Intervista a Elio: “Lo share? Me ne frego”

elio1“La tivù non è solo ascolti. Deve anche essere altro: diffusione, cultura, sperimentazione. Ancor più in Rai. Ecco perché, dal mio punto di vista, Il Musichione è stato un successo”. Così parlò Elio. RaiDue, seconda serata al giovedì: notoriamente non una fascia fortunata. L’ultima puntata ha riportato gli Area in tivù dopo trent’anni, “e se non tornavano da così tanto qualche problema in Italia ci deve essere”. Si è visto anche Filippo Graziani: “L’ho ascoltato a Sanremo. Era palesemente uno dei più bravi, ma non se l’è filato quasi nessuno. Così lo abbiamo chiamato. Siamo tornati a fare jam session in tivù. Impegno e incoscienza: le nostre cifre”.
E gli ascolti?
“Posso dirlo? Dello share non me ne frega un cazzo. Ringraziamo la Rai, ci ha dato non carta bianca ma bianchissima: infatti il programma era un caos. Ridaranno le cinque puntate in replica a orari più umani, magari andrà meglio. E comunque basta con il mito degli ascolti”.
Però sono decisivi.
“Conta solo il risultato, come nel calcio. Uno dei tanti danni del berlusconismo: o vinci o non sei nessuno. Nella musica questo atteggiamento ha portato a un abbassamento spaventoso del gusto. Bisogna operare per un lento e costante processo di innalzamento del livello. Non è facile: per chi mangia da sempre hamburger, un cibo di pregio può risultare indigesto”.
X Factor è un hamburger. O no?
“Chiaramente non è un prodotto rivoluzionario, anche se a Sky è migliorato. Lo volevo fare un solo anno, sono rimasto quattro. E non lo farò mai più: mai più. Sono contro la filosofia dei talent, ma se non li avessi frequentati non sarei diventato un volto noto e non mi sarei potuto permettere Il Musichione. Che ha confermato tutti i paradossi dell’Auditel”.
Tipo?
“In una puntata abbiamo messo due stuntman che si scazzottavano, esortandoli a esagerare per fare ascolti. Una provocazione, ma poi quel momento è stato davvero il picco di share”.
“La televisione ha la forza del leone e ti addormenta come un coglione”. Era Jannacci.
“Nel 1999 simuliamo a Mediaset una contestazione di spettatori delusi dalla nostra “commercializzazione”. Io reagisco male, quasi picchiandoli, e la conduttrice Tamara Donà ferma tutto. Una cosa studiata nei dettagli, ma su Youtube credono ancora che lo scazzo fosse vero. Volevo proprio questo: dimostrare che la tivù ha un potere spaventoso”.
elio2I finti contestatori dicevano che giocavate agli alternativi ma poi andavate in giro con le Mercedes. Oggi fate pubblicità e talent.
“Ci sarà sempre qualcuno che ci riterrà venduti. Sono quelli che ripetono “eravate meglio prima”. Pazienza. A un certo punto devi fare una scelta: sto fuori dal sistema, faccio il puro e non incido, oppure ci entro dentro, sfrutto la mia fama e provo a cambiarlo?”.
Il suo primo concerto è del 1980.
“Con due amici che non sono più nella band. A Milano, per un Festival Caf del Centro Anti Fascisti. Tutto bello, solo che non c’era pubblico. Giusto qualche pensionata ai lati del giardino. Avevo 19 anni e un repertorio assurdo. Più o meno come adesso”.
Negli anni Ottanta i vostri concerti circolavano come bootleg attraverso audiocassette di culto. Quand’è che avete raggiunto il successo?
“Forse non lo abbiamo mai raggiunto e non mi pongo il problema. Se fossimo diventati famosi di colpo, ci saremmo dati a droghe e psicofarmaci. Molto semplicemente, e procedendo per gradi, a un certo punto l’hobby è diventato lavoro. E adesso siamo meno precari di altri”.
Prima del musicista, che lavoro faceva?
“Tanti. Sono stato quattro anni alla SIA, la Società Interbancaria per l’Automazione. Doveva servirmi come apprendistato per la laurea in Ingegneria, in realtà durante quel contratto ho inciso due dischi e in Ingegneria mi sono laureato dopo”.
Altri lavori?
“Montavo i proiettori Sony e lavoravo in una sala corse. Prendevo le scommesse di gente che non lavorava mai e spesso era pure criminale. Dovevi stare attento a non pronunciare i nomi dei cavalli o si incazzavano, perché erano scaramantici. Tornavi a caso intriso di fumo da fare schifo”.
Avete vinto molti premi.
“Mi interessano poco. Il mio obiettivo è sempre stato non avere successo, ma fare cose strane e farle bene. Scoprire fino a dove avrei saputo spingermi e trasmettere qualcosa. I premi saranno belli da guardare quando sarò vecchio, ora me ne frego. So che quando dici queste cose passi per stronzo, ma è così”.
Siete riusciti a “trasmettere qualcosa”?
“Bah. Tutti ci dicono “bravi bravi”, ma non trovo un ventenne o trentenne che sappia farmi sobbalzare dalla sedia per quanto è bravo. Vuol dire che abbiamo fallito nella semina e che il berlusconismo ha desertificato quasi tutto. La musica è ormai un sottofondo da supermarket, mentre per me è arte. E la politica deve avere un “sogno”, mentre è quasi solo Bar Sport”.
Le vostre parodie hanno fatto arrabbiare molti colleghi.
“Mietta è stata la più autoironica. In una canzone la tratteggiammo come lesbica; all’inizio ci rimase giustamente male, poi è diventata un’amica. Nel ’90 facevamo le parodie del Festival di Sanremo in semi-contemporanea, in un teatro ad Arma di Taggia”.
Una delle più note era “Verso l’ignoto” cantata da Gianni e Marcella Bella. Autore Mogol.
“Che non gradì. Trasformammo quel testo nel percorso di uno stronzo vero, che cade nel water e comincia un suo lungo viaggio, appunto verso l’ignoto. Un brano per me geniale, ma Mogol non apprezzò e negò l’autorizzazione per incidere la canzone”.
Avete collaborato con Bertoli, Finardi, Dalla, Bisio, Fogli, Abatantuono.
“Tutti molto gentili. Quello che ricordo con più affetto è Enrico Ruggeri: fu il primo che cercai ed ero emozionatissimo. Anche per le nostre sigle di Mai dire gol c’erano calciatori e allenatori che si mettevano in gioco. L’autoironia è la qualità più importante nella vita”.
Nei concerti dite ancora che Pippo Baudo vi tolse la vittoria del Festival.
“Un gioco con fondo di verità. Era il ’96, arrivammo secondi con La terra dei cachi dietro Ron e Tosca. Ci furono indagini, mi interrogarono. Un carabiniere mi rivelò che, dai dati in loro possesso, risultava che fossimo stati noi i veri vincitori. Anni dopo ho incontrato Giorgia: anche a lei avevano detto che, dai dati in loro possesso, era stata lei la vera vincitrice. Boh”.
Una delle figure mitiche dei vostri concerti è l’architetto Mangoni.
“Il mio idolo fin dalle scuole, lo tengo d’occhio da sempre. Il più grande esecutore che conosca: gli dici una cosa e la fa. Ai miei occhi è già nell’olimpo degli dèi”.
Nel 1998, a 36 anni, muore Feiez. Stava suonando Rockin’ in Rhythm di Duke Ellington.
“Sapeva fare qualsiasi cosa: tecnico del suono, fonico, sassofonista, chitarrista, cantante. Un vero one man band. Con lui ho perso un fratello. Ricordo il giornalista che mi chiedeva di commentare la notizia fuori dall’obitorio. Feiez se n’era appena andato. Sono un non violento, ma è stata l’unica volta che ho pensato di picchiare qualcuno”. (Il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2014)

Non sono cattivo. E’ che mi disegnano così (cit)

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Lo strano caso di John J. Frigna

