Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
gennaio: 2018
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Renzusconi

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Andrea Scanzi. Giornalista, saggista, scrittore. E’ una delle firme del Fatto Quotidiano. Conduttore e volto noto della tivù, è anche autore e interprete teatrale. Ha scritto sette spettacoli. Ha pubblicato il bestseller Elogio dell’invecchiamento (Oscar Mondadori) e, per Rizzoli, i fortunati Non è tempo per noiLa vita è un ballo fuori tempo e I migliori di noi. Harleysta, crede nel Culto di Suso e Roger Waters.
E’ legato sentimentalmente a Rosario Dawson, anche se la Dawson non lo sa.

 

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Esce di rado e parla ancora meno, Celentano fa 80

Schermata 2018-01-06 alle 13.23.30Uno come lui poteva nascere giusto il giorno dell’Epifania, e solo perché venire alla luce per Natale gli sarebbe parso sin troppo didascalico. Se Gaber, che (Joan) Lui ben conosceva, cantò Io se fossi Dio con rabbia e disperazione, Adriano Celentano va da sempre oltre: si sente direttamente un’emanazione privilegiata dell’Onnipotente, non tanto per vanagloria quanto per una forma di realismo tutta sua. E tutto sommato giustificata.
Il Molleggiato compie 80 anni, e sono stati anni memorabili. Quasi sempre, anzi sempre, perché Celentano fa la cosa giusta anche quando fa una cazzata. Strana tipologia di rivoluzionario quasi suo malgrado, con un’idea di rivoluzione istintiva e apartitica. Ha cantato almeno cinquanta canzoni che tutti conoscono, con una capacità di incidere sul nostro quotidiano – di entrarci proprio dentro – che non va necessariamente di pari passo con la qualità e che in Italia ha come unici paragoni eventuali Battisti e Vasco. Tutti nomi che, ben presto, hanno cessato di essere artisti per divenire monumento. Orologi musicali del nostro vivere: scansioni temporali di un’esistenza che se ne va, perché l’esistenza non sa far altro, ma che talora se ne va con gusto.
Voce e assenza, e già questo binomio in apparenza antitetico basterebbe per definire Celentano. La Voce, atipica e calda, in grado di rendere emozionante qualsiasi cosa. L’Assenza, per pigrizia e ipocondria, per calcolo e per attitudine. Poche apparizioni, perché Dio non ama farsi vedere. Pochi concerti, perché l’uomo non ama le folle e poi ogni tanto stecca. “Esco di rado e parlo ancora meno”, come ha scritto di lui e per lui Ivano Fossati. Uomo dalle mille cadute e poi mille risalite. Predicatore, provocatore. Un giorno antiscioperista e quello dopo guevarista, con incoerente coerenza (altro ossimoro tutto celentaniano) e senza forse neanche sapere bene chi fosse mai stato ‘sto Che Guevara. Non importa: anche l’ignoranza, vera o presunta, assurge in Celentano a cifra artistica. Giorgio Bocca, come noto, lo definì “cretino di talento”. “Cretino” proprio no, nemmeno quando finge di esserlo. “Di talento” sicuramente, anche quando si è dimenticato di averlo. Casomai “re degli ignoranti”, come si è più volte autodefinito, con quell’orgoglio compiaciuto e narciso per essere non solo il “Re”, quanto e ancor più per essere un ignorante illuminato (sì, l’ennesimo ossimoro). Intimamente convinto che la conoscenza vera sia quella ruspante del popolo e non certo degli intellettuali: una categoria variegata e sbilenca che Adriano talora stima, ma di cui mai vorrebbe far parte.
Istrione nato, sin da quando appariva le prime volte in tivù e già capivi che era di un’altra categoria (lo capì subito pure Fellini, che lo volle come imberbe se stesso ne La dolce vita). Funambolo in grado di generare la notizia a prescindere, ora per la lotta contro la caccia e ora per quella contro la grammatica (l’accento oltraggiato durante il totemico Fantastico dell’87). Cattolico e ipercredente, ma pure lì a modo suo, perché per Celentano avere fede significa in fondo coltivare l’autostima. Metodico come nessuno nelle prove e poi ancor più metodico nel cambiar tutto in scena, per esempio a Sanremo 2012, quando imbastì il solito casino e Pupo, che aveva studiato bene la parte, si trovò invischiato dopo tre secondi nel mare magnum dell’improvvisazione ad minchiam e a microfoni spenti gli disse: “Adriano, che cazzo proviamo a fare tutto il giorno se poi fai sempre come ti pare?”. Lui è fatto così, e per coltivarsi tale – per invecchiare senza invecchiare – ha abbracciato l’eremitaggio. Nessuno può avvicinarsi a (Joan) Lui se non il “clan”, entità imprecisata un po’ Macondo e un po’ nowhere, che serve da un lato a proteggerlo e dall’altro a venerarlo. Da un lato cristallizza l’infanzia mitizzata della via Gluck e dall’altra riverbera il suo rango di primus inter pares.
Se una carriera si vede dalla capacità di lasciare istantanee indelebili, allora la carriera di Celentano non è neanche straordinaria. E’ qualcosa che va oltre, molto oltre, là dove perfino lo sbaglio diviene mito. Le canzoni, e che canzoni: ora emozionanti e ora liberatorie, più spesso entrambe le cose. Gli azzardi inauditi di Yuppi Du e Prisencolinensinainciusol, con quella genialità quasi oscena nella sua manifesta evidenza. La sua tivù, una boccata d’aria nel piattume marcio del buon senso comune. I balletti con Raffaellà Carrà, quelli con Heather Parisi. La poesia di Bluff, le risate di Asso. Le interviste a Gigi Proietti, ospite di Gianni Minà con a fianco Vittorio Gassman che tiene in braccio il figlio. Quel silenzio che fa rumore, quelle pause che fanno provincia. Quel carisma fuori scala. L’ironia, la malinconia. La follia, la bellezza. Tanti auguri, Adriano. (Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2018)

