Reputescion raddoppia
REPUTESCION SUCCESSO OLTRE OGNI ASPETTATIVA –Il programma di Andrea Scanzi Reputescion in onda dallo scorso marzo tutti i lunedì alle 22,30 su La3 è stato un vero e proprio successo sia di pubblico che di critica tanto che la rete, sul canale 143 di Sky, ha deciso di prolungare il programma per tutto giugno per un totale di ulteriori 4 puntate. Ad informare della novità è Andrea Scanzi stesso sulla sua paginaFacebook che scrive:
“Reputescion doveva durare 12 puntate. A causa del successo di pubblico e critica, la prolungheremo fino a tutto giugno, con altre quattro puntate. A nome mio, della rete La3 Tv, dell’autore Fabio Migliorati, dell’ufficio stampa Matteo Montanaro, del regista Federico e di tutti gli (irrinunciabili) addetti ai lavori, vi ringrazio. Un po’ ottimisti lo eravamo, ma un affetto così proprio non ce lo aspettavamo. Grazie”.
REPUTESCION PROLUNGA LA PROGRAMMAZIONE – Un vero e proprio colpaccio per il fascinoso e irriverente giornalista de Il Fatto Quotidiano, che già dalle sue apparizioni tv in programmi come Otto e mezzo e L’aria che tira (celebre il suo litigio con Alessandra Mussolini) aveva dimostrato di essere perfettamente a suo agio tra le 4 pareti del piccolo schermo. Dotato di una sagace intelligenza critica ma allo stesso tempo di ironia dirompente, Andrea Scanzi è riuscito ad attirare intorno al suo programma l’attenzione dovuta, anche per l’originalità del format che di settimana in settimana ha ospitato personaggi eterogenei che sono stati intervistati con la stessa medesima professionalità. (La Nostra Tv)
Gaber se ci fosse ancora Gaber (recensione)
Il mio incontro con Giorgio Gaber è avvenuto grazie ad uno di quegli spettacoli televisivi estivi che ripropongono un potpourri di gag e sketches del glorioso passato del piccolo schermo. Non vorrei sbagliarmi, ma in uno di quei flash Gaber interpretava “Il Tic”. Da allora sono andato in cerca di vecchie apparizioni, ascoltare brani, attenderlo in tv nuovamente. Mi convincevo di conoscere sempre meglio quel personaggio ordinato e rigoroso investigatore del dubbio, “graffiante ricercatore delle fragilità dell’ordine precostituito, stimolante ed elegante agitatore di coscienze, scintillante e geniale manipolatore del caos esistenziale”. Una passione divenuta adorazione quando all’indomani del primo gennaio 2003 giorno in cui se ne è andato, mi regalo il cofanetto della Einaudi in collaborazione con Rai Trade, un viaggio completo nel mondo di questo mattatore che ha saputo cambiare il modo di fare musica e teatro in Italia. Eppure non immaginavo che un altro innamorato, sicuramente più di me, avesse pensato a raccontare su di un palco il percorso umano e professionale di questo poliedrico personaggio. Il Gaber se fosse Gaber, che sono andato a vedere nel teatro della mia città (Piano di Sorrento, nell’ambito della V ed. di Progetti d’Autore, promossa dall’associazione Eta Beta) è un atto d’amore, di un fan, il giornalista Andrea Scanzi verso Giorgio Gaber. Scanzi lo spiega alla fine perché e come si è innamorato di Gaber. Era il 1991, all’Anfiteatro di Fiesole, spettacolo in cui rimase ipnotizzato. Gli scattò delle foto meravigliose. Una di queste, con Gaber teso, sguardo deciso e dolente, divenne quasi un’icona, ancora oggi cliccatissima in rete. L’incontro con la Fondazione Giorgio Gaber ha fatto il resto, tramutando un progetto in realtà: un monologo – spettacolo in cui più di tre decenni vengono raccontati da Scanzi con l’aiuto di foto, video e audio. Emerge la straordinarietà di un artista che se si fosse fermato a Torpedo Blu, Non Arrossire, o ai primi vagiti del rock italico (con Adriano Celentano), sarebbe stato né più né meno un bravo cantante. Il coraggio di osare, trasformare e trasformarsi lo ha reso invece artista immortale. Disincantato ed empatico, lucido ed innamorato della vita, anarchico e forse surreale. Tutto questo con la collaborazione dell’inseparabile Luporini. Scanzi spiega, racconta, ma non è affatto didascalico. Si sente l’amore, ogni volta che racconta – o meglio , svela, aneddoti del Gaber – pensiero troppo spesso annebbiato da luoghi comuni, a destra come a sinistra, veri nemici di Gaber, veramente uno politicamente scorretto. Andrea ci ricorda così che in Io se fossi Dio se la prende persino con il “guru” del compromesso storico Aldo Moro. Né tabù, nè certezze, nè censure. Si infrangono i miti di anni terribili e confusi, ma anche le certezze di un uomo sempre più vittima di quegli stessi anni. Ecco Il Dilemma del nostro tempo, brano attualissimo e a me sconosciuto. Una pecca che l’innamorato Scanzi mostra in video, bellissima. Metafora di un tempo confuso, troppo simile alla stagione che stiamo vivendo. Nel tempo dei gabbiani ipotetici senza più neanche l’intenzione del volo Gaber era l’unico che sapeva come spiegale le ali. E se Andrea Scanzi, lo stesso che oggi con #Reputescion su La3 tv rappresenta una delle più belle boccate d’aria di questa stagione televisiva, dovesse capitare nella vostra città a raccontare Gaber, andateci! Nel tempo in cui “la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra”, ci mancano storie come quella di Giorgio. (Biagio Verdicchio, Fanpage).
