Ode breve dei Radiohead (vi amo, vi ho sempre amato)

radioheadVi amo: vi ho sempre amato, sin da quando vi intercettai con Creep e poi con The Bends. Ok Computer è il disco perfetto, il Dark Side Of The Moon degli Anni Novanta e non posso ascoltarvi ogni giorno perché mi strappate l’anima e mi fate male come solo i Pink Floyd o certe cose dei Sigur Ros. Siete come C’era una volta in America o L’età dell’innocenza: dovete essere maneggiati con cautela, perché avete sempre avuto questa maledetta attitudine a devastare il cuore. Vi ho sempre seguito, anche quando avete esagerato con le rivoluzioni, anche quando avete inciso canzoni che piacciono solo a voi (anzi: a volte neanche a voi). Vi ho seguito con Kid A, con Amnesiac, con Hail to the Thief, con In Rainbows, con The King of Limbs. Ogni vostro disco ha almeno 3-4 brani che, da soli, valgono tutto. Quando ho voglia di credere nell’esistenza non tanto di Dio, che Roger Waters lo conosco già, ma dell’Uomo, mi stordisco di Fake Plastic Trees, Exit (Music for a film), The National Anthem, Like Spinning Plates, There There e altri venti brani almeno. Street Spirit (fade out) è inaccettabile per dolcezza e Paranoid Android è la suite che avrebbero composto i Pink Floyd se avessero scritto Ummagumma nel 1997. Mi trovo ora ad ascoltare A Moon Shaped Pool, più o meno per la cinquantesima volta in tre giorni. E vi ritrovo come sempre, uguali e diversissimi, malati e contorti, intrisi di un genio quasi osceno tanto è cristallino, con quei cazzo di suoni e quella cazzo di voce. Thom Yorke non è neanche un cantante: è Leopardi che si è messo a radiohead 2cantare le Operette Morali dopo qualche secolo di letargo. Anche in questo disco avete messo le solite o tre quattro masturbazioni a uso e consumo dei vostri demoni, ma chi se ne frega. Vi perdono, vi ho sempre perdonato. E anche delle vostre paturnie sui social e sulla discografia non me n’è mai fregato nulla. Anzi meno. Burn The Witch crea dipendenza ed è meglio di un trip scritto da Burroughs. Decks Dark e Desert Island Disk hanno una delicatezza che non esiste. Glass Eyes fa piangere a dirotto, The Numbers è drammaticamente perfetta e True Love Waits è l’unico finale possibile. Diranno ancora che siete cerebrali, che siete freddi, che siete autoreferenziali. Lasciateli dire: il cicaleccio degli ignoranti, e peggio ancora degli insensibili, non ha mai fatto la Storia. Voi sì. E’ davvero rassicurante essere coevi: siete la musica migliore per questa nostra contemporaneità quasi sempre asincrona. Per non dire stonata.

(Sì, vi amo. Vi ho sempre amato).

Wimbledon: istruzioni per l’uso

djokoSolo un infortunio o una sorpresa inaudita possono impedire a Novak Djokovic di vincere il suo quarto Wimbledon (terzo consecutivo). I Championships cominceranno lunedì prossimo. Se Djoko trionferà sarà ancora più vicino al Grande Slam, l’impresa di vincere nello stesso anno i 4 Slam. Gli mancherebbe “solo” lo Us Open, che ha già conquistato due volte. Nel tennis maschile il Grande Slam non si verifica dal 1969, quando a ottenerlo fu Rod Laver. Non c’è riuscito McEnroe, non c’è riuscito Sampras, non ci riuscirà Federer. Djokovic lo avrebbe già ottenuto un anno fa, se solo in finale al Roland Garros non si fosse imbattuto nella versione perfetta e irripetibile di Wawrinka. Sorpresa clamorosa, superata solo da Roberta Vinci che a New York batte Serena Williams. L’esito scontato dell’imminente Wimbledon non aggiunge fascino a un torneo comunque magico. In più c’è la constatazione di come il tennis sia sempre più atletico e sempre meno “romantico”. Un aspetto che colpisce soprattutto gli spettatori occasionali, che si imbattono ogni tanto in qualche incontro, hanno più di quarant’anni e si chiedono: dove sono quelli che fanno serve and volley? Perché giocano tutti uguale? Ormai le superfici si somigliano e non c’è più la differenza abissale tra erba e terra. Infatti Nadal, che a rete non va quasi mai, ha vinto Wimbledon due volte. E lo stesso Murray, che qui ha trionfato tre anni fa, non è certo un volleatore. L’evoluzione dei telai, parallelamente alla cura sempre più certosina della componente atletica, hanno poi reso il tennis ancora più muscolare. Se solo un tennista osa fare sistematicamente serve and volley, lo macellano a suon di passanti. Wimbledon, e con lui il tennis, restano però affascinanti. I personaggi da seguire ci sono, anche se non sempre di primissima fascia. Non esistono più i Pat Cash, ma ci sono quelli che sull’erba nei primi turni possono battere chiunque (o quasi): Mahut, Brown, Stakhovsky, Muller, Florian Mayer, eccetera. Attenzione poi a una componente: il tennis sta vivendo una fase di pre-rottamazione. Nuove leve si affacciano nei piani alti del ranking, destinate a rimanerci. Chi dice che oggi il tennis è noioso non si ricorda dei tempi mesti durante i quali Federer – campione indiscutibile – dominava gli Slam giocando da solo, beneficiando di vassalli che di fronte a lui si scioglievano pietosamente: Philippoussis, Hewitt, Roddick, Soderling, Gonzalez, Henman, Ljubicic, Baghdatis. Un’era bella i federeriani: peccato però che il tennis si giochi in due, altrimenti è onanismo. C’è stata poi la fase dei Fab Four, dove Nadal e Federer erano dominanti e subito dietro Djokovic e Murray. Ora che Nadal è assente e Federer non più favorito, Djokovic (all’apice della carriera) giganteggia. E Murray assurge a perfetto (eterno) secondo. La finale naturale di questo Wimbledon è Djokovic-Murray: sarebbe la 35esima sfida tra loro, con il serbo avanti 24 a 10. Federer qui può fare tutto, ma parte indietro. Nadal non ci sarà, in forse Tsonga. Wawrinka non ama l’erba. Attenzione a Raonic. Tutto già scritto, ma con una novità: la top ten verrà riscritta a breve. Thiem (1993) è già 7, ha fatto semi al Roland Garros e può ripetersi qui se non incrocia prima Djoko. Goffin (1990) è 11 e destinato a una bella carriera. Kyrgios (1995) è 18: fenomeno, ma dannatamente umorale. E’ ormai nei primi trenta Zverev (1997), naturale numero uno del futuro come Thiem. E poi ci sono Coric, Pouille, Kokkinakis, Fritz, Edmund, Chung e tanti altri. Finalmente il tennis ci regalerà un ricambio drastico. Perché ciò si realizzi appieno, manca però ancora un anno o poco più. Ovvero la fine del 2016 e buona parte del 2017. Periodo durante il quale Djokovic vincerà tutto. O quasi. (Il Fatto Quotidiano, 20 giugno 2016)

