Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
luglio: 2015
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Le vostre recensioni

11100607_10204145912594397_277684857_nGiulio: Carissimo Andrea, ho iniziato il tuo romanzo stamattina. E lo considero, per quello che ho letto, splendido. Lo leggi con grande trasporto, e dentro ci trovi tutto: Benni, Saramago, anche un pizzico di Orwell (penso che il decalogo del giornalismo del bene sia passato sul serio attraverso qualche redazione di giornali-tg!). Si trova soprattutto tanta attualità che in alcuni tratti è persino più ridicola e agghiacciante della fantasia. Da lettore avido, tuo ammiratore e aspirante collega (magari…), complimenti e buona fortuna!

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Alice: Sembra di essere nella realtà politica descritta da Orwell, finché non ci si rende conto che è la nostra. Un ritratto sincero, contemporaneamente drammatico ed esilarante, del ventunesimo secolo e dei suoi protagonisti. Si riconosce così bene la mano di chi ha tenuto questa penna, complimenti Andrea, come sempre non hai deluso le aspettative!
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Stefania: Appena terminato il tuo romanzo. L’ho molto, molto amato. Ho amato il tuo modo di scrivere e i tuoi personaggi, in ognuno dei quali ho visto un po’ di me; mi hanno fatto sorridere e anche un po’ commuovere, e mi hanno fatto sognare la rivoluzione. A me piace leggere ad alta voce ma stavolta non ci sono riuscita; stavolta, nella mia testa, la voce che leggeva il romanzo era la tua. P.S. Niente puntini sospensivi e niente punti esclamativi, spero tu lo abbia apprezzato.
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11178469_10204145909514320_342797232_nRossella: La mia non sarà la recensione più originale ma ti dico che ho rivisto nelle tue pagine, tutta la mia vita, provando emozioni contrapposte e chiudendo il libro con tante altre domande da porre a me stessa, domande alle quali risponderà la vita.
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Daniele: Sono, più o meno, a 7 mesi di caffè, calici di Sauvignon, shottini di vodka, tè caldi e limoncini sbagliati. Cominciano ad essere, obiettivamente ed oggettivamente, un po’ tanti. La mia Layla lavora in un bar spartano e ruvido, spesso porta i capelli raccolti e si trova a dover trattare con gente discutibile (non dico come la clientela che frequenta i peggiori bar di Caracas, per carità). Mi piace passare da lei dopo la mezzanotte, quando è prossima alla chiusura, restando il tempo necessario e senza mai trattenermi più del dovuto. Adoro quel sorriso: composto, timido e rassicurante. Ballo fuori tempo oramai da una vita, ma mi serviva questo libro per capirlo. Mentre leggevo, speravo che i dialoghi tra Stevie ed i suoi interlocutori (il nonno Sandro, la commessa Edy, la signora Duna, tanto per citarne alcuni) non finissero mai. Brillanti, sopra le righe, geniali. Semplicemente grazie per le emozioni che mi hai regalato. Mi addormenterò sognando una rivoluzione… Magari un giorno riuscirò a ballare al ritmo della vita.
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Fabio: Buonasera. Sto leggendo il Suo romanzo in questi giorni (un capitolo ogni sera a partire da lunedì, proprio come è suddiviso il libro) e mi sta conquistando pagina dopo pagina. Sono curioso di sapere come andrà a finire ma aspetterò domani per leggere l’ultimo capitolo. Il capitolo del giorno è diventata la tradizione di questa settimana, la mia pausa dopo lo studio. Potremmo intitolare il libro per gli studenti universitari come “l’università è un ballo fuoricorso”. Si lo so, pessima battuta. Per adesso come voto un bel 7 pieno (era un 6,5 ma J.J. Cernia ha aggiunto mezzo voto anche qui) Complimenti e auguri per il libro e la carriera.
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Francesca: Rapita dal tuo romanzo. L’ho letto tutto d’un fiato: è stato inevitabile. Divertente e triste allo stesso tempo. Conosci i personaggi e in ognuno di loro ritrovi qualcosa che ti appartiene. Quanti di noi, come Stevie, vivono in “un’attesa scarica”? Quanti credono o vorrebbero credere ai sogni come il Seganti? Fantastici nonno Sandro e compagni: te ne innamori subito. Adorabile Clarabelle. E poi il Bacarozzi e la Bozzi: due personaggi di fantasia che in qualche modo ti fanno sorridere ma inevitabilmente e amaramente ti riportano alla realtà (la nostra realtà). Bello bello bello. Complimenti Andrea.
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Marco: Non so cosa si provi a scrivere un romanzo ed a mettere nero su bianco parte di se .So che cosa si prova a leggere il tuo romanzo .E’ stato come rivivere le pagine del Mucchio , del Criminoso , de Il vino degli altri. E’ come se il tuo romanzo fosse anche di chi lo legge , di chi ti legge .Sfogliata l ultima pagina resta un pò di tristezza per il distacco dai personaggi , ma poi subentra la consapevolezza che un pò di loro ce l hai anche dentro . E se qualcuno ascolta Steve Ray , beve Ribolla ( sa cosa siano le Louboutin) e non ha smesso di lottare è anche grazie a te .Grazie Andrea , sei stato davvero una bella compagnia
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Stefania:

“Ho comprato “La vita è un ballo fuori tempo” il giorno stesso che è uscito. Aspettavo a leggerlo quasi per una sorta di rispetto…per quell’emozione che solo l’attesa per le sorprese sanno dare. Ed è stata più di una sorpresa. L’ho divorato in un giorno, senza riuscire a staccare gli occhi e il cuore da Stevie, Sandro e gli altri, ritrovando parti di me, della mia generazione e di quella dei miei genitori, in ogni personaggio e in ogni avvenimento. Ho riso, sorriso, pianto, commentato a voce alta, fatto il tifo x i videogiochi per anziani. Mi hai consegnato un piccolo tesoro, da troppo tempo non leggevo qualche cosa di appassionante, emozionante e perfetto. Grazie da chi balla da sempre fuori tempo. Ah…sono follemente innamorata di Clarabelle”.
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balloLuca: comunque è una bella settimana. un’opera riuscita perché ci hai messo dentro te stesso. le passioni, i tuoi riferimenti, i tuoi lavori, i tuoi amici, i tuoi amori. logicamente, data la conoscenza, per me è stato più semplice apprezzare e ridere con gusto, ma ti assicuro che i riferimenti che ci ho visto io sono davvero particolari. e lusinghieri. ci ho rivisto il libro che più mi ha influenzato da bambino ‘novelle fatte a macchina’ di gianni rodari. certo, alcuni dialoghi sono più pulp, ma tarantino ancora non lo ipotizzavo a otto anni. la ‘rivoluzione’ finale è degna del gruppo delta di animal house: un redde rationem ‘futile e stupido’ ma meraviglioso. nei dialoghi c’è il grandissimo libero de rienzo/bart di santa maradona e in alcuni passi più dolenti c’è la disillusione di mastandrea/stefano nardini di non pensarci. e se ci ho letto tutto questo (ed è davvero una lettura personale) hai stravinto anche questa

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Michela: Venerdì pomeriggio,uno dei tanti,uno dei soliti… O almeno così sembrava. Una di quelle giornate in cui sei in lotta con la vita. Con la tua vita. Sali in auto e lasci che sia lei  a guidare te . Senza accorgerti ti ritrovi a Milano. Parcheggi nel primo posto libero in zona Porta Romana ed inizi a camminare. Corso Italia, via del Crocefisso, piazza Vetra e poi sbuchi in una meravigliosa e raccolta piazzetta: sant’Alessandro. Un barbone sonnecchia su una panchina scaldato da un sole delicato e rincuorante come solo aprile ti può regalare. In giro poche persone …una Milano insolita. Ma sono realmente a Milano? I gradini della Chiesa sembrano invitanti …io che in chiesa non ci entro da anni mi accovaccio proprio ai piedi di quel luogo. Blasfemia ? Guardo l’orologio: sono le 15. Tolgo dalla borsa il libro appena acquistato ed inizio a leggere. Di colpo vengo catapultata in un cunicolo spazio -tempo che mi porta lontano da lì , via  da quella piazza, dalle mie malinconie. Leggo e leggendo sorrido e mi commuovo e non smetto fino a quando un’ aria fresca mi riporta alla realtà e le ombre del crepuscolo mi tendono la mano. Sono le 18.30. Potere di un libro… Di un buon libro. Grazie Andrea. Grazie per avermi tenuto compagnia in una giornata davvero difficile e per avermi fatto capire che certe sensazioni non sono sola a provarle. Tutti noi, almeno una volta, abbiamo danzato fuori tempo. I tuoi piedi si muovono al ritmo delicato di una melodia che si compone nella tua testa mentre intorno martellano le note confuse di un rock  troppo veloce. Un libro così meritava di essere festeggiato con un degno abbinamento …Zidarich, Vitovska.

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IMG_0053Marco: “Fa ridere e fa piangere, che sono per me noti notevoli in un libro. Fa lacrimare da ridere – per non piangere – quando fa satira su (in ordine di spessore intellettuale) ministre gengivate che “scandiscono le sillabe per darsi il tempo di formulare il pensiero successivo”, rapper angelici e premier nostrani che citano Ramazzotti. Fa quasi commuovere quando parla di cani, di piccoli Jedi, di Signore Duna, di orticaria da punteggiatura e di nonni monicelliani più giovani dei loro figli e nipoti. Ci sono delle belle idee, citazioni carezzevoli e anche un po’ di autosfottò garbato – e inevitabile, visto l’ego dell’autore – che fanno molto sorridere.”

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Cecilia: Finito. A Parma (a volte) le cose arrivano prima, e il tuo libro è qui già da ieri. Ho trascorso la notte leggendolo, e le ultime 40 pagine le ho consumate ora. Mi ha generato molte riflessioni ma, essendo buona norma non spoilerare, ne sceglierò qualcuna che non intacchi il piacere della lettura altrui.
Primo – fa venir voglia di bere.
Secondo – è un romanzo che può interessare molti possibili pubblici, ognuno dei quali potrà scegliere il suo filo conduttore, farne il proprio punto prospettico sulla storia e seguirla da lì. A rendere possibile tutto questo, una struttura magistrale. Bravo.
(Il mio filo rosso l’ho trovato nella splendida figura del nonno e nel suo rapporto con il nipote. Grandissima emozione.)
Terzo – te lo dico con pudore: il quasi monologo di Stevie al pranzo di nozze, espresso con quella scrittura spericolata eppure lucida, mi ha fatto pensare a uno dei miei scrittori preferiti, Busi.
E si ride, e c’è un’abbondanza di riferimenti e citazioni (tanti più quanti più ogni lettore ne sappia cogliere, suppongo).
Mi fermo qui, e vado a leggere cosa ha scritto il tuo mitico ex-direttore.
Festeggia, Andrea, oggi è un grande giorno.

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Cinzia: A dispetto della mia maniacale tendenza a divorare i libri, mi sono imposta di assaporare il tuo romanzo in tempi più distesi per apprezzarne la sua bellezza il più a lungo possibile. Non sto a ripeterti quanto altri, prima e meglio di me, ti hanno già detto, apprezzamenti che condivido profondamente e che mi spingono a ringraziarti per avermi fatto ridere, commuovere, per aver allargato e disteso il mio tempo e acceso la mia mente. Sto qui a scriverti per dirti: amo il tuo gusto per la “parola”, sempre ricercata, talvolta sofisticata e sempre al posto giusto e al momento giusto. Se il tuo romanzo è “fuori tempo”, le tue parole non sono mai intempestive. Grazie Scanzi.

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IMG_2029_2Alex: 
Quando si ha a che fare con un Tuttologo, personalmente, credo si abbia a che fare con un eterno indeciso rapito dalla nostalgia. Forse è così o forse c’è la famosa eccezione che si impone di confermare una qualche regola. Il libro si appoggia su personaggi convincenti, vivi, che trasudano quell’emozione sana capace di entrarti dentro e scuoterti mentre sei saldamente ancorato in poltrona. Qualcuno lo odi, per un altro fai il tifo. C’è quello che ti commuove: c’è l’argomento che ti commuove. Tra buona musica, alcol in abito scuro e parallelismo tra politica e videogames senza epoca, si naviga tutto d’un fiato verso la meta. Quando le pagine di un libro per un verso o per l’altro, riescono a toccarti dentro muovendo il tuo stato d’animo, l’Autore merita una stretta di mano e tutti i complimenti possibili.

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Max: Ciao Andrea (oso dare del “tu”). Sabato ho comprato il tuo romanzo “La vita è un ballo fuori tempo”, finito di leggere qualche minuto fa. Mi ha fatto riflettere e – come accade per certi romanzi – porterò con me per lungo tempo alcuni personaggi che sembrano uscir fuori dalla mia storia personale. In ordine sparso, ciò che porterò con me del tuo libro:

- Sandro perché mi ricorda mio nonno comunista, sognatore e combattente. Lui figlio di un padre fondatore del partito dei contadini in un paesino calabrese.
– Jimmy, il mio Grillo Parlante. È il personaggio che mi ha emozionato di più, un vero bastardo ma tremendamente lucido e veritiero. E poi il suo apprezzamento verso il disco “Grace” di Jeff Buckley – e la retrocessione in serie B dei Joy Division – me lo ha reso più simpatico.
– Clarabelle, perché in famiglia abbiamo due labrador e un pastore tedesco, perché la sua presenza nel romanzo mi ha ricordato il rapporto tra gli umani e i cani descritto in “Abbaiare Stanca” di Daniel Pennac.
– Stevie, io a 45 anni in cerca di salvezza.
– Miriam Visigoti in quanto Miriam Visigoti.
– Le “anime salve” che ricordano Fabrizio De André.
– La musica e il nonno abile nel capire gli umori del nipote in base alle canzoni suonate in casa.
– Il blues e il vino che non ho mai apprezzato perché cresciuto con il punk e la birra.

