Gaber se fosse Gaber (La7)

Intervista a Carlo Monni

Bozzone ha gli occhi stretti, piccole fessure consumate da molte risate e qualche lacrima. Indossa un cappotto marziale, più adatto alla vecchia Unione Sovietica che alle Cascine. Qualcuno lo riconosce e glielo fa notare. Lui, Carlo Monni, 69 anni, risponde ironico: “Vado a conoscere la suocera, almeno il primo giorno mi fo’ vede’ per bene”. L’inusuale eleganza è interrotta dagli immancabili sandali, devastati da calzini bianchi che sfidano la fanghiglia di una Firenze allagata. I toscanismi si alternano a stilnovismi improvvisi: “Devo ancora desinare”, “Poi prendo il tramvia e mi reco a teatro”, “E’ bello progredire sull’erba”. Niente cellulare, la passione per il bere, poca voglia di stare in casa: “Dopo un po’ mi rompo i coglioni”. Un fastidio per il registratore (“Puoi tenerlo spento?”). I capelli lunghi, da profeta. “Ne interpretai uno, per un film Rai di Gregoretti, L’assedio di Firenze. Era il ’75. Salii sul pulpito, in una Chiesa vera: finzione pura, ma la gente mi ascoltava e aveva paura sul serio”. L’intervista coincide con una lunga passeggiata, lungo la riva destra dell’Arno. “Vengo spesso qui. Il Ceccherini dice: ‘’Dov’è i’ Monni? A battere alle Cascine’. Come le prostitute”. Il “Bozzone” che diceva cose sboccatissime in Berlinguer ti voglio bene, e trasmetteva con un imberbe Roberto Benigni “da una stalla di Capalle” sul finire dei Settanta, è memoria storica del cinema italiano. Basta chiedere.

Che fa, adesso, il Monni?

“Teatro e piazze, soprattutto Toscana. Chitarra, batteria, basso tuba. Musica d’autore e prosa. Quando cresci nelle Feste de l’Unità, ti abitui all’arena. Mica come il teatro impegnato. Che senso ha fare Pirandello? Per vedere ‘icchè?”.
E il cinema?
“Ogni tanto. In Manuale d’amore 3 c’era Scamarcio: credevo peggio, non è malaccio. Uno bravo è Valerio Mastandrea. Ero suo padre in Tutti giù per terra (1997), tra i miei preferiti. Ho appena finito La mia mamma suona il rock, del Ceccherini. La storia di due frocioni con desiderio di maternità”.
Passare da Benigni a Ceccherini è il segno dei tempi.

