Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
maggio: 2016
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L’allegro fascismo del renzismo (Esposito vs Fedez)

Schermata 2016-05-19 a 12.58.46Non smette di commuovere l’autentica tolleranza dei governanti al dissenso. Stefano Esposito, il braccio comicamente violento del renzismo, tra una comparsata inutile e l’altra pietosa nel piccolo schermo ha tuonato: “Canti e non faccia comizi”. Ce l’aveva con Fedez, reo di esibirsi a Torino per la chiusura del Giro d’Italia. Esposito ha proseguito: “Conoscendo Fedez, noto per le sue simpatie politiche, trovarlo a fare un concerto una settimana prima della chiusura della campagna elettorale, a Torino, pagato anche con i soldi dei contribuenti, gli ho voluto far sapere che siamo una grande città aperta a tutti gli show artistici, ma che si ricordi che ci sono elezioni, quindi faccia un concerto ma non faccia propaganda”. Una logorrea straziante, resa addirittura drammatica da consecutio profuse a casaccio e – quel che è peggio – da un eccesso commovente di autostima: “Democratici sì, fessi no”. E qui non si capisce se faccia più ridere il ritenersi “democratici” o il non ritenersi diversamente guizzante. Spazio poi alla minaccia: “Si ricordi che non suona per il M5S, ma per la chiusura del Giro d’Italia, quindi ci risparmi le sue opinioni politiche. A Torino diciamo uomo avvertito mezzo salvato”. Il simpatico manganellatore mediatico ha pure messo in mezzo il povero Schermata 2016-05-19 a 12.59.24Morandi: “Pensate se il 29 a quel concerto avesse suonato Gianni Morandi, noto per essere amico di Fassino. Avrebbero cominciato a dire che c’era un complotto” (certo: il famoso “Complotto di Morandi”, di cui già parlano i libri di storia). Gran finale: “Lui deve cantare. Quello è il suo mestiere”. E anche qui si sorride ancora, sia tenendo conto che per Esposito un cantante debba “solo” cantare (idea illiberale financo per Farinacci), sia che Esposito dia consigli musicali pur avendo ascoltato al massimo il bootleg di Gino Latilla a Tegoleto. Brevi considerazioni a margine di cotanta pochezza. Uno: Esposito è sempre più la variante pelaticcia di Anzaldi. Due: Esposito è sempre più caricatura di se stesso (e sì che sembra difficile, ogni giorno, far peggio di quello prima). Tre: così facendo, il rutilante Esposito ha regalato a Fedez ancora più popolarità di quella che già aveva. Genio. Se non fossero tanto arroganti quanto pericolosi, verrebbe quasi da compatirli, questi pretoriani queruli del nulla. (Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2016)

 

Lucio Dalla: ipotesi di un’autobiografia

Schermata 2016-05-16 a 18.01.52Gli capita spesso, ad Adriano Celentano, di fotografare le vite altrui con lampi di genialità estemporanea. Così, di Lucio Dalla, una volta ha detto: «Mi manca tutto di te. Anche i momenti di eroica fragilità che contribuivano a renderti sempre più grande. Ti volevo e ti voglio bene». E poi Francesco Guccini: «Era un uomo profondamente vivace. Ecco: uno che viveva senza risparmi e senza paura di esaurire l’entusiasmo. Un vero testimone della musica, uno che per la musica ha vissuto». E Federico Fellini: “E’ il più bugiardo dopo di me. Forse per questo le emozioni gli venivano così bene”. E’ anche il parere di Luca Beatrice, che a Lucio Dalla ha dedicato questo “Per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino” (Baldini Castoldi Dalai). L’autore torinese aveva già provato la biografia musicale raccontando la sua passione sorcina per Renato Zero. Dice che è stato convinto da Michele Dalai a scrivere “il libro definitivo su Lucio Dalla”. Parola tanto impegnativa quanto qui equivoca, “definitivo”, perché nulla lo era – ed è – in Dalla se non la certezza del talento. Più che definitivo, Dalla era – ed è – costantemente cangiante. In itinere: in movimento costante. Un work in progress perenne, che Beatrice racconta con dovizia mai cattedratica e men che meno barbosa. Peraltro un’autobiografia di Dalla è tecnicamente impossibile, perché presuppone la veridicità assoluta dell’aneddotica: assai complicato, in questo caso. E Beatrice lo sa bene: “Lucio Ferdinando Romeo Dalla nasce a Bologna il 4 marzo 1943, da Giuseppe (1896-1950), direttore del club di tiro al volo, e da Jole Melotti (1901-1976), casalinga e sarta. Almeno questo è ciò che dicono le note biografiche ufficiali, sulle quali chi ha conosciuto Dalla da piccolo nutre più di un dubbio. Lucio, figlio unico, cresce da solo con la mamma, una donna simpatica, divertente, ironica, che spesso lo prende in giro dalla1per il suo aspetto buffo”. E’ come se, fin dall’inizio, Dalla fosse stato permeato da una vicinanza con il fantastico e il non-vero, tratto che ne ha certo amplificato la sfavillante propensione all’invenzione. La sua era un’idea di arte poliedrica, sfaccettata e inesausta, col vezzo (e l’azzardo utopico) di provare a sostituire la mesta ripetitività del reale con la fantasia. Sempre così, in ogni fase della sua vita. Compresi gli anni con Roberto Roversi, fugaci e sublimi. “Sembra che Dalla abbia cercato insistentemente l’incontro e il confronto con un personaggio di una tale caratura intellettuale. Dopo il successo di 4/3/1943 e Piazza Grande sente la necessità impellente di andare oltre. La musica leggera non gli basta più, legarsi a un genere troppo facile gli appare un limite, pur consapevole che le incursioni in un territorio più impegnato potrebbero costare care in termini di risultati discografici”. Nasceranno dei capolavori, non però in maniera indolore. Così, anni dopo, Roversi: “I testi del sottoscritto perlopiù al cantante erano graditi come olio di ricino. Mai li ha imparati a mente. Li ha sempre storpiati un poco, con la piccola rabbia dell’indifferenza. Quasi a dire: toh! Il padrone sono io. Io sto davanti a questi duemila e servo il mio budino. Essi assaggiano me. Tu non rompere”.
Se c’è una ulteriore qualità nel libro di Beatrice, oltre alla consueta bella scrittura, è quella di non celare mai i rovesci (rari) e gli scontri (frequenti), che nulla tolgono – e anzi aggiungono – alla genialità irrequieta di Dalla. Emerge più volte il ruolo decisivo di Ron, per esempio nello storico tour Dalla-De Gregori del 1979. E’ lì che Ron assurge a terzo uomo e, quindi, talora a paciere. Raccontò al tempo: “Il momento più difficile è l’accordatura delle chitarre, una cosa tragica. Lucio quando è in concerto e sta suonando non vuole mai perdere tempo con queste cose e io divento pazzo perché non riesco a suonare con la chitarra scordata, e Francesco neanche».
Una delle cifre di Dalla, e dunque del libro, è il continuo smarcarsi dal passato. L’irrequietezza elevata ad angelo custode. Il Dalla del successo straripante di fine Anni Settanta nulla c’entra con quello ermetico di Roversi, gli Ottanta sono una svolta ulteriore, i Novanta ancora un’altra (non sempre centrata, ma in Dalla anche l’errore suonava comunque bene, o mal che vada sublimava in deliberato cazzeggio). E via così. Sempre diverso e mai dissonante: condannato a non fermarsi mai. Conoscendo il dinamismo e la spiccata personalità di Beatrice, dalla2colpisce il suo sapersene stare come in disparte: per non offuscare nulla dell’artista, l’autore della biografia non può qui che inseguire un minimalismo da navigato cronista, che non esclude però (e fortunatamente) accelerazioni e divagazioni.
Negli ultimi anni, quando Dalla pareva pervaso da una malinconia prossima al presagio, Lucio Dalla continuava a regalare perle. Nei dischi e nelle (rare) interviste. Per esempio: «Quando ho cominciato c’era una tensione che oggi nella musica non c’è proprio più. Il mondo della comunicazione oggi è da lacchè, abbassa il livello perché venga capito immediatamente, pensando che il pubblico fa da riferimento ai modelli televisivi, ma sono modelli già taroccati, filtrati, niente di autentico. Ma l’autenticità della musica è un bisogno insopprimibile, è fonda- mentale prendersi la responsabilità di quello che si fa, significa comunque non sottrarsi al flusso di trasformazione del mondo. Ogni trasmissione televisiva, ogni canzone che esce e non ha alcun senso di mistero e inquietudine, è un delitto, come dare della candeggina nell’acqua da bere di un asilo». E poi ancora: «Tra i sedici e i ventisei, convinto di avere il tetano, una sera sì e una sera no chiamavo l’ambulanza, mi chiamavano quello del tetano. In realtà non ho mai progettato niente del futuro, non ho mai saputo neanche che avrei cantato, se mai avevo un sogno era fare il bidello del liceo dov’ero perché vendeva dei panini alla mortadella talmente buoni che mi sembrava una forma di potere quasi kafkiano”. Infine: “Ho un catalogo talmente straordinario di esperienze e storie che a volte scrivere un testo è uno scherzo». Luca Beatrice ha il merito di restituire tutto: il genio, certo, ma pure lo scherzo. (Il Fatto Quotidiano, 16 maggio 2016)

