Kyrgios, il tennista che ama la gente ma non il tennis

Schermata 2017-08-22 alle 12.18.00Ammoniva Oscar Wilde: “Distruggi ciò che ami, prima che ciò che ami distrugga te”. Non è certo un problema che affligge Nick Kyrgios, talento greco-australiano 22enne che tutto pare amare tranne il tennis. All’orizzonte si affacciano molte nuove leve. Il dittatore del futuro sarà Alexander Zverev, 20enne lungagnone sovietico-ariano tanto solido quanto diversamente travolgente. Attorno a lui, non poche belle speranze: la più spettacolare, e al tempo stesso la più pazza e incosciente, è proprio Kyrgios. Quando sta bene e c’è di testa (non accade spesso), è in grado di battere chiunque. Infatti, tranne Murray, ha già sconfitto tutti i top ten. La sua facilità di gioco è sconcertante. Gli riescono cose inaudite, non è mai banale e ha una componente circense che – se controllata – lo rende ancora più travolgente. Domenica ha raggiunto la prima finale in un Masters 1000, i tornei più importanti dopo gli Slam. A Cincinnati ha poi perso, contro l’altro dissipatore Dimitrov, a conferma di come non ce la faccia proprio (per ora?) a essere vincente sino in fondo. Per lui è comunque il segnale di una ripartenza dopo mesi bui: è stato 13 al mondo ed è appena rientrato tra i primi 20. Ogni anno va allo stesso modo. Comincia in sordina, dà il meglio di sé tra febbraio e marzo. Pare maturato. E lì si eclissa. Anche in questo 2017. A Indian Wells ha battuto Djokovic, a Miami ha perso in semifinale con Federer dopo tre tie-break di inumana beltà. Ha contributo a portare l’Australia in semifinale di Davis. Poi, sul più bello, l’implosione. L’ennesima. Ha saltato molti tornei, più volte si è ritirato. La stagione sull’erba l’ha buttata via. Un tale letargo è dipeso da infortuni, lutti (ha perso i nonni) e guai sentimentali: la fidanzata lo ha lasciato dopo che lui si era fatto pizzicare di notte, a Wimbledon, in compagnia di due tenniste. Le beghine del politicamente corretto lo detestano perché, in campo, è spesso maleducato e nichilista. Vorrebbero che il tennis fosse un presepe soporifero: sai che noia. Kyrgios, che anche al suo peggio fa male solo a se stesso, si è fatto multare perché ha “sciolto” durante le partite per mancanza di voglia. Ha detto a Wawrinka che la sua compagna gli aveva messo le corna. Nelle interviste dice che il tennis non gli piace e in campo scrolla spesso la testa come a dire “Che ci faccio qui?” (spesso lo dice proprio). Caratterialmente è un mix tra McEnroe, Safin e Fognini: auguri. Fuori dal campo è invece una delle persone più garbate del circuito. Inquieto e tormentato, umorale e predestinato. Fragilissimo, al punto da dare il meglio di sé quando sugli spalti c’è la madre a dargli forza. Tre anni fa Ferrer, emblema del tennista volitivo, gli disse: “Devi imparare a soffrire”. Kyrgios aveva 19 anni, mangiava pollo fritto ed era sovrappeso. Rispose così: “Tu devi essere matto”. Sabato, dopo avere vinto la semifinale proprio contro Ferrer, poteva esprimere gioia. Invece ha filosofeggiato: “Io futuro numero 1 al mondo? Ci sono altre cose più importanti rispetto al tennis. Nel mondo accadono cose peggiori di me che perdo una partita di tennis ed è per questo che non posso prendere il tennis molto seriamente. Ho avuto parenti che sono morti e non li ho visti abbastanza per via del tennis, e penso che questo possa essere un motivo per cui non posso realmente impegnarmi a pieno nel gioco. Voglio dire, se sono numero 1 o 500, alla fine sono solo un tennista”. Poi: “Essere popolari è dura? Ci sono cose peggiori che essere popolare. Noi siamo dei privilegiati. La nostra vita non è dura. Vai in Africa dove non hanno da bere e poi dimmi”. Quindi: Non voglio essere ricordato come un tennista straordinario, bensì come un giocatore gentile verso la gente”. Kyrgios è così. E tra i “nuovi”, assieme a Shapovalov e pochi altri, è un generatore sicuro di spettacolo puro nel tennis del futuro. Piaccia o non piaccia. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 22 agosto 2017)