Identikit: Vittorio Zucconi, un po’ tifoso e un po’ scoiattolo

Schermata 2016-06-21 a 12.12.11Chi ha buona memoria e ormai qualche anno, ricorderà come Vittorio Zucconi fosse spesso al Maurizio Costanzo Show. Il conduttore, giustamente, ripeteva spesso che Zucconi era uno dei pochi a poter parlare e scrivere di tutto. Era vero e stilisticamente vale ancora oggi: contenutisticamente, dipende. Rispetto a quei tempi ormai lontani, Zucconi è cambiato un po’. Come tutti, del resto. Il talento c’è ancora, la piacevolezza (quando vuole) pure. Vanno però riscontrate alcune timide variazioni rispetto alla matrice originaria zucconiana. In primo luogo, ora che è direttorissimo della bella Radio Capital, Zucconi tromboneggia senza sosta. Quando dialoga con gli ascoltatori, sembra sempre più il parroco di paese che sentenzia su tutto: Don Vittorio da Repubblica, officiante laico di renzismo buono e boschismo vivido. In secondo luogo, la scoperta dei social ha avuto nella vita di Zucconi lo stesso impatto del noto meteorite su Tunguska. Non appena ha scoperto Twitter, Don Vittorio ha cominciato a mitragliare cinguettii lividi come se piovesse: arginarlo è davvero impossibile. C’è poi il terzo aspetto, che riguarda il suo totale abbandono della ragion critica politica. Tutti hanno simpatie politiche, e ci mancherebbe altro. Chi finge di essere super partes, spesso, è solo un paraculo in incognito. Solo che Zucconi esagera. Finché c’era Berlusconi da combattere, per lui (e tanti come lui) era facile: bastava attaccare Silvio e si sembrava tutti democratici, illuminati e di sinistra. Con l’arrivo di Renzi, brutta copia di Schermata 2016-06-21 a 12.12.32Berlusconi come di Craxi, Zucconi ha purtroppo svelato di essere politicamente uno Staino senza matita: uno Zdanov qualsiasi della Boschi. Spiace molto vederlo così, perché una tale condotta te la aspetti da un Lavia (chi?) ma mette tristezza se ad abbracciarla è una bella firma come Vittorio. Ma non c’è niente da fare: per lui la Madia è la Iotti e Carbone il nuovo Engels. Zucconi non è di sinistra: è del Pd. E Zucconi non vota Pd: lo tifa. Anche se gli danno un rigore che non c’era. Anche se l’arbitro è Verdini. Anche se pure la Meloni sembra più di sinistra del Pd. Vittorio, con abnegazione indefessa, celebra il santo avvento del renzismo e scudiscia al contempo la proliferazione empia del grillismo. Più che piddino è anti-grillino. Li odia come Fellaini odia i barbieri, con ferocia belluina. Due sere fa ha commentato con commovente acredine il trionfo 5 Stelle a Roma e Torino: neanche uno scoiattolo bulimico ha mai rosicato così. Don Vittorio, del resto, si era già espresso il 16 giugno: “I non sondaggi non pubblicabili confermano: De Magistris a Napoli, Parisi a Milano, Fassino a Torino, Casaleggio a Roma” (si noti la capacità profetica degna di Fassino). Poi, domenica sera, il dramma. Lo sconforto. L’esplosione di bile: “SPQR. Sindaca Populista Qualunquista Romana” (l’ha presa bene). E ancora: “Afflusso massiccio dei voti della Dx e Leghisti su Raggi a Roma e Appendino a Torino verso vittoria. E’ nato il M5S+L”. Zucconi è così: se Renzi governa e sfascia la costituzione con Verdini, Bondi e Barani gli va bene; se invece al ballottaggio la destra vota i grillini, lui invaliderebbe il voto. Anche ieri appariva inconsolabile. Forse, anche se non avrà mai il coraggio di scriverlo, la pensa come Renzo Mattei, il fake di Renzi che imperversa su Twitter: “Sconfitta senza attenuanti. L’elettorato si deve dimettere”. Non fare così, Don Vittorio: la vita è bella. Anche senza il poster in camera di Buzzi e Carrai. (Il Fatto Quotidiano, 22 giugni 2016)