Schermata 2014-04-14 a 12.20.14Ho letto con molta attenzione i vostri commenti relativi alla puntata di due sere fa a Otto e mezzo. Potrei fermarmi allo share molto alto e al fatto che il mio nome sia finito tra i trending topics di Twitter. Il mio ego ne è rimasto appagato. Voglio però andare oltre. Di solito, quando vado in tivù, a fronte di un 80% del web che reagisce positivamente c’è un 20% che mi accusa di tutto. E’ una parte di Rete che mi attaccherebbe anche se dicessi che l’acqua è bagnata, e ci sta. Venerdì sera c’è però stata una negatività attorno al 30%. Ed è esattamente a quel surplus di 10% che voglio anzitutto rivolgermi adesso. Sarà la prima e ultima volta che tornerò sull’argomento. E perdonate la lunghezza del post (ma tanto ci siete abituati).
Mi spiace se ho deluso qualcuno tra voi, ma quella criticità “aggiuntiva” era tanto prevista quanto inevitabile: faceva parte del gioco. Nel momento in cui accetti di partecipare a una puntata fortemente bipolarizzata, sai bene che anche le reazioni risulteranno senza mezze misure: o “l’hai asfaltato, sei un grande” (la maggioranza) o “sei un servo di Grillo, brutta merda” (una minoranza più cospicua del solito).
Avevo previsto tutto: la trama della puntata e le frignate dell’interlocutore, che avrebbe poi gridato alla congiura (“Al Fatto hanno tagliato ad arte le clip”: lo dice sempre) e al martirio dopo la prevedibile Waterloo. Avevo previsto anche le battute originalissime “Se lo conosci lo Scanzi” e “vi giuro che non gli ho guzzato la fidanzata” (fossi in lui non toccherei quell’argomento: ma se vuole lo tocchiamo), i retweet dei complimenti (il marker più evidente per tradire insicurezza: ci sono passato anch’io) e il (breve) “best of” dei tweet che gli davano ragione, da pubblicare in calce a un lungo articolo frignone per convincersi di avere vinto la “sfida” (accadeva anche in A Beautiful Mind di crearsi mondi immaginari, ma almeno John Nash era un Premio Nobel). Ha pure scritto che “l’ho resuscitato“: salvate il bonsai John J. Frigna.
Ridirei e rifarei tutto, pause comprese. Il fu Joe Passerina sognava di essere Ringo Starr e si è ritrovato neanche Pete Best. In bocca al lupo: sopravvivere non sarà facile, nemmeno quando lo rivedrete verosimilmente candidato nel Pd come groupie renzino.
Rispondo alle vostre critiche.

 

Schermata 2014-04-14 a 12.20.411) “Maleducato”, “saccente”, “arrogante”, “presuntuoso”, “antipatico”. Tutto vero. Non ricordatemi le mie qualità: le conosco a memoria. Ditemi se e dove ho asserito il falso, non ditemi che sono saccente e antipatico. Non mi interessa e lo so da solo. Sempre stato, anche a scuola. Ero così arrogante che, quando mi interrogavano, mandavo via il professore e mi interrogavo da solo. Giusto per avere il brivido di ricevere una domanda intelligente.
2) “Hai vinto troppo facile“. Vero, ma anche Van Basten non segnava solo a Dasaev in finale degli Europei. A volte gli toccava fare quadripletta anche a un Goteborg qualsiasi.
3) Sembravi Sgarbi”. E’ un’offesa? Sgarbi è una delle persone più intelligenti d’Italia e più scaltre nell’usare il mezzo televisivo. Poi non lo condivido quasi mai, ma l’offesa sarebbe casomai se vi avessi ricordato Menichini o la Picierno. Ogni tanto la funzione Sgarbi mode on va usata (E comunque non ho quasi mai visto Sgarbi così calmo).
4) “Sei sceso sul personale“. No: ho semplicemente ricordato il pedigree di John J. Frigna. Ha promesso di dimettersi, ma non lo ha fatto. Andava in tivù a dire che Grillo era Dio, per esempio da Santoro, quando pensava l’opposto (vedi il fuorionda da Formigli). Diceva che il M5S doveva andare oltre i talkshow, però poi si faceva invitare nelle tivù rionali coi soldi pubblici. Garantiva che partiti tipo Italia dei Valori erano accrocchi di residuati bellici e dunque mai ne avrebbe fatto parte, poi però si è candidato con Rivoluzione Civile (con risultati che profumano di leggenda). Si atteggia a Solzenicyn, ma è stato cacciato dal M5S per il limite – sempre esistito – dei 2 mandati e per motivi “privati” che per decenza non rivelo. Per ora. Potrei andare avanti, per esempio ricordando quando telefonò inviperito a Peter Gomez perché un blob della bravissima Gisella Ruccia sul Fatto.it ne evidenziava le incongruenze ciclopiche. Potrei ricordare quelle centomila cose che so di lui e della sua rete di giornalisti (e giornaliste) compiacenti. Ma non lo faccio. Per ora.

pinocchio5) “Lui parlava di contenuti e tu no“. Che puntata avete visto, ragazzi? Vi è sfuggita l’afasia tenerissima quando abbiamo parlato di 416ter (e 416bis) e John J. Frigna ha farfugliato un “ehhh effettivamente ha ragione” dopo una pausa che in confronto Celentano è Eminem? (nel video del Fatto la pausa è stata tagliata: per non infierire). Vi è sfuggito che ha detto il falso su Gratteri e perfino su Ingroia, teoricamente il suo leader politico, che secondo John J. Frigna erano entusiasti del patto al ribasso sul voto di scambio? L’avete sentito sulle Province, sulla riforma del Senato? Cosa c’è di politico nel dire “davanti a me i 5 Stelle scappano come conigli”, altra frase peraltro che rivela come John J. si sia creato un mondo parallelo in cui lui è Mazinga e Di Maio una cureggina? Se io ho davanti un incoerente seriale e rosicone, non è che “scendo sul personale” ricordandogli le incongruenze. Mi limito a ristabilire la verità. Altrimenti è “scendere sul personale” anche quando ricordi alla Santanché quello che diceva su Berlusconi.

6) Eri troppo arrabbiato“. Macché. Casomai ero troppo rosso, intendo proprio cromaticamente. Non so perché, saranno stati i filtri (neanche ero truccato) o il sole di Alassio. Boh. Quando mi sono rivisto, il mio narcisismo mi ha tolto il saluto. Giustamente. E’ però anche vero che, accanto al grigio topo, il rosso si nota di più (oops). Non ero arrabbiato: ero solo – lo confesso – mediamente schifato e disgustato dall’interlocutore. Meglio Brunetta e Cicchitto: più coerenti, più stimolanti, più intelligenti. Non ero arrabbiato: ero volutamente sadico. Premesso che i toni della (bella) puntata sono stati duri ma civili, e questo anche per merito di John J. Frigna, non chiedetemi di essere educato e garbato tout court. Non lo sono. L’educazione si merita. E non tutti la meritano. La divertita ferocia dialettica, in certi casi, è l’unico esperanto possibile. Un esperanto antipatico, ma funzionale, efficace e liberatorio. In quella famosa puntata di Piazzapulita del settembre 2012 c’ero anch’io. Fui l’ultimo a parlare prima del fuorionda. Mi chiesero cosa pensassi di John J. Frigna. Risposi che “non mi convinceva, mi è sempre sembrato un arrivista“. John J. Frigna è il classico politico di professione, tutt’altro che stupido, ambizioso 199e furbino. Nel Pd di Renzi starà benissimo. Ha usato il Movimento 5 Stelle come trampolino di lancio, fin dall’inizio. Negli anni Ottanta sarebbe stato socialista craxiano. John J. Frigna è un Intini 2.0, però più pallosetto. Non ci voleva uno scienziato per capirlo. Me lo ricordo, John J. Frigna, quando partecipava ai simposi di MicroMega o ad Agorà su RaiTre, con quella sua aria da Marchese del Grillo mignon: un invito vivente a non votare mai 5 Stelle, roba che in confronto Maruzzella Fucksia è Nilde Jotti. Purtroppo per lui ha lanciato la volata troppo presto, come un ciclista ambizioso senza talento, e adesso al suo posto ci sono i Di Battista. E John J. Frigna comprensibilmente rosica, perché sente che gli hanno “rubato” il posto. Che dire? Stacce (cit).