Turisti cafoni e monnezza: anche gli alieni ci schifano

Schermata 2017-08-20 alle 12.15.06E’ un peccato che gli alieni non si decidano a invaderci: ci aiuterebbero oltremodo. Certo, vanno capiti. Non siamo granché appetibili ed è difficile immaginare una razza venuta peggio di quella umana. Bastano piccole cose per capirlo, anche solo farsi un giro in treno o su Twitter, tra gente che urla al telefonino coi piedi sul sedile, sgrufolatori di panini immondi che ti masticano davanti – in un abisso parossistico di orrore – e intellettuali di riferimento che scrivono cinguettii da prima elementare convinti d’esser fighi. Il massimo della pochezza risiede però, e probabilmente, nella cafoneria che sa raggiungere l’essere umano. Soprattutto, ma non solo, d’estate. Tralasciando per carità di patria – e di ormoni – quelli che per sentirsi vivi fanno sesso in pubblico, e a vederli hai subito voglia di astinenza orgasmica eterna, le cronache di questi giorni sono un florilegio di fenomeni allo stato brado. Una rumenta variegata e spensierata, lanciata a bomba contro la truzzeria infinita. Poveri noi: condoglianze alla decenza minima. Nella spiaggia rosa di Budelli, gioiello dell’Arcipelago di La Maddalena, un manipolo di furboni si è intrufolato di notte per rubare un po’ di chicchi rosa. Senz’altro, tornando a casa, quel manipolo si è sentito pure figo. Andrebbe premiato con qualche anno di galera, ma il cafone – di qualsiasi nazionalità – è così coccolato da essere quasi sempre protetto da una sostanziale impunità. E sono a milioni, i cafoni. A Caprera, ricordava giorni fa Nicola Pinna su La Stampa, “i vandali hanno abbattuto l’ormeggio in pietra della batteria militare di Candeo, fortezza della Seconda guerra mondiale. A colpi di mazza, cancellando un pezzo della storia militare di La Maddalena”. Dieci anni di prigione ascoltando Povia in filodiffusione, no? C’è poi chi ha svuotato un bidone intero di olio per motori all’interno della Fontana dei Tritoni di Roma, un gesto che anche solo a pensarlo andresti internato ad honorem. A Caserta una donna ha poi fatto il bagno seminuda nella Reggia, e dunque nella vasca di Diana e Atteone: appartiene senz’altro anche lei a quella galassia di diversamente esteti che passeggia nei centri storici vestita ancora da spiaggia. Costume, infradito e altri demoni. Giunti al tramonto – anzi alla putrefazione – di quel che resta dell’Occidente, non ci risulta granché dolce naufragare in questo mare di vandalismo & monnezza: è come se, in ogni suo gesto, una consistente parte di umanità dovesse ricordare a se stessa e al mondo quando è brutta. E ci riesce, eh: ci riesce benissimo. Ci riesce alla grande. Ci riesce il “turista” che fa il bagno nella fontana di Trevi, e quando lo guardano è convinto che lo facciano per gli addominali (che non ha) e non per la demenza (che ha in disavanzo). E ci riescono i novelli Phelps che, con plasticità non pervenuta, si tuffano a Venezia dal ponte di Calatrava. A ogni loro respiro, siffatti eroi contemporanei intendono dar torto alle teorie evoluzionistiche di Darwin, pur non sapendo minimamente – va da sé – chi sia mai stato ‘sto Darwin. Solidarietà poi a Villamare nel Cilento, così bella e certo non meritevole della condanna biblica di quei “turisti” entrati in Chiesa in costume e infradito. Meritorio pure chi, ogni anno, fa puntualmente la foto di rito in Piazza del Popolo a Roma a cavallo dei leoni. Risulta poi epica e meritevole di solenne encomio la scienziata che, a Porto Pino in Sardegna, ha sciacquato la scatoletta di tonno in mare. E nel farlo si è sentita normale. Crede davvero che una cosa così sia normale. Ed è tutto lì il dramma. Ed è proprio per questo che, a invaderci, gli alieni non ci pensano proprio. (Il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2017)

 

Lode breve al Dovi

Schermata 2017-08-13 alle 14.56.24Ho fatto l’inviato del motomondiale per due anni. Dal 2009 al 2011. Lavoravo alla Stampa e fu una democratica decisione dell’allora direttore Calabresi, che mi dirottò sulle moto per non farmi parlare di politica. Viva la libertà di stampa. Ma non è questo il punto: ognuno ha il talento che si merita e la dignità che si concede. Fu un’esperienza faticosa, per mille motivi, ma che mi permise di vedere (un po’) il mondo e di conoscere persone splendide. I colleghi, i motociclisti. I dirigenti, i meccanici, gli uffici stampa. Il motomondiale è un circo sempre in giro dove tutti conoscono tutti. Il paddock è un piccolo paese itinerante, che vive di regole precise e specifiche. Quasi sempre immutabili. I piloti sono come te li immagini: pazzi e geniali. Non ti aspetti invece che siano anche alla mano. Quasi tutti. Quanti bei ricordi. Con Simoncelli, ragazzo meraviglioso. Con Rossi, genio autentico (anche) della comunicazione. Con Pedrosa, sottovalutato come pochi. Con Lorenzo, che nelle interviste era sempre uno dei più cerebrali. Con Hayden, che viveva con lo stupore continuo di essere stato campione del mondo e di divertirsi in un mondo dove tutti gli volevano bene. E poi c’era, c’è il Dovi. Ha sempre pagato quell’aria da bravo ragazzo e il fatto di non essere “abbastanza mediatico”. “Bravo, sì, ma mai abbastanza. E poi non rischia mai”. In tanti dicevano così e qualche volta l’ho detto anch’io. Alle sue conferenze stampa andavo sempre, anche se non erano per lui anni reggenti. Spesso eravamo in pochi. Dovi non era mai banale. Si dilungava su dettagli marginali, rispondeva a tutto. Sempre con quell’aria da bravo ragazzo, con quegli occhi da Rocky Balboa che non avrebbe vinto mai con Apollo Creed e una ritrosia assoluta al gossip e alle cazzate (per quelle citofonate ad altri). Campione razionale e per questo ossimoro, oggi “il Dovi” si è inventato una delle vittorie più belle degli ultimi anni: spettacolo puro. La sfida senza esclusione di colpi con Marquez rimarrà nella storia. Non ha solo vinto: ha trovato, forse per la prima volta, una piena dimensione epica. Sarà durissima vincere il titolo, ma nessuno gli toglierà più tutto il talento che ha. Onore a te, Andrea. Te lo meritavi, te lo meriti.

