Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Il fascino discreto del fumetto italiano

zagorNon senza un’affascinante stranezza, e per certi versi inspiegabilmente, il fumetto italiano resiste. Nell’era della post-modernità, dove tutto è liquido e leggero, rapido e possibilmente impalpabile, l’arte più dichiaratamente anacronistica mantiene il suo fascino. Com’è possibile? Per certi versi, sarebbe come se gli italiani si ostinassero ad ascoltare musica solo e soltanto in vinile. Un approccio ben diverso da quello reale. Eppure, con il passare degli anni, anche il vinile ha ritrovato fascino. Conquistandosi la sua nicchia di mercato. Il fumetto italiano, di fatto, il fascino non lo ha mai smarrito. Certo, alcune testate hanno dovuto chiudere e nel frattempo i prezzi sono aumentati. Uno Zagor mensile inedito costa 3.20 euro, il quadrimestrale Agenzia Alfa 6.80 Euro. La crisi c’è anche qui. Il fumetto però sopravvive, nonostante l’agonia di tutto ciò che è cartaceo e nonostante la palese “antichità” di qualcosa che non può né mai vorrà essere “al passo coi tempi”. Dopo i fasti degli Anni Ottanta e Novanta, cerniera temporale che ha visto nascere alcune testate mitiche (Martin Mystere, Dylan Dog, Nathan Never), a metà Duemila il riflusso pareva inesorabile. Eroi e antieroi sono caduti come birilli: il poliziotto Nick Raider, l’inquieto Lazarus Ledd (edito da Star Comics, nel 2015 uscirà un albo eccezionale che chiuderà la saga), Magico Vento (attualmente ristampato). Pubblicazioni mensile sono diventate bimestrali (Martin Mystere). Il settore, però, ha tenuto. E anzi si è moltiplicato. La martinmysterediversificazione è uno degli abracadabra adottati dalla Sergio Bonelli Editore: se la crisi morde, l’unico modo per dribblarla non è nascondersi bensì intensificare uscite e progetti. Ogni mese, ma più che altro ogni settimana, le edicole vengono invase dai “bonellidi”, i fumetti con il formato eternato dalla Bonelli. Serie eterne e autoconclusive (lo “zombie buono” Lukas, serie di 24 episodi). Biografie sui generis (Caravaggio) e nuovi arrivati che raccontano l’Africa del 19esimo secolo (Adam Wild, ideato dall’ottimo Gianfranco Manfredi, ex cantautore e già inventore di Magico Vento). Quali sono i motivi di questo successo? In primo luogo la qualità di autori e disegnatori: la scuola italiana ha poco da invidiare alle altre e occorre talento autentico per avere (almeno) una buona idea ogni mese. E’ poi verosimile che, per una strana alleanza tra carta e piccolo schermo, l’esplosione delle serie tivù abbia – per rimbalzo, per osmosi – contribuito a far riscoprire anche la serialità del fumetto. Quasi che, nell’era attuale, il disimpegno dovesse essere a puntate e non bruciarsi in un attimo. Tanto nel dramma quanto nell’avventura, tanto nel giallo quanto nell’horror. Il fumetto italiano, bonellide e non solo (si pensi all’autoprodotto Lady Mafia), abbraccia ogni genere. Talora ha la pretesa encomiabile di denunciare (le graphic novel di Beccogiallo) e più spesso costituisce una evasione intelligente. Adatta a tutti i gusti. Vuoi l’horror che non ha imbarazzo nel commuovere e commuoversi? C’è Dylan Dog. Vuoi l’horror cinico, alla Walking Dead o Revenants? Ecco Lukas. Hai appena visto Interstellar di Nolan? Molte cose le trovavi già in Nathan Never (e prim’ancora in Isaac Asimov e Stanley Kubrick). Sei un nostalgico di Indiana Jones e non ne puoi più di Voyager e derivati? Il buon vecchio zio Martyn Mistere è sempre lì. Il fumetto pare poi l’unica arte disposta a dare ancora spazio all’avventura: quella pura, quella per cui il West non è mai morto. Tex Willer è nato nel 1948, ma non è mica invecchiato. E così Zagor, nato nel 1961 e mai così in forma (il livello della produzione, da tre anni a questa parte, sta toccando vette rare). Il fascino del fumetto si è tramandato di generazione in generazione: piaceva a quella di Francesco Guccini, un appassionato del genere, e a quella Luciano Ligabue, che infatti citava Zagor nel primo disco del 1990. Piace però anche a molti ventenni attuali, che affollano le tante mostre e rassegne. Ad aiutare questa longevità inattesa ha contribuito anche la possibilità di poter essere ostinatamente anacronistica: di fregarsene degli aggiornamenti. Lo stesso restyling di Dylan Dog, dopo 28 anni di immutabilità, non si è certo rivelato brutale. Non solo: consapevole che il rischio di inceppare un giocattolo pressoché perfetto fosse alto, la Bonelli ha deciso di mantenere una collana “Old Boy”, all’interno della quale Dylan Dog è ancora senza cellulare e l’ispettore Bloch non è andato in pensione. Né mai ci andrà. Ulteriore forza dei “bonellidi” sono le spalle: non è soltanto il protagonista a funzionare ma anche l’amico fedele e spesso bizzarro (Groucho, Cico, Kit Carson, Java). Longevo e variegato, ispirato e anacronistico, seriale e pressoché immortale, il fumetto italiano è una macchina del tempo arrugginita come la De Lorean di Ritorno al futuro. Solo che, più spesso, preferisce tornare al passato. Quasi mai al presente. Ogni tavola è una piccola madeleine di carta, in grado di regalarti ogni volta l’incanto di una mezzora con molti sogni e pochi patemi. (Il Fatto Quotidiano, 22 novembre 2014).

