Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
marzo: 2015
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La Lega di Salvini? Ecco che cos’è

Schermata 2015-03-05 a 08.08.27“Chiedersi se la Lega di Salvini è “fascista” è legittimo, ma è anche inutile. Se dici “fascista” o “razzista” a uno come Buonanno, lo prende come un complimento. Salvini non è un fascista: è un furbacchione, che pur di vincere raccatta di tutto. Lepenismo, putinismo, mussosalvinismo, fascioleghismo. Secessione da una parte, iper-nazionalismo dall’altra: tutto e il suo contrario. Presterei piuttosto attenzione ad altri aspetti. 1) Basta con questa storia della manifestazione trionfale in Piazza del Popolo: c’erano 12mila persone, una miseria. Storace, non esattamente Berlinguer, in quella stessa piazza ne portò 20mila per manifestare contro Monti. 2) La Lega non è “il nuovo”. La Lega è una delle massime responsabili dello sfacelo degli ultimi 20 anni della politica italiana, perché accanto a Berlusconi c’era sempre. E Salvini è il meno nuovo di tutti: parla di “gente che lavora” e “fannulloni”, ma lui è il più fannullone di tutti. Non ha mai lavorato un giorno in vita sua, fa politica da 22 anni, politicamente è il più vecchio della Seconda Repubblica. “Nuovo” de che? 3) La Lega è certo in crescita nei sondaggi, ma si sta sfaldando: da una parte Salvini e dall’altra Tosi. Se non ricordo male, fino a due anni fa Tosi era “il candidato premier” della Lega per il centrodestra. Non proprio una figura marginale. 4) La Lega non ha una classe dirigente all’altezza: dietro Salvini, che è bravissimo e furbissimo, e ha pure combattuto battaglie giuste (per esempio contro la Legge Fornero), non c’è nulla. Infatti in tivù va solo lui, perché se ci vanno altri è un disastro. 5) La Lega non è “anticasta”, ma più casta di tutti. In soli sei mesi, nel 2013, Schermata 2015-03-05 a 08.12.13Maroni ha dilapidato 5 milioni e 900mila euro dei 6 milioni complessivi. Nelle casse della Lega non c’è più un euro. Hanno sperperato quasi tutto. Hanno speso 125mila euro per ripulire le notizie “cattive” da Internet, hanno dato 50mila euro alla scuola Bosina della moglie di Bossi. E poi c’è la storia del quotidiano La Padania, che la simpatica Lussana ben conosce: 60 milioni di euro di soldi pubblici, dico 60 milioni. E poi i tre bonifici da 150mila euro di Maroni, e poi più di 20mila abbonamenti obbligatori al quotidiano (per 773mila euro) imposti sempre da Maroni. Ciò nonostante la Padania ha chiuso, e giustamente: era un giornale orrendo. Così Salvini ha mandato a casa i 71 dipendenti, dopo che la Lega – sostengono gli ex dipendenti – aveva promesso loro un contratto di solidarietà. Questo sarebbe “il partito nuovo” Ma nuovo de che? E’ un accrocchio con dentro La Russa, Corsaro, Saltamartini, Alemanno: per carità. E senza Berlusconi non vanno da nessuna parte, di sicuro non al governo.
Ecco cos’è la Lega. Lo scenario è chiaro: con un Partito Democratico renziano che è ormai la Dc 2.0, per Salvini – se vuole sfondare – c’è spazio solo nell’estrema destra. Così lui ripropone le ricette xenofobe e fascistelle del MSI pre-Almirante, uccidendo qualsiasi possibilità di una destra italiana “normale”. Nella Lega di Salvini, i Borghezio e i Calderoli ci stanno benissimo. Buonanno, uno che in Piazza del Popolo stava accanto a Salvini e gli parlava all’orecchio, a Piazzapulita due sere fa ha detto testuale: “I rom sono la feccia della società”. Ci rendiamo conto? Sono parole inaccettabili: in un paese normale, per una frase così, si va in galera. La Lussana dice che Buonanno “ha avuto un botto di applausi per quella frase”. Ma che bel ragionamento: allora andate in tivù e dite che “i neri sono tutti da ammazzare”, così ne prenderete altri. Questa Lussana spera di prendere altri voti alimentando le pulsioni peggiori e le intolleranze più bieche: davvero un genio”.

(Otto e mezzo, 3 marzo 2015. Il video).

