto parte della Cocoon for dummies, ma anagraficamente non posso che essere una “sopravvivente”, come Stevie. Però il libro finisce con un “forse”, con una vittoria al plurale e con il verbo sognare coniugato al passato remoto. Che il sogno di Sandro non sia un po’ come lo sguardo rivolto al passato dell’angelo della storia di Walter Benjamin? Quell’aria di rivoluzione non è simile alla tempesta che spinge verso il futuro? Per Benjamin il progresso è questa tempesta. Credo che questa idea di progresso sia presente anche nel sogno al plurale di Sandro e spero di poter esser sospinta da essa insieme agli altri “sopravviventi”, nonostante il marchio generazionale, nonostante la catastrofe davanti ai nostri occhi. Grazie di avermi evocato questa immagine benjaminiana, grazie del tuo bel libro, Andrea. Il tuo registro ironico e la tua fantasia mi hanno fatto sorridere nei bus affollati di Roma e riflettere a fine giornata. Benjamin scrisse le sue Tesi di filosofia della storia in un momento tragico della sua storia e della storia del mondo, ma come diceva Primo Levi, e Seganti, ogni tempo ha il suo fascismo. Cerchiamo di fare in modo che il momento in cui potremo dire “Forse ce l’abbiamo fatta” arrivi e credo che tu stia egregiamente contribuendo alla causa.

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fotoNicolas: Ciao Andrea, volevo ringraziarti per avermi colorato la mia quotidianità ormai sempre più grigia e monotona (da 4 anni a questa parte). Sono stati i 5 giorni migliori da molto tempo a questa parte (ho tentato di leggere lentamente ma è scritto talmente bene che ho dovuto impegnarmi per non finirlo subito, come è successo con tutti i miei libri preferiti) tanto che ho respirato, pensato, vissuto, riso, mi sono commosso, rassegnato e riscattato insieme ai tuoi personaggi. Mi mancano già . infinitamente. Spero mi regalerai un seguito perché non aspetto altro che un’altra immersione a Lupinia con un sottofondo di blues “Vaughiano”. Anche io come te e Seganti mi sento ” un vinile al tempo dell’Mp3″ e sono contento di non essere l’unico. Grazie, grazie, infinitamente grazie sia per questo capolavoro che per la dedica sul libro.

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Romana: Gentile Scanzi, ho appena finito il suo romanzo. E’ di una leggerezza , nel senso di Calvino, rasserenante. Ed è triste è surreale, ma allo stesso tempo, ahinoi, estremamene realistico. Ossimorico. Arnold di Happy Days è venuto fuori in tutta la sua malinconia da Pane e solfiti. Grazie.

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Stefano: Ho appena finito di leggere il tuo libro e mi è piaciuto molto. Inizialmente pensavo “non ci siamo” ma poi le pagine sui partigiani, l’incontro con Violet e la lettera alla barista mi hanno entusiasmato. E poi la discussione al matrimonio: ti ho rivisto quando bacchetti tutte le oche del PD.  Non conoscevo i tuoi musicisti ma ho iniziato ad ascoltarli. Sorvolo sulle scarpe da donna per non apparire osé. Che dire bravo. Spero però che tu continui anche nel giornalismo perché quando ti ascolto mi dai speranza di vero rinnovo non per me che ormai un pò ho dato ma per mio figlio. Non vorrei che si ritrovasse anche lui con i Renzi.  Grazie di tutto.

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Federica: Ciao Andrea, il tuo libro è stata una davvero piacevole sorpresa. Mi ha fatta riavvicinare al ricordo di mio nonno, Vittore Branca, grande studioso che non meno bene faceva il nonno qualunque raccontandomi le novelle del Boccaccio sotto l’ombrellone come favole. Quel nonno coraggioso che nell’agosto del 1944 ha collegato un’automobile Balilla ad una stampante piana a Firenze ed è riuscito a fare 20.000 copie del primo giornale dell’era antifascista titolando l’articolo di fondo “Firenze straziata ma non doma saluta il sole della libertà”. Quel nonno che mi ha fatto amare la scrittura, così tanto che ora sono una giornalista praticante a Milano. Chissenefrega della crisi, del mercato negativo.. io ci credo. Come lui credeva in tutto quello che faceva. A settembre inizierò uno stage di due mesi al Fatto Quotidiano a Milano, magari ci incroceremo. Complimenti ancora per il libro, e grazie di avermi fatto tornare con la mente a cose che, nelle corse quotidiane, a volte un po’ sbiadiscono.

