La ferocia del partito unico e il (nostro) dovere di opporci

berlusconi-clarusonline.it_Deluderò molti, ma del processo Ruby me n’è sempre fregato pochissimo. Certo, conteneva elementi di “non opportunità” e “ricattabilità” evidenti, ma è la vicenda giudiziaria politicamente meno rilevante tra le 13mila o giù di lì che riguardano Berlusconi. E’ un plot perfetto per le articolesse moraleggianti dei soliti tromboni di quasi-sinistra: roba noiosissima, e io detesto annoiarmi. Ognuno ha la sessualità che vuole, le donne coinvolte erano consenzienti e – se mi consentite la battuta – trovo molto più “perverso” sognare di passare tutta la vita con Pascale e Dudù che godersi la vita finché ce n’è. Non mi scandalizza (figurarsi) che Berlusconi ami donne e promiscuità, il blaterare stantio sul femminismo sinistrorso mi sfrangia gli zebedei e ho in merito un parere gioiosamente libertino che collima con quello di Fulvio Abbate e (conclusioni politiche a parte) Vittorio Sgarbi. Casomai trovo scandaloso, nonché deprimente, che il Parlamento italiano abbia votato sul serio Ruby “nipote di Mubarak”: questo sì che mi fa schifo. E trovo parimenti scandaloso che le frequentazioni sessuali siano forse state usate (come sosteneva Veronica Lario) come selezione della “nuova” classe politica, ma sono solo rumours che peraltro non riguardano unicamente il centrodestra (ooops). La mia valutazione del Berlusconi politico è profondamente negativa per quello che ha fatto e non fatto; per i rapporti con l’eroe Mangano e per la condanna definitiva per frode fiscale; per la presunta compravendita dei senatori e per il lodo Mondadori; per le prescrizioni e gli indulti. Eccetera.
Non è l’assoluzione il punto: è il contorno – le reazioni e le esultanze – che trovo emblematico dello sfacelo italiano. L’assoluzione in appello viene ora narrata come una sorta di lavacro del berlusconismo. Quasi a dire: “Visto? E’ innocente e dunque le riforme vanno avanti”. Come se l’assoluzione di ieri cancellasse le condanne, i processi in corso e quelli mozzati da infinite leggi ad personam. Come se di colpo Berlusconi fosse divenuto San Francesco. In Italia è tutto capovolto e a testimoniare questo smisurato rincoglionimento generale – e spesso interessato – non è solo Forza Italia ma anche e per certi versi soprattutto il Partito Democratico. Lasciate stare le Boschi, gli Speranza e le Bonafè, infierire sarebbe troppo facile. Prendete Debora Serracchiani, quella che alle Europee del 2009 fu tratteggiata dagli house organ piddini come il futuro della sinistra e la Schermata 07-2456858 alle 12.20.37Obama italiana (wow). Quella che era renziana, poi civatiana, poi renziana. E poi niente. Quella che, ultimamente, ricorda un po’ il personaggio di Laura Betti in Tutta colpa del paradiso, senza però la bravura definitiva di Laura Betti. Lo stesso livore, la stessa cattiveria, la stessa ferocia. Ieri, con un’eccitazione politica mal dissimulata, munita di consueta frangetta da balcone di casa popolare e ballerine allegramente vedovili, ha sentenziato: “Berlusconi è sempre il benvenuto, ci dà più garanzie del Movimento 5 Stelle“. Il Pd sta provando in ogni modo a dimostrare che Grillo e Casaleggio hanno sconfessato Di Maio e rovesciato il tavolo, quello dell’altro giorno, quello in cui Renzi si è fatto notare per un bullismo direttamente proporzionale all’adipe. Peccato che i 5 Stelle, che certo si sono mossi tardi (grave errore che rimane e rimarrà) ma comunque si sono mossi, adesso siano lì e pongano risoluzioni concrete: no alle pluricandidature, no all’immunità, sì al doppio turno (che pure detestano), sì alle preferenze. Il Pd sa che ora non ha più l’alibi del “non potevamo fare altro che andare da Silvio” e allora, pur di proteggere il filotto di riforme “democraticamente autoritarie”, inventa una rottura immaginaria con i 5 Stelle. Celebrando al tempo stesso San Berlusconi, tornato di colpo forte e potente, che – furbo com’è – non vede l’ora di ingoiare in un colpo solo gli alfaniani e di mettere al più presto in difficoltà il suo figlioccio Matteo.
E’ uno di quei momenti in cui, all’orizzonte, non si scorgono vie di fuga. Uno di quei momenti che l’Italia conosce bene. Comunque ti muovi, qualcuno ti ammazza la speranza. Comunque ti giri, vedi pressoché ovunque un livello minimo di morale e coscienza. Verrebbe quasi voglia di mollare tutto. Di lasciargli campo aperto. Di rinunciare al sano indignarsi, al resistere, al libero pensare. Verrebbe quasi voglia. Appunto: quasi. Col cavolo che gli lasciamo, e lasceremo, la strada spianata.

