Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
dicembre: 2016
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Shine On You Crazy Diamond (Part VI-IX)

pink-floydDopo vari conciliaboli con me stesso, sono giunto alla conclusione che in questi giorni la musica che mi commuove di più è a seconda parte di Shine On You Crazy Diamond, assai meno nota della (strepitosa) prima. La parte in oggetto chiude Wish You Were Here e fu Dio Roger ad avere l’illuminazione di spezzare in due la suite, che inizialmente doveva occupare tutto un lato dell’album, come accaduto per Atom Heart Mother (lato A del disco omonimo) e Echoes (lato B di Meddle). Vado a descrivere la grandezza di questi 12 minuti e 27 secondi, riascoltandola con voi mentre godo oltremodo e al contempo mi commuovo.
La quiete prima della tempesta. La seconda parte di Shine On You Crazy Diamond vive di quattro fasi, come del resto testimoniato dalla band: parte VI, VII, VIII e IX. Si comincia con un vento che soffia, eco della appena conclusa Wish you Were Here (il brano, non il disco). Il clima è da “sta per accadere qualcosa”. Ogni tanto un basso scandisce il tempo, con la nettezza definitiva di chi sa benissimo che moriremo tutti. Una “slappata” non meno definitiva, paragonabile a un colpo di accetta di Iddio Waters, sancisce la chiamata alle armi: ci siamo, è il momento. Tutto sta per accadere. Tutto deve accadere, perché è Dio a volerlo. David si desta dal torpore, mentre Richard punteggia con grazia iridescente e Nick fa l’unica cosa che ha sempre saputo fare: lo sporco lavoro. davidSiamo catapultati in un nowhere, che è poi lo spazio nativo dei Pink Floyd, mai terreni e costantemente divini. Di quel divino che fa male, perché la Vita è dolore. E loro lo sanno. Cazzo se lo sanno.
Gilmour giganteggia come non esiste al mondo. Dal minuto due e mezzo David si libera del suo atavico fighettismo, mette finalmente le palle sul tavolo e dà del tu a qualsivoglia divinità esistita e/o immaginata, dicendo loro di spostarsi dal tavolo imbandito delle nuvole perché adesso esiste solo Lui. Nessuno, ora, può essere alla sua altezza. Quindi levatevi tutti dalle palle. E’ uno degli assolo più pazzeschi dell’universo. La sua chitarra urla, fiammeggia, ti strappa l’anima e ti travolge. Quando ne esci non sei più lo stesso. Inaudito. Semplicemente inaudito.
Adesso parlo io, fedeli. La suite si avviluppa e rallenta: è il momento del Verbo. State tutti zitti, giacché Egli parlerà. Roger, con quella voce da cavernicolo incazzato nero per non essere morto da piccolo, dispensa le sue consuete parole sature di morte e follia. Narra di Syd, ma narra (come sempre) più che altro di se stesso. Egli, sussurrando con l’angoscia senziente di chi tutto ha già visto e vissuto, ci dice: “Nobody knows where you are, how near or how far“. Il Gruppo, dopo averlo ascoltato in religioso silenzioso, rilancia: “Shine on you crazy diamond“. Carlena Williams e Venetta Fields ricamano sui cori. E’ la parola di Dio, che ci introduce all’agnizione definitiva. Preparatevi: sarà bellissimo, ma non sarà facile.
Il capolavoro di Richard. Wright è stato per i Pink Floyd ciò che George Harrison fu per i Beatles: il “terzo” di una band così straripante da far apparire quasi “marginali” due siffatti giganti. Wright, che ha sempre legato moltissimo con Gilmour e pochissimo con Dio, riteneva questo disco il migliore dei Pink richFloyd. Naturale: è quello dove il suo tocco si sente più. Questa parte finale è il suo capolavoro, assieme a Echoes, The Great Gig In The Sky e Us and Them (no, dico: ma di che brani stiamo parlando? Di che cazzo di brani stiamo parlando?). Brian Humphries, l’ingegnere del suono del disco, ha raccontato con commozione l’epifania di questa parte finale. Richard si sedette davanti agli strumenti, come un bimbo circondato dai suoi giocattoli preferiti, e improvvisò. Chi lo vide dal vivo ebbe la sensazione di un prodigio in divenire. Wright sarebbe potuto andare avanti per ore, come Keith Jarrett a Colonia. Del resto, dei quattro, era l’unico che conosceva davvero la musica, con un’impostazione “classica”. In questi minuti, molto semplicemente, Richard ci strappa l’anima. Inizialmente pare quasi divertirsi, saltellando tra organo, Minimoog, piano elettrico e acustico. L’atmosfera è jazzata e ricorda – per capirsi – certe colonne sonore poliziottesche di allora, tipo Starsky and Hutch. Poi, mentre sei lì che non sai dove Wright voglia portarti, lui –  a tradimento – prende il coltello e ce lo pianta nel cuore. Tutto rallenta e insegue una sospensione ipnotica. E’ qui che Richard varca (ancora) una nuova dimensione, ricamando arabeschi di malinconia insostenibile. Sarebbe già molto più di tanto, ma manca la lacrima finale. L’ulteriore tributo al diamante pazzo Barrett: la trama di See Emily Play. Uno dei primi singoli del gruppo, quando ancora Syd scintillava. In studio, ascoltando Richard dal vivo, tutti piansero. Proprio tutti. Anche io. Ogni volta.
Sia lode.

