Grazie per le nominations ai #Mia14

rionero8Macchianera Italian Awards sono i premi più importanti che assegna la Rete. Una sorta di Oscar del web. Quest’anno, grazie ai vostri voti, ho ricevuto due nominations, una come “Miglior Personaggio” e una come “Cattivo più temibile“. Due nominations anche per Il Fatto Quotidiano, che ha già vinto quattro volte i Macchianera Awards nelle precedenti edizioni. Una nomination anche per Natangelo e Vauro, entrambi vignettisti del Fatto. Ha ricevuto una nomination anche Reputescion, il mio programma su La3 scritto da Fabio Migliorati (“Trasmissione tv più social”). Tenendo conto del peso degli altri candidati (Papa Francesco, Renzi, Grillo, Fiorello, Pif, eccetera) il mio risultato sarà quello de Il colore viola agli Oscar ’86, ma è comunque bello e stupefacente esserci. Dunque vi ringrazio, come feci e faccio ancora per la candidatura nel 2012 e la vittoria nel 2013 ai Tweet Awards come Miglior Giornalista
La premiazione dei Macchianera Awards 2014 (#MIA14) avrà luogo il 13 settembre al Teatro Novelli di Rimini, ore 21, all’interno della Festa della Rete (ex BlogFest). Si può votare fino a giovedì 11 settembre: per farlo basta compilare la scheda sottostante, dando almeno 10 preferenze (sulle 35 categorie complessive). Grazie ancora di tutto.

P.S. Lo so, le assenze di Pina Picierno e Stefano Menichini nella categoria “Miglior Personaggio” e di Europa in quella di “Miglior sito di informazione” sono oltremodo incresciose.

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A tu per tu con Andrea Scanzi e Giulio Casale

Carlo Verdone: “Il mondo? E’ coattissimo (e un po’ mi fa schifo)”

verdone1 “Non è l’estate a essere coatta, ma il mondo”. Carlo Verdone è nella sua casa di campagna alle porte di Roma. Pochi, come lui, hanno raccontato la coatteria. La stessa che, oggi, pare caratterizzare ministre in spiagga, ragazzi nudi in Spagna e Renzi che si fa la doccia gelata.
E’ l’estate dei coatti?
“Da anni assistiamo a un’Europa trasformata in palcoscenico di esibizionismo e volgarità. Grande volgarità. L’Italia, in questa classifica, è sicuramente tra le meglio piazzate”.
E’ così anche nei suoi film. Fin dagli esordi.
“Quella di Viaggi di nozze o Grande grosso e Verdone era una coatteria diversa. Raccontavo una sorta di estetica del non pensiero, un vuoto pneumatico totale che nelle mie pellicole riguardava gli Ivano e le Jessica, ma che oggi colpisce tutti. Politica compresa. Mi torna in mente una frase di Alberto Sordi, poco prima di ammalarsi”.
Quale?
“Eravamo a cena al ristorante. Mi disse: “Carlo, faticherai molto”. Gli chiesi perché. Al tavolo accanto c’era una coppia di americane piene di tatuaggi, i culi di fuori come enormi lavatrici, una coi capelli blu e l’altra viola. Terribili. Sordi aggiunse: “Lo vedi? Nessuno le ha notate, ormai la gente alla volgarità neanche fa più caso. Sarà un problema per te”.
Aveva ragione?
“Alberto è stato spesso un anticipatore e gli è capitato anche quella volta. Ciò che nei miei film era un’anomalia, oggi è diventata norma. La coatteria non fa più notizia e nessuno si scandalizza più. Mai come in quest’estate provo orrore, e terrore, ad aprire i quotidiani”.
Perché?
“Si passa da notizie frivole, come i ragazzi italiani che vanno in giro a Barcellona con gli uccelli e i culi di fuori, alla lista di omicidi giornalieri di donne e bambini. Uno sterminio continuo che mi terrorizza. Siamo ampiamente oltre coatteria e volgarità”.