E poi, anche a me è successo di sbagliare nome del defunto durante un funerale (sono un prete).
Insomma, grazie Andrea per un libro meraviglioso.
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Gianfranco: Caro Andrea, scusami innanzitutto se in queste poche righe userò un colloquiale “tu”: non mi piace l’abuso ormai invalso di rivolgersi in questa forma a persone che non si conoscono, ma ormai ti considero un fratello minore (io sono del ’62). E dunque. In primis, grande ammirazione per tutte le tue attività, e un grazie infinito per esprimere i pensieri e le incazzature di tanti di noi. Grazie anche per esprimerli, a parole e per iscritto, in un italiano ammirevole. Tante sono le suggestioni che mi hanno colpito nel leggere il tuo romanzo. Non mi soffermo su quelle più personali – numerosissime – ma mi limito ad una, che poi è molto legata alla foto che ti ho inviato. Io ho interpretato la forza vitale che anima il gruppetto di ottuagenari rivoluzionari come il bisogno di tornare a credere in un’ideologia. Superando, sì, gli stereotipi manichei del passato, ma senza dimenticare che, senza ideologia, non esiste nemmeno l’utopia, e quindi la forza di cambiare ciò che non ci piace.
Il drappo che fa da sfondo nella foto è originale: veniva donato alle fabbriche che, in Unione Sovietica, raggiungevano gli obbiettivi del piano quinquennale. Ti assicuro, nessuna nostalgia per quel regime, ma semplicemente un attestato di solidarietà a tutti coloro che hanno creduto in un’idea, e che si sono battuti perché fosse realizzata. Come fai tu, con coraggio, stile e coerenza. Anche nel tuo bellissimo romanzo: divertente e struggente, come è naturale che sia la vita di noi tutti. Ti abbraccio

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Mondoinchiaro: È sempre elettrizzante cominciare un libro atteso da tempo.La pagina iniziale,il sorriso della commessa alla cassa , l’odore delle pagine nuove.L’attesa è uno dei momenti più piacevoli che un libro possa regalare. Molti libri non la giustificano,altri invece regalano anche dopo la lettura momenti di assoluta estasi. È il caso del primo romanzo di Andrea Scanzi, “La vita è un ballo fuori tempo”. Il giornalista del Fatto Quotidiano ha saputo regalarci un libro divertente,amaro e poetico al tempo stesso. Stevie,il protagonista, è un giornalista quarantenne un tempo idealista ma ora disilluso ed inghiottito dalla triste realtà che lo circonda. Una realtà che fa paura, con un premier narciso e poco incline al dialogo che si fa portavoce di una finta democrazia,dove il pensiero unico dilaga e dove frasi del tipo “Noi siamo il bene” sono all’ ordine del giorno. Stevie è solo, come un pugile che ha smesso di lottare per le troppe ferite accumulate negli anni. In questa situazione apparentemente negativa troviamo personaggi pieni di speranza, stelle fisse che illuminano la narrazione: lo stagista Seganti,giovane idealista ancora pieno d’energia (una sorta di coscienza per Stevie) . Layla ,la donna amata e sconosciuta. Nonno Sandro, figura dolcissima a capo di una sgangherata banda di hacker novantenni che bramano alla rivoluzione. E se alla fine questi simpatici nonnetti avranno la loro piccola rivoluzione, anche Stevie saprà riscattarsi e tornare a sentirsi davvero vivo. Scanzi ci invita a raccogliere le cose belle che portiamo dentro , dalle piccole gioie quotidiane al valore degli affetti e dei rapporti. Ho trovato questo libro un vero e proprio inno all’ amore: per il vino, la buona musica , la vita … ma soprattutto per se stessi e per i propri ideali.

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Cesare: E’ un narrare fuori squadra ma la poesia fuoriesce in ogni pagina da personaggi quasi irreali che con gusto leggero e amara riflessione ci fanno rammaricare del fatto che Scanzi sia solo al suo primo romanzo.

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Davide Di Finizio: All’inizio siamo dalle parti di Clint Eastwood, non ancora quello sublime e tragico di Gran Torino (che verrà pure citato), ma il vecchio reporter scapestrato e disilluso di True crime, quello che va a letto con donne diverse, ma sempre senza impegno. Stevie (che dall’antieroe eastwoodiano differisce per una sola vocale) di queste donne dimentica pure i nomi, anzi tende a ribattezzarle, come fa con Sinead, che diventa Laureen; e come farà con l’innominata del bar, che chiamerà Layla, come la musa di George Harrison e Eric Clapton. I nomi (e i cognomi e i soprannomi) non sono mai casuali: magari fuori luogo (come Rayban Seganti, “nome di merda”!), e soprattutto fuori tempo. Come la vita.
La vita è un ballo fuori tempo non affronta solo un problema generazionale: l’occhio dell’autore non risparmia nessuno tra i vecchi e i giovani (avrebbe detto Pirandello), tra padri e figli (avrebbe detto Turgenev), ma ogni età ha le sue due facce della medaglia, il suo Giano bifronte: c’è la vecchiaia incarnata da Sandro e dai suoi decrepiti compagni di lotta; c’è l’età che dovrebbe essere matura, invece costellata da immaturi: Stevie e i suoi amici; c’è la giovinezza, e interessante è che l’autore non abbia ceduto alla retorica sui bamboccioni, tanto in voga anche tra alcuni intellettuali di oggi (gli idioti di domani), ma abbia personificato questa generazione nella figura, stramba e straordinaria, dell’idealista Seganti: squattrinato stagista della carta stampata che prova ad esorcizzare il disumano impegno in redazione, gestendo un blog che nessuno visita; e infine l’infanzia, nella figura di un solitario ed enigmatico Jedi, onnisciente e forse, chissà, anche onnipotente. Tra gli anziani spicca Sandro, nonno di Stevie e sosia di Pertini (ma senza pipa), che a novant’anni vorrebbe fare la rivoluzione: sembra un Milton invecchiato, uscito dalle pagine della sua “questione privata” per approdare nell’età contemporanea e tentare di cambiarla. E proprio come il vino, che nel romanzo (e per l’autore) ha una parte importante, più vecchio è anche più buono: gli anni hanno temperato la sua epicità fenogliana e ne hanno fatto un soggetto ironico e disincantato, che non può fermare il tempo ma almeno tenta di rallentarlo, masticando le sue inseparabili bacche di Goji. Comunque sembra assai più giovane del suo già vetusto nipote che, giornalista senza più vocazione, si contenta di lustrare le scarpe di J.J. Cernia, direttore del giornalucolo La patria, (un paradosso, visto che della patria non si occupa per niente), nonché presidente della Dinamo Brodo, un’inguardabile squadretta di calcio cui il protagonista deve dare credibilità, con improbabili recensioni e soprattutto stilando incredibili pagelle.
Si è scritto di Stevie come di un alter ego dell’autore; in realtà, similmente ad O. Wilde che divise se stesso tra i tre personaggi principali del suo romanzo, un potenziale alter ego può nascere dalla fusione di Stevie, Rayban e Jimmy. Quest’ultimo, l’amico cinico e donnaiolo, persino spietato nelle sue disarmanti disamine della realtà, è un Henry Wotton dei nostri tempi, mentre Seganti è la coscienza critica del protagonista, un Basil della carta stampata. E Stevie, un Dorian Gray rovesciato, o meglio fuori tempo: un ideale imbastardito dalla realtà, laddove l’eroe di Wilde era una realtà trasfigurata nell’ideale. Ma in realtà, come siaccennava, in un modo o nell’altro sono tutti fuori tempo, anche le anime salve, anche i migliori. L’unico personaggio ad essere veramente padrone del tempo è Clarabelle (si scrive con la e): <<Il cane.>> Generalmente, a parte nei fantasy, gli animali non parlano, o meglio parlano una lingua che noi, poveri mortali, non possiamo capire, e per questo ci sentiamo in dovere di relegarli al ruolo di comparse; ma no, Clarabelle è presente, per tutto il romanzo, e non solo si fa comprendere, con i suoi Woof Woof, i suoi Flu-Flut, ma soprattutto comprende, più e meglio di come sappiano fare quegli strani esseri a due zampe che lei scorge dal basso. Non è un caso che “la coda, sbattendo contro la porta del bagno, generava un effetto <<assolo di batteria dei Led Zeppelin>>”: perché Clarabelle vive il tempo, molto più di Stevie che si lascia vivere da esso, molto più dei rivoluzionari novantenni che tentano di rallentarlo ma consapevoli della bancarotta finale, molto più di tutte le macchiette che popolano questo strambo e frammentario microcosmo, ma senza essere mai del tutto personaggi. Nessuno è veramente a tutto tondo, tutti sono scolpiti e colpiti nei loro punti deboli e questo li rende ridicoli, ma anche più umani. E in qualche caso ne rivela l’insospettabile profondità, come avviene per una delle rivelazioni del romanzo: Pino Beluga, docente di greco in pensione apparentemente distaccato dalla realtà ma che, ad onta delle sue cataratte, mostra di guardare molto lontano. In fondo, malgrado l’irrisione e l’ironia generalizzate, la simpatia dell’autore va sempre alla cultura, all’intelligenza, all’integrità, in un mondo che troppo spesso premia l’idiozia di un Cernia e la volgarità di una Visigoti.
Eppure si avverte, nel leggere il romanzo, una continuità di discontinuità, una continua sensazione d’incompiutezza, tra una sequenza e l’altra, tra segmenti spesso brevissimi che si susseguono spietatamente, come se l’intreccio non tenesse, come se la scrittura non fosse sempre all’altezza della storia! Dato che, come Stevie, non amiamo abusare dei punti esclamativi (ma come lui amiamo le parentesi), chiariremo che l’intento di questa provocazione non è inimicarci l’autore, ma registrare una perplessità riscontrata durante la lettura, perplessità che si è gradualmente trasformata in certezza: quella stonatura, quell’impressione di caos che si prova perdendosi tra i sette giorni della “creazione” trasmette stilisticamente la costante espressa dalla narrazione, trascinando anche il lettore all’interno di quel vortice, come imbottendolo di guatemalteki che gli iniettano lo stesso senso di inadeguatezza del protagonista. In fondo, come Marcel nella Recherche, Stevie va alla ricerca del tempo perduto, e poco importa che invece di una madeleine si serva di uno zabafosca o di una Louboutin. Ma quando le faglie sono ormai troppo distanti, “da una parte c’è quello che sei, dall’altra quello che volevi essere. Nel mezzo, tra un terremoto e un’inondazione, tra uno smottamento e una slavina, tra un <<obbedisco>> e un <<va tutto bene>>, la distanza tra quotidianità e desiderio diventa incolmabile.” E allora l’opera è un romanzo su questo vuoto, su questa lacuna, su questa frattura insanabile, che si infligge e sanguina tra le pagine del libro sino alle sequenze finali in cui, lungi dalla tentazione di un happy end consolatorio, c’è una redenzione a metà, un forse, un probabilmente, un amaro in bocca che genera nuovo vuoto, che soprattutto non dà adito alla speranza. Perché, ci insegna Monicelli (e Seganti), la speranza è una trappola, come l’attesa propositiva che Stevie aveva religiosamente praticato dai 19 ai 45 anni. Come quei sei anni di caffè macchiato che lo separavano dall’approccio con la donna della sua vita. Come il salto nel buio che spesso ci separa dai nostri sogni.
La vita è un ballo fuori tempo è questo, e forse tanto altro. Prosaico e lirico, cinico e romantico, amaro e divertente, a tratti travolgente come un trampling, rigorosamente in tacco 12, inferto da Rossella Brescia e Rosario Dawson, coadiuvate da Abigail Spencer. E perché no, magari pure con l’intromissione della figlia cozza di J. J. Cernia.

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Luca: L’impatto con le prime pagine è straniante, specie per i personaggi che per i loro nomi sembrano usciti da una clip di Maccio Capatonda. Proseguendo con la lettura però non ci si può non affezionare al piccolo mondo raccontato da Scanzi, popolato da personaggi insoddisfatti della loro vita in una città di provincia, che si abbandonano al loro destino e hanno mollato i loro sogni, di anziani che organizzano la rivoluzione contro un governo incapace che straparla di fiducia e speranza, di decrittatori di sogni e di lettere d’amore scritte di notte. Il paradosso è il filo che tiene unito il libro dall’inizio alla fine, la lettura scorre via piacevole tra l’ironia tagliente dell’autore e citazioni di grande musica, grandi film, calcio e ciclismo. Una fotografia plausibile del nostro Paese impazzito racchiusa in un romanzo originale e attuale, che secondo me verrà apprezzato soprattutto tra qualche anno, a mente fredda.

