Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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“Naturale raccontarlo” (due parole sul vino)

Schermata 2017-07-05 alle 09.13.28Dal corso Sommelier ai bestseller. Andrea Scanzi parla della sua idea di vino tra sport, musica, teatro e politica

Potrebbe essere la storia di un giovane come tanti altri. Si interessa di musica e di sport, ci tiene alla linea e alla salute. In famiglia beve solo acqua minerale ma quando inizia a frequentare qualche ristorante, con gli amici o la fidanzata, si avvicina al vino. Un mondo che lo affascina, di cui sente però di non conoscere abbastanza. “Avvertivo un senso di inferiorità nell’affidarmi ciecamente ai consigli del sommelier al ristorante”. Racconta, e così decide di iscriversi al primo livello AIS. È il 2005 e ha 31 anni. Ha già scritto le biografie di calciatori come Roberto Baggio e Marco Van Basten, si occupa di sport e musica su La Stampa. Solo dopo quel primo fatale incontro con il vino diventerà l’Andrea Scanzi che oggi conosciamo. Autore di due bestseller come Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, ma anche opinionista politico su Il Fatto Quotidiano, romanziere, protagonista di spettacoli teatrali di successo, ospite fisso della trasmissione televisiva di Lilli Gruber Otto e mezzo e non solo. Una personalità piena di passioni, con la rara dote di far diventare ogni cosa un racconto interessante. Un sorta di Re Mida della narrazione.
Andrea, cos’è successo dopo quel primo corso Ais?
Ho completato il percorso. Nel 2006 ero Sommelier. Delegazione di Arezzo. Ho frequentato il corso per degustatore ufficiale e sono diventato relatore, preparando la lezione sulla mia terra, la Toscana. Poi un giorno ero a pranzo con Edmondo Berselli e un dirigente della Mondadori. Edmondo gli disse: questo ragazzo è diventato Sommelier, perché non gli facciamo scrivere un libro da “cretino bene informato”, come ha fatto la Clerici con le ricette? Erano gli anni in cui il TG5 proponeva quotidianamente le degustazioni nella rubrica Gusto e Antonio Albanese le prendeva in giro con la sua caricatura.
Schermata 2017-07-05 alle 09.13.46È nato così Elogio dell’invecchiamento?
Si, ed è uscito nel settembre del 2007. Era il tentativo di raccontare dieci zone del mondo enologico italiano di eccellenza. Accanto ad ogni capitolo c’era una parte più ludica dove spiegavo come diventare sommelier in 10 mosse. Questa formula un po’ didattica e un po’ innamorata del vino, un po’ seria e un po’ ironica fece sì che diventasse un piccolo grande caso editoriale e che ancora oggi sia uno dei libri di maggiore successo nel mondo del vino. Ogni giorno ricevo almeno una lettera di qualcuno che riferisce di essere diventato sommelier usando il mio libro come bignami.
Quindi c’è stato il secondo libro?
Si, tre anni più tardi ho pubblicato Il vino degli altri. Poi però la mia vita è cambiata tra il 2011 e il 2012 quando sono diventato un personaggio televisivo. Oggi di vino scrivo meno, però il mio interesse non è mutato. Viaggio molto e riesco a visitare molte cantine. Scrivo meno, ma studio di più.
Cosa ti ha dato il corso Sommelier?
Molto, è un percorso di studi serio con un vero esame alla fine. Conseguire il diploma però è un po’ come prendere la patente, poi bisogna imparare davvero a guidare. Per farlo serve tanto esercizio, bisogna viaggiare, fare ricerca e accumulare esperienze. Potrebbe sembrare un incitamento all’alcolismo, ma non vuole esserlo: bisogna bere molto.
Vedi qualche limite nel nostro mondo?
Di solito quello di essere un po’ chiuso in se stesso, di far fatica a considerare un vino che non rientri nei canoni della scheda di valutazione. A volte un sommelier si trova in difficoltà di fronte ad un vino naturale, ma il fatto che la vostra rivista ci dedichi questa attenzione è già un deciso passo avanti.
Com’è nato il tuo interesse per i vini naturali?
Devo molto ad Arnaldo Rossi, della Taverna Pane e Vino di Cortona, e Paolo Balsimini, oggi proprietario del Lievito madre di Arezzo. Mi hanno introdotto a questo mondo nel 2007. Sono molto orgoglioso del fatto che Elogio dell’invecchiamento sia stato il primo libro mainstream a parlare di vini naturali quando era un fenomeno ancora di nicchia. Dieci anni dopo mi piacciono ancora di più, anche perché è stata superata la posizione di certi talebani per cui il vino deve per forza puzzare per essere naturale. Oggi nove volte su dieci i vini naturali sono anche buoni.
Qual è la tua definizione di vino naturale?
È il vino che rispetta la tradizione, la storia, il territorio e la salute. Un vino che rifiuta totalmente la sofistificazione e che rimette al centro la salute di chi lo beve.
Un aspetto a cui tieni molto quello della salute, è così?
Sono vegetariano per scelta etica, non fumo e cerco di curare il mio corpo. È molto importante pensare alla salute, anche quando ci avviciniamo al vino.
C’è un rischio moda per i vini naturali?
Sicuramente. Il rischio è che qualcuno salga sul treno senza averne le capacità. I produttori di vini naturali devono rendersi conto che il vino in primo luogo deve essere buono, non si può far passare un difetto per un tratto distintivo. Ricordo i tempi in cui scrivevo di musica per la rivista Mucchio Selvaggio: bastava che un gruppo vendesse pochi dischi per essere considerato di valore. Non è così.
Qual è stato il primo incontro con un vignaiolo che ti ha colpito?
Flavio Roddolo, vignaiolo di Monforte d’Alba. Una persona vera, sempre coerente con se stessa, una persona che rispetta profondamente la terra e rappresenta quello che il vignaiolo dovrebbe essere. I suoi vini gli assomigliano: si svelano lentamente.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.00E quello che ti ha lasciato di più il segno?
A rischio di non essere originalissimo, direi Josko Gravner. L’ho incontro più volte nella sua cantina. È una persona che mi ha colpito moltissimo: un visionario, uno che cerca costantemente le rivoluzioni. I suoi vini possono piacere o non piacere, ma è certamente un uomo di grande profondità culturale.
Tra i tuoi interessi oggi c’è la politica, facciamo il gioco di abbinare ogni persona ad un vino. Cominciamo dal presidente del consiglio.
Gentiloni è un Muller Thurgau, un vino che non capisci mai esattamente cos’è.
Matteo Renzi?
Un merlot. Un vino piacione, che trovi un po’ dappertutto.
Matteo Salvini?
Un Prosecco industriale, buono per fare lo spritz.
Silvio Berlusconi?
Un supertuscan. Uno di quei vini che promettono molto, ma quando stappi scopri che ormai sono in fase decandente.
Pierluigi Bersani?
Gutturnio. Un vino schietto, che magari non ordineresti, però sai che è genuino.
Beppe Grillo?
Un Sagrantino in gioventù. Un vino dal tannino tagliente.
E Andrea Scanzi che vino si sente?
Un Sangiovese della mia terra, un vino che cerca di essere vero.
E come deve essere un vino per piacere ad Andrea Scanzi?
Deve essere soprattutto bevibile. Amo le bottiglie glu-glu, quelle che finisci. Non sopporto i vini di cui non vai oltre il primo calice. Mi piacciono il Verdicchio, il Timorasso, il Fiano di Avellino, i Riesling della Mosella, gli Champagne, alcuni vini emiliani rifermentati in bottiglia, il Pinot Nero, il Nerello Mascarese, certi Barbaresco e Barolo.
Schermata 2017-07-05 alle 09.14.11Mai pensato di diventare vignaiolo e fartelo?
No. Sono molto imbranato nelle cose pratiche. Meglio lasciarlo fare a chi ne è capace.
Musica, teatro, sport, politica, vino. A quale passione non potresti mai rinunciare?
Alla scrittura. Le accomuna e unisce tutte. Credo di essere bravo a raccontare tutti questi mondi, attraverso la parola scritta e parlata. Non potrei vivere senza raccontare.
È per questo che sei arrivato al vino?
Sì. Avevo già scritto le biografie di molti sportivi, ma mi sono accorto che non tutti hanno grandi storie alle spalle. Ho scoperto allora che nel vino si nascondono tante storie e cerco di raccontarle.
Vino e letteratura, che legame c’è?
Strettissimo. Quando racconti un vino stai facendo letteratura, quando parli di un vignaiolo stai facendo letteratura. Non c’è niente di più interessante oggi del vino. Molto più della politica, della musica o dello sport. (Di Michele Bertuzzo, per Sommelier Veneto)

