Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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I cazzari del virus

 DA GIOVEDI’ 18 GIUGNO 

Andrea Scanzi
I cazzari del virus

Diario di una pandemia tra eroi e chiacchieroni
Paper First, pp 153, Euro 12

La fase 1 della pandemia è stata un susseguirsi di sparate senza precedenti. Trasversalmente, da un fronte all’altro, soprattutto i politici hanno fatto a gara a chi la dicesse più grossa. Matteo Salvini, ormai affezionato a santini e rosari, chiede di andare a messa il giorno di Pasqua mentre l’altro Matteo, il fu rottamatore Renzi, parla a casaccio invocando la riapertura delle scuole a maggio creando lo scompiglio tra i virologi. Di errori così, compiuti non a febbraio quando la situazione sembrava sotto controllo, ma in piena emergenza, si può stilare una lista infinita. Ed è quello che fa con la solita pungente ironia Andrea Scanzi, in questo libro-diario che è poi anche il naturale seguito del best seller Il cazzaro verde. Una carrellata ora ironica e ora dolente di eroi quotidiani e giullari cazzari, che hanno acceso il dibattito pubblico e infiammato le seguitissime dirette Facebook dell’autore durante la nostra quarantena.


   Da giovedì 18 giugno in tutte le librerie   
      edicole e store online. Anche eBook.      

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Andrea Scanzi. Giornalista, scrittore, volto noto della tivù. Autore, drammaturgo e interprete teatrale. Webstar. E’ una delle firme di punta del Fatto Quotidiano. Per PaperFIRST ha scritto i best seller Renzusconi (2017), Salvimaio (2018) e Il cazzaro verde (2019), divenuti anche spettacoli di grande successo.

Per acquistare I cazzari del virus vai qui
https://bit.ly/IcazzariDelVirus

 

In morte di Flavio Bucci


Torno a parlare di Flavio Bucci. La sua scomparsa mi ha colpito molto, come immagino tanti tra voi.
Non pochi articoli – anzi quasi tutti – hanno sottolineato il suo genio e, più ancora, la sua sregolatezza. In quel “più ancora” non c’è in me alcun afflato moralista (figurarsi), quanto casomai il dispiacere che troppi si siano soffermati pressoché unicamente sul suo essere maudit. Quasi che il resto, il Genio, fosse una suppellettile. Bucci, come ha ripetuto anche nelle sue ultime interviste, ha spesso quasi tutto quel che aveva in donne, alcol e droga. Infatti è morto povero, praticamente solo e temo da tanti dimenticato. Ha fatto tantissimo, poteva fare ancora di più. Cosa che vale, in ogni campo, per tutti i genio & sregolatezza. E’ stato per certi versi il George Best del teatro e cinema italiani, solo che Best era bellissimo e, come diceva lui, “se fossi nato brutto oggi nessuno neanche saprebbe chi sia mai stato Pelè”. Bucci era piuttosto un Iggy Pop: un dannato, un reietto, un condannato in partenza. Baciato da una supernova monumentale di talento, arrivata chissà perché e per come addosso proprio a lui.
Ho letto, per esempio in un pezzo sul sito di Repubblica, che Bucci è stato definito un “grande caratterista”. Il “caratterista” è un ruolo nobilissimo e sacro del cinema, ma definire Bucci “caratterista” è come definire Duane Allman un “grande turnista” (con tutto il rispetto sacro per i turnisti). Bastava vederlo a teatro nel Diario di un pazzo di Gogol, la cosa di cui andava più fiero, per trasecolare abbacinati. Bucci è stato un attore immenso: a teatro, al cinema. E nella vita: la sua, la nostra. Ed ecco il punto: perché la sua scomparsa ci ha colpito così tanto? Io, una risposta, ce l’ho. Flavio Bucci è stato uno degli attori che più mi ha fatto PAURA. E quindi MALE. Mi accadde da bambino e poi da ragazzo. E forse solo adesso lo metto a fuoco appieno. Il suo Ligabue era devastante, perché ti entrava dentro. E ti dilaniava. Non riuscivo neanche a guardarlo, perché la sua follia era la mia. La nostra. Il suo Fra’ Bastiano era insostenibile, perché la sua pazzia (pazzia?) ti smascherava ogni pavidità. Quel discorso, che ieri era su tante bacheche, non fa ridere: ci ricorda che siamo troppo spesso un popolo di pecoroni e vigliacchi. Quando moriva, tra le risate del cazzo dei popolani, ieri come oggi, chiudevo gli occhi: per non vedere la testa rotolare, per immaginare che alla fine era scappato. Persino nel Divo, dove interpretava l’anello debole di quell’andreottismo nato e morto vomitevole, ti “infastidiva” come nessuno, perché mostrava la viltà del potente pavido che cade in disgrazia (“Che te serve, Fra’?” cit). Flavio Bucci non recitava: ERA il personaggio. Come Carmelo Bene, a cui mi è sempre venuto di associarlo. Bucci, il personaggio, te lo sbatteva in faccia. Ti sputava proprio addosso ogni purulenza dell’esistenza. Flavio Bucci aveva la dote e la condanna di inghiottirci nel suo vortice di dolore merda e morte, che è poi in neanche troppo estrema sintesi la vita.
Due giorni fa abbiamo perso uno dei più grandi artisti italiani: forse, un giorno, ce ne renderemo conto appieno.