Elogio ulteriore del pupillino cherubino Shapovalov

Schermata 2017-08-12 alle 03.34.38Sono le ore 3.12 italiane e Denis Shapolavov ha appena battuto Mannarino, qualificandosi con ciò – poco più che 18enne – al Masters 1000 di Canada. Ho visto la partita in diretta, preferendola alla finale di canasta con Tony Binarelli e la Madia, e questo (lo capite ben) dice già molto. I suoi connazionali canadesi stentano a crederci: hanno da tempo Raonic nei top ten e pure Pospisil ha fatto qui semi, ma Shapovalov è proprio un’altra cosa. Molto più forte del secondo, molto più divertente del primo (ci vuol poco: anche una mietibatti è più divertente di Raonic). Al primo turno il pupillino cherubino Denis ha salvato quattro match point a Dutro Silva e ora si ritrova in semifinale dopo avere battuto – sempre in rimonta – Del Potro, Nadal e Mannarino: il tennis è proprio strano.
Il match con Mannarino è stato forse il più difficile. Era il primo in cui Denis aveva qualcosa da perdere, partendo “quasi” da favorito. Il francese a inizio torneo lo sovrastava di 101 posizioni (42 a 143), ma alla vigilia l’entusiasmo era tale che l’underdog sembrasse il transalpino: errore, perché Mannarino attraversa un ottimo momento di forma. Shapovalov ha cominciato malissimo, andando sotto 0-4 e annullando più volte lo 0-5 con un game chilometrico al servizio. Ha poi perso il set 2-6, ma quell’1-5 è stato fondamentale perché lo ha  se non altro ridestato un po’. Nel secondo set, sul 3-2 Denis senza break, altro momento chiave: breve interruzione per pioggia. Nei dieci minuti e poco più di pausa Mannarino si è un po’ smarrito. E l’altro – il Pupillino Cherubino – è salito di tono. Di tono e di entusiasmo. Vinto il secondo set 6-3, Shapovalov ha vissuto il terzo momento chiave: andato avanti di un break sul 2-1, con il servizio e 30-30 ha sbagliato una volée (una delle tante) in maniera indecente. Controbreak, 2-2, e poi 3-2 Mannarino. Un giocatore meno solido mentalmente – Fognini, Dimitrov, Kyrgios, eccetera – si sarebbe spento: lui no. Ha servito ancora meglio. Ha spazzato le linee. Ha breakkato ancora Mannarino (vagamente menomato e sicuramente frustrato) al nono gioco. E ha chiuso c6-4. Apoteosi. Stasera verrà macellato, vilipeso e spolpato – sangue ovunque – in semifinale dal dittatore in pectore del tennis futuro, il segaligno ariano-sovietico Zverev (mentre scrivo deve ancora giocare con il plumbeo sudafricano Anderson), ma chi se ne frega: il Pupillino Cherubino avrà ogni tanto il tempo e il modo di rifarsi, nelle 378 sfide che lo vedranno d’ora in poi opposto al kaiser 20enne.
Shapovalov sa già essere esaltante. Ci saranno next gen che vinceranno più di lui, lo so bene, ma tra i giovani (diciamo dai classi ’95 in poi) come spettacolo è secondo solo al miglior Kyrgios (e “miglior Kyrgios” è ormai spesso un ossimoro, porca miseria).
Note dolenti del Pupillino Cherubino: il servizio è migliorabile, la percentuale di prime è bassa e i doppi falli (anche nei momenti chiave) sono troppi. Denis è poi davvero surreale a rete: ci va quando deve, d’accordo, ma lì si fa prendere dal terrore e a quel punto sembra un Nardella qualsiasi. Note sommamente gaudiose del Pupillino Cherubino: tutto il resto. La sua capacità di variare ritmo è incredibile, come pure i cambi di direzione. Sublime il suo feticismo per i lungolinea. Un maglio garbatamente efferato il dritto. Un incanto inesausto il rovescio a una mano: nel terzo servizio, sotto 3-4, ha fatto un passante incrociato pazzesco di rovescio, in scivolata e schiena alla rete. Paz-ze-sco). Vi è poi in lui una grande forza mentale, nonché una istrionica propensione a caricarsi con il pubblico e una dimensione gladiatoria iridescente. Anche le sue esultanze hanno un che del primo Nadal: gioiamo tutti.
Con questo risultato, Shapovalov entrerà lunedì nei primi 70: prima del torneo era 143. La crisi – spero non definitiva – del pupillo pazzo Kyrgios mi aveva gettato nello sconforto: non credo che saprei farmi bastare i Thiem, i Donaldson e i Kachanov (che mi piacicchiano, sì, ma i cortei li faccio per altri). Fortuna che c’è Shapovalov, il Pupillino Cherubino che ne perderà tante, e sarà lunatico il giusto, ma quando entrerà in modalità “sicumera crassa” porterà in dono lo spettacolo vero. Sia dunque Lode: per ora media, si spera un giorno inesausta.