Fognini e il confine tra maledettismo e maleducazione

The Internazionali BNL d'Italia 2014 - Day TwoIl confine tra maledettismo e maleducazione è labile, e Fabio Fognini lo oltrepassa spesso. Ultimamente quasi sempre. Per la prima volta dai tempi di Panatta e Barazzutti, sembrava possibile che un tennista italiano tornasse nei top ten. Il momento chiave era la primavera, Roland Garros e dintorni, ma Fognini (13 al mondo a marzo) ha sbagliato quasi tutto, raggiungendo livelli di masochismo becero al cui confronto Canè pare quasi un lord. A Parigi ha sprecato un tabellone irripetibile e ad Amburgo – dove difendeva il titolo – è riuscito a perdere al primo turno con Krajinovic, serbo 149 al mondo. Ora l’obiettivo non è più entrare nei 10, casomai restare nei 30. Mercoledì Fognini si è pressoché suicidato mediaticamente, più di quando Bracciali pose di fatto fine alla sua carriera di singolarista, sciorinando a Wimbledon 2006 una liturgia di bestemmie contro Bjorkman (Gianni Clerici interruppe la telecronaca). Fognini, con Krajinovic, non si è “limitato” al rosario immutabile di doppi falli e monologhi, warning e racchette spaccate, falli di piede e parolacce, multe e 6-0 (o per meglio dire “sei-neuro”). Ha pure bofonchiato uno “zingaro di merda” rivolto al serbo. E per questo si è guadagnato titoli e (giusti) strali di tutti, a partire da coloro che magari neanche l’hanno mai visto giocare. Fognini, forse per disinnescare le critiche, è solito retwittare la babele di insulti che riceve. Poi, sempre su Twitter, posta una foto con McEnroe, di cui condivide irascibilità ma non grandezza. E’ l’italiano più futuribile dai tempi di Camporese e fuori dal campo non è né maleducato né razzista, al massimo un po’ sbruffone e noiosamente frignone con i giornalisti. Travolto dalle polemiche, ha elaborato scuse sgrammaticate ma sincere: “Sarò folle, antipatico e starò anche sprecando il mio talento, ma una cosa non sono, razzista. Ho detto zingaro in un momento di rabbia e sicuramente non ho dato un peso culturale e “geografico” alla parola. Le mie scuse le faccio al mio avversario e a tutte le persone che si sono sentite offese per queste pur consapevole che non nutro nessuna forma di razzismo verso ogni persona animale sesso idee…”. E ancora: “Bene, dato che è la cosa più importante cui parlare non mi vergogno a dirlo: HO SBAGLIATO, non volevo offendere nessuno, conosco FILIP (Krajinovic) molto bene e chi fa sport sa che a volte si va oltre dicendo cose senza senso (vedi il calcio); “Non volevo offendere nessuno, RIPETO ho sbagliato!!! Spero che voi giornalisti riportiate anche questo!!! Grazie”. Sorta di Balotelli della racchetta, Fognini ha l’attenuante di praticare uno sport non di squadra (dunque risponde solo a se stesso) e l’aggravante di frequentare una disciplina in cui il garbo è quasi un obbligo (anche solo una parolaccia è percepita come irrituale e sgradita). Nel tennis puoi permetterti l’abbonamento al delirio solo se ti chiami McEnroe o Nastase, e Fognini non è né l’uno né l’altro. Non ha neanche mai brillato per gusto. E’ poco elegante persino il suo soprannome, “Fogna”, che scriveva goffamente a penna sulla maglietta nelle prime uscite al Foro Italico. Non fa più notizia per i risultati, bensì per altro: le foto nudo per beneficenza, il fidanzamento con Flavia Pennetta, le sclerate a getto continuo. Merita di più, meriterebbe di più: la speranza è che lo capisca, o che qualcuno lo aiuti a capirlo. Il tennis non è un presepe e il “pazzo” serve alla trama: sia benedetta la follia, a patto però che non si riduca a mera maleducazione triviale e irricevibile. (Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2014, Extended Version)

Torna Gaber se fosse Gaber (vi aspetto)

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Renzi, come si dice supercazzola in inglese?