P.S. Che l’umanità sia senza speranza lo capisci anche solo dal fatto che il 90% neanche sappia chi sia mai stato Duane Allmann.

Il cazzaro verde

 da giovedì 24 ottobre  

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   EVENTO SPECIALE   

  •  21 dicembre – Milano, Teatro Leonardo 
  •  22 gennaio – Bologna, Teatro Dehon 
  •  23 gennaio – Roma, Teatro Italia 

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Andrea Scanzi
Il cazzaro verde
Ritratto scorretto di Matteo Salvini
Pagine 133, Euro 10.50 in edicola (12 in libreria)
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Chi è davvero Matteo Salvini? Ce lo racconta Andrea Scanzi, col suo stile ironico e irriverente, in questo libro che segue a ruota i bestseller Renzusconi Salvimaio. Salvini appare qui non come il “nuovo fascista”, bensì – per dirla con Montanelli – come uno sbilenco “guappo di cartone”. E i guappi, spesso, li smascheri col sorriso. Scanzi tratteggia le caratteristiche salienti di un politico tutto chiacchiere e distintivo. C’è la critica seria: le incongruenze politiche, la malandata classe dirigente leghista, la “ferocia” nel gestire i migranti durante il governo giallo-verde, le parole sulla famiglia Cucchi, il clamoroso autogol estivo che gli è costato il Viminale. E c’è la satira, che colpisce uno statista che si definì da solo “nullafacente” e vive ancora il dramma di quando da bambino gli rubarono Zorro. Il Salvini di Scanzi è un leader bislacco che vive in tivù e fa “disobbedienza civile” con le merendine. Beve mojito al Papeete. Posta foto mentre si ingozza. Cita De André senza averci capito nulla. E ha l’ardire di definirsi “nuovo”, quando in realtà è il politico più vecchio della cosiddetta Terza Repubblica. 

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Andrea Scanzi. Giornalista, scrittore, opinionista e conduttore televisivo, autore e interprete teatrale. E’ una delle firme di punta del Fatto Quotidiano. Per Paper First ha scritto Renzusconi (2017) e Salvimaio (2018), divenuti anche spettacoli di grande successo.