Intervista a Luca Vanni, il tennista che non si arrende

vanni2Luca Vanni non è abituato alla ribalta. A fine 2013 era quasi fuori dai primi mille, un anno fa 700 al mondo. Ora è a un passo dai primi 100. Altissimo, servizio notevole, rovescio bimane. Trent’anni a giugno, è un ragazzo timido. Simpatico, disponibilissimo. Genuino. E’ nato e vive a Foiano della Chiana. Il paese aretino è noto anche per il Carnevale, e proprio durante il Carnevale hanno voluto abbracciarlo: i concittadini ai piedi del Palazzo, lui in cima al terrazzo con il Sindaco: “Però non fatemi parlare al microfono, questa gente la conosco da sempre, mi vergogno”. La vita di Vanni è quella del tennista di seconda fila che, ostinatamente, si oppone a sfiducia e infortuni. Vive viaggiando tra future e challenger, centrifugato tra ritmi forsennati e prize money che un Djokovic neanche prenderebbe in considerazione. Poi, tre settimane fa, l’exploit in un torneo ATP: partendo dalle qualificazioni raggiunge la finale a Sao Paolo, terra rossa brasiliana, e serve per il match contro il 30 al mondo (Cuevas). Fino a quel momento non aveva mai vinto un incontro in un torneo Atp. Se avesse trionfato sarebbe diventato 80 al mondo, con la finale ha toccato il best ranking di 108. L’impresa gli è valsa la convocazione come quinto di Davis contro il Kazakistan, riserva senza diritto di giocare, al seguito della prima squadra con Fognini, Seppi, Bolelli e Lorenzi. “Alla Davis non dici mai di no. Una parte di me pensa che, in questo modo, non potrò andare a fare le quali a Indian Wells e perderò punti. Per entrare al Roland Garros è fondamentale essere a ridosso dei cento, ma questa convocazione è un grande onore”.
vanni3A Sao Paolo sei stato a un passo dall’impresa autentica: è maggiore la gioia per la finale raggiunta o il rimpianto per non avere vinto il titolo?
Inutile nasconderlo, un po’ ci penso a quel servizio non tenuto sul 5-4 del terzo set. Non dirmi però che ho avuto il “braccino”, anzi proprio per non averlo ho spinto ogni colpo. Ho sbagliato uno smash, non proprio il mio colpo migliore, ma non ho rimpianti. E Sao Paolo non è l’unica cosa che ho fatto in carriera. Certo, cambia il peso degli incontri. Cambiano gli hotel, gli spettatori. In campo, però, è sempre e solo tennis.
In semifinale avevi contro l’idolo locale, Joao Sousa. Ti hanno gridato di tutto. Sembrava di essere tornati a Maceiò, quando la torcida provocò i crampi psicologici a Pescosolido.
C’erano 6mila spettatori, 50 per me e 5950 per lui. Stadio immenso, tetto altissimo. Più mi insultavano, più mi caricavano. A fine match, al microfono, ho lanciato baci e ringraziato il pubblico “per l’affetto”: ero appena ironico.
Tra una vittoria e l’altra, registravi video sotto la doccia. Sembravi vagamente ubriaco.
Macché ubriaco. Il problema è che l’inglese non lo conosco benissimo. Così parlavo in maniera incerta. E poi ero felice. Tutta quella ribalta mi era nuova, come le conferenze stampa. Dopo la prima vittoria, ho visto la scrivania con il mio nome sopra e un plotone di giornalisti. Ero terrorizzato: che gli dico? Che gli racconto? Mi faranno il terzo grado.
vanniInvece?
Invece, quando rompi il ghiaccio, poi ti diverti. I giornalisti pendono dalle tue labbra, sembra quasi che tu gli stia rivelando notizie fondamentali. E’ buffo. L’unico problema era che a volte non mi venivano le parole. Ci ho messo mezzora a ricordarmi che “orgoglioso” si dice “proud”.
E’ vero che, in Brasile, hai comprato una racchetta al primo negozio che hai trovato perché quella precedente l’avevi spaccata durante le quali?
Più o meno. A fine 2014 provo una Wilson nera, per professionisti. Mi piace e me la faccio spedire. Però me ne mandano un’altra arancione. Dicono che è identica, colore a parte, ma per me non lo è. Poi parto per il Sudamerica con quella racchetta.
Solo quella?
Solo quella. Vinco il primo turno di quali a fatica, non mi trovo bene e ne compro un’altra in un negozio: una racchetta normale, che può acquistare chiunque.
Non potevi contattare direttamente la Wilson?
L’ho fatto, conosco uno dei rappresentanti. L’ho cercato su Skype di continuo, ma non mi ha mai risposto. Poi, guarda caso, dopo aver vinto la semifinale mi ha richiamato: “Ehi, Lucone, cercavi qualcosa?”.
IMG_1097Al primo turno di quali hai faticato con il numero 871 del mondo, sette giorni dopo per poco non batti il 30. Com’è possibile?
Il tennis non è una scienza esatta, soprattutto nei campi minori, quelli che nessuna tivù mai trasmetterà. Può davvero succedere di tutto. Il campo in cui ho giocato il primo turno di quali era assurdo. Sotto un tendone, attaccato a un altro campo dove la gente si allenava. A due passi c’era il Carnevale, un casino che non hai idea, e il campo non era neanche regolamentare: erano proprio sbagliate le misure.
A Sao Paolo neanche dovevi esserci.
La settimana prima c’era Quito: Ecuador, altura. Ero a Foligno, dove mi alleno, e non sapevo se partire: fuori di due dal tabellone. Poi si è liberato qualche posto e ho preso il volo. Già che c’ero ho fatto Sao Paolo.
Come calcoli le trasferte? Intendo i costi.
Quando in banca hai 20mila euro, non è che puoi buttare via i soldi. Come trasferta spendevo 2mila euro, in Ecuador ne prendevo 3200 anche se uscivo subito (come è successo). Potevo starci. Una volta che sei lì, ammortizzi. Dividi la camera con qualcuno, ti organizzi con altri per le trasferte. E comunque nei tornei ATP ti trattano da Re.
vannivanniTipo?
Hotel 5 stelle, navetta, rimborso pasti per due. Non ci sono abituato. Nei future fai tutto da solo e nei challenger ti rimborsano poco. Sono abituato a risparmiare su tutto, anche se una chianina e un rosso con la fidanzata, qualche volta, me le concedo.
Viaggi da solo.
Ho un grande allenatore, Fabio Gorietti, ma preferisco fare quello che mi pare. Se dico di trovarci alle 20 per cena e lui arriva alle 20.10, mi innervosisco. Non c’è niente da fare, il tennista è un nomade singolo.
Sei arrivato alla soglia dei primi 100 a quasi trent’anni.
Mi sono diplomato a Ragioneria a Foiano, poi dai 19 anni ci ho provato. Mi allenavo a Perugia, mi manteneva mio padre. Mi pesava. Nel 2006 mi iscrivo a un future e vinco una partita: un punto Atp. Poi ne vinco un’altra: due punti Atp. E mi ritrovo 650 del mondo.
Cambia molto?
Qualcosa. Prima mi guadagnavo da vivere facendo l’istruttore di tennis al Circolo Giotto di Arezzo: quindici euro l’ora. Poi partecipavo alla serie A, ai tornei a squadre: Italia, Francia, Germania. Per darti un’idea, se non hai classifica prendi tipo 400 euro a partita. Se sei 650 al mondo, te ne danno – che so – 1000. Non ti cambia la vita, ma sopravvivi.
Hai avuto molti infortuni.
A 20 anni mi sono saltate le ginocchia due volte. Nel 2013, dopo tanta gavetta e troppo dolore, mi sono operato al tendine rotuleo. Da mesi andavo avanti col cortisone. Dopo due sconfitte al primo turno in Australia, a Burnie e West Lakes, ero a pezzi. Quasi non camminavo più. Prima del torneo successivo – dovevo affrontare Duckworth – mi sono cancellato al mattino, ho preso il volo per casa e mi hanno operato. Febbraio 2013.
Sei quasi uscito dai primi mille.
Nel 2014, per risalire la classifica, non so neanche quante partite ho giocato. D’estate è stato un delirio: c’erano i future a Santa Margherita di Pula in Sardegna. Li vincevo e la domenica volavo a Catania, a Roma, in Croazia. Facevo il campionato a squadre e al lunedì tornavo in Sardegna. Spesso neanche dormivo.
IMG_1154Mai pensato di smettere?
Qualche volta. Non sai quanti pianti dentro la vasca: “Perché capitano tutte a me?”, mi chiedevo. Andavo a lavorare nel mobilificio di mio padre, ma dopo un po’ mi cacciava: “Qui non ti voglio”. Lui mi ha sempre spronato, altri no. A 19 anni avevo scritto una lettera ai miei genitori promettendo che ce l’avrei fatta: forse sono stato di parola.
Il momento più duro?
Dopo l’ultima operazione. Quattro mesi di stop. Ho passato un giorno agli Internazionali di Roma. Vedevo gli altri giocare ed era come avere una coltellata al cuore. Sognavo di essere nel tabellone principale l’anno successivo, oppure quello dopo. Cioè questo. Magari ce la faccio.
Chi ti conosce dice che, senza infortuni, saresti un top 40.
Prova a rovesciare il concetto: siamo sicuri che, senza infortuni, sarei vicino ai 100? Certo, ho avuto sfortuna. Anche dopo l’operazione: sei mesi fa, in volo per la Francia, per poco un’otite mi manda al Creatore. Un’altra volta avevo così male al polso che ho usato solo il rovescio in back: ci ho pure vinto il doppio, con quel back del cavolo.
Però?
Però gli infortuni mi hanno spinto a non mollare. Forse senza infortuni mi sarei adagiato sui 300-400 al mondo. In fondo ottieni ciò che meriti, la vita ha una sua giustizia. Anche se non capita sempre. Penso soprattutto a Federico.
Luzzi. Una leucemia fulminante se lo è portato via a neanche 29 anni. Aretino come te.
Ci allenavamo insieme, giocavamo i pokerini. Mi diceva che dovevo pormi come obiettivo quello di giocare le quali negli Slam. Anche Bracciali è aretino. E Starace si è allenato per anni al Blue Team di Arezzo. Potito è un po’ il mio punto di riferimento.
Lo scandalo scommesse lo ha travolto.
Lo so e non posso dire se sia colpevole o meno. Alludevo alla sua voglia, alla sua umiltà. Ricordo quando mi portò con sé in Spagna e mi regalò un biglietto prima di giocare con Nadal. Un gesto che non dimenticherò mai.
Sono gli unici big che conosci?
Fognini mi ha mandato un sms dopo la vittoria con Joao Souza, Seppi e Bolelli li conoscerò in Davis. Paolino (Lorenzi) è un amico da sempre, i suoi genitori stanno a Cortona. Anche lui è esploso tardi, però ha sempre gravitato nei 200. La mia è una storia molto più altalenante.
Che obiettivo ti prefiggi?
Cosa posso dirti? Tutto è possibile. Non fraintendermi, non sto dicendo che entrerò nei primi venti. Ma vivo alla giornata. E’ la cosa che mi viene meglio. (Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015. Extended Version)