In questi anni, a parte una puntata di febbraio 2013 a Piazzapulita, non ho mai accettato di partecipare a talkshow con la sua presenza. L’ho fatto venerdì una volta per tutte, da un altro studio e a debita distanza. Conservo ancora i suoi messaggi in cui mi esortava a prendere una birra insieme, così poteva raccontarmi “come stanno davvero le cose“. Ci ho pensato un po’, ma non ho mai accettato. Riterrei più auspicabile una cena con Dell’Utri a Beirut. Lo scorso 18 ottobre, dopo la scomunica di Grillo e Casaleggio nei miei confronti, John J. Frigna mi scriveva: “Io ti avevo avvisato nei camerini, ricordi?” Sì, purtroppo ricordavo: alludeva alla puntata di Piazzapulita del 13 febbraio 2013. Prima della diretta venne a piangiucchiare davanti a me, cercando di intenerirmi nella speranza di evitare lo scontro in studio. Mi tenne lì quindici minuti, lagnandosi di Grillo Hitler e Casaleggio Goebbels, non mancando di sottolineare come per colpa del fuorionda avesse sofferto molto. Lo ricordo come uno dei momenti meno appassionanti della mia vita. Il suo sms del 18 ottobre, a suo modo affettuoso, proseguiva sostenendo che Grillo e Casaleggio mi “disprezzavano ritenendoti di sinistra” ma che io avevo “cavalcato l’onda del successo, divertendoti soprattutto nel massacrare quei poveretti finiti nel tritacarne del duo”. Poi presagiva il futuro: “Ti hanno usato finché gli sei servito. E presto capirai anche la bassezza di molti parlamentari che haimé (sic) conosco da anni“. Il messaggio si concludeva con un saluto di stima: lo ringraziai e ringrazio, ma non potevo né posso ricambiare. Gli rispondo oggi come feci quel 18 ottobre 2013: non ho stima di lui, faccio il giornalista e non il politico, e del parere di Grillo e Casaleggio mi interessa poco. Anzi quella scomunica mi faceva pure gioco, perché ribadiva quanto fosse disonesto ritenermi al loro soldo.
E’ sempre sua la bugia secondo cui Grillo si inalberò per il mio libro “Ve lo do io Beppe Grillo” del 2008. Lo cito testualmente: “Grillo mi mise in guardia “attento perché Scanzi è un’opportunista, ha scritto un libro scopiazzando il mio blog senza dirmi nulla e voleva farci il grano. Belin gli ho risparmiato una causa che l’avrei rovinato e ci siamo accordati sulle percentuali. Oggi vuole campare come esperto mio e del M5s, capisci!”. Falso anche questo. Totalmente falso. Per favameglio dire: è probabile che Grillo abbia detto a John J. Frigna di non aver gradito il libro, di cui comunque fu da me preventivamente avvertito, ma non me l’ha mai detto. Di sicuro Mondadori non mi ha mai comunicato accordi con Grillo “sulle percentuali” (dubito che lo abbia fatto senza avvertire l’autore) e quando rividi Grillo, nel 2009 a Torino e nel 2011 ad Arezzo, non mi pareva esattamente arrabbiato con me.
Vorrei poi sapere due cose, anzi tre. 1) Se Grillo e Casaleggio mi odiano perché sono di sinistra (?) e perché ho scritto un libro non autorizzato (??), come faccio a essere il loro servo? 2) Se Grillo e Casaleggio mi odiavano per i motivi suddetti, e John J. Frigna allude al periodo 2008-2011, com’è che proprio nel settembre 2011 entrambi mi chiesero di scrivere un libro a sei mani per la Casaleggio Associati, una sorta di “Bar Sport” del web, proposta che io rifiutai? 3) Dove ha imparato John J. Frigna a usare i congiuntivi (“espellino”, venerdì sera a Otto e mezzo) e più in generale la grammatica (“un’opportunista”, maschile con l’apostrofo)? Più che lo Scilipoti dei 5 Stelle, è forse più corretto definirlo il Razzi grillino.
Concludendo: ho per lui la stessa stima che ha Travaglio per Filippo Facci e Pietro Grasso, e cito volutamente due persone nei confronti delle quali Marco nutre una disistima tale da non nominarle neanche (il primo) e da non frequentare neanche per disgrazia (entrambi). Quella puntata non poteva andare che così, e non ce ne saranno altre. Molti di voi mi diranno che infierire sui pesci piccolissimi è una perdita di tempo. Forse avete ragione, e vi ringrazio della premura, ma – credetemi – Muhammad Ali si divertì non poco a demolire Ernie Terrell. Ben sapendo che non tutti gli avversari potessero chiamarsi Foreman o Frazier. Era il 1967, prima della squalifica per il “no” al Vietnam. Terrell, nelle settimane antecedenti al match, si era ostinato a chiamare Ali “Cassius Clay”, il suo “nome da schiavo”. Ali non gradì e sul ring ne fece scempio. Gli dissero: “Sei stato troppo cattivo”. E Ali: “No, è lui che è troppo stronzo”.

P.S. E’ davvero curioso come la narrazione dei detrattori segua logiche oltremodo bizzarre. Nella puntata di venerdì ho esortato Renzi a trovare punti di contatto con M5S; ho detto che stimo Pizzarotti (tutt’altro che nelle grazie di Grillo); ho ribadito che la mia tazza di tè è anzitutto quella dei Rodotà & Zagrebelsky; ho ricordato che spesso mi sono trovato in sintonia con i dissidenti (quelli veri, non quelli finti e frignoni); ho ribadito che Casaleggio non mi convince. Per essere un “servo di Grillo”, che non ho sentito né visto per quasi tre anni (mi cascasse addosso Crosetto se dico il falso) e che ho rivisto giusto lunedì scorso dopo il suo spettacolo a Milano per un saluto nei camerini, ho un ben strano modo di muovermi. Se poi essere “servi di Grillo” significa non avere rispetto per i bugiardi seriali arrivisti; se significa stimare i Morra e le Sarti; se significa amare la Costituzione; se significa pensare che Renzi non è Gesù di Rignano; se significa trovarsi d’accordo 8 volte su 10 con le battaglie dei M5S (che spesso sono anche quelle dei Landini e Rodotà), e trovarsi d’accordo non perché si è pagati ma è così che la si pensa: be’, se essere “servi” equivale a questo, allora sì. Lo sono. Come milioni di italiani.

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Se il gioco è quello un po’ infantile del dover per forza mostrare chi ce l’ha più lungo, mi adeguo.

tt@ Grande Andrea, ha smascherato il vero Favia, oramai prima racconta balle sul M5S e poi cerca di costruirci intorno un tentativo di renderle “credibili” povero Pavia trombato dalla politica dovrà tornare a lavorare…… se riesce a trovare lavoro.
@ Ci sono Giornalisti e Servi ,voi che criticate Andrea Scanzi per quello che dice e per come lo dici,siete abituati a vedere servi in mano ai partiti,a molti me compreso questi giornalisti SERVI,fanno venire il vomito,a me è a tanti altri,piace l’informazione LIBERA,tanto di cappello ad avere un Giornalista che dice la VERITÀ come Andrea,se a voi non piace cambiate canale!
@ E’ vergognoso che questo emerito ignorante venga in TV per raccontare solo balle e avere acredine e non raccontare nulla di intelligente , menomale che è fuori dal M5S… Grande Andrea Scanzi..a Favia Lo ha annientato e reso ridicolo ancora più di quello che è..
@ Sei stato grande !!! bravo Andrea pacato, corretto e ironico al punto giusto sempre interessante ascoltarti…
@ Splendido come hai sotterrato Favia..lui c’ha messo del suo ma contro Scanzi c’è poco da fare.o dici le cose come stanno o lui ti distrugge verbalmente.grande Andrea
@ Favia asfaltato….faceva quasi tenerezza
@  Grande Andrea, quel sig. nessuno parassita andava asfaltato così e come dice un mio amico, piacione come te, anche le tue critiche sono ben accette xchè costruttive e nn prevenute!!!!!
@ pian piano devo ammettere che la sto decisamente rivalutando ed apprezzando.buon lavoro!
@ Fenomemo di SCANZI. Speriamo che questo Favia la capisca una volta per tutte. Da come Scanzi gli ha spiegato le cose dovrebbe essere così; dovrebbe smetterla di piangere sul latte versato. Il suo destino è ormai segnato, non potrà mai diventare un leader e se fosse rimasto nei ☆☆☆☆☆ non avrebbe mai potuto raggiungere il livello di Morra e degli altri che Scanzi ha nominato. È inutile che continui a dimenarsi; non ha la stoffa e basta.
@ Ti mancava la bandana di Chuck Norris e poi eri a posto Andrea. A tanti non sei piaciuto perché ormai sembri un attivista #M5S, non che sia un male visto l’attuale andazzo… ma voglio rispettare la tua onestà e dirti che mi sei sol parso incazzato il giusto, specie con un fraudolento come Favia.