Schermata 07-2456849 alle 11.46.26Parlando dell’agenda digitale europea, l’8 luglio scorso al Digital Venice, Renzi ha sconfitto in un colpo solo sia Rutelli (“Plizzzz visit de uebsait”) che il maestro Berlusconi con Bush (“e iuniversal messagg ov fridom end dimocrasi”). Qualcuno non ha gradito, per esempio il sito Mentecritica.net: “Quello che veramente sconvolge è l’assoluta insipienza tecnica dello speech, la totale vacuità dei contenuti, l’approssimazione terrificante dei concetti (..) La supercazzola in inglese, chiunque la faccia, non fa ridere perché, stranamente, gli stranieri la capiscono per quella che è: una stronzata”. Sono da ritenersi critiche ingiuste, frutto di gufi e rosiconi: Renzi è stato efficacissimo. Riprendiamone alcuni passaggi, trascrivendoli fedelmente (trovate il video per esempio qui) e partendo da ciò che chiameremo “Apologo della madre piangente”: “Mai mader u craii insss innnn i-i-in de tivì uen eeeeehhh… (pausa angosciata)… uh uh… sssssci sssssciii (pausa drammatica e sguardo persissimo)… sciii fiiling uiddd de-de-de-de…scii felt de-de-de-de-de berlis uozzz (???)…distroid bai de pipol…”. Nessuno ha capito cosa volesse dire, quindi è stato un discorso perfettamente renziano. C’è poi il momento che passerà alla storia come “Cauntri-rap di Matteo”, quasi comePrisencolinensinainciusol di Celentano: “Becos de aidia uidaut marketing (boh) in e commerscial fiiilll ummghmm destrakcior Schermata 07-2456849 alle 11.47.30(mah) de-de-de-de-de-de-de (ad libitum) resalt ar not gud. Bat for cauntri (dito nell’occhio, forse per accecarsi con allegrezza) dis is olzo a rappresentescion ov possibiliti”. E’ però con la “Parabola di Antonio Meucci” che Renzi sciaborda e deflagra: “Meucci is e veri gud italian (Meucci, per Renzi, è ancora vivo), but is olzo a terribol istori, bicos Meucci is the rial inventor of mo..telefon, ai’m sorri uidd american pipoll present here (la Madia ride) but olzo de congress of iunited steizz in tu tausand tu, in tu tausend uei (???) ai diden’t rimember, recognaizezed (aiuto) de faunder the inventor of telefon is Antonio Meucci. Antonio Meucci is incredibol man (Renzi ci ha giocato la sera prima a Risiko) forentaim, who uorked in de tiater, de most ansient tiater in iurop, Teatro della Pergola (questa non l’ha sbagliata), and ii uas a uolker and invented dd-d-de-de telefon to spiking about in the teater. (Pausa teatrale). E ginius. So, for fiù rison, ih left eataly (quella di Farinetti?) and iii uaasn’t ebol to ius the copirait, lessons, come si dice brevetto?… (guarda la Madia, la Madia fa finta di nulla) laisens (no, si dice “patent”), in eiti seventy uan seventy trai (guarda il cielo), ai dident remember esaclti de dei, so Bell arraived and in the istory ii uos de faunder and de inventor of the telefon”. Gran finale: “Adesso come spesso accade in questi momenti tocca al polit… (qui si ricorda che deve parlare in inglese, o qualcosa del genere)… Nau is de taim tu-tu-tu it, tu de lancc… (Gozi ride) an-de-for…and italian politiccian is absoluteli crucial to de nau is de taim of lancc!”. Parole forti. E soprattutto: de-de-de-de-de. (Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2014)

Elogio dell’ultimo Federer: umano, splendido e perdente

Novak Djokovic and Roger FedererNon senza una sua logica, lo sportivo che ha barattato tutto per la vittoria è tornato definitivamente indimenticabile in una sconfitta. Peraltro dolorosissima, perché coincisa con il treno (l’ultimo?) per conquistare il 18esimo Slam. Un treno perso nel giardino che più ama, al termine di cinque set (6-7 6-4 7-6 5-7 6-4) e quattro ore giocate a un livello impossibile per chiunque altro. Chiunque tranne lui, Roger Federer, 33 anni ad agosto. E tranne Novak Djokovic, che lo ha battuto. Spettacolo puro. Da ragazzo Federer era uno scapigliato, si ossigenava i capelli e spaccava racchette. Poi, scientemente, la metamorfosi: da folle a robot, da Villeneuve a Prost. Un calcolatore di smisurato talento, così algidamente perfetto da ricordare un disco suonato splendidamente – magari dai Pink Floyd senza né Barrett né Waters – ma esangue. Bello senz’anima, da rivoluzionario mediamente lunatico a dittatore garbatamente efferato. Un collezionista di record, con frotte di appassionati pronti a garantire che “Re Roger è il tennis” e guai a contraddirli: o Federer o il diluvio, in fondo “lo ha scritto anche David Foster Wallace” (e lo ha scritto benissimo). Per anni interminabili ha giocato e vinto da solo, in una dittatura ricca di esercizi di stile e avara di avversari realmente credibili. La sua kryptonite, la prima e la più tremenda, è stata Rafael Nadal. Il granello di sabbia che inceppa il cyborg. Trovatosi dinnanzi all’eterno bivio se restare fedeli a se stessi – fino al punto da implodere – o scendere a patti con la razionalità, Roger ha legittimamente preso la strada opposta a quella di Gilles. Si è così assuefatto al trionfo da frignare quando gli capitava di perdere, per esempio dopo la finale agli Australian Open 2009; indossò il broncio dei bambini e per poco non portò via il pallone, anzi le palline. Narciso del gesto bianco e goloso del dominio, così anacronistico da 682146-roger-federer-aussie09cryrisultare modernissimo. Dopo la defenestrazione, per mano di ex sudditi molto meno eleganti di lui, Federer – nuovamente umano – ha rallentato lo scorrere del tempo e chiesto aiuto a Stefan Edberg, il divino frainteso da Galeazzi per “tacchino freddo”. Domenica, sugli spalti, si è riproposta la stessa finale che caratterizzò Wimbledon tra 1988 e 1990: da una parte Stefan e dall’altra Becker, oggi allenatore di Djokovic. E’ finita come nell’89, però con più magia. Forse, per tattica e per osmosi, Edberg gli ha consigliato di tornare semplicemente splendido: di andare più volte a rete, di non specchiarsi come uno Steve Vai smanettone della racchetta. Roger lo ha fatto, regalando un tennis a tratti irreale e costringendo Djokovic a una prestazione forse anche per lui irripetibile. Il quarto set di domenica andrebbe mostrato nelle scuole come saggio di estetica. E’ stato uno dei Federer più belli di sempre, ed è un giusto contrappasso – per un ex dittatore come lui – che un tale scintillio abbia avuto per premio una sconfitta. Se è questo il Roger del futuro, lunga vita a Roger. Non più Re, ma neanche patriarca stizzito. Casomai Don Chisciotte, in cerca degli ultimi mulini da vento. (Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2014).

