Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
giugno: 2017
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Fenomenologia del Salvini televisivo

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Tutti noi, almeno una volta nella vita, vorremmo essere Matteo Salvini. Anche solo per partecipare alla gara di rutti annuale con Borghezio e Calderoli. Come noto, Salvini è quasi sempre in tivù. Giustamente: sa usare il mezzo, fa buoni ascolti e, a differenza di tanti politici (su tutti i renziani), non pone veti sulla presenza di questo o quel giornalista. In più è mediamente simpatico: certo, lo è fuori onda, ma talora pure in onda. Ha poi quell’aria trasognata da “Davvero c’è qualcuno che crede alle boiate che dico?”, che effettivamente lo aiuta. A ciò si aggiungano alcune battaglie meritorie (esodati) e un mero dato di fatto: Salvini è tra i pochi leghisti a poter andare in tivù. Gli altri, tranne Fedriga e Borghi, combinano disastri. Si pensi alle recenti performance di Centinaio e Candiani a Tagadà. Per essere Salvini non bisogna però essere bravi politici, bensì imparare il copione ferreo che il leader leghista interpreta ogni volta. Più che un politico, Salvini è infatti un format. Per essere come lui, occorre rispettare vari mantra e liturgie. Queste.
1) “La moltiplicazione dei ‘Detto questo’”. Salvini ripete “Detto questo” continuamente. Rientra nella sua maniera di cominciare ogni discorso fingendo di dare ragione all’interlocutore: esaurita tale finzione, spara il sempiterno “Detto questo” e sciorina le solite mitragliate propagandistiche. Secondo l’Università del Michigan, ci sono più “detto questo” nell’eloquio di Salvini che voltafaccia nella vita di Andrea Romano.
2) “Adattarsi al contesto”. Salvini è in questo bravissimo. Se va dalla Gruber fa il bimbo compito, che si è tolto le calosce sporche di fango e cammina per casa con le pattine per non sporcare. Se invece va da Porro a Belpietro, parcheggia la mucca fuori dallo studio. Si scozza il pacco con aria virile. E adotta un lessico fieramente trucido.
3) “Dar ragione per finta”. E’ una tattica usata anche dai pochi renziani preparati (ossimoro). Tipo Richetti. Se Salvini ascolta un giornalista poco accomodante, dice: “Sono d’accordo”. E’ la sua maniera di sembrare democratico. Ovviamente, in cuor suo, sogna di passargli sopra con la ruspa. Modulando il Va’ pensiero con le ascelle, come quel tale alla Corrida.
4) “Look identitario”. Salvini è uomo del popolo e si veste come tale. Se è stato in montagna indossa i moon boot, se è stato al mare viene in infradito, se è stato a Ciggiano indossa la t-shirt “Ciggiano libera!”. E’ fatto così.
5) “Ridere a caso”. Ogni tanto Salvini accenna dei risolini. Lo fa quando qualcuno ha fatto una battuta, ma anche quando non capisce quello che stanno dicendo. E allora ridacchia per vedere l’effetto che fa, come gli stranieri quando chiedono a un londinese le indicazioni stradali. E non ci capiscono una mazza.
6). “Hasta tablet siempre”. Salvini compulsa sempre il tablet: serve per dare al pubblico l’illusione che si stia documentando su argomenti decisivi. In realtà sta solo cercando di capire se Donnarumma ha firmato o no col Real Madrid.
7) “Bello questo servizio, ma…”. Ogni volta che ha appena visto un servizio in cui si perorano tesi a lui avverse, Salvini fa i complimenti alla trasmissione. Poi però aggiunge: “Ma”. A quel punto cambia totalmente argomento. E del servizio non si ricorda più nessuno.
8) “Autocritica apparente”. Prima o poi, ancor più se in contesti per lui “radical chic”, Salvini butterà lì uno dei suoi tanti classici: “Abbiamo sbagliato? Certo”. Serve a sembrare autocritico. Detto questo (cit), riparte come nulla fosse alla conquista dell’Eritrea.
9) “Numeri ad minchiam”. Come quasi tutti i politici, Salvini ama snocciolare cifre e dati d’effetto. Ovviamente non c’entrano quasi mai nulla col dibattito. Le sue fonti sono però granitiche: Dragonero, Nonciclopedia e Silver Surfer.
10) “Auguri”. Per ingraziarsi il pubblico, Salvini fa sempre gli auguri a qualcuno. Per esempio: “Auguri agli studenti che domani avranno gli esami di Stato. Godetevela, è un tempo della vita che non tornerà”. Da ciò si evince che il modello Salvini è munito anche della funzione “Leopardi esistenzialista mode on”.
10 e lode) “Stamani sono stato a…”. La vita di Salvini è frenetica. Ogni giorno va da qualche parte (tranne a Bruxelles). Ci va e te lo dice. Gli chiedono cosa pensi della legge elettorale, di Farinetti al Quirinale o dello Ius Soli. E lui: “Prima di tutto vorrei salutare l’Associazione Carpentieri Albini di Pontenure che ho visitato stamani. Mi hanno insegnato tanto”. Ogni volta cita luoghi lisergici: la Confraternita dello Zolfino Arzillo, la Polisportiva Polenta Taragna Federalista, la Comunità del Frassino Scampato a Badoglio. A volte esistono e a volte no, ma non importa: la realtà è sopravvalutata. E nessuno lo sa come Salvini.
(Essendo un furbacchione, Salvini apprezzerà – o fingerà di apprezzare – anche questo articolo)
(Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2017)