Europee 2019 (La differenza tra paese reale e seghe mentali)

EUROPEE 2019

Lega 34,34%. Salvini ha realizzato uno dei più grandi capolavori nella storia della politica italiana. Sei anni fa la Lega aveva a fatica il 3%: pazzesco. E’ la conferma che più demonizzi un leader politico (tutt’altro che stupido) e più lo rafforzi: vedasi, per credere, M5S ieri e Berlusconi l’altroieri. Ed è anche la conferma di come ormai i social servano solo come balconcino scemo per qualche para-intellettuale “de sinistra”: mentre le Murgia e altri gonzi spelacchiati gridavano a caso al fascismo e al nazismo, indignandosi già che c’erano pure sulla Nutella, Salvini riempiva le piazze e collezionava consensi. E’ la differenza tra paese reale e seghe mentali, baby. Se Salvini non è pazzo, fa cascare subito il governo e torna non con Berlusconi ma con la Meloni (insieme fanno più del 40%). E quel che porterà Toti. A quel punto farà quel che vorrà, agile e in scioltezza. Per anni. (Salvini ricordi però che, in Italia, stravincere le Europee porta rogna vera. Chiedere al Berlusconi 2009 e alla Sciagura 2014).

Pd 22.7%. La paura era tale che adesso il Pd esulta neanche fosse il City di Guardiola: calma, bimbi. In realtà, con una Lega al 34%, per il Pd non c’è poi molto da esultare. La gioia, più che altro, è per: 1) il calvario degli odiati 5 Stelle; 2) i quattro punti in più rispetto al 2018; 3) aver dato uno schiaffone a renzi, che sperava nella Waterloo e che oggi conta ancora meno di ieri. Ciò detto, Zingaretti prende in pagella 6+ che è comunque molto più del suo carisma da salumaio mesto. La grande mossa è stata Bartolo (persona rara), mentre la grande ammucchiata non ha portato a niente (straziante il flop dei Fratoianni & frattaglie derivanti). L’ineffabile Zinga deve sperare di andare al voto in fretta, liberarsi di (quasi) tutti i renziani e prendere fino in fondo il partito, magari (sì, magari) recuperando Bersani, valorizzando Provenzano (Peppe) e dando spazio ai Corallo. C’è solo un problema: con quel 22 lì, o dialoghi con i 5 Stelle (sperando di arrivare assieme al 40%, e non è detto), o ti consegni alla marginalità. Allo stato attuale, con un centrodestra che insieme va al 50% o quasi (daje!), il Pd è una squadra che va con merito in Europa League ma che la Champions League (cioè la maggioranza) non la vede neanche col binocolo. Per questo esultare (troppo) adesso ricorda quel tale che, dopo essere entrato in casa e aver scoperto che di notte gliel’avevano svaligiata, esultò come un ossesso perché i ladri se non altro gli avevano lasciato tutta la discografia di Renzo Zenobi. (Il Pd, rispetto a un anno fa, ha perso altri 100mila voti. Sale la percentuale solo perché crolla la percentuale dei votanti: 73% nel 2018, 56% ieri. Se l’obiettivo del Pd era arginare la destra e recuperare consensi, non c’è nulla da esultare. Se poi l’unico obiettivo era vincere la gara tra poveri coi 5 Stelle, allora vai di cortei)

M5S 17.06%. I 5 Stelle vivono la gogna, il calvario e il martirio. Sangue ovunque. Neanche alle Termopili ebbi a vedere tutta questa macellazione a cielo aperto. Quando mesi fa andavo in tivù e dicevo che i 5 Stelle avrebbero preso una scoppola senza pari, in tanti (non tutti) venivano qua e mi insultavano. Bravi fenomeni. Sono gli stessi che ti dicevano “i sondaggi sono pilotati” (anche quelli del 2014?). E sono gli stessi che difendono a prescindere ogni cosa che fa il loro Movimento. Non vorrei che, continuando così, ai 5 Stelle resteranno giusto gli ultrà e i talebani. Andando al governo con la Lega, il M5S ha reso nuovo Salvini per sembrare vecchissimo lui. Bel capolavoro. Di Maio è andato dritto per la sua strada, avallando anche la porcata immonda del salvataggio di Salvini sulla Diciotti, e ora paga – sin troppo – per un errore di fondo: la totale mancanza di misura. Troppo salviniano a inizio Salvimaio, o almeno così pareva; e troppo di lotta dopo (peccato che fosse al governo). I 5 Stelle pagano poi la loro natura ontologica di “forza di rottura”, che li fa volare quando sono all’opposizione ma li fa soffrire quando governano. Ancor più se accanto hanno la Lega. Paradossalmente più questo governo durerà e più i 5 Stelle imploderanno, perché verranno cannibalizzati ulteriormente da Lega e astensione (molto meno, per ora, dal ritorno del Pd). Di Maio dovrebbe far saltar il banco adesso, perché se si riduce a fare il predellino di una Lega straripante ciao core. (Unica consolazione per il M5S: anche 5 anni fa fu Maalox Moment, a conferma che le Europee gli vengono male parecchio. All’epoca seppero rialzarsi: stavolta, vedremo).