 

Scanzi, il diavolo aretino che San Francesco non avrebbe mai cacciato

scanziA leggere solo il titolo del suo ultimo libro, “Renzusconi”, si potrebbe azzardare la scommessa che una volta tanto Andrea Scanzi, lo scrittore, giornalista, autore, direttore artistico di Passioni Festival, la più importante kermesse di cultura popolare aretina, possa farcela a non dedicare almeno una pagina alla sua città. Scommessa persa. Certo non come con “I migliori di noi”, il suo libro interamente ambientato su Arezzo, ma anche con “Renzusconi” bene o male Arezzo c’entra eccome. Questione di cuore, ma anche di talento. A sentir parlare di talento Scanzi si schermisce, ma è lui stesso a ricordare ai lettori quello che scriveva Michelangelo al Vasari: se c’era da riscontrare del talento nella sua vita (quella di Michelangelo), dipendeva dall’aria aretina che aveva respirato da bambino. Come dire che può capitare a tutti di avere un po’ di talento se si respira l’aria di Arezzo da piccoli. A maggior ragione, può capitare anche a Scanzi che l’aria di Arezzo non l’ha respirata solo da bambino. E allora perché non tutti gli aretini lo ammettono, anche se tutti lo pensano?

La tv, arma a doppio taglio

“La colpa – dice – è della Tv, un’arma a doppio taglio: ti dà la notorietà, ma non ti permette di far capire al pubblico che non sei lì per esibirti. Per capirlo e per conoscermi, un modo c’è: vedermi a teatro. Oppure leggere almeno uno dei miei libri”. E su quelli non c’è solo il modo di conoscere Scanzi, c’è anche il modo di conoscere meglio Arezzo e gli aretini. Anche quelli che da Arezzo si allontanano ma poi ci tornano. “E’ successo anche a me – dice Scanzi- preferivo stare a Cortona solo perché non legavo con qualche aretino. A quarant’anni ho capito che Arezzo è così bella che sarebbe da stupidi farsi la guerra tra aretini. L’ho capito io, ma l’ha capito anche la stragrande maggioranza di quelli dai quali mi ero allontanato. Mi hanno ripagato , e io continuerò a ripagarli ”. Con qualcuno però, anche a Cortona, i conti restano in sospeso. “Rifarei subito la pace – ammette- con Jovanotti e con i Negrita. Sono passati dieci anni dai nostri scontri e in dieci anni ho imparato a smussare i miei angoli, ma anche a perdonare. E poi con Jovanotti abbiamo in comune anche il veterinario”. Tra un libro e l’altro, gli aretini hanno imparato a conoscere Scanzi anche in quattro anni di Passioni Festival. Una follia aver immaginato quattro anni fa che Arezzo potesse impazzire di cultura, come è già successo all’Arena Eden, con quindici eventi in cinque giorni: mille persone stipate per Proietti che al quale Scanzi fa da confessore. Lo fa con Proietti, con Verdone, ma lo fa anche con le star delle librerie, degli stadi, del cinema e della musica: le star le confessa all’Eden e all’Artistico, e intanto lui si confessa agli aretini senza armi a doppio taglio come la tv. Che altro ci si può aspettare da un trio improbabile come quello messo in piedi da Scanzi, da un politico convertito alla cultura come il patron Marco Meacci, da un giornalista perugino infiltrato in Passioni Festival come Mattia Cialini? “Intanto- mette le mani avanti Scanzi – ci si può aspettare un mio regalo, un recital in prima nazionale all’Artistico dedicato a Francesco Nuti: un mio regalo alla città anche da parte di un trio che sarà anche improbabile, ma di certo può contare su un gruppo impareggiabile, quello che dà vita a un Festival come nessun altro tra quelli che faccio in Italia”.