S’io fossi Gaber arderei ‘l mondo
Nella società castale indiana, il paria rappresenta il reietto per definizione, un relitto umano posto al di fuori della società. Ebbene, più passano gli anni, più la società è dominata dal cancro del conformismo, della banalità e della ipocrisia, più qu
esta parola strana, “paria”, appunto, assume a mio avviso un significato positivo. Cosa c’è di migliore che essere “fuori dalle caste” al giorno d’oggi? E naturalmente non mi riferisco alla casta di Stelliana e Rizziana memoria, ma alla volontà di essere fuori dai giochi, quelli ufficiali almeno, ed osservare il mondo e i suoi rituali da outsider. Per l’intellettuale, poi, questa condizione appare ancora più ideale poiché gli consentirebbe di perseguire quella aspirazione all’Oltre che in troppi adesso sembrano av smarrito. Lo diceva uno scrittore dannato più che scomodo come Drieu La Rochelle: “La funzione dell’intellettuale è di andare al di là dell’avvenimento contingente, di tentare cammini rischiosi, di percorrere tutte le strade possibili della storia. Niente di grave se sbagliano. Hanno compiuto una missione necessaria, quella di andare dove non c’è nessuno”… Parole cadute tristemente nel vuoto e sono pochi coloro che a questo imperativo categorico si riferiscono.
Negli ultimi mesi, negli improbabili teatrini televisivi, tra mummie, pagliacci ed umanità varia, è planata una figura nuova, diversa: si veste come un ragazzo normale, sembra esser portatore di passioni e disgusti culturali più che politici, sembra, insomma, provenire da un luogo sconosciuto agli opinion makers di casa nostra ossia la realtà! Il suo nome è Andrea Scanzi, giornalista, scrittore, sommelier, e da qualche tempo anche attore con lo spettacolo “Gaber se fosse Gaber”, un sentito omaggio al creatore del “Teatro Canzone” nel decennale dalla scomparsa, che appare come un lungo articolo, sincero, arguto e divulgativo al contempo dove i link ipertestuali altro non sono che gli stralci gaberiani (canzoni, filmati, fotografie) proposti nella devota rievocazione teatrale. E proprio in occasione della data fiorentina di “Gaber se fosse Gaber”, presso il Teatro Puccini, abbiamo incontrato Scanzi, disponibile e sorridente, che proprio qui, nel Maggio del 2001, salutò per l’ultima volta il cantante-attore milanese. Liberamente abbiamo riflettuto sulle miserie del presente rievocando però anche i lampi che ci hanno attraversato e che ancora ci attraversano… La volontà che anima Scanzi è stata espressa in maniera molto chiara: mettere in discussione tutto, a qualunque costo. Bentornata libertà, ci verrebbe da dire…
Da dove nasce la necessità, l’urgenza di ricordare Gaber oggi? Sappiamo che il motivo “tecnico” di questo spettacolo è la commissione da parte della Fondazione Gaber, circa due anni fa, ma credo occorra muoversi oltre e chiedersi quanto la parabola di questo artista manchi all’Italia odierna?
Ritengo ci sia bisogno di ricordare un personaggio che è famoso, ma non sufficientemente conosciuto. Mi spiego meglio: di Gaber in tantissimi conoscono il nome, magari qualche canzone del primo periodo, ma sfugge la parte più importante, ossia la produzione teatrale, quella di un artista scomodo, urticante, talvolta violento che le televisioni e i mass media in generale intendono censurare oggi, come in passato. Credo che al nostro Paese manchino figure come lui, così straordinariamente libere (citerei anche Pasolini, e pochi altri)… Gaber era infatti un uomo del dubbio e non delle certezze, che amava mettere in discussione soprattutto ciò che sentiva più vicino, un insegnamento che è estremamente attuale, ma di cui non si trova quasi più traccia.
Dunque questa Italia sempre più orfana delle sue figure più profetiche, più visionarie, più “urticanti”, come dicevi giustamente tu, riesce oggi ad esprimere qualche fermento che possa indicare nuove strade di creatività o di contestazione efficaci? Personalmente quello che trovo più preoccupante è il grande clima di rassegnazione che si respira: come possono germinare delle avanguardie se non si immagina che i paradigmi possano essere attivamente cambiati, mi chiedo…
Direi che rispetto alla stasi di circa dieci anni fa adesso qualcosa sta provando a rinascere, anche se in maniera terribilmente caotica. Il problema vero è che anche quando sembra riaffermarsi un desiderio di appartenenza e partecipazione non c’è alcuna voglia di abbracciare una idea col dovuto beneficio del dubbio… Si assiste ad una radicalizzazione estrema: bianco e nero, giusto e sbagliato! Ci sono insomma troppi tifosi (peraltro neanche sostenuti dalla ideologia, come accadeva negli anni settanta) laddove servirebbero piuttosto persone in costante ricerca… E naturalmente gli intellettuali odierni non sono da meno!
