Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
aprile: 2017
L M M G V S D
« Mar    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930

Staino, il motivo per cui vince (?) Renzi

Schermata 2017-04-19 alle 12.42.46Una delle domande più frequenti, quando si parla di politica italiana, è la seguente: “Come fa il Pd ad avere ancora tutti questi voti?”. I sondaggi lo danno attorno al 30%. Non è abbastanza per andare al governo la prossima volta, non da soli almeno, ma è comunque tanto se si pensa a chi guida il Pd. Ovvero Renzi. E quindi nessuno. Ebbene, la risposta a quella domanda così insistita e insistente è la seguente: “Sergio Staino”. Per carità, non vorremmo dare qui troppa importanza a chi mai ne ha avuta. E in effetti potremmo fare altri nomi: Corrado Augias, magari. Oppure Vittorio Zucconi. Tutta gente che, in un passato neanche troppo lontano, ci pareva (vi pareva) non soltanto brava ma pure espressione massima di onestà intellettuale. Quando si opponevano a Berlusconi sembravano farlo non per partito preso, ma per la difesa di idee in qualche modo riconducibili a ciò che un tempo si soleva chiamare “sinistra”. La realtà era appena diversa, ed è qui che il prode Staino ci viene utile. Nato a Piancastagnaio nel 1940, Staino è sempre stato artisticamente l’alluce valgo di Altan. Il talento non lo ha mai intaccato, la capacità di barcamenarsi sì. Staino è uno Zdanov dei giorni nostri, espressione conclamata del semi-intellettuale ferocemente organico al partito. Quando D’Alema era il leader del Partito, Staino passava il tempo a criticare quei comici di sinistra che osavano prenderlo in giro: secondo lui, in quanto Capo, era automaticamente intoccabile. Ovviamente, quando D’Alema è caduto in disgrazia, per il coerente Staino è diventato il male del mondo. E a quel punto sì che andava preso in giro, anzi se possibile demolito. Se gli Zucconi & Staino avessero creduto davvero in un’Idea, e non alla visione di un partito concepito come una Chiesa o una squadra di calcio, di fronte a Renzi avrebbero scritto articoli belli e duri (Zucconi è in grado di farli, quando vuole) e disegnato vignette spietate e geniali (Staino non è in grado di farle, neanche quando vuole). Invece sono diventati più realisti del re e più renziani di Renzi: manganellatori dialettici delle opposizioni, pretoriani del niente e fiancheggiatori di una “classe dirigente” al cui confronto Brunetta è Roosevelt. Staino incarna al meglio (dunque al peggio) l’idea deviata e malsana di “fedeltà” al partito, anche se quel partito non c’entra più nulla con PCI e derivati. E’ il credente che continua ad andare a Messa anche se il prete è irricevibile, è l’ultrà che tifa più di prima anche se gli hanno comprato un attaccante che fino al giorno prima avrebbe strozzato. E’ l’elettore che scambia la politica per il calcio. E’ il finto-satirico che celebra Renzi come il sol dell’Avvenire, esibendo un trasporto che avrebbe imbarazzato financo Ghedini con Berlusconi, salvo poi fare l’offeso (a giorni alterni) quando lo lasciano a terra con le macerie di quel che resta de L’Unità. E’ il “direttore” che rade al suolo il sogno cartaceo di Gramsci, partorendo un quotidiano orripilante, tra elzeviri lividi di Romano e brodaglie becere di Rondolino. E’ quella parte di Toscana (ma pure di Emilia) che vota Pd a prescindere, passata con disinvoltura autentica dal poster in camera di Berlinguer a quello della Morani. E’ uno dei tanti soldatini anonimi che distruggono l’esercito dall’interno, e neanche se ne accorgono. In breve: Staino è la consunta polizza della vita politica del mai stato giovane Renzi. Finché c’è vita c’è speranza, finché c’è Staino c’è Renzi. (Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2017, rubrica Identikit)