Forza Italia. 8.79%. Partito moribondo quando non morto, ma Salvini ne ha ancora bisogno (forse). E quel che resta dei berlusconiani è ancora davanti alla Meloni. Toti uscirà da questa baracca smembrata e creerà la terza gamba per l’imminente Salveloni. Che (a sinistra) farà rimpiangere il Salvimaio. C’mon!

Fratelli d’Italia. 6.4%. Non è un trionfo, ma la Meloni è quella che dopo Salvini può esultare di più. Sarà la prossima ministra del Mise.

Bonino + Pizzarotti 3.09%. Oltre ogni marginalità immaginabile, nonostante gli appelli, i digiuni e altre belinate a favor di telecamera. Basta, via.

“La sinistra vera”. L’altro grande sconfitto coi 5 Stelle. Da mesi ci smerigliano oltremodo le gonadi col razzismo, fascismo, nazismo, eccetera. Vivono sui social, commentano (male) ogni ruttino del “Capitano”m scrivono libri che si leggono da soli e – tra un appello e l’altro pro-Cesare Battisti – si autoproclamano “intellettuali”. Poveracci. In Germania i Verdi sono il secondo partito, da noi “Europa Verde” è un 2.29% che lascia la stessa traccia indelebile degli editoriali ghiebbi di Cerasa. Semplicemente leggendaria, poi, “La Sinistra”, nome goffamente altisonante che raggruppava pure “Rifondazione Comunista” (eh?). C’erano stati gli appelli di Mannoia & altri Delusi Grillini. C’erano state le messe laiche su come nel Mediterraneo Salvini mangiasse i bambini. E c’erano stati i continui tweet dei soliti noti “wuminghioni” su Fedriga Churchill, Toninelli Mengele e Ceccardi Eva Braun. A sentir loro, le masse avrebbero sgomitato a milioni per tributare a Fratoianni e Casarini (sì, c’era anche quello lì) il sacro ruolo dei nuovi Marx e Lenin. Idoli veri. I risultato è stato un trionfale 1.7%. Dopo una batosta così, certi “scrittori” dovrebbero andare a zappare le prode e certi “politici” dovrebbero riciclarsi come catarifrangenti menci. Ma non lo faranno, continuando a insegnarci come vivere dall’alto della loro smisurata evanescenza bolsa.

Astensione 44%. Il partito di maggioranza, nonché l’esercito che ha decretato il flop totale di grillini & sinistre. Crescerà ancora.

(In estrema sintesi: dal Salvimaio al Salveloni. Wow. Fortuna che d’estate non parlo di politica e a teatro racconterò solo la musica, altrimenti sai che due palle. Ci vediamo martedì da Gruber prima e Berlinguer poi)

La politica è una cosa seria

 Dal 2 aprile in tutte le librerie e store online
Anche eBook 

Andrea Scanzi
La politica è una cosa seria
Da Berlinguer a Salvini, dieci motivi per cacciare i pagliacci