“Ceccherini è l’unico artista vero della sua generazione. Il nostro Pinocchio era bellino davvero. Gli manca la continuità, ma è un geniaccio. Meglio di Pieraccioni e Panariello: loro sono accomodanti, non hanno ‘svettature’. E’ il gruppo di Aria fresca, di Carlo Conti: c’entro poco”.
La tivù è storia passata?
“Arbore mi aveva chiamato per Indietro tutta, ma la tivù non mi garba. Anche Onda libera (1976) non mi sembrava mica un granché. Al massimo  faccio qualcosa a Stracult”.
Ovvero l’elogio del trash. O quasi.
“Di bischerate se ne fa tante. Ho girato anche con Christian De Sica (il film era 3, anno 1996). Giovanni Veronesi, lo sceneggiatore, mi diceva: ‘C’è una parte bella per te’. Sì, figurati. Roba da affogarli tutti. Abitavo a Roma e avevo bisogno di soldi. Che troiai”.
E i cinepanettoni?
“Io, i cinemapanettoni (testuale, NdA), non li ho mai visti. Una volta mi invitarono a un festival di genere. Mi misi a guardare il pubblico. Ravvisai che i ragazzi sembravano dei trogloditi e le passere, anche se dotate, non le avrei mai trombate. Lì son razzista: se vai a vedere i cinemapanettoni, non ti trombo”.
L’attore peggiore?
“Peggiore non so, il più volgare Bombolo. Ero con lui ne I carabbinieri (1981). Un filmaccio. Prima di girare, Bombolo mi anticipava le battute che voleva improvvisare. Tutte sui gay. Terribili”.
Benigni, con lei, era ancora quello del Cioni Mario.
“Sempre stato un genio, si capiva dai tempi di Vergaio. Uno scienziato della comicità. Berlinguer ti voglio bene (1978) e i nostri sketch erano roba sua, poi Giuseppe Bertolucci gli dava forma”.
Non si resta che piangere (1984) era improvvisazione pura.
“Lui e Troisi si fecero pagare anticipatamente per la sceneggiatura. Dissero che avevano bisogno di viaggiare per scrivere. Tre mesi in montagna: ‘No, niente’. Tre mesi all’Argentario: ‘Macchè’. Tre mesi in campagna: ‘Nulla’. E giù, soldi. Poi tornarono dai produttori e dissero: ‘Ci sono due che si perdono e incontrano Colombo’. Fine della sceneggiatura”.
Le riprese?
“Da piegarsi dal ridere. Ad esempio quando Troisi, in chiesa, dice ‘Sì sì, ho capito’ alla Sandrelli. Si svegliavano e decidevano sul momento. La Parisina (Lidia Venturini) faceva la mi’ mamma (Monni era Vitellozzo). Mi implorava: ‘Tu sai nulla?’. Attrice di teatro, abituata ai copioni. Rispondevo che gli sceneggiatori erano quei due lì. Lei scrollava la testa: ‘Mammina mia’’”.
Chi era il più bravo?
“Benigni ha più genio, più gamma di racconto. Una fusione tra colto e popolare: le case del popolo, le trattorie, la Toscana antica. Repertorio infinito, ce l’ho anch’io. Quello che ha fatto Benigni sul palcoscenico, non c’è omo in Europa”.
E Troisi?
“Più vis comica, con lui ti buttavi proprio in terra. Ricordo No grazie, il caffè mi rende nervoso (1982). Interpretavo un ispettore di polizia. Non c’entravo niente, ma quando fai banda fai banda. Dovevo sorvegliare la protagonista (Maddalena Crippa). Dissi col mio accento la battuta,  Massimo cominciò a prendermi in giro. Attaccammo a ridere per ore, toccò smettere di girare”.
L’ultimo Benigni è annacquato.
“Eh, ora lo chiamano in Parlamento, parla dell’Inno. Il discolo non lo può più fare. Il successo ti rovina. Non sei più libero. Secondo me, in cuor suo, Benigni si diverte parecchio meno. L’ho perso di vista dopo Non ci resta che piangere, quando sono tornato a Firenze”.
Forse la conversione “amorosa” dipende da Nicoletta Braschi.
“L’amore è cieco, non puoi farci niente. Guarda anche questo qui (indica l’amico che passeggia accanto). E’ innamorato da anni di una maiala, e lo sa che è maiala, ma mica la lascia”.
Si è mai sposato?
“Non ancora, per fortuna. Così posso andare a passera”.
Non ha parlato di Francesco Nuti.
“Lo sketch nel lettino di Caruso Pascoski è passato alla storia. Per Casablanca, Casablanca (1985) c’era una scena al bar, di notte, malinconica. La rivide e non gli piaceva. Lui è uno preciso. Mi disse che non aveva i soldi per pagarmi di più. Io: ‘Vien via, rifacciamola’. Dieci minuti micidiali. Ci si poteva divertire ancora parecchio, insieme, se non si ammalava”.
Alessandro Benvenuti.
“A teatro è bravo. Per il cinema deve abbassare la cresta e affidarsi al digitale, 500mila euro e via. Ha scritto la terza puntata della Saga Gori, quella in cui muoio io. Prima o poi si farà”.
Novello Novelli.
“Mio suocero in Benvenuti in casa Gori. Non un attore straordinario, ma con la faccia giusta. L’ho sentito di recente, ma anche lui ormai ha 82 anni, è depresso”.
Ha studiato per fare l’attore?
“Macché: autarchico, come Nanni Moretti. Dovevo recitare in un suo film, quello dei briganti, ma avevo un impegno a teatro (allude a Domani accadrà, l’esordio di Luchetti nel 1987)”.
Ci ha trombato la miseria e siamo rimasti incinta”, diceva nel monologo “Noi siamo quella razza” di Berlinguer ti voglio bene. E adesso?
“Adesso scrivo un’opera rock e smetto. Intanto ringrazio Dio di non avermi dato troppo successo. Fuori dalla Toscana sanno una sega chi è Carlo Monni, ma va bene così. Godo più alla Festa dell’Unità di Poggibonsi che al Metropolitan”.

(Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2012)

 

Gaber se fosse Gaber: aggiornamenti

 

Sabato prossimo riprenderò la mia lezione-spettacolo, Gaber se fosse Gaber.
La stagione proseguirà per tutta l’estate, per poi riprendere con la stagione 2012/13. Quella del decennale della scomparsa del Signor G.
La data di sabato è a Colleretto Giacosa, due passi da Ivrea, al Teatro Giacosa.
Vi segnalo anche in home page le date da qui a inizio marzo.

21 gennaio 2012
Colleretto Giacosa (TO)
Teatro Giacosa

31 gennaio 2012
Breganze
(VI)
Cinema Verdi

2 febbraio 2012
Monte San Savino
(AR)
Teatro Verdi

18 febbraio 2012
Iseo
(BS)
Auditorium Antonietti

24 febbraio 2012
Spilimbergo (PN)
Teatro Miotto

25 febbraio 2012
Gorizia
Kulturni Dom

1 marzo 2012
San Marino
Teatro Titano

6 marzo 2012
Roma
The Place

Amicone vieni via con me

Che vertiginosa assenza di talento. Che folgorazione. Che uomo, Luigi Amicone. Il “Fabris” dei berlusconiani. Il droide scombinato. Il ballerino di seconda fila da chiamare quando tutti, ma proprio tutti, hanno declinato l’invito.
A differenza di Fabris, mesto personaggio di Compagni di
scuola
, Amicone si piace: moltissimo. Anche se è un teocon che perdona il bunga bunga (gli Englaro no). Anche se annaspa quando parla. Anche se dirige un giornale all’insaputa del giornale (e dei lettori).
Luigino è l’Enrico Toti senza stampella, senza gambe, senza Toti: non è. Idolo.
Custodisco un sogno: essere, almeno una volta, con Lui in tivù. A La7, alla Rai, al circo. Rapito, ascolterei le sue astruse tirate ad minchiam. Per poi dirgli: “Luigino, dai, torniamo a casa. Ti accompagno io. In camera ci sono i Lego ad aspettarti. C’è persino Big Jim vestito da Baget Bozzo. Vieni via, per il tuo bene. Smettila di far sghignazzare il mondo”.
Un impegno concreto per il 2012: salvare il soldatino Amycon.

(Saturno, Il Fatto Quotidiano, numero di fine 2011 sui “piccoli sfizi gratis” da togliersi nel 2012)