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saraVioleta: Ho appena finito di leggere “La vita è un ballo fuori tempo” e devo dire che ho passato una settimana piacevole, divertente ma che lascia amari punti di riflessione sulla società moderna in cui ci muoviamo. Il libro è scritto con acuta audacia e sana ironia, componenti intrinsechi dell’autore stesso. La vera chiave di lettura che io attribuisco a questo libro è: il forte disagio sociale vissuto da un gruppo di persone di mezza età con una preparazione medio-alta. Per poter sopravvivere oggi si devono chiudere gli occhi, tappare le orecchie ed accettare una realtà che altrimenti fa male. Emblematico in questo senso è il decalogo del Premier Bacarozzi, vero e proprio regime in fase embrionale, che spudoratamente sventola lo slogan “chi non è con noi e contro di noi” e di conseguenza va isolato.
Stevie, persona sensibile e con l’autostima sotto le scarpe, insomma uno sfigato nazionale, insieme ai suoi amici si muovono come degli zombie, pur essendo coscienti che le cose devono cambiare, portano avanti la loro vita se non altro per inerzia. Chiaro che in una società “bacarozziana” dire ed affrontare la verità diventa un atto rivoluzionario di grande coraggio. Mi è piaciuta molto la figura di nonno Sandro, non solo per le prelibatezze culinarie, ma per la forza e l’energia di un 90-enne che vive la sua età d’oro, libero da costrizioni e con un occhio di riguardo per il “recupero” di suo nipote e dei suoi ideali di vita. Unica pecca del libro è trovare a volte un linguaggio un po’ troppo piccante anche lì dove non me lo aspettavo. Finisco il mio commento con un salutone al nostro Stevie, ormai diventato principino intellettuale, da parte di Violet(a) (so che ci tiene) e continuerò a tifare per Dinamo Brodo!

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Claudia: Caro Andrea, so che probabilmente dovrei darle del “lei”, ma mi viene assai difficile. Ho imparato a conoscere la tua penna, prima della tua faccia e devo dire che in tv il tuo spirito pungente che ho amato sulla carta stampata o sul tuo blog non si perde affatto. Era inevitabile per me comprare il tuo libro. Un uomo che parla di musica, di politica, capace di non prendersi troppo sul serio, ma pienamente consapevole di tutte le sue qualità, alle prese con il primo romanzo. Hai assestato un altro bel colpo, decisamente. Passi una lama tra varie generazioni, analizzandole una ad una, ma senza che la cosa risulti evidente, pedante. Viene tutto descritto per immagini, frammenti di vita, come se la osservassimo anche noi e fossimo liberi di trarne la nostra conclusione. Insomma un De Gregori in prosa, anche se tu avresti preferito Gaber. Sono una quasi 25 enne assai delusa dal mondo e dalla mia generazione, distante dalla tua, ma per molti versi simile, se non peggiore. Perché se hanno fallito i 40 enni, chi siamo noi per fare meglio? Perché non crogiolarci nello stesso vittimismo lassista, piangerci addosso tra un cocktail e l’altro dando la colpa a tutti tranne che a noi? Mi ci sono ritrovata, nella voglia di spaccare solo a parole, ho ritrovato la forza dei miei nonni, di tutta quella gente che ha negli occhi la luce, la voglia, la certezza di poter fare di più. Tu hai fatto di più donandoci questo romanzo che per me ha il pregio delle grandi commedie: lo inizi con l’intento di svagarti, non aspettandoti nulla più che di passare qualche buona ora di relax e quando arrivi alla fine sai qualcosa in più di te, hai imparato o solo smesso di accantonare una lezione che probabilmente è sempre stata lì, ma non volevi vedere. Grazie per questa piccola perla, per i tuoi articoli, per le tue apparizioni in tv (e per gli insulti alla Santanchè, sul serio, grazie), per il tuo splendido lavoro teatrale “Gaber se fosse Gaber” , perché sei la prova vivente che avere molti interessi non è perdersi via (che è una cosa che mi sento dire spesso) o non aver voglia di scegliere, per alcuni è solo l’unica via possibile. E ad alcuni riesce assai bene davvero. Buon lavoro

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Il Nostro: Immagina.. Stevie Vaughan potrebbe,come per magia,materializzarsi da una delle migliaia di copie del romanzo. Per fondare un giornale. Libero. Rivoluzionario. Dove potrebbero scrivere tutti. Anche Tullio Stelvio Bacarozzi. Ma come ospite. Unico vincolo imposto,i fondamentali principi democratici a tutela della libertà di manifestazione del pensiero. Una sorta di palestra delle menti. Unico anabolizzante ammesso,la curiosità.

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Marco: 
Caro Andrea, mi ha fatto molto piacere scoprire di poter comparare il tuo romanzo ad una serie TV. Spiego meglio. Avevo deciso di rinviare la lettura a dopo gli esami, si sa, mai iniziare una serie televisiva una settimana prima degli ultimi esami di un lungo anno erasmus. “E se poi non riesco a distaccarmene? Non ho tempo per il piacere, devo studiare. (Vorrei usare un esclamativo, ma so che non ti piace, quindi evito…)”. Ecco, il mio timore era questo, iniziare a leggere il tuo libro, “catafottendo” gli esami. Ahimè non ce l’ho fatta. Mi hai costretto a terminarlo in un giorno. E devo dire che sono stato molto contento. È inutile che ti scriva di aver trovato (come tutti gli altri lettori) qualcosa di personale, nascosto nel l’inconscio, che è stato piacevole rievocare, per sorridere (tanto), per piangere (meno). Grazie! E dopo un anno di erasmus in Estonia è stato bello leggere finalmente qualcosa in italiano!

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Claudio: Caro Andrea, il tuo romanzo è stato una boccata d’aria, dico davvero. Seguendoti – sui social come in tv -, pensavo di conoscere già abbastanza il tuo stile (e già ti apprezzavo) ma con “La Vita è un ballo fuori tempo” mi hai regalato qualcosa in più. Una storia ironica, iperbolica e sincera; un affresco divertente e coinvolgente del mondo in cui viviamo e che troppo spesso ci costringe ad abbandonare i nostri sogni, a scendere a patti con la realtà, a snaturarci e a sopravvivere. Ho quasi l’età di Seganti e sono un po’ idealista come lui, eppure già mi sento – non sempre, ma spesso – come Stevie, ovvero appiattito, annoiato e svilito dalla realtà quotidiana, una sorta di sconfitto intristito. Ma, sarà perché vorrei vedere dei nonno Sandro ovunque o perché non sopporto i vari Bacarozzi, Bozzo e J.J. Cernia che affollano questo paese, credo e spero di non arrendermi mai. E poi Layla! Sono giovane – forse troppo -, eppure quante Layla ho già conosciuto, a quante avrei voluto parlare e non l’ho fatto, a quante avrei voluto strappare un sorriso o regalarlo, a quante avrei voluto scrivere una lettera o una poesia, solo per strappare alla quotidianità un momento felice, profondamente umano. Ah, e poi c’è la rivoluzione: personale, politica, culturale, umana. Raccoglie un po’ tutto il romanzo, e mi piace. De Carlo in Due di Due dice che “scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso”. Forse è il tuo caso. Ancora complimenti, sei un grande. P.S. Ma che musica figa ascolti?

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zurigoGiovanna: Caro Andrea, premetto, non è una recensione, non so scrivere così bene, e poi ne hai già ricevute di davvero splendide. Solo qualche impressione ‘a caldo’. Dunque, finito di divorarlo ieri pomeriggio. Aspettavo il momento (più adatto) con trepidazione. Dopo mesi di stress (e di duro lavoro) alle prese con prima, compravendita, e, poi,  trasloco di casa, non vedevo l’ora di potermi prendere un po’ di tempo per me e rilassarmi finalmente con una buona lettura. Nella casa nuova, mi sono creata uno spazio ad hoc che ho inaugurato proprio con ‘La vita è un ballo fuori tempo’. Meraviglia!.Spazio e tempo si sono dissolti. Io, catapultata a Lupinia.! Mi son fatta delle risate roboanti…(oddio, io che roboo, non è un’immagine proprio femminile e adatta alla mia età, ma, si sa, nella propria intimità ci si lascia un po’ andare). Le descrizioni ed i dialoghi del matrimonio sono esilaranti (la Visigoti, un mito… le caccole nei ricci dello sposo…immagini truculente, ma assolutamente efficaci) così come l’ultima pagella, quella veritiera, della Dinamo Brodo Tutto è incredibilmente divertente, divertente e amaro allo stesso tempo, molto amaro, da groppo in gola. Nonostante l’uso del paradosso, del caricaturale – come non riconoscere che in ognuno dei personaggi c’è un pezzetto di noi? Come non rilevare quanto la nostra realtà  spesso sia, ahinoi, anche più ridicola, caricaturale, e perfino più agghiacciante di quella immaginata dalla tua fantasia? Nonno Sandro (e la sua combriccola) sono adorabili… adorabili e trascinanti! E vorresti essere lì, a Palazzo Vaughan, con lui ad assaggiare le sue ricette (e perché no, anche i vini che le accompagnano), con loro a lavorare per la Cocoon,(a proposito l’idea della produzione di videogame per anziani è davvero brillante), ma, soprattutto, per progettare (e attuare) insieme la rivoluzione! Clarabelle che tergicristallizza…le crocchette all’alchermes…il Seganti poi, è tenerissimo (mi ricorda me qualche anno fa, più di qualche anno fa in vero, e in lui rivedo un po’ il fervore di una mia giovane collega) e Stevie…quanto.siamo tutti un po’ Stevie! Anche se mentre leggi vorresti scuoterlo, quasi picchiarlo, per farlo svegliare dal torpore. Poi, però, c’è il riscatto finale, e allora, credo tutti, ci siamo trovati a mandare JJ. Cernia affanculo!  Con tutto il cuore, e non solo lui! In una sorta di urlo catartico e liberatorio Tutti i personaggi mi mancano già. Adesso mi sento, neanche so bene come, un po’ svuotata, forse. Con quella brutta sensazione di non avere più niente da fare, niente da aspettare. E non mi piace. Quindi, vedi di datti una mossa e scrivi presto il prossimo romanzo!

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Daniela: Ti leggo da tempi non sospetti, quelli del Mucchio per intenderci, e ricordo un viaggio in treno Roma-Trieste in compagnia del tuo (e mio) volatore; poi ho iniziato a seguirti sulle pagine del Fatto, ti ho visto in teatro da solo e in ottima compagnia (tu e Giulio, che binomio!), ho rivissuto a ritroso i miei anni attraverso Non è tempo per noi… l’età non è proprio la stessa, ma alla fine quello che ti ha formato e segnato ha toccato pure me. Quando è uscito La vita è un ballo fuori tempo, l’ho acquistato con curiosità – sarebbe  bastato il titolo a convincermi  –  ma anche con una certa diffidenza: in Italia tutti ormai scrivono romanzi, a dispetto di una produzione complessivamente mediocre. All’inizio con il tuo libro ho litigato un po’, incerta se considerarlo risibile o un capolavoro; certo, è più vicino a Benni e Robecchi che alla Mazzantini (ma la Mazzantini è un’autrice, secondo te? perché io me lo chiedo ad ogni sua nuova uscita) e lo stile fa già la differenza, tuttavia non mi bastava. Arrivata al primo dialogo tra Stevie e il nonno il mio distacco critico, già minato da Clarabelle, ha iniziato a cedere e da lì è stato uno smottamento continuo: ho iniziato a ballare anch’io, fuori tempo, con Stevie e i suoi amici cazzari, con Sandro e gli altri della Cocoon for Dummies. Mi sono commossa su certe pagine, così prive di retorica e così vere (il nonno e Fosca), ho riso per gli scambi di battute di quei vecchi così meravigliosamente giovani, mi ha conquistato la purezza fuori moda di Seganti, ho fatto il tifo per Stevie e Layla, ho goduto per quel finale che ha fatto giustizia di tutti i J.J.Cernia, di tutti i Tullio Stelvio Bacarozzi, di tutte le Elena Pia Bozzo che non infestano solo Lupinia. E poi tra i vini hai citato la Vitovska, che dalle mie parti significa qualcosa… Alla fine, ho provato quella sensazione che poche letture ti danno: il dispiacere di uscire da una storia e dai suoi personaggi, la voglia di tenerli ancora un po’ accanto a te. Un unico appunto: non discuto la tua passione perversa per le Louboutin e il disgusto per le ballerine, ma tra le prime e le seconde scelgo le seconde (in alternativa, le scarpe da ginnastica) tutta la vita: prova tu a correre avanti e indietro tutto il  giorno, con una media  quotidiana di 3-4 bus presi al volo, con il tacco 12!
A ritrovarci al prossimo romanzo. Daniela

P.S. Sapendo che detesti i puntini di sospensione, mi sono controllata: usati solo due volte. Spero apprezzerai lo sforzo.
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Mirocle: Il tuo libro mi è piaciuto molto. E’ stato un po’ come un giro sulle montagne russe. Coinvolgente, divertente (i dialoghi mi hanno fatto scoppiare a ridere in mezzo agli altri pendolari in treno); si passa da parti alte dove si parla di buon cibi, buon vino, buona musica, buoni ideali (e idealizzazioni) a parti -volutamente- basse dove invece i personaggi  e gli argomenti sono molto meno gradevoli, quasi angoscianti. Sono proprio questi momenti (il dispotismo di J.J. Cernia, la Visigoti, il premier e il suo modo di fare alla “1984”) a lasciare quel senso di nausea tipico delle montagne russe. Altre cose che mi sono molto piaciute sono state le citazioni da Guccini a Vasco Rossi passando per Monicelli, l’ironia, il sarcasmo e gli ossimori (il migliore secondo me è lo stagista che pur dichiarando che “la speranza è una trappola” continua a sperare e a credere nei suoi ideali). La cosa che più mi è piaciuta però è che il tuo è stato un libro che per dirla – stranamente – alla Springsteen oltre che parlare al lettore, parla anche del lettore. Chi non ha mai idealizzato delle persone senza conoscerle? Chi non ha mai cercato aiuto o risposte nella musica? Chi non usa risposte ad effetto quando non gli piacciono le domande? Tutte queste cose hanno fatto del tuo libro uno di quei libri che dopo essere stati letti non vanno messi in libreria, ma tenuti fuori a portata di mano vicino per quando se ne avrà bisogno.