Stefano Torre, esempio di coraggio e bellezza

Schermata 2017-06-20 alle 13.12.28Stefano Torre ha 52 anni e si candida provocatoriamente come sindaco a Piacenza. Per avere un po’ di spazio mediatico si fa persino intervistare da Cruciani, che reputa impossibile una sua performance superiore a 500 voti. Infatti ne prende 1800, toccando un clamoroso 4.28%. Non viene eletto per una settantina di voti: Piacenza ha perso una grande chance. Il suo programma elettorale, che fa il verso alla propensione bugiarda dei politici di professione, trasuda leggenda. Abolizione della morte. Creazione in pieno centro di un vulcano, che serva come attrazione turistica ma pure come pista da sci e smaltimento dei rifiuti. Risoluzione del traffico rendendo navigabile il centro storico. Costruzione di un muro per evitare che quei rompicoglioni di Pontenure arrivino e rovinino la razza piacentina. Viagra gratuito per chi ha più di 45 anni. Sostituzione dell’acquedotto con un vinodotto. E via così. Il battage mediatico, che Torre riesce a generare grazie anche alla tuba tipo Rino Gaetano a Sanremo e ad alcune apparizioni televisivi particolarmente efficaci, ne agevola l’exploit elettorale. Sarebbe già abbastanza, ma è qui che qualcuno capisce che quel Torre lì non è solo autoironico e genialoide: c’è di più. Molto di più. Quel signore nasconde qualcosa: una storia tremenda e bellissima. La raccoglie, per il portale Sportello Quotidiano, il giornalista Thomas Trenchi. Torre è “un uomo bionico”. E’ lui a definirsi così, ma l’ironia è solo apparente. Soffre di una malattia rarissima, si chiama Distonia DYT11. Porta alla perdita progressiva del controllo dei movimenti. Torre ne avverte i sintomi a otto anni: neanche riesce a tenere in mano la biro. Al tempo la medicina non contempla malattie di questo tipo e scambiano tutto per bizze da bambino irrequieto. Lo “curano” a ceffoni e punizioni. Gli anni passano e la malattia peggiora: Torre non cammina più in avanti, ma solo all’indietro oppure corre. A vent’anni lo portano in un centro all’avanguardia che sta studiando la sua malattia. Solo che i medici non si accorgono che Stefano è affetto proprio da quella distonia lì. Nel frattempo Torre diventa mancino perché la mano destra non la controlla più: per imparare a usare la sinistra si dà alla scherma e all’inizio prende un sacco di botte. A 47 anni, stremato, fa un altro controllo: un medico della mutua, al suo primo giorno di lavoro, ci mette cinque minuti a capire di cosa soffra Torre. Gli propongono l’inserimento nel cervello di due elettrodi in profondità, collegati a due computer installati nel petto. Torre ha due figli e ci mette due anni per operarsi. Ha paura: i rischi sono alti. Ormai però usa solo tre dita ed è obbligato a vivere con il braccio schiacciato dietro la schiena e le gambe incrociate. Lo operano una prima volta: da sveglio, perché devi essere vigile. Cinque ore a trapanarti il cranio con le viti, mentre i medici fanno battute. Solo che sbagliano e gli viene un ictus. Ci riprovano una settimana dopo e funziona, ma gli effetti cominciano a vedersi dopo tre mesi. “Oggi”, scrive Trenchi, “Torre vive con due computer a pile piantati nel petto che rischiano di scaricarsi ogni quattro o cinque anni e ogni tanto perde il controllo delle gambe, ma non si lamenta, anzi, è finalmente realizzato”. Ha pure scoperto di avere un altro talento, oltre allo sconfinato coraggio: “la faccia di bronzo. Non so se avrei potuto fare una campagna così forte e stravagante, senza essere passato attraverso una simile storia personale». (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 20 giugno 2017)