Lorenzo Guerini, l’idolo di noi tutti

Schermata 2017-04-12 alle 13.52.10Se non avete sentito niente, vuol dire quasi sempre che ha appena parlato Guerini: Lorenzo Guerini. Il suo nome dirà poco a molti, ed è una fortuna per quei “molti”, eppure questo bel personaggetto coi capelli da Zanda minore è uno che conta. O almeno così gli han fatto credere. Guerini è addirittura il portavoce del Pd, ed è anche per questo che quando parla non dice quasi mai niente. Per questo e per quel carisma nascosto. Molto nascosto. Praticamente inesistente. Con l’avvento di Renzi al soglio pontificio del partito di presunta sinistra, Guerini è diventato anche vicepresidente del Pd in coabitazione con Debora Serracchiani: parafrasando sadicamente Gaber, “due miserie in due corpi soli”. Guerini è tornato a parlare pochi giorni fa. Il povero Michele Emiliano, che da quando ha deciso (assurdamente) di non abbandonare il Pd ha più sfiga di Giuseppe Rossi, si è rotto il tendine d’Achille. Qualcuno dei suoi, tipo l’ineffabile Francesco Boccia, ha chiesto – pare all’insaputa dello stesso Emiliano – di procrastinare la data delle Primarie. Orlando, il Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo (cioè dal partito), si è detto subito d’accordo. Un gesto di sportività e correttezza: per questo il gesto meno indicato per un tipino goffo e vendicativo come Renzi. Così Guerini, che del Pacioccone Mannaro è propaggine ligia e fedelissima, ha dispensato il Sacro Diniego al vile volgo: “Facciamo tanti auguri a Michele, ma la macchina è ormai in moto“. E’ del tutto evidente che definire il Pd “una macchina in moto” è come asserire che Adinolfi è un recordman filiforme nei 100 metri, o che Facci è un giornalista bravo e pure figo, ma nel Pd tutto è dadaismo. E infatti Guerini, lì dentro, ci sta benissimo. La sua storia non è granché divertente, però a suo modo emblematica. Il trionfo grigio del burocrate nato, dell’uomo che senza talenti evidenti vive la politica come un continuo barcamenarsi. Come un eterno compromesso, va da sé al ribasso. Sempre Gaber, in Io se fossi Dio, se la prendeva con i “grigi compagni del PCI” e con “gli untuosi democristiani”. Verrebbe quasi da pensare che, di tali baldanzose e iconoclaste definizioni, Guerini costituisca una sorta di crasi umana. Un po’ grigio e un po’ democristiano. Nato a Lodi nel ’66 (1966: non 1866), comincia la sua carriera nella Democrazia Cristiana. Due volte consigliere comunale a Lodi, poi assessore, quindi coordinatore locale dello sfavillante Partito Popolare. A neanche 29 anni, nel 1995, è eletto Presidente di Provincia: il più giovane in Italia. Fa il bis nel 1999. Nel frattempo aderisce alla Margherita. Nell’aprile 2005 è eletto sindaco, anticipando a Lodi il percorso che il suo futuro dux Renzi farà nella povera Firenze (povera perché non si meritava Renzi, come non si merita Nardella). Ancora sindaco di Lodi nel 2010, lascia il mandato per farsi eleggere alla Camera nel 2013 tra le file del Pd. Con Bersani non ha posizioni di primissimo piano, ma con Renzi gli ex Margherita prendono il potere (va be’) e Guerini si unisce all’allegro carrozzone. Ogni volta che c’è da giustificare istituzionalmente l’impossibile, spunta lui. Butta là due frasi fatte, dà la sensazione di crederci pure e poi se ne va. Fiero di aver ricordato una volta di più al mondo che la politica può essere una cosa bella e addirittura sognante, ma molto più spesso no. (Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2017, rubrica Identikit)

De Luca, il braccio petrarchesco del renzismo

Schermata 2017-03-28 alle 12.01.03E’ insopportabile questo atteggiamento di sufficienza, e addirittura diffidenza, nei confronti di un galantuomo come Vincenzo De Luca. Egli, al contrario, è un punto di riferimento per tutti noi. Nel suo cuore c’è grazia, nel suo sguardo c’è odor di santità (e nel suo duodeno preferiamo non sapere cosa alberghi). De Luca, oltre ad avere inventato Salerno e anzi la Campania tutta, incarna appieno l’idea di rottamazione renziana: qualcosa di non solo inedito ed efficiente, ma anche – soprattutto – di moralmente intonso ed esteticamente aggraziato. Ogni suo gesto trasuda talento e bellezza. Eppure i detrattori, in servizio permanente come vili gufi che sanno solo odiare, amano criticarlo. Gli piace proprio punzecchiarlo per ogni cosa che dice o fa. Inventano dicerie sulla sua storia penale e fanno sempre brutti commenti sul suo lessico. D’accordo, non tutti amano esprimersi sopra le righe, ma questo non è un problema suo bensì di questi tempi intrisi di buonismo posticcio e politically correct a casaccio. La verità è che Vincenzo De Luca regna, signoreggia e soverchia: andrebbe preso a esempio, come infatti Renzi ha fatto e fa. E se lo fa Renzi, uno che come noto non sbaglia mai, dovremmo farlo tutti. Se De Luca elogia il clientelismo, è inutile essere garantisti: lui ha ragione di default. Se De Luca sogna di trovarsi di notte Travaglio da solo per farne quel che lui vuole, non ha senso attaccarlo: ognuno ha i suoi gusti e le sue perversioni, come dimostrano peraltro quei due o tre che ancora votano Alfano. In questa mania odiosa di scorgere ovunque tracce di sessismo, fa poi specie la tendenza della stampa italiana nello stigmatizzare ogni afflato sinceramente femminista di De Luca. La sua storia è satura di sonetti petrarcheschi dedicati a Muse senza le quali non saprebbe vivere. Su tutte la Bindi, a cui De Luca ha dedicato terzine mirabili. Per esempio: “Bindi infame, da uccidere”. Parole che trasudano quell’amore che ha reso Erode caro ai bimbi di tutto il mondo. Mansueto e mai caricaturale, De Luca ha davvero una buona parola per tutti. Per il “consumatore abusivo d’ossigeno” Peter Gomez, per il trio grillino Di Battista/Di Maio/Fico che andrebbe ammazzato. Oppure per Emiliano, per chi ha votato “no” il 4 dicembre e più in generale per tutti coloro che osano nutrire dubbi sul suo fascino accecante. De Luca ha di recente tratteggiato con letizia e candore anche l’empia grillina Valeria Ciarambino. Ascoltiamolo, perché ascoltarlo ci fa bene: “Una signora che disturba anche quando sta a cento metri di distanza. Una chiattona”. Che levità, che lirismo. Fanno bene i renzini a difenderlo, minimizzandone ogni volta gli spigoli e minacciando al contempo di invadere la Polonia se solo un 5 Stelle asserisce che la Boschi non è Rosa Luxemburg. Con quelle parole, De Luca voleva solo esprimere tutta la sua stima nei confronti della criminosa Ciarambino. E di questo dovremmo ringraziarlo, una volta di più. Certo, verrebbe voglia di notare come un figuro meno affascinante di Orfini appena sveglio, carismatico quanto un’acciuga morta e involontariamente comico (persino) più di Renzi faccia un po’ tenerezza quando critica le fattezze altrui, ma sarebbe una notazione assai pedante. Sia dunque lode a De Luca, il braccio verbalmente violento del renzismo. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2017, rubrica Identikit)