“Preferisco fare un assist piuttosto che un gol”

scanziContro i miti e le passioni non reggono neppure le contraddizioni. E tra i miti di Scanzi, promosso campione dell’individualismo aretino, c’è, come si è visto a Passioni Festival, Arrigo Sacchi, campione del collettivo. “Sono un po’ Narciso – ammette – ma chi lavora con me sa che faccio squadra. Mi piace fare un gol, ma ad un gol preferisco un assist”. Sacchiano fino alla fine, anche per trovare un rifugio da milanista deluso ma milanista fino alla fine. E poi tutto passa quando sale in sella alla sua Harley Davidson. Ci farebbe salire la Boschi o la Santanché? “Preferisco altre compagnie femminili, ma se proprio dovessi scegliere tra una donna della politica, sulla Harley Davidson farei salire Mara Carfagna. Amo le more”. Selvaggia Lucarelli però non è mora. E ha detto che Scanzi è l’unico suo ex con il quale, dopo un periodo burrascoso e di reciproche ripicche si sono guardati e hanno deciso che si somigliano troppo per non volersi bene. Finisce sempre così con le donne? “Mi piace piacere – confessa Scanzi – Per stare accanto a me- però- una donna deve fare molta fatica. Sono ingombrante, faticoso, lunatico, ma nessuna donna potrebbe negare di aver scoperto la mia parte romantica: per trovarla basta scavare, come dentro a un fossile nascosto da secoli”. E da Scanzi, autore, giornalista, provocatore televisivo, che altro c’è da aspettarsi? “Di poter sempre unire il mio lavoro alle mie passioni. Con l’orgoglio e la gratificazione di potermi identificare con la vera immagine della mia città: al contrario di quanto è successo con altri nel passato”. Non è successo a tutti di avere ai suoi piedi Piazza Grande gremita di aretini per un recital di “Notti sotto le stelle”. E non a tutti è capitato di commuoversi a Palazzo Cavallo per ricevere dalle mani del sindaco il Premio Civitas Aretii, che si dà solo a chi ha divulgato la conoscenza della storia, della civiltà e delle tradizioni di Arezzo.

“Sindaco io? Semmai assessore alla cultura”

“Mi sono commosso in Comune e in Piazza Grande, per me la più bella del mondo insieme a Piazza San Domenico- dice Scanzi- Mi porterò dietro per sempre l’emozione di un’ora passata a stringere le mani piene di affetto”. C’è quanto basta per candidarsi un giorno da sindaco. “Da sindaco no, anche se in passato qualcuno me l’ha chiesto. Se proprio dovessi far parte della giunta, non rifiuterei l’assessorato alla cultura. Ma fare politica non è una mia vocazione”. Scanzi la fa solo nei talk show. Ospite quasi fisso di Lilly Gruber a Otto e Mezzo. Non c’era la sera in cui con Maria Elena Boschi avrebbe potuto dar vita ad uno scontro tutto aretino. C’era il suo direttore Marco Travaglio. “Renzi e Maria Elena Boschi – rivela- non vanno mai in un talk show se ci sono io. Se ci fossi stato, a Maria Elena Boschi avrei fatto una domanda in più rispetto a quelle del mio direttore: perché dopo il referendum del 4 dicembre ha cambiato idea e non si è ritirata dalla politica?”. Potrebbe sempre chiederglielo invitandola a Passioni Festival. “No, perché a Passioni Festival i politici partecipano solo se hanno scritto libri e hanno qualcosa da dire. Preferisco Proietti e Verdone. Che amano Arezzo e ne arricchiscono l’immagine. Sto troppo male quando di Arezzo si parla solo perché non c’è più BancaEtruria”.

(Romano Salvi, Il Corriere di Arezzo, 4 gennaio 2018)

Le molestie, la violenza e la Bellezza

Schermata 2017-11-04 alle 14.23.18Vedo che ultimamente si parla molto di molestie e violenze. Ogni giorno esce fuori un caso, recente o più spesso lontano nel tempo. Ognuno dice la sua. I commenti più empi li ho letti da parte di donne nei confronti di donne molestate, e anche da questo capisci che c’è davvero bisogno di un asteroide misericordioso. Non mi interessa entrare nei casi specifici. Dico solo che per capire chi fosse Weinstein bastava guardarlo in faccia, che a certi articolisti machisti-segaioli darei 30 anni di galera e che House of Cards mi ha sempre fatto schifo e sono contento che chiuda. Ma non è questo il punto. Trovo tutto questo molto triste, ma anche molto semplice da commentare: chi esercita il proprio “potere” su una donna per avere piacere, arrivando addirittura alla violenza, merita l’ergastolo. Se dai per scontato che la donna stia con te perché sei potente, e per questo le fai violenza, non sei solo uno sfigato titanico: sei pure uno che merita di andare dritto in galera. Agile, in scioltezza. Per essere libertini occorre grazia infinita: ci metti un attimo a passare da Don Giovanni ipotetico a giovane vecchio porco.
Sono la persona meno bacchettona del mondo, i moralismi applicati al sesso mi asciugano gli zebedei (a cui tengo molto) e il mio punto debole – debole? – sono sempre state le donne. Lo sono ancora e sempre lo saranno: mi hanno costruito così. Soggiaccio alla bellezza. Ho tradito e sono stato tradito. Ho sofferto d’amore e, temo più spesso, fatto soffrire per amore. Sono diversamente fedele, non sono geloso e trovo la monogamia una delle poche perversioni eterosessuali lecite non desiderabili. Darei buona parte del mio regno – tutto no – per essere un giorno lo slave di Rosario Dawson, e so che prima o poi ce la farò (anche se mi dicono che lei sia innamorata di Gozi). Il sesso dovremmo viverlo tutti meglio: è un gioco, una sciarada, una meraviglia. E invece siamo sempre lì a giudicare e sentenziare dall’alto di non so cosa. Amo giocare a carte scoperte e con leggerezza. Senza far del male a nessuno, né a me e – men che meno – alla donna che mi ha concesso l’onore di giocare con me. Cosa c’è di più bello di una donna con cui fai sesso e che speri, così facendo, di rendere felice? E’ una vertigine: una delle poche cose per cui valga la pena vivere. E per provare quella vertigine devi elevare a cifra esistenziale l’educazione. Il rispetto. La grazia. Devi imparare ad ascoltare e contemplare la Bellezza, e quel poco che ho imparato l’ho del resto imparato da donne prodigiose.
Proprio per questo, quando leggo l’orrore di queste settimane, e capisco una volta di più quanto siamo ancora intrisi di ignoranza, bigottismo e maschilismo, mi prende lo sconforto. Provo tristezza. E mi viene pure una gran voglia di chiedere ancora l’intervento del vecchio Clint, che i Weinstein – e peggio ancora chi sogna di essere Weinstein – ha sempre saputo come trattarli.