“La prego, ‘onorevole’ Santanché: squittisca dopo la pubblicità”

Schermata 2015-02-25 a 10.21.58“Devo dire che, vista da qui, la situazione è quantomeno divertente. Da una parte c’è un intellettuale che ha scritto libri straordinari, come “Il razzismo spiegato a mia figlia”, e dall’altra una politica – mi si perdoni l’eufemismo – che non sa nulla di Islam. L’onorevole Santanchè, e chiedo scusa per la parola “onorevole” (ma anche per la parola “Santanché”), è una che ha definito Maometto “poligamo e pedofilo”. E’ una che, anni fa, per attaccare Pisapia confuse una bandiera della pace di Vauro con la bandiera fondamentalista di Hamas. Non sa niente di niente, e ci tocca pure sentirla difendere la satira: proprio lei che, con il peggiore centrodestra d’Europa, per vent’anni ha cercato di silenziare la satira come dimostra per esempio il caso Luttazzi. La Santanché sa che, se si va al voto domani, il centrodestra lo votano in cinque, e allora cavalca la questione immigrazione come e peggio di Salvini. Si fa politica su un tema delicatissimo, un tema etico: vogliamo restare umani, come diceva Vittorio Arrigoni, peraltro ucciso da jihadisti salafiti, o vogliamo ridurre tutto alle semplificazioni banali e ridicole della Santanché? Lei dice “gli immigrati non li voglio a casa mia”. Ecco: io non voglio la Santanché a casa mia. Espongo i fatti, non sto insultando nessuno, anzi potrei dire cose molto peggiori alla Santanché. A Tahar Ben Jelloun vorrei dire che gli italiani, per fortuna, non sono tutti come quella lì: spesso questo paese è molto meglio dei politici che teoricamente dovrebbero rappresentarlo. Peraltro vedo che la Santanché mi risponde criticando orecchini: che critica ficcante, che critica contenutisticamente rilevante: la prossima quale sarà, mi dirà che ho troppi anelli? Wow, che ragionamenti politici. E non mi interrompa, onorevole Santanché, anzi onorevole Darth Vader: la prego, squittisca dopo la pubblicità” (Otto e mezzo, 24 febbraio 2015. Il video).