La tua presenza all’interno del teatrino massmediatico è sempre più forte, ed oramai, per quanto questo possa farti sorridere, anche tu sei quello che chiamano un “opinion maker”. Come ti relazioni a questa realtà e a questo ruolo? Cosa cerchi di fare per esserne degno (ammesso e non concesso, proprio come Gaber ci insegna, che “fabbricare opinioni” sia cosa meritevole…) e per lasciare un lascito positivo, anche minimo, ai tuoi lettori ed ascoltatori?
Cerco soprattutto di mettere in pratica un insegnamento, umano più che intellettuale, che reputo molto importante, ossia quello di mettere sempre in discussione tutto! Quando mi chiamano in televisione vorrei che chi mi ascolta si ponesse costantemente dei dubbi; la condivisione di per sé non mi interessa e preferisco non risultare indifferente. Inoltre detesto la tipica autoreferenzialità dell’intellettuale di sinistra e devo ad ogni costo tenermici lontano, non per mero spirito di provocazione…Il rischio, semmai, è quello di essere “etichettati”, quale che sia la tua posizione reale: io ad esempio sono spesso convocato per “fare il grillino”, solo perché mi sono occupato del fenomeno del M5S. Per fortuna, leggendo i commenti di chi scrive, mi capita di far arrabbiare tanto il “fan”, quanto l’oppositore dichiarato, e questo, ti confesso, mi tranquillizza molto!
C’è una cosa che apprezzo vedendoti parlare nelle trasmissioni televisive: ossia che non appari, come molti, una crisalide vuota, priva di vita, ma sembra che dietro di te agiscano passioni ed interessi palpitanti, oltre alla politica. Quali?
In Italia se sei eclettico, se hai tante passioni finisci per esser definito con disprezzo un “tuttologo”, ma è un rischio che mi prendo volentieri poiché sono davvero lieto di esprimere le mie passioni, tutte. Per me sarebbe aberrante disquisire tutta la vita di un unico argomento e amo parlare di tutto ciò che mi piace: la musica innanzitutto (i cantautori, ma anche il jazz, i grandi chitarristi…), poi il vino, da buon godereccio, e anche lo sport, il cinema, e naturalmente la letteratura (Saramago, Fenoglio…).
In questa nostra conversazione abbiamo parlato molto del nostro presente; cerchiamo di essere ancora più espliciti… Se al volo dovessi dire cosa ti piace e cosa non ti piace del Paese in cui viviamo cosa risponderesti?
Sarò banale, ma viaggiando molto mi sono reso conto che la bellezza dell’Italia è ineguagliabile. Vivere qui, anche se magari in una dimensione più “da turista” è davvero un grande dono. Degli italiani invece odio la tendenza a non volersi sporcare le mani, a non schierarsi, a stare dalla parte del più furbo per convenienze poi tutte da verificare. Avremmo molto da imparare dai nostri errori del passato e invece non lo facciamo mai!
Consentiamoci per un attimo di essere banalmente autoreferenziali… Quali sono i tuoi progetti futuri?
Da qualche mese il ritmo delle mie attività è aumentato in maniera vorticosa, dunque davvero ci potrebbero essere progetti futuri che io al momento neanche immagino. Certo è che intendo continuare la mia collaborazione con “Il Fatto Quotidiano”, così come continuare con le rappresentazioni teatrali di “Gaber se fosse Gaber”, probabilmente anche affiancandole a quelle di un nuovo spettacolo su De Andrè. Potrebbe poi esserci qualche conduzione televisiva, ma il vero obiettivo adesso è tornare a scrivere un libro, e in questo caso sarebbe un romanzo, per toccare ancora una nuova dimensione, quella che al momento mi fa più paura. (di Antonello Cresti)
Aldo Grasso: Guardate Reputescion
“C’è un programma che merita di essere seguito, si chiama «Reputescion. Quanto vali sul Web» e va in onda a turnazione su La3 (canale 143 di Sky e 134 del Dtt). Più interessante per come lo si vive che per le cose che dice, anche se… Dunque, il programma, ideato e scritto da Fabio Migliorati, è condotto da Andrea Scanzi, che ormai non tralascia occasione per apparire, e consiste in questo: viene intervistato un ospite riguardo la sua reputazione online.
Cosa si dice di lui sul web, quale il consenso, quali le critiche, ammesso che interessi sapere cosa la Rete pensa di don Andrea Gallo, il «prete da marciapiede». La ricerca sulla reputazione è rilevata dall’Osservatorio Redds con la collaborazione di Ventura Research Institute e di Reputation Manager, una società italiana che ha introdotto il concetto di «ingegneria reputazionale», ovvero quell’analisi della reputazione online dei brand e delle figure di rilievo pubblico.
Don Gallo va preso per quello che è: un prete folcloristico, convinto che la Chiesa sia una grande Ong, un grillino ante litteram: a Genova fino a poco tempo fa si scontravano, su sponde opposte, i due preti più narcisisti della Chiesa italiana, don Baget Bozzo e don Gallo. Ma va bene così, per la tv va bene così. Scanzi era in adorazione, sia che si parlasse di Benedetto XVI che di Berlusconi: «Berlusconi dovrebbe ritirarsi dalla politica, sarebbe un bel segnale, magari lo sarebbe anche per D’Alema, perché non se ne può più. Lui e D’Alema che vadano a fare un giro su un bello yacht, tre o quattro volte la circumnavigazione della terra». La parte più interessante di questo settimanale è una app gratuita che si scarica sul tablet: HyperSync®. Questa applicazione permette di seguire il programma in modalità «second screen» con contenuti extra. Un salto prodigioso nel futuro prossimo.” (Aldo Grasso, Corriere della Sera).