Non sai come perdere? Assolda Jim Messina

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Un bel giorno, un uomo apparve al mondo per indicarci la via della vittoria. Il suo nome era Jim Messina. A prima vista, guardandolo, non è che sembrasse proprio un genio. Poi lo ascoltavi e ne avevi conferma. Nasce a Denver nel 1969. Gli inizi sono all’insegna di un talento inesausto nonché crasso. A 24 anni cura la rielezione del senatore democratico Dan Kemmis. Due anni dopo fa lo stesso con il senatore democratico Max Baucus. Dopo altri trionfi si palesa l’apoteosi: gestisce la campagna elettorale di Barack Obama e “cambia la comunicazione politica” (sic). Si ripete nel 2012. Nel frattempo, per due anni, è stato vice capo di gabinetto della Casa Bianca. E’ celebrato come il migliore spin doctor del mondo e nulla lo può fermare. Tranne se stesso. Renzi dice ai suoi pretoriani, pesci piccoli tipo Nicodemo o Sensi, di ispirarsi a Messina per lo storytelling baricco-farinettiano. Loro non solo lo fanno ma lo anticipano pure, perché sbagliano tutto ispirando quindi a Jim le linea guida della sua nuova carriera: quella di affossatore efferato. La prima vittima è Mariano Rajoy. Nel 2015 Messina ne cura la campagna elettorale. Rajoy vince, ma perde. Non ha la maggioranza assoluta e non può governare da solo. Rajoy pensa: “Va be’, è un caso”. E conferma Messina. Che, puntuale come una condanna, gli garantisce nel giugno 2016 un’analoga non-vittoria. La seconda vittima è David Cameron: “La Brexit è solo una formalità”, si dice. E se lo dice pure Beppe Severgnini. Infatti: il referendum è una Waterloo e Cameron viene zimbellato anche dalla serva. Tutti, a quel punto, avrebbero messo sotto contratto chiunque tranne Messina. Tutti tranne Renzi, ovviamente. Prima gli fa curare la campagna di alcune delle amministrazioni locali per le elezioni dell’estate 2016. I risultati si tingono di leggenda. Poi arriva l’epifania del 4 dicembre. Messina ha tre grandi idee. Uno: dire che se vince il no moriremo tutti. Due: dire a Renzi di togliere la bandiera dell’Unione Europea per fingersi Salvini. Tre: dire a Renzi&Boschi di non farsi vedere in giro mai, altrimenti vincerà il no. Sfortunatamente per Messina, ma fortunatamente per l’Italia, i due diversamente statisti toscani lo seguono solo nelle prime due indicazioni. E il 4 dicembre è una mattanza, peraltro al modico prezzo di 400mila euro. Cifra mai confermata, ma neanche mai smentita. Quindi, magari, a Jim hanno persino dato più soldi. Vamos. Messina è ormai incontenibile, infatti ha già ucciso anche la Clinton, riuscita nell’impresa apparentemente impossibile di perdere con quella caricatura vivente chiamata Trump. Manca la ciliegina sulla torta, ed ecco all’orizzonte l’ultimo caduto: la simpatica Theresa May, che si inventa le elezioni anticipate perché Cerasa e Andrea Romano le hanno garantito che contro Corbyn vincerebbe chiunque. Anche Gozi in ciabatte. Così la May scrittura l’unico uomo che può garantirle la gogna indicibile. Profetico il titolo del 26 aprile de Linkiesta: “Theresa May assolda Jim Messina, e tutti capiscono che non vuole più vincere. Il guru americano da anni non ne azzecca una. L’ultima sua avventura lo ha visto impegnato a fianco di Matteo Renzi sul fronte del Sì. Tutti sanno come è andata. È difficile perdere contro Corbyn, ma niente è impossibile”. La sintesi è persino benevola: la May vince ma non vince, non ha la maggioranza assoluta e per andare al governo sta elemosinando l’appoggio di Drupi, i Nobraino e il Ciggiano Calcio.
Da allora del prode Jim non si ha più traccia. Pare però che voglia riciclarsi come ufficio stampa di Alfano per condurlo al Quirinale: si sogna.
(Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2017, rubrica Identikit)

Emanuele detto Lele Fiano, idolo imperituro delle masse

FSchermata 2017-06-06 alle 11.11.21iano è quasi sempre un ottimo vino e quasi mai un buon politico. Emanuele Fiano è nato a Milano nel 1963. Architetto e politico, è deputato Pd e responsabile nazionale con delega alle Riforme. Figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz e unico superstite della sua famiglia. Gli amici lo chiamano “Lele”. All’attività di architetto ha via via affiancato quella di politico, che ha finito col soppiantare la prima. Combatte battaglie nobili per la comunità ebraica, promuovendo anche iniziative che riguardano la convivenza interculturale e il dialogo tra israeliani e palestinesi. Meno esaltante il suo percorso da statista italico. Si candida nel 1996 come deputato, ma non passa. Deve attendere dieci anni per entrare alla Camera. Lo fa con Prodi nel 2006, con Veltroni nel 2008 e con Bersani nel 2013. Inizialmente ha un ruolo di seconda o terza fila. Al massimo lo vedevi in quei talkshow di mezzanotte che spesso non guarda neanche chi li fa. Poi Renzi ci vede qualcosa, e prima o poi gli andrebbe chiesto cosa. Da allora Emanuele detto Lele ha il ruolo di megafono menopeggista renziano: presenza fissa in tivù, che sia mattina pomeriggio o sera, è sempre lì a dire quanto sia bello Nardella e come il Pianeta Terra imploderebbe se tutti noi non votassimo la Madia e non tenessimo in camera il poster della Morani vestita da Gozi. Mediamente abile nel divulgare il nulla e cioè il renzismo, Emanuele detto Lele è il meno indigesto all’interno della Trimurti renziana. Tenendo però conto che tale triade è composta da Genny Migliore e Andrea Romano, non è poi questo gran vanto: essere meno indigesti di loro sarebbe un po’ come esser più affascinanti di Orfini. Sai che conquista. Più che un politico, Emanuele detto Lele è una figurina televisiva. Dice sempre le stesse cose, ma proprio le stesse: in Rete esistono filmati che dimostrano come egli usi frasi precotte da adattare alla bisogna, con agio atarassico e sprezzo totale del ridicolo. Dotato di pensiero proprio, se ne priva volentieri in nome del Partito e del Capo. Come quando voleva candidarsi a sindaco di Milano, solo che poi Renzi gli disse “Beppe Sala Regna” e allora Emanuele detto Lele tornò a cuccia. Poiché del tutto inesperto in fatto di leggi elettorali, Renzi gli ha chiesto di farla in prima persona. I risultati si sono visti subito: dal modello tedesco si è passati alla variante fianesca, tra voti disgiunti negati, multicandidature (pare ora cancellate) e listini bloccati (ora ridimensionati, ma cancellati del tutto no). Un capolavoro. Persona garbata, ha il pregio di andare in tivù anche con giornalisti sgraditi: i renziani non lo fanno quasi mai. E’ però permalosissimo. Guai se gli dite che forse (ma forse, eh) si sta sbagliando. In tivù adotta la tecnica cara anche a Richetti, l’altro menopeggio-renziano più noto: il chiagnefottismo, o se preferite l’indoramento della pillola. Parte con una finta autocritica, aggiungendo complimenti finti alla controparte. Quindi, dopo il cappello introduttivo, sciorina la litania farinetto-picierniana: la solita zuppa del Renzi, insomma. Quando va in difficoltà, anche Emanuele detto Lele butta la palla in tribuna e cambia argomento. Un classico. Solo che, se glielo fai notare, si picca e reagisce come i bambini frignoni. Alla Gabbia abbandonò lo studio, salvo poi ripensarci comicamente. E da Formigli, mentre l’eversivo Lillo lo zimbellava sul caso Consip, ha piagnucolato chiedendo al conduttore di difenderlo. Emanuele detto Lele è così: sarebbe anche bravo, ma si vuol così poco bene da buttarsi via per il primo Bomba che passa. Peccato. (Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2017, rubrica Identikit)