L’acqua è bagnata. Fidatevi: lo dice Crepet

large_paolo-crepetEsiste la libertà di pensiero, ed è una gran cosa. Ma esiste ancor più la libertà di pensierino, ed è quasi sempre una gran rottura di zebedei. Studiosi più o meno veri, e forse presunti, dispensano dall’alto di non so cosa la loro visione del mondo. Una visione, va da sé, mai spigolosa o anche solo vagamente urticante, benché costantemente scontata. Banale. E ancor più rassicurante. Rientra in questa vasta milizia di esegeti dell’ovvio l’ineffabile Paolo Crepet. Piano, non fate smorfie o sbuffi di insofferenza: Crepet è un gigante. Non ha mai detto qualcosa di originale, e quasi mai di ricordabile, eppure è in televisione da prim’ancora di nascere. Idolo indiscusso delle casalinghe di Voghera, come pure verosimilmente delle nonne di Staggiano, Crepet ci ricorda ogni volta che l’acqua è bagnata. E mentre tu sei lì che stai per pensare “sticazzi, servivi te per scoprirlo!”, lui ti ha già colpito con la sua doppia mossa lisergica: sguardo quasi-penetrante e gesto secco della mano attraverso cui spostare la canuta coltre di pelo brado che, qui, chiameremo per brevità “ciuffo”. Nato 65 anni fa a Torino, il totemico Crepet deve larga parte della sua fama al Maurizio Costanzo Show. Da uomo a suo modo coerente, il mitologico Paolo ci tiene a essere sommamente prevedibile fin dall’inizio. Per esempio dai titoli dei libri: “Impara a essere felice”, “Perché siamo infelici”, “Dove abitano le emozioni”, “Non siamo capaci di ascoltarli”. Pare che a breve darà alle stampe anche i seguenti saggi: “Al sole si suda”, “Non credevo, ma quando ho la febbre scotto” e l’altamente provocatorio “Non esistono più le mezze stagioni. Parliamone”. Voi direte: eh, ma lui è psichiatra, scrittore e sociologo. Quindi ha studiato. Quindi sa. E dunque non merita critiche. Avete ragione, ma qui o attacchiamo ogni giorno qualcuno o Travaglio si cruccia. Al netto però della nostra odiosa iconoclastia, è forse lecito sottolineare come ultimamente Crepet sia solito interpretare in tivù il ruolo più di moda: il renziano pensoso (che è poi un ossimoro). Sabato era a Otto e mezzo con il primo che passava (Luca Barbareschi) e la gufa Sandra Bonsanti. Ieri ne ha scritto sul Fatto anche Daniela Ranieri, ma urge tornare sulle sfavillanti perle di saggezza esistenzial-costituzionali elargite dal ciuffo-renzico Crepet. Ascoltiamolo: “Camilleri (che voterà No, NdA) è Crono che mangia i figli” (giuro, l’ha detto davvero). “Non sono un conservatore quindi voto Sì, i conservatori votano No” (questa l’avrà copiata da Nardella). “Si parla di De Luca per non parlare del Cnel!” (e si fa parlare Crepet perché a volte si è troppo democratici). “Si toglie il bicameralismo!” (come no. E magari l’Inter vince la Champions con un gol di Lerner su assist di Vecchioni). “La Costituzione non è le tavole di Mosè, i padri costituenti volevano cambiarla” (“cambiarla”, Paolo: non raderla al suolo). Gran finale: “Il grande marinaio non ha paura di navigare, ha paura della bonaccia”. Livelli altissima. Se Crepet fosse un piatto, sarebbe una mela cotta.
(Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2016)