Alessia Rotta, la risposta sbagliata a una domanda qualsiasi della Picierno

rotta1Non sembra, ma Matteo Renzi è un uomo democratico: conscio di avere quasi tutta l’informazione dalla sua parte, si autosabota circondandosi di giannizzeri al cui confronto Mara Carfagna è Rosa Luxemburg. Dopo l’avvento sul pianeta Terra della “nuova classe dirigente renzina”, il concetto di vuoto cosmico è stato totalmente riscritto. Nardella, Gozi, Nicodemo, Picierno, Morani, Ascani, Boschi, Faraone, Carbone, eccetera: il nulla assoluto, però arrogante. Per questo, anche se non sembra, Renzi è democratico: inondando la tivù di tali paninari invecchiati e droidi renzine, vanifica larga parte dell’instancabile lavoro che la stampa celebrante compie per lui. E ristabilisce un meritorio equilibrio democratico tra le parti in campo. Di questa tragicomica galassia di turiboli e scherani fa parte tal Alessia Rotta, che potremmo definire la risposta sbagliata a una domanda qualsiasi della Picierno. Di lei non si sa sostanzialmente nulla, non per discrezione ma perché nulla c’è da sapere. Wikipedia la definisce “politica e giornalista”, e non si sa se sia più ironica la prima definizione o la seconda. Nata a Tregnago nel 1975, ha l’apertura mentale della Biancofiore e pare buffamente uscita da una tela gotico-incazzosa di Goya.  Tal Rotta staziona con una certa regolarità in tivù non perché sia preparata (ahahah), ma perché “fa casino”. E’ usata nel piccolo schermo per creare confusione e far salire non tanto lo share, che con lei si suicida, ma i decibel. La Rotta ha oggi la funzione che nel ventennio berlusconiano avevano i Ghedini e le Santanché, solo che è molto meno efficace (nonché tutto sommato meno telegenica) di entrambi. Non avendo argomenti ma unicamente propaganda, accetta di andare in tivù solo con chi crede di dominare (eccedendo puntualmente in autostima) e non appena è in difficoltà (sempre) cambia argomento. Se qualcuno – legittimamente snervato da cotanto parossismo di niente – osa criticarla, lei parte con la immutabile rotta2Renzo-litania in tre mosse imparata nel “Manuale delle giovani Rondolino”. Fase uno: faccette schifate, tipo “emoticon disgustata dal mondo” (o da se stessa, chissà). Fase due: accuse generiche all’interlocutore, tacciato di fascismo e faziosità (che per la Rotta va bene solo se coincide con una Meli). Fase tre: sessismo. Se non sei d’accordo con tal Rotta, o anche solo non la ritieni bellissima e intelligentissima, sei automaticamente un “sessista misogino maschilista”. Va da sé che il sessismo è tale solo se riguarda lei o la Boschi: se l’attacco colpisce una Raggi o Taverna, sticazzi. A conferma di come Renzi sia tanto democratico quanto appena masochista, la Rotta nel Pd non fa la hooligan marginale ma è addirittura “responsabile della comunicazione Pd”. E questo spiega tante cose. Tal Rotta, più che renzina, è anti-grillina: parla solo di loro, e ovviamente malissimo. Su Twitter, dove non arriva a 8mila followers (daje) e dove lodevolmente usa come profilo un primo piano sfuocato, a dimostrazione di come lei stessa si vergogni di se stessa, ripete – ignorata dai più – che i 5 Stelle sono fascisti perché si sono accordati con la Lega per i ballottaggi. Stranamente non mostra lo stesso imbarazzo nell’essere alleata organicamente con Verdini, o nell’avere per stampelle al Senato quei filosofi sopraffini di D’Anna e Barani. La sua ultima missione è far vincere Giachetti al ballottaggio: “#iocicredo”, è il suo grido di battaglia. Solidarietà a Giachetti: nessuno si merita un bacio della morte così. (Il Fatto Quotidiano, Identikit, 14 giugno 2016)