Grazie di tutto, Daniel Day-Lewis

Schermata 2017-07-03 alle 14.04.55Daniel Day-Lewis non ha sbagliato un film. Non gli è mai riuscito, non se l’è mai concesso. Ora che ha avvertito il rischio di uno smottamento qualitativo, ha fatto l’unica cosa possibile. La più difficile. Oltrepassata la boa di 60 anni, ha deciso di smettere. Pochi per chiunque, ma ancor meno per uno dei più grandi attori di sempre. Ha vinto tre Oscar e avrebbe potuto vincerne almeno altrettanti. C’è una continua inquietudine in ogni suo gesto. Gli aneddoti sulla sua meticolosità si sprecano. Di recente li ha ricordati anche Tom Leonard, in un pezzo prodigioso per il Daily Mail. Quando girava Il mio piede sinistro e interpretava Christy Brown, pretendeva di muoversi sulla sedia a rotelle. Al ristorante dovevano imboccarlo. Quando ordinava risultava incomprensibile, perché usava solo una parte della bocca. Come se fosse davvero Christy Brown: e magari lo era, anzi probabilmente. Così anche per Lincoln. Al suo fianco c’era Sally Field. Interpretava sua moglie. Lui, fuori dal set, continuava a parlare con la voce stridula del presidente e le scriveva messaggi in stile arcaico. Pretendendo che anche lei rispondesse come una vera donna vittoriana. Affittò pure una vecchia casa senza riscaldamento: era pieno inverno. L’aneddotica che ruota attorno al suo iper-camaleontismo, che è poi quel che lo ha reso il gigante che è stato (e a questo punto va usato per forza il passato), l’ha raccolta parzialmente proprio Tom Leonard: “Per L’ultimo dei Mohicani visse sei mesi nella giungla, imparando a scuoiare gli animali, usare l’ascia dei pellerossa e il fucile a pietra focaia. Per Nel nome del padre insistette a studiare masochismo. Si fece chiudere per due notti in cella, senza dormire, per prepararsi all’interrogatorio con poliziotti veri. Chiunque passasse davanti a quelle sbarre, era invitato ad insultarlo”. Eccetera. Potrebbero apparire esagerazioni, e volendo essere razionali – quasi sempre uno sport noiosissimo – lo sono. Ma i geni seguono leggi proprie. Se non lo facessero, non sarebbero geni. Se Daniel non lo avesse fatto, non ci saremmo innamorati ogni volta di Michelle Pfeiffer. Proprio come capita a lui ne L’età dell’innocenza. Il regista era Scorsese. Ancora per lui, in Gangs Of New York, imparò a fare il macellaio: per farsi salire la rabbia, ascoltava Eminem. Il gossip ha cercato molto e trovato poco. I colleghi dicono di non sapere nulla di lui. Menomale. Nessuno lo conosce e forse neanche esiste: esistono i suoi personaggi. Caso estremo di immedesimazione attoriale, a costo di rinunciare alla vita. Al quotidiano. Alla normalità. Quella normalità che, a cavallo tra Novanta e Duemila, lo portò una prima volta a ritirarsi. Disse di voler imparare un mestiere da artigiano vero. Si nascose qualche tempo in una bottega di Firenze, come un garzone qualsiasi, per imparare l’arte del ciabattino. Pare fosse bravo anche lì. Quasi trent’anni fa si ritirò anche dal teatro. Stava interpretando Amleto. Svenne sul palco perché aveva visto il fantasma del padre. Così, smise. Da ragazzo lo bullizzavano perché ebreo, così diventò cattivo come i bulli che lo vessavano: anzi di più. Quando il padre morì, aveva 15 anni. L’anno successivo, si rimpinzò di farmaci. Ebbe un’overdose e finì sotto trattamento psichiatrico. Gli attori, e in generale gli artisti, tendono a buttarsi via. Non smettono mai quando dovrebbero. Capita anche agli sportivi. Sono in pochi a fermarsi all’apice: per non sporcare una carriera preziosa, per concedersi addirittura il lusso di vivere. Accadde a Brel. Sta accadendo a Fossati. Accadrà a Day-Lewis. Grazie di tutto, Fenomeno. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 27 giugno 2017)

Richetti, il Matteo bravino che fa carriera al servizio di Renzi

Schermata 2017-05-17 alle 15.41.29Secondo uno studio recente dell’Università dell’Illinois, le tre cose più difficili da riscontrare in natura sono gli ufo, un centrocampista buono nel Milan e un renziano preparato in tivù. Quando si tratta di invitare un fan del renzismo, cioè del niente, nelle redazioni scatta il panico. I programmi del mattino e del pomeriggio sono costretti a raccattare le prime Rotta e Morani che trovano, oppure il primo Ricci che suona al citofono. Se il dramma è poi totale, ci si accontenta perfino di qualche renziano di terzo o quarto pelo, tipo Andrearomano (tutto attaccato, come un mantra laico), Rondolino o Genny Migliore. Non ci permetteremmo mai di asserire che tutti i renziani siano così, ma di sicuro lo sono (quasi) tutti quelli che cianciano ne piccolo schermo. Per questo, nell’ecosistema, la funzione di Matteo Richetti risulta decisiva. Egli è l’eccezione che conferma la regola, nonché la dimostrazione che per far parte del giglio magico-tragico non è obbligatorio odiare i neuroni come la lebbra o il tifo. Richetti è nato a Sassuolo nel 1974. Giornalista pubblicista, ex Margherita, rottamatore ante-litteram con Renzi, Civati e Faraone (non è una battuta). Richetti ha vissuto un lungo periodo in naftalina. I motivi non si sono mai saputi. Secondo molti, la rottura con Renzi&Boschi atteneva più a motivi privati che politici. Di sicuro, per quasi tutta la legislatura attuale, Richetti è stato l’anello di congiunzione tra renzismo e civatismo. La versione “maanchista” post-contemporanea: lui era contro Renzi, ma anche a favore. A lui non piaceva il governo, però tutto sommato gli piaceva. Lui non stimava alcuni colleghi di partito, almeno fuori onda, però poi in onda li stimava parecchio. E via così, tra un Otto e mezzo e un DiMartedì. A differenza di molti renzini di allevamento, Richetti si è guadagnato la prima serata in virtù di preparazione, eloquio e faccia da bravo ragazzo. Persona preparata, intelligente e simpatica, Richetti adotta sistematicamente la tattica del “non sono d’accordo con lei ma la rispetto”. Non appena si trova davanti un giornalista che non ha il poster in camera di Nardella, cerca di ammansirlo dicendo cose tipo “io stimo gli amici del Fatto Quotidiano”. Fa sempre così. E’ medaglia d’oro nella specialità “Indoramento di pillola”. Richetti non è uomo da panchina e, con pazienza, ha saputo riguadagnarsi la scena. E’ accaduto quando, nel periodo pre-referendario, l’impreparazione della “classe dirigente” renziana è esplosa in tutta la sua mestizia. A quel punto Renzi ha dimenticato i dissapori passati e lo ha assoldato in fretta e furia come fedelissimo. Il suo ruolo? “L’intelligente garbato” nel gran circo barnum renzino. Da allora Richetti è diventato un Orfini bellino, maramaldeggiando alla Leopolda come ai bei (?) tempi e garantendo che il “sì” ci avrebbe mondato da tutti i peccati. Dopo la sconfitta, non ha fatto un plissé. Anzi: è sempre più querulo e potente. “Pisapia ha votato Sì e ora deve scegliere tra noi e D’Alema”. “Gentiloni deve attuare le riforme di Renzi”, “Non è nato il partito di Renzi: è nato il nuovo Pd”. “Mai con D’Alema e Bersani”. Eccetera. Matteo (quello bravino) è lanciatissimo. Sarà presto ministro e lo attende una carriera trionfale. Complimenti. Certo, guardando la sua parabola vien da ripensare a quel che disse Nanni Moretti a Gianfranco Fini, ovvero se valesse la pena fare carriera a costo di diventare il maggiordomo di un caudillo improponibile. Ma non si può avere tutto dalla vita. (Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2017, rubrica Identikit)