Lo scrigno magico dei Pink Floyd

pink-floydCosta uno sproposito, ma è francamente difficile immaginare un cofanetto più bello di questo. I Pink Floyd, negli ultimi anni, non hanno certo lesinato celebrazioni: le rimasterizzazioni “Discovery”, le versioni arricchite “Experience” e i box “Immersion” – oltremodo irresistibili – dedicati a Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e The Wall. Mancava giusto qualcosa che eternasse la prima fase. Ed ecco, appunto, The Early Years 1965-72. Nota dolente: il prezzo (462 euro su Amazon). Per quanto però possa apparire eretico, li vale tutti. Dieci Cd, 9 Dvd e 8 Blu-ray. Demo e unreleased, apparizioni tv, 7 ore di registrazioni di concerti, 15 ore di video, interviste, 3 lungometraggi. Venti brani mai pubblicati, una nuova versione della colonna sonora di Zabriskie Point. Eccetera . La parte audio comprende 130 tracce, tra cui 12 ore e trenta di canzoni non pubblicate, BBC sessions e outtakes. Due brani mai pubblicati prima, Vegetable Man e In the Beechwoods, sono stati nuovamente mixati. Tutto, in questo cofanetto, è definitivo e maestoso. Uno scrigno dei desideri, con tanto di vinili e singoli riproposti come se fosse possibile tornare ancora indietro a quegli anni. Molte di queste rarità erano note ai floydiani di stretta osservanza, ora grazie a bootleg e ora tramite lo spaccio sotterraneo di capolavori tra fan, ma nulla era mai stato ascoltato con questa ricchezza. Con questa qualità. Con questa mesmerizzante bellezza. Gli anni dal 1965 al 1972 sono quelli in cui i Pink Floyd nascono, crescono e diventano pienamente i Pink Floyd. Il cofanetto si ferma un attimo prima che tutto cambi, quando il successo di Dark Side Of The Moon sarà per loro tanto enorme quanto devastante. Secondo una teoria che piace assai ai feticisti della nicchia, i Pink Floyd muoiono quando il loro fondatore Syd Barrett impazzisce, (anzitutto) per la schizofrenia e (poi) per gli acidi. E’ una delle più grandi sciocchezze nella storia della musica. Come ha più volte riassunto la divinità Roger Waters, Syd scoprì le galline dalle uova d’oro e senza di lui nulla ci sarebbe probabilmente stato. I suoi meriti sono immensi, come immenso è il rimpianto per un talento (potenzialmente illimitato) troppo presto evaporato. Al tempo stesso, Barrett ha realizzato “soltanto” The Piper At The Gates of Dawn, il primo album effettivo della band. Già dalla fine del 1967 non era più lui, al punto che Roger, Richard Wright e Nick Mason dovettero chiamare David Gilmour. Tutto quello che resterà nella storia – ed è una mole sconfinata di epifanie e intuizioni – è stato creato senza Syd. Questo cofanetto lo conferma. Il materiale di musica e filmati ammalia, commuove e quasi sconcerta. Com’è stato possibile generare così tanta perfezione? L’incanto è continuo. Nel primo volume (1965-67) c’è ancora Bob “Rado” Klose, chitarrista della band prim’ancora che si chiamasse Pink Floyd e poi andatosene per dissidi con Syd Barrett: di fatto il Pete Best del gruppo. In una traccia spunta perfino Frank Zappa alla chitarra. Le BBC Sessions sono pazzesche, qualche live è inaudito. Ci si perde ascoltando le varie versioni della suite Atom Heart Mother (con o senza orchestra), ci si inebria di fronte alle stazioni della creazione – “Nothings”, “The Son Of Notihing”, “The Return Of The Son Of Nothing” – che portarono alla nascita di “Echoes”. Ogni cosa è illuminata e non ancora travolta dalla fama. I Pink Floyd non sono mai stati granché amici: fu sin dall’inizio un rapporto di lavoro. C’è sempre stata una sorta di lotta intestina continua tra la coppia Gilmour-Wright e quella Waters-Mason. Eppure, e questo cofanetto lo conferma, per un certo periodo anche a loro parve possibile essere – addirittura – amici. Una cosa sola. Accadde tra Atom Heart Mother Dark Side Of The Moon. Gli anni 1971-72: quelli di Meddle, di Zabriskie Point, del Live at Pompeii e del sottovalutato Obscured by cloudsThe Early Years costa tantissimo, sì: ma è bellezza pura. A tratti quasi insostenibile.
(Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2016)

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La bellezza contemporanea di Ivano Fossati

fossati3Quando ha suonato per l’ultima volta dal vivo, il 19 marzo 2012 al Piccolo Teatro di Milano, molti – quelli che non lo conoscono – hanno sperato che prima o poi ci ripensasse. Illusi. Tra i molti pregi che l’uomo (nonché l’artista) ha, c’è quello di mantenere quasi ostinatamente la parola data. Oltretutto, e questo può saperlo appieno solo chi lo conosce, Ivano Fossati non è mai stato felice come adesso. Suona più di prima, solo che lo fa per se stesso. Si esercita, si migliora. Ha Nizza come via di fuga primaria dalle storture imperanti di questo paese, e quando Nizza non basta gira per il mondo. E’ così sereno e felice da avere fatto definitivamente pace con la sua amata Genova. E mentre qualche talebano allo stato brado gli rinfaccia di non tornare, o di scrivere ogni tanto brani per artisti minori, lui si inventa questa sorpresa chiamata Contemporaneo. Fino a oggi era il titolo della quinta traccia di Lampo Viaggiatore, splendido album del 2003. Da oggi, quando verrà venduto in tutta Italia, sarà anche il titolo di un cofanetto che esce per Sony in doppia versione: quella deluxe, dieci cd, 8 inediti, 2 rarità e libro di 200 pagine con lunga intervista (81.84 Euro); e quella standard con quattro cd e quattro inediti (20.32 euro). Costa fatalmente di più, ma la deluxe è decisamente da preferirsi. Anche “solo” per il libro, ricco di fotografie inedite e di riflessioni puntualmente argute. C’è sempre stato, in Fossati, questo desiderio costante di smarcarsi. Per tutta la carriera lo hanno chiamato cantautore, quando lui il cantautorato (inteso come conventicola un po’ bolsa nonché musicalmente stitica) lo detesta. Neanche troppo cordialmente. E allora, anche in questo libro, è tutto un dire – con garbo, ma pure con decisione – “guardate che mica era come pensavate”. Per esempio: «Mi piace il blues, forse più di ogni altro genere di musica. Soprattutto il blues delle origini: Blind Lemon Jefferson, Robert Johnson e altri ancora, come Sonny Boy Williamson II. Nonostante questo ho composto canzoni come “La costruzione di un amore”, “Non sono una signora” e “Una notte in Italia”. Se avessi provato a scrivere dei blues chi li avrebbe cantati? Uno deve fare i conti col posto in cui è nato, dove la gente ha il proprio gusto e una tradizione tutta sua, anche quando si tratta di canzoni”. Capito? “La costruzione di un amore” non è stata un’adesione alla canzone d’autore, ma uno scendere a patti con la storia. Con il presente. Appunto: con il contemporaneo. Ogni cd contiene tra le 12 e le 16 canzoni. C’è perfino “La mia banda suona il rock”: evidentemente Ivano ha fatto pace pure con lei. Otto inediti e due rarità: “Il suono della voce”, “Idealista”, “Quelli siamo noi”, “La lingua del santo”, “Ho visto Nina volare” (registrata durante le prove de “La disciplina della terra”, 1999), “A cavallo della tigre”, “Pianissimo”, “Settembre”, “Vola” (live colpevolmente non inserito nel disco “Tour acustico” 2014) e “Dolce acqua” (live non presente in “Decadencing tour” 2012). C’è pure “Jeux d’enfants”, la sigla del Ballarò condotto da Massimo Giannini. “Contemporaneo” è splendido, ma essendo una summa di Ivano Fossati non poteva essere che così.

(Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2016)

 

Non è colpa mia se la musica di “ieri” è molto meglio di quella di oggi

pink-floydI social network hanno creato, tra le altre e non sempre negative cose, disastri inauditi. Uno di questi è che ti tocca leggere commenti di persone con cui non hai niente in comune. Tra queste persone ci sono coloro che, se lodi i Rolling Stones o i Pink Floyd, replicano queruli: “Che palle questa musica vecchia, perché non parli di artisti nuovi?”. A tale domanda, di per sé involontariamente idiota, si potrebbe rispondere nella maniera più facile: “Perché parlo di quello che mi pare”. Lapalissiano. Facciamo però finta, adesso, di essere persone educate e timorate di Facebook. Prendiamo in esame la critica nascosta tra le pieghe di tali post piccati: “Parlare sempre della musica di ieri vuol dire implicitamente negare che oggi ci sia musica di qualità”. E’ vero? Sì e no. No, perché ci sono artisti – più o meno nuovi – molto bravi. E magari non li conoscete. Qualche nome: Il Pan del Diavolo, Sergio Marazzi, Luigi Mariano, Filippo Graziani, Alberto Bertoli. Eccetera (sì, eccetera). Dire che il cantautorato è morto, o che nulla c’è più da ascoltare, è una gran sciocchezza. Al tempo stesso, pensate all’ultimo gruppo che secondo voi resterà nella memoria. Non stiamo qui alludendo a chi ha appena indovinato un buon disco: alludiamo a chi durerà davvero nel tempo. I nomi, fatalmente, si assottiglieranno: Radiohead, Wilco, Sigur Ros. Tutta gente nuova, ma non nuovissima. Certo, potreste qui sparare Eddie Vedder, che anche solo per il duetto con Roger Waters in Comfortably Numb o per la colonna sonora di Into The Wild, meriterebbe dodici Nobel, ma mica parliamo di uno nuovo: Vedder e i Pearl Jam c’erano già quando per Kurt Cobain citare Neil Young non era l’anticamera del suicidio ma un approccio artistico. Vale lo stesso in Italia. Nulla di personale contro Motta, ma negli anni Settanta se ne sarebbero probabilmente accorti in pochi. Invece adesso si grida al miracolo, perché lo dice il Club Tenco e forse perché non pare esserci nulla di meglio. Idem per Calcutta, col rischio che tra pochi anni di loro non resterà poi molto più di quel che è rimasto di Vasco Brondi (bravo, ma oggi lo ascoltate ancora?). C’è, in giro e nella critica di settore, un gran bisogno di fare le nozze coi fichi (e coi talenti) secchi. Non è passatismo: è la mera realtà dei rolling-stonesfatti. Diceva Goethe: “La vita è troppo breve per bere vini mediocri”. Nulla di più vero, e vale anche per la musica. Come pure per la letteratura. Non si capisce perché io debba perdere tempo a farmi piacere per forza un cantante “giovane”, se posso godere come un riccio con Darkness On The Edge Of Town di Springsteen, Alchemy dei Dire Straits, Graceland di Paul Simon o Sodi Peter Gabriel. Si è qui volutamente citato opere tra Settanta e Ottanta, perché se avessimo preso l’interregno tra Sessanta e Settanta sarebbe stato troppo facile: basta la tetralogia dei Led Zeppelin, o uno Sticky Fingers degli Stones, per uccidere qualsiasi teorico paragone col presente. C’è più talento in una nota qualsiasi di Obscured By Clouds, disco “minore” per antonomasia dei Pink Floyd, che in tutta la discografia di qualsiasi artista di oggi. Ci sono contemporaneità che alimentano talenti e altri no, così come ci sono tempi in cui Pelè ha una “elle” sola e altri che ne hanno due. Per questo e per mille altri motivi, se a fine 2016 un assolo di Jimi Hendrix, Duane Allman, Eric Clapton, Jeff Beck, Ry Cooder o Stevie Ray Vaughan ci emoziona più di qualsiasi gorgheggio odierno, non rompete troppo le scatole: ognuno ha la contemporaneità che si merita, ma nella musica – per fortuna – le fughe all’indietro sono consentite. Più ancora: caldamente consigliate. (Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2016)

I migliori di noi (recensione Il Fatto)