Ha visto le immagini di James Foley?
“Se fossi stato il direttore di un giornale o Tg, avrei fatto vedere il fotogramma della sua esecuzione una volta e poi mai più. Invece, nonostante i divieti di Google e Amazon, foto e video sono ovunque. Ci stiamo anestetizzando alla violenza, alla perfidia, alla cattiveria. Neanche nelle peggiori cronache medioevali si ritrova una tale bassezza. E’ l’era del voyeurismo coatto. L’immagine stessa è intimamente coatta”.
verdone2E’ coatto anche l’Ice Bucket Challenge?
“Lo ammetto, l’ho appena fatto anch’io. Mi avevano nominato Lele Propizio e Paola Cortellesi. Sono salito in costume su un trampolino, mi sono rovesciato un secchio d’acqua in testa e mi sono buttato in piscina. Ho nominato Giovanni Veronesi, Marco Giallini e Micaela Ramazzotti. Sono scene ridicole e un po’ stupide, ma innocue. Se non altro servono a parlare di una malattia, la Sla, che l’80% delle persone neanche conosce. La vera coatteria è un’altra”.
Per esempio?
“Leggo la cronaca di Roma e vedo la tomba allagata di Augusto: un’immagine coattissima, che testimonia da sola il degrado di questa epoca. L’altro giorno, attraversando il viale di una città del centro Italia, ho visto buste con la spazzatura, carte e cartoni sparsi ovunque. Cani e gatti che mangiavano per strada. La differenziata si fa così? Altra immagine coatta. Come le valigie”.
Le valigie?
“I passeggeri che, in aeroporto, urlano perché i bagagli non arrivano. Qualcuno, addirittura, prova a entrare con la testa dentro il buco da cui escono tutte quelle valigie ammassate e precipitate da chissà dove. Un’immagine coattissima, che dà il polso di un mondo alla deriva”.
Sta descrivendo uno scenario irrimediabilmente compromesso.
“Vorrei essere più ottimista, lo so che da me la gente si aspetta che io la faccia ridere, ma non ce la faccio. I miei coatti avevano qualcosa in grado di salvarli: una loro dolcezza, una loro malinconia. Se poi salgo di livello e penso alla coatteria “alta” di Pasolini, c’era sempre un’anima. Ecco: io quell’anima non la vedo più. E’ una società sprofondata dentro la pornografia e livellata verso il basso, che non si stanca mai di scendere ancora più giù”.
Lei come sopravvive?
“Mi isolo in campagna, mi rifugio in biblioteca e provo a riflettere su cose più serie. Poi torno in questo mondo, ma mi accorgo che non ne faccio quasi più parte. Lo dico chiaramente e con dolore: spesso questo mondo mi fa schifo e, quando mi trovo costretto a raccontarlo, mi turo il naso e mi chiedo come sia stato possibile arrivare a una tale mancanza di educazione. A un tale schifo. Ormai è coatto pure il clima”.
Il clima?
“Penso alle bombe d’acqua. Dieci giorni fa ce n’è stata una incredibile a Roma. Mai vista prima. Un enorme scroscio d’acqua e poi, subito dopo, un sole tenerissimo che spunta. Vedi in giro uomini e donne che sembrano vestiti con lo stesso maglione, poi ti avvicini e scopri che non sono maglioni ma chilometri di tatuaggi. E’ una coatteria indistinta, una volgarità trasversale che uniforma tutto e di cui nessuno si scandalizza più”.
Cosa potrebbe salvarci?
“I sacerdoti del bello. Coloro che inseguono, e magari insegnano, non solo la bellezza estetica ma anche quella filosofica, morale e virtuosa. Chissà se prima o poi torneranno”.
(Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2014)