Euro 2016: presentazione breve

IMG_4682Gli Europei stanno per cominciare, per l’esattezza il 10 giugno, e a dar retta a Sky saranno i più belli degli ultimi anni. In uno spot tanto trasmesso quanto diversamente avvincente, assistiamo al dialogo rutilante tra Gigi Buffon e Fabio Caressa. Il primo garantisce che, degli Europei da lui disputati, questi saranno sicuramente “i più belli”. L’altro, con eccitazione gratuita, gli ricorda garrulo che un giorno “su Sky addirittura cominceremo con le partite alle 15 e finiremo alle 5 di mattina, eh eh eh”. Eh eh eh. Detto che esistono metodologie di godimento più appaganti rispetto allo stordirsi un giorno intero di Europei e Copa America, è vero che questi Europei sembrano più equilibrati del solito. Non c’è una squadra platealmente superiore alle altre, sebbene Germania e Spagna partano più avanti delle altre. Di sicuro dell’Italia, sulla carta una delle più deboli di sempre. Soprattutto in attacco e a centrocampo. Più debole dei Mondiali 1986 di quelli 2010, che videro un’Italia appagata dal trionfo di quattro anni prima. Stavolta nessun appagamento: solo una generazione senza fenomeni, qualche infortunio che ha spolpato il centrocampo (Marchisio, Verratti) e scelte non proprio inattaccabili di Conte, che non sarà distratto dall’imminente avventura con il Chelsea ma che certo non sta convincendo appieno. Fuori Jorginho e Bonaventura, dentro Eder e Sturaro. Bah, Per non parlare di Pavoletti, neanche tenuto in considerazione o quasi. E lo stesso dicasi di Lapadula. Il Sassuolo è arrivato sesto schierando spesso nove italiani su undici, ma non c’è neanche un giocatore del Sassuolo tra i 23 convocati. Straziante, poi, vedere come nei decenni la maglia azzurra numero 10 sia passata da Rivera ad Antognoni, da Baggio a Del Piero, da Totti a Cassano. E adesso a Thiago Motta: se già appariva sommamente insondabile l’idea di convocarlo, appare ora osceno dargli quella maglia. Molto più naturale affidarla a Insigne o Bernardeschi. Guai però a dare l’Italia spacciata: non lo è. Il girone (E) non è certo impossibile: arduo il Belgio, fattibili (ma da non sottovalutare) Svezia e Irlanda. Se arrivasse prima, l’Italia troverebbe una tra Turchia, Croazia e Repubblica Ceca (la seconda del girone D, quello della Spagna). euro 2016Qualora invece arrivasse seconda, incrocerebbe la prima del girone F (quindi Portogallo o Austria, difficilmente Ungheria o Islanda). Il sorteggio non è stato malevolo e, oltretutto, per far felici le tivù si è deciso che passeranno anche quasi tutte le terze (4 su 6). Di fatto, per essere eliminati, bisogna arrivare ultimi: l’Italia, anche volendo, dovrà impegnarsi molto. Tenendo conto che abbiamo una difesa notevole, è improbabile una Waterloo assoluta. Così, a occhio, sembra una Nazionale da quarti di finale e poi vada come vada.
Delle 51 partite totali, le prime 36 – quelle della fase eliminatoria con 6 gironi da 4 squadre ciascuno – serviranno per eliminare la miseria di 8 squadre su 24. Una follia in piena regola, che rimpolperà le casse dello show business ma che aumenterà anche il rischio di gare inutili e (quindi) “biscotti” e combine. Si giocherà in Francia, dal 10 giugno al 10 luglio. Dieci città coinvolte e tre orari di gioco: 15, 18 e 21 (ora locale). Le ultime partite della fase a gironi si giocheranno simultaneamente. Sky trasmetterà tutti gli Europei, mentre la Rai avrà solo 27 partite su 51. Tra queste, tutte quelle dell’Italia, i quattro migliori ottavi, tutti i quarti, entrambe le semifinali e la finalissima. Il pallone, che riprende il tricolore francese, si chiama “Beau Jeu” (Bel Gioco). Curiosità, in particolare, per Galles (nel girone dell’Inghilterra), Irlanda del Nord e Islanda. Buon divertimento. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2016)

Identikit: Mario Adinolfi (che non è sempre stato così)