Giro d’Italia – 7a/8a tappa

Sulmona – Foligno, 13 maggio 2016

dumoulinCostretto a parlar di ciclismo per non far danni scrivendo di politica, nel biennio 1947-48 Indro Montanelli scoprì due cose. La prima è che il Giro d’Italia, ai suoi occhi conservatori, poteva essere addirittura prossimo al microcosmo perfetto: “Un mondo buono e d’altri tempi, paesano, polveroso e generoso, dove s’incontrano incanutiti, ma sempre uguali a se stessi, Garrone e De Rossi, la piccola vedetta lombarda e gli aneddoti dei nostri babbi. (..) Chi non ha conosciuto tutto questo, è come chi non ha conosciuto suo nonno (..) Nessuno è orfano più di lui”. Si stupirebbe, Montanelli, di come settant’anni dopo quel “giro saragatiano” non si sia smarrita (non del tutto, almeno) quell’atmosfera. Neanche adesso che il Giro ha 99 anni, e giusto ieri è transitato per 211 chilometri da Sulmona a Foligno. Tappa interlocutoria, da velocisti, piena di quei figli di un dio minore che scattano non per vincere ma per ricordare – a sé e agli altri – di esserci: di esser vivi. Come Eugert Zhupa, che due giorni fa ha macinato 129 chilometri di fuga su 157 di tappa. Ovviamente non vinta. Sulmona, borgo di rara bellezza, è città dei confetti, patria di Ovidio (“ricchissima di gelide acque”) ma pure di Milly Carlucci e Gabriele Cirilli. Passò anche da qui Papa Celestino V, quindi a L’Aquila (ieri si è passati anche da lì) e poi morire in solitudine a Fumone. Del suo pontificato fugace, assediato com’era dai demoni e ossessionato dalla fuga, Celestino V diceva di non aver capito quali fossero state le cose buone e quelle cattive: troppo simili tra loro. Santo eremitico, Celestino V era amato dal popolo per le sue guarigioni e temutissimo dalla Chiesa. Con la sua rinuncia credette di incentivare una nuova fase cristiana, felice e giusta. Al contrario gli subentrò l’Anticristo, cioè Bonifacio VIII. Non distante da Sulmona c’è Pacentro. Un piccolo luogo da cui proviene la nota famiglia Ciccone, quella di Madonna. Un altro Ciccone, stavolta Giulio, al suo primo anno da professionista è giunto ieri secondo nel Gran Premio della Montagna del Valico della Somma, quando mancavano quaranta chilometri al traguardo. Ciccone è cognome comune in Abruzzo e Giulio, infatti, è di Chieti. Di sé, nelle sporadiche interviste che ha concesso (o che per meglio dire gli han chiesto), dice di amare polenta taragna e arrosticini: ardita dieta, per un ciclista.
Si diceva però di Montanelli, dei suoi due anni di confino ciclistico e delle sue (almeno) due scoperte. La prima fu la bellezza popolare del Giro. La seconda fu la valenza politica del ciclismo. Un po’ ce la voleva vedere per forza, al punto da riscontrare tracce di De Gasperi in Bartali, che preferiva di gran lunga al più giovane – e più idolatrato – Coppi. E un po’ c’era sul serio. Così, nel 1948, il Giro parve a Indro “saragatiano” nel senso di liberale e democratico, intriso di quel socialismo “buono” che aveva portato Saragat a strappare da Nenni per poi appoggiare De Gasperi. Se allora era “saragatiano”, può dunque dirsi “renziano” questo Giro? E che vuol dire renziano, e cosa avrebbe voluto dire per Montanelli? Domande capziose e pleonastiche, che vien però bene chiedersi mentre la tappa si snoda placidamente (per noi: per i ciclisti è una fatica bestia) tra Le Svolte di Popoli e L’Aquila, Terme di Cotille e Spoleto, Abruzzo e Umbria. Terre di Gheddafi, Lee Oswald e vini. Triade azzardata, sì, ma non del tutto folle. Sui vini, molto da dire: mentre il gruppo sfida il maltempo, è piacevole riprovare un Trebbiano Spoletino macerato e, per gradire ancora, un rifermentato in bottiglia proveniente dal Monte Subasio. E’ una delle fortune nibalidel ciclismo: permette di divagare, divenendo spesso null’altro che pretesto enogastronomico. Gianni Mura ce lo insegna da anni. Su Lee Oswald, basti ricordare che il fucile con cui ammazzò JFK, tre colpi in neanche nove secondi, veniva da Terni. Il killer lo acquistò via posta a una cifra ridicola, 12 dollari, e del resto era un residuato bellico di Prima e Seconda Guerra Mondiale. Quanto infine a Gheddafi, per vie molto traverse si innamorò di un posto di queste parti, Antrodoco, visto dai finestrini della sua auto mentre raggiungeva il G8 de L’Aquila. Promise di investirci un sacco di soldi e in tanti vollero crederci: non se ne fece di nulla, va da sé.
Foligno si avvicina. Già in due occasioni, 1968 e 2014, una tappa si era chiusa qui. Vince ancora Greipel, seconda tappa quest’anno e quinta assoluta per lui al Giro. Nessuna novità in classifica generale: l’olandese Dumoulin ancora maglia rosa, pronto domani a giocarsi le sue carte da specialista di crono sulle vie del Chianti. Fuglsang a 26 secondi, Zakarin a 28, Valverde a 41, Nibali (ottavo) a 47. Oggi Foligno-Arezzo, con il temibile sterrato dell’Alpe di Poti, reso ancora più insidioso dalla probabile pioggia battente. Valverde, uno dei favoriti, prevede: “Una giornata complicata che farà abbastanza danni, con la pioggia lo sterrato diventa fango”. A Montanelli, probabilmente, sarebbe piaciuta. (Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2016)