Poveri cantautori, ieri “profeti” e oggi marginali

faberE’ inesatto sostenere che la canzone d’autore italiana sia morta, ma è altrettanto errato negarne l’attuale marginalità. I motivi della crisi sono sostanzialmente tre. Il primo è l’implosione della discografia, che ha travolto anzitutto quegli artisti che richiedono un ascolto più attento. Nell’era della musica liquida, il cantautorato “classico” appare oltremodo anacronistico: poco accattivante, troppo impegnativo. Ivano Fossati, che ha abbandonato dischi e concerti ma che continua a scrivere, si diverte oggi anche per questo a donare canzoni inedite non agli epigoni dei De André ma a chi è dichiaratamente pop quando non  “poppissimo” (Pausini, Mengoni, Ferro, Giorgia, Canzian). Il secondo motivo ha a che fare con la fatale irripetibilità di alcuni talenti. Congiunzioni astrali e congiunture sociali hanno permesso che, tra i Trenta e i Quaranta, fiorissero figure che nulla hanno da invidiare ai giganti francesi e americani: Gaber, De André, Tenco, Guccini, Jannacci, Conte, Ciampi, Endrigo, Paoli. Eccetera. Anche la seconda metà dei Quaranta e tutti i Cinquanta hanno regalato cantautori rari, da De Gregori allo stesso Fossati. Alla fine degli Anni Settanta la casa discografica Rca pullulava di genietti e geniacci: la meglio gioventù del cantautorato. Un tempo che oggi pare sideralmente lontano, anche perché nel frattempo la discografia non può più permettersi di aspettare l’esplosione commerciale di un talento in nuce (Lucio Dalla conobbe il successo vero al settimo album; oggi uno come lui sarebbe stato buttato via dopo il primo flop). Gli ultimi cantautori più o meno canonici sono nati a fine Sessanta e nei Settanta: Bersani, Silvestri, Fabi, Gazzé, Casale, Cristicchi. Sintomatico il percorso di Caparezza, che per trovare la strada del pieno riscontro commerciale ha dovuto abbracciare un ibrido tutto suo: l’apparente cazzeggio, che cela messaggi spesso incendiari. Una sorta di Rino Gaetano 2.0. Il caso ispirato e anomalo di Caparezza aiuta a introdurre il terzo motivo della crisi dei cantautori: non hanno più un ruolo centrale nella società. Non sono più né fari né guru. Non generano quasi mai dipendenza e appartenenza. Edoardo Bennato, che nei Settanta ha toccato vette inaudite, ironizzava giustamente sul cantautore che non sbaglia mai perché è “onesto e senza macchia”. Sapeva bene come da un cantautore, in quel decennio, non si cercasse intrattenimento bensì risposte: istruzioni, indicazioni. Il cantautore caparezzaera il profeta, era il fratello maggiore che dettava la linea. Se osava andare laddove nessuno aveva immaginato, veniva contestato: lo sapeva bene Gaber, massacrato in Polli di allevamento perché osava gridare di non essere più “compagno né femministaiolo militante”; e lo ricorda nitidamente De Gregori, addirittura processato sul palco da un manipolo di duropuristi incazzosi. Oggi, se un cantautore “tradisce”, non interessa praticamente a nessuno. Sia perché il cantautorepost-contemporaneo suole spesso preferire il privato all’invettiva, e dunque si disinnesca da sé, sia perché la sua figura è prossima all’irrilevanza. Se è troppo nuovo viene comunque stracciato in successo dai rapper, per certi versi i nuovi cantautori; se è troppo vecchio, cioè vicinissimo alle ricette del cantastorie, annoia mortalmente. L’Italia è piena di giovani musicisti di qualità e molti di loro firmano testi e musiche. Dunque sono a tutti gli effetti cantautori. Il Pan Del Diavolo, Filippo Graziani, eccetera. Nel frattempo però è cambiato tutto. A una velocità tale che, spesso, se n’è andato anche il pubblico. (Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2014)

Il fascino irresistibile (e cattivo) delle serie tivù

breakNon è soltanto la qualità di interpretazioni e sceneggiature a spiegare il successo delle serie tivù. C’è anche lo sdoganamento definitivo, talora quasi ostentato, del politicamente scorretto. In Italia, fatte salve lodevoli eccezioni come Romanzo Criminale e Gomorra, impera ancora la fiction buonista: la storia edificante, tanto improbabile quanto rassicurante. Negli Stati Uniti, e non solo lì, al centro della scena c’è invece il cattivo così respingente da risultare fatalmente affascinante. L’esempio più facile è House of Cards, che il Presidente del Consiglio Renzi ha detto di utilizzare quasi come vademecum strategico (non un bel segnale per l’Italia: il protagonista, Frank Underwood, è una carogna senza pari). Ci sono però tanti altri casi. In primo luogo, la serie tivù – quella migliore – ha saputo giocare da sempre sul chiaroscuro: sul buono che non lo è mai fino in fondo, sul cattivo che non lo è mai interamente. Sin da Twin Peaks, apripista della nuova narrazione sul piccolo schermo, è il dubbio a caratterizzare la storia. La sfumatura, il non detto. A colpire lo spettatore non sono tanto i personaggi manifestamente positivi, quanto chi è sfaccettato e possibilmente inquietante. Di Lost, altra serie-mito, ammaliava più di tutti l’ineffabile Ben Linus, capace di passare dal gesto più atroce all’apertura meno prevedibile. Non è soltanto il fascino del male, quanto la capacità di raccontare – avvincendo, alimentando l’immedesimazione, creando dipendenza – l’ineluttabilità della immoralità latente. L’errore quotidiano, l’inciampo esistenziale. La tentazione, la corruzione: la naturale corruttibilità dell’animo longmireumano, che conduce allo sbaglio destinato a macerarti in eterno. Fino a trasformare il personaggio in una “gramigna umana” che uccide tutto ciò che tocca, anzitutto ciò che più ha di caro. Quel che accade a Jack Bauer, protagonista di 24 (nove stagioni), che ha coinciso con un ulteriore innalzamento dell’asticella qualitativa. Col passare degli anni la serie è diventata sempre meno autoconclusiva (CSI, Dottor House) e sempre più profetica. In grado non solo di raccontare, ma anche di prevedere la realtà: quando in 24 comparve un presidente di colore sembrò un azzardo, poi però Barack Obama è stato eletto davvero. Oggi la serie tivù  si configura come un mega-romanzo a puntate, con l’ambizione neanche troppo latente dell’epica. Ulteriori step hanno coinciso con l’arrivo di serie spesso partite in sordina e divenute giustamente di culto. In molte di esse fatichi a trovare personaggi minimamente edificanti, a meno che non sia da ritenersi lodevole il personaggio che ha ucciso “soltanto” tre persone a fronte della media di 20 dei compari (The Shield, Sons of Anarchy). Sono racconti impietosi, che eternano un presente irrimediabilmente compromesso e naturalmente apocalittico, con pochi martiri e troppi carnefici (talora inconsapevoli). A salvarli, e neanche sempre, antieroi scarsamente convinti che la redenzione sia possibile: non c’erano eroi in Revolution, evaporata dopo due stagioni, se non qualche sopravvissuto fatalmente incarognito da un black-out definitivo che – più che togliere luce – aveva spento il senso della morale sul pianeta Terra. Il collante, anche lì, non era tanto la trama quanto le costanti macerazioni del cattivo (con risvolti buoni) Sebastian “Bass” Monroe e del buono (con propaggini efferate) Miles Matheson. Talora gli Stati Uniti si guardano alle spalle, pure in quel caso per ribadire che il male è irredimibile: nessuno si salva in Heel on Wheels, saga sulla nascita della ferrovia dopo la Guerra di Secessione. Il peccato c’era anche allora, c’è sempre stato e sempre ci sarà. La serie tivù è uno specchio che mostra il marcio: indugia su di esso con sapienza e sadismo. Chi ancora coltiva un barlume di disillusione tenera è fuorimoda e viene stoppato dopo tre stagioni: chiedere agli autori del lodevole trueLongmire, silenziati dalla produzione perché l’opera piaceva agli over 45 ma non ai più giovani e dunque era poco vendibile. I capolavori più manifesti degli ultimi anni sono stati Homeland, True Detective, Breaking Bad e Rectify. Cosa li caratterizza? Il livello sovrumano degli attori, la qualità rara della scrittura. E la sostanziale assenza di anime salve. Ogni redenzione è negata, come pure ogni catarsi. La tivù ha regalato poche figure strepitose come il supremo Heisenberg di Breaking Bad, eppure era un produttore di metanfetamina divenuto strada facendo omicida. Mica un santo, mica un eroe. Sfiorano forse la rettitudine gli amici-nemici della prima stagione di True Detective, saga-blues con i magistrali Matthew McCounaghey e Woody Harrelson, ma le loro sono vite impietosamente prossime al calvario. La serie, ancor più se ispirata, è nichilista e impietosa: spietatamente realista e lucidamente pessimista. Non addolcisce, ma infierisce. Sparge sale sulle ferite. L’happy end è un anacronismo neanche concepito. E l’ultima puntata non regala necessariamente risposte.  Il protagonista di Rectify è innocente o colpevole? Il sergente Brody di Homeland era una spia del terrorismo islamico o (anche e soprattutto) una vittima della vita, destinato a sacrificarla per inseguire uno scampolo di perdono? Impossibile e neanche così importante saperlo, perché è proprio il dubbio inquietante l’architrave della serie tivù. Epica post-contemporanea, tanto irresistibile quanto tremenda. (Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2014).