I puntuali disastri delle ferrovie italiane

trenitaliaPuntuale nel suo esser quasi mai puntuale, Trenitalia regala ogni volta grandi soddisfazioni. Chi scrive, di media, prende sei treni a settimana: i quattro casi sottocitati non costituiscono anomalia, bensì norma. Sogniamo con le ferrovie italiane.
Un ritardo pagato oro. Frecciarossa 9520, partenza teorica da Firenze alle 12 e arrivo teorico alle ore 13.40. E’ lunedì 18 luglio e il fantasmagorico Frecciarossa giunge a Santa Maria Novella con 50 minuti di ritardo. La motivazione recita “atti vandalici” nel tratto romano. Durante il viaggio il ritardo sale, al punto da arrivare a Milano con 70 minuti di ritardo. Assai vantaggiosi i prezzi: 54 euro tariffa standard, 94 euro Salottino e 124 euro Executive. In questi casi, sopra i 60 di ritardo, puoi chiedere il rimborso. Anzi: “l’indennizzo”. Devi compilare un coupon online ben nascosto nel sito. Risultato: “Riceverà una risposta al massimo entro 30 giorni, come previsto dalla Carta dei Servizi di Trenitalia”. Vamos.
The sound of silence. Trenitalia ha creato uno scomparto denominato “Area Silenzio”. Lì si deve parlare a bassa voce e (soprattutto) non si può usare il telefono: niente suonerie, niente telefonate. Neanche a bassa voce. Idea splendida. Problema uno: i viaggiatori sono i primi a non rispettare tale regola, e se glielo fai notare fanno pure gli offesi, dicendo cose tipo “Sì ma parlavo a bassa voce” (e sticazzi?). Anche solo da ciò si ha conferma di come la maggioranza degli italiani sia la prima a non rispettare le leggi e si meriti i politici che ha. Problema due: nessuno, del personale Trenitalia, controlla che il divieto di telefonare venga rispettato. Quindi o fai ogni volta l’ispettore Callaghan e litighi con tutti, o butti via i soldi. Sì, perché Trenitalia si fa ben pagare tale (dis)servizio. Prendendo a esempio un Frecciarossa Roma-Milano, un biglietto standard costa 89 euro (Offerta Base) mentre un’Area Business Silenzio schizza a 119: trenta euro in più, per avere ancora più casino.
Il magico mondo dei regionali. Quando si parla di treni regionali, Trenitalia si tinge ancor più di leggenda. Ancor più se c’è sciopero. Trenitalia, in questi casi, garantisce molti Frecciarossa e cancella quasi tutti i regionali. Solo che non te lo dice subito: prima ti fa soffrire. Esempio: domenica 24 luglio, stazione di Firenze Rifredi. Sono le 15.50 e aspetti il Regionale 23445 che da lì (ore 15.59) dovrebbe portarti a Carrara-Avenza (ore 17.48). Costo: 12.10 Euro. C’è sciopero, ma il treno è dato in ritardo di “appena” dieci minuti. Quindi è confermato. Forse. Poi i 10 minuti diventano 30. Poi 60. Poi, e solo poi, sullo schermo compare “cancellato”. Chiami il numero verde, ma non ne sanno nulla. Vai in biglietteria, ma è domenica e non c’è nessuno a cui chiedere. Ritenti con il Regionale 23367 delle 16.59, ma il giochino è lo stesso: prima 10 di ritardo, poi 30, poi 60, poi “cancellato”. Nel frattempo hai passato tre ore a Firenze Rifredi, stazione triste come Nardella. Potresti chiedere il rimborso, ma per i regionali non puoi farlo online: devi scaricare il modulo, stamparlo, compilarlo, fare tre capriole e sperare in Dio. Così, rinunci: esattamente quel che vuole Trenitalia.
Un cataclisma inatteso: la pioggia. Domenica 31 luglio, Milano Porta Garibaldi. Suburbano 10846 di Trenord per Lecco, ore 11.52. Il treno c’è già. Sali e sei subito invaso da quel dolce effluvio di vomito e piscio. Poi, quasi sottovoce, la voce dell’altoparlante informa che il treno fermerà a Carnate, ovvero neanche a metà tragitto, e non potrà arrivare a Lecco perché impossibilitata. Da cosa? Da uno tsunami? Dall’Isis? No: dalla pioggia. Sì, perché a Calolziocorte e dintorni nella notte ha piovuto. E basta una pioggia per bloccare tutto. Trenord ha però la soluzione: “Un autobus vi attenderà a Carnate e vi porterà in ogni stazione prevista”. Bene. Cioè male, perché arrivati a Carnate non c’è alcun bus. E non arriverà neanche dopo mezzora. Intanto la fila è aumentata. E con essa lo scoramento. (Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2016)