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Marco: Ciao Andrea. Volevo farti i complimenti per il tuo romanzo. Trovo il tuo modo di narrare e di descrivere molto simile a quello di Stefano Benni, uno scrittore che io amo molto e del quale ho letto praticamente tutto ciò che ha scritto, compresi gli articoli su “la repubblica” (quando ancora la compravo). Siete come Stevie Ray Vaughan e Eric Clapton, chiamati a improvvisare sullo stesso blues, con due Fender uguali ma riconoscibilissime tra loro. Bel lavoro. Grazie.

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Luigi: ho appena finito “la vita e’ un ballo fuori tempo”.bellissimo ,ironico ma attualissimo,descrive molto bene la nostra situazione.da leggere naturalmente con ironia, ma le ultime pagine le leggevo una al giorno per allungare il piu tardi possibile la fine del libro.complimenti ,uno scritto da consigliare a chi coglie le sfumature

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Lucia: “La vita è un ballo fuori tempo” è per me l’equilibrio sinergico tra realtà e sogno. Una realtà fallimentare accompagnata da un sogno vivo e motivante. Unico, intenso, gustoso, alcolico, ironico, a tratti esilarante ma drammaticamente reale. Un Romanzo che non si legge, si divora. Grande Andrea.

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Carola: dialoghi da urlo, una cittadina dai colori e atmosfere alla Gotham City, le mie risate che scoppiettano di stanza in stanza a ogni nome dei nuovi personaggi (mi porto appresso i libri che mi piacciono) e l’idea di vederti arrampicato su un albero per scrivere e leggere in pace ieri e oggi come domani. un libro bello e necessario. Grazie.

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foto 2 libriEnrico: Caro Andrea, semplicemente grazie. Ho appena finito di leggere “La vita è un ballo fuori tempo” e faccio fatica a trattenere il vortice di emozioni che la sua lettura ha suscitato. Non è solo un romanzo, è il ritratto più disincantato e concreto di una realtà di cui spesso ci sentiamo spettatori inerti, ed è musica, di quella migliore, quella che ti cattura l’anima con la sua forza e la sua malinconia. Grazie per tutto questo.
PS: e grazie per Reputescion, un programma di spessore con domande interessanti, mai banali e che non cedono mai all’orrore del gossip.
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Sarah: Ho appena finito di leggere La vita è un ballo fuori tempo e un po’ mi spiace perché avrei voluto che non  finisse mai. È bello, divertente e amaro allo stesso tempo e talmente al limite del surreale che pare proprio di vedere la nostra società o per lo meno scorgerne il possibile futuro. Ti faccio veramente tanti complimenti.

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Marcello: Caro Andrea, in partenza sono un po’ scettico quando un giornalista, o un critico musicale, o un opinionista televisivo, scrivono un romanzo. Considerato che, per tanti di noi, sei un faro in tutte e tre le categorie (giornalista, critico, opinionista), nel tuo caso l’esordio narrativo era un rischio notevole. Per fortuna, hai vinto la scommessa (e, lo ammetto, avevamo, tutto sommato, ben pochi dubbi in merito). Ci hai regalato un Grande Libro che si distingue, fin da subito, per essere “un romanzo scritto in lingua italiana”. Una rarità. Sì, perché, al giorno d’oggi, gli scrittori nostri connazionali sono spesso indecisi se l’essere gli americani postmoderni de noantri (no, grazie) o i creatori di un nuovo pseudoitaliano che ricalchi la naturalezza di quello parlato, con esiti però mediocri. Qui, invece, nel tuo libro, c’è un uso perfetto della lingua. E l’intenzione, da parte dei protagonisti e dell’autore, di raccontarsi sempre con sincerità. I veri protagonisti, a mio avviso, non sono tanto Stevie o Seganti (donchisciottini che diventano quasi due cornici narrative, più che personaggi in senso classico), quanto i 4 vecchietti rivoluzionari. Vecchietti che salgono di corsa sul treno degli ottuagenari protagonisti in tante opere di letteratura contemporanea (Marsullo, Malvaldi, Jonasson). Oltre a questo, anzi, grazie a questo, il romanzo è uno splendido inno alla vita e all’amicizia. In più, qui c’è la componente della satira. Satira nei confronti di un governo che crede i governati ignoranti. E forse questa considerazione vale anche per gli altri governati reali. Quelli che, ahimè, non sono nel tuo libro.
Noi. Ci dipingono sempre più ignoranti di quanto non siamo in realtà. Io, invece, sono convinto che, per fortuna, siamo tanto migliori di chi ci governa (e il tuo libro conferma la mia idea). A proposito di Potere. Ho fotografato il tuo libro nella piazza del mio paese (Castelmassa, provincia di Rovigo). L’ho messo su una pianta…ma non è Goji, stai tranquillo. Questa piazza fu scelta da Giovannino Guareschi per la copertina del primo “Don Camillo”, nel 1948. Secondo me il tuo libro potrebbe inserirsi benissimo nella tradizione guareschiana (e spero tu non me ne voglia). Perché offre, soprattutto, un’irriverenza sanguigna contro il potere. Ecco, il romanzo è anche un inno a chi lotta tutti i giorni. Rubando le parole ad un cantautore italiano, e mi si perdoni la retorica, il sottotitolo di questo tuo primo potrebbe essere “Nessuna resa mai”. Grazie Scanzi. Ti voglio bene.

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Marco: Un piccolo bignami di Andrea Scanzi. Dalla sensualità di Rosario Dawson al feticismo per i piedi. Dalle frecciatine alla Boschi alla paraculaggine del menestrello Cherubini. Amore per il tennis, per i cani e per i vini. Alcuni dialoghi veramente riusciti. La denuncia di un giornalismo asservito al potere come non mai. Grandiosi riferimenti musicali (Allman Brothers, Boss, Led Zeppelin). “Le canzoni belle non sono quasi mai allegre”. Little Wing, nella versione di Stevie Ray Vaughan. Fumato in 48h. Bravo Andrea

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Eriberto: Sto leggendo il tuo romanzo e mi dispiace accorgermi pagina dopo pagina che tra poco lo finirò.Direi che è uno spassoso incubo,un libro divertente che fa soffrire.Divertente perché è una fantasmagoria di battute,situazioni irresistibili,personaggi indimenticabili.fa soffrire perché, a riprendersi dallo spasso, si capisce che ci siamo dentro fino al collo e chissà quante dovremmo vederne ancora.Tra le cose belle del libro c’è il piacere di individuare i personaggi veri in quelli inventati e i più difficili sono quelli che fuori della sfera pubblica appartengono alla tua vita personale e che,a seguirti con attenzione,però possono essere riconosciuti .A proposito:ti ho visto l’altro ieri a Ballarò e mi sono chiesto come mai Calabresi è diventato così astioso? E poi ho pensato:magari si è rivisto in un certo personaggio del tuo libro e non ha gradito! A parte gli scherzi,grazie e continua così!

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Lucia: “La vita è un ballo fuori tempo” è per me l’equilibrio sinergico tra realtà e sogno. Una realtà fallimentare accompagnata da un sogno vivo e motivante. Unico, intenso, gustoso, alcolico, ironico, a tratti esilarante ma drammaticamente reale. Un Romanzo che non si legge, si divora.

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Giuseppe: Appena finito di leggere il tuo libro, che dire, molto bello, ha tutto, risate, cinismo, amicizia, malinconia, speranza, rassegnazione, coraggio, è stato davvero sorprendente per me rivedermi nel giovane Rayban, a volte sembravo io, avevo la sua malinconia e credo anche la sua rabbia, mi hai fatto letteralmente innamorare di nonno Sandro, anche io come te credo che siano più rivoluzionari i nostri nonni che noi, la buona musica dentro al libro mi ha fatto ricordare che il tempo sta davvero passando in fretta ma certi miti non passano mai, tornando dall’uni questi giorni mettevo sempre a palla il compianto Stevie, immenso riscoprirlo, e poi C’è appunto Stevie di stevie ho anche io quell’amaro in bocca che lo accompagna da sempre, anch’io come lui aspetto quell’email, hai fotografato come siamo oggi e tutta questa pochezza che c’è in giro in questa classe dirigente ma voglio pensare che una rivoluzione sia possibile, deve essere possibile e grazie per avermelo ricordato! Un abbraccio Andrea

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Mariateresa: “A Maria Teresa che vuole sconfiggere Bacarozzi e Bozzo”. Questa la dedica che mi hai scritto, la tua risposta al mio interrogativo “Sconfiggeremo Bacarozzi?” appena dopo la presentazione di “La vita è un ballo fuori tempo” alla Feltrinelli di Galleria Colonna. Non avevo ancora letto il tuo romanzo. Avrei volentieri fatto parte della Cocoon for dummies, ma anagraficamente non posso che essere una “sopravvivente”, come Stevie. Però il libro finisce con un “forse”, con una vittoria al plurale e con il verbo sognare coniugato al passato remoto. Che il sogno di Sandro non sia un po’ come lo sguardo rivolto al passato dell’angelo della storia di Walter Benjamin? Quell’aria di rivoluzione non è simile alla tempesta che spinge verso il futuro? Per Benjamin il progresso è questa tempesta. Credo che questa idea di progresso sia presente anche nel sogno al plurale di Sandro e spero di poter esser sospinta da essa insieme agli altri “sopravviventi”, nonostante il marchio generazionale, nonostante la catastrofe davanti ai nostri occhi. Grazie di avermi evocato questa immagine benjaminiana, grazie del tuo bel libro, Andrea. Il tuo registro ironico e la tua fantasia mi hanno fatto sorridere nei bus affollati di Roma e riflettere a fine giornata. Benjamin scrisse le sue Tesi di filosofia della storia in un momento tragico della sua storia e della storia del mondo, ma come diceva Primo Levi, e Seganti, ogni tempo ha il suo fascismo. Cerchiamo di fare in modo che il momento in cui potremo dire “Forse ce l’abbiamo fatta” arrivi e credo che tu stia egregiamente contribuendo alla causa.

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fotoNicolas: Ciao Andrea, volevo ringraziarti per avermi colorato la mia quotidianità ormai sempre più grigia e monotona (da 4 anni a questa parte). Sono stati i 5 giorni migliori da molto tempo a questa parte (ho tentato di leggere lentamente ma è scritto talmente bene che ho dovuto impegnarmi per non finirlo subito, come è successo con tutti i miei libri preferiti) tanto che ho respirato, pensato, vissuto, riso, mi sono commosso, rassegnato e riscattato insieme ai tuoi personaggi. Mi mancano già . infinitamente. Spero mi regalerai un seguito perché non aspetto altro che un’altra immersione a Lupinia con un sottofondo di blues “Vaughiano”. Anche io come te e Seganti mi sento ” un vinile al tempo dell’Mp3″ e sono contento di non essere l’unico. Grazie, grazie, infinitamente grazie sia per questo capolavoro che per la dedica sul libro.

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Romana: Gentile Scanzi, ho appena finito il suo romanzo. E’ di una leggerezza , nel senso di Calvino, rasserenante. Ed è triste è surreale, ma allo stesso tempo, ahinoi, estremamene realistico. Ossimorico. Arnold di Happy Days è venuto fuori in tutta la sua malinconia da Pane e solfiti. Grazie.

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Stefano: Ho appena finito di leggere il tuo libro e mi è piaciuto molto. Inizialmente pensavo “non ci siamo” ma poi le pagine sui partigiani, l’incontro con Violet e la lettera alla barista mi hanno entusiasmato. E poi la discussione al matrimonio: ti ho rivisto quando bacchetti tutte le oche del PD.  Non conoscevo i tuoi musicisti ma ho iniziato ad ascoltarli. Sorvolo sulle scarpe da donna per non apparire osé. Che dire bravo. Spero però che tu continui anche nel giornalismo perché quando ti ascolto mi dai speranza di vero rinnovo non per me che ormai un pò ho dato ma per mio figlio. Non vorrei che si ritrovasse anche lui con i Renzi.  Grazie di tutto.

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Federica: Ciao Andrea, il tuo libro è stata una davvero piacevole sorpresa. Mi ha fatta riavvicinare al ricordo di mio nonno, Vittore Branca, grande studioso che non meno bene faceva il nonno qualunque raccontandomi le novelle del Boccaccio sotto l’ombrellone come favole. Quel nonno coraggioso che nell’agosto del 1944 ha collegato un’automobile Balilla ad una stampante piana a Firenze ed è riuscito a fare 20.000 copie del primo giornale dell’era antifascista titolando l’articolo di fondo “Firenze straziata ma non doma saluta il sole della libertà”. Quel nonno che mi ha fatto amare la scrittura, così tanto che ora sono una giornalista praticante a Milano. Chissenefrega della crisi, del mercato negativo.. io ci credo. Come lui credeva in tutto quello che faceva. A settembre inizierò uno stage di due mesi al Fatto Quotidiano a Milano, magari ci incroceremo. Complimenti ancora per il libro, e grazie di avermi fatto tornare con la mente a cose che, nelle corse quotidiane, a volte un po’ sbiadiscono.