Fognini, Seppi, Bolelli: è vera gloria

seppiNon ho mai guardato granché alla nazionalità negli sport. Men che meno in quelli individuali. Sfido chiunque, del resto, ad avere amato più Patrese di Piquet o Gianni Ocleppo di John McEnroe. I miei idoli, nel tennis, sono stati Edberg, McEnroe, Cash, Leconte, Noah, Korda, Rafter, Ivanisevic, Kuerten. Gli unici italiani che ho amato davvero sono stati Canè e Camporese. Anche adesso, tra i miei pupilli autentici, ci sono Kyrgios, Tsonga, (quel che resta di) Gasquet, (quel pazzo di) Janowicz, (quell’umorale di) Dolgopolov, Gilles Muller, Stakhovskiy. Gente così, quasi sempre figlia di dèi minori e quasi mai italiana.
L’Italtennis maschile aspetta da più di 30 anni un top ten. Non nasce dai tempi di Adriano Panatta e Barazzutti. In questi anni abbiamo avuto, al massimo, qualche top 30 (Volandri, Starace), qualche top 20 (Camporese, Gaudenzi, Furlan, Seppi) e un top 15 (Fognini). E’ però innegabile che, negli ultimi anni, qualcosa sia cambiato e migliorato. Basta anche solo mettere in fila i risultati di questo inizio 2015: Seppi che batte Federer a Melbourne, Bolelli che batte Raonic a Marsiglia, Fognini che batte Nadal a Rio. E poi ancora Bolelli e Fognini che vincono in doppio gli Australian Open.
Per chi non li ha mai visti, breve descrizione dei tre. Andreas Seppi (best ranking 18) è uno dei giocatori più ripetitivi e noiosi degli ultimi 147 anni, ed è usato anche in medicina per aiutare gli insonni, ma ha davvero tratto il massimo da mezzi non certo illimitati. Bravissima persona, è il classico esempio di abnegazione (cit). Negli ultimi tempi è diventato anche un po’ meno addormentante: con Federer, per esempio, è stato sublime. Simone Bolelli (best ranking 36), per talento ed eleganza, sarebbe il bolellimigliore dei tre. Un giocatore d’altri tempi. Sulle superfici veloci, se sta bene e crede in se stesso, merita tutta la vita i primi 30. Purtroppo tende a smarrirsi, non brilla in grinta e “scioglie” puntualmente nei momenti chiave. Resta Fognini, che definii in tempi sospetti “il Balotelli del tennis”. Simpatico fuori dal campo, lo è molto meno in campo. Questo gli ha inimicato i feticisti del politicamente corretto e gli appassionati del presepe tennistico. Fognini è stato 13 al mondo: la migliore classifica di un italiano dai tempi di Panatta. In campo è in grado di distruggere tutto quel che crea, e lo fa spesso con una maleducazione assoluta, ma il punto è: chi se ne frega? Capisco la rabbia per Balotelli, uno che gioca in uno sport collettivo e dunque – se rema contro – non danneggia solo se stesso ma tutta la squadra. Non è il caso di Fognini: il quale, Davis a parte, quando sbaglia fa male solo a se stesso. Fognini non è un esempio, un modello, un maestro di virtù: è un tennista. Un tennista tipicamente italiano, pazzo e umorale, alla Cané. Chi lo odia dice che è un sopravvalutato, che pensa più alle donne che agli allenamenti (digli scemo) e che ha costruito la sua classifica solo in tornei minori; ora che ha vinto con fogniniNadal (sulla terra battuta), replicheranno senz’altro che il maiorchino si è infortunato sul 5-5 del terzo set e che ormai anche Nadal non è più quello di una volta. Tutte cose vere, ma solo in parte: Nadal non lo batti mai per caso, non certo sulla terra battuta, e Fognini – sulla terra – vale i primi 10. Purtroppo li vale solo quando gli gira: un anno fa, da maggio in poi, ha buttato via tabelloni “facili” e forse irripetibili che gli avrebbero permesso di entrare nei top ten. Restano, però, il suo talento e la sua follia che, se ben convogliata, equivale a genio e bellezza. Quanto al suo essere “maleducato”, lo erano anche McEnroe e Connors: chi se ne frega. Chi confonde il tennis col presepe, può sempre guardarsi la registrazione di Bruguera-Berasategui. Nel tennis il “maleducato” serve eccome, altrimenti sai che palle se tutti fossero come Seppi o Bautista Agut. Il punto, casomai, è potersi “permettere” quella maleducazione. Ed è qui, nei risultati, che Fognini deve lavorare: per capirsi, vincere stasera in finale con Ferrer avrebbe un peso ancora maggiore rispetto all’impresa (vera) con Nadal, perché significherebbe non essersi fermato all’exploit – come spesso capita all’Italtennis – ma avere ormai una dimensione continuativa da giocatore di vertice.
Tre tennisti così, comunque, l’Italia non li vedeva – intendo contemporaneamente – da decenni.

(A proposito di tennis. Oggi, ore 17, sarò con Luca Vanni al Carnevale di Foiano. Alle ore 17 la sua cittadina in Valdichiana gli regalerà un abbraccio per l’exploit di due settimane fa a Sao Paolo e il best ranking di 108 al mondo. Sul palco, anzi sulla terrazza, lo introdurrò io. Vi aspettiamo).