scanzi2@ Scanzi può non piacere
per come parla e veste
ma conta n’dà a vedere
se dice cose “oneste”
Purtroppo ce se ferma
spesso alla superficie
Si guarda come afferma
e non che cosa dice
Se pensi a qualche scandalo
chi te sovviene? Grillo
che sarà pure “ un Vandalo”
ma è stato er primo a dillo.
Er mesto Favia farà pure tenerezza
spesso fò r’tifo anch’io per chi le prende
ma li fatti di Andrea so’ na certezza
se visti con gli occhi senza bende
Se stai a parlà de fatti
ce vedi le perzone
Se stai a parlà de niente
ce vedi Capezzone.
@ Finalmente un GRAN GIONALISTA.
@ io potrei anche sbagliarmi ma favia è un personaggio a dir poco non credibile e intellettualmente poco onesto…Scanzi è famoso per la sua estrema sincerita’,non lo stima e non gliele manda a dire…comunque forse si é scaldato un po’ troppo d’accordo ma cara Lorena si informi quando dice che Grillo è un opportunista e che aveva la possibilita’ecc. ec..era il pd che non voleva cambiare il paese con lui! suvvia sveglia! Altra considerazione: criticate tanto il Movimento che danni non ne ha fatti (dato che non volete ammettere o non siete al corrente di cio’ che ha fatto) e non criticate chi ha fatto danni per anni?
@ bravo,,,,stasera anche se non aprivi bocca sarebbe cambiato poco,,,,favia si sarebbe sputtanato ugualmente con le sue mani
@ Bravo Andrea… le stesse cose che avrei detto anch’io a Favia. Complimenti. Per chi dice che non ha risposto sui meriti ma attaccato personalmente : o non avete visto la puntata oppure vi conviene dire così… Spiegate sul voto di scambio, sui due mandati, ecc. Ecc.. E come disse di Battista:l’ipocrisia è il cancro del paese
@ Mai visto un martirio laico simile. Ho provato compassione per lui (ma anche no)
@ Io ti ho visto e Ti dico che secondo me sei stato STREPITOSO annullando quell’ipocrita che viene chiamato solo per parlare male di GRILLO
ottomezzo@ Grandissimo Andrea Scanzi hai demolito quel ragazzino inutile.
@Incontro impari Favia è in malafede e si vede e Andrea affonda come nel burro.
@ -la vedo in difficoltà Favia- cit grande Andrea.
@ grande andrea, hai asfaltato quel pezzente di favia
@ Hai lievemente asfaltato favia
@ Grazie di aver ripristinato almeno un briciolo di veritá. Sembra incredibile l’accanimento e aver l’onere di difendere nei suoi limiti e pregi il M5S non è certo semplice di fronte al feroce rantolìo della sporca politica morente. Grazie.
@ Favia l’hai ridotto uno straccio poverino!!
@ Potevi inveire di più ed essere + Cattivo
@ Scanzi un grande Giornalista,ma L’altro chi è?
@Scusate come si può dare contro a Scanzi !!! ha solo portato argomenti che fin’anche il furbo di Favia le dava ragione..ma quale violenza era solo un dibattito dove il sig.Favia,per altro argomentato malamente ed aleatoriamente scivolava sullo specchio…sicura ed ineccepibile la preparazione di Scanzi semmai Favia non doveva accettare il confronto con una persona così preparata…ma poi ditemi a una persona ingrata così come Favia..che altro non fa …gratuitamente sputtanare il m5stelle ad ogni occasione politica …cosa dovevano offrirgli, per caso un lucano !!!!!!
@Credevo che Favia, nonostante la sua malafede, fosse una persona intelligente. Evidentemente mi sbagliavo, questo non si rende neanche conto quanto sia patetico ogni volta a sparlare, a denigrare il M5S………Mi fa tanta tanta pena, poerino………Da che pulpito poi…….
@ Il fatto che Favia, che non è NESSUNO, un anonimo consigliere senza talento , capacità o argomenti venga invitato al solo fine di spargere menzogne e veleno su M5S dimostra quanto sia marcia l’informazione..grazie a Dio esistono gli Scanzi…grandioso, preparatissimo, mordace, controllato, altra categoria!
@ Io trovo che Scanzi abbia trattato il fallito favia molto meglio di ciò che avrebbe meritato. Il saccente è stato favia che dopo essere stato giustamente espulso vorrebbe fare il saputello nei confronti dei suoi colleghi come Di Maio, Di battista, Lezzi, Ruocco e, mi fermo qui anche se la lista sarebbe davvero ancora lunga. Ed infine ha alluso al fatto che gli uomini di punta, e non intendo certo Grillo e Casaleggio, hanno paura di incontrarlo pubblicamente. Favia, stai tranquillo, dopo la tua decadenza da consigliere regionale, trovati un altro lavoro perché di politici come te ce ne abbiamo già moltissimi.
@Vulgar display of power. L’ho riguardato tre volte per non perdermi un secondo di questo devastazione… Favia annichilito !
@Senti uno che usa il suo cervello e non scrive mai frasi copia e incolla: LO HAI DISTRUTTO! Non ho MAI visto qualcuno cancellare così spietatamente un ospite in un talk show, mai! E Favia se lo merita…uno che davvero ha fatto di tutto per allungarsi la vita politica e che spero sparisca alle prossime elezioni.

(Potrei andare avanti per altri due giorni, citando almeno altri 1000 commenti tratti da Facebook e Twitter, ma mi fermo qui).

Fognini, elogio di un “antipatico”

Fabio-Fognini-Brontolo-entusiasta-delle-Olimpiadi_h_partbIl difficile, per Fabio Fognini, comincia adesso. Fin qui ha relativamente navigato sottotraccia. Gli appassionati ne sentono parlare da molti anni, i fans della prima ora garantivano che quel ragazzo nato a Sanremo nell’87 e residente ad Arma di Taggia fosse il tennista italiano più forte dai tempi di Adriano Panatta. Avevano ragione, ma la loro era un’intuizione per addetti ai lavori. Da alcuni mesi, e da domenica più che mai, è una verità condivisa. L’Italtennis è tornata in semifinale di Coppa Davis dopo 16 anni e il merito è quasi interamente di Fognini. Quel tre a zero a Murray pare una sorpresa, ma lo è solo in minima parte. Murray è sceso in ottava posizione e un Fognini sano non parte sfavorito con lo scozzese. Non sulla terra. Nelle ultime settimane aveva patito dolori al costato, ma domenica Fognini non pareva certo infortunato. Ora l’Italia trova in trasferta la Svizzera di Federer e Wawrinka. Gli elvetici sceglieranno una superficie rapida, aspetto che rende ancora più sbilanciato il pronostico a favore dei padroni di casa.
Fognini divide molto gli appassionati. Chi lo odia e chi lo ama. Il motivo è semplice: Fognini non è simpatico. Non in campo, almeno. Per certi versi è l’emblema dei tennisti italici mal sopportati da Nanni Moretti in Aprile, quelli con “le spallucce vittimiste” che “perdono sempre per colpa Italy's Fabio Fognini gestures as he pladell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa loro”. E’ assai simile a Paolo Cané, meno spettacolare ma anche più forte. Da Panatta e Barazzutti in poi, l’Italia ha avuto pochi top 20 e mai nessun top 15: Camporese (l’unico potenziale top 10), Furlan, Gaudenzi e Seppi. Fognini è numero 13 e una sua entrata nei top ten è tutt’altro che impossibile. Dall’estate scorsa a oggi ha vinto tre tornei e raggiunto una finale, sempre sul rosso. E’ innegabilmente un terraiolo. Sta crescendo anche altrove, come testimoniano gli ottavi ad Australian Open, Indian Wells e Miami, ma dà il meglio sulla terra battuta. Allo stato attuale, sul rosso, non solo vale i primi 10 ma pure i primi 5: in quella superficie parte battuto solo con Djokovic e Nadal, mentre se la gioca con Federer, Ferrer, Wawrinka e Berdych. Fognini è un attaccante da fondocampo. Rovescio bimane, rapidità di movimenti, grande sensibilità e talento innegabile. Tatticamente scaltro e in grado di variare, ha per kryptonite vera – oltre a una seconda di servizio malinconicamente fragile – proprio se stesso. Fognini è in grado di entrare e uscire da una partita con leggerezza sconcertante. Può tranquillamente vincere il primo set 6-1 e perdere il successivo 0-6. Molti suoi match sono autentici psicodrammi, ancor più se affronta
2067169-fabiofogninimontecarlorivali non meno umorali (tipo Gael Monfils). Ha inanellato “perle” che furoreggiano su Youtube. A Wimbledon, contro Melzer, si buttò in ginocchio sul campo di fronte a una chiamata sbagliata dell’arbitro, facendo ridere tutti i presenti. Monologhi e parolacce si sprecano, come pure i suoi flirt (l’ultimo pare essere Flavia Pennetta). Non pochi raccattapalle potrebbero raccontare aneddoti inequivocabili sulla sua mancata iscrizione a Oxford. Talora Fognini si è consegnato definitivamente alla leggenda, per esempio quando a Cincinnati 2013 regalò la vittoria a Stepanek con un ultimo game lisergico. Ovvero: doppio fallo e pallina scagliata fuori dal campo (warning e 0-15); ancora doppio fallo e pallina scagliata fuori dal campo (warning e 0-30); penalty point (0-40); fallo di piede sulla prima di servizio, fallo di piede sulla seconda di servizio e dunque doppio fallo. Game, set and match per Stepanek. Fognini è Atp-Tennis-img12690_678oggettivamente un pazzo scatenato, ed è vero che certe schizofrenie agonistiche poteva forse permettersele solo John McEnroe. I puristi bacchettoni lo reputano maleducato e per questo non tifabile. Posizione rispettabile. Dimenticano però che, negli ultimi quindici anni, il tennis è stato – salvo rari casi – noiosamente prossimo a uno smisurato presepe. Tutti buoni, tutti giusti, tutti garbati. Sbadigli, carisma al minimo sindacale (Federer compreso) e invasione di politically correct. Una delle forze del tennis è sempre stata lo scontro di caratteri. Chi ha visto “Rush” sa che la Formula 1 degli Anni Settanta era davvero un’altra cosa, e lo era anzitutto per la contrapposizione di carismi opposti. Chi ha visto “Quando eravamo re” sa che la sfida tra Muhammad Ali e George Foreman non fu mai solo un incontro di boxe. Lo sport, per ambire alla dimensione epica, ha bisogno di spigoli. Di monelli. Di “cattivi”. Fognini, in campo, è arrogante e supponente. Ma fa “male” solo a se stesso. Non ha obblighi morali verso i tifosi, né intende assurgere a modello comportamentale. Nella calma piatta del tennis attuale, incarna l’anomalia sgarbata. Tanto respingente a prima vista, quanto divertente e necessario a ben pensarci. Lo vorrebbero garbato, canonico e inquadrato: per fortuna non lo è (Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2014)