Rizzoli, pp 127, 16 euro

“La politica è schifosa e fa male alla pelle” cantava Giorgio Gaber nel 1980. Quasi quarant’anni ci separano dall’invettiva di Io se fossi Dio, e nel frattempo cos’è cambiato? Poco, per certi versi, ma moltissimo per altri. Se è vero, come ci ricorda Andrea Scanzi, che “assistiamo da decenni a un inesorabile svilimento della cosa pubblica”, il confronto tra ieri e oggi appare al contempo impietoso e illuminante, sospeso tra bruschi cambi di rotta e inquietanti continuità. Per misurare appieno distanze e affinità bastano i profili esemplari di undici politici
del presente e del passato: Berlusconi, D’Alema, Renzi, Salvini, Rodotà, Bersani, Parri, Pertini, Andreotti, Berlinguer e Caponnetto. Vicende pubbliche e private in cui si affacciano altri nomi della nostra storia comune. Figure indimenticabili, accanto ad altre da dimenticare o colpevolmente dimenticate; vette di virtù politica o di bieco personalismo, esempi perfetti di dedizione alla comunità e di
abilità mediatica; ritratti capaci di restituire, come tessere di un mosaico, il quadro complessivo del nostro Paese. Con la sua scrittura assieme lucida e allusiva, divertente e spietata, equilibrata e partigiana, l'autore ci guida in un percorso che unisce politica, cinema e letteratura, in cui la canzone d’autore diventa una vera e propria colonna sonora. E – all’interno di un dibattito in cui il ruolo più comodo e redditizio è quello del megafono – prende coraggiosamente posizione.

Andrea Scanzi
Giornalista, scrittore, autore e interprete teatrale. Firma di punta del Fatto Quotidiano. Opinionista e conduttore televisivo, dal 2011 ha scritto sette spettacoli teatrali di grande successo. Ha vinto, tra gli altri, il Premio Paolo Borsellino, il Premio Bruno Lauzi e il Premio Oliviero Beha. E’ stato giurato di qualità al Festival di Sanremo 2018. Conduce sul Nove con Luca Sommi Accordi e disaccordi. Tra i suoi best seller, Elogio dell’invecchiamento (Oscar Mondadori 2007), Non è tempo per noi (Rizzoli 2013), La vita è un ballo fuori tempo (Rizzoli 2015), I migliori di noi (Rizzoli 2016), Renzusconi (Paper First 2017), Con i piedi ben piantati sulle nuvole (Rizzoli 2018) e Salvimaio (Paper First 2018). L’unica etichetta che accetta è quella di “gaberiano”.

 

Salvimaio

 

 Da giovedì 11 ottobre 2018 

 In tutte le edicole, librerie e store online. Anche ebook 

Con i piedi ben piantati sulle nuvole

cover

IN LIBRERIA DAL 5 GIUGNO 2018

 

 

 

Tour 2018

Tour 2018 agg

Il “Renzusconi” di Scanzi: “Cantonata colossale”

Schermata 2018-01-28 alle 18.25.54(Paolo Morando per Trentino e Alto Adige, 28 gennaio 2018). È bene che lo sappiano, gli elettori del Pd in platea: il “Renzusconi” di Andrea Scanzi che andrà in scena domenica prossima 4 febbraio a Bolzano, alle 18 al teatro Cristallo (e in caso di sold out potrebbe scattare una replica in serata), non sarà esattamente “gentile” nei confronti dell’ex presidente del Consiglio. Lo spettacolo è tratto dal suo omonimo libro, già alla quinta edizione. “Renzusconi”: e pensi a un ircocervo come il “Dalemoni” di vent’anni fa copyright Giampaolo Pansa. Ma non è così: «Il protagonista è Renzi – conferma il giornalista – volevo raccontare Renzi perché su Berlusconi si è già scritto tanto. E poi, venendo io da sinistra, trovo che il nervo sia più scoperto: se mi delude Berlusconi lo do per scontato, se lo fa la parte politica teoricamente a me più vicina, mi incazzo di più». Scanzi è un candidato mancato alle elezioni del 4 marzo: ha ricevuto proposte da Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali, rifiutandole.

Partiamo proprio da qui: perché? E se l’offerta fosse arrivata da altri partiti?