Foligno-Arezzo, 14 maggio 2016

brambillaDoveva fare selezione e l’ha fatta. E’ mancata solo la dimensione platealmente epica, che è poi spesso prossima al sadismo. Ovvero la pioggia, che nello sterrato dell’Alpe di Poti avrebbe dovuto generare fango e dolore, come a Montalcino sei anni fa. Nulla di tutto questo, ma la classifica ne è uscita comunque stravolta. Crolla la maglia rosa Dumoulin, domina Gianluca Brambilla, 28 anni e fin qui nessuna vittoria di rilievo. Lombardo di nascita e vicentino di adozione. Brambilla ha indovinato la giornata così giusta da ritrovarsi non solo vincitore, ma addirittura maglia rosa. A un italiano non accadeva dallo scorso anno, Fabio Aru, ma lì fu solo per un giorno. E poi Nibali tre anni fa. Lo Squalo, a proposito, ha tenuto ed è ora quinto a 45 secondi. Davanti a lui, quarto a 36 da Brambilla, l’altro favorito Valverde. Dumoulin, che oggi cercherà il rilancio nella crono (la sua specialità) sulle vie del Chianti nella crono, nona tappa di questo 99esimo Giro, si ritrova 11esimo a 1 minuto e 5 secondi.
Brambilla è andato in fuga da subito, assieme ad altri dodici. Poi, a 25 chilometri dal traguardo di Arezzo, via Ricasoli, sotto il Duomo e a due passi dalla casa natale del Petrarca, è fuggito via e ha fatto gara con se stesso. Che è poi, spesso, la gara più difficile. Montanelli, di quegli Etruschi che da qui non se ne sono poi mai andati davvero, diceva: “Non conoscevano le biciclette. Ma, se le avessero conosciute, non c’è dubbio che ne avrebbero messa una nelle tombe dei loro morti insieme ai vasi, alle anfore, agli otri di cui le dotavano”. Doveva proprio essergli piaciuto tanto, a Indro, quel biennio 1947-48 nel Purgatorio del Giro d’Italia. Qualcosa di non politico, però (anche) politico. Qualcosa tornato attuale con il libro “Indro al Giro” curato da Andrea Schianchi ed edito da Rizzoli. Qualcosa di così diverso, il ciclismo, da permettere la divagazione. E la riflessione. Vale ancora oggi. Guardi Brambilla in fuga: costante fuga. Lo vedi attraversare come un domino etrusco Monterchi e Le Ville, Anghiari – con quel prete lontano eternato da Ivan Graziani – e Ponte alla Chiassa, Quarata e San Leo, il traguardo volante di Indicatore e Ponte a Chiani. Lo segui mentre cerca di non perdere mai la postura da crono, anche se questa non è una crono, però lo diventa quando attorno a te non c’è nessuno se non gente (tanta) che ti applaude sperando che l’incanto resista chissà come alla fatica. E in tutto questo, mentre lo sterrato dà segno di sé e dall’Alpe di Poti porta verso la Foce dello Scopetone e quindi Via Giotto, un tempo versione aretina di Via Parioli, ti chiedi cosa sia poi la fuga. Se qualcosa di unicamente agonistico o, piuttosto, anche esistenziale. Ancora Indro: “Credevo che fosse l’uomo che, a un certo punto, si mette a pedalare più forte degli altri e li semina per via. Erratissima nozione. La fuga è invece un grande urlo e un gesto disperato che mettono d’improvviso in confusione tutta la carovana del Giro”.
valverdeDi disperato, e non troppo urlato, c’è l’impresa di un ciclista (sin qui) un po’ qualsiasi anche nel cognome. Chissà perché ha trovato se stesso, o la sua proiezione migliore, proprio qui. Qui dove la bellezza la vedono più i turisti che gli aretini, forse distratti e certo mai troppo bravi a valorizzarsi. Qui dove ti muovi nel centro storico, che folgorò Benigni ne La vita è bella come Pieraccioni in Un fantastico via vai, e a ogni casa scopri che c’è nato qualcuno: qui Petrarca, lì Giorgio Vasari, là Guido Monaco. Eccetera. Potere di un passato ricchissimo, che oggi ha ceduto troppo spazio (non tutto, per carità) alle beghe tristi di Banca Etruria, alla versione debole dei Fanfani (cioè i Boschi) e al ricordo fresco di Licio Gelli, nato a Pistoia ma per tutti “aretino”. Eppure Arezzo resta bella, anzi bellissima. Di quel bello che sopravvive a tutto: anche alla troppa poca attenzione. Quel bello etrusco e dunque spigoloso. Adatto ai tornanti e agli strappi, agli sterrati e alle fughe. (Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2016)

Lo scandalo Manuel Agnelli e gli hezbollah dell’alternativismo

afterGrande scandalo: Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, sarà uno dei quattro giudici di X Factor 2016. Ma è uno scandalo? No, ovviamente. A voler proprio scandalizzarsi per una cosa marginale come un talent, occorrerebbe indirizzarsi su Alvaro Soler, noto (poco) giusto per avere indovinato un tormentone estivo orripilante. L’unico confermato della passata stagione è Fedez. Per la nuova edizione tornerà Arisa. “Il mondo del web”, che tende sempre più spesso a dar ragione a Umberto Eco pur senza sapere minimamente cosa dicesse e scrivesse Umberto Eco, ha tuonato: “Rivogliamo Elio e Mika”. E sticazzi, verrebbe da dire. I pasdaran dell’alternativismo hanno poi aggiunto: “Agnelli è un traditore”. Un mantra che, nella musica italiana, è sempre andato di moda. Era un traditore De André perché suonava con la Pfm, era un traditore De Gregori perché aveva i biglietti troppo cari, era un traditore Gaber perché non si esibiva gratis. Bla bla bla. La storia si ripete. Qual è il reato di Agnelli? Avere accettato le sirene del “mercato”. E già qui vien da ridere, perché sembra di esser tornati al ’76, sebbene nel frattempo sian morte tanto le ideologie quanto le discografie. È vero che Agnelli, negli anni, non ha speso parole benevole sui talent in generale e Morgan in particolare (di cui prende il posto). Il suo atteggiamento pare coerente come quello di Andrea Romano o Genny Migliore. Gli hezbollah del duropurismo si sono però spinti oltre, accusando Agnelli di essere sceso a patti col nemico. Ehilà: addirittura. Dal canto suo, aumentando l’effetto comico dell’insieme, Agnelli ha fatto sapere di accettare il ruolo per amore della musica alternativa, così potrà far ascoltare gli artisti “giusti” in un contesto mainstream. La famosa storiella del combattere il nemico dall’interno.
after2La verità è molto più semplice. Così semplice da poter essere riassunta in tre punti. Uno: l’artista appartiene solo a se stesso e fa sempre quello che gli pare. Non è l’artista a sbagliare, ma il fan a sbagliare nel divinizzarlo. Due: un artista non sceglie la nicchia. Ci rimane dentro perché non riesce a vendere quanto vorrebbe, e una volta rimasto nella nicchia (spesso, non sempre) fa come la volpe con l’uva. Non è che gli Afterhours volessero essere “alternativi”: più semplicemente, e sfortunatamente, non hanno mai venduto come i Modà. E sì che esistono da 30 anni, e sono pure stati a Sanremo. Tre: Manuel Agnelli ha accettato X Factor  perché lo hanno verosimilmente coperto di soldi (se non fosse così sarebbe un pazzo, e Agnelli non è un pazzo). Sbaglia a non dirlo (Elio lo ammetteva), ma ha fatto bene ad accettare. Ha tutto il diritto, a 50 anni, di scoprirsi pragmatico: di gavetta ne ha fatta anche troppa. Chi lo critica lo vorrebbe in eterno maledetto e spiantato, sconfitto e macerato. Ma è la stessa gente che, fatto salvo qualche idealista autentico, per quella stessa cifra non solo farebbe il giudice a X Factor, ma pure il social media manager di Gasparri. Parafrasando il poeta: facile fare i puri col culo di Agnelli. Cioè degli altri. (Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2016)