img_7621“L’amicizia vive di contrappesi tutti suoi, di bilanciamenti, di non detti, di un codice Morse che serve anzitutto per superare le frizioni. Per tollerare la lontananza. Per non dimenticare che l’amicizia è l’antidoto più efficace allo scorrere del tempo e l’unica cosa che, ai massimi livelli, riesce perfino a fottere la morte”. Ma anche “una strana malattia appiccicosa”.
E’ vero, non vale prendere un pezzo di libro per cominciare quella che dovrebbe esserne la recensione (ammesso che il genere esista ancora). Non ce ne vogliano i lettori, una ragione c’è ed è presto detta: I migliori di noi (da oggi sugli scaffali delle librerie con Rizzoli) di Andrea Scanzi è soprattutto un libro sull’amicizia, con svariate e insperate e sfumature di tenerezza. Insperate perché è difficile anche solo sospettarle dall’immagine pubblica dell’autore (può trasmettere l’idea di pensare al mondo come a un posto popolato di troppa gente che in una gara d’idiozia riesce a perdere). Ci sono Max e Fabio, cinquantenni, amici, ex fratelli ammesso che si possa diventare ex nella fratellanza. Uno di loro ha tradito, o sembra averlo fatto. Quasi a sua insaputa, per superficialità, noia, horror vacui. Di certo soldi e successo non sono stati gratis. Si paga tutto e qui si paga il prezzo dell’abbandono e dell’opportunismo: il mondo non sempre è dei furbi, non è vero che vince chi dimentica. Fabio è rimasto a casa, non ad aspettarlo, semplicemente a vivere. Non ha bisogno nemmeno di i-migliori-di-noi-coverperdonarlo, l’aveva fatto prima del suo imprevisto rientro in città. L’avrà aiutato Federica, compagna di tutta la vita, un amore miracolosamente sopravvissuto integro alle pantofole e ad altri accidenti della routine? L’avrà aiutato Bergie, adorabile e acutissima esemplare di Leonberger (un canone, mezzo San Bernardo mezzo Terranova), dotata di qualità telepatiche? Forse Fabio è semplicemente uno che sa come va il mondo, non è mitomane, sa che nel rapporto con l’altro (e più in generale nella vita) noi facciamo e diamo quello che possiamo mentre l’altro è con noi; è uomo abituato alle assenze, visto che suo figlio Marco, ormai adulto, vive a Londra e non telefona tutti i giorni.
Le cose vanno o non vanno: lo sa bene Fabio che per vivere scrive fiction (di successo) per Rete4. Non proprio un sogno, ma dà da mangiare. E magari lo sa anche Max che ha avuto la ventura (fortuna forse non si può dire) di scrivere una canzone di super successo trent’anni prima: il massimo che gli può capitare è ricevere una mail da Alex Britti o Ligabue (deliziosa perfidia dell’autore) che gli domandano se possono farne una cover. Lui sul computer tiene un file con la risposta valida per tutti, si limita a un copia-incolla nel testo-mail: cambia solo il nome dell’intestazione. Nei suoi occhi si vedono roteare i dollari come in quelli di Zio Paperone, ma l’ombra che sta dietro è il vuoto. Ha una risposta prefabbricata e la salvezza maledetta dell’immortale (non per dire, è diventato un classico) brano Dammi il bikini (non provate a cantarlo, chi scrive l’ha incautamente fatto e non è consigliabile). Della rockstar gli è rimasto solo tingersi i capelli e incassare le royalties. Infatti è lui il destinatario della domanda più dolorosa: “Perché mi hai lasciato solo per tutti questi anni? Eravamo i migliori. I migliori di noi. Tra fratelli figli unici, non si fa”. Si possono rincollare i cocci? Risposta: sì. Il mastice è il vino, la musica, la bici (tutti ingredienti che si trovano anche nel precedente La vita è un ballo fuori tempo, di cui rispuntano personaggi e suggestioni: l’arzillo ottuagenario Vaiana, il giornale la Patria, un cane telepatico).
domenico-bigIl racconto, dice Calvino, “è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo”. E il tempo di questa storia, oltre al palleggio passato-presente, è quello di un’attesa, la più temibile: l’esito di un esame medico a cui Fabio si è sottoposto. Ma, a dispetto delle paurosissime circostanze, non è una prospettiva disperata. Il tempo dell’aspettare è riempito, naturalmente di bilanci (e di elenchi), ma anche di molta leggerezza dell’essere. Di piaceri in barrique, battute, riscoperte, bariste meravigliose (ce n’è una anche nel primo romanzo). Lo spazio è invece una città non immaginata ma reale. Arezzo, cui l’autore sembra voler restituire qualcosa, forse – azzardiamo – autonomia e distanza dalla straripante narrazione della toscanità “che piace e va incontro” come la sinistra che fu: Etruria non è solo una banca. E la colonna sonora (c’è, questo libro suona)? Tra le tantissime citazioni, vince una di Roger Waters: “Lo sai che mi importa di quello che ti succede/ e lo so che anche tu ti interessi di me/ Così non mi sento solo/ o non sento il peso della pietra”. Dopo aver raccontato le fragilità della generazione dei figli nei precedenti due libri, questa volta Scanzi si occupa dei padri: lo fa maneggiando con cura la materia, con il suo abituale sarcasmo, molte note umoristiche e continue sottolineature. Ma non ci sono giudizi universali da dispensare, solo vite da illuminare.
Proust – che di questo legame non sembra avere una gran idea – scrive che “Il piacere dell’amicizia si basa sulla menzogna che vorrebbe indurci a credere di non essere irrimediabilmente soli”. Non è detto sia vero. Forse l’amicizia è davvero un farmaco per creature “continuamente minacciate di morte, cioè tutti gli uomini”. Fabio e Max ve lo spiegheranno. (Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2016. Articolo di Silvia Truzzi)