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Antonio: Message in a bottle : ti parla un 52enne tirato su con “Bar Sport”, all’inizio il tuo lavoro mi pareva sciapo e, con troppa carne al fuoco, presuntuoso ; ma mi sono ricreduto, arrivato al Bar Sincope ho capito, ed ho cominciato ad apprezzare. Bravo.
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Mirco: “Scanzi non ce la fa e non riesce ad uscire dal personaggio. Nel romanzo lo ritroviamo con tutto sé stesso: le sue passioni, le sue ossesioni, la sua vita. E forse va bene così, perché se al libro togliamo Scanzi, non rimane poi molto. Lo stile ricorda un po’ Ammaniti di cui però non raggiunge mai l’estro letterario e i ritmi avvincenti che ti fanno arrivare fino in fondo tutto d’un fiato (d’altronde Ammaniti scrittore lo è per professione, Scanzi no). Poi, però, c’è lo Scanzi che con tutta la sua paraculagine ti strizza l’occhio e ti fa ritrovare nel libro. Nei personaggi, in cui riconosciamo la nostra quotidianità, le nostre vite. Nei rimandi alle canzoni di De Andrè, Ivan Graziani, Guccini (di cui in qualche scena si tratteggiano le atmosfere di “Autogrill”, anche se questo -forse- ho voluto leggerlo io). E nei richiami a due grandissimi intellettuali del nostro tempo: Manuel Vázquez Montalbán e Luigi Veronelli. E con questi ultimi due, c’è poco da fare, per me Scanzi vince: il libro non sarà il massimo (neanche da buttare), ma se vai a toccare le corde su cui sono più sensibile con me hai partita facile. Vamos.
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Davide: Hai fatto un bel regalo ai lettori. Ogni copia un’emozione diversa. Grandi emozioni. Grazie Andrea.
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Flavia: Gran bel libro molto divertente. Sandro e i suoi sono un capolavoro di un mondo che non c’è più !!! E che dire di Clarabelle e dello sfigato Stivie che però alla fine trova l’amore ? Tanti complimenti caro Scanzi, scrivi ancora romanzi. Il tuo l’ho letto in 2 giorni perchè non riuscivo a staccarmi…
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Enrico: sono impegnatissimo con l’università ma, ogni sera, non riesco a non aprire il tuo romanzo (scritto benissimo), per farmi tenere compagnia da Stevie e da nonno Sandro. Complimenti.
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Faber: Di solito non leggo romanzi , ma essendo uno che ascolta spesso , quello che hai da dire ( tipo ieri sera da Vespa), ho ceduto alla curiosità. Orwelliano , metafisico , musicale , culinario e sopratutto specchio reale della melma che ci sommergerà, se non ritroveremo alla veloce una parvenza di umanità come società e uno scatto d’orgoglio come individui . Un libro emozionante , triste e allo stesso tempo comico , grazie Andrea di cuore .
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Anita: Andrea mi sembra di esserci e di aver conosciuto i personaggi mi piace il loro modo di sfottersi di dire le cose con esterma franchezza come si usa nel grossetano e nel livornese mi sto facendo delle matte risate il libro nn l’ho ancora finito voglio arrivare alla fine un poco alla volta .Quando ti vedo in tv sembri una persona molto seria mi piace il modo “severo” con cui esprimi i tuoi giudizi che sempre condivido, conoscerti sotto la veste di scrittore x me è stata una bella sorpresa sai usare l’ ironia sei proprio un toscanaccio bravooooo.
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Enrico: Caro Andrea, leggendo il tuo splendido romanzo ho provato delle belle sensazioni,veramente particolari, come quando ho bevuto il primo bicchiere di Ronchedone Cà dei Frati, come quando ho visto Jimmy Connors cimentarsi nel suo rovescio a due mani, come quando ho ascoltato per la prima volta Dear Mr. Fantasy dei Traffic in versione live dall’album Welcome to the Canteen. Il mio personaggio preferito non può essere che Rayban Seganti. Complimenti, al prossimo romanzo.
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Giulio: Ciao Andrea, sono un tuo grandissimo fan! La vita è un ballo fuori tempo è un libro semplicemente magnifico. La storia di Stevie è molto tormentata, e mi piace come sottolinei bene il contesto storico in cui viviamo! Il 4 eri a Lecce, alcune amiche mie si son fatte anche la foto insieme a te, e inoltre, ho visto il video in cui saluti la mia prof di Storia e Filosofia: Anna Trevisi. Lei ti stima come nessun altro al mondo. Mi dispiace tantissimo di non esser potuto venire, ma purtroppo ero invitato ad un matrimonio a Bari. Spero di poterti vedere prima o poi, ciao Andrea! La prossima volta che incroci, per strada o in uno studio televisivo, l’onorevole Darth Vader, ti prego, salutamela. Dille soprattutto che il metodo per bloccare l’immigrazione del suo capo è semplicemente fantastico (sarcasmo). A presto…spero!
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Riccardo: Inizio col dirti che L’incontro tra me e il tuo romanzo non è stato proprio dei migliori. Io, maestro di tennis e giocatore agonista, lo compro Sabato, e domenica mi rompo menisco e crociato… Puoi immaginare gli accidenti che ti ho tirato; per qualche istante ho pensato di non leggerlo nemmeno, ma dopo una decina di pagine però, sono entrato completamente nel romanzo, nei personaggi, ho sorseggiato Bellavista al Pane e Solfiti, bevuto caffè (schifosi) al Giacomino’s Pub e perfino guardato partite della Dinamo Brodo.
Con buona pace loro, ho cercato di lasciarmi scivolare via gli interventi del governo e ministri vari, preferendo lasciarmi cullare dalla poesia del tuo romanzo.
“Il sole c’e’ e adesso so
Che anche se muoio, muoio bene
Chissa’ se scriverai cosi’…”
P.s: a Luglio vado sotto i ferri, non è che fai un romanzo bis in tempi brevi eh”?
Grazie.
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Nadia: Ciao Andrea, come promesso ecco quella che chiamerei pomposamente “recensione“. Ovvio che facendo io l’ingegnere da 15 anni, sebbene con un liceo classico alle spalle, la mia “recensione” ha lo stesso peso della Boschi in questo governo. Diciamo che sono solo una lettrice quasi compulsiva e tant’è. “Andrea Scanzi, uno dei rari giornalisti italiani attualmente dotati di onestà intellettuale, ci regala un ironico, spassoso e a tratti surreale confronto tra due generazioni: quella dei 40enni, a cui appartiene il protagonista Stevie, abulico, incapace tanto di innamorarsi quanto di reagire ad un sistema intellettualmente mortificante, generazione che ha apparentemente abdicato ai propri ideali, e quella degli 80e passa-enni, incarnata in 4 esilaranti vecchietti che, pur “ballando fuori tempo” e reinventandosi un po’ hackers e un po’ Bimbiminkia, progettano, a modo loro, la rivoluzione. Il tutto sullo sfondo di uno scenario politico, sociale e culturale in cui è immediato riconoscere i feroci (e giustificati)riferimenti. Divertentissime le numerose citazioni storico-filosofiche e davvero esilaranti alcuni dialoghi, in bilico tra realtà e immaginazione”. Ti ringrazio per avermi regalato una lettura divertente e intelligente, sappi che la gente in treno, che prendo per andare e tornare dal lavoro, mi avrà preso per rincoglionita vedendomi ridere da sola mentre leggevo.
Spero di leggere altre tue “creature”. In bocca al lupo per le vendite e per tutto ciò che desideri.
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Marco: ho appena finito il tuo libro… sei riuscito a farmi litigare con mia moglie… è pronta la cena… cazzz mi mancano 5 o 6 pasgine aspetta…. da metà in poi non riesci a staccarti, lo vuoi finire… complimenti
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14esimo? 14esimo (Grazie, davvero)

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Michele Serra e la tribù del meno peggio

serraE’ sempre un piacere leggere Michele Serra, dai tempi di Cuore. Due giorni fa, su Repubblica, ha scritto una lettera a Civati così riassumibile: mi stai simpatico, però continuerò a votare Pd. “E’ da una vita che preferisco quelli come te, gli irrequieti, i curiosi, i movimentisti, li sento più affini, più liberi, perfino più convincenti, ma alla fine butto il mio voto, per sicurezza, nel calderone più grande a disposizione, quello del partitone di massa”. Verrebbe quasi voglia di pensare a Serra come a uno dei tanti nati incendiari e divenuti pompieri. Sarebbe un errore: Serra è sempre stato così. Già 35 anni fa, pur affettuosamente, accusava Gaber (dalle pagine de L’Unità) di prendersela con tutti e dunque di indebolire il “partitone di massa”. Serra, talento autentico, incarna al meglio la figura dell’intellettuale critico ma organico, che si arrabbia ma poi vota sempre gli stessi: “Non mi pongo come esempio, magari sono speculare a Montanelli quando, da destra, invitava a votare Dc turandosi il naso (certi giorni bisognerebbe averne due, di nasi da turare, per votare Pd)”. Con il consueto tono apparentemente autocritico ma in realtà autoassolutorio, Serra scrive: “Ormai mi conosco, voglio bene a Vendola ma l’ho votato una volta sola, mi piaceva lo Psiup ma votavo Pci, leggevo con devozione Luigi Pintor ma votavo Pci, lavoravo con Grillo ma votavo Berlinguer, dirigevo Cuore ma votavo Occhetto, non c’è niente da fare, forse è un morbo, forse un vizio, il mio amico di penna Vittorio mi sgrida, «sei il tipico italiano di mezzo, incapace di ribellarsi al presente»”. Serra non arriva certo a improvvisarsi ultrà renziano come Sergio Staino: civati“Vogliamo disegnare Renzi col fez? Complimenti! Così poi strabordano grillini e leghisti”. Staino esplicita la grande paura di molti intellettuali di sinistra: il “grillismo”, di fronte al quale è preferibile tutto. Ma proprio tutto. Persino la Boschi. L’atteggiamento di Serra, in fondo, è quello dei bersaniani: un malpancismo tenue, di chi reputa Renzi un bullo caricaturale ma sopportabile. Uno che va votato: “Per cercare di vincere (ogni tanto) oppure di perdere un po’ meno (quasi sempre)”; “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli. Spiegaci (Civati) come si fa a ribellarsi in molti, rimanendo popolo, rimanendo massa, e giuro che ti voto”. Con prosa ispirata e svolazzante, Serra sorvola su un aspetto dirimente: lo scenario attuale non c’entra nulla con quelli passati. Non si tratta più di preferire Berlinguer a Capanna, Prodi a Diliberto o Bersani a Vendola. Quello era il classico “voto utile” (già, ma utile poi a chi?). Oggi no, e fingere da intellettuali che il “partitone” sia quello di sempre è colpa storica grave. Significa, per dirla con De André, “essere per sempre coinvolti” (“per quanto voi vi crediate assolti”). Votare il Pd attuale “per cercare di vincere” è un approccio calcistico che va bene per Serra (Davide, il broker commendatore) ma non per Serra (Michele). Civati gli ha risposto: “Davvero il compito storico della sinistra è di adeguarsi, di cedere, di rinunciare a se stessa e di portare i suoi voti dentro un calderone?”. Certo che no. E Serra lo sa: la satira, oltretutto, è sempre minoritaria. Come Serra sa bene che Renzi ha portato il “partitone” a quella “mutazione antropologica che va addirittura oltre tutti gli scandali che l’hanno coinvolta nel passato” (ieri Travaglio). Votare Renzi è naturale per Nicola Porro, non per chi ha combattuto il berlusconismo (che continua anche dopo Berlusconi). Davvero Serra, dopo avere criticato per una vita la mancanza di meritocrazia delle Gelmini, intende ora votare con zelo zdanovista le Picierno? Davvero Serra non prova imbarazzo, e anzi dolore, quando Renzi sfascia scuola, diritti dei lavoratori, Costituzione? Davvero Serra non soffre quando vede lo zozzume che insozza il Pd campano e che ha fatto dire al suo amico Saviano che “in Campania Gomorra è nel Pd”? Caro Michele, votare oggi (questo) Pd non significa votare ancora “il partitone di massa”: vuol dire, esattamente, votare quello contro cui uno come te ha sempre combattuto. (Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2015).

Sono un cazzaro (ma di talento) – Vanity Fair

2015.04.29-pag1Andrea Scanzi sa essere gentilissimo. Nell’accoglierci a Cortona, la città do­ve vive, si prodiga in ogni sorta di corte­sia. Si fa fatica a conciliare questo Scanzi con lo Scanzi che in Tv a una signora ha detto: «L’autobus le è caduto sul cervel­lo e ha sdraiato quei due neuroni». D’ac­cordo, la signora era Daniela Santanchè, e la battuta si riferiva al leggendario twe­et della parlamentare sull’incidente Ger­manwings («Che origini hanno i piloti dell’autobus caduto?»). Resta il fatto che i commenti di Scanzi, a Otto e mezzo e nei talk show dove fa l’opinionista, sono brutali al limite dell’insulto.
Andrea Scanzi sa scrivere. Lo sa chi ha letto i suoi ritratti dei personaggi della musica, i suoi articoli sulla Stampa e, dal 2011, sul Fatto Quotidiano. Ma è bravo an­che come scrittore «vero»: il suo saggio Non è tempo per noi (del 2013, alla quin­ta edizione), è un ritratto graffiante e au­toironico dei quarantenni di oggi, la gene­razione nata nei Settanta. In questi gior­ni è uscito, invece, il suo primo romanzo, La vita è un ballo fuori tempo, storia di un Paese in crisi, dove un quarantenne, Stevie Vaughan, si lascia vivere lavorando in un giornale senza dignità, mentre il non­no Sandro, lui sì vispo e ribelle, ha messo su una società di videogame per anziani e progetta di fare la rivoluzione.
Scanzi è una persona sincera. Se non ci credete, leggete qui sotto.