Elogio di Shapovalov (e riflessione sui next gen)

Schermata 2017-08-11 alle 09.25.09Sia lode: è forte quanto speravo. Denis Shapovalov ha battuto qualche ora fa Nadal, 7-6 al terzo, negli ottavi di finale del Masters 1000 di Montreal. Essendo canadese, giocava più o meno in casa. E’ nato nel 1999 ed è il più giovane dei “next gen”. Già così è dentro i 100, a poco più di 18 anni, e stasera non è certo chiuso con Mannarino. Potrebbe trovare in semifinale Alexander Zverev, più “vecchio” di due anni e già top ten e fortissimo, sicuro numero 1 al mondo (come Thiem?) nel prossimo futuro: la sfida Zverev-Shapovalov si ripeterà spesso. Un anno fa, dopo la vittoria di Djokovic al Roland Garros, scrissi che l’auspicato (da me) ricambio generazionale sarebbe stato rallentato dalla dittatura livida, efferata e sanguinosa del Dittatore serbo. Sbagliai, con mia somma gioia, perché da allora il feroce robottino ha cominciato a perdere con agio. Non sbagliai però sul rallentamento del ricambio generazionale, limitato prima da Murray (bleah) e poi dalla rinascita di Federer e Nadal. Ora è lecito credere che, dal 2018, gli Slam non saranno più cosa dei soliti quattro, con qualche eccezione (Wawrinka, Cilic). Molti ventenni stanno arrivando, o sono arrivati. Quest’anno (a Milano) ci sarà persino la prima edizione del Masters Next Gen, i migliori otto tennisti dell’anno nati dal 1996 in poi, con regole assurde: set a 4, niente vantaggi, etc. All’interno di questa galassia, il mio preferito è Kyrgios, classe (tanta) 95, ma profondamente scellerato, stupido, nichilista e con un fisico fragilissimo (anche perché male allenato). Se bastassero talento e spettacolo sarebbe il nuovo Fenomeno, ma non bastano. Zverev è un pennellone segaligno nato vincente: non fa impazzire mai, non lo detesti mai. Sta lì, a metà del guado. Vincerà tantissimo. Altri cavallini su cui puntare con sicurezza, e limito il raggio dai classe ’95 in poi togliendo quindi il già affermato Thiem, sono Kachanov (notevole randellatore), Medvedev, Rublev, Cheung. Da valutare nel tempo gli americani Tiafoe, Fritz, Opelka (Isner 2 La Vendetta) e Paul. Più sicuro il futuro dell’altro statunitense Donaldson. Kokkinakis è pazzo quasi quanto Kyrgios, ma darà segno di sé (gli australiani hanno anche Santillan). Il croato Coric è forte, ma anche molto altalenante. Non mi dispiace il norvegese Casper Ruud. Diventerà molto forte l’austriaco Ofner, che però è davvero brutto. Conosco poco, per ora almeno, Escobedo, Bublik, Tsitsipas e Halys. Gli italiani possono sperare in Berrettini. Tenetevi stretto Shapovalov. E’ l’altro mio preferito con Kyrgios. I pallosi del politicamente corretto lo massacrarono perché, per disgrazia, un anno fa dopo un errore colpì con rabbia la pallina e quella andò a beccare proprio in un occhio il povero giudice di sedia. Shapovalov venne giustamente squalificato, ma fu un umanissimo (per quanto odioso) scatto di rabbia. Nato a Tel Aviv da genitori russi, nazionalità canadese. Ha vinto Wimbledon juniores un anno fa e, in doppio sempre juniores, gli Us Open 2015 (e finalista a Wimbledon 2016). Come insegnano i casi Nargiso e Quinzi, far bene a Wimbledon nei juniores non è di per sé indice di fenomeno assoluto: lui, però, è bravo sul serio. Come lineamenti è uguale a Danny Rayburn da giovane, il protagonista della serie tivù Bloodline. A livello tennistico è splendidamente anacronistico, con quel rovescio a una mano così fuori tempo per un diciottenne. Mancino, ottimo servizio. Gran dritto, rovescio sontuoso con movimento aperto e “teatrale”, alla Gasquet o Youzhny (più che alla Wawrinka). Alto, magro, senza punti deboli evidenti. Non disdegna il gioco a rete, dove se la cava ma può – e deve – migliorare. Capello lungo, gioca quasi sempre con il cappello girato all’ingiù. Nella notte ha battuto un Nadal che, se fosse arrivato in semi, sarebbe tornato 1 al mondo: il maiorchino non gli ha regalato nulla. Nel terzo set il giovane canadese sembrava spacciato. Ha annullato sei palle break (mi pare) e nel tiebreak finale è andato subito sotto 0-3: pareva spacciato, invece l’ha girata con grande bravura. Attenzione: nel turno precedente aveva battuto Del Potro, che su queste superfici è particolarmente temibile anche se non al top. Shapovalov poteva uscire al primo turno, quando ha annullato addirittura quattro match point a Dutra Silva. Con Mannarino – in stato inspiegabile di grazia – è favorito, sempre che regga di testa. Domani invece, con Zverev, partirebbe in svantaggio. Ma è una sfida che, come detto, avremo modo di vedere più volte. Non perdetelo di vista: è forte, temo non quanto l’ariano-sovietico Zverev ma è forte, e pure (quel che più conta?) divertente.