Aiuto, viene (quasi) voglia di rivalutare D’Alema

dalemaSono davvero tempi strani. Ci si sente così soli, tristi e spaesati che capita di essere d’accordo con Brunetta. Capita pure di trovare condivisibile Ciriaco De Mita. Addirittura: capita di aver quasi voglia di rivalutare Massimo D’Alema. Politico di innegabile preparazione e scaltrezza, ha sempre ostentato quella sua antipatia contagiosa, che sarebbe parsa peraltro evidente anche senza ostentarla. La sua idea di opposizione a Berlusconi era, come minimo, diversamente ficcante. Infatti si è inventato la Bicamerale e altri demoni. Uomo permaloso come pochi e forse nessuno, escludendo (va da sé) dal conteggio Baricco e Ligabue, D’Alema tollera benissimo le critiche. Se lo prendi contropelo, non ti punisce certo col confino: poiché altamente democratico, si limita a giurartela in eterno. Ovvio che, partendo da presupposti simili, l’ipotesi di (quasi) rivalutarlo non appariva fino a ieri probabilissima. E invece: vedi te quel che riesce a ottenere Renzi. Molti dicono che D’Alema sia l’avversario ideale per l’attuale Presidente del Consiglio: più Baffino esorta a votare per il no, più tutti si reinventano fan di Staino e Verdini. E’ possibile. Eppure, se fosse possibile limitarsi a quel che una persona scrive e dice, senza considerarne la simpatia e antipatia, risulterebbe complicato dare torto a D’Alema quando parla delle “riforme” costituzionali pensate (parola grossa) dai renzini. Ogni volta che lo cercano, D’Alema infierisce su qualsivoglia rivale politico con adorabile supponenza. La sua dialettica ha sempre avuto pochi rivali, sin da quando era aduso a mettersi in tasca Ferrara nei confronti diretti (e mettersi in tasca Ferrara, lo capite bene, non è mai stata operazione da tutti). Ora, però, alla dialettica si è unito un surplus di perfidia sadica. Ancor più quando parla di Renzi, su cui D’Alema suole infierire con sicumera rara, trattandolo come un pesce forse pingue ma certo piccolo. Anzi piccolissimo. D’Alema è un fiume in piena: zimbella Casini, perculeggia i Don Abbondio della minoranza Dem e scudiscia con adorabile arroganza questa “nuova classe dirigente” piddina, fatta spesso da droidi giulive e yesmen fragilissimi. D’Alema resta imperdonabile, e senza i suoi errori oggi non dovremmo probabilmente sopportare questo erede caricaturale di Berlusconi, ma allo stato attuale è uno spettacolo. E’ così in forma da reagire alla consegna di un Tapiro consegnando lui stesso un tapiro all’inviata di Striscia la notizia, come un attore consumato. Il rovesciamento di questa nostra contemporaneità è tale da far venire voglia di difendere D’Alema anche quando dà una manata al vassoio degli agnolotti di una giornalista de L’Arena. Certo, è stato maleducato, ma poche cose sono sacre come portare a spasso il proprio cane. E’ un momento di sospensione dalle brutture e delle storture. Una parentesi quasi divina. “Non rompetemi le palle proprio adesso”, ha lasciato intendere D’Alema. Il gesto resta scortese, ma la motivazione è un’altra volta granitica. (Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2016, rubrica Identikit)

I migliori di noi

i-migliori-di-noi-banner-con-dataCi siamo. Domani, ancora per Rizzoli, esce il mio secondo romanzo. Si intitola I migliori di noi e ve la cavate con duecento pagine. E’ ambientato ad Arezzo ai giorni nostri e non ha niente di politico. E’ la storia di un’amicizia tra due cinquantenni che sono cresciuti insieme, ma che non si vedevano da troppo tempo. Ci sono molti dialoghi, tanto vino e due cani meravigliosi. C’è una donna bellissima, un’altra che sta arrivando. Si ride, o almeno era quello che volevo quando l’ho scritto. Ma c’è anche un po’ di malinconia e di inquietudine, perché non potrebbe essere altrimenti.
E’ un libro a cui voglio molto bene. Spero che vi piaccia, e che addirittura gli vogliate anche voi un po’ di bene.

Fabio non si è mai mosso dalla città in cui è nato, ha un figlio lontano e un lavoro che non è diverso da molti altri. Max è tornato da chissà dove e chissà perché. Non ha niente e nessuno. Eppure, per i due che si rincontrano dopo quasi trent’anni, è come non essersi mai lasciati: le corse notturne in bicicletta, la musica, il vino. I cani, quelli salvati e quelli salvatori. Le promesse. E le risate, appoggiati al banco del solito bar.
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Certe amicizie rinascono come niente, ma si portano dietro anche quello che si voleva dimenticare: gli strascichi di una partenza improvvisa e dolorosa, il senso di colpa per una brutta storia, un perdono mancato. Tra un amore che nasce e un altro che certo non muore, l’attesa di una diagnosi incerta è il momento perfetto per capire cosa si è preso il tempo. E cosa ha dato. “Perché mi hai lasciato solo per tutti questi anni? Eravamo i migliori. I migliori di noi. Tra fratelli figli unici, non si fa.”
Un romanzo folgorante sull’amicizia e sull’amore, sul tempo che ci scivola addosso, sulle cose che lasciamo andare, e su quello che abbiamo salvato.