L’incalzante Bignardi, l’imperdibile Madia e i grillini “un po’ strani”

madia 1Daria Bignardi aveva promesso una serata imperdibile. Ha detto proprio così, due sere fa, prima che Le invasioni barbariche cominciasse: una puntata imperdibile, perché “ci sarà un’intervista a una persona che concede pochissimi faccia a faccia”. Wow. E chi sarà mai? Il Dalai Lama? Jeeg Robot d’acciaio? No, Marianna Madia. E in effetti, un po’ in tutta Italia, si avvertiva il bisogno di un faccia a faccia con il ministro Madia. Era davvero il sogno di tutti. Peccato solo che, a guardare gli ascolti (3.05%), l’evento fosse imperdibile per pochi. Ormai Le invasioni barbariche è visto solo da chi vive su Twitter: finisce sempre nei trending topics, poi però lo share mette tenerezza. Va però detto che l’intervista al ministro Madia era effettivamente rutilante. L’evento è stato inframezzato da una prova attoriale di Beppe Severgnini, durante la quale i microfoni – gufi e disfattisti – hanno smesso di funzionare. La Madia, durante la conversazione, ha continuato a fingersi ingenua e svampita per suscitare simpatia. Certo, a volte negli anni ha esagerato, per esempio quando scambiò un Ministero per un altro, ma la tecnica è redditizia: la sua scalata al potere si conferma inarrestabile. Aiuta, forse, anche quel suo stile vagamente vittoriano e antico, da comparsa de L’età dell’innocenza scartata al madia 2casting da Martin Scorsese. Ascoltiamola: “Non so quando, ma arriveremo al matrimonio tra persone dello stesso sesso” (intanto, per non ferire Alfano, i temi etici sono stati accantonati. Altrimenti il governo cade). “Sono cattolica praticante, amo la vita di Gesù” (buono a sapersi). A proposito del servizio di Signorini su lei che “ci sa fare col gelato”, perché stava leccando un cono: “Spesso sono gli uomini lo fanno, più che subirlo. E il direttore è un uomo“ (qualsiasi altra persona, per una battuta così, sarebbe stata mandata al confino per omofobia). E ancora: “Di Battista? Caro amico no, ma abbiamo fatto i catechisti insieme a 20 anni in una parrocchia a Roma”. L’amicizia, però, è finita all’improvviso: “Poi lui se n’è andato nelle Ande” (e qui, in tutta onestà, non si riesce a criticare il deputato 5 Stelle per aver preferito le Ande alla Madia). La Bignardi ha incalzato – ci sia concesso l’eufemismo – il Ministro sullo stringente tema Di Battista: “L’ho perso di vista, poi un giorno l’ho ritrovato eletto in Parlamento con i Cinque Stelle. Loro sono strani, non so se lo hai visto. E’ come se, per esempio, Di Battista reciti una parte”. Attenzione, però. I 5 Stelle sono “strani”, però in fondo sono normali anche loro: “Secondo me singolarmente sono più normali di come appaiono”. Capito? Se li incontri, e magari prima di incontrarli segui anche una profilassi malarica, i 5 Stelle sono “più normali di come appaiono”. Hanno due gambe, due braccia, due mani. Come la Madia. Davvero rivelazioni “imperdibili”. Come molte altre: “I miei funzionari ridono, ridono sempre (come non capirli); “La pubblica amministrazione è la vita quotidiana di tutti i cittadini, migliorarla è un dovere” (parole forti); “Sono stata in discoteca solo una volta e ho avuto pure uno shock acustico” (questo, un po’, si intuiva). Infine: “La storia passava in quel momento e io ho scelto profondamente di farlo”. E qui, in lontananza, qualcuno ha come sentito le sirene dell’ambulanza avvicinarsi. (Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2015)

La pericolosissima fuffa di Renzi

Schermata 02-2457073 alle 11.31.46Ieri, visitando la General Motors a Torino, Renzi ha detto tra le altre cose: “L’Italia è da sempre la terra in cui il domani arriva prima. L’industria della lagna non è vincente”. Rileggete bene: “la terra in cui il domani arriva prima; “l’industria della lagna“. Ma cosa dice? Come parla? Che roba è? Gliel’hanno tolto il ciuccio dal cervello? Se un mio compagno all’asilo avesse proferito banalità simili, gli avrei prontamente consigliato di comprare il 45 giri di Cicale di Heather Parisi per darsi un tono intellettuale. Questo qua non solo non è un bimbo che fa l’asilo, anche se dallo sguardo e dalla faccia sembrerebbe, ma è pure Presidente del Consiglio. La sua pochezza contenutistica è sconfortante. Ambirebbe ad avere una narrazione kennedyana, ma ricorda al massimo i testi di Kekko dei Modà. Nel frattempo, tra un tweet e l’altro, lui e i suoi bastonano tutto quel giornalismo che non è disposto a celebrare questa ghenga composta – quasi sempre – da arroganti presuntuosi e impreparati: per esempio Il Fatto, per esempio Riccardo Iacona, per esempio Milena Gabanelli, per esempio Piazzapulita. Proprio come il suo amico Silvio. Non è Renzi a essere pericoloso in sé, anzi larga parte di quel che fa induce al ridicolo. Al ridicolo e al patetico. Renzi non può fare paura, altrimenti toccherebbe aver timore di Jerry Calà o dei Gormiti. A essere pericoloso è questo mix tra la pochezza sconfinata e il ruolo che riveste: come dare una Lamborghini in mano a un poppante. Poveri noi.