Elogio di Tomas Milian

Schermata 2017-03-24 alle 12.58.26Ogni tanto, in qualche film dei Novanta, capitava di imbattersi in Tomas Milian. Così, quasi a tradimento. Non era mai l’attore protagonista, eppure a un certo punto compariva. I registi erano importanti: Sydney Pollack, Oliver Stone, Steven Soderbergh, Steven Spielberg. Riconoscerlo non era facile, non tanto perché fosse invecchiato male ma perché appariva diverso – troppo diverso – dall’immagine che gli si era sedimentata addosso (e attorno) sul finire dei Settanta. Quella del Monnezza, ma pure di Nico Gilardi (che tanti confondono ancora). Chissà se Tomas Milian, nato a L’Avana il 3 marzo 1933 e morto mercoledì a Miami, convivesse davvero bene – come diceva e tutto sommato sembrava – con quella strana carriera, lunga e gloriosa, fatta di parti “importanti” con registi “impegnati”. E poi esplosa quando nessuno se l’aspettava più, nella maniera meno prevedibile possibile. Tomas Milian, vero nome Tomás Quintín Rodríguez Milián, esule cubano dal passato tremendo e i demoni in servizio permanente, pareva convivere bene con quel ghiribizzo del destino perché – è lecito supporre – si intendeva di ghiribizzi e destini. E perché conosceva bene quanto fosse difficile essere Er Monnezza. Era qualcosa che richiedeva talento, incoscienza e camaleontismo: far ridere crogiolandosi nell’apparente trogolo – ché poi trogolo non era – del vernacolo spinto, del turpiloquio disinvolto. Della battutaccia che doveva essere sempre peggiore della precedente. C’era la rima caciarona: «E chi è il cane di Mustafà?»; «Quello che lo stà a pià ‘nder culo e dice che stà a scopà!». C’era la risata da Google Maps trucido: “Ecco, appena l’hai trovata te ce fai benedì, poi piji la via p’annà affanculo che tanto ‘a strada ‘a sai…”. E c’era pure l’accenno esistenzialista: “Vòi scommette che er giorno in cui la merda diventa oro, noi poveracci nasciamo senza er culo?”. La critica arricciava il nasino, il pubblico rideva di gusto e chiedeva il bis. Che arrivava, finché non c’era proprio più nulla da spremere. Nel frattempo Tomas Milian era ormai “solo” il Monnezza (e Nico Girardi). Sempre in coabitazione con Ferruccio Amendola, perché quei ruoli potevano funzionare solo con quella voce. Milian partecipava alla sceneggiatura, aggiungeva dialoghi all’impronta e usava come bussola Quinto Gambi, l’amico pesciarolo di Tor Marancia che faceva pure la controfigura nelle scene d’azione.  Milian ha più volte detto che gli sarebbe piaciuto farsi seppellire a Roma. La città che più gli ha voluto bene. La stessa che, nel 2014, lo aveva riaccolto come un imperatore stanco conferendogli il Marc’Aurelio. Nel frattempo era potuto ritornare a Cuba, dopo averla lasciata nel 1956. Milian ha vissuto mille vite. Esistenze, esperienze. Traumi, suicidi. Passioni, fallimenti. Figlio di un generale del dittatore Machado, severo e violento, che si tolse la vita nel 1945 davanti agli occhi del figlio. Tomas aveva 12 anni. Si trasferì negli Stati Uniti, prima Miami e poi New York. L’accademia, i teatri di Broadway, le prime serie televisive. L’Actors’ Studio, il metodo Strasberg. La stima di Jean Cocteau. Nel 1959 ha cinque dollari in tasca e non si sa come arriva in Italia, partecipando al Festival di Spoleto con una pantomima di Franco Zeffirelli. In Italia capisce che può vivere di recitazione. Recita per Bolognini, Visconti, Lizzani. In quegli anni Er Monnezza non è neanche un’ipotesi: è un’eresia. Poi Sollima, Corbucci, Lizzani. Quindi un film di Fulci, derubricato oggi a “cult horror”: Non si sevizia un Paperino. La sevizia è la cifra di un film in cui Milian dà il meglio (perché era bravo, molto bravo) e il peggio (perché la sceneggiatura lo esigeva). Anno 1974, titolo Milano odia: la polizia non può sparare. La regia è di Umberto Lenzi, con cui Milian creerà di lì a poco il Monnezza. E sarà proprio il Monnezza, di cui Milian prolungherà l’esistenza scegliendo per La banda del trucido un altro regista (Massi), a rovinare il rapporto tra i due. Ma siamo già oltre, quando il genere declina in parodia. Prima, in Milano odia: la polizia non può sparare e Roma a mano armata (dove Milian è l’inquietante Gobbo), c’è solo violenza. Milian, nella prima pellicola, incarna Giulio Sacchi. Uno dei cattivi più sadici, psicopatici e respingenti nella storia del cinema italiano. La sua è una prova prodigiosa e portentosa, dopo la quale – chissà, forse per una strana nemesi o magari per cercare una catarsi a tutta quella violenza – il poliziottesco diviene monnezzismo. Milian – anche discreto cantante – non si libera più di quella fama e di quel peso, e non bastano le parti in JFK, Amistad o Traffic per invertire la rotta. Che, peraltro, l’attore non aveva la fregola di invertire. Il resto sono nostalgie, risse, sbornie. Dipendenze. Rivelazioni sulla sua sessualità (era bisessuale), ruoli quelli sì improbabili (testimone di nozze al matrimonio di Eva Henger). E poi una costante: aver vissuto una vita forse non sua, non del tutto almeno, ed essercisi comunque trovato benissimo. (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2017)