 IN TUTTE LE LIBRERIE DAL 3 NOVEMBRE 

Elogio della Sergio Bonelli Editore, la fabbrica dei sogni

never 1La fabbrica dei sogni è a due passi della fermata Buonarroti di Milano, al primo piano di un condominio apparentemente anonimo. Sergio Bonelli, negli ultimi anni, abitava in quel palazzo. Al quarto piano, per l’esattezza. Di fatto non usciva mai e il lavoro si confondeva con la vita. Più ancora, la vita si confondeva con la fantasia. Come sempre. Non appena varchi la porta, ed è un onore che la Sergio Bonelli Editore concede con parsimonia antica, non ti rendi conto subito di quanto la sede sia immensa. Sembra finita lì, e invece si rigenera in altre stanze, altre porte e altri spazi celati da finte pareti. Più che la sede di una casa editrice pare Altrove, l’immaginaria base segreta americana dell’universo di Martin Mystère, dove vengono nascoste le scoperte più inspiegabili agli occhi razionali della scienza. La Bonelli esiste dal 1940, fondata da Gian Luigi Bonelli, padre di Tex – che tra due anni ne compirà 70 – con Aurelio “Galep” Galleppini. Nel 2015 ha avuto un fatturato di circa 30 milioni di euro, con quasi due milioni di attivo nel bilancio. Le vendite medie complessive mensili sono attorno alle 300mila copie. L’età dell’oro di Tex e Dylan Dog è lontana, ma neanche troppo. Il fumetto, costretto a essere ancora (e per fortuna) artigianale, sta vivendo la crisi con meno sofferenza di altri settori. Tex vende 180mila copie mensili, semplicemente uno sproposito. Anche le 110mila copie di Dylan Dog, sottoposto di recente a un restyling che ha portato l’ispettore Bloch all’agognata pensione, sono tante. Gli altri eroi, su tutti Zagor, Martin Mystère e Nathan Never, stazionano tra le 20 e le 30mila copie mensili. Alla Bonelli diversificano sempre più. Nascono di continuo serie speciali e cicli di nuovi personaggi da uno o due anni (Lukas, Morgan Lost). Gli eroi storici si diramano in tante serie parallele, ora prequel e ora reboot, oppure semplicemente versioni ringiovanite del protagonista. E’ il caso di “Martin Mystère – Le nuove avventure a colori”, saga mensile di dodici episodi presentata in questi giorni al Lucca Comics and Games, insieme a tante altre novità. Alfredo Castelli, padre di Mystère, è un saggio signore di poche parole e moltissima fantasia, capace da 34 anni di inventarsi storie incredibili ma chissà come credibili, in grado di emozionare nonostante la smisurata logorrea del protagonista e i mugugni ben poco cool dell’uomo di Neanderthal Java. Il nuovo Mystère vuole essere ciò che è stata la serie Sherlock: la versione aggiornata ai tempi nostri di un professore che, nella serie ufficiale bimestrale, di anni ormaine avrebbe settanta. In Via Buonarroti 38 – ma ci sono propaggini anche al civico 42 – ognuno ha il suo ruolo. C’è la stanza Dylan Dog, tex_willerquella Nathan Never, quella Zagor. I disegnatori lavorano a casa, mentre autori e redattori sono (quasi) tutti lì. Ogni stanza è piena di mirabilie riportate da Bonelli dopo i suoi lunghi viaggi, ora negli Stati Uniti e ora in Amazzonia. C’è anche la macchina da scrivere con cui Gian Luigi Bonelli creò Tex. Il nipote Davide, oggi a capo di questa sconfinata galassia di utopie e fantasie, la conserva giustamente come un cimelio. Davide è un uomo tranquillo e garbato, conscio di dover gestire (finora benissimo) un’eredità pesantissima. Il padre Sergio, in arte Guido Nolitta e creatore di Zagor, se n’è andato cinque anni fa. Da allora la Bonelli ha cominciato a pubblicare non solo albi mensili ma anche veri e propri libri, a colori e brossurati, per il mercato delle librerie: un ulteriore tentativo di allargare il pubblico. Una serie recente come Dragonero (2013) dimostra come il livello qualitativo sia ancora alto. E’ lo stesso per Orfani, Storie, Greystorm. Vale anche per Adam Wild, ultima creatura di Gianfranco Manfredi, cantautore e padre del mitico Magico Vento, chiuso purtroppo anni fa come altri eroi (tipo Mister No e Nick Raider) che meritavano invece di proseguire. Nathan Never sta festeggiando i 25 anni con una serie-prequel di sei episodi. Dylan Dog si divide tra storie post-moderne, all’interno delle quali lo stralunato Groucho usa lo smartphone, e versioni vintage “Old Boy” per soddisfare il pubblico più tradizionalista. Kit Carson è ancora il vecchio tizzone d’inferno, come quel satanasso di Tex. Ian “Dragonero” Aranill e Gmor Burpen si domandano perché i loro albi a colori (un’eccezione per la casa editrice) vendano molto di più di quelli in bianco e nero. Julia, la criminologa adorata da Guccini, forse non è mai stata così in forma. Zagor si è presentato a Lucca Comics anche in versione gadget: la maglietta rossa, i portachiavi con la scure, la tazza griffata, l’album di figurine Panini. E Tiziano Sclavi, nascosto tra i boschi nella zona di Varese, ha ricominciato per nostra fortuna a scrivere. Non ci si rende probabilmente conto appieno di quanto sia difficile creare un fumetto: ogni albo richiede complessivamente un anno di lavoro (sì, un anno). Gli appassionati sono poi refrattari alle novità, notano ogni incongruenza e concepiscono il rito mensile come una liturgia. Guai, per esempio, a cambiare la trama (spesso fissa) di Tex: gli appassionati non lo perdonerebbero. Gli eroi della Bonelli rispettano sostanzialmente due strade creative. La prima è la ripetitività della sceneggiatura, per esempio Tex o Zagor che devono vendicare la morte di un amico. La seconda è l’invenzione inedita da cui partire, per esempio i misteri ogni volta nuovi di Mystère, su cui poi poggiare i consueti binari narrativi. Per niente facile, ma qui ci riescono. Fuori dal palazzo accade di incontrare capannelli di fan, a volte indossano la t-shirt rossa di Zagor e organizzano pizzate. Negli uffici lavora ancora la signora che, per caso, ha creato decenni fa il font degli albi Bonelli: è semplicemente la sua grafia in stampatello, e se i fumetti Bonelli hanno la “s” cicciuta è solo perché è la “s” della signora. Un dipendente è adibito unicamente al ruolo di rispondere alle lettere dei fan. E sono ancora tante, sebbene il record imbattibile risalga a “Il lungo addio” di Dylan Dog, uscito nel novembre 1992 e apice creativo della saga di Dylan Dog assieme a “Johnny Freak” (entrambi firmati Sclavi, ovviamente). Al tempo erano migliaia, anzi decine di migliaia di lettere, e il povero scriba della Bonelli doveva rispondere a tutte. Ma proprio tutte. Attenzione: lettere, non mail. La Bonelli non fornisce la sua mail per “costringere” gli estimatori a fare uno sforzo suppletivo. Sergio Bonelli voleva che tutti avessero risposta, ma sarebbe impossibile rispondere oggi a tutte le mail: così, con questa cernita implicita, il mito del contatto diretto tra eroe e lettore può sopravvivere. C’è un che di costantemente surreale e anacronistico, nella Sergio Bonelli Editore. Ed è anche questa una parte integrante del suo fascino. Non c’è niente da fare: la Bonelli Editore era e resta una delle più grandi eccellenze artistiche di questo paese. Andrebbe dichiarata, seduta stante, patrimonio dell’umanità. (Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2016)