Stefano Cucchi, l’ingiustizia e l’impotenza

cucchi2Ricordo come, anche a scuola, provassi una strana e contraddittoria invidia per i compagni che sapevano farsi scivolare tutto addosso. Anche quando accadeva qualcosa di brutto (agli altri, mica a loro), neanche pochi minuti e la vita ricominciava già. Come nulla fosse. Mi è tornato alla mente in questi giorni, funestati dalla sentenza che non ha dato giustizia a Stefano Cucchi e dalle dichiarazioni del Sap, lo stesso sindacato che plaudì chi era stato condannato in via definitiva per la morte di un innocente. Vedo gli altri vivere come se nulla fosse accaduto, e penso che a me non riesce. E non mi riesce anzitutto quando ho la sensazione netta dello Stato che si autoassolve dopo aver commesso crimini irricevibili. E’ una sensazione che in Italia conosciamo bene. E’ quella che avevo ed ho quando penso alla macelleria messicana della Diaz, alla mattanza di Bolzaneto. E’ quella che non è stata placata dalle condanne-bonsai per il martirio di Federico Aldrovandi. E’ una sensazione che certo non se ne va quando penso a Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino e troppi altri. Io funziono in maniera diversa e forse sbagliata: io non dimentico, faccio fatica ad adattarmi. Io non mi trincero dietro il politichese del “le sentenze si rispettano” (tu quoque, Di Maio), perché anche quella di Sacco e Vanzetti era una sentenza. Io, fossi stato il Presidente del Consiglio, qualcosa di chiaro avrei detto e scritto (anche solo un tweet). Io penso allo strazio indicibile delle famiglie di chi è stato ammazzato senza colpe, magari dopo un arresto per una legge incostituzionale come la Fini-Giovanardi (quanto è incurabilmente caricaturale uno Stato che le leggi le lascia scrivere a uno come Giovanardi?). Io piango e non me ne vergogno. Io spesso non perdono e certo ricordo con rabbia, come mi ha insegnato John Osborne qualche decennio fa. Oggi come ieri, tra le lacrime e l’impotenza, continuo a provare dolore: resta lì e non se ne va, perché non se ne può andare. Volevo e voglio giustizia. Anzitutto per chi è morto come il blasfemo di Fabrizio De André: “Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte/ mi cercarono l’anima a forza di botte”.

Renziani o ingoianti?

IMG_6243Dico sul serio, per certi versi li invidio: alludo a quelli che, fino a ieri, si dicevano “diversi” e adesso plaudono financo lo yuppie speculatore che auspica “una limitazione del diritto dello sciopero”. La loro capacità di accettare tutto, ma proprio tutto, quasi mi affascina. Paiono concepire la politica come fosse calcio: non pensano, ma tifano. Più che “renziani” andrebbero spesso chiamati “ingoianti”: se Renzi gli dicesse che il futuro è riscrivere la Costituzione con Verdini (ops, sta accadendo) o magari reintrodurre la schiavitù, accetterebbero pure quello. Tutte vittime, si direbbe compiaciute, di questa sbornia tragicomica per un Panariello minore. Quando – per caso o per disgrazia – vi tornerà un po’ di amor proprio, fate un fischio: vedere gli ex berlusconiani provare orgasmi mosci per Renzi è normale, perché dal padre scaltro si è solo passati al figlio mezzo bischero; ma osservare le garrule metamorfosi renziane di chi fino a ieri giurava di voler migliorare questo paese sul serio, e oggi si è ridotto a celebrare la prima Boschi che passa neanche fosse Nilde Jotti, be’ un po’ di tristezza la mette.