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Antonio: Message in a bottle : ti parla un 52enne tirato su con “Bar Sport”, all’inizio il tuo lavoro mi pareva sciapo e, con troppa carne al fuoco, presuntuoso ; ma mi sono ricreduto, arrivato al Bar Sincope ho capito, ed ho cominciato ad apprezzare. Bravo.
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Mirco: “Scanzi non ce la fa e non riesce ad uscire dal personaggio. Nel romanzo lo ritroviamo con tutto sé stesso: le sue passioni, le sue ossesioni, la sua vita. E forse va bene così, perché se al libro togliamo Scanzi, non rimane poi molto. Lo stile ricorda un po’ Ammaniti di cui però non raggiunge mai l’estro letterario e i ritmi avvincenti che ti fanno arrivare fino in fondo tutto d’un fiato (d’altronde Ammaniti scrittore lo è per professione, Scanzi no). Poi, però, c’è lo Scanzi che con tutta la sua paraculagine ti strizza l’occhio e ti fa ritrovare nel libro. Nei personaggi, in cui riconosciamo la nostra quotidianità, le nostre vite. Nei rimandi alle canzoni di De Andrè, Ivan Graziani, Guccini (di cui in qualche scena si tratteggiano le atmosfere di “Autogrill”, anche se questo -forse- ho voluto leggerlo io). E nei richiami a due grandissimi intellettuali del nostro tempo: Manuel Vázquez Montalbán e Luigi Veronelli. E con questi ultimi due, c’è poco da fare, per me Scanzi vince: il libro non sarà il massimo (neanche da buttare), ma se vai a toccare le corde su cui sono più sensibile con me hai partita facile. Vamos.
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Davide: Hai fatto un bel regalo ai lettori. Ogni copia un’emozione diversa. Grandi emozioni. Grazie Andrea.
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Flavia: Gran bel libro molto divertente. Sandro e i suoi sono un capolavoro di un mondo che non c’è più !!! E che dire di Clarabelle e dello sfigato Stivie che però alla fine trova l’amore ? Tanti complimenti caro Scanzi, scrivi ancora romanzi. Il tuo l’ho letto in 2 giorni perchè non riuscivo a staccarmi…
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Enrico: sono impegnatissimo con l’università ma, ogni sera, non riesco a non aprire il tuo romanzo (scritto benissimo), per farmi tenere compagnia da Stevie e da nonno Sandro. Complimenti.
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Faber: Di solito non leggo romanzi , ma essendo uno che ascolta spesso , quello che hai da dire ( tipo ieri sera da Vespa), ho ceduto alla curiosità. Orwelliano , metafisico , musicale , culinario e sopratutto specchio reale della melma che ci sommergerà, se non ritroveremo alla veloce una parvenza di umanità come società e uno scatto d’orgoglio come individui . Un libro emozionante , triste e allo stesso tempo comico , grazie Andrea di cuore .
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Anita: Andrea mi sembra di esserci e di aver conosciuto i personaggi mi piace il loro modo di sfottersi di dire le cose con esterma franchezza come si usa nel grossetano e nel livornese mi sto facendo delle matte risate il libro nn l’ho ancora finito voglio arrivare alla fine un poco alla volta .Quando ti vedo in tv sembri una persona molto seria mi piace il modo “severo” con cui esprimi i tuoi giudizi che sempre condivido, conoscerti sotto la veste di scrittore x me è stata una bella sorpresa sai usare l’ ironia sei proprio un toscanaccio bravooooo.
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Enrico: Caro Andrea, leggendo il tuo splendido romanzo ho provato delle belle sensazioni,veramente particolari, come quando ho bevuto il primo bicchiere di Ronchedone Cà dei Frati, come quando ho visto Jimmy Connors cimentarsi nel suo rovescio a due mani, come quando ho ascoltato per la prima volta Dear Mr. Fantasy dei Traffic in versione live dall’album Welcome to the Canteen. Il mio personaggio preferito non può essere che Rayban Seganti. Complimenti, al prossimo romanzo.