La piccola grande storia di Luca Vanni

vanniDue settimane fa, lunedì 26 gennaio, Luca Vanni si stava allenando a Foligno con l’amico e collega Fabbiano. Disperato, non sapeva se prenotare o meno il volo per il Sudamerica. La sua classifica non gli permetteva di entrare nel tabellone principale di Quito. Alla fine si è liberato un posto e lui è partito. E’ uscito al primo turno. Era soltanto la sua seconda partita nel circuito maggiore: tutte in questo inizio di 2015, tutte perse, tutta alla soglia dei 30 anni (li compirà a giugno). Già che c’era ha provato anche col torneo successivo di Sao Paolo. Ancora su terra battuta: più che la sua superficie preferita, l’unica che le sue ginocchia martoriate paiono sopportare. Tra i 19 e i 20 anni si è spaccato due volte menischi e legamenti. Nel 2013, quando pareva girare per il verso giusto, ancora i legamenti. Si è operato, restando fermo quasi un anno. A fine 2013 era 950 al mondo, un anno fa 700. A Sao Paulo deve passare dalle qualificazioni. Si è portato soltanto due racchette in valigia, quando i professionisti ne hanno almeno cinque. Una la spacca durante le qualificazioni, così va a comprarne un’altra nel primo negozietto che trova: abituato a girare il mondo per scampoli di gioia e gloria, alternando i tornei all’attività di maestro di tennis, per lui è solo un gesto quotidiano come tanti. Supera tutti e tre i turni, sempre in tre set, regolando anche il numero 98 del mondo (Gimeno Traver) con un doppio 6-4. Qui ha il primo colpo di fortuna vero della sua carriera: Feliciano Lopez, testa di serie numero 1 del torneo, si cancella. Il sorteggio dice che sarà proprio vanni2Vanni, lungagnone aretino (Foiano della Chiana) di 1 metro e 98 detto “Lucone”, a prendere il posto di Lopez. Supera il primo turno con un “bye”, lo scivolo concesso ai big in alcuni tornei. Agli ottavi trova l’olandese De Bakker. Lo batte in tre set ed è la sua prima vittoria ATP. E’ così contento che posta su Instagram un video sotto la doccia: è pazzo di gioia, sembra ubriaco, farfuglia qualcosa in inglese e racconta che ha ricevuto addirittura 42 messaggi su Whatsapp. Nei quarti ritrova il serbo Lajovic, 77 al mondo. Lo stesso che, una settimana prima, lo ha eliminato a Quito. Vince e si ritrova in una semifinale ATP. Non ci crede neanche lui, anche se chi lo segue da sempre garantisce che – senza infortuni – meriterebbe i 40. In semifinale, oltre a vincere, vendica la disfatta di Maceiò, quando la torcida brasiliana travolse l’Italia di Coppa Davis fino ai “crampi psicologici” di Pescosolido. Dall’altra parte c’è il brasiliano Joao Sousa. E’ una fortuna trovarsi contro il 110 al mondo in una semifinale ATP, ma è una sfortuna trovarsi contro l’eroe locale. Il pubblico, scorretto come pochi, gli grida di tutto. Vanni domina fino al 5-4 secondo set, serve per il match e gli viene il braccino. Si ritrova al terzo e a quel punto nessuno, di nuovo, avrebbe puntato su di lui.
vanni4Invece ce la fa ed è finale. Prende il microfono e, con ironia rara, ringrazia il pubblico “per l’affetto”. E’ tutto più assurdo che favolistico, o forse viceversa: forse è solo la cosa giusta. Forse è solo la settimana in cui Vanni si vede restituire tutto quello che fin lì gli hanno tolto. In finale sembra chiuso: dall’altra parte c’è Cuevas, uruguaiano 32 al mondo. Vanni perde il primo set, poi si accende e cambia volto alla partita. Vince la seconda frazione e, nel terzo, serve per il match. Sempre sul 5-4. Stavolta il braccino è fatale: cede 6-7 al terzo, dopo avere avuto pure un minibreak di vantaggio nel tie. Oggi è 108 al mondo, se avesse vinto sarebbe entrato negli 80. Costretto a scegliere tra il rimpianto dell’occasione perduta e l’estasi di una settimana da Dio, ha gridato al microfono: “Vi amo tutti”. Vanni non è un campione, ma neanche l’ultimo arrivato. Merita la posizione attuale. Il servizio è notevole, il rovescio bimane rispettabile. Simpatico, genuino, spontaneo. E’ un Del Potro molto meno dotato, con il grande problema di mobilità e infortuni. E’ il quinto italiano nel ranking, dopo Seppi, Fognini, Bolelli (che affronterà domani a Marsiglia) e Lorenzi (a cui somiglia per abnegazione ed esplosione tardiva). Forse sette giorni così non li rivivrà più, ma di sicuro nessuno potrà mai toglierglieli. (Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2015. Extended Version)