Dramma Gazza, talento triste in caduta libera

article-2278258-178DC43E000005DC-399_306x423Poco più di un anno fa, dopo l’ennesima ricaduta nell’alcolismo e un ricovero d’urgenza pagato dagli ex compagni come Gary Lineker perché nel frattempo i soldi li aveva quasi finiti tutti, Paul Gascoigne detto “Gazza” incontrò a Londra un gruppo di fans. Li rassicurò: “Voglio tornare alla realtà, a differenza di George Best voglio guarire”. Forse non era sincero e forse si era sopravvalutato un’altra volta. Due sere fa è stato trovato ubriaco davanti alla sua porta di casa a Sandbanks, località costiera nel Dorset affacciata sul canale della Manica, con una bottiglia di vodka in mano. Aveva appena chiamato un amico: “Sto a pezzi, aiutatemi”. Nelle foto, scattate mentre lo conducono in ospedale, appare trasfigurato e consumato. L’amico ha confermato: “Paul ha ricominciato a bere. Il padrone di casa gli ha ordinato di lasciare la casa entro dieci giorni perché i vicini si sono lamentati per i rumori. Questo ha aumentato il suo disagio”. Poche ore prima era circolata la notizia secondo cui, dieci anni dopo il ritiro, Gascoigne sarebbe tornato in campo a 47 anni con l’Abbey Windows FC, una squadra amatoriale di quarta divisione. Avrebbe potuto esordire a settembrecontro il Rentech Repairs, un’azienda di riparazioni, o contro l’ARC Cleaning, una ditta di pulizie. L’invito era arrivato da Chris Foster, tassista e presidente dell’Abbey: “Gli ho promesso che, ogni volta che viene a giocare, lo passo a prelevare a casa gratis”. Probabilmente non se ne farà di nulla. Talento tanto vero quanto autodistruttivo, Gascoigne ha colorato la sua genialità di una guasconeria ostentata. Ha sempre fatto più notizia per le stranezze che per le giocate, e a volte sembrava lui stesso il primo a volerlo. Quasi che, finché poteva godere della ribalta calcistica, il nichilismo fosse tutto sommato controllabile.
Poteva vincere tutto e ha vinto poco, poteva fare quasi ogni cosa e ne ha fatte poche. Eppure, soprattutto negli anni spesi con Newcastle, Tottenham, Lazio (1992-95) e Rangers, sembrava felice. Una felicità esagerata e urlata. Giornate da fenomeno si alternavano a prestazioni smisuratamente apatiche, complice un grave infortunio patito durante l’ultima partita con il Tottenham che ne condizionò il rendimento in Italia. Prima dell’esclusione dai convocati per i Mondiali ’98, che non ha mai metabolizzato appieno, appariva in qualche modo spensierato. Molto e forse pure troppo. Gigi Corino ha raccontato che per lui era normale “farti la cacca sui calzini e poi metterteli a posto come nuovi”, Casiraghi ricorda ancora quella volta che sfruttò una serie di gallerie sulla A1 per sedersi accanto a Zoff nel pullman della Lazio e spogliarsi totalmente mentre l’allenatore dormiva. Quando Zoff si svegliò, biascicò solo: “Gazza, ma che cazzooooo fai?”. Zoff ha più volte garantito di non avere mai conosciuto “un pazzo come lui”, ma lo ha sempre detto senza astio, confermando come la follia di Gascoigne – finché ha potuto giocare, e sapeva giocare splendidamente – avesse un’inclinazione più buffa che maledetta. Più ludica che fastidiosa. Più cazzara che antipatica. Dopo il ritiro quella follia è esplosa nel dolore. Nella violenza. Nella malattia. Ulcere perforanti, crisi cardio-respiratorie, coma, aggressioni a ex moglie e tifosi, camere d’albergo distrutte, voci che lo davano affetto da Sla, ricoveri coatti, bancarotta. Da almeno otto anni, Gazza non smette mai di ferirsi.
Uno dei gol più belli lo concesse a Euro ‘96 contro la Scozia. Si disputavano in Inghilterra e aveva il paese ai suoi piedi, ma anche allora avvertì il bisogno di sporcare il protocollo. Pochi giorni prima erano circolate le foto di lui, sdraiato sul tavolo di un pub, mentre gli amici gli versavano addosso la tequila. Dopo il gol, simulò la stessa scena sdraiandosi a terra e chiedendo ai compagni di schizzargli in faccia l’acqua delle borracce. Amava così tanto Paul-Gascoigne_29Roberto Baggio che una volta si presentò con un codino posticcio. Era bruttissimo e dopo tre giorni lo buttò. Non amava i giornalisti e alle domande rispondeva a volte con un rutto, ma con la Gialappa’s ha scherzato spesso. In Scozia, dopo un’ammonizione, all’arbitro cadde il cartellino dalle mani. Lui lo raccolse da terra e, prima di restituirlo, ammonì a sua volta il direttore di gara. Durante i Mondiali di Italia ’90, a bordo del Boeing che trasportava la nazionale inglese, chiese al pilota di farlo entrare in cabina. Il pilota acconsentì e, già che c’era, gli mostrò il bottone per virare la rotta. Gazza lo premette e il Boeing andò tre miglia fuori rotta: “Dovevate vedere la faccia del pilota”, disse ridendo ai compagni. Appena arrivato in Italia si buttò nella vasca delle aragoste di un ristorante romano per far capire al cameriere quale volesse mangiare. Prima di una Inghilterra-Norvegia, gli chiesero se volesse dire qualcosa ai rivali. Lui: “Sì. Fanculo Norvegia!”. Ne nacque quasi una crisi diplomatica. Si faceva accompagnare da un amico non meno pazzo, Jimmy “Cinquepance” Gardner, che conosceva come lui la realtà di Gateshead in cui è nato nel ’67: birra, pub, sussidio di disoccupazione, amici e sbronze. Prima che l’alcol lo travolgesse, Gascoigne sapeva essere un battutista sublime. Durante un allenamento con il Tottenham, un compagno calciò la palla oltre il campo. Paul promise: “Mister, la cerco io”. Scavalcò la rete e scomparve. Ventiquattro ore dopo, rientrando dallo stesso punto e con la palla sotto il braccio, disse come niente fosse: “Ehi, ragazzi, l’ho ritrovata!”. In bocca al lupo, Gazza.

 (Il Fatto Quotidiano, 23 agosto 2014. Extended version) 