Claudia Fusani, renziana querula di seconda fila

Schermata 2017-05-30 alle 09.07.29Ognuno è folgorato sulla via che merita. Chi da Dark Side Of The Moon, chi dai tempi dilatati di C’era una volta in America. E chi dal fascino di Dario Nardella. E’ accaduto, o così parrebbe, alla fiorentina Claudia Fusani. Per chi non lo sapesse, e la lista è lunga perché non parliamo di Dacia Maraini ma di una che da anni scrive per un quotidiano che non compra nessuno (ma che paghiamo noi), Claudia Fusani è quella signora bionda che sta sempre su La7 a difendere Renzi in tivù. No: non stiamo parlando di quell’altra, la Meli, anche se confondersi è naturale. Entrambe bionde, più o meno coetanee, turbo-renziane e ancor più anti-grilline. La Fusani, come subito si intuisce, patisce già un problema: è derivativa. E’ salita sul carro del niente, cioè del renzismo, quando c’era già troppa gente. Quindi la notano in pochi. In più è così diversamente pungente da apparire sempre una Rondolino in diesis minore, o una Meli che non ce l’ha fatta a essere Meli: e questo, lo capite bene, è un destino terribile. Attenti, però: Lady Fusani non è sempre stata così. Un tempo ormai lontano era firma di punta di Repubblica e sapeva fare il suo lavoro. Certo, allora riteneva intoccabile D’Alema (oggi lo lapiderebbe) e insopportabile Berlusconi (oggi tutto sommato le piace), ma scriveva anche bei pezzi: sulla “cricca”, sulla P3, sulle papi girls. Sul G8, sulla liberazione di Clementina Cantoni. Poi arriva la storiaccia Abu Omar, che travolge i vertici del Sismi: il capo Nicolò Pollari, i due funzionari Marco Mancini e Gustavo Pignero. Il Sismi si era creato un giro di fonti giornalistiche per spiare (anche) le firme sgradite. La spia più famosa era Renato Farina. Ma non c’era solo Farina. Giornalettismo riassume così: “A fungere da informatori, oltre all’agente Betulla, sono stati, per un certo periodo, anche due giornalisti di Repubblica: ovvero, proprio Luca Fazzo e Claudia Fusani. Come si evince dalle intercettazioni i due hanno intrattenuto rapporti con Mancini – e fin qui nulla di male – ma gli hanno anche inviato via fax una serie di articoli della coppia Bonini-D’Avanzo che raccontavano le magagne del Sismi”. Ovviamente, quando la cosa si sa, gli spiati e Repubblica non ci rimangono bene. Fazzo viene licenziato in tronco, la Fusani (che “ammette tutto e spiega che ha agito in questa maniera per preservarsi la fonte Mancini”, ricorda Giornalettismo) viene relegata al sito della testata. Poi passa a L’Unità su invito della neo-direttrice Concita De Gregorio. Si reinventa pure (simpatica) critica letteraria per Marzullo. Poi, mentre il quotidiano fondato da Gramsci e ammazzato da Renzi agonizza, arriva la folgorazione sulla via della faina guizzante di Rignano. Da allora la Fusani funge da pretoriana querula di seconda fila: se la Meli è la Santanché di Renzi, la Fusani è la Biancofiore qualsiasi del primo Gozi che passa. Le siamo vicini. Ogni tanto però sa dare spettacolo anche lei. Giorni fa, a Coffee Break, ha ribadito che il caso Consip non esiste: se quel caso avesse riguardato la Raggi, avrebbe come minimo evocato l’intervento della Wehrmacht sulle note di Farinetti. Poi – e qui si è tinta davvero di leggenda – ha accusato il collega Francesco Verderami di avere una voce sgradevole. Ecco: la Fusani che attacca un altro perché ha l’ugola stridula è come Giovanardi che accusa la Lorenzin di essere bigotta. Oltre la logica, oltre il buon senso, oltre il ridicolo. Tutte cose di cui la Fusani, ultimamente, non pare tenere granché di conto. (Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2017, rubrica Identikit)