I quarantenni tornano anche nel suo pri­mo romanzo. Perché?
«Perché è la mia generazione, e perché mi ha deluso profondamente. Antonino Caponnetto, la guida del pool antimafia, a scuola ci disse: “Ora tocca a voi”. Ma noi non siamo riusciti a prenderci quel­la responsabilità. Restiamo una genera­zione senza slanci, rassegnata. Un gior­no Gaber mi disse che i suoi coetanei non avevano coscienza civile, ma alme­no loro ci hanno provato, a cambiare le cose (Scanzi a teatro è autore e interpre­te di Gaber se fosse Gaber e Le cattive strade, ndr). La co­sa più grave è aver sopportato Berlusco­ni per vent’anni».
Molti quarantenni le risponderebbero che di Berlusconi sono stati vittime.
«In parte. E comunque la vittima dopo un po’ si arrabbia. Noi invece non sap­piamo che cosa sia l’indignazione; ci manca il senso di collettività, siamo la generazione dell’io, non del noi. I vec­chietti del libro, oltre ad avere spirito ri­voluzionario, sanno fare gruppo. Stevie e i suoi amici, invece, hanno nomi da rockstar e vite da sfigati».
2015.04.29-pag2Il nonno del libro è ispirato al suo?
«Sì, mio nonno era simile: tenero, buffo, fisicamente uguale a Pertini. Uno degli anelli che porto è la sua fede. Il gran­de cruccio della mia vita è non esserci sta­to quando è morto, a 96 anni: invece di restare al suo capezzale, sono andato lo stesso a uno stupido convegno. Non se lo meritava, perché è lui che mi ha cre­sciuto assieme a mia nonna».
Perché è stato cresciuto dai nonni?
«Abitavamo tutti nella stessa casa ad Arezzo. Papà lavorava alle Poste, mam­ma è un’insegnante di lettere delle me­die, impegnata, femminista: non è mai stata generosa di complimenti con me. Entrambi di sinistra, genitori meravigliosi, che spesso preferivano parlare di politica che di sentimenti. Ai talkshow, non volendo, mi hanno abituato loro».
Che cosa sognavano per lei?
«Proprio quello che sto facendo ora, cre­do. Sono riuscito a fare il mestiere che volevo: scrivere».
Da giornalista a personaggio televisivo, con Reputescion in onda su La3, e opinio­nista. Come Marco Travaglio, il suo di­rettore. Che cosa avete in comune?
«Tante, tantissime cose. A lui e Antonio Padellaro devo moltissimo. Faccio prima a dirle le differenze: io so­no toscano e fumantino, Marco sabaudo e più impostato. Per lui la politica è una passione autentica, per me molto meno. La mia vita sono la compagna, gli amici, i ca­ni, i vini: ho molti altri interessi. Marco poi fa teatro e Tv principalmente perché gli garantiscono un pubblico più ampio per le sue idee, a me invece il palcoscenico diverte proprio».
La diverte insultarsi con la Santanchè?
«Mi tolgo il gusto di trattare certi perso­naggi come meritano di essere trattati. Non ne ho alcun rispetto, hanno rovinato questo paese. Il rischio di cadere nella volgarità c’è, ma vale la pena correrlo per poi, negli altri casi, fare l’orfano di sinistra che è confuso come una pallina da flip­per e non sa dove andare».
Renzi proprio non le piace?
«No. Per niente. Lo trovo troppo simile a Berlusco­ni, con in più i difetti della nostra genera­zione, alcuni dei quali sono anche i miei: fondamentalmente siamo dei cazzari, seppur di talento».
Mi dia la sua definizione di cazzaro.
«Uno che si prende molto meno sul se­rio di quanto sembra, che quando parla o scrive lo fa con l’obiettivo di far sorri­dere, anche se tocca temi seri. Uno che sa di tutto ma non è esperto di niente, e mescola alto e basso in continuazione. Il problema di Renzi è che in certi ruoli non lo si può fare».
Per essere un cazzaro, lei si è sposato presto: aveva 29 anni.
«Ero follemente innamorato. Linda ave­va 26 anni, era bellissima, finalista di Miss Italia l’anno in cui vinse Anna Val­le. Ricca, perché la sua famiglia possie­de una delle più importanti aziende ora­fe di Arezzo. Vivevamo in una casa di tre piani, piscina, campo da tennis. Non ave­vamo figli, e non ne volevamo. Non avrei potuto chiedere di più, ma dopo qualche anno la mia vita è cambiata, il lavoro mi portava in giro, e l’amore è finito, quindi ci siamo separati. L’unico dispiacere vero che ho dato ai miei genitori e a mio nonno».
L’ha lasciata lei?
«No, ovviamente è stata Linda ad ave­re il coraggio di dire basta. In compen­so, nelle storie venute dopo, ho impara­to a prendere io l’iniziativa».
Parliamone. Lei ha fama di tombeur de femmes.
«Fino a un anno fa si diceva che fossi gay, invece non lo sono, e neanche bisessuale. Mi piacciono le donne, an­che troppo: nel mio matri­monio l’ho pagata. Trag­gono in inganno gli orecchi­ni, gli anelli. Una volta, su consiglio di Aldo Bu­si, ho provato a toglierme­li, ma dopo un mese me li sono rimessi».
E’ anche sempre molto ab­bronzato, o sbaglio?
«Ho smesso di farmi le lampade due anni fa. Fanno male e sono ridi­cole, lo so, ma detesto ve­dermi cadaverico, ho la pelle molto bianca. Oggi ogni tanto mi do uno spray autoabbron­zante, o mi faccio truccare in Tv. So che a volte esagero, e cado nell’effetto Car­lo Conti. Vado anche dall’estetista, a far­mi le mani. Ammetto di curarmi molto, ho la sindrome della soubrette: il com­plimento più grande che una donna può farmi è dirmi che è venuta a letto con me perché sono bello».
2015.04.29-pag3Succede spesso?
«No, in genere le donne provano per me un’attrazione intellettuale. Dopo esser­mi separato, poi, in concomitanza del mio successo in Tv, mi sono accorto che molte signore, anche famose — cantan­ti, giornaliste, attrici, parlamentari — mi concedevano qualcosa, e mi sono com­portato da classico maschio italiano che scopre il Bengodi».
Faccia dei nomi.
«Sarebbe poco elegante, erano quasi tut­te impegnate, a parte Selvaggia Lucarel­li. Di solito sono grandi, dai 35 ai 50 an­ni. La velina non mi interessa, e proba­bilmente nemmeno io a lei».
Com’è la cinquantenne a letto?
«Molto esperta e disinibita. Uno come me, che ama molto giocare sul sesso, si è divertito tanto».
Il corpo di una ventenne è un’altra cosa.
«Erano tutte tenute molto bene: ci ten­go all’aspetto fisico. Tra le giornaliste, per dire, il mio tipo è la D’Amico. Nel romanzo, il sogno erotico ricorren­te del protagonista coin­volge Rossella Brescia, che grazie alla pubblici­tà Tissot è un mito della mia generazione, e Rosa­rio Dawson».
Si è innamorato spesso?
«Della mia prima fidanza­ta al liceo, di mia moglie, di Selvaggia — tre mesi ma brucianti — e della mia attuale compagna».
Perché è finita con Sel­vaggia Lucarelli?
«Mi ero appena separato. Ero confuso, inquieto, vorace di esperienze. Lei era molto più quadrata, serena e matura. La avvertivo possessiva e gelosa, sentimenti che io non conosco. Avevo la sensazione che inconsciamente, e legittimamente, cercasse un uomo che fa­cesse subito il padre di suo figlio, e ma­gari fosse pronto a farne un altro. Probabilmente una sensazione sbagliata. Comunque meglio così, siamo più bravi come amici che come amanti. La stimo, le voglio bene».
Chi è invece la sua attuale compagna?
«Verdiana, una ragazza pugliese, com­mercialista a Milano. Fisicamente è il mio ideale: capelli alla Randi Ingerman, altro mio mito, piedi e caviglie spettacola­ri. Ci frequentiamo da quattro anni on off, ora abbiamo deciso di convivere a Milano».
Come l’ha conosciuta?
«Mi ha scritto su Facebook: leggeva il blog che ai tempi avevo su Micromega».
Una fan, quindi.
«Sì, che mi colpì per due cose: scriveva benissimo e, nel suo profilo, aveva messo una foto dei suoi piedi, in infradito. Se­condo me l’ha fatto apposta, perché sa­peva che sono feticista, ma lei nega».
Feticista si nasce?
«A scuola mi sentivo un pervertito: i miei amici guardavano seni e sederi, io mi eccitavo per caviglie e piedi. Gra­zie alla Rete, per fortuna, ho scoperto che i miei sono gusti piuttosto diffusi, e che sono feticisti anche molti artisti, da Bunuel a Tarantino. La cosa buffa è che non sopporto i miei di piedi: non metto mai i sandali».
Per molti versi, lei somiglia a un altro giornalista, Giuseppe Cruciani.
«Siamo entrambi molto narcisi, amiamo il successo, la polemica, le donne. Cru­ciani però è molto più a suo agio di me in tutto questo: io non sono bastian contra­rio a prescindere, e non ostento le con­quiste con il mazzo delle figurine, come invece fa lui».
Crede ancora nel rapporto di coppia?
«Sì, ma ho paura dei miei punti deboli: sono irrequieto, spigoloso, molto preso da me stesso. Stare con me non è facile».
Si risposerebbe?
«No, mai. Invece mi sto ricredendo sui figli. Ho sempre avuto un imbarazzo profon­do a relazionarmi con i bambini, ma mi dispiacerebbe non continuare la stirpe Scanzi. Chissà, un giorno. Forse».

(Sara Faillaci, Vanity Fair, 29 aprile 2015)

La vita è un ballo fuori tempo (recensione Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano)

IMG_201cover3_2Ho sempre pensato che avesse ragione Italo Calvino nel sostenere che, anzitutto nella letteratura, la salvezza vada cercata nell’ironia e nel sorriso. Lui ce lo ha insegnato tante volte, per esempio nel Barone rampante. In Calvino l’ironia non è però mai disimpegno o rifugio nel privato, ma chiave di lettura privilegiata per raccontare e comprendere il presente, inducendo il lettore (sorridendo) a una riflessione sulle miserie e sulle storture del presente. E’ quello che ho trovato in tanti libri che mi hanno cresciuto, da quelli di Vonnegut a quelli di Benni, da quelli di Pennac a quelli di Vazquez Montalban. E tanti, tanti altri. Nel mio infinito piccolo, senza certo poter raggiungere anche solo un centesimo di quello che hanno fatto loro, nel mio primo romanzo (oggi in uscita) ho fatto la stessa cosa: utilizzare l’ironia, la satira, il grottesco e il surreale per raccontare questi nostri tempi sbandati. Riderete, o così spero, ne “La vita è un ballo fuori tempo”, ma spero che ci troverete anche molto del nostro e vostro presente. Un presente che morde, e fa male. Un presente di cui sorridere, senza però rinunciare al diritto di essere – quantomeno – i gabbiani ipotetici di gaberiana memoria.
Antonio Padellaro, stamani sul Fatto Quotidiano, ha capito tutto questo. Riuscendo a vedere, nel mio romanzo, cose che io stesso probabilmente non avevo ancora focalizzato. Lo ringrazio, una volta di più, e vi propongo il suo articolo.

“Una fiction piena di riferimenti e caricature, una travolgente parodia italiana che ci coinvolge troppo per lasciarci indifferenti”.

“Ho quarant’anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita, dirà il nostro quarantenne parafrasando Paul Nizan, anche se a giudicare dall’aspetto e dai successi professionali potrebbe benissimo sentirsi “magnifico”, come il Nanni Moretti del film. C’è che non gli va giù il mondo circostante da cui si sente costantemente molestato, la finzione come colonna sonora, il servo encomio ai potenti come impadellaroput esistenziale. Insomma, ha sempre odiato “i porci ed i ruffiani e i falsi che si fanno una carriera con certe prestazioni fuori orario”, ma a differenza di Pierangelo Bertoli (che il nostro forse ama meno di Eugenio Finardi) non riesce ad affrontare la vita a muso duro animato com’è da una natura leggera, ironica, beffarda, sognante e fortunatamente incapace di indignazione, ultimo rifugio degli ipocriti e di chi con le parole fatte e strafatte si lava la coscienza. Come Alice che finisce in un sogno per inseguire un coniglio bianco, inventa allora un mondo surreale e grottesco dove i personaggi più ridicoli diventano sagome iperrealiste, perfino spassose nei loro disgustosi eccessi. Ai tanti quarantenni come lui, che pensano e parlano come eroi di una graphic novel un po’ per sopravvivere e un po’ per non morire di tristezza, Andrea Scanzi, firma del Fatto e personaggio televisivo (per me Andrea e basta) dedica il suo ultimo romanzo La vita è un ballo fuori tempo. Dove Stevie, suo sfigatissimo alter ego sbarca il lunario nella redazione de La Patria, foglio di regime in crollo di vendite diretto da J.J. Cernia, assoluta nullità ebbro della propria abiezione, “diventato giustamente uno dei consiglieri di fiducia del presidente del Consiglio Tullio Stelvio Bacarozzi con il quale aveva condiviso l’esperienza esiziale di mastrolupetto nella Congrega dei Fagioli Lessi”. Ora, quale premier contemporaneo si nasconda dietro il Bacarozzi è del tutto evidente leggendo il Decalogo del Giornalismo del Bene, imposto alle sue vittime dattilografe dal Cernia e improntate all’ “ottimismo, alla speranza e alla positività”. Un gioco delle maschere così scoperto che perfino le demenziali dichiarazioni del riconoscibilissimo ministro delle Riforme, Elena Pia Bozzo sembrano del tutto plausibili, il che la dice lunga sulla catastrofe culturale che devasta il paese purtroppo non abbastanza immaginario di Lupinia. Non diremo altro delle caricature e delle infamie di una travolgente parodia che ci coinvolge troppo per lasciarci indifferenti. IMG_2029_2Perché davvero nessuno poteva immaginare che Renzi avrebbe trasformato l’Italia in una fiction così scadente e dominata dalla cupidigia di servilismo. Almeno, con i Bacarozzi e le Bozzi ci si diverte. Il guaio di Steve (e di tanti suoi coetanei) è di essersi rassegnato troppo facilmente al buio della ragione e allo stupro continuato dell’etica pubblica. E anche se gli bolle dentro un vulcano di rabbia egli lo comprime per quieto vivere ma soprattutto agendo sull’anestetico dell’autoironia, che insieme alle cuffie dell’  iPod e alle domeniche calcistiche hanno assopito l’istinto ribelle di un paio di generazioni. Aiutato dalla presenza di un vitalissimo nonno e di un giovane stagista che armano i loro ideali in attesa di tempi migliori come i partigiani con i loro fucili durante la Resistenza, proprio nel pallone Stevie trova il proprio riscatto (e una speranza estrema di rivoluzione) e stronca finalmente sulla Patria giocatori e dirigenza della Dinamo Brodo, inguardabile squadra protetta dagli amici degli amici del Cernia: governo, mafia o massoneria, fate voi. Perde il lavoro ma comincia a rispettarsi di più il che non guasta. Ogni tempo ha il suo fascismo diceva Primo Levi citato da Stevie, ma per battere questo molesto fascismo da operetta, ci dice Andrea, basta non arrendersi e riderci su. Speriamo”. (Antonio Padellaro, 23 aprile 2015, Il Fatto Quotidiano).