L’attimo fuggito di Robin Williams

robin 2Il Professor Keating ha perso l’attimo. Non lo ha più colto e ha tolto il disturbo. Robin Williams è stato trovato morto ieri alle 12 locali nella sua casa di Tiburon, California, Contea di Marin. Aveva da poco compiuto 63 anni. Asfissia, verosimilmente. Suicidio, probabilmente. Soffriva di una grave forma di depressione e nel mese scorso era stato, per un breve periodo, in un centro di recupero per alcolizzati nel Minnesota. Non era la prima volta. Parafrasando Peter Pan, uno dei suoi molti personaggi, “aveva perso il pensiero felice”. La terza moglie, la graphic designer Susan Schneider, ha detto: “Ho perso mio marito e il mio miglior amico, mentre il mondo ha perso un grande attore. Vi prego di ricordare Robin per la sua brillante carriera e per il suo sorriso, non per il modo in cui è morto”.  Uno dei primi tweet di cordoglio è stato quello di Barack Obama. La seconda figlia di Williams, Zelda, gli ha dedicato una poesia di Antonie de Saint Exupery. Proprio a Zelda, per il suo 25esimo compleanno, Williams aveva dedicato il suo ultimo tweet tre settimane fa: “Hai un quarto di secolo ma per me sarai sempre la mia bambina”. Lascia altri due figli, Zachary di 31 e Cody di 22. Una delle sue interpretazioni più ispirate coincise con un film di Terry Gilliam, La leggenda del Re pescatore.  Era il 1991 e Williams interpretava un professore di storia medioevale che aveva perso il senno. Accanto a lui c’era Jeff Bridges. Al tempo, tra i due, il più famoso era Williams. Bridges, nonostante gli Starman e i Tucker, era percepito come un attore bravo ma un po’ di nicchia. Se qualcuno avesse dovuto scommettere sulla longevità dei due, non avrebbe scommesso su Jeff. E avrebbe sbagliato. Il futuro, per Bridges, sarebbe stato ricco di premi e grandi Lebowski. Quello di Williams, nonostante altri picchi e un’attività instancabile, non sarebbe stato egualmente felice. Proprio Gilliam, ieri, ha scritto: “Robin Williams, il più incredibilmente divertente, brillante, profondo e sensibile miracolo di testa e spirito, ha lasciato questo pianeta. Era un gigante di cuore, un amico irresistibile e un regalo incommensurabile degli dèi. Adesso quei bastardi se lo sono ripresi indietro. Che si fottano!”. La pensano così anche milioni di spettatori. Compresi quelli che, di Williams, non vedevano più una pellicola da anni e ultimamente lo avevano intercettato giusto negli spot per Sky.
Il desiderio della moglie è sacrosanto: ricordarlo per le opere e non per l’epilogo. Eppure, della scomparsa, non fa male solo l’andarsene anzitempo quanto – e soprattutto – la cesura nettissima tra la percezione che si desiderava avere di lui e la realtà della sua quotidianità più intima. Robin Williams ha incarnato per decenni il bene che trionfa sul male, il sogno e la fantasia, il lieto fine e la speranza che non muore, l’adulto che resta bambino e il giullare che induce il mondo a sorridere perché è solo così che in fondo si può sopravvivere. Più che interpretare Patch Adams, lui era Patch Adams. Ora si ha la conferma che Williams, dotato di un talento non comune che troppa critica ha finto di non vedere, si è imposto di ridere non perché ne avesse voglia ma perché avvertiva che ne avesse bisogno il mondo. Ha detto: “Ho sempre pensato che la peggior cosa nella vita fosse rimanere soli. Non lo è. La peggior cosa è stare con persone che ti fanno sentire solo”. E filmsolo doveva sentirsi spesso, nonostante fama e ricchezza. La sua morte fa male anzitutto a chi oggi veleggia sui quarant’anni, perché a cavallo tra Ottanta e Novanta sembrava impossibile che un film di successo non ne contemplasse la presenza. La sua e quella di Kevin Costner, un altro che pareva durare in eterno e oggi invece pubblicizza il tonno. Good morning Vietnam, L’attimo fuggente, Risvegli, La leggenda del Re pescatore, Hook, Mrs. Doubtfire. Tutti girati in pochi anni, tra il 1987 e il 1993. I suoi anni d’oro, anche se il pubblico televisivo lo conosceva già per il “na-no na-no” di Mork & Mindy. Avrebbe girato molti altri film, restando pericolosamente ancorato al personaggio dell’eterno immaturo folgorato sulla via della fantasia. L’Oscar, come spesso capita, arrivò più come risarcimento che per la qualità effettiva della parte da non protagonista in Will Hunting. Qua e là osò ruoli da cattivo, come in Insomnia di Christopher Nolan, ma l’apice della fama era lontano. Per il vasto pubblico sarebbe rimasto sempre quello di “Oh capitano mio capitano”. Il professore dei sogni. Sullo sfondo, le tante cicatrici. La droga negli Ottanta, consumata anche con John Belushi, che fu uno degli ultimi a vedere prima della morte. I tre matrimoni, le crisi. L’aiuto dato all’amico Christopher Reeve, l’attore di Superman rimasto tetraplegico dopo un incidente a cavallo. La ricaduta nell’alcolismo e le cure nel 2006. L’operazione alla valvola aortica nel 2009. Nel settembre scorso, Williams era tornato al David Letterman Show. Sembrava allegro: sembrava, appunto. Sin troppo su di giri. Pareva un uomo che si imponeva di ridere, per reiterare l’illusione. Presentava la serie tivù The Crazy Ones, la storia di un uomo “con alle spalle tre matrimoni e tanti problemi con alcol e droga, insomma uno come me”. Parlò di Mrs Doubtfire; “Un personaggio non facile. All’inizio sembravo la Thatcher, avrei spaventato a morte i bambini: ‘Filate a nanna, bambini, o vi bombardo il lettino!’. Una volta sono entrato in un sexyshop vestito da Mrs Doubtfire. Faccio al commesso: ‘Mi scusi, quel vibratore a due teste lì, quello lì, ne avete uno che non abbia tutte quelle vene? E avete per caso dei lubrificanti aromatizzati?’”. Poi accennò ai suoi monologhi: saggi di talento puro, soprattutto a fine anni Settanta e lungo tutti gli Ottanta. Novanta minuti di stand-up comedy, esilarante e coraggiosa, trasmessa dalla HBO e in parte eternata nel dvd Live On Broadway del 2002. Stimolato da Letterman, quella sera di settembre ammise: “I monologhi comici? E’ meno costoso che andare in analisi. Per me era un modo di raccontare la mia vita. Evito di parlare troppo della mia vita personale, ma durante quegli spettacoli ho toccato temi interessanti: mi riferisco alle ricadute con l’alcol e al fatto che ho scelto una clinica per alcolisti nella regione dei vini. Nel caso avessi cambiato idea”. Il suo ultimo monologo si intitolava Armi di autodistruzione, altro esempio di una concezione generosa quanto nichilista dell’arte: esibire in chiave ironica le proprie ferite per far ridere gli altri, continuando a ripetere che esiste un buongiorno anche per il Vietnam. Che i comatosi possono risvegliarsi. E che il carpe diem, forse, non è solo una citazione di Orazio. (Il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2014).