Euro 2016: presentazione breve

IMG_4682Gli Europei stanno per cominciare, per l’esattezza il 10 giugno, e a dar retta a Sky saranno i più belli degli ultimi anni. In uno spot tanto trasmesso quanto diversamente avvincente, assistiamo al dialogo rutilante tra Gigi Buffon e Fabio Caressa. Il primo garantisce che, degli Europei da lui disputati, questi saranno sicuramente “i più belli”. L’altro, con eccitazione gratuita, gli ricorda garrulo che un giorno “su Sky addirittura cominceremo con le partite alle 15 e finiremo alle 5 di mattina, eh eh eh”. Eh eh eh. Detto che esistono metodologie di godimento più appaganti rispetto allo stordirsi un giorno intero di Europei e Copa America, è vero che questi Europei sembrano più equilibrati del solito. Non c’è una squadra platealmente superiore alle altre, sebbene Germania e Spagna partano più avanti delle altre. Di sicuro dell’Italia, sulla carta una delle più deboli di sempre. Soprattutto in attacco e a centrocampo. Più debole dei Mondiali 1986 di quelli 2010, che videro un’Italia appagata dal trionfo di quattro anni prima. Stavolta nessun appagamento: solo una generazione senza fenomeni, qualche infortunio che ha spolpato il centrocampo (Marchisio, Verratti) e scelte non proprio inattaccabili di Conte, che non sarà distratto dall’imminente avventura con il Chelsea ma che certo non sta convincendo appieno. Fuori Jorginho e Bonaventura, dentro Eder e Sturaro. Bah, Per non parlare di Pavoletti, neanche tenuto in considerazione o quasi. E lo stesso dicasi di Lapadula. Il Sassuolo è arrivato sesto schierando spesso nove italiani su undici, ma non c’è neanche un giocatore del Sassuolo tra i 23 convocati. Straziante, poi, vedere come nei decenni la maglia azzurra numero 10 sia passata da Rivera ad Antognoni, da Baggio a Del Piero, da Totti a Cassano. E adesso a Thiago Motta: se già appariva sommamente insondabile l’idea di convocarlo, appare ora osceno dargli quella maglia. Molto più naturale affidarla a Insigne o Bernardeschi. Guai però a dare l’Italia spacciata: non lo è. Il girone (E) non è certo impossibile: arduo il Belgio, fattibili (ma da non sottovalutare) Svezia e Irlanda. Se arrivasse prima, l’Italia troverebbe una tra Turchia, Croazia e Repubblica Ceca (la seconda del girone D, quello della Spagna). euro 2016Qualora invece arrivasse seconda, incrocerebbe la prima del girone F (quindi Portogallo o Austria, difficilmente Ungheria o Islanda). Il sorteggio non è stato malevolo e, oltretutto, per far felici le tivù si è deciso che passeranno anche quasi tutte le terze (4 su 6). Di fatto, per essere eliminati, bisogna arrivare ultimi: l’Italia, anche volendo, dovrà impegnarsi molto. Tenendo conto che abbiamo una difesa notevole, è improbabile una Waterloo assoluta. Così, a occhio, sembra una Nazionale da quarti di finale e poi vada come vada.
Delle 51 partite totali, le prime 36 – quelle della fase eliminatoria con 6 gironi da 4 squadre ciascuno – serviranno per eliminare la miseria di 8 squadre su 24. Una follia in piena regola, che rimpolperà le casse dello show business ma che aumenterà anche il rischio di gare inutili e (quindi) “biscotti” e combine. Si giocherà in Francia, dal 10 giugno al 10 luglio. Dieci città coinvolte e tre orari di gioco: 15, 18 e 21 (ora locale). Le ultime partite della fase a gironi si giocheranno simultaneamente. Sky trasmetterà tutti gli Europei, mentre la Rai avrà solo 27 partite su 51. Tra queste, tutte quelle dell’Italia, i quattro migliori ottavi, tutti i quarti, entrambe le semifinali e la finalissima. Il pallone, che riprende il tricolore francese, si chiama “Beau Jeu” (Bel Gioco). Curiosità, in particolare, per Galles (nel girone dell’Inghilterra), Irlanda del Nord e Islanda. Buon divertimento. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2016)

Giro d’Italia – 7a/8a tappa

Sulmona – Foligno, 13 maggio 2016

dumoulinCostretto a parlar di ciclismo per non far danni scrivendo di politica, nel biennio 1947-48 Indro Montanelli scoprì due cose. La prima è che il Giro d’Italia, ai suoi occhi conservatori, poteva essere addirittura prossimo al microcosmo perfetto: “Un mondo buono e d’altri tempi, paesano, polveroso e generoso, dove s’incontrano incanutiti, ma sempre uguali a se stessi, Garrone e De Rossi, la piccola vedetta lombarda e gli aneddoti dei nostri babbi. (..) Chi non ha conosciuto tutto questo, è come chi non ha conosciuto suo nonno (..) Nessuno è orfano più di lui”. Si stupirebbe, Montanelli, di come settant’anni dopo quel “giro saragatiano” non si sia smarrita (non del tutto, almeno) quell’atmosfera. Neanche adesso che il Giro ha 99 anni, e giusto ieri è transitato per 211 chilometri da Sulmona a Foligno. Tappa interlocutoria, da velocisti, piena di quei figli di un dio minore che scattano non per vincere ma per ricordare – a sé e agli altri – di esserci: di esser vivi. Come Eugert Zhupa, che due giorni fa ha macinato 129 chilometri di fuga su 157 di tappa. Ovviamente non vinta. Sulmona, borgo di rara bellezza, è città dei confetti, patria di Ovidio (“ricchissima di gelide acque”) ma pure di Milly Carlucci e Gabriele Cirilli. Passò anche da qui Papa Celestino V, quindi a L’Aquila (ieri si è passati anche da lì) e poi morire in solitudine a Fumone. Del suo pontificato fugace, assediato com’era dai demoni e ossessionato dalla fuga, Celestino V diceva di non aver capito quali fossero state le cose buone e quelle cattive: troppo simili tra loro. Santo eremitico, Celestino V era amato dal popolo per le sue guarigioni e temutissimo dalla Chiesa. Con la sua rinuncia credette di incentivare una nuova fase cristiana, felice e giusta. Al contrario gli subentrò l’Anticristo, cioè Bonifacio VIII. Non distante da Sulmona c’è Pacentro. Un piccolo luogo da cui proviene la nota famiglia Ciccone, quella di Madonna. Un altro Ciccone, stavolta Giulio, al suo primo anno da professionista è giunto ieri secondo nel Gran Premio della Montagna del Valico della Somma, quando mancavano quaranta chilometri al traguardo. Ciccone è cognome comune in Abruzzo e Giulio, infatti, è di Chieti. Di sé, nelle sporadiche interviste che ha concesso (o che per meglio dire gli han chiesto), dice di amare polenta taragna e arrosticini: ardita dieta, per un ciclista.
Si diceva però di Montanelli, dei suoi due anni di confino ciclistico e delle sue (almeno) due scoperte. La prima fu la bellezza popolare del Giro. La seconda fu la valenza politica del ciclismo. Un po’ ce la voleva vedere per forza, al punto da riscontrare tracce di De Gasperi in Bartali, che preferiva di gran lunga al più giovane – e più idolatrato – Coppi. E un po’ c’era sul serio. Così, nel 1948, il Giro parve a Indro “saragatiano” nel senso di liberale e democratico, intriso di quel socialismo “buono” che aveva portato Saragat a strappare da Nenni per poi appoggiare De Gasperi. Se allora era “saragatiano”, può dunque dirsi “renziano” questo Giro? E che vuol dire renziano, e cosa avrebbe voluto dire per Montanelli? Domande capziose e pleonastiche, che vien però bene chiedersi mentre la tappa si snoda placidamente (per noi: per i ciclisti è una fatica bestia) tra Le Svolte di Popoli e L’Aquila, Terme di Cotille e Spoleto, Abruzzo e Umbria. Terre di Gheddafi, Lee Oswald e vini. Triade azzardata, sì, ma non del tutto folle. Sui vini, molto da dire: mentre il gruppo sfida il maltempo, è piacevole riprovare un Trebbiano Spoletino macerato e, per gradire ancora, un rifermentato in bottiglia proveniente dal Monte Subasio. E’ una delle fortune nibalidel ciclismo: permette di divagare, divenendo spesso null’altro che pretesto enogastronomico. Gianni Mura ce lo insegna da anni. Su Lee Oswald, basti ricordare che il fucile con cui ammazzò JFK, tre colpi in neanche nove secondi, veniva da Terni. Il killer lo acquistò via posta a una cifra ridicola, 12 dollari, e del resto era un residuato bellico di Prima e Seconda Guerra Mondiale. Quanto infine a Gheddafi, per vie molto traverse si innamorò di un posto di queste parti, Antrodoco, visto dai finestrini della sua auto mentre raggiungeva il G8 de L’Aquila. Promise di investirci un sacco di soldi e in tanti vollero crederci: non se ne fece di nulla, va da sé.
Foligno si avvicina. Già in due occasioni, 1968 e 2014, una tappa si era chiusa qui. Vince ancora Greipel, seconda tappa quest’anno e quinta assoluta per lui al Giro. Nessuna novità in classifica generale: l’olandese Dumoulin ancora maglia rosa, pronto domani a giocarsi le sue carte da specialista di crono sulle vie del Chianti. Fuglsang a 26 secondi, Zakarin a 28, Valverde a 41, Nibali (ottavo) a 47. Oggi Foligno-Arezzo, con il temibile sterrato dell’Alpe di Poti, reso ancora più insidioso dalla probabile pioggia battente. Valverde, uno dei favoriti, prevede: “Una giornata complicata che farà abbastanza danni, con la pioggia lo sterrato diventa fango”. A Montanelli, probabilmente, sarebbe piaciuta. (Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2016)