Addio Faletti. Comico, cantante, scrittore. E persona perbene

giorgio-faletti“La leggenda non vive. La leggenda vive anche dopo la morte”. Era la citazione preferita di Giorgio Faletti. E’ morto ieri alle Molinette di Torino, dopo una lunga malattia che lui – col pudore di sempre – aveva definito “guaio di salute piuttosto rilevante”. Per provare nuove terapie, si era anche recato negli Stati Uniti. Era nato il 25 novembre 1950 ad Asti, dove risiedeva in una casa piena di libri, chitarre, dischi, quadri e moto. L’altro buen retiro era l’isola d’Elba, dove amava rifugiarsi anzitutto nei periodi di stesura dei romanzi: “Quando scrivo mi muovo per casa, sono intrattabile, non mi faccio la barba per settimane e a volte non mi lavo per settimane”, ha raccontato a fine 2013 all’Associazione Fratelli d’Arte de L’Aquila. Quaranta minuti di chiacchierata con Silvia Valenti, disponibili su Youtube, che assurgono a testamento. In quello stesso periodo, quando la malattia sembrava essersi fermata, dettava ironicamente il suo necrologio; “Sul mio epitaffio scriveranno: qui giace Giorgio Faletti, morto a diciassette anni. Ho tanta energia e voglia di mettermi in gioco. Non ho paura di rischiare”. Il suo ultimo post su Facebook è dolorosamente brutale: “Cari amici, purtroppo a volte l’età, portatrice di acciacchi, è nemica della gioia. Ho dovuto a malincuore rinunciare alla pur breve tournée per motivi di salute legati principalmente alle condizioni precarie della mia schiena, che mi impedisce di sostenere la durata dello spettacolo. Mi piange davvero il cuore perché incontrare degli amici come voi è ogni volta un piccolo prodigio che si ripete e che ogni volta mi inorgoglisce e mi commuove. Un abbraccio di cuore”. Comico senza paura d’essere nazionalpopolare, cantante di un teatro canzone quasi istintivo (“Sono un pessimo musicista ma una discreta mente musicale”). Scrittore di smisurato successo, attore – pure qui – stupefacente (lo spietato Primario di Cemento armato). E alla fine anche pittore: “Colpa del mio amico e concittadino Massimo Cotto. Mi ha chiesto un quadro per beneficenza. Ho cominciato a pasticciare per la prima volta una tela. E’ piaciuto. Mi hanno spronato e ho fatto alcune mostre, con consensi di critica lusinghieri. Purtroppo, nella pittura, l’artista tende ad aumentare le quotazioni solo dopo la sua morte. Per ora non ne ho venduti tantissimi, anzi faccio fatica a regalarli”. Faletti non si sentiva “leggenda”, ma per qualcuno lo era. Lo scrittore americano Jeffrey Deaver lo fotografò così: “Uno come Faletti dalle mie parti si definisce “larger than life”, uno che diventerà leggenda”. Quattro milioni di copie per “Io uccido”, l’esordio del 2002 tradotto in tutto il mondo (lo stesso anno ebbe un ictus), tre milioni e mezzo per il successivo “Niente di vero tranne gli occhi” (2004). Cifre che in Italia sapeva praticamente raggiungere solo lui. Eppure fu rifiutato da molti editori: “La scrittura nella mia vita c’è sempre stata. Ero il classico alunno i cui temi si facevano leggere come esempio in tutta la scuola. Erano già piccole sceneggiature”. Ma la diffidenza restava: “Molti editori mi hanno riso in faccia e per un po’ abbiamo preso in considerazione l’eventualità di utilizzare uno pseudonimo. Temevamo che il mio essere comico ci danneggiasse. Per anni hanno detto che i miei libri, in realtà, li scrivevano altri”. Mosso da una curiosità vorace, Faletti ha esibito in ogni ambito un talento naturale e mai scontato. Più lo sottovalutavano, più emergeva. Cresciuto al Derby di Milano con i Bisio e gli Abatantuono (“Era un periodo di divertimento smodato, dormivo tre notti a settimana”). Per il grande pubblico era e sarà “quello del Drive In”. Vito Catozzo, anzitutto: “Gli altri personaggi li interpretavo, Vito Catozzo lo diventavo”. E poi Carlino, Suor Daliso e il testimone di Bagnacavallo. Battute e tormentoni destinati a sedimentarsi: ”Porco il mondo che c’ho sotto i piedi”, “Mondo cano!”, “Che se io saprei che mio figlio mi diventerebbe orecchione, vivo ce lo faccio mangiare il certificato di nascita”, “Mi viene uno s-ciopone!”, “E’ qui che c’è le donne nude?”, “A me mi piaccono le donne nude perchè resizec’hanno l’esterno in pelle”, “Mia cognata c’ha due roberti!”, “Qui lo dico e qui lo annego”. Poteva vivere di rendita, non lo ha mai fatto. Rischiando sempre, con una fiducia incrollabile in se stesso: “Ho sempre sostituito la paura di non farcela con la speranza di farcela di nuovo”. Nelle interviste dimostrava di non reputarsi inferiore ai grandissimi della letteratura, e per questo la stessa Rete che ora lo celebra non mancò di attaccarlo. Non appena avvertiva il rischio di reiterare lo stesso schema, si spostava altrove. Refrattario non certo al successo quanto alla noia. Arrivò secondo a Sanremo ‘94 con “Signor tenente”, un recitato in equilibrio precario tra impegno e retorica che tutti ricordano anche per la reiterazione – al tempo quasi eretica – della parola “minchia”. Autore per Mina e Cinquetti, Fiordaliso e Branduardi. Premio della Critica e Premio Rino Gaetano, un disco di platino. Amava Giorgio Gaber e forse ne ha voluto ripetere anche l’amore per i continui smarcamenti. Non ignorava che l’ispirazione fosse destinata a evaporare. Anzitutto quella comica: “Il comico non è un artista di serie B. Far ridere è la cosa più difficile del mondo. La creatività trascinante dopo un po’ si esaurisce. Chi riesce a far trovare le chiavi per ridere il mondo ha una sensibilità pari a colui che fa riflettere il mondo”. Simpatico, disponibile, umorale. Innamorato dei motori (è stato anche pilota di rally e giornalista per Autosprint), della Ducati (ha vissuto come una delusione cocente il fallimento di Valentino Rossi), della Ferrari e della Juventus. In tivù andava sempre meno e solo da chi sentiva vicino. Pippo Baudo, Antonello Piroso, Fabio Volo. Quest’ultimo gli fece riascoltare un’intercettazione in cui Nicole Minetti lo definiva “comunista testa di cazzo”. Lui, sorridendo: “Comunista no, testa di cazzo sì”. Mente poliedrica e divo controvento, uomo colto e creativo malinconico, Giorgio Faletti soleva ripetere: “La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi”. Preferiva bene. (Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2014).

Tuttologo? No, un curioso bulimico (Intervista)

Schermata 06-2456832 alle 12.36.54Ecco l’intervista integrale che ho rilasciato a Marzia Sandri, pubblicata in due diversi stralci sul numero di giugno 2014 del bimestrale Mantovachiamagarda e sul mensile Lo Sguardo. L’intervista è stata effettuata a metà maggio, prima delle elezioni europee.