La vita è un ballo fuori tempo (il mio primo romanzo)

Il mio primo romanzo. Spero vi piaccia.

Buona lettura. E grazie, ma davvero, di tutto

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“Renzi? Parla come la brutta copia di Jovanotti”

Schermata 03-2457108 alle 11.16.07“Renzi? E’ il finto nuovo, proprio come Berlusconi. E’ identica anche la narrazione. Berlusconi diceva “noi siamo il popolo dell’amore e voi dell’odio”, Renzi dice “Noi siamo il bene e voi i gufi”. E’ uguale. E’ una rottamazione finta, perché i De Luca e Crisafulli ci sono ancora, pur di vincere Renzi raccatta di tutto. Non c’è alcuna meritocrazia, a dispetto delle prime adunanze alla Leopolda: è meritocratico mettere la Barracciu sottosegretaria? Trovate davvero che le Boschi e le Madia siano più preparate delle Gelmini e delle Carfagna? Io no, e non lo dico con gioia. Evidentemente hanno la patente dell’essere “di sinistra” (come no), e questo le salva da tutto secondo certa stampa. E poi la politica: a livello economico (Jobs Act) e costituzionale (ddl Boschi, Italicum), Renzi prosegue nel solco berlusconiano. Di nuovo e di sinistra non ha nulla. E oltretutto gode di un consenso nei media che negli ultimi 30 anni non si era mai visto. Vorrei poi dire un’ultima cosa sulla famosa “narrazione” di Renzi. Certo, è stato bravo a indovinare alcuni jingle, come la parola “rottamazione”, ma ripete sempre le stesse cose e c’è una pochezza semantica imbarazzante: “L’Italia è il paese in cui il domani arriva prima”, “L’industria della lagna non serve”, “E’ il cambiamento che ci chiede di cambiare”. Ma che roba è? Siamo all’asilo? Renzi ha detto che D’Alema parla “come una vecchia gloria del wrestling”. Può anche essere, ma Renzi parla come la brutta copia di Jovanotti, e tenendo conto che pure l’originale non è Bob Dylan, direi che c’è poco da entusiasmarsi. A sinistra di Renzi c’è uno spazio immenso e ci sono milioni di elettori che rimbalzano come palline da flipper: chi si è avvicinato ai 5 Stelle, chi ai dissidenti Pd, chi a Sel o Tsipras, chi guarda a Landini e chi si astiene. Ecco: l’unica alternativa valida a Renzi può essere lì, perché se davvero si tratta di scegliere solo tra Renzi e Salvini, poveri noi” (Otto e mezzo, 25 marzo 2015, Qui il video).

Fedez: “Sono un artista, sono un incoerente”

Schermata 03-2457106 alle 14.37.33“Sarà un concerto molto meno dinamico di quanto ci si aspetti”. Fedez è alle prese con i cambiamenti da apportare alla prima del suo nuovo Pop-hoolista Tour. La data zero di Rimini ha dato chiare indicazioni e qualcosa è stato cambiato prima delle date di ieri e sabato al Mediolanum Forum di Assago (sold out, ovviamente). “C’era una macchina enorme sul palco, hanno dovuto smontarla e rimontarla in un giorno, è stata dura”. Venerdì sarà all’Atlantico di Roma. Venticinque anni, un successo crescente e una propensione sempre più coltivata alla polemica, Fedez ha raggiunto la fama definitiva come giurato a X Factor. Un’esperienza che ha portato esiti contrastanti: il plauso di larga parte di pubblico e critica, gli scazzi (“Ma c’è stima”) con Morgan, la freddezza con Victoria Cabello (“E’ quella con cui ho legato di meno”). Ha scritto una canzone per un evento organizzato dal Movimento 5 Stelle, sente spesso il deputato Alessandro Di Battista (“E’ così preso dalle sue battaglie che a cena non riesce a parlare d’altro, neanche di figa. Però va bene così: c’era bisogno di persone pulite in politica. Siamo amici, lo stimo”). Artista che divide drasticamente, anche per il nuovo tour – concepito con il collaboratore fidato Matteo Grandi – vuole che la gente non venga solo per divertirsi. “Certo, ci sarà anche modo di ballare, ma penso a questo spettacolo più come a una cosa teatrale che a un concerto. Vorrei che fosse un luogo per pensare e meditare: un luogo dove ponderare molto, anche se detta così non so se mi faccio buona pubblicità”.
Proponi anche tanti contributi video.
“Riguarderanno alcune parole chiave. Per esempio il concetto di “populista”. Lo spettacolo avrà molte false partenze e sarà introdotto da una carrellata, non proprio breve, di “elogi” che ho ricevuto per il mio lavoro e le mie prese di posizione”.
Tipo?
“Matteo Salvini: mi ha mandato affanculo durante una manifestazione. Maurizio Gasparri: mi ha definito “coso dipinto” e ha insultato una mia fan reputandola sovrappeso. Oppure un giornalista dell’Espresso, Riccardo Bocca: mi ha attaccato dopo avere elemosinato qualche biglietto gratis per venire a vedermi: un uomo coerente. E poi il conduttore di Tv Talk”.
Massimo Bernardini?
“Ha definito i miei testi un po’ qualunquisti. Un’accusa che, anche nella storia della musica d’autore, è tornata spessa”.
A Gaber lo ripetevano di continuo.
“Non azzardo paragoni simili, per carità, ma anche il rapporto tra artista e critica verrà toccato. Penso a L’Avvelenata di Guccini, nata dopo una stroncatura ricevuta”.
La firmò Riccardo Bertoncelli. Oggi sono amici.
“Non è l’unico caso. Nello spettacolo cito un tale, Simone Dessì, che accusò Fabrizio De André di non essere coerente perché – più o meno – giocava al rivoluzionario ma non era credibile in quanto proveniente da una famiglia borghese”.
Simone Dessì era uno pseudonimo, dietro il quale si celava Luigi Manconi. Sociologo, critico musicale e politico. Ora è senatore del Partito Democratico.
“Non lo sapevo, ma scrivere protetti da pseudonimo è ancora peggio”.
Messa così, però, sembra che tu mal tolleri le stroncature.
“Al contrario, mi divertono e ci stanno. Figuriamoci se voglio piacere a tutti. Il punto è un altro: insistere sul concetto di coerenza e, ancor più, di incoerenza. La fortuna dell’essere artisti non è quella di raggiungere fama e ricchezza, ma quella di avere il diritto – e anzi il dovere – di essere pienamente incoerente”.
Un concetto ardito: molti artisti, soprattutto di sinistra, sono stati massacrati per la loro (presunta) incoerenza. Lo sa bene Francesco De Gregori, di cui proporrai contributi video inediti.
“Con Francesco ormai siamo amici. Avrei voluto che nei video parlasse del “processo” di cui fu vittima sul palco del Palalido, ma ho capito che è un tema ancora troppo doloroso per lui. Non ne vuole parlare. De Gregori è la prova che un artista deve essere “incoerente”. Cioè libero di cambiare genere, di osare e talvolta anche di sbagliare. Penso anche a Caravaggio”.
Addirittura.
“E’ un esempio estremo di incoerenza necessaria. Lavorava per la Chiesa, prendeva soldi dal Vaticano e utilizzava prostitute per dipingere la Madonna. L’apoteosi di quel che si suole definire “sputare nel piatto in cui si mangia”. Ogni grande artista è incoerente, ogni grande artista prima o poi sputa nel piatto in cui mangia”.
Sputi anche tu: da un lato partecipi ai talent, dall’altro critichi lo star-system.
“Esatto, a volte sputo anch’io. Lo si può sostenere serenamente. E lo sosterranno ancora di più quando Fedez Chroniclespasserà dalla Rete alla tivù”.

Una sorta di reality sulla tua vita quotidiana: l’apoteosi del narcisismo?
“Non saprei dirti. A me pare solo una cosa divertente: un far vedere come vive ogni giorno un artista senza prendersi sul serio”.
Quale tivù lo trasmetterà?
“L’ufficio stampa non vuole che te lo dica, quindi te lo dico: Mediaset. Non una serie a puntate, ma un film unico di novanta minuti o giù di lì”.
Schermata 03-2457106 alle 14.37.44Fin qui, di canzoni, hai parlato poco.
“Ci saranno, ovvio. Proporrò tanti brani durante la serata. La musica resterà dominante. Sarà uno spettacolo molto stancante. Mi cambierò almeno dieci volte e a un certo punto sarò vestito anche da mega-assorbente insanguinato. Un’immagine tremenda, me ne rendo conto”.
Credi ancora che i 5 Stelle siano “il meno peggio”?
“In questo periodo ho vissuto un po’ fuori dal mondo, direi quasi alienato, ma credo nella loro onestà. Non vuol dire che li condivida sempre, ma è l’unica novità reale. A Renzi non credo, il suo “cambiamento” non mi convince”.
Ti accuseranno una volta di più di essere il cantore di Grillo.
“Macché. L’ho conosciuto molto tempo dopo aver espresso pubblicamente la mia simpatia. Mi cercò proprio dopo aver letto una mia intervista sul Fatto. Io non ho bandiere di partiti in mano, ma in Italia c’è sempre questa voglia di etichettare e catalogare. Pazienza, me ne farò una ragione. Quello che mi colpisce, piuttosto, è un’altra cosa”.
Schermata 03-2457106 alle 14.37.51Quale?
“Com’è che se io dico di stimare i 5 Stelle è un reato, mentre se Jovanotti ripete di amare Renzi è normale?”.
Per te Beppe Grillo chi è?
“Un grande uomo di spettacolo e un grande libero pensatore. E’ tosto quello che sta cercando di fare: poteva benissimo risparmiarselo, non ci guadagna. E’ arrivato in Parlamento con un metodo del tutto inedito. Gliene va dato atto, al di là del fatto che le sue scelte siano condivise o meno”.
Se ti dicono che sei un paraculo che gioca al ribelle, cosa rispondi?
“Che ho una grande fortuna: il mio percorso. E’ la cosa di cui vado più fiero. Sono arrivato al successo grazie a Internet: un percorso lungo e in salita, che però ti garantisce libertà assoluta e ti permette di non dover dire grazie a nessuno. Ho fidelizzato il pubblico, radicando il rapporto tra me e chi mi segue. Il “personaggio televisivo”, di per sé, può durare anche solo dieci giorni”.
Anche tu lo sei.
“Infatti, televisivamente parlando, potrei durare dieci giorni. Anche meno”. (Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2015).