Foligno-Arezzo, 14 maggio 2016

brambillaDoveva fare selezione e l’ha fatta. E’ mancata solo la dimensione platealmente epica, che è poi spesso prossima al sadismo. Ovvero la pioggia, che nello sterrato dell’Alpe di Poti avrebbe dovuto generare fango e dolore, come a Montalcino sei anni fa. Nulla di tutto questo, ma la classifica ne è uscita comunque stravolta. Crolla la maglia rosa Dumoulin, domina Gianluca Brambilla, 28 anni e fin qui nessuna vittoria di rilievo. Lombardo di nascita e vicentino di adozione. Brambilla ha indovinato la giornata così giusta da ritrovarsi non solo vincitore, ma addirittura maglia rosa. A un italiano non accadeva dallo scorso anno, Fabio Aru, ma lì fu solo per un giorno. E poi Nibali tre anni fa. Lo Squalo, a proposito, ha tenuto ed è ora quinto a 45 secondi. Davanti a lui, quarto a 36 da Brambilla, l’altro favorito Valverde. Dumoulin, che oggi cercherà il rilancio nella crono (la sua specialità) sulle vie del Chianti nella crono, nona tappa di questo 99esimo Giro, si ritrova 11esimo a 1 minuto e 5 secondi.
Brambilla è andato in fuga da subito, assieme ad altri dodici. Poi, a 25 chilometri dal traguardo di Arezzo, via Ricasoli, sotto il Duomo e a due passi dalla casa natale del Petrarca, è fuggito via e ha fatto gara con se stesso. Che è poi, spesso, la gara più difficile. Montanelli, di quegli Etruschi che da qui non se ne sono poi mai andati davvero, diceva: “Non conoscevano le biciclette. Ma, se le avessero conosciute, non c’è dubbio che ne avrebbero messa una nelle tombe dei loro morti insieme ai vasi, alle anfore, agli otri di cui le dotavano”. Doveva proprio essergli piaciuto tanto, a Indro, quel biennio 1947-48 nel Purgatorio del Giro d’Italia. Qualcosa di non politico, però (anche) politico. Qualcosa tornato attuale con il libro “Indro al Giro” curato da Andrea Schianchi ed edito da Rizzoli. Qualcosa di così diverso, il ciclismo, da permettere la divagazione. E la riflessione. Vale ancora oggi. Guardi Brambilla in fuga: costante fuga. Lo vedi attraversare come un domino etrusco Monterchi e Le Ville, Anghiari – con quel prete lontano eternato da Ivan Graziani – e Ponte alla Chiassa, Quarata e San Leo, il traguardo volante di Indicatore e Ponte a Chiani. Lo segui mentre cerca di non perdere mai la postura da crono, anche se questa non è una crono, però lo diventa quando attorno a te non c’è nessuno se non gente (tanta) che ti applaude sperando che l’incanto resista chissà come alla fatica. E in tutto questo, mentre lo sterrato dà segno di sé e dall’Alpe di Poti porta verso la Foce dello Scopetone e quindi Via Giotto, un tempo versione aretina di Via Parioli, ti chiedi cosa sia poi la fuga. Se qualcosa di unicamente agonistico o, piuttosto, anche esistenziale. Ancora Indro: “Credevo che fosse l’uomo che, a un certo punto, si mette a pedalare più forte degli altri e li semina per via. Erratissima nozione. La fuga è invece un grande urlo e un gesto disperato che mettono d’improvviso in confusione tutta la carovana del Giro”.
valverdeDi disperato, e non troppo urlato, c’è l’impresa di un ciclista (sin qui) un po’ qualsiasi anche nel cognome. Chissà perché ha trovato se stesso, o la sua proiezione migliore, proprio qui. Qui dove la bellezza la vedono più i turisti che gli aretini, forse distratti e certo mai troppo bravi a valorizzarsi. Qui dove ti muovi nel centro storico, che folgorò Benigni ne La vita è bella come Pieraccioni in Un fantastico via vai, e a ogni casa scopri che c’è nato qualcuno: qui Petrarca, lì Giorgio Vasari, là Guido Monaco. Eccetera. Potere di un passato ricchissimo, che oggi ha ceduto troppo spazio (non tutto, per carità) alle beghe tristi di Banca Etruria, alla versione debole dei Fanfani (cioè i Boschi) e al ricordo fresco di Licio Gelli, nato a Pistoia ma per tutti “aretino”. Eppure Arezzo resta bella, anzi bellissima. Di quel bello che sopravvive a tutto: anche alla troppa poca attenzione. Quel bello etrusco e dunque spigoloso. Adatto ai tornanti e agli strappi, agli sterrati e alle fughe. (Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2016)

Di Battista: “Il sindaco di Quarto giurava, ma il ricatto c’era”