 

Kurt Cobain, il suicidio degli Anni Novanta

dueFu una strana cronaca di una morte annunciata, quella di Kurt Cobain. Tutti sapevano che sarebbe finita così, ancor più gli italiani, che un mese prima lo avevano visto finire in coma a Roma per avere ingerito “ per errore” 50 dosi di Rohypnol e Champagne. Eppure, quando l’elettricista Gary Smith lo trovò suicida nella casa al 171 di Lake Washington Blvd, East Seattle, ci fu comunque stupore. Anche se era una storia già scritta. Anche se tutti sapevano che quell’angelo aveva la pelle troppo sottile. Anche se era stato Cobain stesso a dire – anzi urlare – che non ce la faceva più. Una volta, in Brasile, salì sul palco con una maglietta su cui c’era scritto: “Mi odio e voglio morire”. Il titolo di una canzone che poi tagliò da In Utero. Il resto della band gli chiese dove mai avesse trovato una t-shirt così macabra. Lui rispose che se l’era fatta da solo e poi sorrise. Uno di quei suoi sorrisi in dissolvenza, che nascevano già malati e tristi. Come quando, il 23 febbraio 1994, quaranta giorni prima di morire, gravitò a Tunnel su RaiTre. Riuscì persino a spaventarsi per uno scherzo di Corrado Guzzanti, travestito dallo studente grunge Lorenzo. Serena Dandini lo descrisse come “una persona di una sensibilità estrema, indifesa, che difficilmente riuscivi a guardare negli occhi, con uno sguardo di paura come di un cucciolo braccato dal mondo”.
Il cucciolo braccato, dal mondo e da se stesso, si sparò al volto con un fucile a pompa il 5 aprile 1994. Venti anni fa. Lo trovarono tre giorni dopo. Accanto aveva una lettera d’addio. Era destinata al suo amico immaginario Boddah. Tra le altre cose, diceva: “Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare unoil cartellino ogni volta che salgo sul palco”. Citava anche una canzone di Neil Young, “My my, Hey Hey (Out of Blue)”: “È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”.
L’uscita di scena perfetta per il cantore (suo malgrado) di una generazione che aveva disperatamente bisogno di un nuovo martire, pronto a immolarsi prima e iscriversi poi al “Club 27”. L’età che aveva Kurt quando si ammazzò: la stessa di Jimi Hendrix, di Janis Joplin, di Jim Morrison.
La sua vita cambiò nel 1991. Nevermind, il disco più celebre dei Nirvana, solo negli Stati Uniti sforò i 25 milioni di copie di vendute e sconfisse il favorito Dangerous di Michael Jackson: da una parte la rivolta più di pancia che di cuore, dall’altra i postumi degli Ottanta malamente sfavillanti. Il grunge fu per i primi anni Novanta ciò che il punk era stato nella seconda metà dei Settanta: la protesta, l’iconoclastia, il rovesciamento del sistema non per un ideale politico ma – semplicemente – perché non se ne poteva più delle finzioni. Molte icone del grunge seguirono una sorta di copione intimamente condiviso anche nel processo di scomparsa. Una delle maniere con cui Cobain annunciò la sua morte fu un concerto crepuscolare per MTV. Diciotto novembre 1993. Un’esibizione “unplugged”, acustica, che contiene una versione straziante di  All apologies. In quella canzone Kurt era già morto. Come lo era Johnny Cash nelle American Recordings. Come lo era Layne Staley nell’MTV Unplugged degli Alice in Chains.
Cobain era l’antieroe perfetto: il tramite ideale per innamorarsi di un’utopia sufficientemente sporca e fatalmente sconfitta. Il giorno in cui l’Italia apprese la sua morte, le due notizie principali erano il suicidio di Cobain e l’accordo tra Fini e Bossi. Una sorta di decesso al quadrato: il privato e il pubblico prontamente estinti, e chi si è visto si è visto. Prima mito e poi musicista, le sue doti paiono oggi colpevolmente passate in secondo piano. Cantante prodigioso, artista dotato di una sensibilità pionieristica. Inventore di un look studiatamente errato, cristologico nei capelli e iconografico nella maniera di imbracciare la chitarra, tenendola bassa e suonandola con la mano sinistra per sottolineare la propria originalità. Drogato in ogni modo e praticamente da sempre, un po’ per curare i dolori di stomaco e molto per illudersi che il malessere potesse conoscere tregua. Bipolare. Il trerapporto problematico con i genitori separati, il matrimonio scombinato con Courtney Love, la figlia Francis Bean oggi 22enne. I suoi ultimi giorni, dubbi e complotti compresi, sono stati raccontati non senza licenze poetiche da Gus Van Sant in Last Days. Suicidi tentati, fughe da cliniche
riabilitative: gridi di aiuto ascoltati da tutti e recepiti da nessuno. Riteneva che il suo album migliore fosse In Utero, dissonante e fieramente anticommerciale. Il mondo continua a preferirgli Nevermind e “l’inno dei ragazzi apatici” Smells Like Teen Spirit. Cobain intendeva scrivere una canzone “alla Pixies”. La band ritenne inizialmente quel riff “ridicolo”. Il titolo deriva da un profumo che si chiamava Teen Spirit. Un’amica di Cobain, dopo una notte passata insieme tra alcol e vandalismo, scrisse sul muro della casa dell’artista che “Kurt puzzava di Teen Spirit”. Cobain non conosceva quel profumo e credette che la ragazza alludesse ai discorsi fatti su punk e anarchia. Lo prese per complimento: “Profuma di spirito adolescenziale” e dunque di rivoluzione. Il titolo sbagliato per un inno a una generazione non meno fraintesa e sfuocata, di cui Cobain fu – prim’ancora che portavoce – soldato in trincea. Senza alcuna speranza di sopravvivere. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2014)

Le cattive strade a Roma (Formiche.net)

unoSe si va a vedere uno spettacolo ideato e recitato da Andrea Scanzi, non si può non immaginare la presenza di qualche politico e di altrettanti simpatizzanti. Ma in sala si vedeva prevalentemente un’ampia rappresentanza della televisione italiana che partiva dall’ex direttore del TG1 e del TG4,Emilio Fede, l’ex direttore di Rai 2 Carlo Freccero ed il direttore di Rai 3 Andrea VianelloPoi c’era Myrta Merlino, volto noto di La 7, con la madre ed in compagnia di Massimo MucchettiPresente in sala anche la ballerina e conduttrice di Canale 5 Rossella Brescia, con un bel cappello nero e fasciata in un jeans stretch che esaltava le lunghe gambe. Assente Lilli Gruber, conduttrice del programma “Otto e mezzo” su La7, che vede di frequente ospite Andrea Scanzi, ma probabilmente le riprese della trasmissione glielo hanno impedito.

LE CATTIVE STRADE

Unica data romana, la tournée di “Le Cattive Strade” passa al Teatro Sala Umberto e registra il tutto esaurito. Dopo il successo per lo spettacolo “Gaber se fosse Gaber”, Scanzi narra un altro cantautore: Fabrizio De André. Non l’avevamo ancora mai visto a teatro ma solo attraverso lo schermo nei suoi interventi da spinoso e caustico giornalista, sempre critico verso il mondo politico e verso una società in decadenza (per dirlo con le parole di un altro cantautore amato: Ivano Fossati).

DE ANDRE’ IN 90 MINUTI

Nel suo ultimo libro, “Non è tempo per noi. Quarantenni: una generazione in panchina”, parla dei successi e degli insuccessi, sia artistici che politici, dei suoi coetanei. Qui scrive del contagiogenerazionale musicale partendo da una canzone di Ligabue, (che è il titolo del libro stesso), per passare da Kurt Cobain (Nirvana) a Jovanotti, fino all’esaltazione di Capareza. In questo spettacolo invece il fil rouge musicale si snoda attraverso il percorso artistico del poeta e cantautore ligure, De André. Probabilmente la morte dell’artista nel ’99, quando Scanzi aveva 26 anni, ha lasciato un’impronta così forte nel ragazzo di allora che lo ha spinto fino ad oggi a voler ricostruire, in questi novanta minuti, la passione e le continue rivoluzioni dell’intellettuale scomodo ed inquieto.