Roger Waters a New York: una recensione

Schermata 2017-09-12 alle 12.49.04E’ parso quasi commuoversi, Roger Waters, alla fine della prima data newyorckese di “Us+them”. Barclays Center di Brooklyn, 11 settembre. Non un giorno qualsiasi, men che meno qui a New York. Lui, uno degli artisti più smisuratamente spigolosi e ancor più smisuratamente geniali delle galassie, a fine concerto lo dice. I 18mila – sold out o giù di lì – non smettono di applaudire e lui, tra una pausa emozionata e l’altra, dedica la serata a tutte le vittime innocenti della guerra. E’ in giro da Waters praticamente ogni sera, Stati Uniti e Canada (forse Italia nella seconda metà del 2018 o 2019), ed è ormai un compiaciuto animale da palcoscenico. Con i Pink Floyd, che ha fondato con Syd Barrett e poi guidato/dominato fino a The Final Cut del 1983, non lo era. Non così, almeno. Nella fase psichedelica saliva sul palco, urlava belluinamente in Careful With That Axe, Eugene e non nascondeva i demoni con cui combatte dalla nascita (ora perdendo e ora no). Dopo il successo di Dark Side Of The Moon, l’alienazione prende il sopravvento, al punto da portarlo a sputare a un provocatore idiota a Montreal nel ’77 e a scrivere poi The Wall. Una volta solista, patisce il fatto che i Pink Floyd restanti riempiano gli stadi mentre lui, pur avendo accanto Eric Clapton, no. Così, con i live smette. Per poi ricominciare a fine Novanta, anni dopo quel capolavoro che era e resta Amused To Death. Da allora Waters ha regalato spettacoli straordinari per resa sonora e visiva: uno dei suoi marchi. E’ stato così per l’In The Flesh Tour, è stato così per The Wall . E’ così anche per Us+Them. Parte quasi in sordina, con interpretazioni “normali” di Breathe, Time e The Great Gig In The Sky (in cui le due coriste dei Lucius, che lo accompagnano, non convincono). Molto meglio One Of These Days, unico recupero da Meddle, e una strepitosa Welcome To The Machine. La parte dedicata all’ultimo disco, Is This The Life We Really Want?, trova il suo apice con Deja Vu. Durante Picture That ha problemi al microfono. Due tecnici entrano tardivamente, lui li caccia via: probabilmente, a fine primo tempo, sono stati scotennati con giustezza. Ottima una Wish You Were dolentemente country, poi mini suite da The Wall con The Happiest Days Of Our Lives e Another Brick In The Wall Part 2 e 3. E qui Roger gioca in casa. Se la prima parte è buona, la seconda è monumentale. Si apre con un gigantesco schermo che cala dall’alto e squarcia in due il Barclays Center, riproducendo le ciminiere di Animals. Con le suite di Dogs e Pigs (quest’ultima dedicata interamente a Trump), si vola verso vette quasi imbarazzanti per noi umani. Money convince meno, poi però c’è Us and Them e si piange. Inesorabilmente, com’è giusto che sia, perché quando Richard Wright lo voleva tu lo facevi. Small The Roses convince più live che su album. Quindi l’apoteosi finale di Brain Damage ed Eclipse. Il bis è il trittico Vera, Bring The Boys Back Home (entrambe acustiche) e Comfortably Numb. Si vola. Waters scende dal palco e saluta le prime file. Ha sempre la maglietta nera aderente, jeans scuri e gambe infinite da fenicottero. Sorride e pare addirittura felice: qualcosa di inaudito per lui. Dice che in questo tour avverte “un grande amore” e senz’altro pensa al padre morto ad Anzio, perché ogni cosa che fa è per lui. Magari pensa pure a David Gilmour, secondo cui Roger è uno che si arrende solo quando muore. Quando glielo riferimmo, durante l’intervista per Il Fatto, inizialmente se la prese. Poi capì che non era una critica, ma un complimento. E a quel punto disse che sì, lui è davvero uno che si arrende solo quando muore. Il pane della sua vita è la sfida: rendere possibile l’impossibile. Lo era il live di The Wall, lo sono anche queste due ore di Us+Them. Alla prossima, Roger, se vorrai che una prossima ci sia. (Il Fatto Quotidiano, 13 settembre 2017)