Alessandro Di Battista parla per la prima volta con un quotidiano dopo il caso Quarto. “In breve: vinciamo le elezioni quasi senza avversari. Molte liste non si presentano, a causa di un nostro ricorso. La parte inquinata del tessuto locale cerca nuovi referenti e secondo l’accusa individua De Robbio, che a Quarto risulta il più votato e chiede per questo incarichi prestigiosi – su tutti la Presidenza del Consiglio Comunale – al sindaco Capuozzo. Lei però non si fida e lo defila”.
Quindi De Robbio era già un personaggio equivoco.
Era “attenzionato”, ma solo per alcuni suoi comportamenti politici. Quando la Capuozzo viene interrogata dal pm Woodcock, decidiamo che De Robbio va espulso subito.
Con il sindaco siete stati più lenti.
Rosa giurava di non avere ricevuto ricatti ma pressioni politiche. Inizialmente le abbiamo creduto. Poi, intercettazione dopo intercettazione, il ricatto ci è parso evidente. Cinque giorni fa le abbiamo chiesto di dimettersi, non lo ha fatto e ieri è stata espulsa. Non ha colpe, ma il M5S deve sempre essere al di sopra di ogni sospetto e non accettare neanche mezzo voto inquinato.
Avete impiegato troppo tempo, lasciando campo aperto al Pd e all’attacco mediatico. Vi siete messi all’angolo da soli.
Il Pd ci ha messo un anno per Roma Capitale, noi una settimana. Dovevamo leggere bene le carte e la parte lesa siamo noi. In sei anni abbiamo avuto un solo caso di infiltrazione, peraltro in una realtà piccola e già sciolta per camorra. E abbiamo respinto quella infiltrazione, grazie al sindaco e – senza dubbio – ai magistrati e alle intercettazioni. Invitiamo anzi i giornali a pubblicare tutte le intercettazioni, mentre il Pd le vieta o le brucia come con Napolitano. Di Maio e Fico stanno perfino pubblicando gli screenshot con il sindaco: una limpidità mai vista.
Perché il sindaco vi ha mentito?
Forse per restare sindaco, forse per paura. Sono ambienti difficili. Ma ha respinto le pressioni, come ha ammesso Cantone.
Di Maio e Fico non erano d’accordo sulla espulsione.
Falso. Il Direttorio ha valutato e, anche se con sfumature diverse, era d’accordo. La questione alla fine era chiara: se al posto del M5S ci fosse stato un sindaco del Pd nella stessa occasione, avremmo chiesto le dimissioni? Sì. Infatti io le chiesi fin dall’inizio a Marino.
Torna il problema di sempre: non potete affidarvi solo al web per la selezione.
Il deputato Bonafede ha appena depositato alla Camera una proposta di legge che chiede a Prefettura e Direzione Distrettuale Antimafia di controllare le liste dei candidati. Il Pd la voterà? Ne dubito. Il problema c’è, più cresciamo e più siamo appetibili, ma in Italia la certezza di essere salvi al 100% dalle infiltrazioni non ci sarà mai. Lo stesso De Robbio era un Ufficiale della Guardia Costiera Pluridecorato: come facevi a scoprirlo prima?
Prima Gela, ora Quarto: quando governate, vi impantanate spesso.
Preferiamo essere coerenti che attaccarci alle poltrone. Anche in questo siamo opposti al Pd. Tornare al voto a Gela e Quarto non è indolore, ma era la scelta migliore per i cittadini.
Il Direttorio non è accettato da tutti: voi contate più degli altri.
L’idea di Grillo e Casaleggio, un anno fa, è stata approvata dalla maggioranza degli iscritti online. Serviva un comitato di coordinamento per gestire una crescita sempre più rapida.”Direttorio” è una parola orrenda, ma ammetto che non ce n’è ancora venuta una migliore. Beppe sta per tornare a fare spettacoli, ha tolto il nome dal simbolo, ha bisogno di tornare definitivamente libero e può farlo solo sul palco, ma rimarrà sempre legato al Movimento. Come Gianroberto.
E’ stato decisivo il parere di Saviano?
E’ stato decisivo il Direttorio, che ha deciso autonomamente e senza richieste di Grillo e Casaleggio. Su Saviano, il Pd è ridicolo: se attacca De Luca è inaccettabile, se attacca noi torna un intellettuale. La verità è che il Pd ha esagerato e calcolato male i toni.
In che senso?
Quarto è stato l’assist perfetto per distogliere l’attenzione dai sondaggi che davano Di Maio più popolare di Renzi, dallo scandalo Banche, dalla vergogna delle “riforme” costituzionali. Paragonare noi al Pd e Quarto a Mafia Capitale è di una disonestà intellettuale senza pari. La Picierno ha manifestato per chiedere le dimissioni della Capuozzo. Benissimo: la invitiamo a fare con noi lo stesso, quando – sede per sede – chiederemo di dimettersi agli 87 indagati che il Pd ha collezionato in un anno, tra sindaci e consiglieri vari. Se vuole, può venire anche Orfini.
Il Pd è ancora il primo partito.
Un anno e mezzo fa abbiamo sottovalutato Renzi, ma ora lui sta facendo lo stesso errore: sottovaluta noi e dà per scontato il “sì” al referendum. Invece il “no” può vincere: basta far capire ai cittadini che, se vincerà il “sì”, i valori primari della Costituzione salteranno, i criminali la faranno franca grazie all’impunità e scatterà un accentramento che renderà il cittadino irrilevante.
Dovrete combattere fianco a fianco con Bersani e magari pure Brunetta.
Non mi interessa, saranno i cittadini a capire chi difende la Costituzione e chi agisce per interesse personale o strategie politiche. Di sicuro Renzi sappia bene una cosa: con noi la politica dei due forni se la scorda, non lo aiuteremo neanche mezza volta. Lui può contare su Alfano e Verdini: non su di noi.
Pare quasi rimpiangere la convergenza sulla Consulta.
Al contrario: abbiamo evitato l’elezione di Violante o del legale di Verdini, facendo eleggere persone degne o se non altro molto meno discutibili di altre. Valuteremo di volta in volta, anche sulle unioni civili, ma niente aiuti o appoggi. Non scherziamo.
Renzi ha detto che la Capuozzo non doveva dimettersi.
Lo ha detto anche De Luca. Per forza: prima hanno esagerato con la foga, poi si sono resi conto che se chiedono le dimissioni a ogni indagato restano in tre. Il Pd non può permettersi onestà e questione morale. La nostra controffensiva sarà durissima: l’ipocrisia Pd è il grande male italiano. Questo deve essere chiaro.
Peggio di Salvini?
Lui neanche lo nomino, non potrei mai votarlo. E poi, dopo il caso Etruria-Boschi, siamo quasi tornati al bipolarismo. Di fatto esistiamo solo noi e il Pd. Noi e loro. Due realtà inconciliabili.
Soddisfatto del suo intervento contro la Boschi sulla questione sfiducia?
La Boschi è arrivata in Aula nervosa, stressata, tesissima. Anche la Leopolda era stata un disastro. Però ha indovinato il discorso giusto, retorico e perfetto per i cittadini che non vanno mai a fondo. A quel punto o rispondevo con un discorso tecnico o con un intervento improvvisato e senza copione sulla politica nazionale: non solo sulle banche. Lo rifarei: è stato chiaro, mai come quella volta, che esistiamo noi e loro.
La Boschi e la Madia, mentre lei parlava, ridacchiavano.
Sul momento non me ne sono accorto. Con la Boschi non ho contatti diretti da prima che facesse il Ministro. Al tempo capitava di parlarci alla Camera ed era sempre d’accordo con noi: su Letta, sul no al finanziamento pubblico, sul chiudere i rubinetti ai soldi pubblici per l’editoria. Poi è un po’ cambiata. Come Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2016, versione estesa rispetto al cartaceo)