LO SPETTACOLO

freccero“Le Cattive Strade” è un incontro-spettacolo dove l’autore racconta gli elementi principe della carriera di Fabrizio De André, ripercorrendo il suo repertorio anche attraverso le interpretazioni del cantautore e attore Giulio Casale. Scanzi parte nella narrazione da “Nuvole barocche”, la prima canzone scritta a 18 anni, che definisce “non esattamente indimenticabile”. Ricorda l’iniziale percorso incerto del giovane De André, che spazia dalla frequenza di lettere fino alla facoltà di medicina, passando anche per giurisprudenza (che abbandona a sei esami dalla laurea), per intraprendere definitivamente la strada della musica. E sicuramente l’artista descritto non sarebbe il Fabrizio De André che conosciamo noi, se Mina non avesse pubblicato su vinile a 45 giri il singolo di “La canzone di Marinella” nel 1968, punto di partenza per la sua carriera segnata da incontri artistici determinanti.

L’AMICIZIA CON LUIGI TENCO

Poi  lo spettacolo ripercorre anche l’amicizia (ed il dolore vissuto nella perdita) di Luigi Tenco. Descrive i concept album  Tutti morimmo a stento”, sempre del ’68, con la “Ballata Degli Impiccati”: “Coltiviamo per tutti un rancore/che ha l’odore del sangue rappreso /ciò che allora chiamammo dolore / è soltanto un discorso sospeso” che nella sua attualità ci annienta. E poi ancora con Inverno: “Ma tu che stai, perché rimani? Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti”. Fino all’incontro con Fernanda Piovano per la collaborazione per il suo album “Non al denaro, non all’amore né al cielo” ed il Suonatore Jones: “Libertà l’ho vista dormire / nei campi coltivati / a cielo e denaro, / a cielo ed amore, / protetta da un filo spinato. Libertà l’ho vista svegliarsi / ogni volta che ho suonato”.

LA NOSTALGIA DI SCANZI

La narrazione musicale di Giulio Casale ripercorre poi Storia di un impiegato” del’73, (il sesto album discografico registrato in studio di Fabrizio De André), che con “Verranno a chiederti del Nostro Amore” lascia intravedere uno Scanzi insolitamente nostalgico e romantico: “verranno a chiederti del nostro amore / a quella gente consumata nel farsi dar retta / un amore così lungo / tu non darglielo in fretta / non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole / le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore / dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei “sempre” / nell’ipocrisia dei “mai”. non sono riuscito a cambiarti / non mi hai cambiato lo sai”. E chiude amaramente con: “continuerai a farti scegliere / o finalmente sceglierai”.

UN SERIAL KILLER SENTIMENTALE

ROSSELLA BRESCIA_2_resize_resizeNel libro “Non è tempo per noi” Andrea Scanzi si era definito “un serial killer sentimentale”, ma quando glielo ricordo, ci tiene a specificare che anche lui ha sofferto per amore: non sempre ha ferito, ma ha anche subito. E qui lascia intravedere una sensibilità in perfetta sintonia con questo testo che sembra ripercorrere un suo vissuto. Questo brano narra della crisi sentimentale e della fine di un amore, infatti De André in quell’anno si separerà dalla prima moglie. Poi, da quando incontrerà a 34 anni la donna della sua vita, Dori Ghezzi, la sua vena creativa si animerà ulteriormente per congelarsi momentaneamente solo durante quei quattro mesi in cui la coppia fu rapita dall’anonima sequestri sarda. Lo spettacolo rivive il percorso artistico attraverso proiezioni di filmati originali e foto rare di Fabrizio De André ed alcuni stralci di esecuzioni dal vivo. La storia dell’artista, per dirla con le parole dell’autore dello spettacolo, “E’ una storia per nulla sbagliata, quella di Fabrizio De André. Tra cattive strade e fiori che nascono dove meno te lo aspetti.  Una storia che continua e continuerà, in direzione ostinatamente contraria”.

I PROGETTI FUTURI
Ma alla mia domanda all’attore/autore se dopo Gaber e De André ritrarrà un altro musicista, magari il Ligabue del suo libro, o l’amato Fossati, lui risponde che, dopo queste due storie, sarà difficile narrare di un altro musicista e poeta con la stessa emozione e passione vissute in questi due percorsi. Invece, chiedendogli se “Non è tempo per noi” potrà diventare uno spettacolo, confessa che ci sta pensando, e noi ne saremmo felici.

TRAVAGLIO E GRILLO: DUE GRANDI ASSENTI

MARRA M5S_2_resize_resizeInfine sul come mai il suo fedelissimo amico Travaglio non fosse in sala Scanzi ha risposto: “Solo perché non è a Roma. Lui c’è sempre ma oggi era impegnato altrove”. L’assenza di Beppe Grillo (ricordiamo che il suo primo libro era “Ve lo do io Beppe Grillo”, con la prefazione di Travaglio appunto), era colmata in sala rappresentato da Nicola Morra presidente del proprio gruppo parlamentare in questa XVII Legislatura.
La tournée teatrale delle “Le Cattive Strade”  proseguirà con altre date ma solo nelle regioni del nord al momento, anche se l’intento della produzione è tornare a Roma, poi magari anche a Napoli ed altre città del sud. (Fabiola Cinque, Formiche.net)

Tutte le foto.

 

LE CATTIVE STRADE

Casale-Scanzi per De Andrè

Promomusic

In collaborazione con COMUNE di CAGLI – ISTITUZIONE TEATRO COMUNALE

Prossime date:

18/02 Politeama Genovese

19/02 Teatro Colosseo, Torino

20/02 Teatro Cristallo, Bolzano

28/02 – 1/03  Teatro Puccini, Firenze

14/03 Teatro di Varese

9/05 Teatro Creberg Bergamo

 

Non è tempo per noi (Nanopress)

Non-è-tempo-per-noi-spotNon è tempo per noi è il libro che Andrea Scanzi ha dedicato alla generazione dei quarantenni di oggi: eccone la nostra recensione. Il giornalista del Fatto Quotidiano (ma anche esperto di vini, scrittore, conduttore televisivo, opinionista, attore teatrale, e chi più ne ha più ne metta) passa in rassegna personaggi che, in un modo o nell’altro, hanno contraddistinto la propria generazione: figure della politica, ma anche della televisione, della cultura o dello sport.
Dai versi di Jovanotti si passa al nervosismo di Paolo Cané; dalla carriera politica di Angelino Alfano alle imprese su strada di Marco Pantani; dalle performance, sul piccolo e sul grande schermo, di Ambra Angiolini ai best seller scritti da Fabio Volo. Non può mancare, naturalmente, un accenno al (quasi) quarantenne più famoso d’Italia, cioè Matteo Renzi, rinominato “Renzie Fonzie in Pieraccioni“, autore – suo malgrado – di una rottamazione disinnescata e quindi moderata. Non è tempo per noi richiama, evidentemente, il titolo di una celebre canzone di Luciano Ligabue (di più di venti anni fa: come passa il tempo).
Per Scanzi, “il complotto ce lo siamo fatti da soli. E vuol dire che ci va bene così. Perché è proprio la retrovia che ci piace: così possiamo lamentarci di quelli in prima fila che non si spostano mai e si tengono le luci della ribalta tutte per loro“. Come dire che la generazione dei quarantenni di oggi viene dipinta in un quadro tutt’altro che idilliaco: tra critiche (molte) e ironia (altrettanta), Scanzi – con il suo consueto stile sarcastico ma perfettamente comprensibile, anche grazie a una grammatica perfetta – rivela una grande empatia nei confronti degli argomenti illustrati. Non che tutto sia a tinte fosche: basti pensare a come viene descritto Paolo Sorrentino, il regista de La grande bellezza, che secondo Scanzi è il simbolo di quello che la sua generazione avrebbe dovuto e potuto essere. Scanzi, grillologo e gaberologo, non lesina citazioni del Signor G., sia dirette che indirette, prendendo spunto in particolar modo dal disco del 2001 La mia generazione ha perso. La generazione di Andrea Scanzi, forse, non ha ancora perso, ma sta comunque pareggiando a un minuto dal termine della partita: per questo deve provare a risollevarsi, pensando anche ai suoiesponenti più rappresentativi (Nanopress)

Merita di essere letto, questo Non è tempo per noi: non è detto che ci si trovi d’accordo con le tesi illustrate, ma il libro offre spunti decisamente stimolanti.