Esperto di vini, scrittore, conduttore televisivo, opinionista, attore teatrale, e chi più ne ha più ne metta. Quale ruolo ti appassiona di più e quale ti regala più emozioni?
“Il collante è sempre l’amore per la scrittura. E’ quello che tiene tutto attaccato. E poi mi annoio rapidamente. Parafrasando Fabrizio De André: “Perché già dalla prima trincea/ero più curioso di voi/ ero molto più curioso di voi”. Ecco: io sono sempre stato più curioso della media, bruciato da uno strano morbo della conoscenza e della sperimentazione. Non potrei mai essere uno “specialista” tout court: scrivere e parlare sempre della stessa cosa è pallosissimo. A chi mi definisce “tuttologo”, rispondo che l’ultima risposta spetta sempre al pubblico: se ti segue sempre e comunque, vuol dire che ti reputa preparato. Se avessi scritto un libro sul vino pieno di sciocchezze, mi avrebbero fucilato. E così se sparassi bischerate a iosa a Otto e mezzo. E così se non fossi anche solo credibile sopra un palcoscenico. Se poi l’alternativa è essere specialisti come Pigi Battista o Polito, gente che non ne ha mai indovinata una neanche per disgrazia, preferisco beccarmi l’accusa di tuttologia. Tu vivi a compartimenti stagni? Io no. Scrivo, e mentre scrivo ascolto musica, e mentre ascolto musica magari bevo vino. E via così. Basta con questa stitichezza emotiva e questi giornalisti che annoiano anche solo a guardarli”.
scanzicasale
Spesso ospite di talk show e dibattiti televisivi (ma non dimentichiamo neppure le piacevolissime apparizioni al G’Day di Geppi Cucciari), non si può negare che in poco tempo sei diventato un vero e proprio personaggio, oltre che un accreditato opinionista cui si fa riferimento quando sia richiesto un parere autorevole. In qualunque campo tu ti muova – enologia, sport, musica, politica – non manchi di raccogliere consensi e apprezzamento. Quale ritieni sia la tua principale caratteristica che sta alla base del successo che stai ottenendo?
“Anzitutto ti ringrazio per avere ricordato Geppi, con il suo GDay è stata la prima tra le star nazionali a credere stabilmente alle mie qualità televisive – insieme ad Antonello Piroso. Geppi ti demoliva in ogni puntata, o eri autoironico o non ne uscivi vivo. Mi ha insegnato tanto. E’ vero, dal 2013 molto se non tutto è cambiato. Era già tutto veloce, ma dopo lo scazzo con Alessandra Mussolini a L’aria che tira nel gennaio 2013 la ruota ha cominciato a girare vorticosa. Ormai vivo più in autostrada che a casa, ma va bene così. Non so quale sia la mia principale caratteristica: forse la schiettezza, forse l’oratoria, spero l’onestà intellettuale. Quando incontro i lettori, per strada o dopo gli spettacoli a teatro, mi dicono: “Sei la nostra appartenenza, dici quello che diremmo noi se potessimo, continua così”. Parole meravigliose, così responsabilizzanti da farti tremare i polsi”.
Ti sei laureato con una tesi sui cantautori della 1° generazione, su due di questi, Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè, hai costruito due spettacoli teatrali che porti in giro per l’Italia con ampio seguito, sei un grande fan di Ivan Graziani e hai collaborato alla stesura di un libro con Ivano Fossati, che pure ami. Tutti artisti di un’epoca che non ti appartiene, vista la tua età. Da dove viene questa passione? E che meriti riconosci agli artisti di quella generazione che mancano a quelli più moderni?
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“In Non è tempo per noi racconto la mia generazione, quella dei nati nei Settanta. Parlo lungamente dell’uomo in più della mia generazione, Paolo Sorrentino. Anche lui narra storie di personaggi appartenenti alla generazione dei genitori, a conferma di sentirsi un po’ fuori tempo. Per me è lo stesso. Voglio bene alla mia generazione, ma è innegabile che – soprattutto per ciò che attiene alle fascinazioni artistiche – devo guardarmi indietro. Sono cresciuto in una famiglia in cui la cosa più leggera erano i cantautori. La politica c’è sempre stata, i libri ci sono sempre