M5S, i talkshow, la speranza e l’asilo Mariuccia

grillo1Ieri ero a pranzo in Romangia da un vignaiolo sardo che stimo molto, Alessandro Dettori. Abbiamo parlato (poco, per fortuna) anche di politica. Mi ha chiesto come vedessi oggi il Movimento 5 Stelle. Gli ho risposto che, pur non avendo i sondaggi davanti, lo ritengo ancora il movimento politico più forte in Italia tra gli under 40-45. Stamani ho letto Marco Travaglio e ho sorriso nel leggere la stessa riflessione. Del resto ci eravamo confrontati anche su questo, lo scorso weekend a Cagliari e Sassari. Ospiti di un Juventus Fan Club di Sassari per Juve-Roma (le espressioni del romanista Antonio Padellaro durante i disastri di Rocchi resteranno indelebili), avevamo anche parlato della imminente tre giorni al Circo Massimo. Scrive oggi Travaglio, e so di replicare qui gran parte dei suoi concetti, che ieri “un sondaggista molto in voga” gli ha chiesto in aeroporto: “Ma secondo lei lo sa che il M5S è ancora il primo partito fra gli italiani sino a 45-50, e sopra quella soglia crolla, regalando a Pd e Forza Italia tutto il resto del paese più vecchio d’Europa?”. E’ uno pizzadei tanti paradossi di Renzi: finge di incarnare il “nuovo”, ma deve il suo successo anzitutto al “vecchio”, inteso tanto come elettorato quanto come programma. Ma il paradosso è anche grillino: che senso ha non andare più nei talkshow (nei tg ci vanno ancora, ma non se ne accorge nessuno) se si deve conquistare proprio l’elettorato over 50 che guarda anzitutto i talkshow? Insistere su Rete e agorà è rispettabile ma si configura come “Sindrome Luttazzi”: convincere i già convinti, riempire i teatri e le piazze di gente che già ti vota. E dunque non conquistare mezzo voto in più, ma al massimo consolidare quelli già in serbatoio. Qual è la logica di uscire pressoché del tutto dal piccolo schermo, se la tivù – ben usata, quindi sì ai Di Maio e no ai Giarrusso – è la maniera più efficace per attrarre chi per ora ti ritiene disfattista e inutile? Il paradosso di una tale strategia tafazziana va di pari passo con il masochismo ciclico della lotta tra faide: perché estromettere Pizzarotti dal Circo Massimo? E perché replicare (come ha fatto Pizzarotti) con una guerra ai vertici? Grillo e Casaleggio dovranno lasciare spazio ad altri, ma il Movimento non pare ancora pronto a tale staffetta (e dunque Pizzarotti, che ha le sue ragioni, rischia di forzare i tempi e fare il gioco involontario tanto dei renziani quanto dei martiri di professione). Io aspetto sempre il giorno in cui il Movimento 5 Stelle capirà che è l’unica opposizione al Partito Unico e, conseguentemente, agirà con efficacia e intelligenza. Milioni di italiani guardano a M5S come sola alternativa e nutrono fiducia in loro, vuoi per meriti effettivi e vuoi per demeriti altrui: se ne sono accorti o no? La fuga dai talkshow è una puttanata totale e della lotta tra pizzarottiani e talebani non ce ne frega una beata minchia: datevi una svegliata, individuate un portavoce (Di Maio) che dia battaglia anche in tivù al Partito Unico, usate il Circo Massimo come luogo per ripartire con slancio (non per frignare, gridare al complotto e regolare conti interni). E finitela una volta per tutte con questo masochismo da asilo Mariuccia.

Elogio breve del dubbio

gaberIeri sera, a Servizio Pubblico, Sallusti ha detto a Travaglio: Vorrei che tu dicessi ‘De Magistris dimettiti'”. E Travaglio: “É già in pagina”. Lungi dallo stupirmi, l’ho trovato un momento emblematico del paese Italia: un paese di tifosi. Perché, oggi, Travaglio non dovrebbe dire e scrivere (a torto o a ragione) che De Magistris deve dimettersi? La risposta di Sallusti, ma pure degli integralisti renziani e grillini, è semplice: “Perché ha creduto in De Magistris”. Dunque, secondo Sallusti, Travaglio dovrebbe difenderlo a prescindere. Ecco: è la cosa che intellettualmente mi mette più tristezza. Quella che più avverto distante. Uno dei tanti aspetti che mi piacciono del “Fatto Quotidiano“, che è poi anche uno di quelli che più mi piacevano di Pasolini e di Gaber, è quello di non avere chiese. Non fare sconti, non essere mai tifosi. Per Sallusti è ovvio difendere sempre Berlusconi, anche e soprattutto quando è indifendibile. E così, per gli ultrà renziani. E così per quelli grillini. Come se parlassimo non di politica e di idee, ma di squadre di calcio (a margine: io non riesco a essere veramente fazioso neanche nel calcio). Chiedo scusa, ma se è questo l’approccio che cercate, avete sbagliato giornale e giornalista. Il fatto – per esempio – che mi senta vicino a molte battaglie dei 5 Stelle non significa che mi piaccia tutto dei 5 Stelle. E se qualche (molti) talebano si arrabbia, pazienza. Ciò che rende libero un uomo è proprio il mettersi costantemente in discussione e non rinunciare mai al dubbio. Io forse spaccherò troppo il capello in quattro, ma in giro vedo sin troppe persone che “si divoran tutto senza protestare/ gli si potrebbe dare in premio/ un bel barattolo di merda/ per duemila lire” (cit).