I nostri primi quarant’anni (o giù di lì)

Non-è-tempo-per-noi-spotNell’intervista di settembre, Andrea Scanzi ci anticipava che  “Sto ultimando proprio in questi giorni il mio nuovo libro, che non sarà però un romanzo ma un saggetto in stile berselliano – un altro mio maestro – in uscita a fine 2013″. Eccolo: si intitola Non è tempo per noi, esattamente come il pezzo (e inno) di Luciano Ligabue.
Un artista che lo scrittore aretino non ha mai amato troppo (eufemismo), ma che sarà una presenza (quasi) fissa del libro.
Il tema non brilla certo per originalità (la propria generazione, i quarantenni), lo svolgimento è invece personale, caustico e profondo, tipico del toposscanziano. Lo scrittore di Cortona tratteggia un ritratto impietoso e severo della propria generazione, con aneddoti, citazioni e personaggi che hanno scandito l’epoca dei nati negli anni Settanta. A differenza di altri colleghi (anche bravi) per entrare nell’animo del lettore la penna del Fatto non usa una katana, ma una lama molto affilata, spruzzando ironia come disinfettante ed antinfiammatorio.
I quarantenni di oggi ricordano quei calciatori che più che la mancanza di talento hanno pagato la carenza di incisività e di pervicacia (stilemi, invece, dei genitori). Sono delle eterne promesse anche ora che sono vicino agli antaLa voglia di farsi accettare (dalla compagnia, dalla scuola, da tutto) ha sempre vinto (o quasi) sulla voglia di stupire (e di stupirsi): i classici equilibristi per scelta. Più spensierati che impegnati, sono bravi ma non si applicano. Una generazione che ha disinnescato la voglia di combattere guardando Non è la Rai ed Il Grande FratelloAi pochi incendiari superstiti sono stati sopiti i bollenti spiriti proprio dai quei coetanei dipinti come “la nuova classe dirigente” (de noantri): Capezzone, la Carfagna, la Gelmini.
Disinnescata: un termine che verrà utilizzato spesso nel libro per descrivere i nati nei Seventies, che criticano l’assenza di valori senza forse averne mai posseduti o comunque senza mai averli difesi con vigore. Una formazione, la nostra (chi scrive è del ’77), figlia anche da una condizione di relativo benessere. Ci troviamo nella medesima situazione di quella rana buttata in una pentola d’acqua a  fuoco lento, che non avendo vissuto lo shock della scottatura non è uscita fuori in tempo utile per salvarsi. Una condizione, quella attuale, di cui siamo sicuramente vittime ma anche attori e di conseguenza complici.
Gli anni Ottanta sono stati più divertenti che educativi, forse l’archetipo della vacua società di oggi, anche se a ben vedere la situazione odierna è ben peggiore (“Ed è forse oggi, non trent’anni fa, che davvero non ci resta che piangere” chiosa Scanzi in un passaggio del libro). Solo in apparenza individualistica, la società di oggi non ammette in realtà voci fuori dal coro, quindi il personalismo (autentico)  è ridotto ai minimi termini. E’ l’apparire che viene esaltato ma in una forma standardizzata all’estremo che produce uno sterile solipsismo. Una generazione che vola tre metri sopra il cielo (con o senza l’assunzione di sostanze stupefacenti) ma che non capisce (e neanche si sforza di farlo) cosa gli stia capitando a trenta centimetri dal naso.
grazie
Si parla anche di Matteo Renzi, la presunta rivincita dei quarantenni. Curioso il parallelo fra l’autore del libro ed il nuovo segretario del PD: entrambi toscani, quasi coetanei (li divide un anno) e con una gran voglia di emergere. Le affinità finiscono qui. Renzi rappresenta l’auto-assoluzione di una generazione senza mordente e scarsamente esigente: è sufficiente mimare le virgolette con le mani (pessimo, esattamente come la frase “Sei sul pezzo”) e recitare due slogan letti dai bignami per assurgere a leader di un Paese. Un’investitura figlia delle proprie mancanze: l’ideale per riconciliarsi con la propria coscienza.
L’eclettico “Boy di Arezzo” (così lo apostrofava Edmondo Berselli, uno dei suoi maestri) invece merita con questo saggio una laurea honoris causa in sociologia e si conferma un intellettuale non organico di sopraffina qualità.
E’ stato l’anno della sua consacrazione mediatica. Ora Scanzi non deve correre il rischio di inflazionarsi (pericolo non immediato, ma tuttavia presente quando si frequenta assiduamente il piccolo schermo). Il giornalista  deve il suo successo (anche) al rigetto dell’ecumenismo a tutti i costi e del cerchiobottismo come stile di vita: meglio continuare ad essere integerrimo dunque che popolare a tutti i costi (ecco la seconda trappola in cui deve evitare di cadere). Per fortuna i suoi anticorpi ed il suo orgoglio paiono sufficientemente robusti per scongiurare il tutto.
Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai, cantava il Liga. Forse non per tutti. Dal lavoro di Andrea Scanzi si riesce ad estrarre ciò che manca (meno di quel che si pensi) per evitare di essere la generazione del rimpianto. Solo per non averci provato” (Shiatsu77)

Non è tempo per noi, grande affresco generazionale di Andrea Scanzi

Scanzi-Non-è-tempo-per-noi-600x330“Il volto di Andrea Scanzi è ormai diventato familiare un po’ per tutti. Iperattivo, impegnato in mille campi, dal giornalismo al teatro, dallo sport all’enogastronomia (come riportato da Wikipedia è sommelier e degustatore ufficiale Ais, oltre che assaggiatore di formaggi Onaf), dalla musica al web.“Non è tempo per noi” (Rizzoli editore), già arrivato alla terza ristampa dopo poche settimane dall’uscita, è la sua ultima fatica letteraria. Un libro da leggere tutto d’un fiato, un grande affresco della sua generazione, quella dei quarantenni, quella nata nei tumultuosi e complessi anni Settanta.
Nato ad Arezzo nel 1974, alle soglie dei fatidici “Quaranta”, si è cimentato in una analisi dettagliata, impietosa e decisamente pungente – come nel suo stile – della propria generazione. Una vera e propria autocoscienza collettiva. La generazione dei nati negli anni Settanta, ovvero quei quarantenni che si apprestano, forse, a tentare di conquistare la guida dell’Italia, non tanto e non solo in campo politico, ma ancheculturale.
Forse” “ma anche” sono, in effetti, le parole che meglio sembrano meglio descrivere la generazione dei quarantenni descritta da Andrea Scanzi. Un generazione votata al pareggio, nata e cresciuta in una realtà ovattata (“generazione del presepe”), fatta di ribelli anzitempo disinnescati.
Andrea Scanzi passa in rassegna una serie di personaggi emblematici della propria generazione, sia in campo culturale che politico, sia sportivo che televisivo.
Non-è-tempo-per-noi-spotIn “Non è tempo per noi”, Andrea Scanzi passa con disinvoltura dalle imprese sportive di Marco Pantani a quelle “nervose” di Paolo Cané; dalle carriere politiche di Angelino Alfano e Matteo Orfini (nonché la rottamazione “moderata” e disinnescata di “Renzie Fonzie in Pieraccioni”) ai versi di Jovanotti; dai bestsellers di Fabio Volo alle performance televisive e cinematografiche di Ambra Angiolini.
Ne esce un quadro fortemente critico, a tratti ironico, dal quale emerge la fortissima empatia di Scanzi per gli argomenti trattati. Unica eccezione, il regista Paolo Sorrentino, emblema secondo Scanzi di ciò che la sua generazione avrebbe potuto e dovuto essere.
Lo scrittore e giornalista aretino trasporta anche nella sua nuova opera l’amore mai sopito per Giorgio Gaber. A più riprese riaffiorano, mai banali, citazioni dirette o indirette del Signor G., con particolare riferimento a “La mia generazione ha perso”, album pubblicato nel 2001, una delle composizioni più amare del padre del teatro-canzone, in cui spicca il meraviglioso brano “La razza in estinzione” (possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso, ma la mia generazione ha perso). “Non è tempo per noi”, titolo di una canzone di Ligabue assurge quasi a simbolo e contraltare alla composizione gaberiana, evidenziando il senso di disimpegno e di sostanziale auto-assoluzione del rocker di Correggio.
Se Gaber tuttavia poteva ammettere con tristezza che la sua generazione, dopo aver a lungo combattuto, avesse perso l’opportunità di cambiare davvero il Mondo, Andrea Scanzi deve ammettere con ancora maggiore amarezza che la sua generazione non solo non ha perso, ma non è mai neppure scesa in campo. Una generazione in panchina, che si è anche crogiolata della propria incompiutezza, quasi accettandola come alibi e giustificazione alla propria limitatezza, al proprio inconfessabile benché evidente desiderio di disimpegno. Andrea Scanzi non cede tuttavia al pessimismo, ma anzi propone in appendice al suo grande affresco generazionale un decalogo, “dieci buoni propositi per andare oltre il pareggio”. Il grande successo di “Non è tempo per noi” appare pienamente giustificato e pare già oggi destinato a rimanere una Polaroid fedelissima di una intera generazione”. (Mirco Giubilei, Mondoinformazione)