 

Mario LaVia, un eroe contemporaneo

Schermata 2017-05-23 alle 11.33.27Nella colpevole indifferenza generale, un uomo lotta per noi contro le ingiustizie. Si chiama Lavia, Mario Lavia. A prima vista potrebbe venirvi voglia di pronunciare il cognome con l’accento sulla prima “a”, magari immaginandolo parente del grande regista teatrale Gabriele. Non è così: l’accento va sulla “i”, a conferma di come l’uomo in questione tenda sin dall’anagrafe a sbagliare tutto. Il cognome diviene quindi una sorta di “La via”: della conoscenza, della saggezza, dell’illuminazione. Potrebbe poi venirvi l’ulteriore desiderio – ancor più se nascondete perversioni stranissime – di cercare qualche sua notizia. Verosimilmente su Wikipedia. Spiacenti: Wikipedia è grillina e, in virtù di ciò, ha negato a Lavia il diritto di una voce su Wikipedia, che ormai non si nega a nessuno. Nemmeno al primo Nardella che passa. E’ però possibile che Lavia non sia su Wikipedia poiché non esistente in natura, assurgendo dunque a mera essenza: a idea, a concetto, a topos. Più che un uomo, un’ipotesi di vita. In questo caso, laddove non esistente ma solo immaginato, il primo a guadagnarci sarebbe Lavia stesso, perché le uniche notizie che si trovano su di lui riguardano l’abbattimento efferato – di cui si sarebbe reso protagonista – di testate imprecisate come “Europa” oppure un tempo nobilissime come “L’Unità”. Più che un giornalista, un cecchino. Anzitutto di se stesso. Per vie misteriose, La Via è spesso in tivù. Si direbbe che sia al soldo di Di Maio e Di Battista, perché nessuno come lui fa propaganda grillina. Nemmeno questo giornale, come noto (e come asserisce La Via) house organ di Grillo & Casaleggio. Una settimana fa La Via era a DiMartedì. Giovanni Floris, che quando vuole è più sadico del marchese De Sade, lo ha introdotto come “giornalista dell’Unità tivù”, che è un po’ come invitare un cronista alla Domenica Sportiva e presentarlo come “firma della Polisportiva Fracazzo di Trastulla Moscia”. Non solo: Floris lo ha messo contro Travaglio e Davigo. Lasciando stare il primo, che in quanto direttore di questo giornale empissimo ha torto a prescindere, mettere Lavia contro Davigo è come schierare Pupo contro Jimi Hendrix. Infatti è stato un massacro. Sangue ovunque nel selciato. Una mattanza. Di cui, beninteso, La Via neanche si è accorto. Non sapendo mai nulla di nulla, ha sempre l’aria di uno che non si accorge mai delle castronerie che regala. E questo, oggi, aiuta. Le caratteristiche di La Via sono tre. La prima è quella di non avere caratteristiche. La seconda è quella di sudare sempre copiosamente. Per carità, ognuno ha le ghiandole che si merita, e tutti noi se fossimo nati ghiandola sudoripara di La Via saremmo incazzati da mane a sera e per questo come minimo iper-produttivi, ma andare ogni volta in tivù come Zidane a fine partita fa un po’ senso alla vista. La terza caratteristica di La Via è la sua capacità camaleontica di imitare alcuni dei più grandi esponenti politici della seconda Repubblica. La Via, in particolare, ha un debole per Ghedini e Biancofiore. Ne ha così creato un mix, che predica non più il Culto di Silvio ma il Vangelo di Matteo. Nonché il Santissimo Verbo di Maria Elena. In questa sua veste di imitatore, La Via eccelle. E’ davvero straripante. In taluni casi ricorda persino Bondi. O addirittura Capezzone. Certo, ne è derivazione e quindi versione fatalmente minore, ma la sua opera è comunque meritoria per zelo, impegno e abnegazione. Sia dunque lode: egli è La Via. (Il Fatto Quotidiano, 23 maggio 2017, rubrica Identikit)

Stefano Accorsi, il riscatto dell’eterno (a torto) “sopravvalutato”