adinolfi 4Sembra impossibile, ma Mario Adinolfi non è stato sempre così. C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui era spesso condivisibile. O comunque stimolante. Ha sempre avuto una natura catto-comunista e dunque intimamente contraddittoria, ma nella seconda metà degli Anni Zero capitava di essere d’accordo con lui. Per esempio quando, in tivù, con la sua dialettica notevole zittiva i Sallusti e Barbareschi. Tra i primi a capire il potenziale di Renzi, tra i pochi a sapere di cosa stesse parlando quando nei talkshow si affrontava l’argomento “Grillo politico” (prim’ancora che il Movimento 5 Stelle nascesse). Provocatore, ma tutto sommato centrato. Nel 2007 si candida alle primarie del neonato Partito Democratico, dimostrando già allora un feticismo patologico per le percentuali da prefisso telefonico. Nel 2008 è primo dei non eletti nel Pd, venendo ripescato nel 2012 e ritrovandosi deputato per neanche un anno. Era già allora un Giuliano Ferrara in diesis minore, ma sembrava al tempo possibile riscontrare nel suo percorso un filo logico. Poi, tragica, la slavina: da Ferrara debole a Giovanardi extralarge, da anti-Veltroni a neo-inquisitore caricaturale. Povero pokerista Mario: che gli sarà mai successo? Le prime avvisaglie del crollo si erano scorte quando era divenuto franceschiniano e fornariano, difendendo con trasporto orgasmico la sciagurata riforma e trattando gli esodati come appestati purulenti. Il peggio, però, doveva ancora arrivare. E’ vero che i grandi dividono sempre, o li ami o li odi, ma Adinolfi di grande ha ormai solo il girovita. E’ tanto noto quanto odiato, quasi che il suo obiettivo fosse divenuto – chissà perché – assurgere a Gasparri 2.0. Uno di quelli che citi quando vuoi prendere un esempio terra terra: appunto, come Gasparri. Poco celebre e molto celeberrimo, Adinolfi non ha fan né pubblico. Ma finge di non saperlo. Scrive libri raggelanti sui “falsi miti del progresso”, tipo “Voglio la mamma”, e per venderli deve fare il porta a porta (ma non gli apre nessuno). Fonda quotidiani esiziali dai titoli cristologici, tipo “La croce”, che hanno vita cartacea più breve di qualsivoglia governicchio balneare (4 mesi e tre giorni). Pervaso da un misticismo al cui confronto Brosio è agnostico, colleziona ulteriori contraddizioni sposandosi a Las Vegas (nota enclave cristiana) e confessandosi a La adinolfi 3Zanzara (noto consesso timorato di Dio). Tiene una rubrica settimanale su Radio Maria, “Il mormorio di un vento leggero”, che solo a sentirla una volta diventi ateo in un amen (ops). Arringa le masse al Family Day e poi, con narcisismo tronfio, torna a sopravvalutarsi. Al punto da candidarsi a sindaco di Roma: “Penso che andrò al ballottaggio con Giachetti”. Come no: 0.6%. Il solito plebiscito. Lui però non molla e anzi rilancia dal pulpito di Facebook: “Qualsiasi cosa accada oggi, il sangue è tornato a circolare nelle nostre vene”. Parole in libertà. Quella “libertà” che, negli altri, lo terrorizza e lo porta ad attaccare tutto ciò che gli sembra satanico: i gay, l’aborto, l’eutanasia. E già che c’è pure Kung Fu Panda. Nel frattempo anche la dialettica è invecchiata, infatti si fa travolgere in radio da Fabio Volo o su Italia 1 da Mughini. Un tempo dotato e oggi 45enne irrimediabilmente perso, di lui restano massime medioevali – “La donna deve essere sottomessa al marito” – e foto da Maalox, come i suoi piedoni massaggiati da quella santa martire della sua (seconda) moglie. Peccato, Mario: una volta non eri così. O non lo sembravi. (Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2016)

Quando eravamo Re: la vittoria impossibile di Muhammad Ali a Kinshasa

foreman3Trenta ottobre 1974, ore 4 del mattino locali per esigenze televisive. “Rumble in the jungle”: Terremoto nella giungla. Il 25enne George Foreman, violentissimo e favoritissimo, difese il titolo contro Muhammad Ali. L’incontro si svolse a Kinshasa nell’allora Zaire, denominazione che Mobutu aveva voluto per l’attuale Repubblica Democratica del Congo. Foreman proveniva dalla macellazione di due campioni, Joe Frazier e Ken Norton. George non picchiava: demoliva. Più volte Frazier fu letteralmente sollevato da terra. Muhammad Ali, all’apice della perfezione agonistica, scontò una squalifica di 3 anni e mezzo per il rifiuto di combattere in Vietnam. Quando tornò a fine ’70 sul ring, non era più veloce come una farfalla e non pungeva più come un’ape. Nel ‘71 aveva perso con Frazier, di lì a poco tritato da Foreman. Perse poi con Norton, pure lui spazzato via da Foreman. Alcuni giornalisti, come l’improponibile Howard Cosell, garantirono che Ali avrebbe vissuto una gogna tale da ritirarsi il giorno successivo. Molti chiesero a Foreman di “non uccidere Ali” sul ring. Il clima era quello e il capolavoro “When we were kings” lo racconta bene. L’incontro fu organizzato da Don King, che cominciò allora la sua carriera da avvoltoio. Conscio di non essere più veloce come un tempo, il 32enne (e mezzo) Muhammad Ali fece due cose. La prima fu inculcare su Foreman ogni dubbio possibile. Istrione e smargiasso come nessuno, Ali tratteggiò Foreman come un gorillone lento e mezzo scemo, mentre lui – “The Greatest” – era condannato alla supponenza perché “non puoi essere umile se sei come me”. Nessuno ha generato spettacolo come Muhammad Ali, non solo sul ring ma anche nelle interviste. Nel frattempo Foreman sbagliava tutto. Appena atterrato a Kinshasa si presentò con un pastori tedesco, che per gli abitanti costituivano il simbolo dell’occupazione colonialista. Rispondeva a monosillabi, rifiutava anche solo l’ipotesi di perdere. Gli zairesi arrivarono a odiarlo così tanto da gridare di continuo “Ali bouma-ye!”: “Ali uccidilo!”. Foreman era più nero di Ali, ma Ali lo fece sembrare quasi un membro del Ku Klux Klan. L’altra mossa, smisuratamente geniale e foreman2nichilista, fu ideare una tattica folle. Ali partì forte, sperando di sorprendere il campione, ma poco dopo si trasformò in punching-ball. Si appoggiò all’angolo (“rope-a-dope”) e semplicemente le prese. Foreman, il potentissimo e di 7 anni più giovane Foreman, gli scaricò per almeno quattro round una pioggia di cazzotti al corpo tali da abbattere chiunque. Chiunque tranne Ali: se ne stava lì, esibendo il busto e guardando il cielo con i guantoni a proteggere il viso, come se si sporgesse dalla terrazza di casa per sbirciare il davanzale al piano superiore. E intanto insultava Foreman. Lo provocava di continuo: “Tutto qui, George?”, “Mi deludi, George”, “Mia madre me le dava più forte”. I film di Rocky non hanno inventato nulla: è stato Muhammad Ali a inventare tutto. Di fronte al pugile più devastante del mondo si scopriva incassatore sublime, lui che prima della squalifica schivava anche il vento. Perché tutto questo? Perché era un pazzo. E perché, nel frattempo, foreman1Foreman perdeva le forze: al sesto round non stava quasi più in piedi. All’ottava ripresa Ali lo mandò al tappeto e vinse. Impensabile. Dopo la sconfitta Foreman entrò in crisi, si mise a fare sesso con chiunque e a collezionare animali esotici. Tre anni dopo perse ai punti con Jimmy Young e si ritirò. Di lì a poco visse un’esperienza di pre-morte, vide la luce e si scoprì Predicatore. Tornò sul ring nel 1987, a 38 anni, e fu ancora campione del mondo dei massimi a 46. Ali proseguì la sua carriera da dolente Re Lear, visse una frollatura perfino maggiore (e comunque vincente) con Frazier nel ’75 a Manila e smise con almeno cinque anni di ritardo. Fu terribile vederlo divelto dall’ex sparring partner Larry Holmes. Ma è stato bellissimo viverlo e vederlo. Fino alla fine. Finche ce n’è stato. (Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2016)