Bocca, Montanelli e il proto-troll

No, non parliamo ancora di Giorgio Bocca. Ho già dato, ampiamente. E hanno dato tutti. Chi benissimo, chi malissimo.
Voglio raccontarvi un’altra cosa. Ieri sera, 26 dicembre, a mezzanotte (quindi era il 27: va be’). RaiTre ha avuto l’ottima idea di riproporre il Match tra Giorgio Bocca e Indro Montanelli.
Match era un programma in cui si scontravano due “miti”, colleghi tra loro, ma di opposto orientamento. Sul cinema ci fu la singolar tenzone tra Mario Monicelli e Nanni Moretti (enormemente più convincente e simpatico il primo).
La sfida Bocca-Montanelli è del 1978. Il moderatore, fisso, era Alberto Arbasino.
Riguardata oggi, l’effetto di quella tivù è straniante. Non si sa se immalinconirsi per il tempo passato esaltarsi per il livello intellettuale che ti ritorna addosso. L’unica certezza è che, come tutti gli antitaliani, Bocca e Montanelli hanno ricevuto addosso una quantità industriale di sterco.
Consiglio a tutti di procurarsi quella registrazione. Qui ne trovate una parte. E’ meravigliosa.
Nessuno che si accavalla. Arbasino che cerca un po’ di polemica, ma senza motivo perché non ce n’è bisogno (e infatti Bocca lo rimbrotta). Montanelli – vestito in maniera (oggi) vezzosamente improbabile – che quasi teme Bocca: lo rispetta, parla di depressione, si stupisce della critica sul “turarsi il naso e votare Dc“. E Bocca, gelido, quasi feroce, che non cambia mai espressione ma incalza. Scardina. Scarnifica. E provoca.
Uno spettacolo incredibile. Perduto e non ripetibile.
C’era un’altra perla, in quella registrazione. Ogni tanto intervenivano dei giornalisti, degli opinionisti . Uno di questi era Sergio Saviane. Tra gli altri, quella sera c’era anche un movimentista di professione. Un pollo di allevamento del ’77, in servizio permanente e sulla cresta dell’onda. Enzo Modugno. Uno dei leader. Credo che poi sia approdato al Manifesto, non lo so. Non ne conosco il percorso successivo e, va da sé, mi auguro abbia avuto ogni fortuna. Di sicuro non ha cambiato il mondo, né dato particolare seguito a tutta quella sicumera.
Ecco: il gggiovane Enzo Modugno, rivisto oggi, appare emblematico. Saccente, supponente, pieno di parole “sempre più acculturate e sempre più disgustose“. Con la patetica e caricaturale convinzione di essere oltremodo superiore a Bocca (Montanelli non ne parliamo). La pretesa di parlare a nome dei ggggiovani. L’escamotage mellifluo di mettere in bocca al rivale parole mai dette (“Mi pare che lei abbia detto che i giovani vogliono la violenza“: ovviamente Bocca non lo aveva mai detto). Il look e la gestualità da fighetto, che lecca il gelato e si sporca la barba mentre parla di Engels. Una sorta di Pierluigi Diaco guevarista.
Quel gggiovane virgulto movimentista, oltre a esemplificare sin troppo chiaramente i motivi che portarono Giorgio Gaber a scrivere Quando è moda è moda, oggi farebbe probabilmente di professione il troll. Magari scriverebbe provocazioni e insulti sui blog (in forma anonima, perché nel frattempo è peggiorato anche il pollo di allevamento) e li dedicherebbe al “fascista” o “razzista” (assai presunti) di turno.
Il filmato ci mostra un fenomeno antropologico irrinunciabile: l’avvento del Proto-Troll, che si permetteva di zimbellare due giganti come Bocca e Montanelli. Che non erano intoccabili, certo. E che hanno sbagliato tanto (per fortuna). Ma bisognava saperli scovare, gli sbagli. Non affidarsi alla liturgia rancida, e agli slogan queruli, del compagno che recita la parte dell’okkupante.
Riguardatevi quel Match. E’ bellissimo. Oltre che un saggio, lucido e spietato, di ciò che eravamo e saremmo diventati.

Recensione (Promiseland)

Ero alla stazione di Milano Centrale e ci sono cascata di nuovo! La bellissima libreria rossa mi stava chiamando e io avevo ancora un sacco di tempo davanti a me prima dell’arrivo del treno. Ho cercato di resistere, ma come al solito, non ce l’ho fatta. Per fortuna sono entrata e fra i tanti libri, cercando fra quelli di cucina, proprio lì a fianco c’era il libro di Andrea Scanzi, mi è bastata un’occhiata per capire che sarebbe stato il mio compagno di viaggio in treno.
Mi sono ritrovata così a curiosare nella vita di Andrea, Tavira e Zara: un uomo e due labrador. Le loro vite si intrecciano e si svolgono in simbiosi, le giornate e le vicende di questo trio vengono raccontate in maniera schietta, divertente, profonda, a volte irriverente, ma sempre fantasiosa e veritiera. È lo sguardo di un essere umano profondamente legato a due creature fantastiche, affettuose, uniche e insostituibili.
L’autore porta uno sguardo protettivo e amorevole sulle sue compagne, ma anche lucido nel suo racconto. Nulla sfugge all’esame, nel suo stile Andrea Scanzi ci racconta le sue giornate, i momenti felici, le passeggiate, le scelte fatte in base alle esigenze del trio, ma ci racconta anche aneddoti meno accattivanti, facendoci sorridere anche solo dal titolo dei capitoli: “L’evacuazione: un rito mistico”, oppure “Lecco dunque sono”, passando attraverso la descrizione della malattia, degli sguardi tra di loro…
Questo libro è una storia d’amore messa su carta e chi ha avuto la fortuna di vivere con un cane sa che questo tipo di storie non sono mai a senso unico, ma bensì coinvolgenti e ognuna unica e indissolubile a modo suo.
“I cani lo sanno” l’ho letto volentieri, con calma, gustando le citazioni e i richiami, sentendomi coinvolta nella descrizione dei sentimenti che si provano quando si parte in viaggio e non si può portare il proprio compagno, curiosa di leggere le reazioni di Zara e Tavira al ritorno di Andrea per confrontarle con quelle di Pizza, per scoprire, ancora una volta, quanto ognuno dei nostri amici sia unico e inimitabile.
Ci sono momenti di ironia, di tristezza, tutta la convivenza di questi tre esseri (stavo per scrivere persone!) è passata al setaccio e ci viene regalata in questo bel libro, a volte un po’ triste ma molto molto bello e vissuto.