Il silenzio di Dylan? Il suo ulteriore capolavoro

schermata-2016-10-22-alle-20-29-38C’è qualcosa di sublime, e al tempo stesso di profondamente coerente, nell’ostinato silenzio con cui Bob Dylan ha accolto il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura. Gli altri litigano, e più che altro rosicano. Lui, il diretto interessato, se ne sta zitto. Lontano da tutti e pienamente a suo agio nella parte di quello che sa benissimo che lo si nota parecchio di più se, alla festa, non viene. Ieri, a dire il vero, per qualche ora è parso che Dylan avesse accettato il Nobel. Nel suo sito ufficiale è comparsa la scritta: “Winner of the Nobel Prize in Literature”. Una frase inconfutabile, forse inserita da qualche curatore zelante senza avvertirlo. Poche ore dopo quella dicitura era però scomparsa: nessun riferimento al Nobel. Vuol dire che Dylan non ritirerà il premio? Non si sa. Non lo sa neanche lui: più ancora, probabilmente, non si pone il problema. Questo silenzio è un capolavoro nel capolavoro. Lo sberleffo ulteriore di un artista quasi sempre prodigioso che, da cinquant’anni, cerca di smarcarsi da se stesso. Tutto il mondo lo ricorda per la prima metà dei Sessanta, quando era il cantante più venerato del pianeta: non più uomo, bensì Profeta. Il ragazzo che malediceva i signori della guerra, ascoltava le risposte nel vento e avvertiva come i tempi stessero per cambiare (lui diceva in meglio, ma l’umanità ha poi disposto diversamente). Molti parlano di Bob Dylan come se fosse ancora quello di The Freewheelin’, l’album del 1963 in cui nella copertina passeggia spensierato accanto alla fidanzata di allora Suze Rotolo. Solo che, nel frattempo, Bob Dylan è morto e risorto una decina di volte almeno. Si è inventato la trilogia elettrica nel 1965, primo tentativo di smarcarsi dalla iconografia folk del “menestrello di Duluth”. Ha avuto un incidente motociclistico a Woodstock, che ha assecondato la voglia neanche più latente di nascondersi (all’apice del successo, per giunta). Ha partecipato in condizioni diversamente lucide a concerti-evento (il Concert For Bangladesh di George Harrison, The Last Waltz con The Band). Ha inciso dischi orrendi e capolavori (Blood On The Tracks, Oh mercy, Time out of mind). E’ andato ora avanti e ora indietro, ma fermo non c’è stato proprio mai. Neanche dopo i gravi problemi di cuore da cui è uscito con la stessa voglia di suonare ogni giorno, all’interno di quel Never Ending Tour in cui l’unico obiettivo pare essere quello di cantare (non sempre) malino e stravolgere (sempre) i brani più famosi. Il Nobel alla Letteratura avrà fatto risuonare in lui l’allarme del “rischio-profeta”. Un ruolo che detesta e che lo terrorizza, al punto da averlo portato a fine anni Settanta a una provvisoria riconversione da “rinato cristiano”. Durante i concerti parlava così: “Loro cercavano di convincermi di essere un profeta. Adesso prendo posizione e dico che Gesù Cristo è la risposta”. Si reinventò un Dio a cui credere per smettere di immaginarsi lui stesso Dio, sbronzandosi di misticismo e facendo incazzare (tra i tanti) John Lennon, che scrisse senza mai terminarla una risposta laica alla dylaniana Gotta serve somebody (“Qualcuno devi servirlo”). Si intitolava, non a caso, Serve yourself: “Servi te stesso”. Forse Dylan rifiuterà il Nobel come Sartre o forse lo ritirerà, però malvolentieri. Col consueto caratteraccio e con l’antica civetteria di alimentare il proprio mito con l’assenza. Ogni celebrazione, del resto, gli ricorda un passato ingombrante. Da cui non smetterà mai di fuggire. (Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2016)