Giachetti e gli altri: i disastri web dei politici

303Schermata 2016-04-30 a 19.43.34Salvateli da loro stessi. Beppe Sala che si ritrae crocifisso in palestra, con t-shirt gialla catarifrangente. Valeria Valente che, indossando occhiali del Pleistocene, risponde a domande spuntate col carisma guizzante di una mietibatti. Bertolaso che “parla di futuro” con “nonno Arsenio”, 109 anni, e poi ti stupisci se persino Berlusconi l’ha scaricato. Gianni Lettieri che si definisce “Cuore da scugnizzo e testa da imprenditore” su Instagram, forte di 983 followers (ne ha di più il macellaio di Ciggiano) e un look a metà tra Tom Cruise in Mission Impossible e Tom Hanks in Forrest Gump. E ancora: Virginia Raggi, che scambia il profilo fake di Alfio Marchini per quello vero e si sforza di sorridere nel servire cacio e pepe ai suoi sostenitori, ma è palesemente sgomenta di fronte al parlamentare M5S Baroni, agghindato come un canarino querulo con parannanza. E poi Roberto Giachetti, che cucina la pasta senza sale e si riprende al contrario. Perché si vogliono così male? Si candidano a governare grandi città, e credono che la Rete li aiuti a sembrare più vicini alla (ggg)gente, ma l’effetto è spesso quello di tanti Tafazzi lanciati a bomba contro il ridicolo.
Schermata 2016-04-30 a 19.45.36Nu cafè con Valeria. E’ il nome dell’appassionante rubrica con cui Valeria Valente, candidata del Pd a Napoli dopo aver vinto (ahahah) le Primarie (ahahah), arringa le masse. E’ la sua versione di #matteorisponde, però senza De Luca ed è un miracolo quando i like superano quota 100. La Valente affronta la diretta web con la sicurezza di Valdir Peres ai Mondiali dell’82. Affascina non tanto l’eloquio, invero tristanzuolo, ma gli occhiali (già desueti ai tempi dell’Adelchi) e quegli orecchini sobri da 78 chili l’uno. Particolarmente sontuoso il video di due settimane fa, che comincia con la Valente che fa footing a passo di bruco infortunato. La colonna sonora è The Passenger di Iggy Pop. Arrivano poi le immagini di lei che abbraccia Renzi e si siede con lui e un altro. L’altro è Stefano Graziano, di lì a poco accusato di concorso esterno per associazione mafiosa. Vamos. (Dopo aver saputo di essere stato usato dalla Valente, pare che Iggy Pop abbia ricominciato a drogarsi di brutto. Come ai bei tempi).
Schermata 2016-04-30 a 19.44.39Il superuomo Lettieri. Il candidato a Napoli del centrodestra punta tutto sul “mens sana in corpore sano”, un must del Partito della Nazione (Sala in palestra, Valente che corre, etc). Dritto nella leggenda il contributo di Televomero, che ha raccolto 240 like in cinque giorni: un plebiscito. Creano dipendenza anche “A Napoli più che AUTOBUS si parla di REBUS” e “Gianni in diretta su Facebook” (3200 visualizzazioni in due settimane). Lettieri dà però il meglio di sé su Instagram. La foto-profilo lo mostra sudaticcio mentre fa footing: si vola alti. Ogni tanto il superuomo Lettieri si concede ai fan. In uno scatto è accompagnato da due ragazze, che più che abbracciarlo lo scortano, e tiene le mani come se avesse le manette: un messaggio beneaugurante, o forse un flashforward.
Schermata 2016-04-30 a 19.46.46L’allegro Giachetti. Il povero Giachetti sembra sempre più Ingroia nell’imitazione di Crozza: “non c’ho voglia”.
Lo vedi che prova a caricarsi, ma proprio non ce la fa. Se non altro ride sempre, anche quando non c’è motivo: avrà imparato ai tempi delle lotte radicali, chi lo sa. I suoi video sono spesso girati da una videocamera posizionata su Ganimede, uno dei satelliti di Giove: per questo Giachetti è quasi sempre piccolissimo e la sua voce ha l’effetto riverbero della Ibanez di Joe Satriani. Per darsi un po’ di brio, l’altro giorno l’allegro Jack si è ripreso mentre cucinava. Titolo: “Antidoto contro abbrutimento da campagna elettorale”. E già qui capisci quanto si stia rompendo le palle da solo. Solo che l’allegro Jack ha piazzato il telefono al contrario, e ci ha messo appena tre minuti per accorgersene. Poi ci ha riprovato, impiegando un altro minuto per capire che la diretta era cominciata: tipo tecnologico, questo Giachetti. Quindi ha provato a cucinare delle zucchine, ma l’operazione ha richiesto 32 minuti, nel corso dei quali l’allegro Jack ha canticchiato “La fettucciiiiina”, aperto 712 parentesi e regalato 1476 subordinate. Poi, l’agnizione: al minuto 28, grazie alla lisergica “fidanzata dell’amico Dino”, si è accorto di non avere messo il sale nell’acqua. L’ha presa bene, ma se governa come cucina, non è che a Roma sian messi tanto bene. (Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2016)