Sanremo 2015: le pagelle

no1Mettiamo che siate tra i pochissimi a non avere visto Sanremo. Forse perché non vi piace e forse perché avevate di meglio da fare (di peggio è difficile). Stasera, però, vi toccherà probabilmente una cena in cui prima o poi l’argomento salterà fuori. A quel punto dovrete essere pronti. Serve un bignami. Tipo questo.
Il Gran Maestro Normalizzatore. Il grande vincitore è stato Carlo Conti (voto 8). Sin dai tempi di Aria fresca, in mezzo ai Panariello e Ceccherini, era l’unico che l’urticanza non la inseguiva mai. Un po’ Baudo e un po’ Bongiorno, Conti è il presentatore perfetto per sancire il ritorno della Dc. Il cavalcatore garbato dell’anacronismo. C’è Mattarella al Quirinale, c’è la Carrà in tivù, c’è Renzi al Governo. Ci sono Al Bano e Romina all’Ariston, magari tornerà pure il Ministero del Mezzogiorno. Più che il 2015, pare il 1965. Conti è il Gran Maestro Normalizzatore, il cerimoniere della tradizione che parla alle famiglie. Tivù evanescente e inconsistente, dunque restauratrice e rassicurante. Ha trasformato Sanremo in un Tale e Quale Show, ha goduto di una inesistente controprogrammazione (a parte La7), ha sfruttato il patto Raiset. Mai sorprendente, Conti sarebbe stato perfetto per la tivù di cinquant’anni fa. Cioè questa.
Femminilità, questa sconosciuta. Così come gli adepti del sadomaso hanno rivalutato la castità dopo aver visto 50 sfumature di grigio, così milioni di feticisti si sono iscritti al “Fan Club Infradito” dopo aver visto Emma Marrone (3) sui tacchi. Più la vestivano con classe, più sembrava uscita dalla Sagra della Caciotta. Non si vivevano simili parossismi di classe dai tempi di Floriana del Grande Fratello. (Arisa 5. Meglio, molto meglio quando canta).
no2Canzoni. Teoricamente la cosa più importante, ma essendo Sanremo in realtà non fregavano nulla a nessuno: per fortuna, perché il livello era raggelante. Tra i pochi a salvarsi Nek (7), che continua ad avere un’apertura mentale degna di Mario Adinolfi ma che ha stupito in positivo (anche nella cover). E poi Irene Grandi (6.5). Il Premio della Critica (?) Malika (5) fa lo stesso pezzo da cinque anni, Nina Zilli (4.5) gioca sempre alla Amy Winehouse analcolica. Moreno (1-) ha la piacevolezza di Brunetta e il talento di Blissett.  Biggio e Mandelli (5-) hanno giocato ai Cochi e Renato 2.0 e sono stati bravissimi a farli rimpiangere. Inquietante Il volo (0), trio di droidi giovanili programmati per ricordare Claudio Villa: i vincitori ideali in un tripudio simile di anacronismo.  Bianca Atzei (4) vince il premio “Chi cazz’è?”. Masini (6) ha paraculeggiato nel testo, ma ha scritto e cantato di peggio. Il brano (1) di Chiara (6) ricordava “Forse sì forse no” di Pupo, a conferma che questo Sanremo era moderno come un editoriale di Scalfari. Altri voti alla rinfusa. Fragola 4.5, Grignani 5+. Menzione di merito per Lara Fabian: il brano era bruttino (5), ma il ritornello era sublime: “Sto male”. Anche noi.
Schermata 2015-02-16 a 16.00.29Ospiti. Charlize Theron (9) ha una bellezza che acceca, ma “l’intervista” di Conti aveva il cipiglio dei bradipi morti. Dopo avere riascoltato gli Spandau Ballet, tutti sono diventati fans dei Duran Duran. Massimo Ferrero (6) è sempre fuorigiri, ma se non altro ha un po’ scalfito la monoespressività del conduttore. Antonio Conte (3.5) ha citato “Uomini soli” e cantato “Si può fare di più”, dimostrando di essere più simpatico che intonato. Non male anche Gianna Nannini (7 alla carriera, 4 all’esibizione di sabato): con le stecche regalate all’Ariston ci si potrebbe recintare tutto il Wyoming.
Giovani. Finora Caccamo (3+) era un personaggio di Teocoli (8) a Mai dire gol (9). Da questa settimana è la prova ulteriore che, se il futuro della canzone italiana fossero davvero i “giovani” a Sanremo, tanto varrebbe invadersi da soli. Per fortuna, nella cosiddetta scena alternativa, esiste altro. Tutta gente che, ovviamente, Conti ha reputato troppo poco irreggimentata per poter suonare all’Ariston.
Ho perso le parole. L’autore più gettonato di questa edizione è stato Kekko (2) dei Modà (1), che è un po’ come se il centrodestra si affidasse a Giovanardi per uscire dalla crisi. Siamo tornati ai bei tempi del “cuore/amore/cielo/stelle”, con il “vento” come picco di creatività. Decenni di cantautorato, spesso ostinato e contrario, buttati nel cesso. Se Luigi Tenco ha visto da qualche parte Sanremo, non ha certo trovato motivo di cambiare opinione rispetto al ’67.
L’apologo degli Anania. Allegra famigliola con l’unico merito (?) di avere avuto 16 figli. Famiglia Cristiana l’ha difesa dagli attacchi del web. Il padre, nei suoi interventi imprescindibili, ha regalato pensieri così teo-con che in confronto Magdi Allam è Giordano Bruno. Uno dei momenti televisivi più imbarazzanti degli ultimi decenni, e sì che la concorrenza era davvero agguerrita.
Non ci resta che piangere. Siani (0.5) deve ringraziare il martirio indicibile di Pintus (0) e le polemiche inutili per la battuta(ccia) sul bambino sovrappeso: hanno fatto quasi passare in secondo piano la pochezza siderale del suo monologo. Il grado zero della comicità. Ed essendo il grado zero, Cirilli (1+) ci stava benissimo.
Qualcosa da salvare. Tutto da battere, dunque? No. I vincitori qualitativi sono stati Rocco Tanica (8), Luca e Paolo (7-) e Virginia Raffaele (7.5). Quest’ultima, imitando la Vanoni, ha chiesto: “E’ Sanremo o Cocoon?”. Gioco, partita e incontro.
Rincoglioniamoci. E’ stato il Sanremo della retorica dell’italianità più rassicurante e qualunquista, con tanto di spazio per il “diverso” (Conchita Wurst). Una grande, enorme, immensa melassa. Grazie a Conti, tanti italiani si sono riscoperti maggioranza silenziosa. Coccolati da mamma Rai, si sono potuti addormentare tranquilli sul divano. Magari in posizione fetale. Concedendo al cervello il meritato riposo. (Il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2015).

Tutto cambia perché nulla cambi

mattarellaUn minuto di solidarietà per quei fagiani lessi che, lo scorso weekend, cinguettavano giulivi: “Renzi ha dato un colpo mortale a Berlusconi, il Cavaliere è sotto un treno”. Come no. L’elezione di Mattarella, come ripetevo già giovedì a Otto e mezzo, è stata un gioco delle parti. Il Capo dello Stato non si è ancora insediato che già: a) la Boschi garantisce che la norma salva-Silvio rimarrà, perché “non riguarda solo Berlusconi ma milioni di italiani”; b) A Berlusconi è stato fatto uno sconto di 45 giorni contro il parere della Procura: sarà libero l’8 marzo; c) Mattarella lo ha invitato alla cerimonia di insediamento, nonostante la condanna definitiva per frode fiscale (invitato anche Grillo, pure lui pregiudicato anche se per un reato colposo). Siam sempre lì: tutto cambia perché nulla cambi. Scegliendo una persona perbene, Renzi ha rafforzato scaltramente il suo ruolo di gattopardo senza scrupoli. D’altra parte, se “l’opposizione interna” è rappresentata da Civati, la cui grinta indomita è nota, e se la guittezza destrorsa è incarnata da Alfano, il ducetto può governare sereno. Per quanto poi riguarda Berlusconi: nel romanzo Quirinale ha recitato la parte del bischero, sì, ma mica lo ha fatto gratis.