stati, l’impegno c’è sempre stato. A quattordici anni leggevo Gabo Marquez e Pennac, a sedici Saramago. Mio padre, anche chitarrista, mi cresceva cantandomi Girotondo di De André e Dio è morto: per forza che poi nasci disturbato. Gaber, Fossati e De André li ascolto da sempre e li ho visti la prima volta dal vivo quando avevo 16 anni: impossibile, poi, abbandonarli. Ivano è un amico e un gigante. Gaber è con Pasolini l’intellettuale che più mi ha influenzato: la figura critica e scomoda, che insegue il cortocircuito per costringere lo spettatore a riflettere. La vita mi ha fatto davvero un gran regalo, permettendomi di raccontarlo a teatro – casa sua – in tutta Italia per più di 120 repliche. Nei Settanta c’erano anche talenti meravigliosi in apparenza leggeri e in realtà intrisi di talento: Edoardo Bennato, mai più così bravo; Rino Gaetano; e poi Ivan Graziani, che mi vanto di avere contribuito a riportare all’attenzione nazionale (mai abbastanza) attraverso alcuni articoli e la direzione del Premio Pigro. Vale più la sua Fuoco sulla collina da sola che la carriera intera di Vecchioni”.
Cambiando tono e venendo a domande di attualità. Si può dire, senza timore di sbagliare, che sei una voce fuori dal coro, capace di offrire un punto di vista inedito e a suo modo coraggioso rispetto alla media dei tuoi colleghi. C’è qualcosa che rimproveri a tanta parte dei giornalisti e del giornalismo di oggi?
“C’è anche chi mi critica, e menomale: se piacessi a tutti, non sarei nessuno. Cioè (ideologicamente) sarei Jovanotti: un disinnescato per scelta e per comodo. Chi mi attacca mi definisce “fazioso” e “megafono di Grillo”. O è gente che non mi ha mai sentito, o ha il poster in camera di Renzi nudo e si eccita così. In tal caso, ti do una notizia. Al Fatto ci siamo messi d’accordo sui ruoli e questo è quanto abbiamo legiferato: Travaglio è l’Emilio Fede di Grillo, Gomez il Sallusti di Casaleggio, Padellaro il Belpietro di Vito Crimi e io – più sborone – il Robin Hood della Lombardi. L’imparzialità non esiste: tutti hanno le loro idee. Esiste l’onestà intellettuale, esiste la credibilità, esiste il talento. Bocca era imparziale? Montanelli non era schierato? Lo so, sto citando maestri enormi e io sono solo un signor nessuno: l’approccio è però lo stesso. Molto più semplicemente, sono uno che ha capito sin dall’inizio la Schermata 06-2456832 alle 12.40.07portata politica di Grillo e non credo – come quasi tutti i miei colleghi  – che la colpa sia sempre e a prescindere dei 5 Stelle. L’altra accusa è di tipo estetico: fighetto, gay, narcisista, lampadato, “troppa ferraglia”. Le leggo e mi viene da ridere: capisco che siate abituati a Belpietro o Menichini, ma essere bruttini non è un requisito obbligatorio per essere giornalisti. Se il mio difetto peggiore è avere cinque anelli, allora sono persino più bravo di quanto già credessi. Li avevo anche tolti dopo una scommessa con Aldo Busi, ma poi li ho rimessi: senza mi sento come nudo, non so perché. Le lampade? Uno sfottò che ci stava, me le sono fatte a lungo e ho smesso quest’anno. “Gay” non è certo un insulto, ma nel mio caso è comunque un falso storico: né omosessuale né bisessuale. Eterosessuale convinto e fervente, infatti sono divorziato. La mia unica stranezza – ammesso che lo sia – è il feticismo del piede femminile, persino più di Bunuel e Tarantino. Il mio sogno resta sempre una seduta di trampling con Rosario Dawson vestita come in Sin City. Ho una splendida compagna, che mi ha fregato la prima volta proprio per la bellezza inusitata dei suoi piedi. Dirmi che sono “narcisista” è come dirmi che ho gli occhi azzurri: lo so da solo, ragazzi. Sono così narciso che, citando Libero, quando mi sveglio preparo due caffè: uno per me e uno per il mio ego. L’informazione italiana ha colpe enormi: ha quasi sempre abdicato al suo ruolo, tirando a campare, ossequiando il potere e correndo sempre in soccorso del vincitore: ieri Monti o Letta, l’altroieri Berlusconi e oggi Renzi. Una delle forze del Fatto Quotidiano