I tortellini di Sara Errani

Schermata 2017-08-07 alle 20.02.51Sara Errani, esempio encomiabile di abnegazione in grado di issarsi a numero 5 del ranking nonostante il fisico minuto, il servizio improponibile e il gioco soporifero, è stata squalificata ieri per due mesi: doping. Il 16 febbraio scorso, un suo campione di urina è risultato contenere letrozolo, “un inibitore dell’aromatasi incluso nella sezione S4 (stimolatori ormonali e metabolici) della lista 2017 delle sostanze proibite dalla Wada”. Così si è espressa la Federazione Internazionale di Tennis. La Errani è stata avvertita il 18 aprile e ha prontamente ammesso di aver commesso la violazione delle norme antidoping. La Federazione Italiana Tennis si è schierata dalla sua parte. La Errani dovrà anche rinunciare ai punti (e ai soldi) ottenuti dal 16 febbraio al 7 giugno 2017, data della sua successiva prova negativa. Poco male: quest’anno ha vinto poco e nulla, infatti era uscita dalle prime 100 salvo rientrarci giusto ieri (98). Sara Errani ha 30 anni. Nel tennis maschile sono tanti gli over 30 che ottengono risultati impensabili, ma in quello femminile no. Ricordava ieri Ubaldo Scanagatta, che con la tennista si è scornato spesso per via di caratteri non proprio accomodanti: “N.5 del mondo, finale e semifinale a Parigi, semifinale e quarti all’US Open, quarti in Australia, 9 tornei vinti, 10 finali in singolare, 5 trionfi Slam in doppio al fianco di Roberta Vinci e n.1 mondiale di specialità nella quale ha vinto 25 tornei (..) Da un bel po’ Sara è entrata in crisi, una crisi sempre più pesante di risultati e di fiducia, se si pensa che aveva chiuso il 2013 a n.7, il 2014 a n.15, il 2015 a n.20, il 2016 a n.50”. In quella cloaca neuronale che sono sempre più i social, ieri la Errani era accusata di essere juventina e “quindi” dopata: un sillogismo granitico. Altri ricordavano una sua intervista di due anni fa, in cui chiedeva la squalifica a vita per chi si macchiava di doping. E c’è stato chi ha ricordato una sua ipotetica “collaborazione” con Luis Garcia del Moral, il medico spagnolo implicato nello scandalo doping riguardante Lance Armstrong e non solo: in realtà la Errani andò da lui a Valencia per un consulto cardiaco, cosa non certo vietata. La squalifica è leggera perché la Errani è incensurata e perché si è creduto al dolo involontario. Come per il “bacio alla cocaina” di Gasquet. Il farmaco assunto dalla Errani viene usato da chi è in menopausa e ha avuto tumori al seno: non certo il suo caso. E allora perché era nelle sue urine? Colpa dei tortellini. In attesa di parlare domani, la Errani ha scritto su Twitter: “Colpa di un medicinale che mia madre assume dal 2012: l’unica ipotesi è una contaminazione del cibo. Sono molto arrabbiata, ma so di non aver fatto niente di male”. Ed ecco quindi la tesa difensiva, a cui ha creduto la Itf: la Errani avrebbe assunto il letrozolo in maniera accidentale, mangiando i tortellini in brodo che le aveva cucinato mamma Fulvia, che assume dal 2005 un farmaco antitumorale (il Femara) contenente letrozolo. Il farmaco sarebbe finito accidentalmente sul piano di lavoro durante la preparazione del pasto, contaminando il cibo e “dopando” involontariamente la figlia. La congrega degli “squalificati a loro insaputa”, a cui si è iscritta da ieri la Errani, vanta affiliati illustri. Mutu disse di aver preso coca per migliorare le prestazioni sessuali, Peruzzi che «il Lipopill ce l’ha dato mia madre (a lui e a Carnevale) per smaltire una cena troppo generosa cucinata da lei dopo la gara con il Benfica». Bucchi e Monaco diedero la colpa a “un’abbondante grigliata di carne di cinghiale”, Fernando Couto allo shampoo e Davids allo sciroppo. Leggendario il caso Borriello, punito con soli tre mesi grazie alle parole dell’allora fidanzata Belen Rodriguez: «Dopo un rapporto sessuale non protetto, Marco s’è preso la mia stessa infezione vaginale e gli ho consigliato di usare la crema al cortisone che il mio medico mi aveva prescritto». Per la Errani il danno agonistico è minimo, ma mediaticamente ne esce maluccio. Auguri. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 8 agosto 2017)