La voce immortale di Jeff Buckley

jeff4Fa un gran male, e produce al tempo stesso un’incredibile bellezza, “You and I” di Jeff Buckley. E’ uscito poco più di un mese fa ed è il nuovo disco di un artista quasi sempre postumo. Vita troppo breve, talento troppo enorme: un mix che va di pari passo con la puntuale sottovalutazione di artisti purissimi. “Jeff Buckley era una goccia di pura in un oceano di rumore”. L’ha detto Bono, ed era (è) vero. Il suo unico album in studio uscito in vita, Grace, è di fine 1994. Di dischi belli ne esistono tanti, di album capaci di metterti così a nudo no. Grace, come l’Unplugged degli Alice in Chains o le American Recordingsdi Johnny Cash, è uno di questi. Non puoi ascoltalo tutti i giorni, perché ogni volta che lo ascolti piangi. E non puoi piangere per sempre, anche se forse sarebbe giusto.
You and I” raccoglie due brani di Jeff e otto cover: Bob Dylan, Smiths, Led Zeppelin, Sly & Family Stone. Le tracce furono registrate nel febbraio 1993 allo Shelter Island Sound Studio di Steve Addabbo. Buckley, dall’anno precedente, si esibiva in un piccolo café irlandese di New York chiamato Sin-é. Ce lo aveva portato un amico, Glen Hansard, all’apice della fama per il suo ruolo in The Commitments. Molti discografici provarono a metterlo sotto contratto. Per forza: voci così, intatte e dotatissime al punto da rischiare ogni volta il virtuosismo in eccesso, non le incontri quasi mai. Buckley scelse la Columbia nell’ottobre del ’92 e, due anni dopo, uscì Grace. Nel mezzo ci furono le “Addobbo Sessions” e dunque “You and I”. Jeff non sapeva ancora cosa fare della sua carriera, se non sfuggire alla solita parabola da rocker “alternativo”, così la Columbia gli disse di fare quello che voleva in sala di registrazione: per sbloccarlo.
jeff1Jeff Buckley era nato il 17 novembre 1966 ad Anaheim, sud della California. Figlio di Tim, talento come lui, morto giovane (a 28 anni: overdose) come lui. Jeff non andò al suo funerale: come disse la madre, abbandonata da Tim, “non erano stati invitati”. Aveva nove anni e lo chiamavano “Scottie”. Il 26 aprile 1991 partecipò a un concerto-tributo alla memoria del padre, nella chiesa di St. Ann di Brooklyn. Cantò «I Never Asked To Be Your Mountain», dedicato da Tim proprio a lui e alla moglie. Alla fine gli si ruppe una corda della chitarra e concluse a cappella. «Quel giorno fu il congedo. Non era la mia vita. Però mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non sarei mai più stato in grado di dirgli qualcosa». Andy Wallace, produttore di Nevermind dei Nirvana, vide in Buckley l’altra faccia della medaglia Kurt Cobain: “l’altro un demonio, lui un angelo. Ma provenivano dalla stessa zona”. Dopo l’uscita di Grace, David Bowie disse: “Se fossi su un’isola deserta vorrei solo questo disco con me». Bob Dylan arrivò a dire: «È il più grande di questo decennio». E poi Thom Yorke: «Il coraggio di cantare in falsetto mi venne sentendo Jeff Buckley. Era di un altro mondo». Alcuni suoi live, come ha ricordato Piero Negri Scaglione su La Stampa, entrarono nella leggenda: per esempio “So Real” a Rotterdam. La sua versione diHallelujah di Leonard Cohen, da sola, vale mille carriere. La madre Mary Guibert ha scritto nelle note di “You and I”: “Le registrazioni che abbiamo sono le vere reliquie di Jeff (..) Chiudete gli occhi, alzate il volume o mettete il vostro auricolare. Siete solo voi, lui e i ragazzi della sala di registrazione. Godetevela”. Tutto vero, anche se il godimento che ne deriva non fa che accentuare quel senso di lutto che non potrà mai essere istinto.
jeff3Quattro anni dopo le “Addabbo Sessions” e neanche tre dopo Grace, Jeff Buckley muore nel modo più assurdo possibile. Non aveva neanche 31 anni. Era immerso nelle registrazioni del secondo album, uscito postumo nel 1998 col titolo Sketches for My Sweetheart the Drunk. Alle 21.30 del 29 maggio 1997, Keith Foti telefona alla compagna di Jeff, Joan Wasser. “Joan… Jeff è andato a nuotare nel fiume”. “Alle 10 di sera? Passamelo!”. “Joan, non so come dirtelo…Jeff è sparito, sott’acqua”. Foti è il roadie di Jeff. Fa il parrucchiere, ma scrive anche canzoni e dà una mano a Gene Bowen, tour manager di Buckley. Di Jeff si sono dette molte cose: che amasse la vita e le donne (assai corrisposto), ma che soffrisse anche di disturbo bipolare e psicosi maniaco-depressiva. In quel 1997, chi lo incontra, lo trova più emaciato e magro del solito. Le sue ultime ore sono state raccontate da molti: tra i tanti, vale la pena leggere Riccardo Bertoncelli, Giulio Casale ed Ezio Guaitamacchi. Bowen, quel 29 maggio, va a prendere i musicisti all’aeroporto di Memphis. “Ci rivediamo tra un’ora in studio”, dice Bowen a Jeff e Foti. Buckley indossa jeans neri, stivali Dr. Martens e t-shirt bianca con maniche nere e scritta “Altamont”. Dalla casa di Jeff a Memphis allo studio in Young Avenue sono dieci minuti, ma si perdono. Vagano senza meta per un’ora. Jeff butta lì: “Hai fame? Se non ce l’hai, a me jeff2andrebbe di andare al fiume”. Keith accetta: gli piace l’idea di provare, voce e chitarra, la nuova canzone sulla spiaggia. Si fermano nei pressi di Front Street, lungo la riva del Wolf River, un affluente del Mississippi. Jeff conosce il posto. La riva è piena di detriti e pezzi di vetro: per questo entra in acqua vestito. Keith gli dice di non allontanarsi troppo, Jeff non lo ascolta e canticchia nuotando “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin. Sono le 9 di sera, ma a Memphis fa caldo: 27 gradi. Jeff ora galleggia, disteso sul dorso. Keith lo mette in guardia: “Jeff, attento. C’è un rimorchiatore”. Poi si gira per recuperare lo stereo portatile e salvarlo dalle onde che arrivano fino a riva. Quando torna a guardare l’amico, Jeff non c’è più. Risucchiato dal fiume: dal gorgo. Gli stivali lo hanno fatto andare giù ancora più velocemente. Quasi una settimana dopo, il 4 giugno, un passeggero della American Queen – battello a vapore che trasporta i turisti – vede un corpo che galleggia. Bowen riconosce il corpo dal piercing dorato nell’ombelico. L’esame autoptico rivelerà totale assenza di droghe nel sangue e un livello di alcol minimo, pari a un bicchiere di vino. Jeffrey Scott Buckley se ne va così: come uno scherzo, come un errore. Come un’apparizione troppo fugace e troppo bella. (Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2016)