Ho rifiutato a prescindere da chi me l’ha proposto. Non sarei un buon politico, in Parlamento proprio non mi ci vedo: sono troppo indipendente per poter accettare anche un solo ordine dall’alto. Ma soprattutto, secondo me l’intellettuale o l’artista deve rompere le scatole, sferzare il potere, deve rischiare, ma non entrare in Parlamento. Non mi risulta che Pasolini o Gaber si siano mai candidati, per fare un esempio. Poi c’è un ultimo motivo, più egoistico, ma forse quello che conta di più: mi diverto molto di più a parlare con te, a fare teatro, a scrivere, ad andare in giro con la moto… Se fossi chiuso in Parlamento, peggiorerebbe tutto della mia vita. E io mi voglio troppo bene.

Nonostante il titolo, parli pressoché solo di Renzi. Un sunto, in poche parole.

È la brutta copia di Berlusconi, per tanti motivi che elenco nel libro, secondo me difficilmente confutabili, ma soprattutto è una delle più grandi cantonate prese negli ultimi vent’anni da questo Paese. Non ricordo un incantamento, per fortuna breve perché è già sceso dal 40% al 22, così surreale come quello che ha caratterizzato Renzi: una persona sostanzialmente senza talento, goffo, caricaturale, imbarazzante, privo di doti significative, con una classe dirigente terrificante, che è riuscito a spolpare dall’interno un partito teoricamente di sinistra trasformandolo nella brutta copia della Dc. Questo in breve è “Renzusconi”, sia a teatro che nel libro.

In rapporto a Berlusconi, definisci Renzi «l’allievo che non ha superato il maestro». In che senso?

Trovo che abbia meno talento. E che durerà molto di meno. Anche se è vero che nel 1994 Berlusconi dopo sette mesi di politica sembrava finito, quando Bossi lo mandò a quel paese…

E invece dopo 24 anni vive e lotta ancora assieme a noi.

Schermata 2018-01-28 alle 18.26.08Può darsi che pure Renzi, dopo questa crisi, lo ritroveremo nel 2030 candidato del Pd o di un altro partito. Ma lo trovo improbabile. E poi Berlusconi è un genio del male: come imprenditore e presidente del Milan, poi, bravo lo è stato eccome. Non riesco invece a capire che cosa Renzi abbia saputo fare: a Firenze non lo rimpiangono né come presidente della Provincia né come sindaco, come presidente del Consiglio è stato “strapazzato” (ma qui Scanzi usa un altro termine, ndr) in maniera imbarazzante con il referendum del 4 dicembre, si ostina a stare lì e ogni settimana crolla nei consensi. Mi sembra molto peggio di Berlusconi. Dopo di che, io ho più cose in comune con la politica del Pd che con quella di Forza Italia. Ma le differenze purtroppo sono solo sui temi etici.

Parli delle leggi sul testamento biologico e sui diritti civili.

Esatto: cose meritorie, e nel libro infatti lo scrivo. Ma se devo scegliere tra il jobs act di Berlusconi o quello di Renzi mi cambia davvero poco.

Il tuo titolo suggerisce l’ipotesi che dopo il voto ci si ritrovi ad avere a che fare proprio con “Renzusconi”, cioè un governo di “Grosse Koalition” all’italiana. Con Renzi sempre in sella.

È vero. Non credo che Renzi sia finito, anche se lo spero per la sinistra e per questo Paese. Ma ora è in grande difficoltà. Sono almeno due anni che sta agonizzando: dalle europee del 2014 ha perso tutte le elezioni immaginabili, tranne Milano e poco altro. Non ricordo un fallimento così duraturo. Per il dopo voto vedo due strade, e mi fanno entrambe orrore. La prima: vince il centrodestra tanto largamente da essere autosufficiente, quindi Berlusconi si tiene Salvini e la Meloni, pur non sopportandoli, e sopra il 40% riescono ad avere una maggioranza, magari raccattando qualche transfuga della Lorenzin. L’altra ipotesi: il centrodestra da solo non basta, quindi Berlusconi si libera delle ali estremiste Salvini e Meloni, prende Renzi e la Lorenzin e fanno un governo, se ci arrivano con i numeri. Però a quel punto non lo so chi è più forte: Berlusconi porta in dote un 15-20% e Renzi un 20-22, si dovrà vedere. A quel punto però il “renzusconismo” effettivamente ci sarebbe e Renzi continuerebbe ad esistere. Ma in realtà Renzi, alle prossime elezioni, pur perdendo ha già vinto.