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Giulio: Ciao Andrea, sono un tuo grandissimo fan! La vita è un ballo fuori tempo è un libro semplicemente magnifico. La storia di Stevie è molto tormentata, e mi piace come sottolinei bene il contesto storico in cui viviamo! Il 4 eri a Lecce, alcune amiche mie si son fatte anche la foto insieme a te, e inoltre, ho visto il video in cui saluti la mia prof di Storia e Filosofia: Anna Trevisi. Lei ti stima come nessun altro al mondo. Mi dispiace tantissimo di non esser potuto venire, ma purtroppo ero invitato ad un matrimonio a Bari. Spero di poterti vedere prima o poi, ciao Andrea! La prossima volta che incroci, per strada o in uno studio televisivo, l’onorevole Darth Vader, ti prego, salutamela. Dille soprattutto che il metodo per bloccare l’immigrazione del suo capo è semplicemente fantastico (sarcasmo). A presto…spero!
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Riccardo: Inizio col dirti che L’incontro tra me e il tuo romanzo non è stato proprio dei migliori. Io, maestro di tennis e giocatore agonista, lo compro Sabato, e domenica mi rompo menisco e crociato… Puoi immaginare gli accidenti che ti ho tirato; per qualche istante ho pensato di non leggerlo nemmeno, ma dopo una decina di pagine però, sono entrato completamente nel romanzo, nei personaggi, ho sorseggiato Bellavista al Pane e Solfiti, bevuto caffè (schifosi) al Giacomino’s Pub e perfino guardato partite della Dinamo Brodo.
Con buona pace loro, ho cercato di lasciarmi scivolare via gli interventi del governo e ministri vari, preferendo lasciarmi cullare dalla poesia del tuo romanzo.
“Il sole c’e’ e adesso so
Che anche se muoio, muoio bene
Chissa’ se scriverai cosi’…”
P.s: a Luglio vado sotto i ferri, non è che fai un romanzo bis in tempi brevi eh”?
Grazie.
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Nadia: Ciao Andrea, come promesso ecco quella che chiamerei pomposamente “recensione“. Ovvio che facendo io l’ingegnere da 15 anni, sebbene con un liceo classico alle spalle, la mia “recensione” ha lo stesso peso della Boschi in questo governo. Diciamo che sono solo una lettrice quasi compulsiva e tant’è. “Andrea Scanzi, uno dei rari giornalisti italiani attualmente dotati di onestà intellettuale, ci regala un ironico, spassoso e a tratti surreale confronto tra due generazioni: quella dei 40enni, a cui appartiene il protagonista Stevie, abulico, incapace tanto di innamorarsi quanto di reagire ad un sistema intellettualmente mortificante, generazione che ha apparentemente abdicato ai propri ideali, e quella degli 80e passa-enni, incarnata in 4 esilaranti vecchietti che, pur “ballando fuori tempo” e reinventandosi un po’ hackers e un po’ Bimbiminkia, progettano, a modo loro, la rivoluzione. Il tutto sullo sfondo di uno scenario politico, sociale e culturale in cui è immediato riconoscere i feroci (e giustificati)riferimenti. Divertentissime le numerose citazioni storico-filosofiche e davvero esilaranti alcuni dialoghi, in bilico tra realtà e immaginazione”. Ti ringrazio per avermi regalato una lettura divertente e intelligente, sappi che la gente in treno, che prendo per andare e tornare dal lavoro, mi avrà preso per rincoglionita vedendomi ridere da sola mentre leggevo.
Spero di leggere altre tue “creature”. In bocca al lupo per le vendite e per tutto ciò che desideri.
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Marco: ho appena finito il tuo libro… sei riuscito a farmi litigare con mia moglie… è pronta la cena… cazzz mi mancano 5 o 6 pasgine aspetta…. da metà in poi non riesci a staccarti, lo vuoi finire… complimenti
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