Quando non sai cosa dire: ciao, Emiliano

emilQuesta è una delle cose più difficili che abbia mai scritto. C’è una parte di me che si sente quasi imbarazzata nel farlo, o addirittura non autorizzata. Conoscevo bene Emiliano Liuzzi, ma non bene – non continuativamente – come altri. Non lavorando fisso in redazione, non lo vedevo e frequentavo con l’assiduità di Marco, di Alessandro, di Peter, di Ferruccio, di Stefano. Neanche ho mai cantato con lui al karaoke, in quelli che soprattutto negli ultimi mesi erano diventati veri e propri happening del giovedì.
La verità è che mi girano i coglioni. Mi girano profondamente i coglioni. E’ così da mercoledì mattina. Non si può morire a 46 anni. Non è giusto, non si fa. Non si può. E poi, io come tutti, non avevamo mai associato la morte a Emiliano. Mai. Troppo solare, troppo vitale, troppo cazzone. La notizia l’ho saputa tardi, a Ginevra, dopo una data teatrale. Avevamo fatto tardi e mi ero alzato dopo le 11. Mi scrive un messaggio Silvia Truzzi mercoledì mattina, e per una volta non è un messaggio allegro: “Quando puoi chiama, devo dirti una cosa“. Ho subito pensato a qualcosa di brutto, ma mai di così brutto. Non era possibile: non è possibile. Non riesco a farmene una ragione. E se non ci riesco io, figuriamoci chi lo vedeva ogni giorno.
emil2Quando un amico se ne va, per giunta così presto, accadono due cose. La prima è che si è travolti da un senso di solitudine, perché nulla riempie e svuota come l’amicizia. Non oso pensare a chi, a Roma, dovrà lentamente abituarsi a quell’assenza. A quella figura così lunga e dinoccolata, fumettistica, la sigaretta sulle labbra tipo Jigen e gli occhi azzurrissimi. Il Fatto è una famiglia, che litiga e si vuole bene come tutte le famiglie, e in tanti – Travaglio, Gomez, Caselli, Lilllo, Sansa, eccetera – lo hanno raccontato benissimo. Io non posso aggiungere nulla. E neanche voglio. Ma c’è – appunto – la seconda cosa che accade quando un amico se ne va. Ed è l’affiorare di tutti i ricordi. Ricordi che fanno anche ridere.
All’inizio, quando Emiliano aveva cominciato ad andare in tivù assiduamente e io pure, intendo più o meno nel 2012/13, in redazione ci prendevano in giro – anzi: per il culo – perché eravamo interscambiabili. Fungevamo nei talkshow da “grillologi”. Eravamo quelli che nei dibattiti dovevano “spiegare i 5 Stelle” senza per forza sostenere che Grillo fosse Goebbels e Casaleggio Himmler. Ovviamente i detrattori, e ne avevamo tanti, ci chiamavano “grillini”. In redazione la presa per il culo derivava dal fatto che, se Emiliano andava in tivù, gli dicevano che lo avevano chiamato perché io avevo detto no: come sostituto, come riserva. E a me dicevano lo stesso. Ne ridevamo spesso.
Ricordo che una volta, una sola, lo chiamai incazzato perché mi aveva aggiunto di sana pianta quattro righe per un pezzo sul Fatto del lunedì. Gli dissi: “Emiliano, che cazzo hai fatto? Io neanche le penso quelle così lì, porca puttana“. Lui mi smontò subito, con quella sua parlata buona e strascicata, con quel suo modo di ammettere subito l’errore e quella maniera – tutta sua, rara e splendida – di farti capire immediatamente che in fondo stavamo parlando solo di un “pezzetto”. Cioè di cazzate. Così, dopo neanche trenta secondi, mi disinnescai e passammo subito a cazzeggiare di donne, politici improponibili e musica. Una delle tante passioni che avevamo in comune. Eravamo interscambiabili anche in questo: “Chi lo fa il ricordo di Jannacci, Liuzzi o Scanzi?“; “E Lou Reed? E David Bowie? Senti Emil o Andreuccio” (è Marco che mi chiama ogni tanto “Andreuccio”: quel maledetto).
emil3I ricordi affiorano, e prima o poi arriva l’ultimo. Giovedì scorso. Giovedì 31 marzo. Alla sera sarei stato a Otto e mezzo. Vado in redazione, mi metto nel mio anfratto a scrivere e poi vado a prendere un tè alla macchinetta. Ovviamente lo trovo. Nei miei ricordi Emiliano vive sempre davanti alla macchinetta del caffè. Non so quando diavolo scrivesse (e lo faceva di continuo, e bene): era sempre lì, davanti alla macchinetta, a telefonare a chissà chi. Gran parlatore, attaccava e non finiva più. Almeno mezzora. Anche quel giovedì. Ho una ritrosia atavica per chi parla tanto, ma Emiliano non mi annoiava mai. Passava con naturalezza dai suoi aneddoti prodigiosi su Mediaset (“Non ci andare dalla D’Urso, dai“, “Ma sì, ora vediamo“: e ci andava ancora) alla politica: sferzante anzitutto coi renziani, ma benvoluto pure dai renziani. Mi raccontò di nuovo le telefonate chilometriche che gli faceva Berlusconi ogni tanto, distrutto dal non contare più niente (“Umanamente non riesci a volergli male, con me e mio padre è stato sempre affettuosissimo“). Mi chiese se avessi finalmente telefonato al “Freddo”, che aveva intervistato da poco (intervista pazzesca: una delle tante, come quella a Ellade Bandini) e che gli aveva confidato di stimarmi (sì, la vita sa stupirti). Mi invitò ai suoi karaoke del giovedì, raccontandomi quanto fossero bravi gli ospiti famosi che ogni tanto comparivano, da Panariello alla Parietti, dai parlamentari insospettabili alla redazione stessa del Fatto, con Travaglio che si esaltava (ovviamente) con Renato Zero. A un certo punto comparve Alessandro Ferrucci. Anche Ferrucci, nei miei ricordi, è un altro che vive davanti alla macchinetta. Amico fraterno di Emiliano e persona di bellezza totale. “Maestro” (il bischero mi chiama così), “questo qua riesce a innamorarsi sempre ogni volta“. “Questo qua” era Emiliano. Ed era vero: mai cinico, sempre sinceramente appassionato e curioso. Un viveur sui generis e autoironico, o così (anche così) l’ho sempre visto. Un cronista vero, un padre buono e un uomo divertito. Emiliano ha vissuto la vita senza sprecare neanche un attimo, cavalcandola con passione e piacere, e chissà come faceva a essere astemio. “Ah, quindi sei come Dylan Dog allora, che si innamora ogni mese“. Credo sia stata l’ultima cosa che gli ho detto, ed è una delle cose che ti fanno male di ciò che è “ultimo”: non sapere che lo sia. O forse no, forse non è stata l’ultima. Forse mi ha fatto una battuta delle sue sui politici che avremmo affrontato nelle ore e giorni successivi: “Li distruggiamo“.
Sì, Emiliano. Li distruggiamo. Ma tu di più, e tu col sorriso.