Trecento di questi albi, Nathan Never

never 1Fa uno strano effetto, scegliere un fumetto come scansione del tempo. Tenendo poi conto che, il fumetto in oggetto, non invecchia mai. Ma tu sì. Nathan Never, il primo personaggio fantascientifico della mai abbastanza lodata Sergio Bonelli Editore, ha raggiunto il numero 300. Si intitola “Altri mondi” e, come da abitudine per le grandi ricorrenze Bonelli, è a colori. Il primo numero vide la luce il 18 giugno 1991. Venticinque anni fa. Inizialmente doveva chiamarsi Nathan Nemo. Fu poi battezzato “Never” dall’autore di Martin Mystère, Alfredo Castelli. E’ un personaggio ideato dalla “banda dei sardi” Medda, Serra e Vigna. A differenza di Tiziano Sclavi con Dylan Dog, non si sono mai defilati. Nathan Never è vagamente ispirato al protagonista di Blade Runner, mentre la sua collega Legs Weaver ricorda Sigourney Weaver in Alien e fa da contraltare rustico-ironico a Nathan: cupo, malinconico e romantico. Never è un agente speciale dell’Agenzia Alfa, diuturnamente impegnato a salvare il mondo in una Città Est (New York) un tempo strutturata a otto livelli e divenuta definitivamente post-apocalittica dopo la guerra tra la Terra e le stazioni orbitanti. La caduta sulla Terra della stazione orbitante Urania ha poi distrutto cinque livelli e provocato milioni di morti. Qui la serie, nel numero 162, ha previsto un salto in avanti ed è ripartita tre anni dopo l’apocalisse, quando la vita è tornata (più o meno) normale. Nathan Never è il primo albo della Bonelli in cui c’è un continuum: le storie non sono a se stanti. Oggi è normale e anche il restyling di Dylan Dog va in quella direzione. Per non parlare dei vari Adam Wild, Lukas, Morgan Lost. Ma al tempo non lo era. Ed era un tempo, il 1991, in cui il Muro era caduto da poco, Internet era agli albori e gli smartphone non avevano cambiato le nostre vite. Tutto è cambiato, anche il mondo di Nathan, che è invece ancora uguale a se stesso: un eroe triste, fuori tempo e condannato a macerarsi. Lo capisci anche solo guardandolo. I capelli bianchi sono il risultato di un trauma terribile: aver visto la moglie trucidata da Ned Mace. La loro unica figlia, Ann, è autistica. Quel periodo verrà ora definitivamente raccontato nel prequel della serie, “Nathan Never Annozero”, saga di sei albi in uscita da giovedì 27 maggio e una delle iniziative previste per festeggiare i 25 anni. Gli autori, sin dall’inizio, hanno tenuto bene a mente i romanzi di Isaac Asimov e le sue tre leggi della robotica. Tra le tematiche ricorrenti c’è la costante ingiustizia sociale di un mondo foschissimo: i poveri vivono agli ultimi livelli, dimenticati e reietti. I robot sono trattati come schiavi e così le variegate forme di “diversi” (mutati, tecnopati). Uno dei migliori amici di Never è un robot vintage, Mac, che fino a pochi mesi fa – prima che gli umani attentassero alla sua vita – si guadagnava da vivere vendendo libri cartacei e vinili ai pochi nostalgici. Tra cui, ovviamente, Never. Nathan ha molti colleghi, ma nessuno assurge davvero a spalla. Neanche never 2Legs. Non ci sono, qui, Kit Carson, Cico o Java. Gli stessi colleghi sono spesso in chiaroscuro, su tutti l’esperto di computer Sigmund Baginov, un polacco che balbetta sempre a meno che non parli con le sue macchine. Tra i personaggi più insopportabili figurava il vecchio capo, Edward Reiser, poi morto ma probabilmente rinato sotto le mentite spoglie del non meno odioso Solomon Darver. Nathan Never è cambiato spesso, per alcuni troppo. Gli autori hanno sottoposto lo sviluppo narrativo a continue rivoluzioni: le “saghe”. La guerra tra Terra e stazioni orbitanti, la saga Alfa, la guerra tra Terra e Marte. Eccetera. Gli autori hanno più volte rischiato tutto: dentro o fuori. La tenuta dell’albo ha dato loro ragione. E’ vero che i primi cento albi erano più sognanti e un nemico zozzone come Aristotele Skotos, forse, non si è visto più. E’ però solo da applaudire la tenuta di un fumetto così “vecchio” e oggi tra i più in forma della Bonelli. Verrebbe da chiedersi perché, ora che il nostro tempo è esso stesso fantascienza (perlomeno l’idea di fantascienza che avevamo nel 1991), Nathan Never abbia ancora successo. Perché il personaggio è intimamente dolente e miracolosamente puro. Perché è scritto e disegnato molto bene. Perché, essendosi dotato di un universo altro, ha resistito alle contaminazioni prosaiche della contemporaneità. E perché Nathan Never sa generare ancora la meraviglia ciclica del non-luogo: la divagazione nella sua declinazione migliore. (Il Fatto Quotidiano, 24 maggio 2016)