La simpatia contagiosa della coerentissima Anna Finocchiaro

Schermata 2017-03-21 alle 12.42.00C’è davvero una grazia inaudita in ogni gesto, e azione, di Anna Finocchiaro. Proprio la grazia, da sempre, è la cifra di questa simpatica senatrice – e quasi madre costituente – in forza al Partito Democratico. La grazia e l’eleganza. Nata a Modica nel 1955, laureata in giurisprudenza, funzionario della Banca d’Italia nella filiale di Savona. Pretore a Leonforte e sostituto procuratore nel tribunale di Catania, quindi nel 1987 deputata PCI. Da allora è stata torcida politica inesausta, in un parossismo di leggenda continua. Candidature al Quirinale puntualmente disattese, trionfi inversi alle Regionali contro Lombardo, carinerie sulle “bidelle”, rispetto assoluto della base che osa protestare (“Ma cosa vogliono questi?): idolo assoluto. Celebre per la voce da imitatrice di Camilleri e per le tante prese di posizione coraggiose, su tutte andare all’Ikea con la scorta, Donna Anna è ora Ministro dei Rapporti con il Parlamento. Ha ereditato tale ruolo dalla totemica Maria Elena Boschi, con cui inizialmente non pareva legare. Non amava troppo neanche Renzi, che la attaccò dopo la storia dell’Ikea. Sempre garbata e mai sopra le righe, Donna Anna rispose così al futuro ducetto goffo di Rignano: “Miserabile”. Poi, con quella coerenza granitica che spesso alberga nel Pd, si reinventò mediamente entusiasta del capolavoro Boschi-Verdini. Negli opuscoli atti a celebrare la beltade di tale riforma, la Finocchiaro era pure chiamata “Angela” (l’avevano scambiata con l’attrice), ma Donna Anna non si era per questo crucciata: non più del solito, almeno. Come premio a tale fedeltà renzista, e a tali trionfi referendari, le hanno regalato un ministero. Da allora, fiutando l’apparente mal parata di Renzi, Donna Anna ha cominciato a guardarsi attorno. Da qui l’appoggio alla candidatura di Andrea Orlando. Proprio nel tentativo di magnificarne le gesta, Donna Anna era l’altro giorno a Reggio Emilia. L’eversivo David Marceddu, sul sito del Fatto, ha testimoniato tale epifania. Il bieco giornalista ha pure provato a chiedere a Donna Anna perché fosse assente durante la votazione che ha salvato Minzolini, ma ella (con leggiadria consueta) non ha alfine risposto. In compenso ha esaltato le compagne e i compagni reggiani. Uno di loro, a un certo punto, si è alzato e ha dichiarato che i suoi figli votano 5 Stelle e lui non riesce proprio a farli smettere. Lo ha detto con sgomento assoluto, roba che se avesse avuto figli eroinomani o peggio serial killer sarebbe stato parecchio più sereno. Donna Anna, con grazia atavica e per nulla trasfigurata, ha risposto dispensando saggezza e democrazia. Ascoltiamola: “Loro (i grillini, NdA) l’idea del paese non ce l’hanno, campano col mal di pancia del paese e non possono fare altro che insufflare (?) insoddisfazione”. Qui Donna Anna ha cominciato a gesticolare a caso, esibendo uno sguardo vieppiù posseduto e spostando pure il tono di voce in modalità “Lucifero on”. Ascoltiamola ancora: “(Insufflano) odio, cattiveria, divisione perché questa è la cosa che li tiene in pieeeeediiii!!!” (ovazione delle 16 persone presenti, età media 214 anni). Qui Donna Anna ha ripreso fiato, non prima però del colpo di grazia: “Non esistono politicamente!”. E ancora: “Sono incapaci di governare. Ma Roma qualcuno lo (?) sta guardando o no? Un partito che è l’emblema della antidemocraticità” (praticamente Grillo è Goebbels e Di Battista Himmler), “dell’opportunismo, dell’ipocrisia, della bugia elevata a sistema”. A fine arringa, Donna Anna pareva fiera e convinta d’esser stata convincente. Non sapeva che, da allora, i figli di quel padre addolorato son lì che guardano in loop il video. Ridendo di gusto. E ancor più convinti di votare 5 Stelle. (Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2017, rubrica Identikit)