è propria questa: essere diversi, essere liberi. Ed essere molto più bravi. Una delle più grandi cazzate della mia vita è stata dire no a Marco Travaglio quando mi chiese di lavorare per il non ancora nato Fatto. Era l’aprile del 2009, stavamo cenando dopo un incontro al Festival del Giornalismo di Perugia. Lavoravo alla Stampa, mi aveva voluto nel 2005 Giulio Anselmi che era appena stato sostituito da Mario Calabresi. Ci pensai e non me la sentii di seguire Marco. La pagai cara: reputandomi troppo poco piddino, Calabresi mi dirottò a fare l’inviato di moto al seguito di Valentino Rossi. Così non avrei potuto fare danni parlando di Grillo. Ho resistito altri due anni scarsi e nel 2011 sono – finalmente – andato al Fatto. Lì, di colpo ma non certo casualmente, la mia carriera ha preso la piega che sognavo”.
Anche nei confronti della politica attuale non manchi di esprimere critiche spesso feroci, sicuramente caustiche. Quale ritieni sia la responsabilità più grave dei nostri politici?
“La politica italiana ha la colpa imperdonabile di avere disboscato qualsiasi forma di appartenenza e fiducia. Come ama dire il mio amico Giulio Casale, siamo un paese “antropologicamente fuorilegge”. E la classe politica è figlia di questa nostra anomalia genetica. Abbiamo da vent’anni il peggior centrodestra d’Europa e anche il centrosinistra, foto 1dove la parola “sinistra” è ovviamente pleonastica, è sulla buona strada. Se il “nuovo” sono la mascella inutilmente volitiva della Picierno o Karina Huff Boschi, ridateci Rumor. Il giornalismo dovrebbe essere guardiano di regole e Costituzione, ma troppi miei quasi-colleghi abbaiano unicamente a difesa e guardia del potere. In tivù, come negli articoli, faccio quello che chiunque dotato di senno e spina dorsale dovrebbe fare: non fingere, non fare sconti. La stima non si regala e io non ho la perversione di stimare i Gasparri o le Biancofiore, i Formigoni e gli Alfano. E’ gente a cui, anche prima di andare in onda in tivù, spesso neanche stringo la mano. Hanno contribuito in prima persona a demolire questo paese: dovrei pure dirgli “bravo”? Vale anche per il giornalismo: mi sento collega (e allievo) di Peter Gomez, ma di tanti altri proprio no”.
Pensi ci sia un’alternativa all’attuale situazione politica italiana – in termini di atteggiamento nel modo di governare, se non di schieramento politico – capace di dare una speranza al futuro?
“Lo scenario attuale mi sembra molto facile da interpretare, credo potrebbe arrivare a comprenderlo persino Boccia: volete il cambiamento morbido e garbato, ottimista e Moccia style di Renzi, rottamatore per finta e gattopardesco sul serio, o un salto nel vuoto rischioso ma realmente nuovo come quello dei 5 Stelle? Non posso dirti che la seconda strada sia la salvezza, io non ho certezze e solo dubbi. Ho però ben chiaro come la prima strada non porti a nulla, se non al perdurare dell’attuale e depravatissimo sistema. Renzi è un restauratore, per giunta comicamente narciso. Vive nel magico mondo di Fabio Volo e dei Righeira: non svegliatelo, o per lui è un casino”.
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E chiudiamo con uno sguardo allo Scanzi di domani. Continuerai a dedicare lo stesso spazio alle molteplici vesti che hai indossato fino ad ora o, data la tua innata e bulimica curiosità, come tu stesso l’hai definita, possiamo aspettarci di vederti prossimamente interpretare ruoli inediti e ancora imprevedibili?
“Faccio fatica a capire anche solo cosa farò domani. Figuriamoci tra qualche mese o anno. Di sicuro non potrei mai vivere senza scrittura. La tivù mi piace e non ho mai coltivato il gusto per la nicchia: mai avuto paura del successo, mai inseguito il feticcio snob del “pochi ma buoni”. Il teatro è adrenalina pura, il romanzo prima o poi arriverà. L’attore l’ho già fatto (male) per la seconda stagione di Mario ideata da quel gran genio di Maccio Capatonda. Forse il mio gesto più rivoluzionario sarebbe riposarmi, ma al momento non mi riesce”. (Di Marzia Sandri)