(Che palle avere ragione. Che palle).

Quirinarie M5S: cosa fare?

prodiSpesso i 5 Stelle sono stati criticati – anche da me, e lo rifarei – per non essere saliti su due/tre treni importanti. O comunque per avere dato al Pd l’alibi di andare da Berlusconi. Le mosse di questi giorni sono state più intelligenti e nulla, da parte loro, pare intentato. Dire che “si sono chiamati fuori” solo perché non sono andati fisicamente al Nazareno è operazione di consueta delinquenza intellettuale: hanno chiesto i nomi a Renzi, hanno scritto al Pd, hanno inserito i nomi di Prodi e Bersani: cosa voleva di più Renzi, una fettina di culo (cit)? La verità, peraltro arcinota, è che Renzi – che si è guardato bene dal considerarli – ha già da mesi il nome in tasca e lo ha condiviso con il suo maestro Silvio. Renzi finge di cercare i M5S per fare ingelosire Berlusconi e per dare all’opinione pubblica l’illusione che lui è democratico. Per questi motivi trovo che la trama sia scritta e che qualsiasi mossa sarà probabilmente inutile, ma si spera sempre (almeno ogni tanto) di essere smentiti. Chissà. Patetica anche la lettura “squadrista” della contestazione ai 9 transfughi grillini: sentirsi dare dei “venduti”, in questi casi, più che un insulto pare una sottolineatura didascalica. Parliamo di cose serie, quindi non dei martiri di professione con la propensione alla frignata televisiva. Domani la base 5 Stelle dovrà scegliere, proprio come accaduto stamani ai parlamentari, tra due strade: quella iper-coerente, utopica e intimamente appagante (ma politicamente inutile) e quella tattica. So che, per i duropuristi, la “tattica” è una parolaccia come lo è la furbizia. Li capisco. Ma so anche che, se fai politica, devi giocare con le carte che hai e non con quelle che vorresti avere. Quindi: due anni fa i 5 Stelle proposero Rodotà, un nome splendido (benché a loro poco caro) che il Pd impallinò con la scusa vile e imperdonabile del “non è un nome nostro, tiè”. Ora i 5 Stelle optano per il doppio binario: il nome dei sogni, alla Di Matteo, e il nome tattico, alla Prodi. C’è persino Bersani, e ovviamente molti ironizzano sul fatto che due anni fa fu trattato a pesci in faccia dal Duo Disgrazia (poi un po’ sono migliorati) Lombardi-Crimi. Vero, ma a) napoBersani non chiese mai un’alleanza bensì un appoggio esterno, b) Il Capo dello Stato non è il Capo del Governo e, così come i 5 Stelle volevano Rodotà al Quirinale ma (sbagliando) al Governo, così accetterebbero Bersani al Colle ma non a Palazzo Chigi. Non è difficile da capire, può arrivarci anche Pigi Battista (forse). In questi casi bisogna ragionare in due modi: cosa vorrei e cosa voterei. Cosa vorrei? Vorrei una persona come Di Matteo, Carlassarre, Imposimato, Settis o Zagrebelsky. In un paese non dico dei sogni, ma anche solo non così lungamente sputtanato, sarebbero nomi con possibilità concrete. In Italia, no. Votare loro significa fare un bel gesto che però, concretamente, equivale alla masturbazione politica. Cosa voterei? Parliamoci chiaro: se l’unico obiettivo plausibile è insinuare crepe nel patto purulento del Nazareno, gli unici nomi “concreti” sono Prodi, Bersani e Cantone. Ed è lì che andrebbe focalizzata la scelta. Oltretutto sono nomi che garantirebbero bersaniuna Presidenza rispettabile e dignitosa. Cantone è un nome divenuto “renziano”, su cui il Ciambellone di Rignano potrebbe convergere. Prodi è stato messo giustamente – anche se molti parlamentari non volevano – perché è il nome fatto da quei tre o quattro Pd che hanno risposto ai 5 Stelle: Civati ha il carisma dei fagiani lessi, e ogni volta che va in tivù riscrive un nuovo capitolo del donabbondismo, ma politicamente dice cose oneste e sensate. Non è certo lui il problema. Se M5S vota Prodi al quarto scrutinio, (larga) parte del Pd non potrà dire no e Berlusconi uscirà sconfitto (e dunque anche Renzi). Bene che vada i 5 Stelle manderanno in difficoltà il nemico, male che vada si intesteranno comunque una vittoria e soprattutto regaleranno al Paese un nome degno (Prodi è “quello dell’euro”, certo, ma è anche una persona che in quel ruolo starebbe benissimo). Le stesse cose valgono per Pierluigi Bersani, scelta decisamente azzardata per i 5 Stelle – lo so – ma scaltra e non peregrina, ancor più dalla quarta votazione in poi, quando il nome verrà deciso tramite una consultazione-lampo online. Quindi: io non sono iscritto ai 5 Stelle, e mai lo sarò, ma se fossi un attivista – tra “il farsi i pompini a vicenda” (cit) e la concretezza della politica “merda e sangue” – non sceglierei la prima opzione.

P.S. Credo però che, alle Quirinarie M5S, vinceranno Imposimato o Di Matteo. Nomi splendidi, ma che renderanno felice anzitutto Renzi.