George Harrison, il più grande da solo

harrison“Fu come andare in bagno e liberarsi interamente dopo anni di costipazione”. Così George Harrison amava spiegare la nascita di All Things Must Pass, il suo triplo album del 1970. Ritenuto erroneamente “il terzo Beatle” e fatalmente oscurato da Lennon e McCartney, Harrison aprì ogni rubinetto artistico possibile. Ne nacque un album saturo di intuizioni, irripetibile e indimenticabile. E’ appena uscito George Harrison: The Apple Years 1968-75, box con i suoi primi sei album da solista, un dvd e un libro realizzato dal figlio Dhani. Il cofanetto aiuta a comprendere le sfaccettature di una figura inquieta e complessa, diviso tra le tentazioni della vita materiale e l’anelito a una spiritualità totalizzante. Quando i Beatles frequentarono il Maharishi Mahesh Yogi, per gli altri fu poco più che una sbornia mistica: per George no, per lui fu Rivelazione. La sua storia è stata raccontata da Martin Scorsese nel magistrale docufilm Living In A Material World. Harrison scelse con cura ogni particolare di All Things Must Pass. Anche la copertina: lui è adagiato in una sedia, nel mega-parco della villa di Friar Park; sotto, quattro gnomi da giardino a terra. Gli gnomi erano i Beatles. Lennon commentò inizialmente il disco con toni sprezzanti, un po’ per la copertina e un po’ perché “in quel periodo George tramutava in oro tutto quello che toccava”. Ne era geloso. Tra i sei album riproposti dal cofanetto c’è anche Wonderwall music (1968), colonna sonora dell’omonimo film di Joe Massott. La musica indiana compariva già allora. Era stato Harrison, del resto, a inserire tre anni prima il sitar in Norwegian Wood: l’esordio di quello “strano” strumento, scoperto grazie al maestro Ravi Shankar, nella musica occidentale. Il secondo lavoro di Harrison, Electric Sound, è un delirio che contiene suoni ricavati da un sintetizzatore Moog IIIP: “Non ho mai imparato veramente a usarlo, registravo qualsiasi suono uscisse mentre giocherellavo con i pomelli. Indizi di avanguardia”. I Chemical Brothers, negli Anni Novanta, lo hanno rivalutato. Dopo All Things Must Pass sarebbero arrivati altre tre album in studio: Living in A Material World (discreto), Dark Horses (fragile e ulteriormente indebolito da una tournèe sciagurata, con Harrison senza voce e mediamente strafatto) e Extra texture (Read alla bout it). Quest’ultimo fu imposto dalla Apple, che esigeva una sesta opera: harrison 2Harrison eseguì, con navigata sciatteria. Più o meno la stessa cosa che accadde nel 1982 con Gone Troppo. Il titolo, più o meno, vuol dire “Andar fuori di testa ai Tropici”. Ad Harrison faceva così schifo che si rifiutò persino di promuoverlo. Dalla seconda metà dei Settanta, l’uomo fu molto solitario e spesso extra-musicale: frequentava il mondo della Formula 1, produceva film. Amava i Monty Python e, quando vide che nessuno voleva produrre il teoricamente blasfemo Brian di Nazareth, lo fece lui. A conferma di come il suo essere profondamente credente non contemplasse un approccio bigotto. Anche in My Sweet Lord giocò con la religione: “Se avessi messo subito il ritornello “Hare Krishna”, il pubblico sarebbe scappato. Invece all’inizio ripeto “Alleluja”, così loro hanno il tempo di tranquillizzarsi. Poi, quando arriva “Hare Krishna”, cominciano a canticchiarlo senza neanche rendersene conto”. Il brano fu accusato di plagio, per una somiglianza sfacciata con He’s so Fine delle Chiffons; quella polemica, unita a truffe e vicissitudini fiscali che vanificarono parte dei proventi benefici del Concert for Bangla Desh, accelerarono la disillusione. Le sue ultime epifanie musicali avvennero a cavallo tra Ottanta e Novanta, con Cloud Nine, il supergruppo dei Traveling Wilburys (Dylan-Orbison-Petty-Harrison) e una tournée in Giappone con Eric Clapton. L’amico di sempre; quello che stava per sostituirlo nella fase finale dei Beatles; quello che sul palco del concerto per il Bangladesh si reggeva in piedi a fatica; quello che si innamorò della sua prima moglie Pattie Boyd, ispiratrice di Something, Layla e Wonderful Tonight. Nulla, però, fu mai più musicalmente bello come in All Things Must Pass. Harrison cominciò a lavorarci con i Beatles ancora attivi: ogni tanto proponeva brani propri, venendo quasi sempre respinto con perdite. Tra i pochi brani da lui scritti, e dalla diarchia Lennon-McCartney accettati, Something, Here Comes The Sun e While My Guitar Gently Weeps. A volte volava a Woodstock e scriveva con Bob Dylan: a lui dedicherà I’d have you anytime, esortandolo ad “aprirsi” agli amici. In Waw-wah ironizza sul desiderio di McCartney di imporre tutto, harrison 3anche il suono delle (sue) chitarre. Harrison aveva così tanta voglia di liberarsi da incidere un terzo album fatto di jam sessions che testimoniassero l’eccellenza dei musicisti coinvolti: Clapton, Billy Preston, Ringo Starr, Klaus Voorman, Derek & The Dominos, un giovane Phil Collins e (pare) un non accreditato Richard Wright dei Pink Floyd. Del disco esistono svariati bootleg e versioni, oltre a tracce scartate e poi riapparse altrove. Tutto, in All Things Must Pass, ammalia. A partire da Isn’t it a pity, un po’ canzone contro la guerra e un po’ riflessione sulla fine dei Beatles: “Non è un peccato?/ Non è una vergogna/ Come ci spezziamo l’un l’altro i cuori?”. Inizialmente Harrison pensò di cederla a Frank Sinatra, poi per fortuna cambiò idea. Il disco non sarebbe mai nato senza Phil Spector, immaginifico inventore del “Muro del suono”. Fu lui a postprodurre Let It Be, opera “postuma” e contrastata dei Beatles: McCartney odiò quei suoni troppo carichi, poi però dal vivo eseguiva The Long And Winding Road esattamente come l’aveva pensata Spector, con tanto di cori e violini. Quattro anni dopo All Things Must Pass, Spector ebbe un incidente d’auto che lo sfigurò e rese probabilmente pazzo. E’ in carcere dal 2009 per l’omicidio volontario della modella americana Lana Clarkson, il 3 febbraio 2003. Non potrà uscirne prima del 2028. Si è sempre proclamato innocente, oggi sembra uno spettro e forse ha il Parkinson. Harrison è morto il 29 novembre 2001 nella villa di Ringo Starr a Los Angeles. Aveva 58 anni. Malato da tempo, la sua scomparsa fu accelerata dall’aggressione subita (nel 1999) da un pazzo che entrò di notte nella sua villa di Londra e lo accoltellò più volte al torace: lo salvò la seconda moglie Olivia, che colpì l’aggressore con un attizzatoio. Le sue ceneri sono state sparse nel Gange, il fiume sacro indiano. Olivia giura che, quando il marito spirò, la stanza fu come irradiata dalla luce. (Il Fatto Quotidiano, 26 settembre 2014)