Slowhand emoziona ancora

Schermata 2017-09-12 alle 12.07.57Qualche mese fa, un uomo viene fotografato all’aeroporto di Los Angeles. E’ su una sedia a rotelle. Ha un cappuccio sopra il viso, pare voglia nascondersi. Lo trasporta la compagna, con lui c’è anche la figlia. Le foto fanno il giro del mondo. Quell’uomo, anche se non sembra, è Eric Clapton. Ha 72 anni e ha abbandonato i concerti nel 2015, festeggiando il traguardo impensabile dei 70. “Impensabile”, perché pochi come lui hanno abusato di tutto: alcol, droghe, nichilismo. Un miracolo che sia arrivato fino a questi giorni, mentre i tanti amici e colleghi – da Jimi Hendrix a Duane Allman, passando per Stevie Ray Vaughan che morì dopo un concerto con lui prendendo proprio l’elicottero che avrebbe dovuto prendere Clapton – sono anzitempo caduti come militi al fronte. Clapton, lo dirà lui stesso di lì a poco, soffre da anni di una malattia neurodegenerativa che porta lentamente alla perdita della sensibilità di braccia e gambe. Nessuno, in quel momento, avrebbe immaginato che quell’uomo sarebbe tornato sul palco. E invece. Di colpo gli torna la voglia di suonare. Decide, con la scusa dei 50 anni di carriera, di esibirsi due volte al Madison Square Garden, poi due a Los Angeles e quindi chiudere nella sua Royal Albert Hall di Londra. Il successo è tale che, a settembre, deve aggiungere altre date newyorchesi al Madison Square Garden. Sette e otto settembre. Noi c’eravamo l’8. L’ultima volta di “God” a New York, forse. “God” fu come lo chiamarono quando lo sentirono suonare nel ‘66 con John Mayall. E avevano ragione. Poi l’hanno chiamato “Slowhand”. Nel mezzo, alla fine dei Sessanta, ha trasformato in oro tutto quel che ha toccato. Con i Cream, i Blind Faith, i Derek and The Dominos, Delaney & Bonney. L’era irripetibile dei supergruppi. I Beatles lo vogliono con sé, lui dice no ma suona nella While My Guitar Gently Weeps scritta dall’amico George Harrison, che seguirà poi nel Concert for Bangladesh (ancora al Madison Square Garden). Quel giorno è drogato fino al midollo e neanche sa dov’è: una delle sue tante morti anticipate. Poi la carriera solista, i tanti dischi belli e quelli brutti. Il live perfetto di Just One Night. I molti amori, su tutti Pattie Boyd, ex di Harrison e musa di Something, Layla e Wonderful Tonight (mica niente). Prende I Shot The Sheriff di Bob Marley e la trasforma, prende Cocaine di J.J. Cale e le ridona vita. Suona con Roger Waters appena uscito dai Pink Floyd, fa concerti di beneficenza con Mark Knopfler. Si veste da fighetto negli Ottanta, poi perde un figlio e piange davanti al mondo regalandoci uno dei concerti acustici più belli di sempre. Il prossimo weekend, al festival di Toronto, verrà presentato “Life in 12 Bars”, il primo documentario su di lui. Venerdì, sul palco, Eric era accompagnato basso, due tastiere, batteria e due coriste. Senz’altro è malato, perché le foto le abbiamo visto tutti, ma a vederlo non sembrava proprio. Alcuni brani, su tutti I shot The sheriff, White Room e Crossroads, sono risultati pazzeschi. Come spesso gli capita, è stato più coinvolgente nei brani “veloci” (Key To The Highway, Cocaine, Sunshine Of Your Love) che non nelle ballatone (Wonderful Tonight). Sedici brani, di cui cinque acustici. Due ore di concerto. Alla fine, per una riuscitissima Before You Accuse Me, sono saliti sul palco anche Jimmie Vaughan (fratello dell’immortale Stevie Ray) e Gary Clark Jr (nato ad Austin come Stevie Ray). Madison Square Garden pieno, organizzazione magistrale. Niente fila all’entrata, niente fila all’uscita. Ed eravamo 20mila. Più che un concerto, è stato una riapparizione inaudita: grande Slowhand, è stato un piacere. Una volta di più. (Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2017)

 