Vale a dire?

Ha trasformato il Pd in un partito personale. Quindi porterà in Parlamento dei fedelissimi, personaggi improbabili a cui non farei governare neppure un condominio, ma così avrà 200 persone che faranno tutto quello che vuole lui. Che gli frega se nel frattempo la sinistra è morta? Fa politica per se stesso e con quel 20% tutto suo potrà fare quello che vuole. Il problema però non è tanto di Renzi, ma di chi lo vota pensando di essere di sinistra. È questo che trovo curioso.

Che prospettive vedi invece per chi ti ha proposto di candidarti? Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali, assieme, potrebbero costituire un’altra minuscola ipotesi di coalizione di governo.

Schermata 2018-01-28 alle 18.26.20Sono d’accordo sull’aggettivo minuscola. È possibile che l’ipotesi di governo meno peggio sia 5 Stelle con Liberi e Uguali, ma è difficile per almeno due motivi: il primo è che mancherebbero i numeri, perché i 5 Stelle dovrebbero superare il 30% e Liberi e Uguali il 10. Poi c’è il secondo problema: sono due forze che hanno anche dei pregi, tra le quali ci sono belle persone, ad esempio Di Battista e Civati. Però hanno entrambe il mito della superiorità e il culto dell’autosufficienza. E quindi in Liberi e Uguali ci sono persone come la Boldrini che dicono: con i 5 Stelle no perché sono sessisti. E nei 5 Stelle c’è chi dice: con Liberi e Uguali no perché Bersani ha votato tutto quello che ha fatto Renzi. La sostanza è che nessuno dei due parla con l’altro. E questo lo trovo deludente, anche per il Paese.

Però in questi giorni i segnali di interesse reciproco non sono certo mancati.

Per carità, può darsi che dopo le elezioni Di Maio si innamori di Grasso e i due inizino a parlarsi seriamente. Ma ci credo poco.

Hai deciso chi voterai?

Il mio trasporto per queste elezioni è sottozero. Ancora non so chi votare. Ma invece so benissimo chi non votare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Esce di rado e parla ancora meno, Celentano fa 80