Piero Ciampi, il poeta dimenticato

ciampi 2Tra pochi giorni compirebbe 80 anni, un’età che ha fatto di tutto per non raggiungere. Riuscendoci. Ha bevuto una vita intera, “come un irlandese”, per avere le “carte in regola” e una cirrosi che suggellasse l’ultima uscita di scena. Invece se l’è portato via un cancro alla gola, a neanche 46 anni e a conferma che “Il corpo/ è un sublime/atroce/ porco”. Piero Ciampi era nato a Livorno nel 1934, in uno dei quartieri più antichi (il Pontino) di una città complicata: “Sono arrabbiato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunista. Livorno è un’isola, è la città più difficile per tutti, anche per me. Perchè a Livorno c’è tutta la contraddizione di questo mondo: ci sono gli americani, c’è il più grande Monte di Pietà che si possa immaginare, io ne so qualcosa. C’è anche una delle più numerose comunità ebraiche in Italia. A Livorno sono nati il partito socialista e quello comunista. Ecco, io sono il Robinson Crusoe di questa isola che poi è un mondo”. Sottovalutato e per nulla compreso (a volte neanche da se stesso), ha creduto nella canzone d’autore italiana prima di chiunque altro. Probabilmente troppo prima. Ha speso quasi tutto il suo tempo a sperperare se stesso, in un nichilismo ostinato che ha lasciato perle, aneddoti e rimpianti. Come ha scritto Simone Coacci su Ondarock.it, “Piero Ciampi è un avanzo di “bohéme”, ha sbagliato secolo. Un anarchico di Bianciardi. Un clochard, un capocomico senza compagnia, il demone che si nasconde sul fondo dell’ennesima bottiglia. È la mina vagante che fa saltare in aria lo iato apparente che c’è fra mercato e ideologia”. Durante il periodo militare, a Pesaro, conobbe il compositore Gian Franco Reverberi. Recluta ribelle, si scazzottava coi “nonni”, declamava poesie inventate sul momento e scriveva lettere d’amore alla figlia del comandante “degne di Cyrano de Bergerac”. Visse per un po’ a Parigi, frequentando Céline e imbattendosi in Brassens. Scriveva i testi sopra i tovagliolini da cocktail, viveva di espedienti e somigliava a Felix Lèclerc. I parigini lo chiamarono “Piero Litalianò”. Fu il nome d’arte del suo primo album, voluto da Reverberi e notato da nessuno. I versi lambivano Vian e Becaud, la discografia milanese gli consigliava di cantare alla Modugno: un mix irrisolto, che rese ancora più criptico quel talento da nomade irrequieto, che aveva imparato a suonare il contrabbasso da autodidatta e fondato la prima band con i fratelli Paolo e Roberto. Tutti morti – come lui – prima del padre Umberto, venditore di pelli. A Livorno lo ricordano ancora, alto (1.86), sempre spettinato e mai sobrio. Lo si incontrava spesso, come ricorda Riccardo Venturi su Bielle.org, all’Osteria dei Terrazzini, meglio conosciuta come Enoteca Mannari. Da ragazzino si guadagnava da vivere come impiegato alla Razzaguti Oli: il suo primo lavoro e forse anche l’unico. In pochi hanno creduto in lui e quei pochi, a volte, un po’ se ne sono pentiti. Gino Paoli lo ritiene tuttora “il più poeta di tutti, l’artista vero, egoista e folle come tutti gli artisti veri”. A fine anni Sessanta propose Ciampi alla RCA, spacciandolo come un fenomeno prolifico e affidabile. La casa discografica si fidò e concesse a Ciampi ciampiun anticipo impensabile. Lui lo prese e spese tutto subito. Quando tornò per chiederne ancora, la RCA maledì Paoli e retrocesse Ciampi a una sottoetichetta marginale: si chiamava “Amico” e avrebbe pubblicato i suoi album migliori, “Piero Ciampi” (1971) e “Io e te abbiamo perso la bussola” (1973). Entrambi scritti con il musicista Gianni Marchetti, dotato e sottovalutato pure lui, autore di colonne sonore per film surreali (“I vigliacchi non pregano”, “Muori lentamente… te la godi di più”). In un mondo neanche troppo ideale, oggi la coppia Ciampi-Marchetti figurerebbe accanto ad altre giustamente celebrate come Mogol-Battisti o De André-Pagani. Gli estimatori di Ciampi erano sparuti ma noti. Ezio Vendrame interruppe letteralmente una partita (del Padova) quando lo vide sugli spalti: voleva salutarlo come meritava un Artista. Ornella Vanoni desiderava a tutti i costi un album scritto da lui, ma Ciampi si rese irreperibile e perse anche quel treno. Aznavour si innamorò della sua “Tu no” e lo portò in Rai a “Senza rete”. Prima di entrare, Ciampi si inchiodò e disse che non se ne faceva nulla. Odiava la tivù. Paolo Villaggio, che avrebbe fatto lo stesso anni dopo con De André alla Bussola di Viareggio, lo spinse sul palco. Fu una delle sue esibizioni migliori: era molto ubriaco, era quasi stonato, era Ciampi. Dalida lo interpretava, Radio Capodistria lo trasmetteva, De André lo amava (Guccini no). Ciampi piaceva ai suoi simili e dunque ai poeti. A Roma frequentava Alfonso Gatto, si confrontava con Alberto Bevilacqua e giocava a scacchi con Carmelo Bene. Alberto Moravia abitava davanti a Ciampi. Moravia aveva un merlo, che ispirò il brano omonimo di Ciampi. Nella finzione, il cantante minacciava di mangiarsi il merlo. Nella realtà, Moravia strozzò il merlo sul serio, in uno dei non sporadici eccessi di ira. Tra i pochi a sopravvalutare Ciampi, troneggia la Domenica del Corriere: “Questo giovanotto si chiama Piero Litaliano e il suo nome, fra qualche mese, sarà sulla bocca di tutti: sono già pronti i dischi, i manifesti e gli slogan pubblicitari. […] Fra sei mesi, un anno al massimo, Piero Litaliano sarà popolare come Mina. […] è il cantante nuovo costruito scientificamente per il 1962”. Nel 1976 partecipò a una registrazione televisiva Rai con Renzo Zenobi e Nada, che tre anni prima aveva inciso un disco con testi di Ciampi (“Ho scoperto che esisto anch’io”). La Rai non l’ha mai trasmessa e poco è cambiato con “Piero Ciampi, no!”: reputandolo troppo avvinazzato e dunque sconveniente, lo speciale fu mandato in onda in clandestinità (il 3 agosto alle 13). Nel 1976 si esibì al Premio Tenco. Rifiutò le telecamere. Entrò in scena barcollando e in ritardo, troppo preso dalle discussioni etiliche con il patron della rassegna Amilcare Rambaldi. Lo fischiarono. Lui: “Taci tu, parla quando te lo dico io perchè, scusami, se tu vuoi parlare
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vieni qua: io rischio, te no!”. Altri fischi. Lui: “Dè, ma te perchè ‘un ti ‘ompri un sassofono?”. E via così. Poi però solo applausi. Con il pubblico litigava di continuo. A Firenze, nel 1975, abbandonò il palco senza neanche terminare il primo brano: “Sono il cantante più pagato d’Italia, 300mila lire per mezza canzone”. Si prese a cazzotti con Califano, reo di non avergli offerto da bere, e mandò a quel paese Silvan perché le sue magie erano scontate. Negli Anni Sessanta scompariva spesso. Lo avvistavano in Spagna, Irlanda, Inghilterra, Svezia e Giappone. Ha avuto molte compagne, ne ha amate davvero due: “Erano belle, bionde, alte, snelle. Ma per lui non esistono più”. La prima, Moira, irlandese, scappò dopo neanche un anno di matrimonio e si portò via il figlio. La seconda, Gabriella, romana, resistè otto mesi. Da Gabriella ha avuto l’altra figlia, Mira, citata nella relativamente celebre “Il vino”. Frequentò, poco e suo malgrado, anche la musica commerciale. Gaetano Pulvirenti, fondatore della Karim, a metà anni Sessanta gli affidò la direzione della Ariel. Doveva scrivere brani orecchiabili per autori di successo. Portò Gigliola Cinquetti al quarto posto a Sanremo, poi la Ariel fallì. Dissipatore instancabile di se stesso, ha lasciato canzoni indelebili, un’idea di arte romanticamente guerreggiante (“Non si combatte con le armi ma col cuore”), continue fughe in avanti e un rosario di vaffanculo. Il più noto è quello di Adius, che parte come una canzone quasi canonica d’amore per poi esplodere in uno sfogo liberatorio: “Mi vuoi stare vicina? Noooo? Ma vaffanculo. Ma vaffanculo. Sono quarant’anni che ti voglio dire…ma vaffanculo. Ma vaffanculo te e tutti i tuoi cari. Ma vaffanculo. Ma come? Ma sono secoli che ti amo, cinquemila anni, e tu mi dici di no? Ma vaffanculo. Sai che cosa ti dico? Vaffanculo. Te, gli intellettuali e i pirati. Vaffanculo. Vaffanculo. Non ho altro da dirti. Sai che bel vaffanculo ti porti nella tomba?”. Sapeva di essere bravo (“Ha tutte le carte in regola/ Per essere un artista/ Ha un carattere melanconico/ Beve come un irlandese/ Se incontra un disperato/ Non gli chiede spiegazioni”) e gridava minacce smargiasse alle donne e alla vita (“Dai, dai, coricati, vai che ti sganghero! Te lo faccio vedere chi sono io!”). Ha vissuto poco e sempre contromano, non conoscendo altre strade se non quella meno facile da percorrere (Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2014).