Andrea Romano campione del mondo e Pallone d’oro

Schermata 2017-03-07 alle 16.30.52Da mesi gli ascolti di La7, al mattino o nel primo pomeriggio, registrano effetti schizofrenici. Lo share sale e poi scende di colpo, per poi risalire apparentemente senza logica alcuna. Dopo lunghi e ponderati studi, si è dato a tale fenomeno il nome di “Effetto Andrea Romano”. Funziona così: uno è lì che guarda L’aria che tira, oppure Coffee break o magari Tagadà. Inquadrano qualcuno e lo spettatore si ferma. Poi inquadrano Andrea Romano. E lo spettatore scappa. Ogni giorno così. E’ lo stesso coi Rondolino o con le Meli, ma con Romano forse di più. Il nostro eroe non ha doti evidenti, o se le ha le nasconde benissimo. Scrive malino, parla pallosamente. Oltremodo respingente, ha un eloquio involuto e bolso. Trasuda supponenza e purtroppo per lui non può permettersela. Fisicamente, e pure come timbro di voce, ha un che di Filippo Timi. Però peggio. Parecchio peggio. “Politico” senza che la politica ne avesse poi così bisogno, Romano ha un fiuto raro nel non beccarne mezza. Quando scriveva su La Stampa, dieci anni fa o giù di lì, puntava su D’Alema e diceva al contempo che Grillo (dopo il VDay) si sarebbe sgonfiato subito. Ci ha preso in pieno, come sempre. Dopo aver girato qualche anno a Nardella, cioè a vuoto, ha cominciato a dirci che l’unica salvezza del pianeta Terra si chiamava Monti. Poi, quando Monti nel 2013 ha giganteggiato con la sua Sciolta Civica, si è reinventato renziano. Assieme a Genny Migliore incarna il trasformista iper-governativo, perennemente in tivù a dirci che Renzi è Dio, Carbone Gobetti e la Boschi la Madonna. Romano è un po’ assurto a Ghedini di Matteo: son soddisfazioni. Più va in tivù e più porta voti agli altri, come quasi tutti i renziani, ma tanto loro non se ne accorgono mica. Prima del referendum, Romano ci diceva che con la vittoria del “no” saremmo morti tutti. L’Apocalisse sarebbe scesa sul Pianeta Terra e tutto sarebbe stato tragedia. La riforma Boschi-Verdini la conosceva pochino, infatti con Fedriga raccattò una figuraccia epocale, ma lui pontificava comunque. I risultati, ancora una volta, si sono rivelati straordinari: quel che Romano politicamente tocca, muore. O quantomeno agonizza. E’ così anche in questi giorni, quando pascola di studio in studio per difendere Renzi, sia esso Matteo o il di lui leggendario padre Tiziano, sul caso Consip. Un caso che, ovviamente, conosce più che altro per sentito dire. Epica l’ennesima figura da Gozi nei giorni scorsi con il noto criminale Marco Lillo, in forza come sapete a questo empissimo giornale. In evidente difficoltà, che è poi spesso il suo status naturale, Romano ha ricordato a Lillo di essere un giornalista anche lui. E tutto il mondo ha riso come un sol uomo (L’Unità ha riso di meno: Romano si sta adoperando per affossare pure quella). Si potrebbe dire che, a furia di cantonate e sconfitte, lo sfavillante Romano diventerà un giorno umile. E magari capirà di avere forse sbagliato “lavoro”. Macché. Ogni giorno tromboneggia con voce rugginosa e aria sicura, senza contenuti e senza pubblico, come se tre mesi fa (vamos) non fosse stato sfanculato pure lui da 19 milioni di persone. Per lui, e per i renziani, in fondo non è successo nulla. Ed è questo uno dei tanti problemi dei renziani: continuare a sentirsi Marchesi del Grillo, quando al massimo sono Pretoriani del Renzi. Cioè di nessuno. (Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2017, rubrica Identikit)