Schermata 2017-05-17 alle 15.51.47Circola in rete una battuta, geniale e fulminante come quasi tutte quelle di Lercio. Dice così: “Raoul Bova assume una controfigura per farsi sostituire nelle scene in cui recita”. La battuta è ottima, e come tutte le battute non è importante poi chiedersi se dica o no il vero. L’ironia, e più ancora la satira, o forzano la realtà o non hanno granché ragion d’essere. Nello specifico, se non fosse stato ritenuto bravo o quantomeno bravino, difficilmente registi come Ozptek, Pupi Avati e Tornatore lo avrebbero scelto. Capita spesso che i bellocci, in quanto tali, vengano ritenuti a prescindere delle mezze calzette: dei miracolati. Succede anche a Stefano Accorsi. Se ne parla molto in questi giorni per la serie 1993, seguito di quella 1992 (partita bene e arrivata malino) “nata da un’idea di Stefano Accorsi”. Una frase tra l’enigmatico, il tronfio e l’involontariamente ironico che ha giustificato sfottò per mesi. Accorsi è perfetto per restare antipatico a molti: dalla vita sembra avere avuto tutto e, per questo, si tira addosso l’invidia dei più. A ciò si aggiunge un carattere non esattamente facile. Permaloso come quasi tutti gli artisti, o più in generale come tutti gli esseri umani, se l’è presa a morte perché due estati fa questo giornale (e chi scrive) lo inserì per gioco in un sondaggio atto a scegliere il più grande sopravvalutato italiano. Era, appunto, un gioco. Che conteneva nomi peraltro non sempre condivisi dall’autore e che, più che altro, avrebbe potuto contenere qualsiasi nome. Anche e soprattutto quello dell’autore del pezzo. Il concetto di “sopravvalutato” è oltremodo soggettivo. Per dire: chi è cresciuto a Springsteen e Pink Floyd reputa drammaticamente esecrabile che gente come i Modà riempia gli stadi, ma se li riempiono hanno ragione loro. E le chiacchiere stanno a zero. Come stanno a zero per quel che riguarda Accorsi. In attesa di capire se 1993 sia migliore o peggiore di 1992, la sua carriera parla da sola. Arrivare a 46 anni con il successo che ha, tenendo conto che tutto o quasi era partito dal «Du gust is megl che uan» di un gelato e da un videoclip degli 883, non era facile da prevedere. Men che meno da ottenere. Accorsi c’è riuscito, tra cinema e teatro, gossip e tivù. A volte ha sbagliato film, più spesso li ha indovinati. E’ sopravvissuto al Nanni Moretti fosco e straziante de La stanza del figlio, ha lavorato con il grande Carlo Mazzacurati e (più volte) con il fortunato Gabriele Muccino. E’ divenuto uno degli autori feticcio di Ozpetek. E’ stato il commissario Scialoja per Michele Placido in Romanzo criminale. Si vede anche nel nuovo Fortunata di Sergio Castellitto. Appare anche in un episodio di The Young Pope di Paolo Sorrentino. Le sue prove più convincenti, forse, risiedono però altrove. Anzitutto in Radiofreccia, probabilmente la cosa migliore fatta da Ligabue (anche se Ligabue la prende come critica). E poi il recente Veloce come il vento di Matteo Rovere (2016). E’ liberamente ispirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone. Accorsi interpreta un ex pilota, tanto dotato quanto pazzo. Ormai tossicodipendente, ritrova ragione di vita nell’allenare la sorella minore (anch’essa pilota). Uscito nell’aprile dello scorso anno quasi in sordina, il film ha mietuto premi. Molti di questi sono andati, giustamente, ad Accorsi: Nastro d’Argento, Premio Gian Maria Volonté, David di Donatello. Eccetera. Mica male, per uno che secondo tanti “non sa recitare”. (Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2017, rubrica Identikit)