Raimo, la sinistra anacronistico-velleitaria e la boria di sentirsi migliori

Schermata 2017-09-05 alle 11.39.30Christian Raimo è membro di nicchia di quella “sinistra ideale” non si sa quanto esistente e – quel che è certo – non meno di nicchia. Scrittore, traduttore, insegnante. Nato a Roma 42 anni fa. A volte stimolante, più spesso tronfio e palloso. Ospite pochi giorni fa a Dalla vostra parte, ha esaltato per sette secondi gli internauti convinti che Minniti sia Mengele. A un certo punto ha mostrato un cartellone, sentendosi Bob Dylan o mal che vada Silvestri a Sanremo, esortando Belpietro a mandare in onda qualche altro servizio “sui negri cattivi”. Poi, ostentando l’accento romanesco, ha detto che si divertiva di più a cena e ha salutato anzitempo tutti (e “tutti”, ciò nonostante, sono sopravvissuti). Lo sketch, preparatissimo, ha funzionato anche se Raimo non è mai granché sciolto in tivù. Si dilunga, balbetta, non sa dove guardare. Politicamente Raimo è un Casarini che non ce l’ha fatta, mediaticamente un Piero Ricca che non ce l’ha fatta, letterariamente un Lagioia che non ce l’ha fatta. Anche per questo, forse, appare sempre rancoroso. Non lo aiuta poi quell’espressione perenne da “io ho letto il Capitale e voi no”. Ogni volta che apre bocca te lo immagini che riflette – risolvendoli – sui problemi del mondo, sorseggiando BioCola con altri professionisti qualsiasi dell’alternativismo effimero. Senz’altro, a fine Settanta, Raimo avrebbe fischiato il Gaber di Polli di allevamento, trattando già che c’era Pasolini come un “compagno che sbaglia” e gridando “reazionario” a Sordi. Non è un caso che, su Facebook, faccia a gara con Diego Fusaro su chi tra i due sia più marxista (povero Marx), per poi ricordare che Montanelli nel 1947 scrisse “Il buonuomo Mussolini” e per questo non possa essere eletto a maestro. Quelli come Raimo sono sempre esistiti. Barba d’ordinanza, stempiati perché i capelli si son presto rotti i coglioni di sentir sempre parlare di proletariato. Si vestono pure allo stesso modo da cinquant’anni, eskimo (forse) a parte. Hipster iper-politicizzati, encomiabili nel rendere la sinistra ridicola, indigesta e invotabile. Massimalisti per moda, senza mai dubbi, tolleranti finché gli dai ragione e pronti a dirti che gli Stones non varranno mai un Lolli perché non abbastanza ideologici. Dopo la puntata da Belpietro, presa a esempio da Civati neanche avesse appena visto il martirio di Matteotti o Gobetti, Raimo ha ricevuto attacchi belluini in Rete: ha tutta la nostra solidarietà. Viviamo tempi beceri e tremendi. Raimo è peraltro il primo a sapere che, se la “sinistra” e gli “intellettuali” devono dire “brutti!” in tivù a Belpietro e Sallusti per sentirsi vivi, sono ampiamente alla canna del gas. Trasudando quella comica e al contempo insopportabile autoconvinzione d’esser superiore agli altri, ha poi scritto: “Sta a noi di sinistra, semplicemente democratici, antifascisti, pensanti, fare argine a questo. Come scriveva in una delle ultime interviste prima di morire Roberto Bolaño, alla domanda su quali fossero le cose che lo annoiavano di più. “Il discorso vuoto della sinistra, il discorso vuoto della destra lo do per scontato”. Capito? Lo decide Raimo chi sono i buoni e i cattivi. La sinistra (la sua) ha ragione e chi è di destra è un cretino. Lui – autoproclamatosi novello partigiano – salverà il mondo e chi non è di sinistra come lui, oltre a non capire nulla, è razzista e fascista. Beato lui: è sempre dalla parte del giusto e mai del torto, con buona pace di Brecht. Felici per le sue certezze, vorremmo giusto chiedergli: se n’è reso conto, il post-morettiano Raimo, che i M5S sono nati e proliferano grazie al fallimento totale di gente come lui? Se n’è reso conto, il guevarista comodo Raimo, che lui e i suoi idoli hanno meno pubblico di Scaramacai e che per avere un minimo di riscontro devono elemosinare uno strapuntino a Rete4? Se n’è reso conto, il fieramente anacronistico Raimo, che l’unica cosa riuscita alla sinistra italiana negli ultimi 30 anni è stato deludere, che non se ne può più dei Bertinottini snobettini e che lui sta al partigiano Johnny come Cicchitto a Jimi Hendrix? Per dirla con quel vecchio film di Paolo Virzì: “La verità è che non ce state più a capì un cazzo ma non da adesso, da mo’”. Quando te ne renderai conto, subcomandante Raimo, facci un fischio. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 5 settembre 2017. Extended Version)