Pan del Diavolo: Supereroi

Schermata 2017-02-22 alle 11.55.22Quando fatichi a etichettare un artista, vuol dire quasi sempre che  non difetta certo in talento e fantasia. E’ il caso del Pan del Diavolo, due palermitano composto da Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo. Hanno esordito nel 2009 con un ep omonimo di quattro brani, in cui apparivano già come sono adesso: folli, geniali e oltremodo originali. I testi sembrano provenire da Marte, pieni come sono di controsensi, parole per nulla musicali (che però grazie a loro lo divengono) e accostamenti spericolati. A tutto questo fa da contraltare un impianto sonoro che poggia pressoché unicamente sulle chitarre di Bartolo, che in questo nuovissimo Supereroi raggiungono la piena maturità. Lo si può definire folk rock, ma non basta. Supereroi, senza contare l’ep d’esordio, è il quarto disco dopo Sono all’osso (2010), Piombo, polvere e carbone (2012) e FolkRockaBoom (2014). Se c’è una pur minima giustizia nel mondo della musica, Supereroi sancirà il passaggio di questa sciroccatissima e talentuosissima band dalla nicchia di lusso alla fama definitiva. Non tanto perché il successo sia di per sé necessario, ma perché ogni tanto qualche barlume di meritocrazia da queste parti aiuterebbe. Attivissimi dal vivo, dove il carisma e la voce deliberatamente urlata di Alosi esplodono al meglio, il Pandel Diavolo ha più volte sfiorato il Premio Tenco e collezionato lusinghiere recensioni. Tra queste non sono mai mancate quelle di Piero Pelù. E proprio Pelù è accanto al duo in alcuni brani (non tutti: quattro) di Supereroi. Li si nota subito, perché è evidente il tentativo di ingentilire – senza snaturare – le sonorità della band. E’ ciò che accade in Tornare da te, Supereroi, Aquila solitaria e Qui e adesso. Si avverte – come ha notato la rivista Blow Up – una sottrazione della matrice folk tipica del gruppo, e conseguentemente di certe atmosfere roots, a tutto vantaggio di una più immediata (ma mai banalmente commerciale) dimensione rock elettro-acustica. Le fiammate diavolesche, però, ci sono anche qui. Eccome. Sempre in fuga, Strisce e Messico si possono già mettere accanto ai brani migliori del Pan del Diavolo (Pertanto, Coltiverò l’ortica, Università, Africa, eccetera). L’apice dell’opera coincide con L’amore che porti, semplicemente splendida e sin d’ora una delle migliori canzoni del2017. Supereroi colpisce subito e cresce sempre più, di ascolto in ascolto. E anche questo è un bel segno. Un gran bel segno. Il duo presenterà Supereroi il 20 febbraio a Milano e il 22 a Bologna, sempre Feltrinelli e sempre ore 18. Poi il tour, che scatterà il 10 marzo ancora da Milano (Serraglio). Andate a vederli: solo così potrete godere appieno della stravagante bravura di chi, parafrasando le parole che aprono proprio il disco, attraversa tutte le città e non si è mai fermato in nessuna, “come ladri di notte a caccia nel silenzio”. La musica italiana sarà forse in crisi, o comunque non al massimo della forma, ma certe eccezioni esistono. E paiono talora dimostrare addirittura il contrario. Di queste eccezioni, il Pan del Diavolo è faro e vanto. Talento vero, di quello pazzo e deflagrante, allergico ai vincoli e alle mode. Ad averne, di musica così. (Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2017)

Gabbani un genio? In tempo di ciechi, beato l’occhio solo

Schermata 2017-02-21 alle 15.52.10La smisurata eco del grande nulla musicale, lasciato dall’ultima edizione del Festival di Sanremo, non è ancora cessata appieno. Tra i pochi a essersi guadagnati uno strapuntino di attenzione c’è certo Francesco Gabbani. Un anno fa ha vinto Sanremo Giovani tra le Nuove Proposte con Amen, quest’anno ha trionfato tra i “Campioni” con Occidentali’s Karma. Subito è scattato il dibattito: Gabbani è un genio, un paraculo di talento o un sopravvalutato? Detto che potrebbero essere pertinenti tutte e tre le definizioni, chi lo ritiene indiscutibilmente “genio” ha ascoltato al massimo il live delle Vibrazioni e la jam session tra Giusy Ferreri e Bianca Atzei (che peraltro non ha mai avuto luogo, o almeno questa è la speranza di chi scrive). Gabbani è nato a Carrara nel 1982. Ha avuto un discreto successo con la sua prima band, i Trikobalto, che una volta hanno aperto il concerto degli Stereophonics. Dal 2011 si è messo in proprio. Ha scritto testi per Celentano, per Renga e per Fausto Brizzi (la colonna sonora di Poveri ma ricchi). Occidentali’s Karma sta avendo molta fortuna. Nella sola giornata del 14 febbraio le visualizzazioni del video ufficiale hanno superato la soglia dei 20 milioni. La  piattaforma VEVO ha garantito che il record di “views” in un solo giorno per un video italiano (4.353.802) è tutto suo. Basta per dire che Gabbani è un genio? No, ma del resto lui non ha mai ambito a esserlo. Nella vita, come diceva John Holmes, basterebbe avere misura. Gabbani ha un talento per i tormentoni (lo era anche Amen) e pure per la paraculaggine. Anche nelle interviste ha sempre la faccia di chi, a scuola, prima ti chiedeva di passargli il compito e poi ti faceva “suca” con entrambe le braccia se a essere in difficoltà eri tu. Stefano Mannucci ha ricordato sul Fatto come il successo di Gabbani sia passato attraverso una clamorosa sliding door: proprio un anno fa all’Ariston, venne eliminato nella sfida con la cantante Miele e poi ripescato – dopo insurrezione della sala stampa – perché c’era stato un problema tecnico. La votazione fu ripetuta, passò Gabbani e tutto cambiò. Un’altra firma di questo giornale sommamente criminoso, Selvaggia Lucarelli, nella sua pagina Facebook ha ricordato tra le altre cose come la trovata del gorilla non sia proprio inedita e ricordi un video dell’artista e designer Lorenzo Palmeri. Pure lui, nel 2015, aveva avuto l’idea del gorilla. Palmeri lavorava nello stesso studio milanese, con lo stesso fonico e lo stesso produttore di Gabbani, che dunque poteva quantomeno citare per educazione Palmeri accanto ai 487 riferimenti piovuti in questi giorni: da Splenger a Kant, da Buddha a Kubrick, da De André (che poi era Brassens) a Battiato. E poi Eraclito, e poi Darwin, fino ad arrivare a La scimmia nuda di Desmond Morris: un libro che ora citano tutti, anche se ovviamente non l’ha letto nessuno. Pippo Baudo dice che Occidentali’s Karma, canzone riuscita e piacevolmente accattivante (voto 6+/6.5), durerà tre mesi. Forse ha ragione e forse no. La verità, come spesso capita, sta probabilmente nel mezzo. Gabbani è bravino ed è vero che il suo brano ricorda la prodigiosa Magic Shop, ma dire per questo che è “il nuovo Battiato” sarebbe come asserire che Gabbiadini è il nuovo Van Basten solo perché entrambi sono centravanti. Molto semplicemente, come recita un antico adagio, “in tempo di ciechi beato chi aveva un occhio”. Nei Sessanta e Settanta, di un Gabbani, forse neanche ce ne saremmo accorti. Adesso sì. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 19 febbraio 2017)