Schermata 2018-01-06 alle 13.23.30Uno come lui poteva nascere giusto il giorno dell’Epifania, e solo perché venire alla luce per Natale gli sarebbe parso sin troppo didascalico. Se Gaber, che (Joan) Lui ben conosceva, cantò Io se fossi Dio con rabbia e disperazione, Adriano Celentano va da sempre oltre: si sente direttamente un’emanazione privilegiata dell’Onnipotente, non tanto per vanagloria quanto per una forma di realismo tutta sua. E tutto sommato giustificata.
Il Molleggiato compie 80 anni, e sono stati anni memorabili. Quasi sempre, anzi sempre, perché Celentano fa la cosa giusta anche quando fa una cazzata. Strana tipologia di rivoluzionario quasi suo malgrado, con un’idea di rivoluzione istintiva e apartitica. Ha cantato almeno cinquanta canzoni che tutti conoscono, con una capacità di incidere sul nostro quotidiano – di entrarci proprio dentro – che non va necessariamente di pari passo con la qualità e che in Italia ha come unici paragoni eventuali Battisti e Vasco. Tutti nomi che, ben presto, hanno cessato di essere artisti per divenire monumento. Orologi musicali del nostro vivere: scansioni temporali di un’esistenza che se ne va, perché l’esistenza non sa far altro, ma che talora se ne va con gusto.
Voce e assenza, e già questo binomio in apparenza antitetico basterebbe per definire Celentano. La Voce, atipica e calda, in grado di rendere emozionante qualsiasi cosa. L’Assenza, per pigrizia e ipocondria, per calcolo e per attitudine. Poche apparizioni, perché Dio non ama farsi vedere. Pochi concerti, perché l’uomo non ama le folle e poi ogni tanto stecca. “Esco di rado e parlo ancora meno”, come ha scritto di lui e per lui Ivano Fossati. Uomo dalle mille cadute e poi mille risalite. Predicatore, provocatore. Un giorno antiscioperista e quello dopo guevarista, con incoerente coerenza (altro ossimoro tutto celentaniano) e senza forse neanche sapere bene chi fosse mai stato ‘sto Che Guevara. Non importa: anche l’ignoranza, vera o presunta, assurge in Celentano a cifra artistica. Giorgio Bocca, come noto, lo definì “cretino di talento”. “Cretino” proprio no, nemmeno quando finge di esserlo. “Di talento” sicuramente, anche quando si è dimenticato di averlo. Casomai “re degli ignoranti”, come si è più volte autodefinito, con quell’orgoglio compiaciuto e narciso per essere non solo il “Re”, quanto e ancor più per essere un ignorante illuminato (sì, l’ennesimo ossimoro). Intimamente convinto che la conoscenza vera sia quella ruspante del popolo e non certo degli intellettuali: una categoria variegata e sbilenca che Adriano talora stima, ma di cui mai vorrebbe far parte.
Istrione nato, sin da quando appariva le prime volte in tivù e già capivi che era di un’altra categoria (lo capì subito pure Fellini, che lo volle come imberbe se stesso ne La dolce vita). Funambolo in grado di generare la notizia a prescindere, ora per la lotta contro la caccia e ora per quella contro la grammatica (l’accento oltraggiato durante il totemico Fantastico dell’87). Cattolico e ipercredente, ma pure lì a modo suo, perché per Celentano avere fede significa in fondo coltivare l’autostima. Metodico come nessuno nelle prove e poi ancor più metodico nel cambiar tutto in scena, per esempio a Sanremo 2012, quando imbastì il solito casino e Pupo, che aveva studiato bene la parte, si trovò invischiato dopo tre secondi nel mare magnum dell’improvvisazione ad minchiam e a microfoni spenti gli disse: “Adriano, che cazzo proviamo a fare tutto il giorno se poi fai sempre come ti pare?”. Lui è fatto così, e per coltivarsi tale – per invecchiare senza invecchiare – ha abbracciato l’eremitaggio. Nessuno può avvicinarsi a (Joan) Lui se non il “clan”, entità imprecisata un po’ Macondo e un po’ nowhere, che serve da un lato a proteggerlo e dall’altro a venerarlo. Da un lato cristallizza l’infanzia mitizzata della via Gluck e dall’altra riverbera il suo rango di primus inter pares.
Se una carriera si vede dalla capacità di lasciare istantanee indelebili, allora la carriera di Celentano non è neanche straordinaria. E’ qualcosa che va oltre, molto oltre, là dove perfino lo sbaglio diviene mito. Le canzoni, e che canzoni: ora emozionanti e ora liberatorie, più spesso entrambe le cose. Gli azzardi inauditi di Yuppi Du e Prisencolinensinainciusol, con quella genialità quasi oscena nella sua manifesta evidenza. La sua tivù, una boccata d’aria nel piattume marcio del buon senso comune. I balletti con Raffaellà Carrà, quelli con Heather Parisi. La poesia di Bluff, le risate di Asso. Le interviste a Gigi Proietti, ospite di Gianni Minà con a fianco Vittorio Gassman che tiene in braccio il figlio. Quel silenzio che fa rumore, quelle pause che fanno provincia. Quel carisma fuori scala. L’ironia, la malinconia. La follia, la bellezza. Tanti auguri, Adriano. (Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2018)