L’intervista di Panorama

Si scrive Reputescion, si legge analisi della reputazione in rete di un personaggio pubblico. I riflettori del nuovo programma di La3, sono puntati su politici e giornalisti, blogger e icone pop. Alto e basso. Feticci del web e personalità carismatiche. Si comincia con i dati forniti dall’Osservatorio Redds – dati scientifici e reali – e ci si perde in saporite conversazioni. Il resto lo mette Andrea Scanzi. Commentatore tendenza polemista, penna eclettica – erede del geniale Edmondo Berselli – e gran conoscitore del “grillismo”, il giornalista toscano debutta come conduttore e aggiunge un altro tassello alla sua carriera.
Il format è semplice: raccontare l’ospite analizzando il suo profilo in rete.
Si parte dallo studio sull’ultimo anno di vita di un personaggio on line. S’incrociano i dati – follower, numero di fans su Facebook, il video più visto, i commenti e il web feeling – e ne viene fuori la reputazione on line. Da lì prende il via una chiacchierata con l’ospite in studio. E’ un’intervista ma non la solita intervista.
Come si stima la web reputation?
E’ un valore che va da meno 5, ovvero una reputazione pessima ma molto forte, a più 5 che è il sogno di tutti perché sei un opinion leader e sei molto amato. Se sei intorno allo zero, o sei neutro, dunque non frega niente a nessuno di quello che fai in rete, o sei amato e odiato allo stesso modo quindi i valori si elidono.
E reputazione in rete di Scanzi?
Per l’ultima puntata me la daranno, senza però anticiparmi i dati. Non so fare una previsione ma spero che non sia uno zero. Posso essere detestato e un po’ amato ma non mi si può accusare di essere neutrale.
A proposito di critiche: Riccardo Bocca de L’Espresso scrive che avresti dovuto “attendere l’aereo giusto per decollare in tivù”.
Bocca mi pungola da qualche mese: dice che sono troppo in televisione. Forse è vero che faccio troppa tivù in questo periodo: mi danno del prezzemolino anche se rifiuto nove inviti su dieci.
Ma consideri Reputescion l’aereo giusto?
E’ come se stessi facendo l’apprendistato. Sto imparando a fare il conduttore in una tivù bella, onesta ma non gigantesca che mi permette di fare qualche errore. Non so se avrei accettato un incarico da La7.
Dici di te: “Mi occupo quasi di tutto e pare che sia un difetto”.
L’eclettismo in Italia è spesso confuso con tuttologia. Va bene, becchiamoci l’etichetta di tuttologo. Mi annoierei tremendamente a parlare sempre della stessa cosa: se faccio molte cose è perché sono curioso e perché c’è un pubblico mi segue.
Eclettico Scanzi. Hai scritto di vino, tennis e calcio. Poi di musica, politica e costume. La cosa di cui ti piace di più occuparti?
Non lo sport. Faccio sempre più fatica a scriverne. Tutto sommato la cosa che mi diverte di più è scrivere di cultura, società e spettacoli.
La politica dove la collochi?
Mi diverte in questa fase, perché c’è stata l’esplosione del Movimento 5 stelle. Non perché tifi per loro ma perché ho avuto la fortuna e l’intuizione di capire cinque o sei anni fa che cosa sarebbe successo. Racconto ora un mondo che in qualche modo avevo previsto prima.
Se ti definiscono “grillologo” ti arrabbi?
Mi arrabbio perché sa di presa per i fondelli. Non mi offendo perché ci sta: all’inizio m’invitavano in tivù perché avevo scritto Ve lo do io Beppe Grillo. Ora spero di essere un po’ più di un grillologo o di un grillino, come qualcuno sostiene. Credo di non essere né uno né l’altro ma solo uno che analizza la realtà di un movimento che conosce.
Con la pistola alla tempia: o la scrittura o la tivù. Per cosa opti?
La scrittura, senza dubbi. Ma so bene che la televisione ti dà una visibilità enorme e me ne sto accorgendo: hanno avuto più eco gli scazzi con la Mussolini e la Biancofiore che non dieci anni di carta stampata.
Facciamo il toto ospite di Reputescion. Di Fabio Fazio hai scritto: “Ha elevato il paraculismo a cifra stilistica”.
Lo vorrei molto volentieri in trasmissione, a differenza sua che ha fatto di tutto per non avermi alla serata che hanno dedicato a Giorgio Gaber. Mi piacerebbe conoscerlo e intervistarlo, magari con un più di cattiveria di quella che mette quando intervista gli altri.
Checco Zalone: “La sua pochezza è sconfortante”.
Lo voglio conoscere. Ha incontrato un mio collega, Malcom Pagani, e gli ha chiesto: “Quando mi presenti quello stronzo di Scanzi? Mi sta simpatico, sono convinto che se mi conoscesse non scriverebbe quelle cose”. Lo inviterei volentieri.
Jovanotti: “Maître à penser della sinistra discount”.
Non verrà mai perché se l’è presa a morte. Lo considero un bravissimo artista ma quando elabora concetti intellettuali fa sorridere perché è acerbo, esile. Non sopporto quando si erge a pensatore. La colpa poi forse non è nemmeno sua ma della sinistra che non ha più maestri ed è passata da De André, Fossati e Gaber a Jovanotti e Federico Moccia. Tra l’altro abitiamo entrambi a Cortona.