Un evento da gustare: Live at Pompeii dei Pink Floyd

live at1E’ uno dei concerti più famosi nella storia della musica, ma non fu neanche un concerto. E i brani eseguiti dal vivo, in quel luogo così ricco di storia, furono appena tre. Neanche eseguiti di fila, bensì prima suonati e subito dopo meticolosamente controllati dalla band con le cuffie: se non erano perfetti, assolutamente perfetti, andavano rifatti.
Si torna a parlare di Live At Pompeii dei Pink Floyd perché il chitarrista (e co-leader) del gruppo David Gilmour tornerà a Pompei il 7 e 8 luglio. Live At Pompeii uscì nel 1974, quando i Pink Floyd erano all’apice della notorietà dopo il successo di Dark Side Of The Moon. Racconta però un momento molto diverso del gruppo, fotografato dopo Meddle e prima che la fama esplodesse appieno. L’idea fu del regista Adrian Maben, che provò inizialmente a convincere Gilmour a scrivere musiche che si integrassero con immagini pittoriche. Gilmour declinò. Mesi dopo, nell’estate del 1971, Maben fu colpito dall’immagine dell’Anfiteatro Romano di Pompei al crepuscolo. Era lì con la fidanzata, per vacanza e perché lì credeva di aveva smarrito il passaporto giorni prima. live at2Ebbe così l’idea di far suonare i Pink Floyd in quella location. Però senza pubblico. Grazie all’amicizia con un professore dell’Università di Napoli, Maben ottenne l’autorizzazione dalla Soprintendenza locale per sei giorni di riprese chiuse al pubblico. I Pink Floyd si impuntarono su due aspetti: i brani andavano eseguiti rigorosamente live e, per questo, occorreva trasportare via camion tutta la strumentazione, per garantire una qualità sonora equiparabile ai lavori in studio. Arrivata a Pompei, la troupe di Maben si rese conto che non c’era corrente sufficiente. Si decise quindi di prenderla direttamente dal Municipio: un lunghissimo cavo percorse tutte le strade di Pompei, dal Municipio all’Anfiteatro. I giorni di lavorazione si ridussero da sei a quattro, dal 4 al 7 ottobre 1971. Di fatto Maben ottenne due sequenze forti: i quattro Pink Floyd che si arrampicano tra i vapori delle solfatare di Pozzuoli; e (solo) tre brani eseguiti dal vivo. Peraltro neanche integrali: Echoes e One Of These Days, tratti da Meddle, il loro disco più elegante e delicato, dove si sente particolarmente il tocco della coppia Gilmour-Wright; e A Saucerful of secrets, title track dell’album del 1968, all’interno del quale il diamante pazzo Syd Barrett non c’era già più (se non nella traccia Jugband Blues). Di Echoes, però, a Pompei il gruppo eseguì la prima metà e il finale. Mancava la parte centrale. E non mancava solo quella. Il girato di Maben, per quanto qualitativamente alto, non era sufficiente per confezionare un film vero e proprio. In più il regista aveva terminato il budget, e ciò lo costrinse a ultimare il montaggio della prima versione live at4(pre-Dark Side) a casa sua. Non fu l’unica sfiga che si abbatté su Maben. Molte bobine andarono distrutte, ed è anche per questo che in One Of These Days le immagini non staccano quasi mai da Nick Mason: era una delle poche sequenze del brano non andate perdute.
Per rimpolpare il materiale, Maben convinse il gruppo a girare altre immagini in uno studio cinematografico francese, l’Europasonor di Parigi, dal 13 al 20 dicembre del 1971. Maben cercò di ricostruire l’ambientazione di Pompei usando immagini di repertorio della Soprintendenza, oltre alle sequenze di Pozzuoli proiettate alle spalle della band. I Pink Floyd, a Parigi, suonarono Set the Controls for the Heart of the SunCareful with That Axe, Eugene e la sezione centrale di Echoes. E’ opinione comune che le versioni di Echoes e A Saucerful of Secrets contenute in Live At Pompeii siano le migliori di sempre. Indimenticabile anche il Waters – qui fisicamente prossimo a un allucinatissimo uomo di Cro Magnon – che suona il gong in Set The Controls for the Heart of the Sun. Merita poi un capitolo a parteCareful with that Axe, Eugene. Canzone dalle mille vite, contiene uno degli urli più famosi e inquietanti di sempre. L’urlo belluino di Waters, con titolo diverso, confluì anche in Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. La versione perfetta resta quella di Ummagumma: per Live at Pompeii Waters optò per una variante più “parlata” (si fa per dire: borbottata). Nessuno ha mai capito con chi ce l’avessero in quel brano: forse con un serial killer dei Sessanta (Eugene Craft), forse con il chitarrista dei Grateful Dead (Jerry Garcia) a cui mancavano due dita perché il fratello gliele aveva tranciate (appunto) con un’ascia. Bah: comprendere le meccaniche divine di Roger Waters è impossibile, ed è del resto una delle sue molteplici qualità.
live at3Poiché sommamente insondabili, i Pink Floyd vollero anche eseguire a Parigi un divertissement contenuto in Meddle, ovvero Seamus, sorta di blues in cui a cantare (cioè ululare) è un cane di nome Seamus. Solo che, per il film, la canzone diventò Mademoiselle Nobs. Nobs era un levriero russo femmina, di proprietà di un’amica circense di Maben. Nel brano, fatto più unico che raro, Gilmour suona l’armonica. Era abbastanza? Non ancora. Dopo il montaggio casalingo, Maben si rese conto di avere sì e no un’ora di film. Un po’ poco. La sfortuna continuò tormentarlo, perché la prima del film, prevista il 25 novembre 1972 al Rainbow Theatre di Londra, saltò per “motivi burocratici”. Nel frattempo era arrivato il 1973 e i Pink Floyd stavano ultimando Dark Side Of The Moon negli studi di Abbey Road. Maben rimpolpò così Live At Pompeii con un mini-documentario a Abbey Road. Era il gennaio 1973 e l’album non era certo terminato. I quattro musicisti “recitarono” per Maben, suonando le loro parti sulle basi non ancora definitive: nessuna di quelle incisioni sarebbe poi finita suDark Side Of The Moon. Maben raccolse poi qualche dichiarazione del gruppo, assieme ad alcune riprese della loro colazione in studio. La versione definitiva salì a 80 minuti: contiene, tra le altre cose, frammenti in studio di Us And Them e Brain Damage. Un’ulteriore versione, la Director’s Cut, è stata licenziata nel 2003. Live At Pompeii uscì nell’agosto 1974. I Pink Floyd erano molto più famosi di tre anni prima, quando l’opera prese corpo, ma questo non aiutò inizialmente il povero Maben: il suo film raccontava un gruppo che non esisteva più. O non più in quel modo. (Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2016)