L’allegro fascismo del renzismo (Esposito vs Fedez)

Schermata 2016-05-19 a 12.58.46Non smette di commuovere l’autentica tolleranza dei governanti al dissenso. Stefano Esposito, il braccio comicamente violento del renzismo, tra una comparsata inutile e l’altra pietosa nel piccolo schermo ha tuonato: “Canti e non faccia comizi”. Ce l’aveva con Fedez, reo di esibirsi a Torino per la chiusura del Giro d’Italia. Esposito ha proseguito: “Conoscendo Fedez, noto per le sue simpatie politiche, trovarlo a fare un concerto una settimana prima della chiusura della campagna elettorale, a Torino, pagato anche con i soldi dei contribuenti, gli ho voluto far sapere che siamo una grande città aperta a tutti gli show artistici, ma che si ricordi che ci sono elezioni, quindi faccia un concerto ma non faccia propaganda”. Una logorrea straziante, resa addirittura drammatica da consecutio profuse a casaccio e – quel che è peggio – da un eccesso commovente di autostima: “Democratici sì, fessi no”. E qui non si capisce se faccia più ridere il ritenersi “democratici” o il non ritenersi diversamente guizzante. Spazio poi alla minaccia: “Si ricordi che non suona per il M5S, ma per la chiusura del Giro d’Italia, quindi ci risparmi le sue opinioni politiche. A Torino diciamo uomo avvertito mezzo salvato”. Il simpatico manganellatore mediatico ha pure messo in mezzo il povero Schermata 2016-05-19 a 12.59.24Morandi: “Pensate se il 29 a quel concerto avesse suonato Gianni Morandi, noto per essere amico di Fassino. Avrebbero cominciato a dire che c’era un complotto” (certo: il famoso “Complotto di Morandi”, di cui già parlano i libri di storia). Gran finale: “Lui deve cantare. Quello è il suo mestiere”. E anche qui si sorride ancora, sia tenendo conto che per Esposito un cantante debba “solo” cantare (idea illiberale financo per Farinacci), sia che Esposito dia consigli musicali pur avendo ascoltato al massimo il bootleg di Gino Latilla a Tegoleto. Brevi considerazioni a margine di cotanta pochezza. Uno: Esposito è sempre più la variante pelaticcia di Anzaldi. Due: Esposito è sempre più caricatura di se stesso (e sì che sembra difficile, ogni giorno, far peggio di quello prima). Tre: così facendo, il rutilante Esposito ha regalato a Fedez ancora più popolarità di quella che già aveva. Genio. Se non fossero tanto arroganti quanto pericolosi, verrebbe quasi da compatirli, questi pretoriani queruli del nulla. (Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2016)

 