Richetti, il Matteo bravino che fa carriera al servizio di Renzi

Schermata 2017-05-17 alle 15.41.29Secondo uno studio recente dell’Università dell’Illinois, le tre cose più difficili da riscontrare in natura sono gli ufo, un centrocampista buono nel Milan e un renziano preparato in tivù. Quando si tratta di invitare un fan del renzismo, cioè del niente, nelle redazioni scatta il panico. I programmi del mattino e del pomeriggio sono costretti a raccattare le prime Rotta e Morani che trovano, oppure il primo Ricci che suona al citofono. Se il dramma è poi totale, ci si accontenta perfino di qualche renziano di terzo o quarto pelo, tipo Andrearomano (tutto attaccato, come un mantra laico), Rondolino o Genny Migliore. Non ci permetteremmo mai di asserire che tutti i renziani siano così, ma di sicuro lo sono (quasi) tutti quelli che cianciano ne piccolo schermo. Per questo, nell’ecosistema, la funzione di Matteo Richetti risulta decisiva. Egli è l’eccezione che conferma la regola, nonché la dimostrazione che per far parte del giglio magico-tragico non è obbligatorio odiare i neuroni come la lebbra o il tifo. Richetti è nato a Sassuolo nel 1974. Giornalista pubblicista, ex Margherita, rottamatore ante-litteram con Renzi, Civati e Faraone (non è una battuta). Richetti ha vissuto un lungo periodo in naftalina. I motivi non si sono mai saputi. Secondo molti, la rottura con Renzi&Boschi atteneva più a motivi privati che politici. Di sicuro, per quasi tutta la legislatura attuale, Richetti è stato l’anello di congiunzione tra renzismo e civatismo. La versione “maanchista” post-contemporanea: lui era contro Renzi, ma anche a favore. A lui non piaceva il governo, però tutto sommato gli piaceva. Lui non stimava alcuni colleghi di partito, almeno fuori onda, però poi in onda li stimava parecchio. E via così, tra un Otto e mezzo e un DiMartedì. A differenza di molti renzini di allevamento, Richetti si è guadagnato la prima serata in virtù di preparazione, eloquio e faccia da bravo ragazzo. Persona preparata, intelligente e simpatica, Richetti adotta sistematicamente la tattica del “non sono d’accordo con lei ma la rispetto”. Non appena si trova davanti un giornalista che non ha il poster in camera di Nardella, cerca di ammansirlo dicendo cose tipo “io stimo gli amici del Fatto Quotidiano”. Fa sempre così. E’ medaglia d’oro nella specialità “Indoramento di pillola”. Richetti non è uomo da panchina e, con pazienza, ha saputo riguadagnarsi la scena. E’ accaduto quando, nel periodo pre-referendario, l’impreparazione della “classe dirigente” renziana è esplosa in tutta la sua mestizia. A quel punto Renzi ha dimenticato i dissapori passati e lo ha assoldato in fretta e furia come fedelissimo. Il suo ruolo? “L’intelligente garbato” nel gran circo barnum renzino. Da allora Richetti è diventato un Orfini bellino, maramaldeggiando alla Leopolda come ai bei (?) tempi e garantendo che il “sì” ci avrebbe mondato da tutti i peccati. Dopo la sconfitta, non ha fatto un plissé. Anzi: è sempre più querulo e potente. “Pisapia ha votato Sì e ora deve scegliere tra noi e D’Alema”. “Gentiloni deve attuare le riforme di Renzi”, “Non è nato il partito di Renzi: è nato il nuovo Pd”. “Mai con D’Alema e Bersani”. Eccetera. Matteo (quello bravino) è lanciatissimo. Sarà presto ministro e lo attende una carriera trionfale. Complimenti. Certo, guardando la sua parabola vien da ripensare a quel che disse Nanni Moretti a Gianfranco Fini, ovvero se valesse la pena fare carriera a costo di diventare il maggiordomo di un caudillo improponibile. Ma non si può avere tutto dalla vita. (Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2017, rubrica Identikit)

Il quotidiano eroismo dei lavoratori italiani

Schermata 2017-05-02 alle 14.30.16La cosa che più colpisce di Sole cuore amore, il nuovo film di Daniele Vicari, è la capacità del regista di tramutare la quotidianità in epica. Un’epica triste e dolente, che restituisce brutalmente tutto l’eroismo che sta dietro a una madre di quattro figli che, ogni giorno, si fa quattro ore per andare al lavoro. Due per andare, due per tornare. Il tram alle 5 di mattina da Torvaianica, tra periferia e condomini. E due ore per tornare. Ogni giorno così, e non puoi certo ammalarti perché altrimenti il lavoro lo daranno a un’altra. Nel mezzo, una vita da barista forzatamente (ma meravigliosamente) sorridente. Bus che si rompono e che ti costringono a spettrali camminate all’alba, in mezzo a tanti altri forzati del lavoro deportati di qua e di là per neanche mille euro al mese (e spesso in nero). E’ questa la storia di Eli, figlia di quattro figli e sposata con un uomo disoccupato. Il bar è in centro a Roma, anonimo come molti bar del centro di Roma e non solo di Roma. Una collega extracomunitaria che sogna di laurearsi. E un datore di lavoro efferato nel suo sadismo quasi “garbato”, come se quei pochi soldi a fine mese – in cambio di una vita prossima alla schiavitù – te li regalasse. Daniele Vicari è regista (si sarebbe detto una volta) impegnato e militante, forte di film come Diaz, documentari fieri su attori pasoliniani (Mario Cipriani), tanti premi e altrettanti nemici. Compresa quella parte di critica che, nelle anteprime, lo ha accusato di eccessiva cerebralità. Di una freddezza affettiva deliberata, tipica di chi ha così a cuore il messaggio (“Il capitalismo deviato uccide”) da sottovalutare colpevolmente forma e cuore. E’ un’accusa che lascia il tempo che trova. E’ vero che le storie parallele di Eli e della sua amica Vale, ballerina incompresa da madre e colleghe, si incrociano solo in parte, sfociando in un finale che suona forse tronco e un po’ didascalico. Come è vero che il titolo, che cerca il testacoda – come fece Blob nel 2001 col G8 – alludendo a una canzone stupidamente spensierata e dunque opposta ai colori cupi del film ,suonerà straniante e forse controproducente per parte del pubblico. Sono però le uniche pecche eventuali di un’opera fieramente civile, commossa e necessaria. Larga parte della efficacia del film dipende dalla prova strabiliante di Isabella Ragonese, sempre col suo cappotto rosso che riecheggia quello della bambina di Schindler’s List. La sua bravura è fmonumentale nel dare corpo a una via Crucis che è poi quella di tante donne, e tanti uomini, disposti (costretti) a tutto per consegnare alla morte una goccia di splendore (avrebbe cantato Fabrizio De André). Bravo anche Francesco Montanari, il marito, tenero nel suo perenne senso di sconfitta derivante da una disoccupazione a cui oppone un amore invincibile: per la moglie, per i figli, per la vita. I film riusciti dipendono anche dalla resa degli attori non protagonisti, e in questo senso risultano decisivi Francesco Acquaroli (il “padrone”) e Paola Tiziana Cruciani (la madre bigotta di Vale). Alcune sequenze sono destinate a rimanere: il razzismo “distratto”, e quasi “normale”, della moglie del padrone e delle clienti del bar. L’incomunicabilità tra Vale e la madre. Il karaoke di Sole cuore amore, eseguito da due ragazzini insopportabili e circondati da una fauna umana non meno inutilmente ilare. La “canna” liberatoria tra Eli e il marito, unico svago di un’esistenza che non può essere definita tale. E poi l’indifferenza – la nostra indifferenza – di fronte a chi ci muore davanti, giorno dopo giorno, con quel garbo di chi non vuole disturbare neanche – soprattutto – quando soffre. Sole cuore amore, palesemente ispirato alla storia drammatica di Isabella Viola (che Vicari non cita), è un bel film. La parola “bello”, qui, c’entra però poco: è piuttosto un’opera giusta e doverosa, dritta e dolente. A tratti insostenibile. Con un’attrice spaventosamente brava e bella come una martire che si sacrifica per salvare chi le sopravvivrà. (Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2017)