Il nostro caro Battisti

luciobattisti_1_1354025771“Succede ancora, a dispetto di buona parte delle previsioni: i ragazzi, non necessariamente in spiaggia, continuano a canticchiare Lucio Battisti. Fischiettano e si innamorano con lui, un po’ perché è orecchiabile e un po’ perché non ci si può fermare ai Modà. La longevità di Battisti è solo in apparenza non spiegabile. Aiuta, nel tentativo di analisi, uno dei desideri di Ligabue, teoricamente più vicino di Battisti agli attuali quarantenni e trentenni (ma pure ai ventenni). Stremato dal paragone continuo con Vasco Rossi, e ben sapendo di entrarci pochissimo, Ligabue ha specificato fin dagli esordi di avere un altro paragone sognato: Battisti. Sperava, e spera, non tanto di essere il nuovo Battisti (è egocentrico ma non così tanto), quanto di stare ai più giovani come Lucio è stato ai ragazzi dei Sessanta e Settanta. Anche Ligabue si è rivelato più longevo di quanto fosse lecito supporre. Prendete un quarantenne qualsiasi e fategli ascoltare “Certe notti” o “Non è tempo per noi”: difficilmente rimarrà indifferente, anche se magari giura di odiare il “Liga”. Certe sue canzoni hanno folgorato, infilzato e condizionato intere generazioni. La stessa cosa capita per quelli che ai tempi di Buon compleanno Elvis (1995) erano appena nati, o neanche raggiungevano i 10 anni. Ligabue è in questo assimilabile a Battisti: nella traversalità di pubblico, nella durevolezza del successo, nel saper essere una colonna sonora esistenziale per chi lo ascolta. Ci sono punti di contatto anche in un approccio talora guascone e quasi “machista”, peraltro una delle accuse stantie che le noiosissime femministe rivolgevano alla premiata ditta Mogol-Battisti. Ed era allora, per vocazione e per provocazione, che i due insistevano. Ad esempio nel disco “Amore e non amore”, per metà suite ecologiche e per l’altra metà poker di brani che tratteggiavano donne mangiauomini, frivole e sin troppo (almeno per Mogol) emancipate: “Dio mio no”, esempio strepitoso di jam-session con Battisti direttore di taverna (più che di orchestra) circondato da Mussida, Di Cioccio, Radius e Baldan Bembo, è summa di giocosità e cazzeggio. Più di due decenni dopo, aggiungendoci tinte lievemente fosche, Ligabue riprenderà l’archetipo della femme fatale spietata nella cinematografica “Bambolina e barracuda”. L’amore è per Mogol-Battisti guerra e tradimento, perdono e castigo: “vento nel vento”, in un romanticismo spericolato che non teme rischi retorici (anzi). Ligabue aggiunge spezie di U2 e Springsteen, uno spicchio di Guccini tra la via Emilia e il rock e quella malinconia malmostosa che non si traduce mai in sintesi politica, bensì in un liberatorio “urlare contro il cielo”. Attenzione, però: la politica, o anche solo il mugugno civile, in Ligabue c’è. Quasi che l’amore, la casa in collina e la dimensione privata, non bastassero. Quasi che Ligabue, che si arrabbia a morte se lo definisci il Prodi del rock ma che ha talora fatto di tutto per esserlo, avvertisse che essere “solo” il nuovo Battisti non fosse sufficiente. Al contrario, ed è una delle caratteristiche specifiche che ne spiegano l’attualità, Battisti ha sempre e solo voluto essere il cantante della quotidianità amorosa. Neanche ha mai parlato spesso di amicizia, laddove invece Ligabue ne parla e bene, basti pensare a Radiofreccia. Le rare volte in cui Mogol lo costringeva a cantare strofe improbabili su campagna e inquinamento, lui accelerava il cantato come a volersi togliere anzitempo il dente. Le uniche volte in cui gli graziani-ivan-battisti-lucio_359x250_5d96f55ba5b049f1fae26b5fa3933757hanno dato un’etichetta politica, è accaduto per forzatura altrui: i militanti, i sinistrorsi, quelli che “Battisti è fascista”. Tutte falsità, tutte sciocchezze. Battisti si ascolta ancora perché ha ostinatamente messo in musica il più immutabile dei macrotemi: l’amore. E’ un De André che non ha mai smesso di cantare Marinella e amor perduti. Lo ha però fatto modernizzando come nessuno il gusto sanremese, che pure ha frequentato, attuando una rivoluzione tanto estrema quanto fieramente apolitica. Chi verrà dopo non solo non avrà minimamente il suo talento, ma ogni tanto avvertirà l’urgenza (personale o commerciale) di essere barricadero con qualche canzoncina di “protesta” vagamente indignata qua e là, stando bene attento a non fare nomi per non crearsi nemici. E’ il caso di Ligabue e pure di Jovanotti, un altro che quando vuole sa scrivere bene (d’amore, va da sé) ma che per una delle svariate tragedie minime post-contemporanee di questi anni è addirittura assurto a cantautore di riferimento per la sinistra (pardon per il renzismo). Battisti, no: lui è uno che canta il sentimento. Della politica non gliene frega niente e se ne vanta. E’ un Truffaut che, nel ’68, non si vergogna – né intende biascicare giustificazioni posticce – se alle barricate preferisce i baci rubati. Ci sono però altri due motivi che garantiscono a Battisti una eternità di cui, verosimilmente, lui per primo – schivo com’era – farebbe a meno. Il primo è la sua qualità di musicista prodigioso. Laddove chi è venuto dopo non ha apportato alcuna miglioria sonora, reiterando la stessa melodia per decenni, Battisti non è mai stato uguale a se stesso: quello che proponeva la medesima ricetta della casa, nella coppia, era casomai Mogol. Lucio, a ogni album, indossava vestiti nuovi. Nuovissimi. Così nuovi che la critica, di per sé fallace, ha sbagliato con lui come con pochi altri. Talento puro e atipico, Lucio Battisti è stato un solista suo malgrado: era felice solo se circondato da musicisti, detestava apparire e adorava la complicità triviale – celebri le sue barzellette sconcissime – con la band. I suoi brani non possono invecchiare perché, musicalmente, sono avanti di decenni: è il tempo che invecchia, mica lui. La svolta criptica con Pasquale Panella, che attende ancora una riscoperta definitiva, fu l’epilogo naturale di una vita da cercatore instancabile: Battisti non parlava di rivoluzione perché la rivoluzione era lui, e di sé non amava parlare. Il secondo motivo del suo fascino è da cercarsi nell’alone saturo di mistero. Nel suo anelito doloroso alla scomparsa. Nella fuga continua da se stesso, nello straziato smarcamento da una vita che gli aveva regalato troppo, quando lui – in fondo – si sarebbe accontentato di essere semplicemente il più grande sarto di musica leggera italiana. Chi ascolta oggi Battisti lo fa perché “I giardini di marzo” strappa via il cuore anche ai cinici. Perché è stato quel gran genio del nostro amico. Perché era uno, nessuno e centomila. E perché, in quanto assente in vita, non fatica a essere oltremodo presente nella scomparsa” (Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2014)