Elogio ragionato di Fognini, e pazienza per chi lo odia

Schermata 2017-08-01 alle 10.22.40Quando capita di parlare di tennis, e non capita poi spesso, si sente chiedere: “Perché non è più nato un campione dopo Panatta?”. Dopo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti, l’Italia non ha più avuto top ten. Mentre il tennis femminile toccava apici imprevedibili con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, quello maschile non dava granché segno di sé. Dopo Barazzutti, non sono stati molti i tennisti con un livello potenziale da top ten. Forse Paolo Canè, però troppo incostante e capitato in un momento storico dal livello medio elevatissimo. Di sicuro Camporese, fortissimo sul veloce nel biennio 1991-92 ma un po’ pigro e ancor più sfortunato. Gaudenzi e Furlan, entrambi top 20, hanno tratto il massimo dalle loro carriere. E così anche Seppi, encomiabile mediano della racchetta. Non ci sono campioni all’orizzonte, solo onesti e volitivi professionisti. L’unico che, se volesse, potrebbe intrufolarsi tra i top ten è Fabio Fognini. Ci è andato vicino nel 2014, quando era 13 (miglior risultato italiano dai tempi di Barazzutti) ma poi sbagliò tutto nei mesi successivi, nonostante tabelloni non impossibili. Forse è stata l’ultima occasione e forse no. Dopo un appannamento nel 2015 e inizio 2016, coinciso peraltro con la clamorosa vittoria in doppio (con Bolelli) degli Australian Open, Fognini sta avendo il merito – complice il nuovo allenatore Davin – di tornare ad alti livelli. Ha trent’anni, l’età giusta per i tennisti italiani che maturano quasi sempre più tardi degli altri. La paternità sembra avergli dato un barlume di serenità. L’unica parziale lacuna tecnica è il servizio: buono, non buonissimo (e questo, spesso, fa la differenza in negativo). Domenica ha vinto a Gstaad il suo quinto torneo (tutti sulla terra rossa). Come Barazzutti. All’attivo ha anche otto finali perse. Come Barazzutti. Uomo dalle grandi imprese e dalle rovinose franate. Ciclicamente protagonista di sclerate furibonde, è per questo detestato dai feticisti del politicamente corretto. Eppure Fognini non ha mai voluto essere un “esempio”: gioca per se stesso, si comporta giustamente come gli pare e se sbaglia è lui il primo a pagarne le conseguenze. Ieri è risalito alle 25esima posizione. Potrebbe salire ancora. Quest’anno ha dimostrato di essere competitivo anche sul veloce (semifinale a Miami). Ha più volte battuto Nadal, che lo soffre oltremodo. Vale anche per Murray, che Fognini ha divelto in Davis (la sua partita perfetta) e che poteva battere tanto alle Olimpiadi quanto allo scorso Wimbledon. Purtroppo gli basta quasi sempre uno scambio “sgradito” per spegnersi. Chi lo conosce sa che, in privato, ha ben poco di maledetto: è solo uno che, quando gioca, concepisce l’agone come un proscenio sublime ma pure uno sfogatoio putribondo. Quattro anni fa, opposto al monocorde iberico Montanes, Fognini si inventò una partita assurda. Roland Garros, ottavi di finale. Quinto set. Sul 6-7 15-30 e servizio, accusò prima un crampo e poi un mezzo stiramento. Continuò. Giocò da fermo o quasi: solo errori e vincenti. Si fece chiamare cinque falli di piede, salvò tre match point, vinse non si  sa come 11-9. Il giorno dopo neanche scese in campo e si ritirò: quella propaggine epica aveva peggiorato l’infortunio. Infatti fu costretto a fermarsi per un mese. Fognini è così: un incosciente scapestrato da tutto o niente, che prima ami e un attimo dopo detesti. La sua carriera è piena di partite oscene e capolavori veri. C’è chi lo odia: liberi di farlo. Se però vi capita di vederlo giocare in tivù, fermatevi a guardarlo: di sicuro, nel bene e nel male, non vi annoierete. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 1 agosto 2017)