Lucio Dalla: ipotesi di un’autobiografia

Schermata 2016-05-16 a 18.01.52Gli capita spesso, ad Adriano Celentano, di fotografare le vite altrui con lampi di genialità estemporanea. Così, di Lucio Dalla, una volta ha detto: «Mi manca tutto di te. Anche i momenti di eroica fragilità che contribuivano a renderti sempre più grande. Ti volevo e ti voglio bene». E poi Francesco Guccini: «Era un uomo profondamente vivace. Ecco: uno che viveva senza risparmi e senza paura di esaurire l’entusiasmo. Un vero testimone della musica, uno che per la musica ha vissuto». E Federico Fellini: “E’ il più bugiardo dopo di me. Forse per questo le emozioni gli venivano così bene”. E’ anche il parere di Luca Beatrice, che a Lucio Dalla ha dedicato questo “Per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino” (Baldini Castoldi Dalai). L’autore torinese aveva già provato la biografia musicale raccontando la sua passione sorcina per Renato Zero. Dice che è stato convinto da Michele Dalai a scrivere “il libro definitivo su Lucio Dalla”. Parola tanto impegnativa quanto qui equivoca, “definitivo”, perché nulla lo era – ed è – in Dalla se non la certezza del talento. Più che definitivo, Dalla era – ed è – costantemente cangiante. In itinere: in movimento costante. Un work in progress perenne, che Beatrice racconta con dovizia mai cattedratica e men che meno barbosa. Peraltro un’autobiografia di Dalla è tecnicamente impossibile, perché presuppone la veridicità assoluta dell’aneddotica: assai complicato, in questo caso. E Beatrice lo sa bene: “Lucio Ferdinando Romeo Dalla nasce a Bologna il 4 marzo 1943, da Giuseppe (1896-1950), direttore del club di tiro al volo, e da Jole Melotti (1901-1976), casalinga e sarta. Almeno questo è ciò che dicono le note biografiche ufficiali, sulle quali chi ha conosciuto Dalla da piccolo nutre più di un dubbio. Lucio, figlio unico, cresce da solo con la mamma, una donna simpatica, divertente, ironica, che spesso lo prende in giro dalla1per il suo aspetto buffo”. E’ come se, fin dall’inizio, Dalla fosse stato permeato da una vicinanza con il fantastico e il non-vero, tratto che ne ha certo amplificato la sfavillante propensione all’invenzione. La sua era un’idea di arte poliedrica, sfaccettata e inesausta, col vezzo (e l’azzardo utopico) di provare a sostituire la mesta ripetitività del reale con la fantasia. Sempre così, in ogni fase della sua vita. Compresi gli anni con Roberto Roversi, fugaci e sublimi. “Sembra che Dalla abbia cercato insistentemente l’incontro e il confronto con un personaggio di una tale caratura intellettuale. Dopo il successo di 4/3/1943 e Piazza Grande sente la necessità impellente di andare oltre. La musica leggera non gli basta più, legarsi a un genere troppo facile gli appare un limite, pur consapevole che le incursioni in un territorio più impegnato potrebbero costare care in termini di risultati discografici”. Nasceranno dei capolavori, non però in maniera indolore. Così, anni dopo, Roversi: “I testi del sottoscritto perlopiù al cantante erano graditi come olio di ricino. Mai li ha imparati a mente. Li ha sempre storpiati un poco, con la piccola rabbia dell’indifferenza. Quasi a dire: toh! Il padrone sono io. Io sto davanti a questi duemila e servo il mio budino. Essi assaggiano me. Tu non rompere”.
Se c’è una ulteriore qualità nel libro di Beatrice, oltre alla consueta bella scrittura, è quella di non celare mai i rovesci (rari) e gli scontri (frequenti), che nulla tolgono – e anzi aggiungono – alla genialità irrequieta di Dalla. Emerge più volte il ruolo decisivo di Ron, per esempio nello storico tour Dalla-De Gregori del 1979. E’ lì che Ron assurge a terzo uomo e, quindi, talora a paciere. Raccontò al tempo: “Il momento più difficile è l’accordatura delle chitarre, una cosa tragica. Lucio quando è in concerto e sta suonando non vuole mai perdere tempo con queste cose e io divento pazzo perché non riesco a suonare con la chitarra scordata, e Francesco neanche».
Una delle cifre di Dalla, e dunque del libro, è il continuo smarcarsi dal passato. L’irrequietezza elevata ad angelo custode. Il Dalla del successo straripante di fine Anni Settanta nulla c’entra con quello ermetico di Roversi, gli Ottanta sono una svolta ulteriore, i Novanta ancora un’altra (non sempre centrata, ma in Dalla anche l’errore suonava comunque bene, o mal che vada sublimava in deliberato cazzeggio). E via così. Sempre diverso e mai dissonante: condannato a non fermarsi mai. Conoscendo il dinamismo e la spiccata personalità di Beatrice, dalla2colpisce il suo sapersene stare come in disparte: per non offuscare nulla dell’artista, l’autore della biografia non può qui che inseguire un minimalismo da navigato cronista, che non esclude però (e fortunatamente) accelerazioni e divagazioni.
Negli ultimi anni, quando Dalla pareva pervaso da una malinconia prossima al presagio, Lucio Dalla continuava a regalare perle. Nei dischi e nelle (rare) interviste. Per esempio: «Quando ho cominciato c’era una tensione che oggi nella musica non c’è proprio più. Il mondo della comunicazione oggi è da lacchè, abbassa il livello perché venga capito immediatamente, pensando che il pubblico fa da riferimento ai modelli televisivi, ma sono modelli già taroccati, filtrati, niente di autentico. Ma l’autenticità della musica è un bisogno insopprimibile, è fonda- mentale prendersi la responsabilità di quello che si fa, significa comunque non sottrarsi al flusso di trasformazione del mondo. Ogni trasmissione televisiva, ogni canzone che esce e non ha alcun senso di mistero e inquietudine, è un delitto, come dare della candeggina nell’acqua da bere di un asilo». E poi ancora: «Tra i sedici e i ventisei, convinto di avere il tetano, una sera sì e una sera no chiamavo l’ambulanza, mi chiamavano quello del tetano. In realtà non ho mai progettato niente del futuro, non ho mai saputo neanche che avrei cantato, se mai avevo un sogno era fare il bidello del liceo dov’ero perché vendeva dei panini alla mortadella talmente buoni che mi sembrava una forma di potere quasi kafkiano”. Infine: “Ho un catalogo talmente straordinario di esperienze e storie che a volte scrivere un testo è uno scherzo». Luca Beatrice ha il merito di restituire tutto: il genio, certo, ma pure lo scherzo. (Il Fatto Quotidiano, 16 maggio 2016)