Pantani ammazzato? Non riesco a stupirmi

The-legendry-Marco-PantaniLeggo in giro tanto stupore, e pure un malcelato fastidio, per la riapertura del caso Marco Pantani. E’ lo stupore (finto?) di chi finora si è disinteressato alla sua vita, o ha vissuto su Marte, o crede alle favole (anzi agli insabbiamenti). La morte del Pirata è sempre stata piena di misteri, incongruenze, bugie e omissioni. Bastava leggersi “Vie et mort de Marco Pantani” (Grasset, 2007) e “Era mio figlio” (Mondadori, 2008). Nel mio piccolo l’ho sempre scritto anche io, per esempio qui. Ho amato Marco Pantani come molti della mia generazione, e non solo della mia. Gli ho voluto bene. Dopo la sua squalifica, come un fan inconsolabile, andai perfino a casa sua per lasciargli un biglietto di solidarietà: non l’ho mai fatto con nessun altro sportivo. La sua intervista straziante a Gianni Minà la ricordo come una coltellata. Ho sempre pensato che nessuno sportivo italiano, non tra quelli di cui sono stato contemporaneo almeno, abbia subito la gogna vergognosa del passaggio subitaneo da “eroe” a “colpevole”. Ha sbagliato, certo, ma non abbastanza da subire quella mitraglia ipocrita e indistinta. In quella cazzo di camera di Rimini non credo fosse solo. Paiono attestarlo troppe cose: la stanza era mezza distrutta, c’era sangue sul divano, c’erano resti di cibo cinese (che Pantani odiava: perché avrebbe dovuto ordinarlo?). Marco aveva chiamato due volte la reception parlando di due persone che lo molestavano (aneddoto catalogato come “semplici allucinazioni di un uomo ormai pazzo”). Fu trovato blindato nella sua camera, i mobili che ne bloccavano la porta, riverso a terra, il torso nudo, il Rolex fermo e qualche ferita sospetta (segni strani sul collo, come se fosse stato preso da dietro per immobilizzarlo, e un taglio sopra l’occhio). Vicino al suo corpo c’erano delle palline fatte con la mollica del pane, in cui sono state trovate tracce di cocaina. Nella camera non sono state trovate altre tracce di stupefacenti. Non esiste un verbale delle prime persone che sono entrate all’interno della camera, non è stato isolato il Dna delle troppe persone che entrarono nella stanza. Il cuore di Pantani venne trafugato dopo l’autopsia dal medico, che lo portò a casa senza motivo (“Temevo un furto”) e lo mise nel frigo senza dirlo inizialmente a nessuno. Perché il cadavere aveva i suoi boxer un po’ fuori dai jeans, come se lo avessero trascinato? Che senso aveva quel messaggio in codice accanto al cadavere (“Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata”)? Eccetera. E’ mia opinabilissima convinzione che Marco Pantani, ragazzo fragile e talento infinito, sia stato ammazzato due volte. La prima a Madonna di Campiglio 1999, la seconda il 14 febbraio 2004. Temo di non sbagliare. Spero (poco) in un briciolo di giustizia postuma. E conservo il dolore, perché ai fratelli maggiori non smetti di voler bene. E certe ferite non si cicatrizzano mai.