“Reputescion, i talk e il narcisismo” (TvBlog)

Schermata 09-2456923 alle 10.27.09(TvBlog, Lord Lucas). Dopo il successo di pubblico e di critica ottenuto nelle passate edizioni, che hanno visto avvicendarsi ospiti di spicco del mondo della politica, della cultura, della società e dello spettacolo tra i quali Walter Veltroni, Renzo Arbore e Carlo Verdone, domani lunedì 22 settembre alle ore 22.00 prende avvio su La3 (Canale 163 di Sky, canale 134 del Digitale) la quarta stagione di Reputescion – Quanto vali su web?. Alla conduzione, tutti i lunedì per 14 puntate (la doppia collocazione del giovedì è stata annullata, per la troppa concorrenza sui social di X Factor e Santoro), ritroveremo Andrea Scanzi. L’opinionista più forbito dei talk show ha deciso di raccontare a TvBlog qualche anticipazione sulle nuove puntate (da cui capirete che non è proprio un grande amico di Giovanni Floris, oltre che di Daria Bignardi). E di svelarci, una volta per tutte, il segreto della sua doppia anima televisiva.

Alla vigilia del ritorno, cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime interviste di Reputescion? Ti va di dirci in anteprima qualche ospite?

“Nella prima puntata di domani avremo Luigi Bisignani (il noto faccendiere, ex giornalista dell’Ansa autore del bestseller Il Direttore, ndr), che ha accettato di venire in televisione per la prima volta in tivù dopo l’avviso di garanzia per il caso Eni. Alla seconda puntata ci sarà Carlo Cracco, che si è aperto molto di più e ha ammesso molto candidamente di essersi trovato male dalla Bignardi. Poi Pizzarotti parlerà anche dello scontro che ha avuto con Grillo. Ancora, avrò un artista poco vicino a me per gusti musicali e politici ma con cui c’è stima reciproca, penso che verrà fuori un’intervista interessante: Gigi D’Alessio. E infine Fedez, sempre più in auge con X Factor. Gli altri ospiti non te li dico, perché devo ancora cercarli. Ma ne approfitto di TvBlog per fare un appello”.

Prego.

“Tramite TvBlog nomino Renzi, la Boschi e Jovanotti, li vorrei subito. Se vengono a Reputescion per loro è più facile, essendo il padrone di casa non posso essere particolarmente incalzante. Rischierebbero pochissimo. Renzi me l’aveva promesso prima di diventare premier, ho ancora il suo sms. E’ sparito, forse per lui sono diventato troppo cattivo. Con la Boschi siamo concittadini ma non c’è un gran rapporto. Con Jovanotti non siamo soltanto concittadini, ma uno abita proprio a pochi km dall’altro, entrambi a Cortona. Li vorrei perché a me piace avere degli ospiti molto distanti da me. Io ho canali televisivi in cui non sono molto amato (dal resto dell’intervista sembra si riferisca a Rai3, ndr) e in cui non mi inviterebbero mai. Io non sono così. Quando ho un programma mio tendo a chiamare quelli che sono distanti”.


Tipo Massimo Giannini? Con lui siete vicini o distanti? Lo intervisteresti per farcelo conoscere meglio, dopo il suo debutto sfocato a Ballarò?

“La mia risposta non vuole essere paracula, ma non ho visto né la prima di Floris né di Giannini, perché martedì non ero davanti alla tv. Ho sfiorato una volta sola Giannini in uno studio televisivo, non lo conosco personalmente. Lo leggo, lo stimo, abbiamo sicuramente una posizione diversa sul Governo Renzi, al momento non ho cose particolari da dire, se non che credo lui sia stato molto furbo a non fare una rivoluzione. Ballarò è un programma che funziona in quanto Ballarò. Quando tu hai un prodotto che funziona, secondo me, l’intelligenza è proprio quella di toccarlo il meno possibile. Mi dicono, poi, che martedì riporterà in televisione Paolo Rossi per la copertina, è una bella scelta. Io non ci sono mai stato a Ballarò nell’era Floris, se andassi da Giannini sarei ben felice e penso che mi divertirei”.

Siamo contenti di aver fatto da tramite anche in questo, chissà. Sempre a proposito di “distanze”, Reputescion è evidentemente l’unico programma che sa raccontare il web in televisione. Ma va in onda in un canale piccolo e lontano, come La3. Considerata l’alta risonanza e le sue grandi potenzialità, è pronto al grande salto verso lidi più visibili?

“E’ una domanda che mi pongono in tanti. Reputescion si può fare solo su La3, in quanto è un format prodotto da Showlab che ha un rapporto privilegiato col canale. Trovo sia giusto così, perché questo canale, piccolo ma gestito in maniera molto professionale, ha avuto il grandissimo merito di credere in questo progetto. E io sono gratissimo a loro per avermi dato fiducia, affidandomi il primo programma tutto mio. E’ chiaro che questa trasmissione, per quanto nata sottotraccia, è stata notata anche da altre reti. Qualcosa non dico di identico, ma di simile in futuro potrebbe nascere altrove. Dei contatti li ho avuti, ma non entro nel dettaglio perché sarebbe scorretto”.

Quindi non aspiri a condurre un programma di approfondimento politico?

“In realtà no. O comunque non è il mio primo desiderio. Se mai dovessi continuare a fare il conduttore mi vedo molto più adatto a fare una cosa come Che tempo che fa o Le invasioni barbariche, rispetto a In onda, Matrix o Piazza pulita. Detta in altri termini, mi sento molto più a agio come ospite se devo partecipare a un talk politico, perché non sono Telese o Formigli o Sottile. E lo dico con profonda stima per loro, che sanno essere neutrali e distaccati. Io nella politica credo di rendere di più se faccio l’ospite, come Travaglio, perché è il mio ruolo. Invece, quando ho l’opportunità di fare un faccia a faccia, insomma un’intervista a un personaggio che ha cose da dire, credo non mi venga malissimo. Perciò spero di farlo un giorno anche su reti grandi”.