(Promiseland, 26.12.2011)

I canari (Doppiozero)

Quella del “canaro” è una tipologia umana fortemente connotata, che possiede caratteristiche di immediata riconoscibilità. Sia chiaro: il canaro non è il semplice “padrone” di un cane, ma ne è il correlativo umano, quasi l’interfaccia tra animale e mondo. Così se tutti possono essere padroni, non molti riescono a diventare canari. Per esserlo serve una predisposizione, ma è necessario anche un lungo apprendistato, che si fonda però su un’unica premessa, la consapevolezza dell’unicità di quel rapporto che ci lega all’animale (che per questa via smette anche di essere tale). Il cane diventa così – non senza difficoltà – la parte migliore della vita. Del suo cane il canaro è sinceramente innamorato, e senza esitazione lo antepone a molti suoi consimili o addirittura a tutti. Corollario e sottinteso è che il canaro del cane capisce le sofferenze e le gioie, gli errori e i virtuosismi, sviluppando sintonie segrete soprattutto quando la coincidenza porta ad una convergenza nella “visione del mondo”.
Come spiega Franco Marcoaldi in Baldo (libro con ampi e riconosciuti debiti nei confronti di Animali e altri viventi di Alberto Asor Rosa), uno dei momenti di più intensa compartecipazione è il sonno. Insieme sul letto o sul divano, uomo e cane arrivano a fondere le proprie nature, dando vita a sperimentali e inedite forme ibride. Sono gli occhi ad aprire la via allo scambio. Quell’occhio canino che sembra nascondere segreti insondabili è il canale che apre le porte della relazione. Poco importa al canaro l’intrusività di quello sguardo. Se Italo Calvino aveva scritto che essere guardato dal cane gli provocava paralizzanti imbarazzi, opposta è la reazione del vero canaro. Andrea Scanzi in I cani lo sanno afferma chiaramente che la continua sorveglianza cui lo sottopone il cane è gradito segnale d’affetto, perché quegli occhi sono “grandangoli puntati sulla vita di chi custodiscono e a cui si consegnano interamente”. L’uomo è il “Dio padrone” a cui il cane dedica ogni suo sforzo. Ma è indispensabile saper ricambiare –almeno in qualche occasione – questa diuturna disponibilità affettiva. Secondo una procedura volta a riscoprire l’orizzontalità, il canaro compie allora il gesto di porsi allo stesso livello del proprio cane.
Come il padrone di Baldo descritto da Marcoaldi (e il protagonista umano del libro di Asor Rosa), gli si sdraia a fianco, si mette a quattro zampe: è commistione di prospettive, in questo caso acquisizione, o riacquisizione, di punti di vista smarriti col bipedismo, gesto ancipite, in cui l’affetto si mescola alla volontà di affrontare il mondo dal basso e rasoterra. Del resto il canaro sa che l’universo canino si fonde sull’olfatto più che sulla vista, e cerca di accettare i vuoti dell’incomunicabilità sensoriale. Così con grande pazienza tollera le logoranti soste a cui il cane lo sottopone quando deve svuotare la vescica. Le sue nozioni di etologia gli offrono spiegazioni che gli impediscono di smaniare quando la centellinata distribuzione di pipì ai crocevia delle strade lo fa giungere in ritardo ad un appuntamento di lavoro. Perché il canaro, a ben vedere, ha soprattutto questo pregio, quello di essere così in empatia col cane da arrivare a capirne molte pieghe dell’anima, comprese quelle che agli estranei insofferenti (e ai semplici padroni) paiono solo difetti. E poi ogni cane è in fondo un figlio o una figlia – estensione del sé, specchio in cui riflettersi ritrovando però la migliore delle proprie fisionomie. Scanzi, descrivendo la love story con le sue due labrador nere, non fatica ad ammettere che la sofferenza patita in occasione di una gravissima malattia della più anziana delle due è stata superiore a quella legata alla separazione dalla moglie.
Il canaro – uomo naturalmente progressista – non ama nascondersi dietro borghesissimi infingimenti. Un esempio? Il suo peggior nemico è chi disprezza odori, peli e sporco dei cani. Rispettoso della dignità canina, come detesta i cani oggetto, i cani da borsetta, i cani imbellettati delle signore bene, il canaro si rifiuta di dire che il cane puzza. Il cane, più semplicemente, ha addosso l’odore di cane. Capovolgendo così la logica del disgusto, il momento della defecazione diventa quello in cui il cane rivela la sua essenza (è “un rito mistico”dice Scanzi), producendosi in capolavori di plastica bellezza. Com’è ampio il fossato che a questo livello separa i canari dai non canari, vittime dei loro frigidi antropocentrismi, incapaci di accettare l’altro, o, come suggeriva Rilke, estranei alla dimensione dell’Aperto. In una relazione così intesa – costellata da passeggiate insieme, pasti in comune, letture e visioni di film cheek to cheek, idiosincrasie di coppia – appare evidente che ad avvelenare la serenità ci sia l’ossessiva certezza del diverso orologio biologico del cane. Il cane muore prima dell’uomo. La morte preannunciata – presagita in permanenza – è la vera mania del canaro e la pena immedicabile per la scomparsa dell’animale sta all’origine dei numerosi dinieghi di fronte all’ipotesi di sostituzione del caro estinto con un nuovo giovane esemplare.
Che dire, in definitiva? Sono queste vite l’annuncio di altre modalità di stare al mondo, fondate sull’arricchimento “interspecifico”? Sono forse il manifesto del “post-umano” – inteso come sommatoria di caratteri che determina una crescita dei soggetti – a più riprese studiato, tra gli altri, da Roberto Marchesini? Oppure sono anche qualcosa d’altro, la traccia di un’emergenza di specie, l’ammissione di resa dei sapiens-sapiens, ormai incapaci di sviluppare relazioni profondamente paritarie con i propri “compagni di specie”? Non si dimentichi che Giorgio Manganelli attribuiva ai cani il ruolo di sintomi delle nostre nevrosi e che Giuseppe Pontiggia nella Grande sera sosteneva che l’amore per i cani ci può separare dall’amore per gli uomini. Già, ma loro certamente non erano canari.