La Lega di Salvini? Ecco che cos’è

Schermata 2015-03-05 a 08.08.27“Chiedersi se la Lega di Salvini è “fascista” è legittimo, ma è anche inutile. Se dici “fascista” o “razzista” a uno come Buonanno, lo prende come un complimento. Salvini non è un fascista: è un furbacchione, che pur di vincere raccatta di tutto. Lepenismo, putinismo, mussosalvinismo, fascioleghismo. Secessione da una parte, iper-nazionalismo dall’altra: tutto e il suo contrario. Presterei piuttosto attenzione ad altri aspetti. 1) Basta con questa storia della manifestazione trionfale in Piazza del Popolo: c’erano 12mila persone, una miseria. Storace, non esattamente Berlinguer, in quella stessa piazza ne portò 20mila per manifestare contro Monti. 2) La Lega non è “il nuovo”. La Lega è una delle massime responsabili dello sfacelo degli ultimi 20 anni della politica italiana, perché accanto a Berlusconi c’era sempre. E Salvini è il meno nuovo di tutti: parla di “gente che lavora” e “fannulloni”, ma lui è il più fannullone di tutti. Non ha mai lavorato un giorno in vita sua, fa politica da 22 anni, politicamente è il più vecchio della Seconda Repubblica. “Nuovo” de che? 3) La Lega è certo in crescita nei sondaggi, ma si sta sfaldando: da una parte Salvini e dall’altra Tosi. Se non ricordo male, fino a due anni fa Tosi era “il candidato premier” della Lega per il centrodestra. Non proprio una figura marginale. 4) La Lega non ha una classe dirigente all’altezza: dietro Salvini, che è bravissimo e furbissimo, e ha pure combattuto battaglie giuste (per esempio contro la Legge Fornero), non c’è nulla. Infatti in tivù va solo lui, perché se ci vanno altri è un disastro. 5) La Lega non è “anticasta”, ma più casta di tutti. In soli sei mesi, nel 2013, Schermata 2015-03-05 a 08.12.13Maroni ha dilapidato 5 milioni e 900mila euro dei 6 milioni complessivi. Nelle casse della Lega non c’è più un euro. Hanno sperperato quasi tutto. Hanno speso 125mila euro per ripulire le notizie “cattive” da Internet, hanno dato 50mila euro alla scuola Bosina della moglie di Bossi. E poi c’è la storia del quotidiano La Padania, che la simpatica Lussana ben conosce: 60 milioni di euro di soldi pubblici, dico 60 milioni. E poi i tre bonifici da 150mila euro di Maroni, e poi più di 20mila abbonamenti obbligatori al quotidiano (per 773mila euro) imposti sempre da Maroni. Ciò nonostante la Padania ha chiuso, e giustamente: era un giornale orrendo. Così Salvini ha mandato a casa i 71 dipendenti, dopo che la Lega – sostengono gli ex dipendenti – aveva promesso loro un contratto di solidarietà. Questo sarebbe “il partito nuovo” Ma nuovo de che? E’ un accrocchio con dentro La Russa, Corsaro, Saltamartini, Alemanno: per carità. E senza Berlusconi non vanno da nessuna parte, di sicuro non al governo.
Ecco cos’è la Lega. Lo scenario è chiaro: con un Partito Democratico renziano che è ormai la Dc 2.0, per Salvini – se vuole sfondare – c’è spazio solo nell’estrema destra. Così lui ripropone le ricette xenofobe e fascistelle del MSI pre-Almirante, uccidendo qualsiasi possibilità di una destra italiana “normale”. Nella Lega di Salvini, i Borghezio e i Calderoli ci stanno benissimo. Buonanno, uno che in Piazza del Popolo stava accanto a Salvini e gli parlava all’orecchio, a Piazzapulita due sere fa ha detto testuale: “I rom sono la feccia della società”. Ci rendiamo conto? Sono parole inaccettabili: in un paese normale, per una frase così, si va in galera. La Lussana dice che Buonanno “ha avuto un botto di applausi per quella frase”. Ma che bel ragionamento: allora andate in tivù e dite che “i neri sono tutti da ammazzare”, così ne prenderete altri. Questa Lussana spera di prendere altri voti alimentando le pulsioni peggiori e le intolleranze più bieche: davvero un genio”.

(Otto e mezzo, 3 marzo 2015. Il video).

Intervista a Luca Vanni, il tennista che non si arrende

vanni2Luca Vanni non è abituato alla ribalta. A fine 2013 era quasi fuori dai primi mille, un anno fa 700 al mondo. Ora è a un passo dai primi 100. Altissimo, servizio notevole, rovescio bimane. Trent’anni a giugno, è un ragazzo timido. Simpatico, disponibilissimo. Genuino. E’ nato e vive a Foiano della Chiana. Il paese aretino è noto anche per il Carnevale, e proprio durante il Carnevale hanno voluto abbracciarlo: i concittadini ai piedi del Palazzo, lui in cima al terrazzo con il Sindaco: “Però non fatemi parlare al microfono, questa gente la conosco da sempre, mi vergogno”. La vita di Vanni è quella del tennista di seconda fila che, ostinatamente, si oppone a sfiducia e infortuni. Vive viaggiando tra future e challenger, centrifugato tra ritmi forsennati e prize money che un Djokovic neanche prenderebbe in considerazione. Poi, tre settimane fa, l’exploit in un torneo ATP: partendo dalle qualificazioni raggiunge la finale a Sao Paolo, terra rossa brasiliana, e serve per il match contro il 30 al mondo (Cuevas). Fino a quel momento non aveva mai vinto un incontro in un torneo Atp. Se avesse trionfato sarebbe diventato 80 al mondo, con la finale ha toccato il best ranking di 108. L’impresa gli è valsa la convocazione come quinto di Davis contro il Kazakistan, riserva senza diritto di giocare, al seguito della prima squadra con Fognini, Seppi, Bolelli e Lorenzi. “Alla Davis non dici mai di no. Una parte di me pensa che, in questo modo, non potrò andare a fare le quali a Indian Wells e perderò punti. Per entrare al Roland Garros è fondamentale essere a ridosso dei cento, ma questa convocazione è un grande onore”.
vanni3A Sao Paolo sei stato a un passo dall’impresa autentica: è maggiore la gioia per la finale raggiunta o il rimpianto per non avere vinto il titolo?
Inutile nasconderlo, un po’ ci penso a quel servizio non tenuto sul 5-4 del terzo set. Non dirmi però che ho avuto il “braccino”, anzi proprio per non averlo ho spinto ogni colpo. Ho sbagliato uno smash, non proprio il mio colpo migliore, ma non ho rimpianti. E Sao Paolo non è l’unica cosa che ho fatto in carriera. Certo, cambia il peso degli incontri. Cambiano gli hotel, gli spettatori. In campo, però, è sempre e solo tennis.
In semifinale avevi contro l’idolo locale, Joao Sousa. Ti hanno gridato di tutto. Sembrava di essere tornati a Maceiò, quando la torcida provocò i crampi psicologici a Pescosolido.
C’erano 6mila spettatori, 50 per me e 5950 per lui. Stadio immenso, tetto altissimo. Più mi insultavano, più mi caricavano. A fine match, al microfono, ho lanciato baci e ringraziato il pubblico “per l’affetto”: ero appena ironico.
Tra una vittoria e l’altra, registravi video sotto la doccia. Sembravi vagamente ubriaco.
Macché ubriaco. Il problema è che l’inglese non lo conosco benissimo. Così parlavo in maniera incerta. E poi ero felice. Tutta quella ribalta mi era nuova, come le conferenze stampa. Dopo la prima vittoria, ho visto la scrivania con il mio nome sopra e un plotone di giornalisti. Ero terrorizzato: che gli dico? Che gli racconto? Mi faranno il terzo grado.
vanniInvece?
Invece, quando rompi il ghiaccio, poi ti diverti. I giornalisti pendono dalle tue labbra, sembra quasi che tu gli stia rivelando notizie fondamentali. E’ buffo. L’unico problema era che a volte non mi venivano le parole. Ci ho messo mezzora a ricordarmi che “orgoglioso” si dice “proud”.
E’ vero che, in Brasile, hai comprato una racchetta al primo negozio che hai trovato perché quella precedente l’avevi spaccata durante le quali?
Più o meno. A fine 2014 provo una Wilson nera, per professionisti. Mi piace e me la faccio spedire. Però me ne mandano un’altra arancione. Dicono che è identica, colore a parte, ma per me non lo è. Poi parto per il Sudamerica con quella racchetta.
Solo quella?
Solo quella. Vinco il primo turno di quali a fatica, non mi trovo bene e ne compro un’altra in un negozio: una racchetta normale, che può acquistare chiunque.
Non potevi contattare direttamente la Wilson?
L’ho fatto, conosco uno dei rappresentanti. L’ho cercato su Skype di continuo, ma non mi ha mai risposto. Poi, guarda caso, dopo aver vinto la semifinale mi ha richiamato: “Ehi, Lucone, cercavi qualcosa?”.
IMG_1097Al primo turno di quali hai faticato con il numero 871 del mondo, sette giorni dopo per poco non batti il 30. Com’è possibile?
Il tennis non è una scienza esatta, soprattutto nei campi minori, quelli che nessuna tivù mai trasmetterà. Può davvero succedere di tutto. Il campo in cui ho giocato il primo turno di quali era assurdo. Sotto un tendone, attaccato a un altro campo dove la gente si allenava. A due passi c’era il Carnevale, un casino che non hai idea, e il campo non era neanche regolamentare: erano proprio sbagliate le misure.
A Sao Paolo neanche dovevi esserci.
La settimana prima c’era Quito: Ecuador, altura. Ero a Foligno, dove mi alleno, e non sapevo se partire: fuori di due dal tabellone. Poi si è liberato qualche posto e ho preso il volo. Già che c’ero ho fatto Sao Paolo.
Come calcoli le trasferte? Intendo i costi.
Quando in banca hai 20mila euro, non è che puoi buttare via i soldi. Come trasferta spendevo 2mila euro, in Ecuador ne prendevo 3200 anche se uscivo subito (come è successo). Potevo starci. Una volta che sei lì, ammortizzi. Dividi la camera con qualcuno, ti organizzi con altri per le trasferte. E comunque nei tornei ATP ti trattano da Re.
vannivanniTipo?
Hotel 5 stelle, navetta, rimborso pasti per due. Non ci sono abituato. Nei future fai tutto da solo e nei challenger ti rimborsano poco. Sono abituato a risparmiare su tutto, anche se una chianina e un rosso con la fidanzata, qualche volta, me le concedo.
Viaggi da solo.
Ho un grande allenatore, Fabio Gorietti, ma preferisco fare quello che mi pare. Se dico di trovarci alle 20 per cena e lui arriva alle 20.10, mi innervosisco. Non c’è niente da fare, il tennista è un nomade singolo.
Sei arrivato alla soglia dei primi 100 a quasi trent’anni.
Mi sono diplomato a Ragioneria a Foiano, poi dai 19 anni ci ho provato. Mi allenavo a Perugia, mi manteneva mio padre. Mi pesava. Nel 2006 mi iscrivo a un future e vinco una partita: un punto Atp. Poi ne vinco un’altra: due punti Atp. E mi ritrovo 650 del mondo.
Cambia molto?
Qualcosa. Prima mi guadagnavo da vivere facendo l’istruttore di tennis al Circolo Giotto di Arezzo: quindici euro l’ora. Poi partecipavo alla serie A, ai tornei a squadre: Italia, Francia, Germania. Per darti un’idea, se non hai classifica prendi tipo 400 euro a partita. Se sei 650 al mondo, te ne danno – che so – 1000. Non ti cambia la vita, ma sopravvivi.
Hai avuto molti infortuni.
A 20 anni mi sono saltate le ginocchia due volte. Nel 2013, dopo tanta gavetta e troppo dolore, mi sono operato al tendine rotuleo. Da mesi andavo avanti col cortisone. Dopo due sconfitte al primo turno in Australia, a Burnie e West Lakes, ero a pezzi. Quasi non camminavo più. Prima del torneo successivo – dovevo affrontare Duckworth – mi sono cancellato al mattino, ho preso il volo per casa e mi hanno operato. Febbraio 2013.
Sei quasi uscito dai primi mille.
Nel 2014, per risalire la classifica, non so neanche quante partite ho giocato. D’estate è stato un delirio: c’erano i future a Santa Margherita di Pula in Sardegna. Li vincevo e la domenica volavo a Catania, a Roma, in Croazia. Facevo il campionato a squadre e al lunedì tornavo in Sardegna. Spesso neanche dormivo.
IMG_1154Mai pensato di smettere?
Qualche volta. Non sai quanti pianti dentro la vasca: “Perché capitano tutte a me?”, mi chiedevo. Andavo a lavorare nel mobilificio di mio padre, ma dopo un po’ mi cacciava: “Qui non ti voglio”. Lui mi ha sempre spronato, altri no. A 19 anni avevo scritto una lettera ai miei genitori promettendo che ce l’avrei fatta: forse sono stato di parola.
Il momento più duro?
Dopo l’ultima operazione. Quattro mesi di stop. Ho passato un giorno agli Internazionali di Roma. Vedevo gli altri giocare ed era come avere una coltellata al cuore. Sognavo di essere nel tabellone principale l’anno successivo, oppure quello dopo. Cioè questo. Magari ce la faccio.
Chi ti conosce dice che, senza infortuni, saresti un top 40.
Prova a rovesciare il concetto: siamo sicuri che, senza infortuni, sarei vicino ai 100? Certo, ho avuto sfortuna. Anche dopo l’operazione: sei mesi fa, in volo per la Francia, per poco un’otite mi manda al Creatore. Un’altra volta avevo così male al polso che ho usato solo il rovescio in back: ci ho pure vinto il doppio, con quel back del cavolo.
Però?
Però gli infortuni mi hanno spinto a non mollare. Forse senza infortuni mi sarei adagiato sui 300-400 al mondo. In fondo ottieni ciò che meriti, la vita ha una sua giustizia. Anche se non capita sempre. Penso soprattutto a Federico.
Luzzi. Una leucemia fulminante se lo è portato via a neanche 29 anni. Aretino come te.
Ci allenavamo insieme, giocavamo i pokerini. Mi diceva che dovevo pormi come obiettivo quello di giocare le quali negli Slam. Anche Bracciali è aretino. E Starace si è allenato per anni al Blue Team di Arezzo. Potito è un po’ il mio punto di riferimento.
Lo scandalo scommesse lo ha travolto.
Lo so e non posso dire se sia colpevole o meno. Alludevo alla sua voglia, alla sua umiltà. Ricordo quando mi portò con sé in Spagna e mi regalò un biglietto prima di giocare con Nadal. Un gesto che non dimenticherò mai.
Sono gli unici big che conosci?
Fognini mi ha mandato un sms dopo la vittoria con Joao Souza, Seppi e Bolelli li conoscerò in Davis. Paolino (Lorenzi) è un amico da sempre, i suoi genitori stanno a Cortona. Anche lui è esploso tardi, però ha sempre gravitato nei 200. La mia è una storia molto più altalenante.
Che obiettivo ti prefiggi?
Cosa posso dirti? Tutto è possibile. Non fraintendermi, non sto dicendo che entrerò nei primi venti. Ma vivo alla giornata. E’ la cosa che mi viene meglio. (Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015. Extended Version)