La ferocia del partito unico e il (nostro) dovere di opporci

berlusconi-clarusonline.it_Deluderò molti, ma del processo Ruby me n’è sempre fregato pochissimo. Certo, conteneva elementi di “non opportunità” e “ricattabilità” evidenti, ma è la vicenda giudiziaria politicamente meno rilevante tra le 13mila o giù di lì che riguardano Berlusconi. E’ un plot perfetto per le articolesse moraleggianti dei soliti tromboni di quasi-sinistra: roba noiosissima, e io detesto annoiarmi. Ognuno ha la sessualità che vuole, le donne coinvolte erano consenzienti e – se mi consentite la battuta – trovo molto più “perverso” sognare di passare tutta la vita con Pascale e Dudù che godersi la vita finché ce n’è. Non mi scandalizza (figurarsi) che Berlusconi ami donne e promiscuità, il blaterare stantio sul femminismo sinistrorso mi sfrangia gli zebedei e ho in merito un parere gioiosamente libertino che collima con quello di Fulvio Abbate e (conclusioni politiche a parte) Vittorio Sgarbi. Casomai trovo scandaloso, nonché deprimente, che il Parlamento italiano abbia votato sul serio Ruby “nipote di Mubarak”: questo sì che mi fa schifo. E trovo parimenti scandaloso che le frequentazioni sessuali siano forse state usate (come sosteneva Veronica Lario) come selezione della “nuova” classe politica, ma sono solo rumours che peraltro non riguardano unicamente il centrodestra (ooops). La mia valutazione del Berlusconi politico è profondamente negativa per quello che ha fatto e non fatto; per i rapporti con l’eroe Mangano e per la condanna definitiva per frode fiscale; per la presunta compravendita dei senatori e per il lodo Mondadori; per le prescrizioni e gli indulti. Eccetera.
Non è l’assoluzione il punto: è il contorno – le reazioni e le esultanze – che trovo emblematico dello sfacelo italiano. L’assoluzione in appello viene ora narrata come una sorta di lavacro del berlusconismo. Quasi a dire: “Visto? E’ innocente e dunque le riforme vanno avanti”. Come se l’assoluzione di ieri cancellasse le condanne, i processi in corso e quelli mozzati da infinite leggi ad personam. Come se di colpo Berlusconi fosse divenuto San Francesco. In Italia è tutto capovolto e a testimoniare questo smisurato rincoglionimento generale – e spesso interessato – non è solo Forza Italia ma anche e per certi versi soprattutto il Partito Democratico. Lasciate stare le Boschi, gli Speranza e le Bonafè, infierire sarebbe troppo facile. Prendete Debora Serracchiani, quella che alle Europee del 2009 fu tratteggiata dagli house organ piddini come il futuro della sinistra e la Schermata 07-2456858 alle 12.20.37Obama italiana (wow). Quella che era renziana, poi civatiana, poi renziana. E poi niente. Quella che, ultimamente, ricorda un po’ il personaggio di Laura Betti in Tutta colpa del paradiso, senza però la bravura definitiva di Laura Betti. Lo stesso livore, la stessa cattiveria, la stessa ferocia. Ieri, con un’eccitazione politica mal dissimulata, munita di consueta frangetta da balcone di casa popolare e ballerine allegramente vedovili, ha sentenziato: “Berlusconi è sempre il benvenuto, ci dà più garanzie del Movimento 5 Stelle“. Il Pd sta provando in ogni modo a dimostrare che Grillo e Casaleggio hanno sconfessato Di Maio e rovesciato il tavolo, quello dell’altro giorno, quello in cui Renzi si è fatto notare per un bullismo direttamente proporzionale all’adipe. Peccato che i 5 Stelle, che certo si sono mossi tardi (grave errore che rimane e rimarrà) ma comunque si sono mossi, adesso siano lì e pongano risoluzioni concrete: no alle pluricandidature, no all’immunità, sì al doppio turno (che pure detestano), sì alle preferenze. Il Pd sa che ora non ha più l’alibi del “non potevamo fare altro che andare da Silvio” e allora, pur di proteggere il filotto di riforme “democraticamente autoritarie”, inventa una rottura immaginaria con i 5 Stelle. Celebrando al tempo stesso San Berlusconi, tornato di colpo forte e potente, che – furbo com’è – non vede l’ora di ingoiare in un colpo solo gli alfaniani e di mettere al più presto in difficoltà il suo figlioccio Matteo.
E’ uno di quei momenti in cui, all’orizzonte, non si scorgono vie di fuga. Uno di quei momenti che l’Italia conosce bene. Comunque ti muovi, qualcuno ti ammazza la speranza. Comunque ti giri, vedi pressoché ovunque un livello minimo di morale e coscienza. Verrebbe quasi voglia di mollare tutto. Di lasciargli campo aperto. Di rinunciare al sano indignarsi, al resistere, al libero pensare. Verrebbe quasi voglia. Appunto: quasi. Col cavolo che gli lasciamo, e lasceremo, la strada spianata.