Steve Rogers ha suonato l’ultima volta

Schermata 2017-08-01 alle 10.19.52Non è esagerato affermare che, senza di lui, Vasco non sarebbe stato fino in fondo Vasco. Guido Elmi, storico produttore di Rossi, è morto ieri a 69 anni. Negli ultimi mesi appariva molto “stanco”. Così lo hanno ricordato tanto Vasco quanto Red Ronnie. Entrambi lo conoscevano molto bene e – del resto – Elmi non aveva mai neanche ipotizzato l’idea di invecchiare. Superati i quaranta e poi addirittura i cinquanta, raccontava agli amici di sentirsi smarrito perché alle prese con uno scenario non contemplabile negli Ottanta. Ha cominciato a produrre Vasco dal quarto disco, Siamo solo noi (1981), e poi in studio c’è sempre stato a parte Liberi liberi, quando lui e la Steve Rogers Band ruppero momentaneamente col Blasco. Steve Rogers era il suo soprannome: così, a inizio carriera, firmava le prime produzioni. In realtà Elmi c’era anche nel precedente Colpa d’Alfredo. Anno 1980: Elmi chitarra e percussioni, Maurizio Solieri chitarre, Massimo Riva al tempo solo ai cori, Gaetano Curreri tastiere. La Steve Rogers Band cominciò a seguire Rossi proprio dal Colpa d’Alfredo tour. Furono loro ad accompagnarlo a Domenica In. Vasco cantò Sensazioni forti, canzone che teorizza il diritto di “godere” a qualsiasi costo. Qualcuno non la prese bene. Nantas Salvalaggio, su Oggi, definì tra le altre cose Vasco “ebete, cattivo e drogato”. Il cantante, che da quell’evento trasse più che altro pubblicità, si vendicò citando Salvalaggio in Vado al massimo: “Meglio rischiare che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”. Così ieri Vasco su Facebook: “Guido se ne è andato improvvisamente… era molto stanco. Io sono molto triste. Una consolazione è che ha fatto in tempo a partecipare, vivere e vedere la grande festa di Modena Park ! Wiva Guido!”. Elmi era una miniera di aneddoti, un professionista vero e un sopravvissuto consapevole. Il giro armonico di Brava Giulia è suo e pure quello di Bollicine. In qualche album di Vasco lo trovi a suonare cembalo e conga. Ha prodotto anche Alberto Fortis, Skiantos, Marco Conidi (l’opposto di Vasco) e Massimo Riva, anche lui Steve Rogers Band e anche lui amico fraterno di Rossi, scomparso a 36 anni nel 1999. Elmi, nato e morto a Bologna, ha vissuto per un po’ nello stesso pianerottolo di Lucio Dalla. A metà degli Ottanta, vittima degli eccessi, rischiò di andarsene e scomparve qualche mese per ritrovare se stesso. Insisteva spesso su questo suo essersi salvato, chissà come e chissà perché. Era davvero incredulo: la vecchiaia non l’aveva proprio mai contemplata. Era un re delle scalette e conservava da qualche parte la ricetta infallibile per il concerto perfetto: per questo, in tanti, gli chiedevano ancora consigli. Due anni fa ha inciso quasi di nascosto l’unico disco col nome vero: un lascito, un testamento. E’ un bel disco, assai più dalle parti di Cohen che di Vasco. Prima di cantare, ogni volta, si fumava venti Malrboro rosse per avere la voce roca al punto giusto. Così per ogni brano. Fino alla fine. (Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2017)

La progressiva scomparsa del numero 10

Schermata 2017-07-31 alle 15.33.53Dandoci una di quelle notizie dopo le quali non sei più lo stesso, il coerente Federico Bernardeschi ci ha fatto sapere di avere scelto la maglia numero “33” perché è religioso. Buono a sapersi, anche se la motivazione non è esattamente chiarissima. Se la scelta cabalistica dipende da motivi mistici, perché allora non scegliere il “3” come la trinità o il “12” come gli apostoli? Boh. La Storia se lo chiederà a lungo, Se cavesse potuto, Bernardeschi avrebbe scelto eccome la maglia numero “10”: quella più affascinante, quella (forse) per lui più naturale. E’ stata la Juventus a imporgli un’altra scelta, conscia di come quel numero sia più pesante degli altri. Lo patì pure Pogba, che dopo stagioni esaltanti fu premiato con la “10” ma, durante un derby, ci scarabocchiò sopra un “+5” per riprodurre il vecchio e amato “6”: “1+0+5” (anche se il primo “+” non c’era, quindi quel“10+5” teoricamente rimandava a uno strano “15”). Dopo Del Piero e Tevez, meglio evitare: ne sa qualcosa anche Dybala.
Bernardeschi è uno che, quando parla, non mente mai. Neanche troppo tempo fa, disse: “Sarebbe stato difficile andare alla Juventus dopo 11 anni di settore giovanile viola. Spero di diventare un simbolo con questi colori. Per me viene prima la Fiorentina, poi Bernardeschi”. E’ stato di parola, più o meno come Higuain e Bonucci. Chi si stupisce di quanto un calciatore sia banderuola è però fuori tempo: il calciatore è un professionista mercenario che, come tale, va dove gli pare. Nessun problema. Basterebbe solo parlare di meno. E’ invece significativa questa penuria di “10” veri. La Juventus non ce l’ha, ma non è certo la sola. Dopo l’addio di Francesco Totti, alla Roma passeranno anni e forse decenni prima che uno abbia il coraggio di indossare quella maglia. Anche il Milan era orfano del “10”. I numeri rossoneri ritirati sono il “6”, in onore di Franco Baresi, e il “3”, pensando a Paolo Maldini. Ora toccherà al nuovo arrivato Calhanoglu, ma l’unico numero che ha fatto litigare (Bonucci e Kessie) è stato il “19”. Sono lontani i tempi di Gullit, Savicevic, Boban e Rui Costa. Quest’ultimo diede il meglio di sé con la Fiorentina, società dalla nobilissima tradizione di fantasisti. Infatti Bernardeschi era stato visto come erede di Giancarlo Antognoni, lui sì fedele fino alla fine: a qualsiasi costo (e furono tanti). Erano “10” viola anche Roberto Baggio, che Bernardeschi sogna di emulare, e appunto Rui Costa. Il Napoli, dopo Maradona, ha ritirato quel numero nel 2000. In Ungheria lo ha fatto anche la Honved: dopo Puskas, nessuno mai. Tornando in Italia, non ci saranno più “10” nell’Empoli: l’ultimo è stato Tavano. All’Inter lo scorso anno il numero “10” era Jovetic, anche lui ex Fiorentina. Poi però è andato al Siviglia a gennaio e, una volta tornato (per ora) all’Inter, ha scelto la maglia numero 8. Pare che quest’anno la indosserà Joao Mario.
Qualche altro numero 10, in serie A, ci sarà: Papu Gomez nell’Atalanta, Felipe Anderson nella Lazio, Ljajic nel Torino, Ciciretti nel Benevento, Destro nel Bologna, Joao Pedro nel Cagliari, Matri nel Sassuolo, Floccari nella Spal, De Paul nell’Udinese, Cerci nel Verona. Di questi, i “veri” 10 non sono molti: di sicuro Papu Gomez e Ljajic, probabilmente anche De Paul. Calhanoglu dovrà dimostrarlo. Joao Mario è al limite. Cerci e Felipe Anderson sono “troppo” esterni per essere ritenuti “10” classici. A oggi, almeno in Italia, la maglia numero “10” è concepita in due modi. In alcuni casi va a punte vere e proprie (Destro, Matri, Floccari), a conferma di come per tanti sia diventato un numero come tanti. Più spesso è percepito – all’opposto – come numero troppo pesante, e infatti le prime tre classificate della scorsa stagione (Juve, Roma, Napoli) non hanno numeri “10”. Meglio evitare: per non alimentare aspettative, per non fare figuracce. Per mettere in partenza il silenziatore alla fantasia. (Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2017)