Cos’è che funziona di più a Reputescion, allora? La luce del dentista ha il raro potere di far aprire le fauci dell’ospite, anziché dischiuderle…

“Ricordo delle parole di Maurizio Costanzo nella Strategia della tartaruga, di cui ho curato la prefazione. Il suo ricordo più bello era legato a Marcello Mastroianni a Bontà sua: lui era sua ospite, ma non si apriva. Costanzo percepiva la fatica, è un dramma in televisione non far breccia nell’ospite. A un certo punto, per una domanda che non reputava fondamentale, sentì come la zip che si apriva e Mastroianni che era pronto ad aprirgli l’anima perché cominciava a fidarsi. Secondo me Reputescion, nel suo infinito piccolo, fa sì che quella zip dell’anima si apra e lasci intravedere anche solo qualcosa dell’intimità di un personaggio”.

Quale tuo ospite credi si sia aperto di più con te?

“Ce ne sono tanti. Renzo Arbore era molto a suo agio, Rossella Brescia mi ha detto cose che altrove non aveva mai detto. Idem Luca Telese. Persino degli artisti che magari erano appena stati dalla Bignardi, come Maccio Capatonda, a Reputescion si sono aperti di più. Con Verdone si è creata un’empatia tale, che ha raccontato soltanto a me la scena inedita della Grande bellezza. Ho avuto anche Busi, che per la prima volta è ritornato sulle polemiche sulle sue affermazioni in merito alla pedofilia. E Ovadia, e Fossati, e Finardi, e Vauro. E tanti altri. Evidentemente Reputescion è un’oasi salva. Merito dell’autore, della rete, spero un po’ anche mio”.

In effetti lo Scanzi conduttore è molto diverso dall’attaccabrighe dei talk show. Volevi proprio far conoscere questo tuo lato, più disponibile all’ascolto e attento alla sensibilità di chi hai di fronte?

“Mi faceva piacere che venisse fuori, ma non perché fosse studiato a livello professionale della serie ‘adesso voglio dimostrare che so anche stare calmo’. Io sono diventato famoso perché attacco la destra e la sinistra, perché ho raccontato in tv i 5 Stelle prima di altri, ma in fondo vengo dalle interviste. Anche quelle sportive, il che spiega perché vado a TikiTaka ogni tanto lasciando in molti perplessi. Il mio primo libro era la prima autobiografia vera su Roberto Baggio, nel 2001. Ma io, già da quando ho iniziato a fare il giornalista, la prima cosa che facevo erano le interviste: a Fossati, a Luttazzi, a Grillo. Ne ho fatta una di dieci pagine a Gaber. Però poi la televisione ti cristallizza per fare di te un personaggio, allora Scanzi è quello che ha litigato con la Santanchè, funziona, fa ascolti, diventa il polemista. Per carità, ci sono insulti peggiori e va benissimo, ma sono più sfaccettato di quello che va litigare in televisione. Sono anche quello che si vede a Reputescion. Io mi diverto molto più a intervistare Verdone, che ad andare in televisione con Pina Picierno”.


E ti diverte anche la tv massmarket, visto che molti tuoi ospiti vengono dal daytime o dai reality…

“Un’altra cosa che mi distanzia da un certo tipo di giornalismo è che io non credo di essere un radical chic. Quando ho avuto ospite Selvaggia Lucarelli, una carissima amica, o Caterina Balivo, entrambe ritenute “nazionalpopolari”, mi sono divertito perché io sono anche pop e non lo considero un insulto. E’ appena uscita una mia recensione su Tale e quale sul Fatto Quotidiano, non è che uno vive soltanto di massimi sistemi”.

A me interesserebbe molto, invece, un tuo parere sulla situazione attuale a La7. Come vedi questa partenza difficile, tra Floris, il caso Gruber…

“Io La7 la vedo da ospite, non conosco i meccanismi. E’ una splendida rete. E’ innegabile che ha puntato totalmente sui talk show in un anno in cui il talk show è molto meno accattivante e me ne rendo conto anch’io quando lo frequento. Oggi mi diverto di più a TikiTaka, perché è una fase di stanca politica, di pensiero unico. Non è colpa de La7: è così e basta. Non si capisce bene chi stia da una parte e chi dall’altra. E’ difficile trovare il punto di differenza netto, nell’era berlusconiana chiamavi la Santanchè da una parte e uno di sinistra dall’altra e facevi il boom di ascolti. La7 ha puntato troppo su un metodo comunicativo che è un po’ in crisi. Trovo ci siano grandi professionisti a La7, per esempio ritengo che Tiziana Panella sia bravissima. Trovo sia stato molto bravo nella prima puntata Formigli, che ha avuto il coraggio di fare l’inviato all’estero e di non puntare solo sulla politica. Credo che la crisi di ascolti sia innegabile nel caso di Floris. Parlo della striscia preserale. Ricordo che facevo G’ Day con la Cucciari e ci chiusero che non arrivavamo al 3%, non arrivare neanche al 2 e chiamarsi Floris credo non sia positivo dal punto di vista quantitativo. Ho paura che al momento Renzi abbia massificato e uniformato troppo la comunicazione. Poi è ovvio che io esprimo tutta la mia vicinanza a Lilli Gruber, che tornerà più forte che mai e che sicuramente mi manca molto, perché io a Otto e mezzo mi diverto e spero che torni presto”.

L’intervista è finita, mi ritengo personalmente soddisfatto perché avere un giornalista forte nella dialettica come Scanzi significa sempre portarsi a casa più di un titolo. Poi, quando meno te l’aspetti, Scanzi ci tiene a farti aggiungere una cosa.

“Scusami, ci tengo a dire che Reputescion è un’idea di Fabio Migliorati, per non avere neanche 30 anni è un autore veramente bravo. Se riesci a citarlo mi fa piacere, è autore unico e son contento. I testi sono suoi e basta, ci lavora tanto”.

Ma da un egocentrico come ti dipingono uno non si aspetterebbe l’esaltazione di meriti altrui…

“Io gioco tantissimo sull’egocentrismo. Sono consapevole del fatto che mi piaccio, un po’ Narciso lo sono, mi piace se una donna mi fa i complimenti e godermi la bella vita. Ma c’è una cosa che può dire chiunque lavora con me, ovvero che ho un grandissimo senso della squadra. Ringrazio sempre chi fa le pagine del Fatto quotidiano, chi lavora con me a teatro. Anche quando giocavo a calcio preferivo fare l’assist che andare in rete”.

Giusto perché Scanzi sa spiazzarti sempre (TvBlog, Lord Lucas).