Bono è forse invecchiato male, The Joshua Tree proprio no

Schermata 2017-02-19 alle 11.07.17Gli U2 saranno allo Stadio Olimpico di Roma il 15 e 16 luglio. Riproporranno uno dei dischi più belli di sempre: The Joshua Tree. Quell’album così perfetto compie 30 anni. Bono ha raccontato di avere riascoltato il disco e di averlo trovato incredibilmente attuale. Così, con i compagni, ha deciso di riproporlo interamente. Comprese quelle canzoni che, nei vari tour, non ha certo riproposto costantemente. Una di queste canzoni, per nulla “minori” anche se non proprio famosissime, è la struggente One Tree Hill. Non ha la notorietà delle definitive Where The Streets Have No Name o With Or Without You, eppure per certi versi è la più importante dell’opera. One Tree Hill è una collina che si trova in Nuova Zelanda, Auckland, Cornwall Park. Un luogo sacro per il popolo Maori. Un tempo era un vulcano. Bono la scoprì nel 1984. Era appena arrivato in Nuova Zelanda ed era la sua prima volta. Gli U2 erano nel vortice del tour di The Unforgettable Fire. Bono arrivò di notte e, per colpa del jet lag, non riuscì a dormire. Chiese così di visitare la zona. Uno di quelli che lo accompagnarono, quella notte, fu Greg Carroll. Un ragazzo maori di poco più di 20 anni. Un roadie, uno di quei tuttofare senza i quali molte band non sarebbero durate più di tre mesi. Il legame tra Bono (e in generale tutti gli U2) e Carroll fu tale che il ragazzo lì seguì in Irlanda e in tutto il mondo. E’ Carroll, per esempio, l’uomo che restituisce il microfono a Bono dopo che il cantante si è gettato tra la folla durante il Live Aid. Il 3 luglio 1986, a Dublino, Carroll fu investito e ucciso da un’auto. Era notte e stava piovendo. Carroll stava riportando una moto di Bono nella sua villa. Il cantante era appena atterrato a Dallas con Willie Nelson. Non appena seppe la notizia, tornò indietro a Dublino. Poi, con la moglie e la band, riportò il corpo di Carroll in Nuova Zelanda. Al funerale cantò Knockin’ on Heaven’s Door e Let It Be. A Carroll, Bono dedicò di getto One Tree Hill, che confluì in The Joshua Tree. E’ la nona traccia delle undici complessive. Ne fu tratto anche un singolo, pubblicato solo in Nuova Zelanda. Il disco uscì il 9 marzo 1987. Nel disco venne inserita la versione con il primo cantato, perché Bono non credeva di poter replicare una seconda volta quella emozione. Dal vivo l’ha sempre eseguita poco, reputandola una canzone troppo intima. A Carroll non è dedicata solo quella traccia, ma tutto The Joshua Tree. L’album ha venduto più di 25 milioni di copie. Inizialmente doveva intitolarsi The Two Americas, oppure The Desert Songs. Il “deserto” torna anche nella celebre foto di copertina, scattata da Anton Corbijn lungo la Route 190 in California: “La scelta del deserto mi sembrò naturale in un anno che ancora oggi ricordo come molto difficile per me. Ero in crisi con mia moglie e morì un carissimo amico”. L’amico era Greg Carroll. “Recentemente l’ho riascoltato dopo quasi 30 anni”, dice oggi Bono. “E’ come un’opera. Tante emozioni che sono stranamente attuali: l’amore, la perdita, i sogni spezzati, la ricerca dell’oblio, la polarizzazione”. Riproporre oggi The Joshua Tree può apparire nostalgico o tradire una mancanza di ispirazione. Oppure entrambe le cose. Lo stesso Bono è cambiato oltremodo, tra accuse di evasione fiscale, esondazioni mistiche, ecumenismi retorici e infatuazioni per i primi Renzi che passano. Pazienza: i miti invecchiano, e spesso invecchiano male, ma certi capolavori restano. (Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2017, rubrica Identikit)