Quando va tutto male e non hai colpe: storia breve di Valdir Peres

FullSizeRender (13)Povero Valdir Peres, il portiere stroncato da una tripletta irripetibile e da un paese che tende sempre a sovradimensionare il calcio. E’ morto ieri a 66 anni per un infarto. Forse il suo cuore non ha potuto reggere alla grandine di ferocia piovutagli addosso in 35 anni vissuti da reietto. Di lui, dopo il 5 luglio 1982, si sa poco. Un finale di carriera decoroso, qualche esperienza da allenatore. Poche interviste. Una vita da sopravvissuto: da mai perdonato. Ieri Calciomercato.com titolava: “Addio a Valdir Peres, il portiere più odiato dai brasiliani”. Ma non è esatto: a Valdir Peres, vero nome Waldir Peres de Arruda, è stato negato anche il diritto di primeggiare nell’odio generato. E’ stato riserva anche in questo: il secondo portiere nella formazione dei brasiliani più detestati. Impossibile raggiungere Moacyr Barbosa, ritenuto colpevole della finale mondiale buttata via nel 1950. In casa, contro l’Uruguay. Valdir Peres non è stato “il più odiato” perché nella sua esistenza non c’era alcun anelito a primeggiare e perché fu “solo” uno dei protagonisti di una sconfitta non in una finale, ma “in uno strano interregno tra girone eliminatorio e semifinale. Spagna 82. Stadio Sarrià di Barcellona: lo hanno demolito vent’anni fa, come fu demolita la carriera di Valdir Peres. Per i brasiliani fu la Tragedia del Sarrià, per noi un capolavoro inspiegabile. Quel Brasile era mirabile, ma era come la grappa: testa e coda non erano certo paragonabili a una quantità di talento smisurata. Soprattutto a centrocampo. Era il “futbol bailado” di Telè Santana, poi progressivamente abbandonato proprio per colpa di quella sconfitta. Era il Schermata 2017-07-25 alle 11.35.24Brasile di Zico, di Falcao, di Socrates, di Eder, di Junior, di Cerezo. Aveva vinto tutte le partite precedenti e con l’Italia sarebbe stato sufficiente un pareggio, ma non era squadra da calcoli. La Seleçao pagò anche quell’approccio, tanto meravigliosamente estetizzante quanto concretamente scellerato. La testa era Serginho, centravanti per nulla all’altezza dei compagni. La coda era il portiere, cioè Valdir Peres, spelacchiato come la sua nemesi fortunata Taffarel, che dodici anni dopo si sarebbe vendicato eccome con l’Italia. Secondo portiere ai Mondiali del 1974 e 1978 dietro Leao, promosso con merito nell’82. Aveva 31 anni e ne dimostrava 89. Era la sua grande occasione e andò tutto male. Malissimo. Già alla partita inaugurale, contro l’Unione Sovietica, esordì con una papera marchiana. Socrates ed Eder ribaltarono il risultato. Il Brasile rullò tutti gli avversari successivi fino all’Italia. La stampa carioca scrisse che era il Brasile più bello di sempre, che Valdir Peres aveva i riflessi di una scamorza ma che quel Brasile poteva comunque fare a meno anche del portiere. Poi arrivò la tripletta di Paolo Rossi, fino a quel giorno disastroso, e tutte le colpe caddero su Valdir Peres. Anche se, di colpe specifiche, quel 5 luglio 1982 ne ebbe poche. Da allora non è più stato convocato in Nazionale. Non era un portiere straordinario, ma neanche un bidone. Negli anni Settanta, con il San Paolo, aveva vinto tutto. Quattro campionati paulisti, una Copa do Brasil, un titolo nazionale. Nel 1975, primo portiere a riuscirci, vinse il Pallone d’oro brasiliano (Bola de ouro). Nel 1978 fu protagonista nella finale del Brasileirao, forse il suo capolavoro. Tutto cancellato o quasi, come i colpi di coda post-Sarrià. Per esempio la vittoria del “Pernambucano” 1990 a 39 anni. Poco prima di smettere, anche se in realtà aveva smesso da tempo: lo avevano fatto smettere gli altri. Pablito. Il suo paese. Il destino. E altri demoni. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 25 luglio 2017)