(Andrea Giardina, Doppiozero, 13 dicembre 2011)

Recensione (Zampe in viaggio)

Bellissimo. Finalmente una storia coinvolgente senza finale lacrimevole. Una bella scrittura avvincente e partecipata, seria e allo stesso tempo leggera quella di Andrea Scanzi, autore di I cani lo sanno edito da poco da Feltrinelli (14€). Chi ha un cane leggendo queste pagine entra in sintonia con Andrea Scanzi che racconta il suo rapporto con Tavira e Zara, le sue due labrador.
Spesso ci si ritrova a sorridere davanti a certi suoi racconti perché magari ci si è passati anche noi, con i nostri compagni di viaggio. Chi non ha cani (c’è qualcuno che legge questa rubrica che non li ha?) ha solo da imparare, perché scegliere di avere un cane o ritrovarsi anche solo per caso ad avere un cane è qualcosa di importante.
Un cane è un milione di cose, non è solo un essere a quattro zampe che devi nutrire e portare fuori. E qua e là Scanzi tira delle frecciatine a comportamenti spesso inadatti di certi umani. E lo fa molto bene! “Un cane è Patch Adams che non dismette mai il trucco da clown. Tu sei il paziente. Anche quando ti pensi sano”.
Questo libro è più che una storia è un “elogio dello sguardo rasoterra”, è un resoconto vero di quello che significa vivere con dei cani, condividere la vita con loro e considerarli degli esseri a cui dare ma soprattutto da cui imparare. “È come se, con la loro presenza, mi radicassero non alla quotidianità, ma all’umanità. Ed è buffo che a farlo siano due cani”. Sarà anche buffo ma è assolutamente vero. L’unico peccato, quando si inizia a leggere questo libro, è non riuscire ad avere abbastanza tempo per finirlo tutto d’un fiato.