Dimmi chi avresti voluto intervistare e non ha accettato o non è potuto venire.
Carlo Verdone: sarebbe un sogno averlo come ospite ma sta finendo il film e dunque non verrà. Idem Marco Travaglio, che ha l’esclusiva con Servizio Pubblico. E Matteo Renzi: mi aveva promesso che sarebbe venuto prima delle elezioni, poi ha cambiato idea. Anche se non sono suo fan lo conosco e lo stimo: è uno dei pochi politici che sa usare la rete, anche in maniera paracula. E poi avrei voluto avere Beppe Grillo, genio assoluto della comunicazione on line.
Giornali, tivù e anche teatro. Da più di un anno giri l’Italia con Gaber se fosse Gaber, unalezione-spettacolo su Giorgio Gaber.
E’ un testo mio, in cui racconto chi è stato Gaber senza interpretarlo. Volevo narrare il Gaber del teatro canzone, quello più fastidioso, meno etichettabile. Vengono a vedermi i gaberiani ma anche i venti-trentenni che non l’hanno conosciuto. Gaber è famoso quanto De Andrè ma è molto meno conosciuto. Il suo è stato un percorso più originale e complicato.
Dove sta l’attualità di Gaber oggi?
E’ spaventosamente attuale Gaber, come il Pasolini degli Scritti Corsari. Alcuni monologhi sembrano scritti oggi: quando parla della crisi morale o della crisi della sinistra, delle meschinità umane e delle nostre ambiguità. Riusciva a essere forte e vibrante senza annoiare: di solito gli intellettuali sono noiosi rompipalle, con lui invece si ride.
Un intellettuale anarchico.
Era libero e per questo non sono mai riusciti a etichettarlo: bastonava sinistra e destra perché quando voleva dire una cosa la diceva. Alla fine è risultato coerente: non ha mai tradito la fiducia dello spettatore e non è mai stato paraculo. E’ sempre stato Giorgio Gaber e basta.
Scanzi riporta Gaber in Friuli
Agile e potente, arriva dritto al cuore e alla mente “Gaber se fosse Gaber” (Palamostre di Udine il 5 aprile inizio ore 21 – organizza Azalea) il testo teatrale di cui è anche interprete Andrea Scanzi, giornalista di punta de “Il Fatto Quotidiano”. In un monologo intenso ed equilibrato, azzeccando tempi e modi, evitando ardite imitazioni (un affronto intollerabile per i “gaberiani”!), leziosità e ripetizioni, con sincero rispetto, fine ironia e assoluta lucidità, racconta quel grande pensatore che fu Giorgio Gaber e il suo Teatro Canzone, l’originale progetto di cui fu complice Sandro Luporini.
Un percorso narrativo fatto d’immagini, filmati, canzoni per nulla scontato e, a volte, sconosciuto anche ai maggiori cultori dell’artista milanese. “La prima volta che vidi Gaber fu all’Anfiteatro di Fiesole nel 1991 – ammette con percepibile emozione Scalzi - e ne rimasi letteralmente folgorato”. Una serata che Andrea fissò in una straordinaria immagine. Una lezione di vita mandata a memoria.
Com’è poi proseguita la sua conoscenza di Gaber?
“Ci siamo incontrati personalmente e frequentati. Gaber mi ha cambiato la vita. Aveva accettato di farmi da correlatore alla tesi di laurea (I cantautori della prima generazione) ma la malattia purtroppo non glielo consentì”.
Quali sono gli insegnamenti di Gaber marchiati in maniera indelebile nella sua mente?
“L’onestà intellettuale, la libertà di pensiero costi quel che costi, il gusto mai gratuito per la provocazione”.
Dal debutto nel febbraio 2011 “Gaber se fosse Gaber”, prodotto dalla Fondazione che porta il suo nome, si appresta a tagliare il traguardo delle 70 repliche: si aspettava un simile successo?
“Il mio ottimismo non arrivava a tanto. L’ho portato in scena anche al Piccolo di Milano: un’emozione fortissima, è stato come riportare Gaber a casa. Adesso torniamo in Friuli la regione che, dopo la Lombardia, lo ha ospitato di più dimostrando grande calore e partecipazione”.
Dove sta l’attualità del pensiero gaberiano?
“Nella sua capacità di cogliere l’imbarbarimento e l’inaridimento dell’uomo. Nella sua capacità di raccontare la quotidianità con cinica partecipazione, nel coraggio urticante delle sue idee, in quel suo mettere in discussione la politica e nel rimproverare certe scelte della Sinistra. Gaber non ha mai cercato la compiacenza di nessuno, non ha regalato certezze ma instillato dubbi. Ha saputo anticipare il tempo che stiamo vivendo”.
Schiettezza e ironia sono doti caratteriali o le ha imparate da Gaber?
“Le mie origini toscane hanno aiutano quella ruspante schiettezza e velenosa ironia che sono parte della mia personalità. Letture, ascolti musicali e soprattutto punti di riferimento come Gaber e Luporini mi hanno consentito di farle crescere e di affinarle”.
Si vede spesso in tv: il mezzo le piace?
“Lo frequento da giornalista e ho un buon rapporto con la telecamera. Il ruolo dell’opinionista mi diverte: dico semplicemente quello che penso”.