Fognini e il confine tra maledettismo e maleducazione

The Internazionali BNL d'Italia 2014 - Day TwoIl confine tra maledettismo e maleducazione è labile, e Fabio Fognini lo oltrepassa spesso. Ultimamente quasi sempre. Per la prima volta dai tempi di Panatta e Barazzutti, sembrava possibile che un tennista italiano tornasse nei top ten. Il momento chiave era la primavera, Roland Garros e dintorni, ma Fognini (13 al mondo a marzo) ha sbagliato quasi tutto, raggiungendo livelli di masochismo becero al cui confronto Canè pare quasi un lord. A Parigi ha sprecato un tabellone irripetibile e ad Amburgo – dove difendeva il titolo – è riuscito a perdere al primo turno con Krajinovic, serbo 149 al mondo. Ora l’obiettivo non è più entrare nei 10, casomai restare nei 30. Mercoledì Fognini si è pressoché suicidato mediaticamente, più di quando Bracciali pose di fatto fine alla sua carriera di singolarista, sciorinando a Wimbledon 2006 una liturgia di bestemmie contro Bjorkman (Gianni Clerici interruppe la telecronaca). Fognini, con Krajinovic, non si è “limitato” al rosario immutabile di doppi falli e monologhi, warning e racchette spaccate, falli di piede e parolacce, multe e 6-0 (o per meglio dire “sei-neuro”). Ha pure bofonchiato uno “zingaro di merda” rivolto al serbo. E per questo si è guadagnato titoli e (giusti) strali di tutti, a partire da coloro che magari neanche l’hanno mai visto giocare. Fognini, forse per disinnescare le critiche, è solito retwittare la babele di insulti che riceve. Poi, sempre su Twitter, posta una foto con McEnroe, di cui condivide irascibilità ma non grandezza. E’ l’italiano più futuribile dai tempi di Camporese e fuori dal campo non è né maleducato né razzista, al massimo un po’ sbruffone e noiosamente frignone con i giornalisti. Travolto dalle polemiche, ha elaborato scuse sgrammaticate ma sincere: “Sarò folle, antipatico e starò anche sprecando il mio talento, ma una cosa non sono, razzista. Ho detto zingaro in un momento di rabbia e sicuramente non ho dato un peso culturale e “geografico” alla parola. Le mie scuse le faccio al mio avversario e a tutte le persone che si sono sentite offese per queste pur consapevole che non nutro nessuna forma di razzismo verso ogni persona animale sesso idee…”. E ancora: “Bene, dato che è la cosa più importante cui parlare non mi vergogno a dirlo: HO SBAGLIATO, non volevo offendere nessuno, conosco FILIP (Krajinovic) molto bene e chi fa sport sa che a volte si va oltre dicendo cose senza senso (vedi il calcio); “Non volevo offendere nessuno, RIPETO ho sbagliato!!! Spero che voi giornalisti riportiate anche questo!!! Grazie”. Sorta di Balotelli della racchetta, Fognini ha l’attenuante di praticare uno sport non di squadra (dunque risponde solo a se stesso) e l’aggravante di frequentare una disciplina in cui il garbo è quasi un obbligo (anche solo una parolaccia è percepita come irrituale e sgradita). Nel tennis puoi permetterti l’abbonamento al delirio solo se ti chiami McEnroe o Nastase, e Fognini non è né l’uno né l’altro. Non ha neanche mai brillato per gusto. E’ poco elegante persino il suo soprannome, “Fogna”, che scriveva goffamente a penna sulla maglietta nelle prime uscite al Foro Italico. Non fa più notizia per i risultati, bensì per altro: le foto nudo per beneficenza, il fidanzamento con Flavia Pennetta, le sclerate a getto continuo. Merita di più, meriterebbe di più: la speranza è che lo capisca, o che qualcuno lo aiuti a capirlo. Il tennis non è un presepe e il “pazzo” serve alla trama: sia benedetta la follia, a patto però che non si riduca a mera maleducazione triviale e irricevibile. (Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2014, Extended Version)

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