Valentino Rossi, rinascite e cadute di un Campione

Schermata 2017-09-04 alle 21.13.16L’errore più grave, quando si parla di un pilota motociclistico, è portare avanti un ragionamento che abbia al centro di tutto la razionalità. Trattarli, cioè, da persone “normali”. Non lo sono, altrimenti non farebbero quel che fanno: rischiare la vita. Ogni giorno, minuto, secondo. Ecco perché sostenere che “Rossi è stato stupido a rischiare un Mondiale per un giretto in enduro”, è un parlar di nulla senza neanche accorgersene. Se Valentino Rossi fosse razionale, e tra l’altro è uno dei più razionali tra i suoi colleghi, non sarebbe Valentino Rossi. L’incidente di due giorni fa è accaduto durante un’uscita normale con l’enduro e i piloti, tra un gran premio e l’altro, non vivono certo in teche di vetro. Fa già fatica un motociclista della domenica a stare fermo una settimana, aspettando il weekend per sfogarsi. Figuriamoci un centauro di professione. Tutti i piloti fanno come Rossi, nella vita “reale”. Che è poi, pure quella, una vita irreale. Vita pazza. Vita spericolata, costantemente spericolata. Corrono in moto, sia essa da strada o da cross o da enduro, perché è la cosa che amano di più. Perché è il loro modo di allenarsi. E perché è la cosa che gli riesce meglio: se gliela togli magari non si infortunano, però dentro implodono. Valentino Rossi, 38 anni, è stato operato ieri. L’intervento è riuscito. Frattura scomposta, ma non esposta, di tibia e perone. Per una persona normale sarebbe un infortunio grave e di tornare in moto non se ne parlerebbe per mesi. Forse per anni. E forse anzi la chiuderemmo lì. Non per Rossi, non per i centauri. Corrono pieni di viti e placche, imbottiti di antinfiammatori e con una soglia del dolore fuoriscala. A Rossi accadde una cosa analoga nel 2010. Prove del Mugello. Anni duri. In quel caso la frattura fu anche esposta: l’osso spuntò fuori dalla gamba. Restò fermo 40 giorni e saltò due gran premi. Ora accadrà probabilmente la stessa cosa. Salterà di sicuro Misano Adriatico (10 settembre) e probabilmente Aragon (24). Rientrerà a Motegi il 15 ottobre, trittico Giappone-Australia-Malesia, per poi chiudere il 12 novembre a Valencia. Alla fine del Mondiale mancano 6 gran premi e con uno o due “0” in pagella il titolo volerà via per forza di cose e aritmetica. Oltretutto Rossi ha chance, sì, ma è pur sempre quarto dietro Dovizioso, Marquez e Vinales. E’ staccato di 26 punti da Dovizioso. Ogni vincitore di gran premio ne prende 25, il secondo 20, il terzo 16. Rossi non sarebbe stato il favorito neanche senza infortunio. Non vince dal 25 giugno (Assen) e negli ultimi gran premi è stato sistematicamente battuto da Marquez e, più ancora, Dovizioso. Colui che, fino a pochi mesi fa, non riusciva a sconfiggerlo quasi mai. Forse è anche questo un segnale: laddove Rossi fallì, ovvero con la Ducati, DesmoDovi sta trovando quella luccicanza lungamente attesa. Valentino ha vinto 9 mondiali, in ogni categoria, e il fatto che sia ancora così competitivo a 38 anni ribadisce la sua grandezza. Sta percorrendo il viale del tramonto con garbo e cipiglio. Si è rialzato tante volte e lo farà anche in questa occasione. Ma non basterà a conquistare il decimo mondiale. L’occasione perfetta capitò nel 2015, ma andò come andò, tra biscotti iberici e ghiribizzi del fato. Un campione a fine carriera diventa sempre più simpatico: la prossimità con l’oblio agonistico lo rende ancor più prezioso. Per Valentino saranno giorni difficili. Non si arrenderà. Perderà, probabilmente. Ma non smarrirà un’oncia di quel che è: non c’è gloria senza caduta, sia essa metaforica o con un enduro. (Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2017)

Bertinotti, il subcomandante nato leninista e finito ciellino

Schermata 2017-08-30 alle 14.32.23La cosa più bella della biografia di Fausto Bertinotti si incontra giusto alla fine della prima riga della sua pagina Wikipedia: “ex politico”. In quella prima parolina, “ex”, è racchiusa tutta la gioia liberatoria provata quando ripensi a qualcosa che prima purtroppo c’era e ora per fortuna non più. Certo, si potrebbe asserire non senza fondamento che quelli dopo di lui son quasi riusciti a farlo rimpiangere, ma si sa: essere di sinistra in Italia è dolore, è golgota, è martirio. Di fatto la sinistra italiana, salvo meritorie eccezioni, esiste per darti ogni giorno più voglia di diventare di destra. Ogni tanto di Fausto Bertinotti si torna a parlare, quasi sempre a fine agosto, quasi sempre durante l’avvincente meeting di Comunione e Liberazione. E’ qui che, ogni anno, l’ex compagno Fausto ci guida e – con ciò – ci detta la linea. Nato 77 anni fa a Milano, il subcomandante Berty ebbe l’anno scorso a dirci: “Il movimento operaio è morto, in CL ho ritrovato un popolo”. Parole forti, e soprattutto a caso. Come quasi sempre. La ricetta bertinottica, che faceva impazzire tanti barricaderi assai presunti e ben poco veri, è sempre stata così: un po’ di questo, un po’ di quello. E una spolveratina di niente. La tecnica oratoria era consolidata: parlar tanto per non dir nulla, abusando di immagini il più possibile auliche affinché tutti capissero che lui era comunista. Molto comunista. Sì. Però colto. Colto e figo. Tanto figo, come testimoniavano i completini di cachemire, il sigaro pendulo per sentirsi quasi Che Guevara, i portaocchiali al collo che in tutta la storia dell’umanità si è potuto permettere giusto Ivan Graziani. E poi quella “erre”, che il Lider Fausto soleva arrotare su se stessa con fare sommamente compiaciuto, prima di dispensare l’agognato Verbo lenin-marxista-bertinottista. Di lui forniva un’imitazione magistrale Corrado Guzzanti, più vera del vero come lo è quella di Maurizio Crozza quando dà vita al sempre più improponibile Renzi. Emblema della sinistra salottiera e velleitaria, massimalista al punto giusto da non contare nulla e per questo stimatissimo dalla destra, Bertinotti – lo si scrive ai più giovani o a chi, senza neanche troppa fatica, ne ha già dimenticato le gesta politiche – è stato uno dei tanti ad alimentare speranze per poi spazzarle via. Bombardando pure, ove possibile, le fondamenta di quelle stesse speranze così bellamente disattese. Uomo del “tutto o niente”, come lo erano un tempo i Chicco Testa, gli Staino Sergio e i Genny Migliore, ha presto finito con l’accontentarsi civettuolamente della maglietta di Presidente della Camera dei Deputati. L’ha indossata, con orgoglio e medio cipiglio, dal 2006 al 2008. Dieci anni prima, come non smette di rinfacciargli Nanni Moretti (e mica solo lui), disarcionò Prodi permettendo così che la sinistra perisse definitivamente – o giù di lì – grazie alla brodaglia del governo D’Alema. Bei momenti. Sindacalista mai domo, o così pareva, il subcomandante Berty ha sempre detto di sentirsi a cavallo tra “socialismo lombardiano” e “comunismo ingraiano”. Qualsiasi cosa volesse dire. Pochi giorni fa, dal pulpito notoriamente bolscevico di CL, Egli ci ha parlato ancora. Ascoltiamolo: “La sinistra si è disfatta della storia, CL no”; “Dobbiamo porci il problema della fede”; “Il futuro senza tradizione rende succubi”. E giù applausi, e poi ovazioni, e quindi supercazzole. Così parlò il subcomandante Berty, l’uomo nato leninista e finito ciellino. Lasciando, nel mezzo del suo e nostro cammino, macerie politiche inaudite. Di cui, probabilmente, neanche si è accorto. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 29 agosto 2017)