Con quali effetti?
“Molte persone mi fanno i complimenti per la mia franchezza. Mi dicono di avere interpretato perfettamente quello che da anni era il loro pensiero”.
Ultimamente ha avuto scaramucce televisive con molte donne: Mussolini, Ravetto, Biancofiore…
“Sembra che ce l’abbia con le donne… In realtà ce l’ho con quelle donne, poco abituate a giudizi non compiacenti nei loro confronti”.
Da buon conoscitore di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle che cosa pensa della situazione politica italiana?
“Credo che neppure Grillo si aspettasse il risultato ottenuto. Fare da pungolo democratico e virus benefico al Centro-Sinistra ero il suo obbiettivo. Il risultato ottenuto pretende un impegno maggiore per il quale, a mio parere, Grillo e i suoi non sono pronti perché ancora troppo ingenui e, in certi casi, impreparati. Distruggere non basta, c’è un Paese che ha bisogno di essere governato. L’ipotesi più probabile è il voto a ottobre dopo l’elezione del Presidente della Repubblica”.
La musica è una sua grande passione: ha un debole per i cantautori?
“Li apprezzo molto, mi sono laureato con una tesi sui cantautori. Gaber, De Andrè (“Le cattive strade” è il titolo dello spettacolo che porto in scena con Giulio Casale che ha una struttura analoga a quella del lavoro dedicato a Gaber), Fossati (del quale ho scritto un’autobiografia “Il volatore”) ma anche Ivan Graziani e Rino Gaetano: li amo tutti. Ascolto però anche Bruce Springsteen, Pink Floyd, Keith Jarret. Non disdegno la buona musica, indipendentemente dai generi”.
Anche il vino non la lascia indifferente…
“Il Friuli l’ho scoperto proprio grazie al vino (vanta un diploma di sommelier e un attestato da degustatore ndr) avendo scritto un paio di libri (Elogio all’invecchiamento – Il vino degli altri) . Sono un toscano atipico ( e vegetariano) perché preferisco i bianchi ai rossi e voi ne producete di straordinari. Frequentando la vostra terra, ho imparato a conoscere e apprezzare i luoghi, i vostri tempi, il vostro essere mai oppressivi ma ben disposti allo stare insieme. In Friuli mi sento profondamente a casa”.
Che cosa pensa dei social network che non disdegna di frequentare? Quali i pregi e i difetti?
“Conduco una trasmissione che si occupa proprio di reputazione on line (“Reputescion – Quanto vali sul web?”, un format che ha debuttato l’11 marzo in seconda sera su Sky canale 143, DTT canale 134). I Social Network consentono un contatto immediato con il pubblico, con la notizia. Il feedback è immediato. L’aspetto terribile è nell’accessibilità illimitata e protetta dall’anonimato. Ti arriva addosso affetto, invidia, rabbia, insulti. La rete non è per tutti. Per frequentarla senza danni è necessario che il livello di autostima personale sia molto alto”.
Giornalista, conduttore, opinionista, autore di libri e spettacoli di cui è anche interprete: non c’è pericolo che si monti la testa?
“Impossibile perché me la sono montata fin da principio! Non nego di essere un po’ narcisista ed egocentrico. La tv dà una popolarità enorme e immediata anche se a emozionarmi di più è un applauso a teatro. E’ vero che il mio modo di stare al mondo è cambiato ma credo di essere rimasto sempre lo stesso, di dire e scrivere le cose di sempre. Autorizzo quindi fin d’ora chiunque si accorgesse di un cambiamento determinato dall’esplosione del mio ego a picchiarmi per farmi rinsavire”.
Rita Bragagnolo (IlFriuli.it, 1 aprile 2013)
Ciao, Enzo
“Perché ci vuole orecchio”, e lui ce l’aveva. “Tutto, tanto, anzi parecchio”, secondo una progressione semantica che nulla aveva di logico. E dunque era sua: molto sua. Enzo Jannacci è stato il corsaro dei cantautori italiani. Il surreale, l’incostante, il non etichettabile. Capace di capolavori stordenti (Fotoricordo, 1979) e dischi tremendi (Discogreve, 1983). Mai canonico e mai lineare. Una sera ti incantava e quella dopo, visibilmente alticcio, distruggeva sul palco buona parte di se stesso. Pazzo autentico e musicalmente bipolare: da una parte suonava jazz con Chet Baker e Gerry Mulligan e dall’altra importava il rock’n’roll con Tony Dallara e Adriano Celentano. Rocky Mountains, Rock Boys. E Giorgio Gaber, l’amico e fratello con cui ha viaggiato finchè ha potuto. Ne aveva una stima smisurata. Due Corsari, Ja-Gà Brothers: fette di limone e canti anarchici, eseguiti in una Rai inizialmente tollerante e poi censurante. Nel 1989 carambolò a Sanremo. Il brano si intitolava Se me lo dicevi prima: “E allora è bello quando tace il water/ quando ride un figlio/ quando parla Gaber”. In qualsiasi altro artista la rima “water/Gaber” avrebbe portato all’arresto letterario: in Jannacci no, perché lui creava così. Un sublime feticista del rovesciamento. Della mescolanza. Alto e basso, con l’unico terrore autentico verso la “brutta musica fatta solamente con la batteria”.