Elogio di Roger Waters, un genio che non esiste

Schermata 2015-12-16 a 08.20.12Ha sempre girato tutto attorno allo stesso trauma, allo stesso sogno, allo stesso incubo. Nessuno come Roger Waters, tra i geni del Novecento, ha inseguito così ostinatamente le proprie paure, sfidando e talora ostentando le paranoie più ossessive. La sua vita è rimasta impigliata nella morte del padre Eric Fletcher, un pacifista iscritto al Partito Comunista che si arruolò per combattere il nazismo e morì nel 1944 – e con lui tutta la compagnia «Z» dei Royal Fusiliers di cui faceva parte – nei dintorni di Aprilia. Lasciando una moglie e un figlio di neanche un anno. Il figlio, poco più di vent’anni dopo, avrebbe co-fondato i Pink Floyd. «Mio padre era un pacifista ed era convinto che arruolarsi fosse l’unico modo liberare il mondo dalle atrocità della dittatura. Ha perso la vita per i suoi ideali di libertà e giustizia. Il suo sacrificio, e quello di tutti i suoi commilitoni hanno reso questo Paese e l’Europa un luogo sicuro. E ora tocca a noi vigilare perché quello che è stato non ritorni».
Roger, in fondo, ha cantato sempre la stessa canzone. Declinata in vari modi e quasi sempre mirabili, ma pur sempre la stessa canzone. Da ragazzo avrò visto “The Wall”, il film di Alan Parker con Bob Geldof, almeno cinquanta volte. L’ho amato persino troppo. C’ero rimasto proprio dentro, come immagino molti di voi. Waters è invecchiato molto meglio di quanto tutti credessero. Lui stesso sarebbe stato il primo a non aver puntato nulla, ai tempi di Animals, sul suo futuro. E invece. In The Flesh è un live irrinunciabile. Amused to Death, oggi, è persino più enorme di ieri. E la chitarra di Jeff Beck è semplicemente accecante.
Ho visto il film “Roger Waters The Wall”, sparandomelo a tutto volume col mio bel valvolare Magnat, e non poteva esserci chiusura migliore del cerchio. Chissà che aveva in testa, il lunatic in the grass Roger, dopo quel famoso sputo a Montreal nel ’77 che lo portò all’alienazione e lo indusse a scrivere compulsivamente. Un folle totale, Roger, sin da quando fondò i Pink Floyd con il crazy diamond Syd Barrett o quando batteva il gong (quel gong) coi capelli e le fattezze da scimmia a Pompei. Lui e il suo cantato urlato, i suoi messaggi cifrati al contrario (persino contro Kubrick), le sue esplosioni belliche. Nel ’78 si presentò alla band, che già ormai lo odiava, con due concept album scritti di getto e pure una terza idea embrionale per un altro disco. La terza idea sarebbe divenuta The Final Cut, i concept erano The Wall e The Pros And Cons of Hitch-Hiking. Richard Wright, il mai troppo lodato tastierista oggi volato via, gli disse più o meno “Fanculo, mi hai rotto le palle” (e Roger rispose analogamente). David Gilmour prese tempo di malavoglia e co-scrisse Comfortably Numb, che nessuno canterà mai bene come lui (forse giusto solo Eddie Vedder). Nick Mason, il batterista, puntò su The Pros And Cons perché – davvero – gli piaceva di più. Ma il produttore disse che no, “scegliamo The Wall, è proprio un altro mondo”. E infatti: opera magniloquente e a tratti barocca, ma empatica ed eterna come poche altre, in grado di colpire al cuore le generazioni di ieri come oggi. The Wall ha una forza che proprio non invecchia, che ipnotizza, che mesmerizza. Waters non ha mai smesso di cantarla perché, semplicemente, ha capito prima di altri di avere scritto qualcosa che sta ai nostri tempi come la Sinfonia n. 3 di Beethoven a inizio Ottocento. Tra sei secoli la suoneranno ancora.
Il film è enorme e fa un male enorme. Vedere Pink/Roger 35 anni dopo è straniante, un po’ come la saga di Star Wars. Però più triste: molto più triste. E’ di un bello che fa proprio male. I watersiani piangeranno senza speranza e sarà giusto piangere. E’ davvero come un cerchio che si chiude. Visivamente è qualcosa che non esiste. Ci sono continue sequenze indelebili: Waters che duetta con il se stesso giovane (e molto più pazzo) in Mother, la coda – che ho sempre trovato incredibilmente malinconica – di Is there anybody out there?, la delicatezza plumbea di Nobody Home, l’apocalisse di Run Like Hell. E poi quella Bentley. E quel cappotto marziale nero (domani lo compro: subito). E quel sogno ricorrente di uccidere suo padre (la colpa che lo scuote da sempre). E la visita al nonno, caduto pure lui in guerra. E quello sguardo, così schizofrenico e così dolce. E quel carisma. E quelle lacrime che mai si sono vergognate di scendere. E poi – e soprattutto – quei bicchieri della staffa, parlando in inglese davanti a un barista francese che non comprende che quell’uomo sta rivelando il segreto di una vita: e a quel punto, noi, spettatori da sempre, scopriamo – finalmente? – la fine di Eric Fletcher. Quasi come nell’ultima puntata di The Shield o Breaking Bad. E tutto si svela. Eric Fletcher che sbarca a Salerno a inizio ’44, i tedeschi a Montecassino, gli angloamericani – mandati al macello – che cercano di fare un “testa di ponte” ad Anzio. E vengono annientati: nessun sopravvissuto, come ha cantato Waters in When The Tigers Broke Free. E qui Roger, dopo aver rivelato tutto questo al bancone del bar, si ubriaca. China la testa. E noi con lui.
Nessuno, negli ultimi cinquant’anni di musica, ha scritto e cantato dei vaffanculo così belli contro la guerra come Roger Waters. Nessuno è stato così megalomane, coerente e platealmente geniale come lui.
Roger Waters è uno dei pochi motivi evidenti per essere felici di vivere in questi tempi sbandati e quasi sempre di merda. Sei un grande, “Pink”. Lo sei sempre stato.

Il talento di Ivan Graziani calpestato dalla sua terra

Il chitarrista che chiedeva un occhio di riguardo al suo Dio, e quel riguardo non lo ha avuto, compirebbe tra poco settant’anni. Ivan Graziani è nato a Teramo il 6 ottobre 1945 e se n’è andato troppo presto, il Primo Gennaio 1997 a Novafeltria, il luogo della moglie Anna in cui si era trasferito da tempo. La sua bella città dovrebbe come minimo organizzare una festa di compleanno per uno dei suoi cittadini più illustri, ma la giunta fa poco. Anzi nulla. Gli amanti del cantautore più atipico italiano stanno lamentando – per esempio nel gruppo chiuso “Maledette malelingue” su Facebook – il disinteresse dei politici locali. Non è una novità. Evidentemente una delle cifre di Graziani, il cui talento è stato tanto enorme quanto insolito, è quella di essere stato sottovalutato in vita come in morte. Un anno fa, a dicembre, ha avuto luogo nel Teatro di Teramo – gremitissimo, perché il pubblico c’è sempre stato e sempre ci sarà – la 17esima edizione del Festival Pigro a lui dedicato. NeIvan-Graziani esisteva anche una versione primaverile a Bolognano (Pescara): oggi non esiste né l’una né l’altra. A Teramo, lo scorso dicembre, sfilarono tra gli altri Cristiano De André e Enzo Decaro, Fausto Mesolella e il figlio Filippo, la cui voce è davvero vicina al timbro – pure quello personalissimo – del padre. Fu una festa, in parte rovinata da una conferenza stampa tesa. Il sindaco Maurizio Brucchi (Forza Italia, secondo mandato) e l’assessore alla Cultura Francesca Lucantoni sottolinearono le difficoltà della serata gratuita (pare che il costo fosse 14mila euro ivate, di cui 3mila dal Comune) e presagirono un’edizione a pagamento nel 2015. Di contro, la famiglia Graziani lamentò la perdurante freddezza di Regione e Comune. Di lì a poco, per il concerto di Capodanno, la giunta ebbe la straordinaria pensata di spendere 37800 euro più Iva (sic) per il concerto di Marina Rei. Un flop fragoroso, per via del freddo e non solo. Secondo la Digos c’erano poco più di 250 persone, anche se l’assessore Lucantoni postò su Facebook una foto della piazza piena e scrisse con impeto involontariamente comico: “Nonostante la temperatura, in risposta alla solita blanda e patetica strumentalizzazione politica, ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con grande spirito di squadra!”. Subito scoperta e zimbellata dal web (e dalFattoquotidiano.it), la Lucantoni provò a farfugliare che la foto non l’aveva scattata lei e che i soldi erano tutti derivanti da sponsor, anche se secondo il M5S “9mila euro erano stati sborsati da un ente pubblico come il Bim”. Un disastro fragoroso, che si poteva evitare facilmente: bastava invitare Filippo Graziani, che avrebbe garantito molta più gente e che oltretutto sarebbe costato assai meno. A parlar troppo di beghe così infime sorge però il sospetto di fare un torto ulteriore a Ivan Graziani, e sarebbe imperdonabile. Graziani è stato tante cose: chitarrista sontuoso e artista eclettico, pittore FullSizeRendere scultore, nonché disegnatore che a inizio carriera si arrabattava tra esperienze pop di pregio (Anonima Sound) e fumetti quasi-porno per riviste svedesi con tanti “pupazzetti scopatori”. Ora lirico – ma a modo suo – e ora boccaccesco, con un gusto tutto suo per la parola cantata e con un’inclinazione mirabile per i ritratti femminili (Agnese, Cleo, Dada, Angelina, Federica, Marta eccetera), resta
l’unico cantautore in grado di scrivere brani su uomini intenti a leggere sulla tazza del cesso (Io che c’entro) e far poesia con assoli di neanche trenta secondi (Olanda). Ivan Graziani ha toccato vette che ancora troppi faticano a vedere. Nella seconda metà dei Settanta era posseduto da un demone che lo ha portato a partorire dischi – semplicemente – perfetti come “Pigro” (1978) e “Agnese dolce Agnese” (1979), opere che da sole valgono più di mille Roberto Vecchioni. Gli anni Ottanta sono stati per molti cantautori un’ecatombe creativa e pure lui ha sofferto, andando per esempio al Sanremo ’85 con una canzone che giustamente non piaceva neanche a lui (Franca ti amo), ma ad averne oggi di Limiti e di Navi, per non parlare della ispirata risciacquata nel rock di fine decennio (Ivangarage). Quanta follia geniale c’è nella sua Motocross, quanta crudezza di provincia nella sua Fango. E come vola alta quella perla inaudita chiamata Fuoco sulla collina. Difficile passare senza smarrirsi da “Ivette senza tette”, “capelli fermi come il lago” e “parole appese a un gancio come quarti di vitello”: difficilissimo, ma a lui riusciva. Non ci è dato a oggi sapere se la giunta di Teramo tornerà sui suoi passi: sarebbe bello, e sarebbe il minimo. Se ciò non accadrà, sarà solo un altro esempio di ignoranza crassa. Pazienza: vorrà dire che la festa di compleanno la faranno, e faremo, altrove.
(Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2015)