Reputescion – Carlo Verdone

Ho deciso di pubblicare anche qui tutte le puntate di Reputescion, il mio programma su La3 (Sky 163, DTT 134, App e streaming sul sito de La3, ogni lunedì sera ore 22). Le puntate, una settimana dopo, vengono comunque messe su Youtube nel canale de La3.
Oggi posto Carlo Verdone. La puntata, terzultima della terza stagione di Reputescion, è andata in onda lunedì 2 giugno 2014. E’ una puntata di cui si è parlato molto, perché per la prima volta Verdone ha raccontato – e recitato – la scena che Sorrentino ha tagliato da La grande bellezza: una scena a cui Carlo teneva molto. Ma dentro questi 67 minuti c’è tanto altro: Sergio Leone e Alberto Sordi, Mario Brega e Gian Maria Volonté, i compagni di scuola e Margherita Buy, Francesco Nuti e Massimo Troisi. Una puntata speciale, ma speciale davvero. Posso dirlo? Una delle cose di cui più vado fiero nella mia carriera. Imperdibile.
Ecco la puntata.

Reputescion – Ivano Fossati

Ho deciso di pubblicare anche qui tutte le puntate di Reputescion, il mio programma su La3 (Sky 163, DTT 134, App e streaming sul sito de La3, ogni lunedì sera ore 22). Le puntate, una settimana dopo, vengono comunque messe su Youtube nel canale de La3.
Oggi posto Ivano Fossati. La puntata, facente parte della terza stagione di Reputescion, è andata in onda lunedì 19 maggio 2014. Fossati non si era mai raccontato 50 minuti in tivù: a Reputescion lo ha fatto.
Ecco la puntata.

Reputescion – Don Gallo

Ho deciso di pubblicare anche qui tutte le puntate di Reputescion, il mio programma su La3 (Sky 163, DTT 134, App e streaming sul sito de La3, ogni lunedì sera ore 22). Le puntate, una settimana dopo, vengono comunque messe su Youtube nel canale de La3.
Oggi posto Don Gallo. La puntata, facente parte della prima stagione di Reputescion, è andata in onda lunedì 25 marzo 2013. E’ stata l’ultima apparizione televisiva di Don Gallo, una delle persone più belle e preziose che abbia incontrato.
Ecco la puntata.