Torna in te, Benigni: vederti così fa troppo male

Schermata 2017-04-25 alle 14.52.51Ci sono personaggi che è divertente criticare. Per dire: Nardella. Lo guardi e ridi. Per altri viene naturale e quasi doveroso. Poi ce ne sono altri che, invece, vorresti continuare a stimare. Di più: a volergli bene. Solo che non ce la fai più. Forse sei cambiato troppo tu, forse è cambiato troppo lui. E non certo in meglio. Appartiene a questa ultima categoria, ed è forse il primo della lista, Roberto Benigni. Che gli è successo? Il caso Report, tra divieti di sosta, sorpassi contromano e patenti sospese neanche fosse un Balotelli tardivo, è solo l’ultimo esempio. Quando le inchieste riguardavano Berlusconi, Report era la trasmissione più bella del mondo. Quando hanno raccontato una vicenda che lo riguarda, e dalla quale gli auguriamo di uscire indenne e cioè (realmente) innocente, ha reagito come Berlusconi. Come Berlusconi e come il suo amicone Renzi. Quel Renzi di cui è diventato cantore indefesso. Era già stato non poco indigesto – e pure pallosetto – vederlo tramutato da piccolo diavolo a nuovo pretino, pronto a insufflare ogni cosa di retorica: l’amore, l’inno di Mameli, la Costituzione (ops), la Divina Commedia. Qualsiasi cosa. Magari pure le istruzioni della caldaia, come immaginò su queste pagine Stefano Disegni (facendo arrabbiare da morire il suo permalosissimo entourage). Era stato indigesto, ma se non altro potevi ammirarne ancora il talento da divulgatore. Non puoi essere Cioni Mario per sempre. Certo. Ma neanche per forza devi diventare il Bondi spennacchiato del renzismo. Il suo voltafaccia sulla Costituzione è stato pietoso. Prima era la più bella del mondo. Poi si poteva cambiare, ma solo perché ora il “riformatore” aveva la maglia del Pd e non di Forza Italia (il cui capo, comunque, se non erriamo gli distribuiva i film). Poi è tornata la più bella del mondo, ma per poco: alla fine si poteva cambiare, ma giusto perché la riforma andava a toccare esattamente quelle parti che anche lui aveva sempre reputato (senza averlo mai detto prima) modificabili. Il “sì” avrebbe salvato il mondo, mentre il no sarebbe stata una sciagura come la Brexit, l’invasione delle locuste o uno strip di Orfini. Com’è diventato volubile, l’ultimo Benigni. Così volubile che, dopo il trionfo del no, si dice sia stato uno dei primi a chiedere di farsi cancellare dai sostenitori illustri del sì. Così volubile da dare sempre più ragione a Mario Monicelli, che lo riteneva un furbacchione per avere fatto liberare Auschwitz non ai russi ma agli americani, meritandosi (anche) con ciò l’Oscar. Qualcuno, soprattutto in Toscana, dice che è sempre stato così: un tipo bravo ad adattarsi. Non vogliamo crederlo. Che ti è successo, Roberto? Dov’è lo splendido guastatore degli esordi, quello con Carlo Monni, quello che non sembrava aver paura di nulla? Che senso ha essere satirici, se poi si diventa turiboli del potere? La storia degli artisti/intellettuali “di sinistra” è sempre più piena di delusioni cocenti. Molti di questi bastava guardarli e sentirli bene, per intuire come fossero solo dei bluff più scaltri di altri. C’erano però poi casi di comici brillanti, bischeri e genialoidi. Bastava una loro battuta e ti sentivi meno solo. Poi, di colpo, niente. Solo Yoko Ono travestite da Nikolette Brasky, tigri innevate a caso, messe laiche e peana al Potere. Rapportato al primo Benigni, quello attuale sembra un Robert Plant passato da Whole Lotta Love a una cover del Volo con lo zufolo. Torna in te, “il fu Robertaccio”: vederti così fa troppo male. (Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2017, rubrica Identikit)