Quanto ci mancherà, l’umanità autentica di Gianmaria Testa

testa2E’ difficile scrivere della morte di Gianmaria Testa. Ed è difficile non solo per il dolore, fatalmente enorme di fronte a una scomparsa così anticipata. E’ difficile anche perché, in quell’equilibrismo faticoso che tocca inseguire per non essere retorici quando si racconta la storia di chi non c’è più e vorresti ci fossi ancora, non essere troppo sentimentali è dura. Non è che Testa lo si racconti ora garbato e dotato, disponibile e semplice perché non ci sia più: lo si racconta così perché era così. E bastava poco per capirlo: lo capivi subito. In tanti lo eternano già come “il cantautore degli ultimi”, immagine che ricorda quella con cui ancora adesso si cristallizza Fabrizio De André, uno dei suoi maestri, morto pure lui troppo presto: neanche 59 anni Faber, neanche 58 Gianmaria. Nato a Cavallermaggiore il 17 ottobre 1958, “da quella parte sbagliata del Tanaro dove non si fa il Barolo ma l’Arneis”. Morto ieri mattina ad Alba, la città in cui abitava da tempo e il luogo per sempre di Beppe Fenoglio. Nel settembre scorso, per la maratona dedicata allo scrittore albese, c’era tanta gente. Chi per ascoltare, chi per leggere qualcosa dell’uomo che si fece Johnny e si fece Milton. C’era Giorgio Conte, fratello di quel Paolo a cui Testa veniva accostato spesso, un po’ a ragione e un po’ no, e non si è mai capito quanto a Gianmaria facesse poi piacere quell’accostamento costante. C’era la moglie Paola Farinetti, sorella di Oscar, compagna premurosa e manager protettiva, che gli è stata accanto fino alla fine. Testa, alla maratona fenogliana, non c’era. Era stanco. Stanco della malattia. Ma ci aveva provato. Ci ha sempre provato: fino all’ultimo. La lezione alla Scuola Holden di Torino a fine luglio, gli incontri pubblici, i concerti sognati. Aveva scoperto per caso la malattia, allarmato da qualche sintomo e stimolato a farsi visitare anche da Paolo Rossi, uno dei tanti amici artisti con cui ha collaborato. Erri De Luca, nella testa1prefazione della biografia-testamento in uscita il 19 aprile prossimo per Einaudi (Da questa parte del mare), ha scritto: “Ciao socio, compare, fratello che non mi è capitato in famiglia e che ho cercato intorno, grazie di accomunarmi al libro della tua vita”. E ieri: “Non ci abbracceremo più, ma lo abbiamo fatto 1000 volte. Il mio braccio ha lo stampo della tua spalla”. In una intervista prodigiosa e dolente del maggio scorso, Testa si era raccontato all’amico Michele Serra su Repubblica: “Ho un tumore, l’ho scoperto ai primi di gennaio. Non è operabile. Ho fatto cinque cicli di chemioterapia, il tumore si è molto ridotto. Ma i medici mi hanno detto che nei prossimi mesi devo annullare ogni altro impegno che non sia curarmi. Avere cura di me. Ed è quello che sto facendo”. Poi: “Sei costretto a convivere con un corpo estraneo, non sei più solo, sei in due. Ma si può reagire, si può guarire, e soprattutto si può rimanere pensanti. È così che cerco di fare io (..) Mi mancano i concerti, mi manca moltissimo suonare e cantare. Lo faccio piano, da solo. Di notte, così non do fastidio. Penso molto alla musica e alle canzoni, ci penso continuamente. È come se mi rendessi conto solo adesso che erano parte integrante del mio vivere”. Infine: “Io sono tranquillo. Torno. Se il tempo è galantuomo, guarisco e torno”. Gianmaria Testa lascia molte canzoni, ora in studio e ora live. Gemme scoperte subito in Francia (era di casa all’Olympia), in Germania e pure a New York. L’Italia, invece, deve ancora apprezzarlo appieno, appesantita da quella pigrizia atavica che l’ha portata spesso a definirlo distrattamente “cantautore ferroviere”. Essenziale in musica e in vita, arricchito da un’empatia sincera verso gli ultimi che fece scattare un’amicizia definitiva con il grande Jean-Claude Izzo. Semplice come solo può esserlo un uomo di Langa che ama il vino, i partigiani e la malora. Cantante senza fronzoli e paroliere ispirato, dal vivo dava il meglio di sé. Ha scritto anche libri per bambini, intrisi di tenerezza intatta. Il primo disco è del 1995, l’ultimo (un doppio live: e che live) del 2013. Bello muovercisi dentro, perché dove cogli cogli bene. Testa era sempre se stesso: cantautore classico. Elegante e militante. Coi suoi personaggi sbandati e dimenticati (ma non da lui), in cerca di un’appartenenza autentica e di una collettività che restituisse dignità a una vita spesso carogna. Non si arrendeva, Gianmaria: inseguiva il guizzo. Lo scatto. Il riscatto. E noi con lui. (Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2016)

Fenomenologia di chi parla sempre al telefonino

smartphonite 1Chissà cosa farebbero gli italiani senza telefonino. Chissà. Magari, se solo qualcuno li privasse del loro amato smarthphone, sarebbero costretti a fare altro: sarebbero addirittura costretti a vivere. Vivere veramente. Non c’è luogo pubblico che non sia invaso da uomini e donne che urlano al telefonino i loro fatti privati. Bar, ristoranti, strade. Metro, tram, treno. Un’invasione di italiani che parlano sempre, e quasi sempre per non dire niente. Gigi Proietti, anni fa, ironizzava su questi dialoghi sincopati, dove nessuno riesce mai a terminare una frase perché l’altro ti ha puntualmente interrotto. Entrando in tackle sulla conversazione. Più recentemente Maccio Capatonda ha scherzato sulla smartphonite, il morbo che porta ormai quasi tutti noi a camminare a testa bassa per scrivere messaggi e whatsappare (eh?), col conseguente rischio di farsi investire o – ben che vada – schiantarsi contro un lampione. E’ un’invasione, un’epidemia, una pandemia. All’interno della quale si incontrano variegate tribù.
Enfatici. Hanno aneddoti continui, che ovviamente devono raccontare al telefono affinché tutto l’universo ne venga a conoscenza. Cominciano sempre così: “Non sai cosa mi è successo”. E poi partono. Ti immagini sbarchi sulla Luna o quinquiplette al Bernabeu, ma al massimo hanno incontrato una cugina di secondo grado a Euronics. E te lo devono proprio raccontare. Per forza. E non ci saranno sticazzi a salvarti.
Dubbiosi. Telefonano per chiedere consigli ad amiche e amici: “Che faccio allora, ci esco?”; “Gli scrivo?”; “Le telefono?”. Tutto molto bello, ma non bastava una mail?
Suonanti. Chissà, forse quando poi risponderanno alla chiamata e parleranno, si riveleranno tanti nuovi Schopenhauer. Il fatto però che abbiano come suoneria l’ultima di Lorenzo Fragola, o perfino Lisa dell’indimenticabile Stefano Sani, li rende a prescindere imperdonabili. (E comunque, quando parlano, non si rivelano mai Schopenhauer).
Camminanti. Parlano al telefono dalla mattina alla sera, ma temendo di non rompere abbastanza le palle con la loro voce pensano bene di camminare pure su e giù mentre lo fanno. Se per esempio sono in treno, percorrono 78 chilometri sul Frecciarossa Milano-Roma dalla carrozza 12 alla 1, e se provi a fargli lo sgambetto alla settima volta che li vedi passare loro ti evitano miracolosamente (hanno mille sensori, i Camminanti). Se invece sono al bar, fanno su e giù passandoti davanti mentre con una mano impugnano il telefonino e con l’altra zuppano un croissant immaginario sul caffè. Solo che il caffè è il tuo, e quando osi fargli presente che non avevi ordinato un caffè “macchiato con avambraccio altrui”, loro si offendono pure. ‘Sti maledetti.
proiettiCompulsivi. Odiano il silenzio e, dopo nove secondi in cui non sentono la loro voce, telefonano un’altra volta. Spesso alla stessa persona. La quale, comprensibilmente, quando si sente dire “Come stai?” un po’ si altera. Rispondendo non senza ragione: “Come nove secondi fa, e non essendo Usain Bolt non è che in così poco la mia vita cambi di molto”.
Esibizionisti. Telefonano non perché devono, ma perché vogliono farsi sentire da chi li circonda. Così, al telefono, straparlano di operazioni spericolate in Borsa, meeting di rilevanza planetaria e summit da cui dipende la sorte di Urano. Poi tornano a casa e, all’apice della loro giornata, scartavetrano un Grattaevinci con moneta da 5. Sperando nella svolta della vita.
Mammisti. Telefonano sempre a qualche familiare per sapere come stanno, se va tutto bene, se allora a pranzo per domenica è tutto a posto: “Sai, io e Gino avremmo pensato a una julienne di zucchine per cominciare, poi pasta al forno, il pollo che piace tanto al Gianni e quindi il mascarpone di mia figlia, che come lo fa lei non lo fa nessuno”. E tu sei lì che ascolti e, pur non fregandotene assolutamente nulla, ti scopri a pensare: “Scusa, eh, ma in un pranzo così tronfio e ipercalorico che minchia c’entra la julienne di zucchine?”. (Il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2016)