Cantante, pianista. Scrittore, presentatore. Jazzista, poeta. Karateka (cintura nera). Attore, sceneggiatore, doppiatore. Uomo di teatro e televisione, sempre ammesso che il primo fosse in grado di comprenderlo (e viceversa) e la seconda di tollerarlo (e viceversa). Jannacci era un bulimico pigro, un ossimoro lunare – e lunatico – che sfrecciava per Milano guidando il motorino come un eterno incosciente (chiedere a Francesco Baccini). Ciclicamente autodistruttivo, della vita amava anzitutto i vizi. A cavallo dei Sessanta, la Rai lo cacciò dai palinsesti. Lui reagì andando in Sudafrica e Stati Uniti. Quattro anni per valorizzare la laurea in medicina e specializzarsi in chirurgia e cardiologia.
Jannacci viveva mille vite con l’aria di chi faticava a sopportarne anche solo una. Quando parlava, non si capiva quasi niente. Biascicava concetti eretici. Quando cantava, radiografava col linguaggio dei folli. Genio e delirio di un innocente urticante. Il lirismo di Vincenzina e la fabbrica (tra i vertici della musica italiana), la Milano perduta (El me indiriss) e i senzatetto in scarpe di tennis. La satira contro “La televisiun la g’ha na forsa de leun, la televisiun la g’ha paura de nisun, la televisiun la t’endormenta cume un cuiun” (la Rai alzava il volume degli applausi per coprirne le parole) e contro un esercito inconcludente di “quelli che”. Ha cantato come nessuno – forse persino più di Gaber – la milanesità. Trovò in Beppe Viola un altro sodale decisivo. Lo perse troppo presto e non ebbe fretta di elaborarne il lutto. Si chiuse in se stesso, facendo poi finta di essere in qualche modo uscito dal buio. Viveva la carriera musicale come una dépendance neanche troppo necessaria, come il percorso di un eteronimo talentuoso che da ragazzo si nascondeva per non far vedere gli occhialoni. Ogni tanto scompariva, niente dischi né concerti. Nessuno sapeva dove fosse, forse neanche lui.
Ha rivoluzionato la canzone d’autore, di per sé tendente alla seriosità, con un’ironia randomica personalissima (Faceva il palo, L’Armando, Silvano). Piluccava da mondi molto suoi, pieni di Giovanni telegrafisti innamorati – nonostante tutto – della vita. Scriveva per sè, ma la bellezza intrideva anche gli altri (Mina e Paolo Conte i suoi interpreti migliori). Era malato da anni. Passava buona parte del tempo in farmacia, quella di Viale Romagna. Si fermava poco prima dell’uscita e stava lì. La gente lo guardava e gli chiedeva perché. Lui, con quella voce stropicciata: “Be’, qua c’è l’aria condizionata e in casa no”. Uomo dai percorsi creativi insondabili – al Festival Gaber è riuscito a trasformare l’esile Una fetta di limone in un brano straziante – e dall’aneddotica infinita. Una volta, al Maurizio Costanzo Show, ascoltò le parole di una signora che si vantava di aver raggiunto la vecchiaia conducendo un’esistenza senza eccessi. Gli chiesero un parere. Lui, che ha continuato a esercitare finché ha potuto (e spesso gratuitamente) la professione di medico, sintetizzò così: “Una vita da malati per morire da sani”. Lui preferiva il contrario. Tra i suoi allievi, Paolo Rossi. Hanno condiviso Sanremo, accordi, battaglie, bevute e Aspettando Godot di Samuel Beckett. Era il 1991. Il cast: Jannacci, Gaber, Felice Andreasi e Rossi. La sera prima del debutto, Rossi è in albergo con la febbre alta. La sua presenza è a rischio. Arriva Jannacci. Prepara un beverone di gin, mille pasticche e carne macinata (“per provocare secchezza dopo la bevuta”). Rossi, terrorizzato, ingurgita tutto. La mattina dopo è guarito (ma nella notte ha vomitato anche l’anima). Alla prima, Andreasi non si ricorda una battuta. Rossi la sa, ma non può suggerirla perché interpreta un muto. Allora Jannacci, che poco prima si era appisolato, guarda Andreasi e gli suggerisce: “Buttati giù, buttati giù!”. Intende fisicamente: se si getta a terra, fanno sipario e magari parte pure l’applauso. Andreasi però non capisce e grida: “Buttati giù, buttati già!”. Che con quella scena non c’entrava proprio niente. Il giorno successivo, un preoccupato Gaber suggerisce di dotare Andreasi di un auricolare. Nessuno vuole dare la notizia al diretto interessato, che la prenderà come un’umiliazione. Così Gaber e Jannacci incaricano Rossi, con una scusa palesemente subdola: “Dai, vacci tu da Felice, che lo conosci di meno”. Andreasi, per nulla felice, accetta. Sul palco, però, l’auricolare non funziona. Gli ultrasuoni fischiano, i “bip” sfondano i timpani. E il povero Andreasi, durante la seconda replica, comincia a urlare. Un disastro. Jannacci, però, sembrava quasi divertirsi. Accadeva spesso. (Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2013)
Gaber se fosse Gaber…ascolterebbe Scanzi
“C’è una foto-icona di Giorgio Gaber che ha avuto una grande fortuna in questi anni. È quella che trovate qui a fianco (e in numerosi siti e persino in qualche libro). È una foto scattata nel 1991 da un diciassettenne che – come dice lui stesso – “verrà travolto, come fosse un treno in corsa, dalla forza di Giorgio Gaber”. Quel diciassettenne di allora oggi sta portando con grande successo in giro per l’Italia uno strano spettacolo-lezione appunto su Giorgio Gaber, “Gaber se fosse Gaber”. Quel diciassettenne di allora è ovviamente Andrea Scanzi, giornalista affermato (scrive per Il fatto quotidiano, spesso ospite alla 7, ha scritto diversi libri) e ieri sera ha fatto tappa al Teatro Duse di Genova (replica da tutto esaurito stasera).