(Zampe in viaggio, Mary Jo Cocker, 6 dicembre 2011).

Crisantemo Guidolin

“Ricordati che devi morire”; “Sì sì, mo’ me lo segno”. Così parlava Massimo Troisi in Non ci resta che piangere. E così, in ogni intervista, si esprime Francesco Guidolin. Il mattatore al contrario. In ogni sua parola, sia essa pronunciata a Sky o Rai, risiede l’essenza di Leopardi, Schopenhauer e Crisantemi, il panchinaro plumbeo de L’allenatore nel pallone. Il risultato finale non conta: Guidolin piange. A prescindere. In lui tutto è sofferenza: la stempiatura, la magrezza, i lineamenti esangui. L’Udinese ha vinto? “Sì, ma ricordiamoci che potevamo perdere”. L’Udinese è prima? “Sì, ma nel nostro spogliatoio c’è una lavagna che ci rammenta i punti mancanti per evitare la B”.
Per Guidolin il bicchiere è sempre mezzo vuoto. Anzi, è vuoto. Anzi, è rotto. Sbeccato, distrutto. Disintegrato da fato e storia. Ogni weekend regala in tivù perle autentiche di filosofia pessimistica e testamentaria. Il sorriso è vietato, lo sguardo contrito e la voce cantilenante. Esibire ilarità è un’eresia: un lusso di cui vergognarsi.
Guidolin ha così codificato il “crisantemismo” da avere la risposta pronta per ogni domanda. Qualche esempio. “Mister, Di Natale ha fatto un bel gol”; “Sì, ma poteva sbagliarlo”. “Mister, oggi avete perso”; “Eh, l’avevo detto che sarebbe stato un campionato difficile”; “Mister, è lecito parlare di scudetto?”; “Non scherziamo, ieri ho visto le giovanili della Gallaratese e secondo me anche il loro organico ci è palesemente superiore”.
Il Crisantemismo Guidoliniano  è applicabile anche ad ambiti extracalcistici. Guidolin (appassionato di ciclismo) scatta sul Galibier: “Sì, ma la montagna può franare da un momento all’altro e travolgerci tutti”. Guidolin vince le elezioni: “Sì, ma Napolitano potrebbe organizzare un golpe”. Guidolin fa l’amore: “E’ andata bene, cara, ma non abbiamo ancora fugato sino in fondo lo spauracchio della cilecca”. Guidolin: più che un allenatore, il controcanto di Tonino Guerra.

(Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2011)

Premio Pigro 2012

La famiglia Graziani mi ha chiesto di essere uno dei direttori artistici del Premio Pigro. Per me, che ho amato Ivan come pochi altri musicisti, e che ultimamente ne ho spesso scritto (su La Stampa e poi sul Fatto Quotidiano) è un grande onore.
Ho così accettato. Sarò il direttore dell’evento, in programma a giugno 2012 a Bolognano (Pescara) presso le Cantine Zaccagnini, insieme al collega Duccio Pasqua e ad Anna Graziani. La moglie di Ivan.
Ovviamente verrà coinvolta tutta la famiglia Graziani e i suoi musicisti, anche e soprattutto per la valutazione del Premio Ivancover, dedicato alla migliore rilettura di un brano di Graziani.
Il bando del concorso è online e lo trovate qui. La scadenza per iscriversi e inviare i due brani (uno inedito e una cover di Ivan) è fissato per il 31 marzo.
Chi volesse saperne di più su questo grande (e sottovalutato) artista del Novecento italiano, può poi leggersi la recente biografia ufficiale, edita da Minerva Edizioni e di cui ho scritto la postfazione. Si intitola Viaggi e intemperie. La vita di Ivan Graziani ed è stata curata da Lorenzo Arabia.
So che tra i miei lettori ci sono molti musicisti emergenti. Iscrivetevi e provateci.
Cerchiamo, tutti insieme, di rendere il Premio Pigro all’altezza del grande Ivan.

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