La mirabile bellezza delle Polaroid

Schermata 2017-08-28 alle 12.51.20Durante una cena tra amici, provate a tirare fuori una Polaroid: i presenti saranno oltremodo rapiti da quell’oggetto così meravigliosamente anacronistico. La fascinazione avrà doppia motivazione: gli over 35/40 si sentiranno catapultati nel passato, mentre i più giovani vedranno qualcosa di così stravagante (e quindi affascinante). E’ il magico mondo delle fotocamere istantanee, e non pensate che sia (solo) un gioco. Lo è, e già questo basterebbe, ma c’è anche chi crea capolavori. Pensate a Helmut Newton e oggi a Maurizio Galimberti, fotografo di fama mondiale. La passione sta crescendo anche tra i fotografi amatoriali. Strano, ma neanche tanto: di fronte al parossismo di digitale, avverti per rappresaglia una gran voglia di analogico. Come per il vinile. Negli Anni Zero, le macchine istantanee sembravano superatissime. Poi, complici anche i venditori ambulanti che con fotocamere analoghe ti scattano foto-ricordo mentre sei a cena, il cambio di rotta. Fujifilm ha reso noto che le fotocamere Instax vendute nel 2015 sono state 5 milioni e 6.5 milioni nel 2016. Le pellicole Fuji Instax sono uno dei prodotti più venduti su Amazon. Ne esistono due formati: il mini, grande come una carta di credito, e il Wide, ovvero il doppio. Lo sviluppo si esaurisce in 3-4 minuti e non c’è più bisogno di agitare la pellicola: sono cambiati i reagenti. Le Wide richiedono fotocamere più grandi e assai meno comode da portare via. Uno dei difetti delle istantanee. Un altro sono i prezzi delle pellicole: se le macchine si trovano anche sotto le 100 euro (ma ne esistono anche da 300 o 400), ogni foto costa 1 euro/1 euro e mezzo. Per le Polaroid il discorso aumenta ancora: 2 euro abbondanti a foto. Qui lo sviluppo torna a essere lento come una volta: sui 10 minuti per il bianco e nero, sui 20/30 per il colore. Il prezzo fa sì che ogni scatto sia prezioso: è il ritorno al “one shot”, al non sprecare le foto come facciamo adesso con il digitale perché “tanto è gratis e poi c’è Photoshop”. Ed ecco l’ultimo difetto, che però per molti è un pregio: la labilità tecnologica. A volte l’otturatore inceppato, in altri casi lo sviluppo difettato. E’ tutto così provvisorio e così stimolante. Anche per questo, quando Polaroid ha smesso di produrre le macchine così in voga negli Ottanta e Novanta, un manipolo di appassionati ha acquistato uno stabilimento olandese Polaroid nel 2008. Ha lavorato otto anni per recuperare il recuperabile e imparare a riprodurre le pellicole. Quindi, nel 2016, si è immesso sul mercato con il nome di Impossible Project, presentando anche una macchina istantanea tutta sua. E’ la Impossible, adesso, a produrre le pellicole buone per tutte le vostre vecchie Polaroid: le 600, le Image Pro, le Spectra e la storica “portasigari” SX70 cara nei Settanta da Warhol. Nel mercato si trovano anche altre proposte: Lomography, Mint. Persino Leica. Le foto istantanee hanno un gusto magico, stupiscono ogni volta, non sono mai fredde e sanno di antico. Proprio un bel mondo. (Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2017)