Intervista a Walter Veltroni

walter-veltroniIl primo ad annoiarsi quando gli chiedono di parlare di politica sembra lui. “Sì, le interviste di sola politique politicienne non sono le mie preferite”. Uno dei suoi idoli, Ivano Fossati, quando era sindaco lo raccontava come uno che dimenticava tutti gli appuntamenti istituzionali se il discorso verteva su Beatles, De André o il riff de La mia banda suona il rock (che Fossati detesta, ma Veltroni no). Cinquantotto anni, mai stato Premier nonostante l’infatuazione che imbambolò quasi tutti i media nel 2008, Veltroni è chiuso in sala di montaggio per terminare il nuovo film. E’ dedicato a Enrico Berlinguer, quasi a sancire il contrappasso sommo: raccontare l’ultimo leader di sinistra capace di generare appartenenza, e farlo da ex leader che non è riuscito nell’impresa analoga.
Che film sarà?
“Si intitolerà Quando c’era Berlinguer e ha tre piani narrativi: immagini di repertorio anche inedite; interviste; e riprese da me effettuate, però senza attori. Non so se uscirà anche al cinema, di sicuro verrà trasmesso a giugno da Sky per il trentennale della scomparsa”.
La sensazione, rivedendo le immagini del malore sul palco di Padova, è che Berlinguer capì perfettamente la gravità della situazione. Però decise di andare avanti: per non abbandonare i compagni, fino a sacrificarsi per essi.
“E’ anche la mia convinzione. Di quel discorso a Padova il 7 giugno 1984 mi hanno colpito sempre due aspetti. Il fatto che, dopo il malore, Enrico andò avanti e chiuse il discorso perfettamente, con la frase che usava sempre nei comizi. E poi il sorriso che regala a un certo punto: un sorriso indimenticabile”.
La folla gridava: “Basta Enrico, fermati”. E lui niente. Avanti.
“Credo provasse anche imbarazzo. Una sorta di pudore, da persona riservata qual era. Riteneva come fuoriluogo sentirsi male in pubblico, lo capisci da quel fazzoletto con cui si pulisce la bocca. La sera del malore, il partito e la famiglia mi chiamarono. Avevano saputo che c’era un video sin troppo esplicito e non volevano che circolasse”.
Perché chiamarono lei?
“Ero il responsabile dell’informazione PCI. Al mattino telefonai a Grazia Neri a Parigi. Il video era suo. Oggi lo avrebbero trasmesso comunque: lei invece capì e lo bloccò. Ne ebbi copia e lo vidi privatamente. Nella stanza c’eravamo solo io e Giovanni Berlinguer: fu tremendo. Enrico morì tre giorni dopo. Un giovane caro agli dei”.
Dopo di lui la sinistra non ha più avuto un leader. Cambiati i tempi o colpa vostra?
“Non so come avrebbe vissuto in questa realtà scandita da Internet. L’intervento sul compromesso storico uscì in tre articoli su Rinascita: un pezzo a settimana. Le parole “compromesso storico” comparivano giusto alla fine del terzo articolo. Altri tempi. Era poi un uomo che elaborava in solitudine: quando disse in tivù che era finita “la spinta propulsiva”, lo fece senza avvertire nessuno”.
berlinguerL’editoria è in crisi. Nel ‘92 divenne direttore de L’Unità, apportando modifiche radicali.
“Sul modello americano, volevo creare una koinè culturale senza steccati di partito. Divisi L’Unità 1 dall’Unità 2 per dare analoga importanza alla cultura. Ogni giorno c’era un editoriale culturale. Puntai molto sui collaboratori: McEwan, Veronesi, Barbato. Serra ed Ellekappa in prima pagina”.
E gli allegati? Ha sdoganato una moda poi esplosa. Pure troppo.
“Incolparmi di questo sarebbe come accusare i Lumiere di avere inventato il cinema perché così hanno permesso la nascita dei film porno. I nostri gadget avevano sempre una logica. Quando morì Fellini, “incartammo” il giornale con quattro pagine a lui dedicate. Siamo stati i primi. Volevo allargare il pubblico: così puntai sui Vhs, che ancora oggi trovo in tante case”.
Poi libri e figurine Panini.
“Il primo libro fu proprio su Berlinguer: 300mila copie. Le figurine Panini? Ho sempre avuto la fissa per la memoria e giocai sullo slogan “E tu ce l’hai Pizzaballa?”. Alle sette di mattina della prima uscita fui svegliato dall’editore: le 300mila copie erano già esaurite”.
Così facendo ha accelerato il declino de L’unità, spingendolo a investimenti sanguinosi.
“Gli allegati coincisero con grandi introiti. Passai dalle 117mila copie del ’92 alle 151mila del ’95. Casomai sbagliai nel moltiplicare edizioni e redazioni locali: un errore”.
Oggi i giornali sono in crisi.
“Stamani, alle 7, ero in aeroporto a Bari. Non c’era nessuno che leggeva un quotidiano cartaceo. Dieci anni fa lo avrebbero avuto tutti. Internet ha accelerato la crisi. E’ anche colpa dei giornali stessi, che si limitano spesso a fare ribattute di notizie date da SkyTg24 la mattina prima. Non esiste più l’effetto sorpresa”.
veltroni3Quindi i quotidiani sono morti?
“No, perché è compito dei giornali dare ordine al caos che regna in Rete e fornire chiavi di lettura diverse: coltivare la profondità, come amo dire. Non è detto che possano farlo i quotidiani, di sicuro lo fa un settimanale come Internazionale”.
Il Fatto è l’unico quotidiano nazionale in crescita rispetto al 2012.
“Siete spesso duri con me, ma non è mai stato un aspetto decisivo per suscitare in me stima o no. La critica va bene, se accompagnata da onestà intellettuale e qualità. Ed è innegabile che nel Fatto questi valori ci siano. Poi non condivido molte vostre battaglie e forzature, ma il Fatto è tra i pochi ad avere trovato la sua narrazione”.
Lei è assurto a icona del buonismo, ma adora gli irregolari. Qualcosa non funziona.
“Io adoro…anzi no, “adoro” no, è una parola che non sopporto. Amo tre categorie: coloro che sanno essere imprevedibili, come Pasolini su Valle Giulia o Gaber a teatro. Poi amo chi sa portare un progetto là dove era impensabile andare, come Berlinguer che prese un partito filo-sovietico e lo cambiò radicalmente”.
E la terza categoria?
“Gli sconfitti: da bambino tifavo gli indiani. I miei libri sono pieni di grandi sconfitti: “Il sogno spezzato” di Bob Kennedy, “La sfida interrotta” di Berlinguer. Un uomo morto due volte: la seconda a Padova, la prima con il rapimento Moro”.
Sembra divertirsi molto di più a parlare di musica che di politica.
“La cosa che più mi piace è ascoltare la vita degli altri e occuparmi di loro. Farlo da sindaco era bellissimo. Poi la cultura. E dopo, solo dopo, la politique politicienne. Una classifica forse non troppo indicata per un ex leader di partito”.
Renzi e 5 Stelle: sono in grado di generare appartenenza?
“Sì, ma un’appartenenza moderna, legata a battaglie specifiche, che non ti accompagna più dalla culla alla tomba. Un’appartenenza legata non all’ideologia, che è cosa chiusa, ma alla idealità, che è cosa aperta. Se ci riesce anche Grillo, che pure non condivido, benissimo”.
Qual è stato il suo errore politico più grande?
“Smettere di fare il sindaco e accettare il ruolo di candidato Premier. Ricordo le piazze piene e il 34%: la stessa percentuale di Berlinguer. Era doveroso accettare, ma se avessi avuto più cinismo avrei rifiutato”.
Non doveva andare in Africa?
“Ci vado di continuo. I motivi per cui non mi sono trasferito stabilmente sono personali e mi perdonerà se sarò generico. Da Fazio dissi che avrei abbandonato incarichi di vertice e sono stato l’unico a farlo. Provi a chiedere a chi mi rinfaccia di non essere rimasto in Africa: “Cosa  ha fatto lei di buono per gli altri?”. Non saprà cosa rispondere”.
E Veltroni lo saprebbe?
“La prima volta che sono andato in Africa ho visitato un orfanotrofio in Mozambico. Ci portavano i bambini trovati nei cassonetti. Oggi quell’orfanotrofio è molto più efficiente e bello di come l’ho trovato. E’ una cosa che mi fa stare bene. Ci tornerò presto”.
Ma lei, la politica, la ama ancora?
“Certo. La politica è una missione laica, nobilissima. Che Berlinguer ha perfettamente incarnato”.  (Andrea Scanzi, Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2013)