Uno spettacolo, come accennavo, piuttosto particolare. Sul palco solo una sedia e un unico attore: l’autore stesso che alterna monologhi a spezzoni video (alle volte inediti) tratti dagli spettacoli gaberiani. Che ci racconta il “suo” Gaber. O meglio “interpreta” il “suo” Gaber. Perché Scanzi non lesina sue interpretazioni, sue considerazioni, alternando brevi accenni biografici a riferimenti storici del periodo e soprattutto inquadrando gli spettacoli gaberiani all’interno del quadro storico in cui lo spettacolo è nato. Un racconto tutto in analessi. Scanzi entra in scena e si siede sulla sedia per mimare l’ultima posa ufficiale dell’ormai malato autore milanese. Siamo nel 2001… pochi mesi dopo Gaber ci lascerà per sempre. Quindi inzia un ideale viaggio a ritroso. Dopo un rapidissimo accenno al primo Gaber (quello di “Torpedo blu”, per intenderci), ecco la prima svolta: il tour con Mina nel 1969. Uno spettacolo in cui nel primo tempo canterà la tigre di Cremona e nel secondo il cantautore milanese. Scanzi – bravissimo a tenere alta la tensione e l’attenzione del pubblico – ama spesso gigioneggiare e trova più di una volta la battuta giusta: “Pensate, una volta avevamo sullo stesso palco Mina e Gaber. Oggi, se ci va bene, Gigi D’alessio e Anna Tatangelo”. Quindi è la volta del Teatro-canzone tramite lo straordinario incontro con Sandro Luporini, un vero e proprio genere inventato dai due. Nasce il Signor G. e i grandi spettacoli teatrali degli anni Settanta, snobbati da radio e televisioni che però riempiono i teatri di tutta Italia (con qualcosa come 180 repliche all’anno). Gaber – ci ricorda Scanzi – pur non “appartenendo” parla di attualità, parla del privato ma anche dei sogni rivoluzionari di quegli anni. La svolta avviene nel 1978 quando Gaber si rende conto che ormai il Sessantotto ha perso la sua carica eversiva e rivoluzionaria, i sessantottini sembrano dei reduci di loro stessi, le grandi battaglie sociali sono ormai una moda. È la volta, insomma, di “Polli di allevamento” con gli arrangiamenti di Giusto Pio e Franco Battiato. Quando Gaber propone in quello spettacolo “Quando è moda è moda” – ci racconta ancora Scanzi – viene spesso interrotto, fischiato e insultato dal pubblico a cui sta cantando (o urlando): “non sono più compagno, né femministaiolo militante/mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari
e le altre cazzate/e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate/con cui voi discutete democraticamente/ sono diverso perché quando è merda è merda/non ha importanza la specificazione”. Dopo un pezzo simile, continua Scanzi, si può ancora dire qualcosa? Sembrerebbe di no e invece due anni dopo Gaber e Luporini vanno persino oltre giungendo a toccare addirittura Aldo Moro, ucciso appena due anni prima dalle Brigate Rosse: da politicante a statista grazie al martirio. Un qualcosa di inaudito da cantare!
Arrivano così gli anni Ottanta, gli anni del disimpegno (non di Gaber certo), della Milano da bere, dell’edonismo reaganiano e di Craxi. Dopo un periodo di silenzio Gaber e Luporini abbandonano il “politico” per dedicarsi al “privato” (Scanzi, citando Adorno, definisce l’uomo per tutto lo spettacolo “l’albero”), alla crisi della coppia (la splendida e tremenda “Il dilemma” cantata anche da un altro grande collaboratore di Gaber, Gian Piero Alloisio). E poi arrivano gli anni Novanta e Tangentopoli (e qui stranamente – ma forse davvero non se ne può più! – il giornalista non cita Berlusconi).
Lo spettacolo va avanti tra una citazione e l’altra (da Adorno a Pasolini) con un forte impatto sul pubblico (Scanzi sembra bene aver appreso l’arte prossemica di occupare la scena). Si ride, ci si commuove e l’alterarsi di parole “live” e di spezzoni d’antan non rompe la magia e riesce a rendere perfettamente la grandezza del teatro gaberiano. Anche in questo Scanzi è particolarmente bravo. Lo si vede dalla reazione del pubblico genovese, notoriamente “avaro” che invece interrompe spesso con appalusi ora le parole di Scanzi ora quelle di Gaber. Insomma, una scommessa ardua ma che sembra assolutamente vinta, quella di raccontare Gaber anche alle nuove generazioni (moltissimi i giovani in sala)…
ah, a proposito di giovani, – conclude Scanzi – quel diciassettenne “da quel 1991 non ha mai più avuto la fortuna di scattare una foto così bella!”. (Andrea Podestà, Il Pubblicista, 27 marzo 2013)








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