Ivan Graziani, artista irregolare e geniale

Schermata 2017-02-07 alle 15.38.35Senza memoria non si va da nessuna parte, e la memoria è un muscolo che si atrofizza: se non la eserciti di continuo, smette di funzionare. Dimentica tutto, e noi con lei. Se capita con ciò che attiene alla Storia, e noi italiani dovremmo saperlo bene, finisci per commettere gli stessi errori del passato (che però non ricordi più). Se accade con l’Arte, smarrisci spesso la smisurata grandezza di chi ha regalato genio e bellezza. E’ il caso di Ivan Graziani. Manca da più di vent’anni: se n’è andato il Primo Gennaio 1997, sei anni prima di Giorgio Gaber e come molti altre voci italiane che ci hanno salutato anzitempo in quel mese. Come Tenco e come De André, che non per nulla scrisse cinquant’anni fa Preghiera in gennaio. Ivan Graziani, talento smisurato e anomalo, dimenticato (non da tutti) e sottovalutato (da troppi), è stato colui che per primo ha saputo coniugare in Italia rock e canzone d’autore. Due mondi alieni per la molta critica, e pure per troppi cantautori tromboni: ma non per Ivan. Lo si capisce bene anche da questo triplo cd appena uscito per la Sony, “Rock e Ballate per quattro stagioni”. Trentacinque brani prodigiosi, più la riproposizione dell’album postumo Per sempre Ivan (1999). Dentro è possibile ritrovare quella “voce da bambina depravata” (la definizione è dello stesso Ivan), quella scrittura così cinematografica e quella capacità di fotografare (anzitutto) donne e quotidianità. Cacciatore di dettagli per altri insignificanti ma per lui decisivi, Graziani era troppo poco “politico” per la critica fastidiosamente militante e troppo poco noioso per assurgere a “cantautore depositario del Verbo”. La sua cifra è l’unicità, perché nessuno è stato sommamente originale come lui. Nella città di nascita (Teramo). Nell’apprendistato Schermata 2017-02-07 alle 15.39.10(l’arte, il disegno, la scultura, il fumetto). Nei primi lavori (dischi strumentali, brani in inglese). Nel look, nella voce. Nell’uso della lingua. In tutto. Compreso quel desiderio ostinato di non essere etichettato mai, al punto da dire no – quando ancora non era nessuno – a Mina, Mogol, Pfm e chissà quanti altri. Chitarrista strepitoso (cercatevi su YouTube la versione live de Il topo nel formaggio), prima della carriera solista lo si trova in dischi di Venditti, De Gregori e soprattutto Battisti: Lucio era un amico autentico, che ne comprese appieno il talento. Talento che, ieri come oggi, seduce e ammalia in Olanda e PasquaLugano addioFuoco sulla collina (tra le canzoni più belle della musica italiana), Paolina e Signora bionda dei ciliegi. Generatore inesausto di riff irresistibili, la sua chitarra fiammeggia ancora in Motocross, Pigro, Monna Lisa, Il chitarrista e Taglia la testa al gallo. Sapeva anche esplorare il noir: il primo omicidio di Fango, il dramma della droga in Dada. Non è possibile trovare artisti a lui assimilabili, se non per certi versi Edoardo Bennato e Rino Gaetano. Tutti irregolari come lui e per questo sottovalutati. E’ il destino di pionieri e rivoluzionari: non tutti, anzi pochi, li capiscono immediatamente. Ivan Graziani ha dato il meglio di sé tra la seconda metà dei Settanta e i primi Ottanta. Gli riusciva tutto: album come Pigro e Agnese dolce Agneseerano e restano, semplicemente, perfetti. Negli Ottanta – decennio tremendo per molti cantautori – si è parzialmente smarrito, salvo poi ritrovarsi tornando alla sacra fonte del rock (Ivangarage). Pure nei Novanta, da Kryptonite a Maledette malelingue, il talento guizzava ancora. Alberto Radius, chitarrista di Battisti e Formula 3, di lui ha detto che è stato “l’unico chitarrista al contempo ritmico e virtuoso”. Analoghe le parole di Antonello Venditti: «Ivan riusciva a cantare sulla chitarra elettrica come nessuno in Italia sapeva fare». Ossessionato dall’idea di libertà totale e per questo in conflitto con i discografici, che riteneva quasi sempre dei gran rompicoglioni stupidi e ancor più dannosi, Graziani ha toccato i grandi temi del cantautorato italiano: l’ingiustizia, la diversità. La pigrizia (e la morte) mentale. La finta rivoluzione dei presunti ribelli, dietro cui si cela il conservatorismo peggiore. Lo ha fatto sempre a modo suo: un modo bellissimo. Ha cantato la provincia e la tradizione, il nuovo e il vecchio, l’amore e il sesso (tanto sesso). L’alto e il basso. Ha scritto, cantato e inventato brani definitivi. Divertenti, commoventi: immortali. Uno spettacolo. Per dirla in breve, Ivan Graziani è stato un genio. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2017)