Fenomenologia degli italiani in volo, tra ritardi e applausi

volo4Viaggiare in aereo è ormai prassi, ma per molti il volo resta qualcosa di insondabile. Paura e disabitudine scatenano reazioni bizzarre, che portano anche in Italia alla creazione delle seguenti tribù.
Metallari. Oltrepassano il controllo con le tasche ancora piene di chiavi, monete, smartphone, coltelli, monili in titanio e bazooka. Poi, quando il metal detector suona, si arrabbiano come Cacciari in tivù e gridano che “è uno scandalo, in questo paese non funziona proprio nulla!”.
Zelanti. Non appena vedono qualcuno avvicinarsi al gate, scattano in piedi e si mettono in fila. A quel punto aspettano per ore, devastati nelle articolazioni e straziati dai crampi, ma disposti a tutto pur di non perdere la posizione. Il fatto che, nel loro volo, il posto sia già assegnato e dunque fare la fila non serva sostanzialmente a nulla, è un pensiero che non li tocca. Mai.
Finestrinati. Hanno il posto corridoio, però vogliono stare al finestrino. Arrivati davanti al sedile assegnato fanno finta di nulla e dicono che “avevo chiesto il finestrino, come diavolo è possibile?”. Esaurita la sceneggiata, chiedono – anzi impongono – a chi ha il posto finestrino di cederglielo. Se ciò non accade, gridano teatralmente che “Non c’è più educazione, cazzo!”. E si siedono al loro posto con il broncio di Fedriga quando gli danno torto sull’immigrazione.
volo1Prioritari. Non hanno il biglietto “priority”, ma provano comunque a imbarcarsi prima degli altri. Si mimetizzano con scaltrezza, rubano figli e passeggini altrui per elemosinare pietà, recitano la parte dell’uomo d’affari aduso agli aeroporti. Quindi, un attimo prima della vittoria, porgono con sicumera il passaporto. Scaduto da 19 anni.
Religiosi. Li riconosci perché, prima del decollo e in coincidenza con l’allegra litania del “cosa fare in caso di disastro” recitata dalle hostess, si fanno il segno della croce ripetutamente. Chi li osserva, di rimando, si tocca per scaramanzia i genitali. Ne nasce un mantra di riti apotropaici abbastanza ameno, tipo “Gioca-Jouer ad alta quota”: “Croce!”, “Zebedei!”, “Volare!”, “Cadere!”. E via così.
Plaudenti. Tribù perlopiù italica che, a ogni atterraggio, applaude con fare liberatorio. Si presume che la stessa gente, quando prende un taxi e il tassista li conduce nonostante il traffico a destinazione, per coerenza li ringrazi intonando laTraviata. O, quantomeno, cantando a cappella l’inno di Allevi.
Connessi. Nonostante i divieti più volte ripetuti, si limitano a fingere di spegnere lo smartphone. Lo nascondono da qualche parte, quasi come le caccole a scuola sotto il banco (che bella immagine) e dopo il decollo riprendono a smanettare come nulla fosse. Quando gli viene fatto notare che un messaggio su Whatsapp non vale forse un disastro aereo, replicano stizziti: “Ehi, devo sapere che ha fatto la Roma col Frosinone!”. Ed è lì che capisci, definitivamente, che per l’animale uomo non c’è speranza.
Valigiati. Pretendono di imbarcare, come bagaglio a mano, valigie di otto metri e sette quintali. Di fronte alla fermezza della compagnia aerea, minacciano inviperiti di fare reclamo e lamentarsi con chi di dovere, “non finisce mica qui!”. Mesi dopo, all’apice del loro sdegno civico, li trovi a Forum. Nel ruolo di figuranti ilari.
Spaesati. Non trovano mai il loro posto: “Sa mica dov’è il 7A?”, “Ha per caso visto il 12C?”. Pascolano su e giù per l’aereo, senza pace e più che altro senza che nessuno li aiuti. Alla fine, quasi sempre, viaggiano nella stiva. Per non disturbare.
Rallentati. Impiegano dalle quattro alle sei ore per mettere il bagaglio a mano nella cappelliera. Nel frattempo, sul volo, si è formata una coda enorme: chi sviene, chi bestemmia, chi accoltella il tizio davanti per guadagnare qualche centimetro. Prima o poi il Rallentato riuscirà a mettere il bagaglio e chiudere la cappelliera, ma sarà sempre troppo tardi: il volo sarà già partito, con almeno un terzo dei passeggeri rimasto a terra. Pazienza.
Neanderthaliani. Chissà perché, tutti i piloti si esprimono in un idioma incomprensibile: più che parlare, gorgogliano. Se ad esempio devono dire “La durata del volo è di circa 2 ore”, farfugliano “Ghmgh durghvol circhgmore”. E tu non capisci una mazza e un po’ ti girano, perché magari lui ha appena detto al microfono: “Stiamo precipitando porca troia”. E sarebbe stato forse utile comprenderlo. L’unica spiegazione plausibile è che tutti i piloti siano uomini di Neanderthal in incognito e come maestro abbiano avuto Java, l’amico di Martin Mystère.
volo3Accumulatori. Quando passa il carrello del cibo prendono tutto, ma proprio tutto, “tanto è gratis ah ah ah”. Taralli rinsecchiti si mescolano a frollini tristi, mentre il viaggiatore arraffa birra, vino, Coca Cola Zero (per star leggeri), cioccolatini di ghisa fondente e succo Ace (“Han detto in tivù che fa bene”). Poi, alla prima turbolenza, vomitano anche l’anima.
Taccagni. Pure loro, alla vista del carrello del cibo, perdono ogni contegno e arraffano di tutto, solo che poi scoprono che in quel volo lo spuntino non è gratis. E’ allora che, per nulla imbarazzati, restituiscono la mercanzia: “Sticazzi. Tanto neanche ci avevo fame”.
Dormienti. Imbottiti di melatonina o anche solo naturalmente predisposti al letargo, si addormentano non appena si siedono. Poi, come muezzin rancorosi, cominciano a emettere suoni oscuri. Borbottano, fischiano, russano. E a ben guardarli un po’ sbavicchiano. Ovviamente sono seduti proprio accanto a te. E ovviamente è un gran bel viaggiare. (Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2015)